L'eroe Arnaboldi ha perso ma... ha vinto. La sua è la mia storia emblematica

Editoriali del Direttore

L’eroe Arnaboldi ha perso ma… ha vinto. La sua è la mia storia emblematica

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ROLAND GARROS – A 26 anni dopo 5 anni di sacrifici in Spagna e 15 anni di sacrifici dei genitori, Andrea è riuscito a coronare un sogno anche se ha perso al primo turno nel suo primo Slam. Il nuovo “matrimonio” tecnico di Simone Bolelli ricorda la storia di Sara Errani…

Il commento di Ubaldo al day 3

 

PARIGI – Il bilancio del tennis italiano quest’anno non è buono come quello dello scorso anno quando piazzammo undici giocatori su quindici al secondo turno. Stavolta sono solo sei su tredici. Però la vittoria di Seppi su Santiago Giraldo, per di più ottenuta in tre soli set, era tutt’altro che scontata, anzi sulla base dei risultati di quest’anno nel quale Andreas è sceso in classifica, sia pur non di tanto, e invece il colombiano ha fatto un bel balzo in avanti, può quasi essere considerata una sorpresa.

Fa piacere naturalmente ritrovare un bel Bolelli in questo torneo che lo vide anni fa battere addirittura Del Potro, illudendoci un po’ tutti sul suo potenziale che resta alto, soprattutto se si considera che quest’anno nella race occupa il 52mo posto, vale a dire 100 posti più in alto di quella che è la sua attuale classifica.

Fa piacere anche che la Giorgi vinca partite anche nel torneo dell’unico Slam sulla terra rossa. Lo scorso anno aveva perso al primo turno 64 62 dalla Peng.

Simone Bolelli attribuisce parte dei suoi ritrovato risultati – post operazione al polso – alla nuova racchetta Babolat: “Con la Head il polso quando ho ripreso a giocarci mi faceva ancora male. Ho provato un giorno con una e un giorno con l’altra e ho sentito una differenza decisiva. La racchetta è troppo importante, non è questione di contratti. Con questa Babolat non sento nulla, forse anche perchè il piatto corde ne ha meno, 16/20, riesco a dare più rotazione con meno sforzo, il polso soffre meno, mi aiuta di più in difesa ed ho anche più tocco. Eppure continuo a tendere le corde ad una tensione molta forte, 28/27 mentre prima dopo che ero già passato dalla Head più dura dalla Radical alla Prestige più morbida e le tendevo a 26/25, non riuscivo a non sentire male. Forse perchè la Babolat è più maneggevole, fatto sto che ho scelto di cambiare“.

Questa storia mi ricorda un tantino quella di Sara Errani due anni fa, quando Saretta attribuì buona parte dei suoi progressi al cambo di racchetta. Aveva lasciato un’altra racchetta dura come la Wilson per la Babolat, addirittura confessando di aver pagato una penale – o, potrei sbagliarmi, avendo rinunciato mi pare a 35.000 euro di contratto Wilson- per esser libera di scegliere. Magari anche Simone facesse gli stessi risultati: al prossimo turno ha però David Ferrer e lì mi sa che non ci sia racchetta Babolat o altro che tenga. David è un mostro, troppo più rapido di Simone che pure ha ritrovato fiducia e potenza nel dritto e nel servizio….”mentre in difesa non sono ancora troppo a posto, anche se nella risposta ho fatto progressi“. E il suo coach Umberto Rianna è d’accordo.

Non ho visto granchè bene Sara contro la Keys, tuttavia nel primo set conduceva 5-1, nel terzo ha vinto 6-1, quindi come dicono ormai tuttii giocatori “atteniamoci ai fatti positivi, think positive!“. Tanto più che con la Pfizenmaier, n.93, che né lei né io abbiamo mai visto giocare, in teoria non dovrebbero esserci grossi problemi.

Sulla carta più duro l’impegno della Giorgi contro una ex campionessa del Roland Garros, la Kuznetsova, che però quell’exploit ottenne dieci anni fa. E Svetlana non è più la stessa di allora. Faranno a pallate. Non sarà un match giocato sul filo della tattica, temo. Chissà, magari vince la nostra. Inciso: papà Giorgi è venuto alla conferenza stampa della figlia. Dimostrando più personalità del solito, Camila mi ha chiesto prima dell’inizio della conferenza se avessimo problemi a che il padre presenziasse all conferenza stampa (dopo quanto avevo scritto a seguito di quel che accadde a Roma, con gli insulti ripetuti a Bisti da part dippaà Giorgi). Le ho risposto “Purchè non insulti nessuno dei presenti, per me può stare benissimo.” A fine conferenza stampa Sergio mi ha detto che se ci fosse stato un altro giornalista, avrebbe insultato anche lui, al che io ho replicato che era liberissimo di farlo ma che trovavo sconsigliabile che lo facesse in una conferenza stampa alla presenza dei giornalisti. Lui era di diverso avviso e io sono rimasto della mia opinione.

Ma veniamo… non senza aver ricordato per inciso che le sorprese della giornata sono venute dalla Mladenovic – partner di doppio di Flavia Pennetta – vittoriosa sulla Li Na a dispetto di 102 posti in classifica di divario, n.2 la cinese campionessa in Australia come l’altro grande fresco eliminato Wawrinka (un record per una coppia di due campioni in carica…essere ko al primo turno dello slam successivo) e dall’intramontabile Ivo Karlovic che ha rimandato con tre set a zero le speranze di Grigor Dimitrov (alias Mr Sharapov) di ben figurare in questo torneo. Sorprendente, come ho accennato anche nell’audio registrato stasera con cameraman…Laura Guidobaldi, che Karlovic non abbia vinto alla fine di tre tiebreak, ma di uno solo. Insomma lui ha strappato il servizio al bulgaro più di quanti il bulgaro abbia strappato a lui. Strano no?….

Veniamo dicevo, dopo questo lunghissimo inciso scritto malamente di getto alle 22,45 dopo una lunga e faticosa giornata, a Arnaboldi, il mio eroe.

Eroe uno che ha perso?

Sì, eroe perchè uno che continua a credere in se stesso a 26 anni dopo 5 anni di suoi sacrifici in Spagna e 15 anni di sacrifici finanziari dei genitori, è un eroe. Come eroi benemeriti del tennis italiano, che magari celebra come un suo successo avere avuto 13 rappresentanti al Roland garrso, sono i suoi genitori. Andrea è riuscito a coronare un sogno anche se ha perso al primo turno nel suo primo Slam. “Non tutti riescono a disputare un torneo dello Slam” ha sottolineato con giusto orgoglio il tennista lombardo che, vittorioso da junior nei tornei giovanili di Firenze e Prato, nazionale junior con Fognini, Naso e Viola da un anno – dal future di Bergamo nel quale aveva perso da Fabbiano – viene seguito da una triade di persone, il coach Fabrizio Albani, il fisio Roberto Cadonati, lo psicologo dello sport Smone Sabbadin che ha forse il merito di aver convinto Andrea a fissarsi un obiettivo meglio di quanto fosse stato fatto in passato: “Entrare nei primi 100! Prima pensavo sì ad andare avanti ma senza un obiettivo determinato

Guarda caso Andrea ha raggiunto di questi tempi il suo best ranking, n.174, e con i 45 punti della raggiunta qualificazione (fra l’altro ha battuto quel Zeballos che vanta sulla terra rossa addirittura una vittoria su Nadal), salirà ancora un po’.

Ma lui è il mio eroe perchè è facile continuare a giocare quando arrivano subito i risultati, quando hai sponsor, quando hai una federazione che ti aiuta, quando hai il talento di Fognini (che pure se non avesse avuto il padre per anni a pagargli l’ex coach di Gaudenzi…).

Andrea è stato aiutato fin quando era nazionale junior perchè era uno dei migliori due/tre italiani. Era doveroso, il minimo. L’avrebbe fatto anche la federazione più povera d’Africa (esagero…). Poi la Fit lo ha aiutato ancora fino ai 21 anni, dopo di che lo ha abbandonato al suo destino fino ad un anno e mezzo fa quando lo ha reinvitato a Tirrenia per quasi cinque mesi consentendogli di allenarsi.

Stessa cosa aveva fatto la Fit di Galgani, ma a livello di 18 anni, con i vari classe ’70 Furlan, Caratti, Mordegan e soci. Piatti, meno ricco e meno politico ma più lungimirante di Galgani e della Fit, preferì lasciare la Fit e dedicarsi ai ragazzi.

Binaghi e l’attuale Fit hanno fatto lo stesso errore, spostato sui 21 anni anzichè sui 18 (ma è la stessa cosa, perchè si è spostata in avanti anche la maturazione tecnico-agonistica del tennista)

Il problema è proprio lì. Se un tempo si arrivava – chi ci riusciva – fra i top 100 o anche più avanti, a 21 anni, oggi non ce la fa quasi più nessuno, salvo talenti naturali straordinari. I tempi sono cambiati da un pezzo. Una federazione che si rispetti deve cercare di aiutare i non talenti straordinari che siano però in grado di allargare la base di quelli che giocano bene, di quelli che possono arrivare fra i primi 100 del mondo. Se ci arriveranno in 10, vedrete che fra quelli spunterà anche un top-ten, prima o poi.

Andrea mi ha spiegato che per mantenersi in attività, pagando academy a Valencia, il coach Aparisi, le trasferte, il suo budget annuo era sui 35.000/40.000 euro l’anno.

Ebbene, se non ci fosse stato papà Alberto, imprenditore nel settore del marmo, a pagare tutti quei soldi anno dopo anno, per questi cinque anni – e fanno 200.000 euro in cinque anni se fate bene i conti, senza contare tutt quelli comunque spesi anche negli anni in cui la Fit lo ha aiutato ma inevitabilmente fino ad un certo punto: saranno stati 400.000 euro partendo dai suoi 10 anni in poi? Io dico di sì – Andrea avrebbe smesso di giocare e non avrebbe mai giocato un torneo dello Slam (che spero sia stato il primo ma non l’ultimo: con la volontà che ha penso che non sarà l’ultimo).

Chi segue la mia annosa polemica su come andrebbero investiti prioritariamente i soldi della Fit dirà: beh e chissenefrega se Arnaboldi, che non è nemmeno un campione e non sarà mai un campionissimo, non gioca o non giocherà gli Slam?

Il punto è un altro (che mi sono affannato invano a ripetere in questi anni scontrandomi con una pressochè generale incomprensione da parte dei lettori e l’apatica indifferenza di tutti i miei colleghi che avrebbero potuto condividere almeno in parte certe battaglie e costituire minimo stimolo anch’essi): quanti giocatori, anche più dotati di Arnaboldi, non hanno avuto i 400.000 euro necessari – e vi assicuro che i Quinzi hanno speso di più – per affrontare le spese di uno sport che a certi livelli può essere praticato da una ristrettissima élite?

Quanti ce ne siamo persi per strada? Dieci, venti, cento? Se qualcuno, come Arnaboldi, è riuscito eroicamente a “resistere” con la sua famiglia – resistere è la parola giusta, credetemi – è anche perchè c’è stato per sua fortuna quel campionato a squadre per il quale si è fatto di tutto e di più da parte Fit per distruggerlo. Cambiando le regole di partecipazione in continuazione e all’ultimo momento a dispetto di qualunque tipo di pianificazione, dei circoli, dei giocatori, degli sponsor.

Grazie a quel campionato di serie A trascurato, bistrattato e negletto che per diversi anni ha sostenuto Arnaboldi quando ha giocato per il Bassano centrando anche una finale – chiedete all’ex presidente del tennis Capri quante gliene hanno fatte! E se Riccardo Bisti oggi non lavorasse per la Fit potrebbe dirvene molte di più di quante ne so io… – ragazzi come Arnaboldi hanno trovato quel minimo sostentamento che ha loro consentito di tirare avanti, di dipendere un pochino meno dal portafogli di papà.

Quanti si sarebbero sentiti imbarazzati, se così non fosse stato, per dover continuare a chiedere soldi al padre, fino a 26 anni?

Eppure quanti giocatori sono già top-50 o top100, con meno di 23 anni? Andate a vedere, controllate, voi che rispondete che io vaneggio quando dico che il primo dovere di una federazione è favorire prima l’accesso dei giovani allo sport, poi di sostenerli durante il loro cammino allorchè dimostrino di avere determinate capacità.

Se una volta quel cammino era di pochi anni e oggi è diventato di molti anni, bisogna attrezzarsi per molti anni. È chiaro?

Oggi tanti giornalisti stavano a sentire le risposte che, in buona parte, Andrea dava alle mie domande. Ma quanti scriveranno, o avranno scritto, che questo sistema va cambiato, che quando un ragazzo che abbia anche appena un discreto talento – uno che batte Zeballos o lotta con Bolelli non è un negato, siamo d’accordo? – ma una grinta ineusauribile e una voglia infinita di arrivare, deve essere aiutato?

La Fit, come ho scritto, lo ha fatto l’anno scorso invitandolo a Tirrenia dopo 5 anni di black-out e le va dato giusto merito. Ma le va dato anche altrettanto giusto demerito – al di là del caso Arnaboldi – per tutti quei ragazzi che avevano voglia, capacità talento medio prima ancora che risultati sfolgoranti che sono stati abbandonati al loro destino per mancanza di fondi.

Non fare quegli sforzi e poi salire sul carro del vincitore, si chiami Quinzi o Errani o Giorgi…per poter dire, il tennis italiano non è mai andato bene come oggi, scusatemi ma sono buoni tutti!!!

Peggio, molto peggio, perchè quei fondi che c’erano, si sa che c’erano e che ci sono, sono stati destinati ad altre vicende, più politiche, più elettorali, e meno tecniche.

Ripeto, avete una minima idea di quanti giovani discretamente dotati (non dico eccezionalmente dotati) abbiano smesso e magari giocavano meglio di lui, di Arnaboldi?

Per favore, cercate di capirmi. Io non sto sostenendo che il signor Arnaboldi doveva essere finanziato a colpi di 30.000 euro l’anno.

Ma fossi stato un dirigente federale, quale non sono e non sarò mai, avrei stabilito un budget grazie al quale 30, 40, 50 se non 100 “simil-Arnaboldi-players” avrebbero potuto essere aiutati in maniera concreta ed importante anche dopo una certa età.

Certamente non buttando i soldi dalla finestra, ma facendo una selezione fra i più promettenti, i più dotati, i più determinati. Ma una selezione il più allargata possibile, perchè i Furlan, i Seppi, non erano campioni sui quali sarebbe stato facile scommettere.

Magari avessimo avuto 100 ragazzi in Italia come Arnaboldi. Anche moltiplicando la cifra massima, 30.000 euro l’anno per 100 ragazzi come lui, appena peggiori o appena migliori, avrebbe voluto dire 3 milioni di euro l’anno…non era giusto investirli?

Magari ne sarebbe uscito non certo un Nadal, ma magari anche qualcuno meglio di Arnaboldi…. forse cinque o sei Seppi, l’emblema del giocatore che non ha supertalento ma che lavorando come una formichina anno dopo anno, avendo la fortuna prima di nascere in un club serio e frequentato da gente serie come il Caldaro, poi di aver trovato un coach serio e dedicato come Sartori, ecco che è arrivato dove è arrivato

Ecco alla Fit io non chiedo di progettare, di creare un Nadal o un Federer. Impossibile. Sarebbe una richiesta iniqua e ingiusta.

Chiedo però di fare 5-6 Seppi ogni tre anni e anche 5 o 6 Sartori, Rianna, Fanucci, Pistolesi, Piatti, Castellani, Paci ogni tre anni.

Invece tutti questi tecnici, come la gran parte dei nostri giocatori, si sono fatti e costruiti da soli, grazie a circostanze per lo più fortuite e grazie al loro impegno individuale.

Se non sbaglio quei 3 milioni, anzi 5 l’anno la Fit li sa trovare per altre sue attività. E secondo me, per chi non l’avesse ancora capito, sbaglia. Bravi Arnaboldi quindi, genitori e figli. E in bocca al lupo.

 

 

 

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Editoriali del Direttore

Si critica tanto questa Coppa Davis… e l’ATP ne ripropone un doppione

Sarà più facile riempire tre stadi in tre città diverse che in un unico complesso come la Caja Magica. Ma l’Australia è lontana. Gli emigrati basteranno a dare il senso di una tifoseria non neutralmente passiva?

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(Photo by Pedro Salado / Kosmos Tennis)

da Madrid, il direttore

Il Canada arriva a disputare la prima finale di Coppa Davis della sua storia (dove affronterà la Spagna dell’inossidabile Nadal) grazie alla vittoria in doppio della coppia Pospisil-Shapovalov che hanno conquistato il punto decisivo sia con gli australiani sia con i russi. Unica partita persa dai due in coppia quella con l’Italia – piccola soddisfazione, meglio che niente! – anche se rispondendo a una mia domanda Vasek Pospisil, ha detto abbastanza chiaramente che un conto è giocare un doppio decisivo sull’1 pari per vincere un incontro e un altro è giocarlo sullo 0-2: “Sì, c’è differenza. Io contro l’Italia non ho giocato bene nel primo set, ma poteva dipendere anche dal fatto che era parecchio che non giocavo in doppio. Non so quindi bene…ma se c’è maggior stimolo per un punto davvero decisivo, trovi maggior adrenalina. C’è differenza se giochi un match decisivo nei confronti di uno che è meno importante”.

Pospisil è stato fin qui il miglior doppista del lotto. Non è una sorpresa. Ex n.25 in singolare, il canadese che per un certo periodo della sua vita è tornato nella terra dei suoi genitori, la Repubblica Ceca, ad allenarsi a Prostejov, è stato n.4 del mondo di doppio nel 2015 e aveva vinto in coppia con Jack Sock il doppio di Wimbledon nel 2014.

 

Il doppio canadese potrebbe vincere anche il doppio in finale, se sarà decisivo e lo si giocherà, ma dovrebbe riuscire ad aver ragione di un Nadal in completa trance (nazional)agonistica. Se non altro stasera non si dovrebbe finire tardi come le altre sere. Si comincia alle 16.30, e se una squadra dovesse vincere i due singolari non si giocherebbe nemmeno il doppio. Il sogno di una cena al ristorante a Madrid, in una settimana di mensa semi-aziendale alla Caja Magica davvero poco appagante, c’è. Molti giornalisti faranno il tifo, nel secondo singolare, per la squadra che avrà vinto il primo. Senza dubbio magari all’Amazonico nel Barrio Salamanca o ai ristorantini deliziosi de La Cava Baja si mangerà meglio, con o senza paella.

È vero che in Spagna si cena più tardi, quasi tutti i ristoranti tengono la cucina aperta fino a mezzanotte, qualcuno anche alle una del mattino, ma se ripenso a Italia-USA e allo sfortunato doppio perso da Bolelli e Fognini contro Querrey-Sock finito alle 4,04 con ritorno a Madrid centro con il bus che impiega mezzora, tutt’al più si poteva pensare a un breakfast anticipato.

L’ho già scritto in tutte le salse che la peggior cosa di questa settimana di Davis sono stati gli orari impossibili, sia del mattino senza pubblico, sia del pomeriggio. Sarebbe bastato cominciare il torneo al mercoledì o al giovedì e finire la prossima domenica (non questa) e non ci sarebbe stato bisogno di fare tutte queste corse con questa programmazione folle, che oltretutto ha costretto alcune squadre (come la Gran Bretagna) a giocare per quattro giorni di fila da mercoledì a sabato con la prospettiva, peraltro ipergradita di giocarne cinque in caso di approdo alla finale.

Per anni la Davis finiva nel primo weekend di dicembre. Qui sarebbe bastato spingersi all’ultimo weekend di novembre. Con tutti i soldi che ci sono in palio, per giocatori e federazioni, è un sacrificio che si poteva chiedere a questi giocatori. Se proprio i suddetti non fossero d’accordo di farlo per chiudere prima l’annata agonistica, potrebbero sempre chiedere al loro sindacato, l’ATP, di trovare un’altra spazio nel calendario.

In fondo qui a Madrid c’erano 80/90 giocatori per le 18 squadre. Una forza d’urto sufficiente per premere sull’ATP. Ma questa al momento sembra preoccuparsi primariamente di competere con l’attuale Davis rivoluzionata con la sua ATP Cup del prossimo gennaio.

Essa si disputerà in tre differenti sedi, Perth (dove c’è l’Italia con Russia, Norvegia e ancora USA!), Sydney e Brisbane. Saranno 24 squadre suddivise in sei gruppi e anche lì avremo una prima squadra classificata per ciascuno dei sei gironi. Le sei prime andranno nei quarti insieme alle migliori due fra le seconde. Anche lì due singolari e un doppio ogni giorno, tutto due su tre. E sempre calcoli su calcoli da fare. E anche qualche partita che sul finire dei gironi non conterà un tubo, proprio come accade nel Masters ATP di fine anno. Nei gironi a 3 di Madrid contavano set e game, ma partite ridotte a mera esibizione (con i soldi unico incentivo) non ce ne potevano essere. In Australia in ogni città è probabile che qualcuna invece ci sarà. Chissà se lì, dopo aver visto le polemiche che ha suscitato qui, ci sarà la regola che dà il 6-0 6-0 alla squadra che approfitta di un forfait di chi decide di non giocare un inutile doppio. Gli australiani si saranno fatti furbi.

Safin, Becker e Muster – Presentazione ATP Cup 2020

Sarà tuttavia difficile contestare, per l’ATP, il formato della nuova Davis, visto che il suo è praticamente identico, salvo il fatto (non banale) che c’è più tempo per portarla avanti e quindi orari più civili, ma ci sarà in compenso la necessità di spostarsi per le squadre che emergano da Perth e Brisbane, visto che la fase finale si gioca a Sydney. Non sarà divertente per chi dovrà affrontare quei problemi logistici, anche se la federtennis australiana certi errori che hanno commesso qui a Madrid non li farà di certo.

Tuttavia anche se i problemi logistici si rivelassero banali, per le squadre emergenti da Perth e Brisbane che dovranno attendere in linea di massima che tutti i… ragionieri si siano messi d’accordo nel calcolare quozienti set e game nel caso il numero degli incontri vinti non bastasse per determinare le due migliori seconde, dovranno comunque sbrigarsi ad adattarsi ai nuovi campi, a nuove ambientazioni e luci.

Ci sarà più gente sulle tribune dell’ATP Cup? Probabilmente sì. Gli australiani hanno più tradizione e passione per il tennis di quanto ne abbiano gli spagnoli. E poi a gennaio potranno raccogliere i frutti turistici della stagione estiva. All’Australian Open c’è sempre stata una massiccia presenza di tifosi stranieri, soprattutto dal Nord Europa in fuga da neve e freddi polari. Giocando diversi dei migliori del mondo nelle tre città australiane ci sarà certo più pubblico che qui a Madrid. Ma l’Australia resta lontana. Gli emigrati basteranno a dare il senso di una tifoseria non neutralmente passiva?

Il campo centrale qua è stato spesso sold-out quando giocava la Spagna, ma né il campo 2 con i suoi 3.500 posti di capienza né il campo 3 con 2.500 sono mai stati vicino al pieno completo. E questo è certo il maggior problema – sebbene non il solo come si è capito anche da quel che mi ha detto Arnaud Boetsch, il direttore della comunicazione di Rolex nonché un ex vincitore di Coppa Davis – che Kosmos, Piqué e ITF dovranno affrontare se vogliono uscire indenni dal diluvio di critiche che hanno subito.

Tuttavia avendo raccolto i pareri di diversi giocatori mi pare di aver constatato che la maggior parte di loro ritiene che anche questa contestatissima Coppa Davis (in massima parte dai giocatori anziani che hanno vissuto quella che la Davis era anni fa ma che forse non si sono resi conto fino in fondo di quella che era diventata) abbia un notevole potenziale per arrivare a coprire tutti quei posti vuoti che ho visto in questi giorni una volta che la gente avrà capito come funziona il tutto.

Magari, come ha accennato Djokovic, si potrebbe ridurre il numero delle squadre a 8, dopo aver fatto giocare le previe eliminatorie in partite disputate come quelle di una volta.

Però allora l’ITF non avrebbe dovuto annunciare già ieri di aver concesso le due wildcard per la prossima edizione a Francia e Serbia, che sono quindi già sicure di tornare qui a Madrid insieme alle quattro squadre semifinaliste di quest’anno. Se sei squadre sono già decise per Madrid 2020, che si fa? Eliminatorie per qualificare soltanto altre due squadre? Secondo me se si dovesse passare a 8 squadre, con un ritorno all’eliminazione diretta, allora non avrebbe senso regalare due wildcard.

Oltretutto …per quale motivo le wild card siano andate a quei Paesi non è dato sapere. Non l’hanno spiegato. Forse lo faranno questa mattina. Ma più probabilmente non lo spiegheranno. Forse sarebbe più facile spiegarlo per la Francia che per la Serbia. In fondo, il concetto di wild card rimane piuttosto discrezionale.

Infatti presumo che nel caso della Francia, che aveva disputato 3 finali fra il 2014 e il 2018 ci sia stato un occhio di riguardo alla tradizione e alla sua storia, ma anche la volontà di compiere una sorta di captatio benevolentiae nei confronti di una nazione che ad oggi si è dimostrata la più fiera oppositrice di questo nuovo format. A volte a far la voce grossa ci si guadagna. Mentre il perché della wild card alla Serbia mi suona assai politico: meglio ingraziarsi Novak Djokovic no? È il n.2 o il n.1 del mondo dei prossimi dodici mesi, salvo imprevisti, ma soprattutto è il presidente del council dell’ATP. Averlo dalla propria parte è tutt’altro che stupido. E certe dichiarazioni, a mio avviso un tantino ipocrite, di Novak che sembra scoprire solo oggi, dopo tre anni di mosse e contromosse, che due eventi a squadre simili a distanza di sei settimane…”farebbero meglio a fondersi in unico evento”. Di due doppioni, e con formule discutibili, non se ne sente il bisogno. Salvo che per i giocatori siano due bei cespiti (irrinunciabili?) di guadagno. 

Novak Djokovic – Finali Coppa Davis 2019 (photo by Jose Manuel Alvarez / Kosmos Tennis)


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Editoriali del Direttore

Finali Davis: le lacrime dei serbi dopo l’eliminazione commuovono tutti

MADRID – Djokovic fatica a parlare ma “non mi chiedere della nuova Davis, leggi…”. Zimonjic si interrompe due volte e si copre il volto. Occhi arrossati per tutti quando Troicki: “È colpa mia, scusate. Dio mi ha fatto diventare eroe un giorno e oggi mi ha tolto tutto”. Da Tipsarevic una grande lezione

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Team Serbia in conferenza - Davis Finals Madrid 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

da Madrid, il direttore

Piangono tutti. Una scena che non ricordo d’aver mai visto. Da Troicki che s’è mangiato due match point, a Djokovic che ne ha fallito uno, a Krajinovic che ha perso il suo singolare e piange come un bambino al capitano Nenad Zimonijc che si interrompe singhiozzando due volte (con Djokovic che gli mette prima una mano su una spalla e poi su una gamba per confortarlo).

Scrivevo l’altro giorno che credo di aver presenziato a 18000 conferenze stampa in 45 anni (e più…) da giornalista, ma una scena del genere giuro che non l’avevo mai vista, tanto che mi sono sentito in dovere a un certo punto di chiedere ai giornalisti presenti un applauso per Team Serbia, dopo aver ascoltato il commovente discorso strappalacrime anche per noi di un Troicki letteralmente devastato che con gli occhi arrossati di pianto e un’espressione da funerale si assumeva tutte le colpe: “Una volta Dio mi ha fatto diventare eroe un giorno, mi ha dato la fortuna di vincere la Coppa Davis con il punto decisivo. Ora me l’ha portata via. Sono davvero molto deluso con me stesso. Ci sono state tante emozioni, un match durissimo, un solo punto che l’ha deciso, sono davvero delusissimo con me stesso per non essere riuscito a stare attento fino alla fine e chiudere!”). Un altro applauso spontaneo sarebbe scoppiato a fine conferenza dopo il toccante discorso di Tipsarevic (leggi più in basso).

 

I tennisti serbi non sono dei bambini, né degli junior. È gente esperta, passata attraverso mille battaglie – e non sto parlando di quelle vere che molti di loro hanno vissuto di persona o indirettamente tramite familiari e amici durante la sanguinosa guerra dei Balcani – ragazzi (Krajinovic) e giovanotti (Djokovic, Tipsarevic, Lajovic, Troicki, Zimonjic) che da sempre vivono nello sport e hanno giocato migliaia di incontri, vinto Davis, Slam e naturalmente anche perso diverse partite con match point a favore come contro, in singolo come in doppio.

Vederli tutti così disperati, tutti in lacrime come se avessero davvero perso una guerra con morti e feriti, evidentemente travolti da una commozione collettiva che deve averli coinvolti nell’ora e mezzo che hanno vissuto insieme negli spogliatoi prima di affrontare la stampa, ha finito per turbare e commuovere anche il sottoscritto.

Questa nuova Coppa Davis sta ricevendo grosse critiche da chi ricorda la vecchia – senza averne sempre compreso a fondo la crisi senza fine che attraversava – e i nostalgici sembrano oggi come oggi in maggior numero rispetto ai nuovi anche perché sono fortemente influenzati dalle carenze organizzative di questa prima edizione, dalle tribune insufficientemente riempite (tranne che quando gioca la Spagna, come è normale che sia), dagli orari folli e tuttavia inevitabile per i troppi incontri compressi in soli sette giorni, dai calcoli eccessivi che occorre fare per stabilire chi esce dai gironi e si batte per un secondo posto, dalle regole sbagliate e dalle tante magagne che emergono.

Ma tutto ciò premesso, chi dubitasse della voglia di battersi e di vincere questa Coppa Davis da parte dei giocatori avrebbe torto.

Non sono quindi d’accordo con Adriano Panatta per quel che ha detto ieri (ma anche Pietrangeli non le ha mandate a dire). Ho letto sulla rassegna stampa che trovate ogni giorno in fondo alla nostra home page di Ubitennis il suo pensiero in un’intervista resa a Gaia Piccardi del Corsera. Inciso per il lettore: la rassegna stampa consente di leggere (anche dall’estero dove magari i giornali italiani non è così facile comprarli) tutto quel che scrivono di tennis i nostri colleghi sulle varie testate. Io la consulto quotidianamente con grande interesse e posso capire che sia deformazione personale, ma mi stupisce che, sebbene tocchi scendere molto in basso per trovarla, non lo facciate un po’ tutti voi lettori.

Adriano appartiene certamente alla squadra dei nostalgici come tutti quelli che hanno giocato la Davis 40 anni fa. Riprendo questo stralcio dell’intervista, dacchè Adriano decreta: “I giocatori di oggi sono mercenari al servizio del business”.Io, premesso che penso che gran parte dei tennisti professionisti lo fossero anche 40 anni fa, riferisco qui l’osservazione della collega: -Però a Madrid danno l’anima fino alle prime luci dell’alba…

E lui: “E te credo! Non vogliono giocare la Davis spalmata nell’anno e gli va bene così: in una settimana, tutti insieme appassionatamente, si garantiscono l’ingaggio e la qualificazione per i Giochi. E nessuno, in patria, può accusarli di non essere attaccati alla bandiera. Ma è convenienza, non patriottismo. Si lavano la coscienza in sette giorni: cosa chiedere di più? Ma perché dovrei guardare la Davis ridotta così? Le cambino nome, sarebbe più serio”.

Beh, se Panatta fosse stato presente a questa conferenza stampa dei serbi, non avrebbe detto quello che ha detto. E, penso che non lo avrebbe detto anche se avesse seguito tutti i match che abbiamo visto noi a Madrid.

Non sono certo un ingenuo, è certo possibile che molti tennisti degli 80/90 che sono qui per le 18 squadre non sarebbero venuti a Madrid se non ci fossero stati tutti questi soldi in palio – 9 milioni e mezzo di montepremi – ma è vero che in campo danno tutti l’anima, financo all’alba come si è visto fra i doppisti italiani e americani. E la danno i tennisti multimilionari come gli altri meno ricchi. Ovunque ho notato uno spirito di squadra fortissimo e grande solidarietà fra compagni di equipe. Non solo serbi, ma russi, inglesi, italiani, americani, belgi…tutti insomma. Quindi tutti sono liberi di pensare quel che vogliono su questa Coppa Davis, ma chi sostenga che si tratta di esibizioni oppure che i giocatori se ne fregano, beh si sbaglia di grosso.

Non posso farvi vedere i visi di Djokovic e compagni, altro che con in fotografia, ma trascrivo qui alcune delle risposte. All’inizio tutte le domande sono per Djokovic che non ha nessuna voglia di rispondere, nero come un calabrone…con gli occhi rossi. Bill Simons, giornalista californiano veterano di Tennis Inside, la prende alla larga: “Novak giornata dura per te… Lo sport si riassume tutto in vittoria e sconfitta e tu sei stato parte di momenti molto speciali. So che sei appena uscito dal campo, puoi paragonare l’emozione di quando hai battuto Roger quest’estate e questa dura sconfitta?”.

Novak Djokovic – Finali Coppa Davis 2019 (via Twitter, @DavisCupFinals)

Djokovic, occhi bassi, quasi se lo mangerebbe se avesse la forza: “Non sono d’accordo, con tutto il rispetto. Lo sport non è solo vittorie e sconfitte, è molto di più. Non si comincia a giocare a tennis perché si vuole vincere nella vita, ma perché ci piace fare quel che facciamo. Certo vincere o perdere a un livello professionistico influenza il tuo umore, la tua carriera. Quindi questa fa male, molto male. Questo tipo di incontri capitano una volta … magari per sempre, è così, la stagione è finita, voltiamo pagina e domani sarà diverso”. Un giornalista americano di ESPN fa peggio: “Cosa hai pensato prima di scendere in campo in doppio e cosa pensi del formato di questa Coppa Davis?  Djokovic non crede alle sue orecchie e si trattiene a stento: “Comincio dalla seconda domanda. Ho già parlato di questo argomento da 3 giorni, puoi leggere le precedenti conferenze…”.

Quando finalmente chiedono a Troicki dei tre match point, lasciando in pace Novak (cui mi son ben guardato di fare alcuna domanda), il povero Viktor parla a voce bassissima: “Non mi sono mai sentito peggio. Non ho mai sperimentato una momento del genere nella mia carriera, nella mia vita. Ho fatto perdere la mia squadra e me ne scuso…”.Fa proprio pena, avreste dovuto vedere la faccia. Può sembrare un’esagerazione tutto questo, quanto volte abbiamo sentito dire a tennisti sconfitti malamente ‘Beh non è la fine del mondo’?. Evidentemente in Serbia, probabilmente per cause storiche, il senso di appartenenza alla bandiera, al Paese, il patriottismo è quasi esagerato. Troicki prosegue dicendo la frase sopra già riportata ‘Dio mi ha fatto diventare eroe un giorno…eccetera’.

Poi viene interpellato il capitano e gli viene chiesto: “I tuoi ragazzi sono davvero… sofferenti ora, come ti comporti con loro?”. E lui: “Quando giochi per il tuo Paese, una volta che decidi di farlo, fai di tutto per dare il meglio di te. Loro hanno dato tutto. A volte vinci, a volte perdi. Novak doveva vincere i due singolari (per arrivare ai quarti) ma dovevamo vincere come squadra altre partite per arrivare qua. Si vince e si perde come squadra, non importa chi porta un punto o l’altro. Tutti hanno fatto la loro parte, non solo ora, ma durante la carriera, e era una sensazione molto molto forte perché sapete che per Janko era l’ultima partita….”. E lì il grande e forte, barbuto Nenad, ha il groppo in gola, non trattiene le lacrime…si interrompe nascondendosi il viso con le mani. Poi dice solo: “Sorry” mentre il vicino Djokovic gli mette una mano sulla spalla, poi su una gamba.

In quel momento, con tutti un po’ turbati, mi viene spontaneo richiedere un applauso dei presenti alla squadra serba. “Potete fare un applauso alla squadra serba per lo sforzo che hanno compiuto?” Tutti applaudono convinti, all’unisono.

“Sorry, non è perchè abbiamo vinto o perso…” riprende Zimonjic che, per farla breve qui per voi, pur commuovendosi ancora sottolinea “siamo davvero grandi amici, il sogno era di celebrare tutti insieme una vittoria, ma a volte non accade. La cosa più importante però è quanto ciascuno di noi tiene all’altro, quando ci vogliamo bene e questo ci ha portato qui, voglio ringraziarli tutti. Oggi comincia a chiudersi il ciclo della generazione d’oro del tennis serbo, con il ritiro di Tipsarevic. Ma ci sarà una nuova generazione con Filip e Dusan che porteranno avanti il testimone e con Novak che rimarrà ancora per anni il nostro leader. Oggi abbiamo perso, ma si vince e si perde come team, ovviamente ci sarebbe piaciuto celebrare in altro modo la fine della carriera di Tipsarevic, e mi dispiace che lo abbiamo deluso”.

E giù lacrime di tutti sulle gote. Finché interviene il saggio, e più colto, della compagnia, Janko Tipsarevic: “Non sono le vittorie, le sconfitte, è questo sport che ti fa diventare duro; quelle emozioni che ti spingerebbero al suicidio in un giorno come questo, sono quelle emozioni che si vivono in 20 anni di gioco per il mio Paese e per me individualmente. Qualcuno di voi si è scusato con me, amici, ma io non accetto le vostre scuse perché nessuno di voi mi ha abbandonato in questi 20 anni. E non sono d’accordo con te Viktor (quando dici, ndr) che Dio ti ha tolto questo. Tu ci hai portato fino a quell’ultimo punto. Riguardo alla squadra, tutti sono miei fratelli e sarò sempre con la squadra in un ruolo o in un altro e vorrei ringraziarli tutti per essere stati con me in questo viaggio”.

Janko Tipsarevic – Finali Coppa Davis 2019 (photo by Corinne Dubrevil / Kosmos Tennis)

Parte spontaneo un altro applauso all’indirizzo di tutti. Edmondo de Amicis con il suo “Cuore” non sarebbe riuscito a far di meglio. Se non avete versato nemmeno una lacrima… peggio per voi!

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Coppa Davis

Questo signore di Davis ne sa più di chiunque altro. Vecchia e nuova

Arnaud Boetsch, ex vincitore di Davis e direttore della comunicazione Rolex, è l’uomo più giusto per esprimere un pensiero che coniughi passato e presente, con vista sul futuro. Ha lo scetticismo di molti francesi, ma la concretezza pragmatica degli svizzeri

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Coppa Davis (foto via Twitter, @KosmosTennis)

da Madrid, il direttore

Sono ricurvo sul mio computer in sala stampa quando sento un leggero tocco sulla spalla. Mi giro, è Arnaud Boetsch. Vecchia conoscenza. È il tennista francese che vidi vincere a Malmoe nel 1996 il punto decisivo della finale di Coppa Davis dopo aver annullato con grande coraggio suo (e grande braccino del suo avversario) tre match point consecutivi sul 7-6 0-40 al lungo svedese Nikas Kulti, che probabilmente si sveglia ancora oggi di notte in preda a quell’incubo. Boetsch vinse poi 10-8 al quinto su un avversario ancor traumatizzato per quei tre match point non sfruttati. Su uno il francese colpì di rovescio una riga clamorosa, tanto spettacolare quanto anche fortunata.

Per Boetsch e i francesi fu un incredibile trionfo al termine di uno scontro che avrebbe dovuto invece rappresentare la cerimonia conclusiva (e probabilmente trionfale) della carriera di Stefan Edberg. Stefan, 30 anni, aveva annunciato all’inizio di quell’anno che quello sarebbe stato il suo ultimo. Avrebbe potuto finire in bellezza, ma ebbe invece la sfortuna di farsi male ad una caviglia il primo giorno contro Pioline – Stefan perse 6-3 6-4 6-3 -, dopo di che Enqvist batté Boetsch. I francesi vinsero il doppio abbastanza a sorpresa con Forget e Raoux su Bjorkman (grande specialista) e Kulti. Sul 2-1 Enqvist batte Pioline 9-7 al quinto – dopo che Pioline aveva servito per il match Davis sul 5-3 – e poiché Edberg non poté giocare fu sostituito sul 2 pari da Kulti, con l’esito disastroso per i vichinghi che sapete.

Dopo una partita così importante e vinta a quel modo, Arnaud diventò una sorta di eroe nazionale perché in Francia la Coupe Davis è sempre stata un mito, fin da quando la vinsero a più riprese (sei consecutive dal ’27 al ‘32) i celebri moschettieri degli anni Venti, Cochet, Lacoste, Borotra e Brugnon, ai successi individuali dei quali si deve in pratica anche la nascita del Roland Garros. Chi meglio di Arnaud potrebbe esprimere le sue sensazioni su questa Coppa Davis dal momento che lui l’ha vinta e che al tempo stesso ha deciso di sponsorizzarla come Rolex di cui è il direttore internazionale della comunicazione?. Il giudizio che ne darà Rolex, tramite lui, sarà di sicuro molto importante. Rolex è sponsor di tutti gli Slam, di tutti i Masters 1000. Sono investimenti miliardari.

Di certo conteranno molto i dati delle audience televisive in tutto il mondo. Per quel che ne so, ad esempio, Supertennis – che però è evidentemente una briciola nel panorama televisivo internazionale – ha avuto ascolti soddisfacenti rispetto all’audience normale. Mi piacerebbe conoscere quelli della tv americana, australiana… e, perché no, quella cinese. Arnaud è venuto a chiedermi le mie impressioni, pro e contro, su questo evento. Lo avrà certo fatto con diversi dei colleghi più anziani. “Sono arrivato qui oggi, riparto domani…”, mi dice. Gli dico le mie, ma è inutile che io le ripeta perché i lettori di Ubitennis già le conoscono. Ne aggiungo una sola a quelle dette nei giorni scorsi, perché mi ci ha fatto riflettere il collega del Corriere dello Sport Massimo Grilli: Con questo format i giocatori come Djokovic e Nadal giocano sempre anche il doppio… prima non lo giocavano quasi mai. Ma ora è così più importante…”.

Tornando a Boetsch, mi interessano invece le sue di impressioni, perché le sue peseranno molto di più, Rolex non è uno sponsor da poco anche se lui mette le mani avanti: “Ho visto troppo poco per aver tutto chiaro in testa, ne riparleremo a fine evento, quando mi sarò consultato con tutti, ma così sulle prime mi pare che dovremmo puntare ad avere tre giorni in più per poterla gestire in modo diverso. Ribatto: “Se si avessero due settimane l’evento verrebbe ancor meglio…”. E aggiungo: “E magari a fine settembre…”. D’istinto, credo, Arnaud replica subito lì per lì: “Eh ma lì c’è la Laver Cup!”.

Penso tra me e me che per Rolex, basata a Ginevra così come lo stesso Boetsch e con Federer che ne è uno dei principali testimonial Rolex, quella settimana alla Laver Cup ormai non la toccherà più nessuno e di certo non si adopererebbe a farlo Boetsch e Rolex. Nel mentre avverto che Arnaud ha un attimo di disorientamento, mormora fra sé e sé: “The World Cup of tennis?”, come auto interrogandosi, quando nota con malcelato disappunto una serie di grossi banner pubblicitari sparsi ovunque – sono verdi attraversati da una banda diagonale rossa – dove c’è scritto a caratteri cubitali The World Cup of Tennis, mentre molto più piccola sulla sinistra compare una scritta Davis Cup.

Madrid, Finali Coppa Davis 2019 – The World Cup of Tennis

Le sue prime impressioni sono che “siamo in Spagna e si sente! Il tifo, il calore, le vibrazioni sono molto spagnole mentre si disperdono un po’ quelle degli altri Paesi. Non ci sono i tanti francesi di sempre – e Arnaud sa bene perché, come lo sanno anche i lettori di Ubitennis, c’è la grande contestazione targata ASEFTma anche i belgi, gli argentini. Si dovrà lavorare fortemente in comunicazione per riequilibrare le forze”.La caratteristica precipua della Coppa Davis, così come è stata per 119 anni, è sempre stata la grande partecipazione del pubblico di casa e la conseguente atmosfera. Qui la si avverte quando gioca la Spagna e soprattutto Rafa Nadal, perché lo stadio centrale si riempie. Negli altri duelli l’entusiasmo e il calore dei tifosi c’è sempre, ma è ovvio che anziché 10.000 persone ce ne sono 2.000 o 3.000, c’è differenza. Gli argentini erano un paio di migliaia, ieri.

Ma certo quando si è visto ieri mattina l’inizio del quarto di finale di Russia-Serbia, cominciato alle 10:30 anziché alle 11 come nei giorni scorsi (molta gente è stata presa in contropiede), con gli spalti semivuoti è presa un po’ di tristezza. Allo stadio Olimpico di Mosca ci sarebbero state 20.000 persone. Oltretutto il match è finito rapidamente perché Rublev ha dato un bel 6-1 6-2 a Krajinovic. Però per il match di Djokovic contro Khachanov (6-3 6-3), le tribune da 12.500 si sono parecchio riempite.

“Sono comunque rimaste delle radici della vecchia Coppa Davis, si sente che i giocatori si battono, hanno voglia di vincere, si impegnano al massimo una volta che si ritrovano sul campo. E quella è una priorità. Certo che sarebbe bello se ogni Paese avesse un sostegno maggiore, questo darebbe maggiormente l’impressione che non si è perso il DNA della vecchia Davis. Questo invece è ciò che mi manca al momento. Ci sono più spagnoli a guardare la Serbia che i serbi. Quando c’era un match di Davis c’era anche, oltre alla partecipazione in tribuna, anche quella della gente nella città che ospitava l’evento, sia dei locali, sia dei tifosi ospiti. Erano belle anche quelle piccole invasioni”.

Più tardi Arnaud, che ormai aveva saputo da me le impressioni che voleva conoscere, si è avvicinato ai colleghi francesi e si è messo a parlare con loro, in particolare con il collega dell’Equipe Frank Ramella cui devo altre risposte in aggiunta a quelle che Arnaud aveva già dato a me. “Se ti ricordi Malmoe… e tutto quell’entusiasmo. Qui martedì c’erano 400 persone fra francesi e giapponesi… non è la stessa cosa, ti viene da dire che non è un buon formato. La Marsigliese davanti a 7.000 persone che la cantano ti fa venire i brividi ed è ciò per cui di solito si gioca per il proprio Paese. Non avendo quel tipo di motivazione bisogna trovare modo di puntare su qualcos’altro. Ma che non sia troppo lontana…”.

Nicola Pietrangeli ha ribattezzato questa Coppa la “Dollar Cup“, secondo me come molti anziani un po’ troppo cinici e forse anche malpensanti. E sì che sono anziano anch’io… seppur non come lui. Boetsch deve essersi poi fatto scappare con i francesi il suo disagio nel leggere World Cup by Tennis invece che semplicemente Davis Cup, tant’è che a loro ha detto: “Io amo la Coppa Davis. La World Cup non la conosco ancora. Una Coppa del mondo nel tennis vorrebbe dire che c’è un fervore di tutti i Paesi presenti nella zona dove si gioca la Coppa, nella città (e qui ha ripetuto quel che mi aveva detto). Qui non è ancora così. La forza degli incontri a squadre era il nome della Coppa Davis, l’insalatiera, giocare per il proprio Paese, un pubblico caldo ed eccitato attorno agli incontri, all’albergo, in città. La World Cup di calcio è così….

“Hai conosciuto bene Gerard Piqué?”, gli chiede Ramella. “L’ho incontrato una volta. Il tennis lo conosce bene. Non ci siamo parlati sull’attuale formato. Lo si farà. L’argomento è delicato. Eravamo tutti d’accordo che bisognava far qualcosa per rilanciare la Davis. Siamo sulla buona strada? Onestamente non posso rispondere subito. Vedo cose interessanti e altre che mi fanno invece star male. Se si proseguisse completamente su questa direzione sbaglieremmo. Si dovrà certamente modificare delle cose. Piquè è un tipo intelligente, rifletterà. E anche la Federazione internazionale deve riflettere. È suo il trofeo”.

“Che cosa può cambiare ancora? C’è talmente tanto di quel denaro ancora…”. “Può succedere ancora di tutto. Se gli investitori e gli organizzatori decidessero di non sostenere più questo formato, tutto può essere ridiscusso. Per me e la gente che è con me è la storia della Coppa Davis a starci a cuore, la passione che l’ha sempre ispirata, che è stata vissuta da tutti i Paesi nel segno dell’eccellenza che ha sempre dimostrato sul campo. Perché tutto funzioni ci sono tanti parametri e qui ne mancano alcuni. Noi di Rolex siamo vigili. Il lato ‘perpetuo’ del tennis per noi è importante… se un grande pilastro della storia del tennis diventasse qualcosa di ibrido che non riconoscessimo più, ci faremmo delle domande, questo è sicuro.

Questo è quanto ha detto una persona che conta, per il suo passato e il suo presente, a me, a Ramella, a un paio di francesi. Ecco, devo dire che con me era stato più ottimista sul futuro, mentre con i francesi – che secondo me ha capito essere più maldisposti verso questa nuova Coppa Davis – si è mostrato leggermente più critico, sapendo che in Francia l’opinione pubblica, di cui l’ASEFT si fa interprete, è assai schierata contro questo formato. Essendo un uomo di comunicazione, Boetsch non poteva esprimersi diversamente.

In campo inglese ho sentito invece soprattutto colleghi che sono super scettici sull’ATP Cup. “Sarà un disastro” ha sentenziato Mike Dickson, forse anche perché i due giocatori presenti e titolari qui, Edmund n.69 e Evans n.42, non la giocano e da quel che ho capito neppure Norrie n.53. E dietro a loro c’è Andy Murray n.126 e poi il deserto! Infatti c’è Clarke 155 e nessuno altro top 200. Altri due soltanto fra i top 300, Broady 243 e Choinski 278. Poi Ward è 322, Draper 342, Penyston 360, Klein 381 e infine Hoyt valoroso n.400! Stamani i giapponesi di Rakuten, sponsor della Davis e una sorta di Amazon del Giappone se ho ben capito, hanno pensato bene di organizzare una conferenza stampa alle 10 (prima era alle 09:30) cui di sicuro io non prenderò parte visto che mentre scrivo sono le 03:45 del mattino e sono curioso di sapere quanti saranno i presenti.

Ciò anche se è vero che poco dopo inizia la semifinale più interessante, e probabilmente più equilibrata, fra Russia e Canada (ore 10:30), perché Rafa Nadal fa pendere l’ago della bilancia dalla parte della Spagna contro la Gran Bretagna probabilmente orfana di un Andy Murray ancora non pronto, nonostante la pesante assenza di Bautista Agut dovuta alla morte del padre. Fervono le discussioni anche in casa ITF sui vari loghi. Inglesi e americani ne vorrebbero uno unico, Davis Cup, ma spagnoli e argentini premono perché – nel rispetto di 119 anni di storia – la si possa chiamare Copa Davis nei Paesi di lingua spagnola, e così naturalmente i francesi che non sopportano tutti gli anglicismi, vorrebbero continuare a chiamarla Coupe Davis. Insomma, ogni occasione per azzuffarsi sembra buona.

 

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