Tutti i big avevano diversi problemi ma Djokovic ha vinto un bel torneo

Editoriali del Direttore

Tutti i big avevano diversi problemi ma Djokovic ha vinto un bel torneo

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INTERNAZIONALI D’ITALIA – ROMA_  Nessuno dei Fab Four era al massimo. Quattro vittorie in 3 set per Nole Djokovic, ma più importante per lui il quarto successo di fila su Nadal. Al Roland Garros chi è il vero favorito? Peccato per la sfortunata Errani in lacrime. Parigi a rischio.

Si temeva che la finale femminile degli Internazionali d’Italia potesse essere anche a senso unico, perché quando c’è in campo Serena Williams è un’ipotesi sempre attendibile, ma dispiace davvero che Sara Errani non sia stata in grado di difendersi e che quella che per lei poteva essere una giornata memorabile per una finale “italiana” raggiunta dopo 64 anni è finita in lacrime, con la testa nascosta dall’asciugamano che aveva anche addentato per frenare il pianto.
Tornerò su Sara, costretta ad abbandonare anche la finale del doppio, magari domani quando sapremo se potrà giocare al Roland Garros. La diagnosi è una distrazione di secondo grado all’intersezione del sensore della coscia sinistra. Le sono stati prescritti due giorni di riposo e laseterapia del dottor Laser, Pier Francesco Parra. Nel frattempo sono arrivati i complimenti anche del Premier Matteo Renzi.

Certamente Sara chiederà di poter giocare il più tardi possibile, ma tutto dipenderà anche dal sorteggio. Saranno ammessi anche riti propiziatori per la pioggia…onde guadagnare qualche giorno in più. Sarebbe davvero un peccato se non giocasse a Parigi: già – come aveva denunciato lei per prima – la stagione sulla terra rossa per il circuito Wta è brevissima, un mese o poco più, se le togli anche la possibilità di difendere i punti della semifinale conquistata lo scorso anno sarebbe un vero disastro.
Sara ha fatto un conferenza stampa brevissima per ringraziare ancora una volta gli spettatori che l’avevano così tanto sostenuta (“Non meritavano che non portassi a termine il match…l’ho fatto per loro…e poi il doppio ci ho provato anche per Roberta“).

 

Ma adesso voglio scrivere del torneo maschile (e più tardi o magari domani in un altro articolo di quello che il presidente Binaghi, più preoccupato di polemizzare che di capire, ha dimostrato ancora una volta di non aver capito nel corso della conferenza stampa di stamani…) vinto da Novak Djokovic in 3 set. Quattro partite su cinque le ha vinte al terzo set Nole che ha finito per disegnare un cuore sul campo con la racchetta come aveva fatto Guga Kuerten al Roland Garros quando vinse uno dei suoi 3 Parigi, quello del 2002 nel quale aveva annullato un matchpoint al carneade americano Michael Russell avanti due set, 5-3 e matchpoint. “Ho copiato Kuerten, ma è stato un gesto istintivo, non studiato” ha detto Djokovic che del resto ha le stimmate del grande imitatore nel sangue.

Ed è giusto che lo abbia fatto qui perché, come ha osservato giustamente Ben Rothenberg del New York Times, in nessun altro Paese del mondo al di fuori della Serbia, Nole Djokovic ha così tanti tifosi – e spesso gran parte del pubblico – dalla sua parte. Perfino a Roma dove lo sanno tifoso… del Milan!
Forse dipende anche un po’ dal fatto che l’Italiano è la mia terza lingua…e qui mi trovo come a casa“.
Ha vinto il torneo romano per la terza volta, ha nuovamente fermato Nadal ed è la quarta volta consecutiva. Nel 2011, il suo anno magico, le volte consecutive arrivarono a 6. Poi però fu Nadal a riprendere il sopravvento.

Sono momenti…” ha detto Nadal dopo aver citato le tre vittorie conseguite su Djokovic fra l’ultimo Roland Garros, Montreal e US Open. Più che momenti direi…piccoli cicli. Al di là degli apprezzamenti reciproci fra Djoker Nole e il pubblico romano certo è un bene per il tennis che il polso di Djokovic non fosse così malmesso se è in grado di giocare così. La loro rivalità non è certo finita a Roma. Nadal ha ammesso di essere un po’ stanco e che le gambe non gli giravano al massimo, ma ha anche detto che rispetto “a come stavo due settimane fa in prospettiva Roland Garros sto molto meglio, e questo è il lato positivo“.

Le partite fra Nadal e Djokovic possono essere vinte dall’uno o dall’altro e i motivi non sono sempre tecnici. Basta che uno stia meglio dell’altro, per un motivo o per l’altro, e la condizione psicofisica – psiche e fisico vanno spesso insieme – è decisiva.
I nervi hanno inciso nel primo set in modo particolare per far sbagliare a Djokovic tutto lo sbagliabile, senza che Nadal facesse cose straordinarie.

Poi già fra la fine del primo set e l’inizio del secondo – con quattro turni di servizio tenuti da Nole con la perdita di soli due punti, due games a zero e due a quindici – è cambiata la musica. Nole era avanti 3-1 e 40 a 0 quando ha ceduto inopinatamente il servizio con – sul quinto punto perso di fila – la complicità di due bambini piccolissimi che hanno cominciato a piangere fra la sua prima e seconda palla di servizio proprio sul breakpoint deconcentrandolo. La mamma che manda via in malo modo i due piccolissimi, suscitando i fischi del pubblico, ha contribuito la sua parte a distrarre Novak.
Ma alla fine del secondo set un dato era particolarmente impressionante: Djokovic aveva messo a segno 18 vincenti e Nadal soltanto 3. Il serbo stava fisso con i piedi sulla riga di fondo, Nadal fisso due metri più dietro. Un duello impari.
Solo la sfortuna ha impedito a Djokovic di passare a condurre 3-0 con un doppio break nel terzo set, quando sulla seconda palla break ha rischiato una risposta di rovescio lungolinea che sarebbe stato un vincente e che è uscita di un centimetro. Sembrava un mini-matchpoint e quando l’irriducibile Nadal si è riportato sul 3 pari si poteva pensare che il maiorchino avrebbe potuto centrare l’ottavo titolo al Foro Italico a dispetto di una forma ancora incerta.

Il grande merito di Novak è stato quello di non innervosirsi, di non perdere la calma, di non preoccuparsi. Tant’è che nel game successivo, con Nadal al servizio, si è subito riportato sullo 0-40 e poi ha rifatto il break del 4-3 a 15, ha tenuto il suo servizio a zero ed è risalito a 15-40 sulla battuta di Nadal. Insomma negli ultimi 3 games ha ceduto soltanto tre punti. Bella dimostrazione di solidità mentale.

Per me il miglior set in assoluto del torneo è stato quello vinto da Nadal su Murray venerdì sera, però è anche vero che murray sul 4-2 si è spento un po’ fisicamente. Ma in quei primi sei games avevamo visto un tennis eccezionale.
Oggi il tennis è stato bello a sprazzi e le cose migliori le ha fatte decisamente il vincitore che quindi ha ampiamente meritato la vittoria ed avrebbe anzi potuto vincere più nettamente di quanto abbia fatto.
A Nadal, incredibile dictu, sono venute a mancare un po’ le gambe. “Ero un po’ stanco – ha ammesso lui, insolitamente – mi è mancata un po’ di reattività, e alla fine, di benzina” (di benzina, gasolina, ha parlato con i colleghi spagnoli).
Io avevo notato che Rafa correva abbastanza rapido verso destra, un po’ meno verso sinistra dove arrivava in ritardo su palle che di solito lui “mangia” e gli mancava la forza per spingerle. Molti suoi rovesci difensivi – ma anche qualche dritto -sono arrivati a stento alla rete, privi di nerbo.
Da qui alla fine del Roland Garros – perché non si deve pensare che per Rafa possa essere un problema la prima settimana salvo un sorteggio sfortunatissimo – penso che avrà recuperato anche se, come dice lui per primo “a 28 anni sono ancora un giovane uomo, ma forse un anziano tennista…“.

Con tutto quel che ha corso, e speso, tanti erano convinti che non sarebbe arrivato nemmeno a 28 anni in grado di competere con i migliori. Ma dopo 12 anni sul circuito è ancora il n.1 del mondo anche se certamente quello della terra battuta non è più il suo regno inattaccabile come lo è stato per tanti anni.
I tre Master 1000 sulla terra rossa hanno avuto tre vincitori diversi, Wawrinka a Montecarlo, Nadal a Madrid (e sarebbe stato probabilmente Nishikori se non si fosse fatto male: una collega giapponese mi ha detto stasera che Nishikori è al 50% per cento a Parigi…vedremo per lui come per Sara Errani il responso dei prossimi giorni) e ora Djokovic a Roma.

A differenza che in tutti gli ultimi anni un vero favorito forse non c’è a Parigi quest’anno. Sono curioso di vedere le quote dei bookmakers per il Roland Garros. I quattro successi di Djokovic su Nadal possono costituire un vantaggio psicologico non indifferente, però Nadal ha sette vite come i gatti e otto Roland Garros vinti alle spalle…Insomma come si fa a darlo secondo favorito con sicurezza?
Non è stata una grande finale, perché tutti e due – Djokovic all’inizio e Nadal quasi sempre – potevano giocare meglio.
Da Parigi mi aspetto di più un po’ da tutti. Dallo stesso Djokovic – non dimentichiamo che tornava da 3 settimane di stop per via del polso – da Nadal che non è ancora in condizione, da Murray che ha giocato a suo dire il suo più bel match contro Nadal dacché si era operato ma ha finito un po’ in riserva, da – manco a dirlo – Roger Federer che si abituerà ad avere 4 gemelli invece di due e arriverà al Roland Garros più preparato anche psicologicamente di quanto lo fosse qua.

Il torneo romano, sia pure con tutti questi big alle prese con tutti i loro problemi, alla fine è stato ugualmente un bel torneo.
Il tempo è stato migliore di tanti altri, le concomitanze “calcistiche” sono state meno degli altri anni (anche perché le italiane erano state tutte eliminate), Sara Errani ha conquistato un risultato storico, insomma nel complesso l’unico vero rimpianto è che sia durato poco, troppo poco. E anche che l’Italia abbia perso, in buona parte colpevolmente, altre occasioni per ospitare tornei Atp e Wta. Binaghi dice che l’Italia ha fame di tennis, beh è vero, però quel poco tennis che c’era al di fuori di Roma è stato fatto scomparire anche con la sua complicità. Non ci si venga a dire che stato fatto di tutto per proteggere i tornei italiani che c’erano. Ci sono state altre priorità di investimenti, come sappiamo. E comunque esse vengano giustificate.

E’ stato un bel torneo per la cornice sempre più bella, bravo Nepi Molineris della Coni Servizi sia pur con la pecca della biglietteria, per il pubblico sempre più entusiasta ma concentrato in troppi pochi giorni e un po’ troppo ammassato nei campi secondari per la corsa dell’organizzazione al record di affluenza più che al rispetto delle esigenze di chi aveva comprato i biglietti ground sperando di poter vedere tutti gli incontri (non è sempre stato così…). 175.978 spettatori sono un bel numero e un bel record, ma io credo che sia meglio averne qualcuno di meno ed averli tutti contenti. Diversi mi hanno preannunciato lettere di protesta. Purché le firmino con nome e cognome e (senza che noi li si pubblichi, anche i numeri di telefono…Devono prendersi la responsabilità di quello che dicono ed essere rintracciabili).
Si dovrà cercare di recuperare nuovi spazi…o anche di ottimizzare meglio i vecchi.
Tornerò con più calma su altri aspetti del torneo, sui progressi notevolissimi mostrati da Raonic che a mio avviso ha messo in difficoltà Djokovic più dello stesso Nadal. Il canadese del Montenegro per me è stata la sorpresa più lieta del torneo (insieme al recupero psicofisico di Sara Errani naturalmente e anche ai progressi di Schiavone e Pennetta rispetto alle più recenti prestazioni).
Per il momento…arrivederci Roma, ma non senza aver ringraziato con il cuore (lo stesso di Djokovic anche se non lo posso disegnare sulla terra rossa) tutta la redazione che, così come i collaboratori presenti al Foro Italico, hanno fatto un sforzo enorme anche ad orari allucinanti per darvi il servizio che spero vi sia stato gradito. A Parigi saremo in 4 e ci ripromettiamo di fare sempre di più e meglio.

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ATP Umago: adesso sono gli altri Paesi, Francia, USA e perfino la Spagna a invidiare il tennis italiano. I migliori siamo noi

In prospettiva l’avvenire è più azzurro che di altri colori grazie a Sinner, Berrettini, Musetti, Sonego, Zeppieri e altri. Alcaraz fra un po’ rischia di essere il solo spagnolo top-player

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Continua il periodo dei record del tennis italiano in pieno Rinascimento. Dopo che tre italiani erano giunti in finale la scorsa settimana, fra Gstaad, Amburgo e Palermo, ora tre italiani sono contemporaneamente in semifinale al torneo di Umago, come non era più successo da 35 anni.

Io c’ero a St.Vincent quell’anno, 1987 – ed era con me anche colei che due anni dopo sarebbe diventata mia moglie – quando Cane’, Cancellotti e Pistolesi fecero la fine, con il cileno Rebolledo, dei Curiazi con l’unico Orazio molti anni prima di Cristo.  

Il tabellone completo dell’ATP 250 di Umago

 

Il rischio che quella storia si ripeta a Umago, con Carlitos Alcaraz grande favorito del torneo, c’è tutto, sebbene lo spagnolo di Murcia e dintorni abbia nel frattempo maturato una sorta di complesso nei confronti dei tennisti italiani, avendo lui perso a Melbourne da Berrettini, a Wimbledon da Sinner e ad Amburgo da Musetti, pur essendo sempre partito con il favore dei pronostici. Ma se va in finale contro Sinner forse sarà un pochino meno favorito di altre volte, sebbene la terra rossa per lui sia forse superficie più congeniale rispetto all’erba.

In questo momento, con Rafa Nadal ancora in piena corsa, il tennis spagnolo sta meglio di quello italiano, visto che ha due tennisti compresi fra i top 10, mentre noi abbiamo al momento il solo Sinner top 10e all’ultimo dei dieci posti.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Jannik Sinner al microscopio

Però in prospettiva io credo si possa dire che il tennis italiano sta meglio di quello spagnolo. Se guardiamo la race, a partire dalla settimana prossima, abbiamo tre tennisti  fra i primi 20 e la loro età non può non farci ben sperare sul loro avvenire. Rafa Nadal è un fenomeno pazzesco, ma insomma il suo certificato anagrafico dice che fra un paio d’anni – anche se continuasse a vincere il Roland Garros – dovrà sventolare bandiera bianca. E anche Djokovic non è eterno. Idem Carreño Busta, Bautista Agut etcetera.

I nostri invece non potranno che migliorare. Tutti e tre. Berrettini, Sinner e Musetti. Tre giocatori così diversi che è un piacere che… lo siano. E che lascino curiosi i nostri appassionati su chi diventerà più forte fra loro.

Io non faccio che incontrare gente che mi chiede chi lo sia, ci abbia maggiori prospettive. Io rispondo che intanto siamo super fortunati ad avere questi dubbi. E poi anche che rispetto al passato, anche a quello glorioso degli anni Settanta, siamo fortunati a poter contare su questi ragazzi che sono di una serietà professionale, con il sostegno dei loro team, senza paragoni.

Sono tutti e tre veramente dedicati al tennis, impegnati a migliorarsi giorno per giorno, consapevoli che soltanto con un lavoro continuo per superare ì proprio limiti – che ancora ci sono ed è inevitabile che ci siano in conseguenza della loro giovane età – potranno fare quella carriera che sognano, aspirare legittimamente a diventare top 5, magari n.1. 

Chiaro che quei traguardi non dipendono solo da loro. Ci sono anche gli altri. Ed alcuni sono giovanissimi come Alcaraz, ma anche ancora giovani come Zverev, Tsitsipas, Rublev, o appena un po’ meno giovani come Medvedev, che non sono meno determinati e professionali dei nostri in rapporto ai medesimi obiettivi. Però, nessuna nazione ad oggi ha 3 giovani contemporaneamente in grado di sognare con qualche ragione quei traguardi.

Per questo ritengo che l’Italia stia meglio di tutti gli altri Paesi. E francamente non era mai successo. Infatti negli anni Settanta il tennis americano era ancora di un’altra categoria, e anche quello australiano. 

Riguardo alla risposta su chi sia in prospettiva il più forte dei nostri tre… oggi come oggi mi pare si possa dire che fra i primi due, Berrettini e Sinner (citati in ordine alfabetico) e il terzo c’è ancora una certa differenza, un mini-gap. E questo perché mentre i primi due sembrano in grado di essere oggettivamente competitivi su più superfici, per ora Lorenzo, che e’ peraltro il più giovane sia pur di poco, ha dimostrato di sapersi esprimere ai migliori livelli soprattutto sulla terra rossa (come spiegano anche i ‘Numeri’ di Ferruccio Roberti).

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Lorenzo Musetti al microscopio

Sono certo imparerà ad accorciare i movimenti di preparazione dei colpi anche per i campi duri. Sono cose che si imparano se non si commette l’errore commesso a suo tempo da alcuni nostri giocatori, Cancellotti e Volandri in primis, che quasi rifiutarono di credere in loro stessi su superfici diverse dalla tera battuta.

È anche vero, peraltro, che a quei tempi, sulla terra rossa si giocavano molti più tornei e si poteva quindi difendere la classifica meglio di oggi. Oggi infatti senza punti conquistati anche su altre superfici è praticamente impossibile conquistare le prime posizioni del ranking ATP.

Credo che tutti i nostri tre tennisti di punta, ma anche Sonego che è arrivato a ridosso dei primi 20 del mondo, e non c’è certo arrivato per caso, ma soltanto grazie a una notevole continuità di risultati – ultimamente venuta a mancare con alcune partite perse in modo quasi incredibile, come l’ultima da 4-0 nel terzo – meritino la nostra fiducia riguardo ai loro progressi. Ora poi sembra essersi aggiunti anche Zeppieri che ricordo tre anni fa in Australia avermi assai ben impressionato.

Io non ho paura a sbilanciarmi. Credo che fra un anno saranno tutti più in alto di dove si trovano oggi. Dico tutti, infortuni permettendo. Ma anche riguardo agli infortuni, sono certo che le loro esperienze, a volte dolorose, li aiuteranno a curarsi sempre meglio, a prevenire, a non ripetere certe possibili ingenuità. 

In conclusione, dopo che per anni hanno abbiamo guardato con una qual certa invidia, se non gelosia, al tennis francese prima, a quello spagnolo poi, oggi credo che siano gli altri a dover essere invidiosi, gelosi, del tennis italiano.

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Editoriali del Direttore

UniCredit Firenze Open, chi in campo? Dagli azzurri al sogno Djokovic, le ipotesi

Firenze avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon e metterà in palio punti preziosi per la qualificazione alle ATP Finals di Torino

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Jannik Sinner – Wimbledon 2022 (foto via Twitter @atptour)

Il grande tennis torna a Firenze. C’era stato, ma al C.T.Firenze 1898– lì nel 1910 era stata fondata la Federazione Italiana Tennis con Piero Antinori primo presidente – negli anni Cinquanta fino all’avvio del tennis Open del 1968 (open ai professionisti).

Lo svedese Sven Davidson vinse due edizioni ma i campioni visti sui campi delle Cascine furono tanti: Drobny, tre volte campione a Roma, i più grandi australiani, Newcombe che avrebbe vinto 3 volte Wimbledon, Cooper (3 Slam), Roche, Rose, gli americani Patty e Larsen, il cileno Ayala, il messicano Osuna, l’argentino Morea, e fra le donne Althea Gibson, Maureen Connolly, Esther Bueno una decina di Slam in tre e fra le più grandi tenniste di tutti i tempi, oltre ai nostri Pietrangeli, Gardini, Merlo, Sirola.

Per un club non era facile far fronte ai bilanci dei tornei professionistici, ma nel ’73 – e per 21 anni fino al ‘94 – ecco ricomparire il grande tennis internazionale a Firenze. C’erano più di 5.000 spettatori e centinaia fuori dai cancelli a tribune esaurite nel ’73 per 4 ore di tennis straordinario culminato con il successo 6-4 al quinto di Ilie Nastase, n.1 del mondo, su Adriano Panatta.

 

Negli anni in cui chi scrive fu direttore del Torneo di Firenze, trionfarono i nomi più belli e noti: da Panatta (1974) a Bertolucci (tre vittorie consecutive 1975-1977), Clerc, Ramirez, Gerulaitis, e poi anche Gomez, Larsson e tre volte un altro n.1 del mondo, Thomas Muster (’91,’92,’93) prima dell’ultima edizione del ’94 vinta dall’uruguagio Filippini.

Che livello avrà l’Unicredit Open Firenze, un ATP 250 del 10-17 ottobre 2022, 625.000 euro di montepremi, quasi due milioni di budget gestionale (che si accolla la FIT)?

Molti top-players saranno a caccia di punti per qualificarsi alla seconda edizione delle finali ATP di Torino a novembre. Zero punti a Wimbledon, zero nei cancellati tornei cinesi che ne distribuivano tanti (Shanghai era un Masters 1000, Pechino un 500).

Spesso nelle settimane degli ATP 250 ci sono tre tornei in concorrenza. Ma Firenze, per il torneo ospite del moderno PalaWanny di San Bartolo a Cintoia – si gioca al coperto e su cemento – avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon. Però la settimana dopo Firenze Napoli ospiterà un altro ATP 250. Se non foste spagnoli dove scegliereste di giocare? In questi giorni Ruud, n.6 ATP, sta giocando un ATP 250. Perché no a Firenze?

Se già partecipassero i migliori italiani, magari con entrambi i nostri leader Sinner e Berrettini, cui si aggiungessero Musetti, Sonego, Fognini, sarebbe già un bel vedere. Fra i 32 in tabellone ci saranno certamente anche tanti tennisti di ottimo ranking. L’entry list verrà definita solo dopo l’US Open. Ma anche se il nuovo ed esordiente direttore del torneo Paolo Lorenzi non ha voluto sbilanciarsi, io scommetterei invece che qualcuno fra Rublev, Ruud, Tsitsipas, Shapovalov, Cilic, Hurkacz, Schwartzman, Dimitrov, Bautista Agut, Rune, Khachanov, lo vedremo a Firenze. E Djokovic? E’ un sogno. Ha detto che non andrà a caccia di punti, ma da qualche parte dovrà pur giocare, almeno per allenarsi. Firenze tira. E sognare non costa niente.

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Editoriali del Direttore

ATP Firenze: quando ero il direttore del torneo… Aneddoti di fine anni Settanta con Clerc, Lendl, Ramirez, Panatta

Il direttore di Ubitennis Ubaldo Scanagatta ha anche diretto il Torneo delle Cascine negli Anni Settanta. Qui riprendiamo solo un paio di aneddoti vissuti (in parte già pubblicati), mentre ne ricerchiamo altri con Arthur Ashe, Jean Francois Cajolle, Jan Kodes, Guillermo Vilas, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci

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Nessuno conosceva Josè Luis Clerc… quando nella seconda settimana di maggio 1978 venne a giocare le qualificazioni del torneo internazionale di Firenze, che dopo tre anni di sponsor Vat 69 era diventato Lotto-Spalding per un paio di anni prima di diventare AlitaliaFirenze.


Per la verità nella terza settimana di aprile Josè Luis aveva battuto a Nizza Tonino Zugarelli prima di perdere – al terzo set peraltro – da Higueras, n.25 ATP, dopo aver vinto il primo al tiebreak. Il suo manager era Pato Rodriguez, un ex tennista cileno (classe 1938) che aveva giocato a lungo in Coppa Davis negli anni’60 e ‘70. Pato mi chiese – ero direttore del torneo ATP di Firenze, 50.000 dollari di montepremi – se potevo programmare Clerc come primo match del giorno (ore 13) “perché Josè Luis (un ragazzone pieno di tic…) è molto nervoso e nelle attese, come quando si deve aspettare che finisca il match sul campo dove è stato designato a giocare, si logora. Se puoi dargli una mano…”.

Bene: io gliela detti e, incuriosito da quel tipo, andai a vederlo. Tirava, sia di dritto sia di rovescio, bordate impressionanti. Senza tregua. Un ritmo da far paura. Tutte pallate senza paura e gli stavano quasi tutte dentro. Lo feci giocare per tre turni di qualificazione sempre alle 13. E scrissi subito sul quotidiano locale, La Nazione, dopo il primo match di “quali”, che credevo di avere intravisto un fenomeno. Ovviamente volevo anche promuovere il torneo. Ma ci credevo. Josè Luis vinse il torneo, primo “qualificato” della storia ATP capace di tanto. Fu il suo primo torneo vinto di 25. Batté al primo turno Peter Carter, l’australiano che sarebbe diventato il primo coach internazionale di Roger Federer (morì in un incidente automobilistico in Sud Africa), poi il colombiano Molina, l’ecuadoriano Ycaza, l’australiano John Alexander (n.8 del mondo nel ’75), il francese Patrice Dominguez in finale, tre set su cinque dominandolo per tre set a zero.

Nel corso dell’anno Clerc vinse altri due tornei, Buenos Aires e Santiago, dopo aver raggiunto finali a Gstaad, South Orange (perdendole entrambe con Vilas, ma battendo tennisti come Okker e McEnroe… dopo che a Parigi aveva lasciato sei game a un Ivan Lendl diciottenne, 6-3 6-0 6-3) e anche a Toronto e Aix en Provence: in quel torneo in Francia sapete chi batté? Noah, Smid e Lendl prima di perdere sul traguardo finale dal solito Vilas. Clerc sarebbe diventato n.4 del mondo nell’agosto dell’81, dopo aver vinto anche Firenze (finale su Ramirez), Roma (Panatta, Lendl e Pecci dai quarti in poi) e quattro tornei di fila negli USA: Boston, Washington, North Conway e Indianapolis. Due volte in finale batté finalmente Vilas… inimicandoselo per sempre! Qualcuno si potrebbe chiedere perché Jose Luis, con quel ranking avesse giocato (e vinto) anche il piccolissimo torneo di Firenze. La risposta è: me lo aveva promesso che sarebbe tornato quando aveva vinto nel ’78. Ma di solito quelle sono promesse che i tennisti che diventano forti non mantengono. Lui invece è stato coerente, serio e non lo dimenticherò. Ogni volta che ci vediamo ci abbracciamo!

Quando aspettammo Ivan Lendl oltre…il regolamento. E Roberto Lombardi non me lo perdonò

 

Ricordo in particolare un curioso episodio, avvenuto circa quarant’anni fa a Firenze. Io ero giovanissimo direttore del torneo ATP di Firenze. Roberto Lombardi giocava le qualificazioni di quel torneo. Lo zio di Peter Korda, mi pare si chiamasse Pavel, mi aveva chiesto di iscrivere alle qualificazioni un ragazzino che a suo dire era promettentissimo: si chiamava Ivan Lendl. Il problema fu che questo diciassettenne si era perso un treno, aveva viaggiato tutta la notte, non sarebbe arrivato in tempo per il check-in. Decidemmo di sorteggiarlo ugualmente, in considerazioni di quelle vicissitudini e dell’età del ragazzino. Era toccato in sorte a Roberto Lombardi. Pregai quindi Roberto, dieci anni più anziano (lui del ’50 e Ivan del ’60) di aspettarlo. Per convincerlo gli dissi: “Dai, non perderai mica da un ragazzino di 17 anni che è stato tutta la notte in un treno e arriverà suonato?”.

Lui accettò sportivamente di aspettarlo. Beh, potete immaginare come andò a finire. Vinse il ragazzino ceco. Facile facile. Per anni Roberto me l’ha scherzosamente rimproverato: “M’hai fregato, m’hai fregato… lo sapevi che era fortissimo!”. Ecco, io voglio ricordarmi sempre quel Roberto lì, quello che scherzava sempre, quello che al ristorante chiedeva sempre quello che non c’era (“Lombardi? Il peggior cliente di ristorante del mondo” era l’affettuosa definizione che di lui dava Maestro Rino), quello che amava sempre recarsi nei posti “più trend”. Non sono sicuro che Ivan Lendl si ricordi di quell’episodio. Non ho avuto occasione di ricordarglielo. Abbiamo riso insieme invece ricordando quella vota in cui lui aveva vinto il suo ennesimo Roland Garros (credo fosse il terzo…) e in sala stampa gli chiesi che cosa avesse pensato che avrebbe fatto a fine carriera… “Magari il giornalista? “ gli suggerii. E lui: “Di certo non sogno di diventare come certi giornalisti senza capelli!” rispose guardandomi fisso con il suo tipico humour freddo, lui che alcuni avevano ribattezzato Buster Keaton, perché la sua comicità non era quasi mai accompagnata da un sorriso, e altri doctor Frankestein per la sua maschera molto particolare. Di aneddoti vissuti in quegli anni ne ricordo tanti altri, con Arthur Ashe, con Jean Francois Caujolle, John Alexander, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci e andrò a ripescarli meglio però nella mia memoria per pubblicarli prossimamente sperando che vi piacciano.

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