Wertheim: "Il Lucky loser 2.0 poteva essere Roger Federer"

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Wertheim: “Il Lucky loser 2.0 poteva essere Roger Federer”

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TENNIS – Jon Wertheim, senior writer per Sport Illustrated, mette a nudo i difetti del walkover e si mostra favorevole alla creazione di un nuovo lucky loser. “A Miami il colpo di grazia” perchè lo sport dovrebbe essere spettacolo.”Temo per Montecarlo”. La stanza dei bottoni del tennis è avvisata.

Con la Davis ormai alle spalle, c’è fermento per l’inizio della stagione sulla terra rossa; in tanti sono già impegnati in tornei minori e la maggior parte attende il Master di Montecarlo per dare continuità ai risultati già conseguiti nella prima parte di stagione.
Altri invece provano a focalizzare il pensiero a cavallo tra passato e futuro, tra quello che è stato e che potrebbe essere, senza però troppo badare al presente, a ciò che già è. E’ il caso di Jon Wertheim, senior writer di Sports Illustrated; per lui, nel mondo del tennis esiste un’incongruenza letale per il futuro di questo sport: la vittoria per walkover.

Significa passare il turno senza aver disputato l’incontro a causa del forfait dell’avversario, ma negli ultimi tempi purtroppo le cose stanno peggiorando. A Miami c’è stato il colpo di grazia ed è stato molto triste. Le due semifinali in programma erano molto interessanti da vedere o comunque lo sarebbero state, perché purtroppo il giustiziere di Federer, Kei Nishikori, e il bombardiere ceco Tomas Berdych sono stati costretti a ritirarsi prima ancora di scendere in campo. E’ un torneo lontano temporalmente, perchè ormai siamo tutti proiettati alla stagione su terra, ma i problemi che si sono evidenziati a Miami, potrebbero essere ancora attuali. Abbiamo assistito al peggio del nostro sport sia per quanto riguarda i problemi di trasmissione e assenza di copertura televisiva, che per quanto attiene alla fruizione dello spettacolo stesso”.

 

Al Sony Open di Miami, Nadal e Djokovic sono arrivati in finale senza sobbarcarsi la fatica del turno precedente; per il writer è arrivata l’ora di cambiare qualcosa. Un lettore della sua mailbag settimanale gli offre l’occasione per parlarne. La risposta di Wertheim ci offre lo spunto per una riflessione.
Sarebbe il caso di creare una regola ad hoc, qualcosa di simile a quella del lucky loser. Chi si ritira, è sostituito dal giocatore sconfitto al turno precedente. In questo modo non ci sarebbero più incontri annullati e gli spettatori potrebbero ottenere sempre qualcosa in cambio della loro ingente spesa. E’ in gioco una buona fetta di questo sport. Immaginate, per un momento, se non si fosse trattato delle semifinali di un Master 1000, ma di quelle del Masters di fine anno. Il danno sarebbe stato ancora più evidente perché non bisogna dimenticarsi che ci sono persone che attendono anni per godere di simili eventi”.

Seguendo il concetto del columnist, a Miami avremmo potuto godere di ben altro spettacolo: Nadal-Dolgopolov sarebbe potuta essere un’interessante rivincita dopo il match di Indian Wells; Federer-Djokovic molto di più della terza sfida tra i due nel 2014.
Certo a vederla così, è un peccato che la regola non sia già stata definita. Penso ci vorrebbe solo un minimo di negoziazione e, logisticamente parlando, occorrerebbe chiedere a coloro che hanno perso di restare un giorno in più, per assicurarsi che la loro presenza non sia più necessaria”.
Chiaro che per questa nuova figura di lucky loser, sorgerebbe anche una problematica relativa all’assegnazione dei punti. “Si tratta in ogni caso di tornei ad eliminazione diretta ed è sempre strano poter tornare a giocare dopo aver subito una sconfitta. I punti andrebbero erogati in maniera differente, occorrerebbe tener conto di ciò equamente”– così Wertheim sul punto.

 Il nuovo lucky loser porterebbe con sé anche il difetto che da sempre accompagna questa figura, ovvero lo svantaggio che ha un tennista nel dover affrontare un giocatore diverso da quello per cui si è preparato mentalmente e tatticamente. E se disputare un primo turno con un tennista semisconosciuto può determinare solo un calo di concentrazione, contendere invece una finale ad un giocatore differente può comportare svantaggi di natura tattica e mentale di non poco rilievo.

Ad oggi il lucky loser o perdente fortunato è quel tennista che perde la finale delle qualificazioni, ma che poi entra nel tabellone principale-main draw quando un giocatore si ritira a causa di un infortunio, malattia o altra causa. Di solito il lucky loser subentra al posto del giocatore che si è ritirato e questo può avvenire solo prima che tutti i giocatori del main draw hanno iniziato la prima partita del torneo. La regola negli anni ha subito delle modifiche e a riguardo fu spartiacque il torneo di Wimbledon del 2005. Durante la fase finale delle qualificazioni allo Slam erbivoro di quell’anno, l’americano Justin Gimelstob avrebbe dovuto affrontare lo svizzero George Bastl ma l’aggravarsi di un cronico problema alla schiena, in seguito alla partita vinta contro il bielorusso Vladimir Volckov, lo costrinse a prendere in considerazione l’ipotesi di ritirarsi senza nemmeno giocare. All’epoca era previsto che il giocatore con la miglior classifica tra quelli perdenti nella finale delle qualificazioni, fosse anche il primo lucky loser da sorteggiare in caso di necessità; nel 2005 Gimelstob poteva essere quel giocatore, avrebbe solo dovuto giocare quella finale. E la giocò.

Alcuni funzionari gli avevano infatti palesato l’occasione e, per quanto potesse essere immorale la scelta di giocare la finale con Bastl, sapendo già in partenza di perdere a causa delle pessime condizioni fisiche, Gimelstob partecipò e perse. Il giorno dopo fu inserito nel main draw. Per la cronaca Bastl veniva successivamente asfaltato al primo turno da un tale Andy Murray in tre set, mentre il perdente fortunato e infortunato Gimelstob recuperava dai guai alla schiena e trovava addirittura le forze per arrivare al terzo turno dello Slam, sconfitto in tre set dal n°3 ATP Hewitt. In seguito a quell’accadimento il velo di Maya fu squarciato e vennero a galla i risvolti etici e politici di quella regola, che infatti fu rivista. A partire dal 2006 negli Slam è stata introdotta una nuova politica: i quattro giocatori con il miglior ranking che hanno perso nell’ultimo turno di qualificazione, partecipano ad un sorteggio per determinare l’ordine secondo il quale ciascun giocatore entrerà nel main draw. Di conseguenza, se è disponibile solo un posto per un lucky loser, il perdente con la miglior classifica ha solo una probabilità del 25% di entrare nel sorteggio, invece del 100% come in passato. Questo elemento di incertezza ha contribuito a mantenere alta la competitività delle finali del turno di qualificazione ed anche se si è trattato di una modifica che non si applica a tutti i tornei, ha fatto da grimaldello per scardinare convinzioni ataviche e superate.

Tornando invece alla creazione di una variante del lucky loser tradizionale, problemi di questo tipo non ce ne sarebbero. Chiunque sarebbe disposto ad aspettare un giorno in più, sperando di essere richiamato in gioco e in tale ottica difficilmente potrebbero esserci problemi di natura etica; paradossalmente sarebbe persino più facile giungere ad una conclusione di questo tipo. E invece questo lucky loser non è ancora stato pensato, mentre quello tradizionale gode di ottima e osteggiata salute.
E per gli scettici ecco un’ultima lancia in favore della nuova figura del lucky loser. Nella storia sono rari i casi di lucky loser che alla fine sono risultati vincitori del torneo: tra i più recenti Clavet a Hilversum nel 1990, Miniussi a Sao Paolo nel 1991, Stakhovsky nel 2008 a Zagabria e Ram a Newport nel 2009.
In tutti questi casi si è trattato di tornei minori, certamente, ma in ogni caso solo pochi hanno dato credito alle vittorie dei perdenti fortunati, ritenuti soltanto più fortunati di altri a sfruttare coincidenze favorevoli e irripetibili. Invece qualora si desse la possibilità di rientrare in gioco nei turni finali di tornei importanti, l’opinione pubblica sarebbe meno compatta a riguardo. Vincere un torneo avrebbe ugualmente il sapore di un accadimento fortunoso, comporterebbe un’attribuzione di punti minore, ma in ogni caso si tratterebbe di un tennista dalle qualità indubbie, non di una meteora. Salvo eccezione, pardon.

Nel complesso mi piace quest’idea. Un nuovo lucky loser, un perdente fortunato anche nei turni decisivi di tornei importanti. Ovviamente dovrebbe pagare una tassa per avere il diritto di ricoprire una carica così vantaggiosa ma sarebbe l’unico modo per ovviare a situazioni così spiacevoli come quelle degli ultimi tempi e non mi riferisco solo al caso eclatante delle semifinali di Miami. Lo sport, qualunque esso sia, è sempre più fisico e questo scenario deprecabile potrebbe replicarsi nuovamente anche a breve. Occorre intervenire e spero che a Montecarlo non avremo di questi problemi”.Wertheim conclude con chiarezza.

Probabilmente è utopistico pensare ad una riforma in tempi brevi che porti alla creazione del lucky loser 2.0, ma se lo sport è spettacolo, se lo sport è occasione di coesione e soprattutto di evasione dalla realtà, chi può trarre vantaggio dall’ assenza del gioco? Senza l’adrenalina che scorre a fiumi durante la partita, senza il battito accelerato di chi assiste al match con l’incertezza del risultato, senza il divertimento di assistere allo spettacolo; senza tutto questo allora non è un gioco, non è sport. E’ un gioco già scritto, già determinato in partenza, già capito.

E Pirandello scriveva che “Chi ha capito il giuoco, non riesce più a ingannarsi;ma chi non riesce più a ingannarsi, non può prendere né gusto né piacere alla vita. Così è”.

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Chi l’ha visto? Ernests Gulbis, Mr Genio e Sregolatezza

Ripercorriamo la carriera di uno dei tennisti più talentuosi e meno continui dell’ultimo ventennio

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Ernests Gulbis - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Questa rubrica nasce come approfondimento su tennisti che negli ultimi anni sono stati dimenticati a causa della loro clamorosa discesa nel ranking ATP, nonostante qualche stagione prima fossero stati in grado di raggiungere l’elite del tennis mondiale. Cerchiamo di capire le ragioni di questo calo e soprattutto diamo un occhio al futuro, per ipotizzare se un grande ritorno è possibile.

La prima puntata è dedicata a uno dei più grandi talenti degli ultimi anni, Ernests Gulbis. Un giocatore che ha fatto parlare di sé non solo per i suoi risultati sul campo ma anche per alcune vicissitudini nella sfera privata che hanno probabilmente contribuito a una caduta da cui il lettone pare non avere più la forza di rialzarsi. Girovagando tra un challenger e l’altro, negli ultimi anni è quasi caduto nell’anonimato. Uno status quasi assurdo per un tennista che sette stagioni fa, nel 2014, chiudeva da numero tredici del mondo dopo aver raggiunto la sua prima semifinale Slam nel giugno dello stesso anno a Parigi. Dopo quel risultato, si era addirittura issato fino alla decima posizione del ranking ATP.

I PRIMI EXPLOIT

Personaggio per certi versi fuori dagli schemi, Ernests Gulbis si affaccia al grande tennis per la prima volta allo US Open del 2007. Il lettone, senza testa di serie, mette in riga Potito Starace, Michael Berrer e soprattutto Tommy Robredo senza perdere nemmeno un set. Lo spagnolo addirittura si presentava a quell’edizione dello US Open da testa di serie numero otto, ma Ernests gli concederà la miseria di sei game. Agli ottavi la sua corsa s’interrompe contro Carlos Moyà in quattro set in un match condizionato dal vento e dalla scarsa precisione con il dritto, colpo che ha sempre costituito il punto debole di Gulbis.

 

Grazie soprattutto a questo exploit, Gulbis finisce per la prima volta in carriera la stagione dentro la top 100, precisamente al numero 61. Dopo alcuni mesi di up and down il talento di Riga, al Roland Garros del 2008, si presenta definitivamente al mondo del tennis raggiungendo i quarti di finale, favorito anche da un tabellone alla portata. La testa di serie più alta che elimina è James Blake, numero 7 del mondo, al secondo turno. Da buon americano nato negli anni ‘80 James non ha mai amato la terra battuta e ha vinto due partite consecutive al Roland Garros solo una volta in carriera, nel 2006. Successivamente Ernests sconfigge Lapentti nettamente per ripetersi al turno successivo contro Llodra. Si arrenderà a Novak Djokovic, in quel momento numero tre del mondo e all’ombra dei suoi rivali Federer e Nadal, in tre set equilibrati.

La terra battuta sarà la superficie preferita di Gulbis durante tutta la carriera. Dotato di un ottimo servizio e un rovescio a due mani fantastico (potesse prestarlo a Berrettini, vincere uno Slam sarebbe tutt’altro che un miraggio!) il lettone ha sempre avuto nel dritto il colpo chiave del suo tennis. Il movimento (attuale, poi vi spiegheremo il perché di questa puntualizzazione) è molto particolare; la mano sinistra è protesa in avanti con il palmo aperto come a indicare la pallina, mentre il braccio destro porta la testa della racchetta nel punto più lontano raggiungibile. Questa esecuzione, criticata da molti, è sempre stata più efficace sulla terra dal momento che ha più tempo per preparare il movimento.

Ma Ernests, sin da giovane, conferma che non gli si può chiedere di essere continuo per 52 settimane all’anno. Il suo tennis, puramente offensivo, è in grado di produrre fiammate che possono creare molti grattacapi ai migliori. Soprattutto a Federer; lo svizzero ha sempre sofferto il gioco del lettone. Con il rovescio Gulbis ha grande manualità e dunque soffre poco lo slice di Roger che, dovendo tenere la diagonale senza l’aiuto del suo amato back, va spesso in difficoltà. Poi, nelle giornate migliori, Ernests era in grado di dare un buon top spin alla palla anche con il dritto, obbligando Federer a rimanere lontano dalla riga di fondo.

Ernests Gulbis (foto Art Seitz)

Così, nel giro di due settimane, prima a Madrid (siamo nel 2010) Federer si salva vincendo contro il lettone 6-4 al terzo mentre la settimana seguente, sulla terra battuta più lenta di Roma, lo svizzero è costretto alla sconfitta all’esordio (7-5 al terzo set). La corsa di Gulbis però non finisce qui, dal momento che si arrenderà solo in semifinale al futuro campione Rafael Nadal a cui strapperà perfino un set. Così, all’inizio del Roland Garros del 2010, Gulbis sembra pronto a spiccare il volo. Dopo alcune stagioni d’alti e bassi, il lettone ha 24 anni e pare aver trovato la sua dimensione. D’altra parte non gli era mai accaduto di giocare due quarti di finale consecutivi in un 1000.

La fortuna, però, non è dalla sua parte. Un infortunio al bicipite femorale lo costringe a ritirarsi al primo turno del torneo parigino e dovrà aspettare un anno e mezzo per assaporare ancora la vittoria in un torneo dello Slam.

IL PRIMO RITORNO

Dopo una prima discesa fuori dalla top 100 a causa di altri problemi fisici, Gulbis torna nuovamente a prendersi la scena e a dare l’illusione a tutti gli appassionati che il futuro è suo. Il 2014 è l’anno migliore della sua carriera. Vince l’Open 13 a Marsiglia, raggiunge i quarti a Indian Wells e Madrid e si aggiudica il sesto torneo della carriera sulla terra battuta di Nizza. All’inizio del Roland Garros 2014 si trova nella stessa posizione di quattro stagioni prima, quando dopo una grande prima parte di stagione le aspettative su di lui per il secondo Slam dell’anno erano molto alte. Questa volta non delude: gioca il torneo della vita e agli ottavi di finale batte nuovamente Roger Federer, al termine di una battaglia in quattro set in cui il lettone gioca senza alcun timore reverenziale. Si conferma una piccola bestia nera per lo svizzero. Ancora una volta la sua corsa non si ferma dopo la vittoria su Federer: tritura in tre set Tomas Berdych e si arrende solo al quarto set contro Novak Djokovic. Il lunedì che segue la fine del Roland Garros festeggia il best ranking, numero 10 del mondo.

È l’inizio della fine. Non solo dopo la sconfitta con Djokovic perde il prize money di 557.000 dollari in un casinò in Lettonia ma da quel momento la sua discesa sarà inesorabile. Quel 2014 sarà l’ultimo anno concluso nei primi cinquanta giocatori del mondo.

SWEET ILLUSIONS

Dal 2016 a oggi Gulbis ha finito solo un anno, il 2018, tra i primi 100 – precisamente al 95° posto del ranking. Nonostante questi numeri impietosi, Il talento di Riga non era sparito completamente dal tennis di alto livello prima dell’inizio della pandemia. Qualche exploit nel corso degli anni lo aveva piazzato, ma quello che li era mancato era la continuità. Continuità che pareva aver trovato a inizio 2020 quando all’Australian Open si era spinto addirittura al terzo turno dopo aver eliminato al primo turno Felix Auger Aliassime. Qualche settimana dopo avrebbe conquistato anche il challenger di Pau battendo in finale Jerzy Janowicz, un altro grande talento falcidiato dai troppi infortuni. In quel momento si poteva pensare che forse Ernests, dopo anni di limbo, potesse almeno tornare stabilmente in top 100 ma è arrivata la sospensione del tour e da quel momento il suo livello è sceso talmente tanto da non riuscire più a qualificarsi per alcun tabellone principale di Slam.

Allargando il discorso, dalla ripresa del tour all’ultimo US Open, contando anche le qualificazioni, Ernests ha perso ben 27 partite e ne ha vinte solo 16. È bene sottolineare come di queste 16 vittorie solo 6 sono arrivate nel tabellone principale di un torneo, ma tutte a livello challenger; nessuna a livello di circuito maggiore.

Ernsts Gulbis al World Team Tennis

In questo modo la situazione è precipitata e la sua classifica attuale è numero 193 al mondo. E se negli anni scorsi almeno entrava nel tabellone principale di tutti i Challenger, ora deve addirittura passare dalle qualificazioni anche nei tornei minori.

ATTRAVERSO LE FORCHE CAUDINE

Dal 2015, anno in cui è iniziata la sua discesa, Gulbis ha frequentato moltissimi tornei Challenger e, nonostante il grande talento, non ha ottenuto nessun particolare risultato se si eccettua la vittoria a Pau nel 2020. Questo probabilmente per tre ragioni: in primo luogo, rispetto alla stragrande maggioranza di chi frequenta i tornei minori, Gulbis ha giocato sui campi più belli e importanti al mondo, quindi soffre di più probabilmente il fatto di giocare in piccoli campi senza o con poco pubblico. Inoltre la sua famiglia è la terza più ricca di tutta la Lettonia, quindi spesso si trova davanti giocatori che a differenza sua hanno disperatamente bisogno di quella vittoria per continuare a giocare. In più, è importante sottolineare come il livello di questi Challenger non è assolutamente basso. Basti pensare che lo stesso Gulbis nel 2020 ha perso per ben quattro volte in poche settimane contro Aslan Karatsev che qualche mese dopo si sarebbe spinto fino alla semifinale dell’Australian Open.

Da questo punto di vista, è molto interessante un pensiero espresso da Novak Djokovic alcuni anni fa: “A livello di colpi non c’è differenza tra il numero uno e il numero 100. È una questione di chi ci crede di più e chi vuole maggiormente la vittoria. Quale giocatore è mentalmente più forte? Quale giocatore combatterà più duramente nei momenti importanti? Queste sono le cose che fanno la differenza in un campione”. Queste parole si addicono perfettamente al caso di Gulbis. Oggettivamente Karatsev non è così tanto più forte di Ernests da batterlo ben quattro volte consecutive in due mesi. È una questione di testa. Aslan giocava con il coltello tra i denti mentre Gulbis, purtroppo, non riesce a uscire dal pantano dei Challenger in cui i valori tecnici sono più azzerati. Come a dire, se gioca contro il numero 150 sul centrale di Parigi ha più chance di batterlo rispetto allo stesso match giocato su un campo semi-vuoto in un challenger.

RAPPORTI BURRASCOSI

Anche la carta d’identità non sorride di più al lettone. A trentatré anni non è il momento migliore per dover giocare le qualificazioni anche nei Challenger. Infatti un problema durante la sua carriera sono stati anche gli infortuni, che probabilmente si possono collegare a una preparazione spesso superficiale.

Non solo ho preso cattive decisioni, ma più che altro non ho prestato attenzione a quello che facevo, a come trattavo il mio corpo, a come mi allenavo” disse Ernests prima del Roland Garros 2014 che si è rivelato il torneo della vita fino a questo momento. Le cose probabilmente da questo punto di vista non sono migliorate. Per dare una scossa alla sua carriera, nel 2016 si è allenato per qualche mese con Larry Stefanki, ex allenatore tra gli altri di McEnroe, Rios, Gonzalez e Roddick. La loro collaborazione non era intesa per tutti i tornei ma per aiutare Gulbis a migliorare il dritto grazie a un movimento più corto e fluido. “Voglio che il mio dritto sia solido tanto quanto il mio rovescio” aveva affermato Ernests. 

La scelta di affidarsi a Stefanki era stata considerata come un serio tentativo da parte del lettone di tornare al top. D’altronde, l’americano aveva aiutato McEnroe a tornare in semifinale a Wimbledon nel 1992 dopo anni in cui John non otteneva più grandi risultati e, quando seguiva Roddick, era riuscito a insegnare a Andy lo slice di rovescio che lo avrebbe poi aiutato nella sua corsa fino alla finale di Wimbledon 2009. Seppur le premesse sembrassero buone, e nonostante un movimento di dritto rinnovato, Gulbis non è riuscito a tornare ai suoi livelli.

Ernests Gulbis (FOTO DI FABRIZIO MACCANI)

Il coach con cui sicuramente ha avuto il rapporto più lungo e duraturo è Gunter Bresnik: i due hanno lavorato dal 2012 al 2016 e poi dal 2018 fino al 2021. Il coach austriaco sembrava la persona ideale per Ernests, rigido e molto disciplinato, ma probabilmente non se l’è sentita di dedicare tutta la sua attenzione a Gulbis che qualche anno fa era dispiaciuto di essere passato in secondo piano quando Dominic Thiem, anche lui allenato da Bresnik, aveva conquistato la top 10. “Ho deciso di rimanere con il tennista che lavora più duramenteaveva spiegato il coach austriaco molto schiettamente.

FIAMMATE D’AUTORE

Da quella semifinale a Parigi nel 2014, Guibis ha regalato ancora qualche sprazzo del suo talento. Nel 2015 a Montreal, contro Djokovic che stava giocando forse il suo miglior tennis di sempre, ha avuto a disposizione due match point per sconfiggere il serbo in due set ma è poi stato sconfitto al terzo set. Nel 2017 a Wimbledon aveva battuto Del Potro per arrendersi ancora a Djokovic al terzo turno e, sempre ai Championships, ma nel 2018, si era spinto fino a gli ottavi battendo Zverev al terzo turno, allora già numero quattro del mondo. Fino all’Australian Open del 2020, torneo in cui – come abbiamo già detto – era arrivato al terzo turno. “Ogni due anni riesco a fare un bel torneo. Vediamo dove posso arrivare questa volta” aveva detto dopo la vittoria contro Bedene al secondo turno degli Australian Open 2020, “poi mi prendo una pausa per altri due anni” aveva aggiunto sorridendo.

Questi exploit dicono che Gulbis è un giocatore da grandi palcoscenici. Deve provare a tornare a calcare i campi più importanti al mondo perché è lì che trova il suo miglior tennis. E può tornare solo a essere stabilmente un top 50 se si dedica totalmente al tennis. Affidandosi a un coach che creda totalmente in lui. Prendendosi cura dei dettagli. Così, lentamente, può cominciare a vincere Challenger e superare qualche turno nei tornei ATP per riaffacciarsi negli Slam.

Anche dal punto di vista della personalità, con mille contraddizioni, è un personaggio che spiccherebbe in questi tempi in cui vige la diplomazia. “Rispetto Federer, Djokovic, Nadal e Murray, ma tutti e quattro sono noiosi. Le loro interviste sono noiose. È Federer che ha iniziato questa moda con la sua immagine di svizzero gentleman” disse Gulbis nel lontano 2013. Non c’è dubbio che il tennis abbia bisogno di personalità come Ernests; quindi seppur sia molto difficile da immaginare, non abbandoniamo la speranza di rivederlo ad alto livello.

Articolo a cura di Marco Lorenzoni

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ATP

ATP Anversa: Sinner supera Musetti e continua la corsa alle ATP Finals

Dura solo un set la resistenza di Lorenzo Musetti. Jannik Sinner vince il derby italiano in due set

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Jannik Sinner - Anversa 2021 (foto Twitter @eurppeanopen)

Sinner b. Musetti 7-5 6-2

Va a Jannik Sinner il derby italiano tra lui e Lorenzo Musetti. Il numero 12 del mondo, e testa di serie numero 1 del torneo, legittima il suo status di favorito della vigilia con una prestazione in crescendo, dimostrando come tra lui e Musetti attualmente ci sia una discreta differenza di livello, specialmente sul veloce. Buonissimi segnali comunque per Musetti, che nonostante la sconfitta ha giocato un’ottima partita contro un avversario di grande livello, e ha mostrato notevoli progressi rispetto agli ultimi disastrosi mesi sul cemento.

Non era la prima sfida assoluta tra i due, che si erano già sfidati in occasione della semifinale delle pre-qualificazioni degli Internazionali d’Italia 2019, vinta da Sinner con il punteggio di 6-7(5) 7-6(6) 6-3. Una partita durissima fisicamente e dal tasso tecnico estremamente elevato per un allora 18enne Sinner e 17enne Musetti. Non si sono mai incrociati in partite di livello ATP prima di questa partita, con Musetti che per arrivare qui ha ottenuto contro Mager al primo turno la prima vittoria davvero convincente dal Roland Garros.

 

Chi inizia meglio è sicuramente il tennista toscano, che dimostra da subito una grande concentrazione al servizio, che gli fa passare senza intoppi i primi game. In risposta Musetti è anche il primo ad avere palla break, guadagnata con un rovescio lungolinea spettacolare. Sinner però fa valere il suo peso palla superiore e si toglie l’impaccio con il servizio. Il livello di gioco si mantiene alto per tutto il proseguimento del set, con Musetti che nonostante qualche “cavallo” in meno di potenza rispetto a Sinner riesce a gestire sempre bene lo scambio.

La sfida si gioca per gran parte sulla diagonale di rovescio, la preferita di entrambi, in cui Musetti dimostra di riuscire a tenere testa al suo più quotato avversario. La prima palla break di Sinner arriva sul 5-5, causata da un errore marchiano di dritto del carrarese. E’ quella decisiva, Musetti tenta un coraggioso serve&volley sulla prima ma commette un brutto errore a rete, il primo del match, che lo condanna a cedere il servizio. Pochi problemi invece per Sinner nel chiudere il set sul suo servizio.

Sinner inizia il secondo set sulla spinta del finale del primo, mostrandosi sempre più solido e sempre più presente all’interno dello scambio. La qualità in risposta dell’altoatesino è aumentata col passare dei minuti e si guadagna anche la prima palla break del secondo set, rimontando da 40-15. Musetti dimostra però ancora una volta la sua grande personalità e ritenta il serve and volley, questa volta annullando la prima palla break.

Ritorna il pericolo per Musetti, che si affida ad un servizio oggi molto efficace e riesce a chiudere un game molto complicato. La diagonale che però sta cambiando la partita a favore di Sinner in questo secondo set è quella di dritto, in cui il numero 12 del mondo è molto più potente, preciso e soprattutto meno falloso. Proprio il dritto tradisce Musetti nel terzo game, con due errori non forzati consecutivi che consegnano il primo break del secondo set al suo avversario.

Sinner tiene il servizio senza troppi problemi e si fa di nuovo minaccioso nei turni di battuta di Musetti. Il semifinalista di Acapulco è molto più in difficoltà a gestire il ritmo ora elevatissimo di Sinner, che lo sbatte da un lato all’altro del campo con i suoi colpi. L’altoatesino sfrutta un Musetti ormai sfiduciato e rimedia il secondo break della partita, decisivo per la vittoria finale. Jannik ha la possibilità di chiudere nel settimo game con il terzo break consecutivo, ma sui due match point è bravissimo Musetti a reagire con un ace e uno splendido dritto vincente lungolinea. Il verdetto però è solo rimandato.

Sinner chiude così al primo match point sul suo servizio, sfruttando un rovescio in rete di Musetti e vola nei quarti di finale contro Arthur Rinderknech. Un avversario ostico per una partita che si preannuncia non facile, con l’unico precedente tra i due vinto dal francese negli ottavi di Lione di quest’anno. Musetti tornerà invece a giocare a Vienna, dove usufruirà di una wild card per il tabellone principale.

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ATP

ATP Anversa, Murray show. Batte Tiafoe in 3 ore e 45’: “Mai giocato un match così”

Lo scozzese passa al secondo turno dopo una battaglia vera: è stato il match più lungo del 2021 al meglio dei tre set

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Andy Murray - ATP Antwerp 2021 (via Twitter, @EuroTennisOpen)

Sarà proibitivo (forse) tornare ai livelli di un tempo, ma Andy Murray di partita in partita e di torneo in torneo sta confermando i suoi progressi in quanto a resistenza fisica e capacità di giocare ad alti livelli per tempi lunghi, nonostante i 34 anni suonati e l’anca di metallo. Lo scozzese nel primo turno dello European Open di Anversa ha superato l’americano Frances Tiafoe in una clamorosa battaglia: 7-6(2), 6-7(7), 7-6(8). E quando Murray ha trasformato il secondo match point con una smorzata vincente di rovescio l’orologio segnava 3 ore e 45 minuti, durata che fa di questo match il più lungo giocato nel 2021 al meglio dei tre set. Superata di una manciata di minuti la finale di Barcellona tra Nadal e Tsitsipas, che durò 3 ore e 38 minuti. Bellissimo l’abbraccio finale tra i due contendenti:

“Penso sia la prima volta nella mia carriera che ho giocato un match con tre tie break – ha detto Murray nell’intervista in campo subito dopo la vittoria -. Sono stanco, ma è stata una battaglia incredibile, non ho mai giocato una partita così. Ovviamente il mio corpo è usurato, ho giocato tantissimi match sul circuito; non mi dispiace giocare partite lunghe, ma questa è stata un’altra cosa. Soprattutto è fantastico poter giocare ancora di fronte al pubblico, fantastica atmosfera”.

 

Contro Tiafoe, Murray ha sofferto le pene dell’inferno: basti pensare che l’americano era andato a servire due volte per il primo set, era avanti di un break nel terzo e ha avuto due match point nel tie-break decisivo, annullati da Andy con due servizi vincenti. Proprio la battuta è stata l’arma che ha permesso all’ex numero uno del mondo di rimanere sempre a contatto col suo avversario: ha fatto registrare 21 aces, salvando sette palle break su dieci.

Murray, che ad Anversa vinse il torneo nel 2019 appena dopo la sua più recente operazione all’anca, era stato sconfitto da Tiafoe a Winston-Salem quest’estate. Da allora ha perso solo da avversari nei primi dieci della classifica mondiale, eccezion fatta per il passo falso nel Challenger di Rennes a settembre dove perse dal russo Roman Safiullin. Anversa è inoltre il quinto torneo consecutivo in cui Murray vince almeno una partita (l’ultima sconfitta al primo turno è stata allo US Open contro Tsitsipas). Al secondo turno in Belgio lo attende un’altra battaglia, quella contro la seconda testa di serie Diego Schwartzman. Andy avrà 48 ore di tempo per recuperare, essendo il match in programma giovedì: vedremo se gli effetti di questa maratona si faranno sentire, ma una cosa è certa. Lo scozzese è tornato a livelli competitivi e per il circuito è una bella notizia.  

Per quanto riguarda gli altri risultati, da segnalare – oltre alla vittoria di Musetti su Mager – anche i successi di Brooksby nel derby americano contro Opelka (6-4 6-4) e dell’altro sorprendente NextGen americano Nakashima contro il più quotato De Minaur (6-4 6-0). Dritto al secondo turno anche il sudafricano Harris, che ha superato con un 7-6 6-3 il giocatore locale Bergs.

Il tabellone completo

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