Kermode: "Il tennis maschile è in gran salute; Roma lo ha dimostrato"

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Kermode: “Il tennis maschile è in gran salute; Roma lo ha dimostrato”

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TENNIS INTERVISTE – Interessante intervista su Repubblica realizzata al presidente ATP Chris Kermode, che parla del successo e dei progetti futuri del circuito maschile.

Negli anni della grande crisi il tennis mondiale va a gonfie vele. Ma non è tutto oro ciò che luccica. Dietro le grandi star ci sono decine e decine di buoni giocatori costretti a fare salti mortali, economicamente parlando, per competere. E quindi per crescere.

 

Se non hai i soldi per girare il mondo, giocare, migliorarti, non diventerai mai veramente competitivo. E se le cose dovessero continuare in questo modo, un giorno anche il ricambio generazionale ne risentirebbe.

Racconta a “Repubblica” presente e futuro prossimo del grande tennis mister Chris Kermode, inglese, ex tennista professionista, da quattro mesi nuovo presidente dell’Atp, per la prima volta a Roma durante gli Internazionali d’Italia di cui, dice a chiare lettere, è rimasto stregato.

Presidente Kermode, il successo del torneo di Roma è travolgente, nonostante la crisi economica ogni anno si battono record su record, merito dell’era dei Fab Four (Federer, Nadal, Djokovic, Murray) unita al fascino unico della Capitale?
“L’Atp World Tour sta guadagnando una popolarità senza precedenti, assieme ad un grande successo commerciale con atleti superstar, una piattaforma globale con diversi tornei e più tifosi e sponsor che mai. Nel 2013, gli eventi Atp hanno raggiunto il record di ben 4,47 milioni di spettatori sui luoghi delle varie competizioni. Anche la nostra audience in Tv è a livelli record, con oltre 838 milioni di telespettatori nel 2013, in 185 i paesi che guardano l’Atp World Tour. Una crescita pari al 75% dal 2008. Sono quindi ben lieto di poter dire che il nostro sport è grandissima forma. Siamo fortunati ad avere atleti-simbolo nella fascia più alta del gioco, che vanno oltre lo stesso evento in sé: generano interessi enormi a prescindere da dove giochino. Dal punto di vista strutturale inoltre, i nostri promotori continuano a investire in nuovi impianti e infrastrutture, assicurandosi di offrire il miglior palcoscenico per i nostri atleti. I nostri eventi stanno diventando più grandi di un semplice torneo di tennis. Sono iniziative che fanno affidamento non soltanto sui giocatori più popolari per attirare i fan. Gli Internazionali Bnl d’Italia sono stati un eccellente esempio. La partecipazione è stata enorme dall’inizio alla fine su tutti i campi, non importa chi stesse giocando  E’ stato fantastico constatare quanto fosse in buona salute il nostro evento di Roma”.

Molti non immaginano neppure cosa voglia dire essere e fare il presidente dell’Atp, può spiegarlo sinteticamente al pubblico?
“E’ una buona domanda, ed è complicato rispondere in poche parole. Fondamentalmente, l’Atp è un’associazione con soci iscritti. Il nostro ruolo è quello di assistere e, continuamente, aggiungere valore ai nostri due membri costituenti principali: i giocatori e i tornei. Il mio ruolo di presidente esecutivo (Executive Chairman) è quello di guidare l’organizzazione verso la giusta direzione e garantire che si governi e si promuova lo sport in una maniera che offra opportunità di crescita massima, a beneficio di tutte le parti interessate Atp. E quando parlo di parti interessate intendo cinque componenti chiave: giocatori, tornei, media, sponsor e pubblico. Quindi, che si tratti di un problema relativo al calendario, o dello stato fisico di un giocatore o di qualsiasi altro problema, la sfida consiste nel trovare un equilibrio con questi cinque attori fissati bene in mente, e bilanciare il nostro duplice ruolo sia di ente di gestione che di marchio sportivo e di intrattenimento”.

Qual è la più importante novità in arrivo nel mondo Atp? Un progetto, una idea o qualcosa di più concreto.
“Esistono diversi progetti attualmente in lavorazione, relativi alle date, alle discussioni sui montepremi e alla location da scegliere per il torneo di fine stagione Barclays Atp World Tour successivo al 2015. Speriamo di poter annunciare dei risultati positivi entro la fine di questa stagione”.

Problema prize money: molto è già stato fatto ma diversi giocatori di seconda e terza fascia ancora chiedono di più, soprattutto per le eliminazioni al primo turno, altrimenti, dicono, complice la crisi economica, non riescono a mantenersi in giro per i tornei e quindi a migliorare, state studiando il fenomeno, pensate a ulteriori correttivi?
“ll tennis professionistico maschile sta attraversando uno dei periodi di maggior successo della sua storia. Ma dobbiamo lavorare affinché si registri una crescita su tutti i livelli di questo sport. Perciò prestiamo attenzione all’Atp Challenger Tour, che rappresenta un importante trampolino di lancio per i giocatori verso l’Atp World Tour. Quest’anno abbiamo aumentato il livello minimo di montepremi per l’Atp Challenger Tour a 40 mila dollari. L’obiettivo è quello di raggiungere i 50 mila e garantire l’ospitalità ai giocatori. L’Atp è pienamente impegnata a rafforzare il Challenger Tour: ne stiamo rivedendo la struttura generale, raccogliendo anche informazioni dai giocatori. Cerchiamo di stabilire un piano a lungo termine che vedrà una serie di miglioramenti al Tour, compreso una migliore affluenza ai tornei, costi ridotti di viaggio per i giocatori, un miglioramento dei servizi sanitari, della struttura di governance e della promozione del Tour” .

L’intervista completa su Repubblica.it

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Australian Open

Australian Open, Musetti: “Con De Minaur troppi alti e bassi, non mi spiego perchè”

L’azzurro sottolinea in conferenza stampa: “Il problema è mentale, non tecnico. Il futuro? Da qui alla terra rossa giocherò solo sul veloce”

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Lorenzo Musetti - ATP Sofia 2021 (ph. Ivan Mrankov)

Lorenzo Musetti saluta l’Australian Open 2022 al primo turno, dopo la sconfitta in quattro set rimediata contro il beniamino di casa Alex De Minaur (qui la cronaca del match). Dopo la partita, il tennista azzurro si è sottoposto alle domande dei media collegati in conferenza stampa.

Quali sono state le difficoltà? Come mai tanti alti e bassi? (domanda di Ubaldo Scanagatta)

“Non dipende dall’avversario, ma da me. Anche io non me lo spiego. Ne abbiamo parlato con il mio team. Avevo percepito questo problema anche ad Adelaide: ero riuscito a ribaltare la partita contro Daniel, che stava giocando bene, avevo la partita in mano ma me la sono fatta sfuggire, come nel secondo set oggi. Credo di aver colpito bene la palla ma anche io mi accorgo che ci sono troppi alti e bassi che purtroppo a questo livello non ti vengono concessi, soprattutto da un De Minaur che concede molto poco sempre e soprattutto quando gioca in Australia. Sapevo sarebbe stata una partita difficile. L’avevo impostata bene, perché quando ero connesso ed energetico lui faceva fatica. C’è rammarico, anche io sono dispiaciuto per non riuscire a tenere questo ritmo per più tempo. Questo è il miglioramento più grosso che devo fare, parte dall’allenamento e parte già da domani”.

 

Rispetto a un tempo, cerchi di anticipare di più, di non essere ricacciato fuori dal campo. Il processo di crescita passa da qui? (domanda di Ubaldo Scanagatta)

“Sì. Questo è qualcosa che non centra tanto con il discorso di prima, è più un discorso tecnico. Ad esempio in risposta, devo dire che ho quasi sempre fatto bene. Tante volte mi sono ritrovato a far fatica a rispondere, specie su superfici rapide, come contro Daniel ad Adelaide. Oggi invece mi sono trovato bene; non posso dire che la risposta sia stata un problema. I miglioramenti ci sono stati, anche fisicamente stavo bene, non ho avuto problemi alla spalla. Ora devo imparare cosa mi è mancato: serve avere la costanza di tenere il livello alto”.

Dopo il primo set ti sei irrigidito per la tensione? (domanda di Lorenzo Ercoli de Il Tennis Italiano)

“No. Ovviamente mi ero reso conto che stavo giocando bene e che avevo vinto un gran primo set contro un avversario che aveva iniziato molto bene, brekkandomi per merito suo e non per errori miei. Sono stato bravo io a ribaltare la situazione e il set poi aveva preso una bella piega. Per quel che è successo poi non parlerei di tensione, ma di difficoltà a tenere il focus centrato per tutti i punti. Sono calato di intensità e di energia. Quando succede si vede subito da servizio e diritto. E il rovescio è il colpo che mi riesce meglio, ma anche quello in quei momenti diventa un colpo interlocutorio e non più incisivo. A un giocatore come De Minaur, poi, per fargli un punto devi sparargli nelle gambe… Però questi cali di tensione succedono troppo spesso”.

La decisione finale sulla racchetta in quanto tempo è arrivata, dopo le Next Gen Finals? (domanda di Lorenzo Ercoli de Il Tennis Italiano – durante il torneo tenutosi a Milano Lorenzo aveva alternato due telai diversi, ndr).

“Ho avuto modo di aggiustare alcuni dettagli rispetto a quella che usavo a Milano. Ora è più simile a quella che usavo prima. Mi ci trovo bene, non è sicuramente colpa della racchetta se perdo partite del genere, è colpa di Lorenzo e basta”.

Quali sono gli obiettivi della stagione? Hai scelto di giocare indoor, ma hai dei punti da difendere, è una decisione improntata al lungo termine? (domanda di Lorenzo Ercoli de Il Tennis Italiano)

“All’inizio l’idea era quella di giocare in Sudamerica, nel mio habitat naturale che è la terra rossa. Ripensandoci, abbiamo deciso che cercare di migliorare sul rapido è un investimento da fare. Ad Acapulco, a Miami e in altri tornei ho dimostrato di poter giocare bene anche sul veloce, quindi è questione di fare esperienza. Dopo questo torneo andiamo a Pune, poi vedremo per Rotterdam, dipende se entro in tabellone o meno, poi sicuramente Doha e Dubai, poi la Coppa Davis, dopodiché Indian Wells e Miami prima della terra. Si tratta di un investimento che abbiamo deciso di fare; se perdo punti, pazienza”.

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Sergio Palmieri su Novak Djokovic: “Non è un esempio per i giovani”

Il direttore degli Internazionali a ruota libera: “Nole si batte per le cose in cui crede, ma non ha mai avvicinato la popolarità e la credibilità di Nadal e Federer”

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Novak Djokovic - Roma 2021 (via Twitter, @InteBNLdItalia)

La disavventura australiana di Novak Djokovic si sarà anche conclusa, ma non per questo si riesce a evitare di parlarne. Anzi, la questione si alimenta adesso di ipotesi, consigli, previsioni e interpretazioni riguardo al numero 1 del mondo, specificatamente sul suo calendario, alla luce delle restrizioni relative all’ingresso nei Paesi che ospitano tappe del Tour. Ospite di Radio Anch’io Sport, il direttore degli Internazionali BNL d’Italia Sergio Palmieri ha espresso opinioni da addetto ai lavori sia sugli undici giorni che hanno catalizzato sugli eventi di Melbourne l’attenzione anche di chi non si era mai interessato al tennis, sia su Nole come uomo e personaggio pubblico.

Dal momento che, tra gli attori della vicenda, Craig Tiley spicca come uno di coloro che non possono lanciare la prima pietra, non si può non domandare a Palmieri cosa avrebbe fatto al suo posto. “Non mi sarei comportato come il direttore dell’Australian Open se non altro nella fase pre-torneo, dove mi sembra che in qualche modo la direzione del torneo abbia favorito l’ingresso di Djokovic in Australia”, dice, ammettendo però che si tratta di una questione interna e rimarcando la mancata intesa tra gli organi coinvolti che quindi “non poteva risolversi in modo positivo”.

Palmieri racconta del rapporto di lunga data con Djokovic, spiegando che “è una persona assolutamente diversa da quella che può sembrare, con un carattere molto forte” e in un ipotetico incontro, anche in prospettiva di una sua partecipazione al Masters 1000 di Roma, gli direbbe di “essere se stesso come lo è sempre stato, cercando di guardare un po’ avanti e non all’immediato. Credo che il suo futuro e quello del tennis siano due cose importanti che lui ha probabilmente sottovalutato”.

 

Ricordando che Nole ha saputo uscire dalla crisi personale di qualche anno fa, Palmieri è convinto che supererà anche questo momento negativo, mentre l’eventuale perdita della vetta del ranking, che detiene ininterrottamente da quasi due anni, avrebbe un impatto limitato: “Un conto è perderla giocando e quindi venendo sopravanzati, ma perderla perché non si gioca lascia il tempo che trova”. Tuttavia, riconosce che “questa vicenda può seriamente compromettere l’equilibrio mentale che un grande atleta deve assolutamente conservare”.

A proposito delle possibilità di giocare i tornei, sempre tenendo presente che la situazione può cambiare rapidamente, la partecipazione di Djokovic agli Internazionali “dipende innanzitutto da lui. Se si iscrive, noi dobbiamo stare alle regole. Se arrivano giocatori in regola, non abbiamo nessun motivo per non accettarli”.

Arriva il momento per un’analisi del comportamento pubblico di Djokovic, con quanto successo nell’ultimo mese da un certo punto di vista tutt’altro che imprevedibile considerando che “la sua personalità è questa, è un personaggio molto controverso” rimarca Palmieri. Si batte per delle cose in cui crede e rischia di persona. Il fatto che non è un esempio per i giovani, per quelli che si avvicinano al nostro sport, questo è assolutamente vero. Ma è la differenza che poi noi constatiamo da quindici anni a questa parte dove, nonostante il valore tecnico, sportivo di Djokovic, non ha mai avvicinato la popolarità e la credibilità che hanno Nadal e Federer, che sono amati e rispettati nel mondo non solo del tennis”.

Alla fine, dire di battersi per ciò in cui si crede suona sempre nobile, ha addirittura respiro epico, ma questo non deve far dimenticare che dipende anche da quello per cui ci si batte. Come diceva Daria Morgendorffer, “rimanete fedeli a ciò in cui credete, finché logica ed esperienza non vi contraddicono”.

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Berrettini: “Con Sinner c’è feeling, la Davis è una priorità. Sogno Federer nel mio team”

Intervistato dal Corriere della Sera, il n. 1 italiano parla della sua crescita mentale e rivela il suo allenatore dei sogni

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Matteo Berrettini - ATP Cup 2022 (foto Twitter @ATPCup)

Mancano ormai meno di 24 ore all’inizio del primo Slam stagionale e seppur la preparazione per questo evento non è stata delle migliori neanche per gli addetti ai lavori, bisogna sforzarsi di rientrare sui binari del tennis e non c’è modo migliore per farlo che lasciar parlare i tennisti di questo gioco che per loro è anche un mestiere. Nei giorni scorsi dunque il Corriere della Sera ha intervistato Matteo Berrettini e il tennista romano si è lasciato andare con interessanti dichiarazioni. Il discorso è partito con la delusione delle ATP Finals di Torino nelle quali il tennista romano è stato costretto al ritiro durante il primo incontro. “A Torino stavo giocando bene, tra i top 8 mi sentivo al posto mio, avevo tanta fiducia. Poi il patatrac: mi sono visto strappare dalle mani il torneo per colpe non mie”

“Con il senno di poi ho riflettuto” ha detto nell’intervista.Gli infortuni mi succedono quando chiedo troppo al mio corpo: a Wimbledon sono arrivato da tre mesi di tennis non stop, al Master avevo addosso il logoramento di una stagione intera. La parte mentale ha giocato un ruolo: a Torino gestire le emozioni delle ATP Finals e di tutto ciò che gli ruotava intorno non è stato facile. Alla vigilia avevo un po’ di febbriciattola, tanto ero teso.” Ovviamente il problema della pressione psicologica è molto presente nel tennis e certi atleti ne subiscono i danni più di altri. La testa è tutto. Stefano, il mio mental coach, mi spinge a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno. È troppo importante: non vale la pena di svilire tutte le cose belle che ho e sto ottenendo nel tennis” ha spiegato Matteo.

La forza mentale è proprio quella necessaria per battere i più forti della classe e anche Berrettini lo sa bene. “Contro i super top player mi è richiesto, innanzitutto, un salto di qualità mentale. Per di più negli Slam c’è sempre un discorso molto fisico: contro Nole, a Wimbledon e all’Us Open, ho bruciato tutto per vincere il primo set, all’inizio del secondo io ero morto e lui fresco come una rosa. Una delle mie sfide sarà proprio imparare a capire come gestire le energie nei match tre su cinque.” Molti suoi colleghi per sopperire all’inesperienza a livello Slam hanno assoldato nel loro team ex grandi campioni della racchetta lo stesso Matteo si sta ponendo il quesito: “Io e Vincenzo Santopadre, il mio coach, siamo aperti alle novità e umili abbastanza da sapere che, in funzione della crescita di entrambi, uno scenario del genere accadrà”. Il primo nome della lista? “Il sogno è Roger Federer, il mio idolo da bambino. L’unico motivo per cui sarei felice che andasse presto in pensione è se entrasse nel mio team”

 

Quest’anno nella programmazione del 25enne si è aggiunta una lunga tappa in Sud-America che include anche l’ATP 500 di Rio di febbraio. Il motivo di questa scelta? Sia sportivo che sentimentale. “Per affrontare esperienze che non avevo mai fatto, per allargare il bagaglio. E per nonna Lucia, la mamma di mamma, che da cinquant’anni vive a Roma ma è brasiliana. Pandemia permettendo, mi piacerebbe portarla. Ho una lista di amici e parenti da andare a trovare: insieme a lei sarebbe bellissimo.” Inevitabile poi parlare del rapporto che si sta solidificando in questi ultimi mesi con il 20enne Jannik Sinner. Nonostante la differenza d’età, con Jannik ho sempre avuto un bel feeling. Mi ricorda un po’ me stesso: ha una maturità superiore alla sua età. Ho visto nei suoi occhi e nei suoi messaggi che ha capito il dramma sportivo. Se lo è meritato, il posto alle Atp Finals. Qui in Australia stiamo passando tanto tempo insieme. È un rapporto utile a tutti: a me, a Jannik, al tennis italiano e alla squadra di Davis.” E proprio la sfida con la Slovacchia in programma il 4-5 marzo “è una delle mie priorità.” Ma prima, è tempo di Australian Open.

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