L'eroe Arnaboldi ha perso ma... ha vinto. La sua è la mia storia emblematica

Editoriali del Direttore

L’eroe Arnaboldi ha perso ma… ha vinto. La sua è la mia storia emblematica

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ROLAND GARROS – A 26 anni dopo 5 anni di sacrifici in Spagna e 15 anni di sacrifici dei genitori, Andrea è riuscito a coronare un sogno anche se ha perso al primo turno nel suo primo Slam. Il nuovo “matrimonio” tecnico di Simone Bolelli ricorda la storia di Sara Errani…

Il commento di Ubaldo al day 3

 

PARIGI – Il bilancio del tennis italiano quest’anno non è buono come quello dello scorso anno quando piazzammo undici giocatori su quindici al secondo turno. Stavolta sono solo sei su tredici. Però la vittoria di Seppi su Santiago Giraldo, per di più ottenuta in tre soli set, era tutt’altro che scontata, anzi sulla base dei risultati di quest’anno nel quale Andreas è sceso in classifica, sia pur non di tanto, e invece il colombiano ha fatto un bel balzo in avanti, può quasi essere considerata una sorpresa.

Fa piacere naturalmente ritrovare un bel Bolelli in questo torneo che lo vide anni fa battere addirittura Del Potro, illudendoci un po’ tutti sul suo potenziale che resta alto, soprattutto se si considera che quest’anno nella race occupa il 52mo posto, vale a dire 100 posti più in alto di quella che è la sua attuale classifica.

Fa piacere anche che la Giorgi vinca partite anche nel torneo dell’unico Slam sulla terra rossa. Lo scorso anno aveva perso al primo turno 64 62 dalla Peng.

Simone Bolelli attribuisce parte dei suoi ritrovato risultati – post operazione al polso – alla nuova racchetta Babolat: “Con la Head il polso quando ho ripreso a giocarci mi faceva ancora male. Ho provato un giorno con una e un giorno con l’altra e ho sentito una differenza decisiva. La racchetta è troppo importante, non è questione di contratti. Con questa Babolat non sento nulla, forse anche perchè il piatto corde ne ha meno, 16/20, riesco a dare più rotazione con meno sforzo, il polso soffre meno, mi aiuta di più in difesa ed ho anche più tocco. Eppure continuo a tendere le corde ad una tensione molta forte, 28/27 mentre prima dopo che ero già passato dalla Head più dura dalla Radical alla Prestige più morbida e le tendevo a 26/25, non riuscivo a non sentire male. Forse perchè la Babolat è più maneggevole, fatto sto che ho scelto di cambiare“.

Questa storia mi ricorda un tantino quella di Sara Errani due anni fa, quando Saretta attribuì buona parte dei suoi progressi al cambo di racchetta. Aveva lasciato un’altra racchetta dura come la Wilson per la Babolat, addirittura confessando di aver pagato una penale – o, potrei sbagliarmi, avendo rinunciato mi pare a 35.000 euro di contratto Wilson- per esser libera di scegliere. Magari anche Simone facesse gli stessi risultati: al prossimo turno ha però David Ferrer e lì mi sa che non ci sia racchetta Babolat o altro che tenga. David è un mostro, troppo più rapido di Simone che pure ha ritrovato fiducia e potenza nel dritto e nel servizio….”mentre in difesa non sono ancora troppo a posto, anche se nella risposta ho fatto progressi“. E il suo coach Umberto Rianna è d’accordo.

Non ho visto granchè bene Sara contro la Keys, tuttavia nel primo set conduceva 5-1, nel terzo ha vinto 6-1, quindi come dicono ormai tuttii giocatori “atteniamoci ai fatti positivi, think positive!“. Tanto più che con la Pfizenmaier, n.93, che né lei né io abbiamo mai visto giocare, in teoria non dovrebbero esserci grossi problemi.

Sulla carta più duro l’impegno della Giorgi contro una ex campionessa del Roland Garros, la Kuznetsova, che però quell’exploit ottenne dieci anni fa. E Svetlana non è più la stessa di allora. Faranno a pallate. Non sarà un match giocato sul filo della tattica, temo. Chissà, magari vince la nostra. Inciso: papà Giorgi è venuto alla conferenza stampa della figlia. Dimostrando più personalità del solito, Camila mi ha chiesto prima dell’inizio della conferenza se avessimo problemi a che il padre presenziasse all conferenza stampa (dopo quanto avevo scritto a seguito di quel che accadde a Roma, con gli insulti ripetuti a Bisti da part dippaà Giorgi). Le ho risposto “Purchè non insulti nessuno dei presenti, per me può stare benissimo.” A fine conferenza stampa Sergio mi ha detto che se ci fosse stato un altro giornalista, avrebbe insultato anche lui, al che io ho replicato che era liberissimo di farlo ma che trovavo sconsigliabile che lo facesse in una conferenza stampa alla presenza dei giornalisti. Lui era di diverso avviso e io sono rimasto della mia opinione.

Ma veniamo… non senza aver ricordato per inciso che le sorprese della giornata sono venute dalla Mladenovic – partner di doppio di Flavia Pennetta – vittoriosa sulla Li Na a dispetto di 102 posti in classifica di divario, n.2 la cinese campionessa in Australia come l’altro grande fresco eliminato Wawrinka (un record per una coppia di due campioni in carica…essere ko al primo turno dello slam successivo) e dall’intramontabile Ivo Karlovic che ha rimandato con tre set a zero le speranze di Grigor Dimitrov (alias Mr Sharapov) di ben figurare in questo torneo. Sorprendente, come ho accennato anche nell’audio registrato stasera con cameraman…Laura Guidobaldi, che Karlovic non abbia vinto alla fine di tre tiebreak, ma di uno solo. Insomma lui ha strappato il servizio al bulgaro più di quanti il bulgaro abbia strappato a lui. Strano no?….

Veniamo dicevo, dopo questo lunghissimo inciso scritto malamente di getto alle 22,45 dopo una lunga e faticosa giornata, a Arnaboldi, il mio eroe.

Eroe uno che ha perso?

Sì, eroe perchè uno che continua a credere in se stesso a 26 anni dopo 5 anni di suoi sacrifici in Spagna e 15 anni di sacrifici finanziari dei genitori, è un eroe. Come eroi benemeriti del tennis italiano, che magari celebra come un suo successo avere avuto 13 rappresentanti al Roland garrso, sono i suoi genitori. Andrea è riuscito a coronare un sogno anche se ha perso al primo turno nel suo primo Slam. “Non tutti riescono a disputare un torneo dello Slam” ha sottolineato con giusto orgoglio il tennista lombardo che, vittorioso da junior nei tornei giovanili di Firenze e Prato, nazionale junior con Fognini, Naso e Viola da un anno – dal future di Bergamo nel quale aveva perso da Fabbiano – viene seguito da una triade di persone, il coach Fabrizio Albani, il fisio Roberto Cadonati, lo psicologo dello sport Smone Sabbadin che ha forse il merito di aver convinto Andrea a fissarsi un obiettivo meglio di quanto fosse stato fatto in passato: “Entrare nei primi 100! Prima pensavo sì ad andare avanti ma senza un obiettivo determinato

Guarda caso Andrea ha raggiunto di questi tempi il suo best ranking, n.174, e con i 45 punti della raggiunta qualificazione (fra l’altro ha battuto quel Zeballos che vanta sulla terra rossa addirittura una vittoria su Nadal), salirà ancora un po’.

Ma lui è il mio eroe perchè è facile continuare a giocare quando arrivano subito i risultati, quando hai sponsor, quando hai una federazione che ti aiuta, quando hai il talento di Fognini (che pure se non avesse avuto il padre per anni a pagargli l’ex coach di Gaudenzi…).

Andrea è stato aiutato fin quando era nazionale junior perchè era uno dei migliori due/tre italiani. Era doveroso, il minimo. L’avrebbe fatto anche la federazione più povera d’Africa (esagero…). Poi la Fit lo ha aiutato ancora fino ai 21 anni, dopo di che lo ha abbandonato al suo destino fino ad un anno e mezzo fa quando lo ha reinvitato a Tirrenia per quasi cinque mesi consentendogli di allenarsi.

Stessa cosa aveva fatto la Fit di Galgani, ma a livello di 18 anni, con i vari classe ’70 Furlan, Caratti, Mordegan e soci. Piatti, meno ricco e meno politico ma più lungimirante di Galgani e della Fit, preferì lasciare la Fit e dedicarsi ai ragazzi.

Binaghi e l’attuale Fit hanno fatto lo stesso errore, spostato sui 21 anni anzichè sui 18 (ma è la stessa cosa, perchè si è spostata in avanti anche la maturazione tecnico-agonistica del tennista)

Il problema è proprio lì. Se un tempo si arrivava – chi ci riusciva – fra i top 100 o anche più avanti, a 21 anni, oggi non ce la fa quasi più nessuno, salvo talenti naturali straordinari. I tempi sono cambiati da un pezzo. Una federazione che si rispetti deve cercare di aiutare i non talenti straordinari che siano però in grado di allargare la base di quelli che giocano bene, di quelli che possono arrivare fra i primi 100 del mondo. Se ci arriveranno in 10, vedrete che fra quelli spunterà anche un top-ten, prima o poi.

Andrea mi ha spiegato che per mantenersi in attività, pagando academy a Valencia, il coach Aparisi, le trasferte, il suo budget annuo era sui 35.000/40.000 euro l’anno.

Ebbene, se non ci fosse stato papà Alberto, imprenditore nel settore del marmo, a pagare tutti quei soldi anno dopo anno, per questi cinque anni – e fanno 200.000 euro in cinque anni se fate bene i conti, senza contare tutt quelli comunque spesi anche negli anni in cui la Fit lo ha aiutato ma inevitabilmente fino ad un certo punto: saranno stati 400.000 euro partendo dai suoi 10 anni in poi? Io dico di sì – Andrea avrebbe smesso di giocare e non avrebbe mai giocato un torneo dello Slam (che spero sia stato il primo ma non l’ultimo: con la volontà che ha penso che non sarà l’ultimo).

Chi segue la mia annosa polemica su come andrebbero investiti prioritariamente i soldi della Fit dirà: beh e chissenefrega se Arnaboldi, che non è nemmeno un campione e non sarà mai un campionissimo, non gioca o non giocherà gli Slam?

Il punto è un altro (che mi sono affannato invano a ripetere in questi anni scontrandomi con una pressochè generale incomprensione da parte dei lettori e l’apatica indifferenza di tutti i miei colleghi che avrebbero potuto condividere almeno in parte certe battaglie e costituire minimo stimolo anch’essi): quanti giocatori, anche più dotati di Arnaboldi, non hanno avuto i 400.000 euro necessari – e vi assicuro che i Quinzi hanno speso di più – per affrontare le spese di uno sport che a certi livelli può essere praticato da una ristrettissima élite?

Quanti ce ne siamo persi per strada? Dieci, venti, cento? Se qualcuno, come Arnaboldi, è riuscito eroicamente a “resistere” con la sua famiglia – resistere è la parola giusta, credetemi – è anche perchè c’è stato per sua fortuna quel campionato a squadre per il quale si è fatto di tutto e di più da parte Fit per distruggerlo. Cambiando le regole di partecipazione in continuazione e all’ultimo momento a dispetto di qualunque tipo di pianificazione, dei circoli, dei giocatori, degli sponsor.

Grazie a quel campionato di serie A trascurato, bistrattato e negletto che per diversi anni ha sostenuto Arnaboldi quando ha giocato per il Bassano centrando anche una finale – chiedete all’ex presidente del tennis Capri quante gliene hanno fatte! E se Riccardo Bisti oggi non lavorasse per la Fit potrebbe dirvene molte di più di quante ne so io… – ragazzi come Arnaboldi hanno trovato quel minimo sostentamento che ha loro consentito di tirare avanti, di dipendere un pochino meno dal portafogli di papà.

Quanti si sarebbero sentiti imbarazzati, se così non fosse stato, per dover continuare a chiedere soldi al padre, fino a 26 anni?

Eppure quanti giocatori sono già top-50 o top100, con meno di 23 anni? Andate a vedere, controllate, voi che rispondete che io vaneggio quando dico che il primo dovere di una federazione è favorire prima l’accesso dei giovani allo sport, poi di sostenerli durante il loro cammino allorchè dimostrino di avere determinate capacità.

Se una volta quel cammino era di pochi anni e oggi è diventato di molti anni, bisogna attrezzarsi per molti anni. È chiaro?

Oggi tanti giornalisti stavano a sentire le risposte che, in buona parte, Andrea dava alle mie domande. Ma quanti scriveranno, o avranno scritto, che questo sistema va cambiato, che quando un ragazzo che abbia anche appena un discreto talento – uno che batte Zeballos o lotta con Bolelli non è un negato, siamo d’accordo? – ma una grinta ineusauribile e una voglia infinita di arrivare, deve essere aiutato?

La Fit, come ho scritto, lo ha fatto l’anno scorso invitandolo a Tirrenia dopo 5 anni di black-out e le va dato giusto merito. Ma le va dato anche altrettanto giusto demerito – al di là del caso Arnaboldi – per tutti quei ragazzi che avevano voglia, capacità talento medio prima ancora che risultati sfolgoranti che sono stati abbandonati al loro destino per mancanza di fondi.

Non fare quegli sforzi e poi salire sul carro del vincitore, si chiami Quinzi o Errani o Giorgi…per poter dire, il tennis italiano non è mai andato bene come oggi, scusatemi ma sono buoni tutti!!!

Peggio, molto peggio, perchè quei fondi che c’erano, si sa che c’erano e che ci sono, sono stati destinati ad altre vicende, più politiche, più elettorali, e meno tecniche.

Ripeto, avete una minima idea di quanti giovani discretamente dotati (non dico eccezionalmente dotati) abbiano smesso e magari giocavano meglio di lui, di Arnaboldi?

Per favore, cercate di capirmi. Io non sto sostenendo che il signor Arnaboldi doveva essere finanziato a colpi di 30.000 euro l’anno.

Ma fossi stato un dirigente federale, quale non sono e non sarò mai, avrei stabilito un budget grazie al quale 30, 40, 50 se non 100 “simil-Arnaboldi-players” avrebbero potuto essere aiutati in maniera concreta ed importante anche dopo una certa età.

Certamente non buttando i soldi dalla finestra, ma facendo una selezione fra i più promettenti, i più dotati, i più determinati. Ma una selezione il più allargata possibile, perchè i Furlan, i Seppi, non erano campioni sui quali sarebbe stato facile scommettere.

Magari avessimo avuto 100 ragazzi in Italia come Arnaboldi. Anche moltiplicando la cifra massima, 30.000 euro l’anno per 100 ragazzi come lui, appena peggiori o appena migliori, avrebbe voluto dire 3 milioni di euro l’anno…non era giusto investirli?

Magari ne sarebbe uscito non certo un Nadal, ma magari anche qualcuno meglio di Arnaboldi…. forse cinque o sei Seppi, l’emblema del giocatore che non ha supertalento ma che lavorando come una formichina anno dopo anno, avendo la fortuna prima di nascere in un club serio e frequentato da gente serie come il Caldaro, poi di aver trovato un coach serio e dedicato come Sartori, ecco che è arrivato dove è arrivato

Ecco alla Fit io non chiedo di progettare, di creare un Nadal o un Federer. Impossibile. Sarebbe una richiesta iniqua e ingiusta.

Chiedo però di fare 5-6 Seppi ogni tre anni e anche 5 o 6 Sartori, Rianna, Fanucci, Pistolesi, Piatti, Castellani, Paci ogni tre anni.

Invece tutti questi tecnici, come la gran parte dei nostri giocatori, si sono fatti e costruiti da soli, grazie a circostanze per lo più fortuite e grazie al loro impegno individuale.

Se non sbaglio quei 3 milioni, anzi 5 l’anno la Fit li sa trovare per altre sue attività. E secondo me, per chi non l’avesse ancora capito, sbaglia. Bravi Arnaboldi quindi, genitori e figli. E in bocca al lupo.

 

 

 

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Editoriali del Direttore

ATP Umago: adesso sono gli altri Paesi, Francia, USA e perfino la Spagna a invidiare il tennis italiano. I migliori siamo noi

In prospettiva l’avvenire è più azzurro che di altri colori grazie a Sinner, Berrettini, Musetti, Sonego, Zeppieri e altri. Alcaraz fra un po’ rischia di essere il solo spagnolo top-player

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Continua il periodo dei record del tennis italiano in pieno Rinascimento. Dopo che tre italiani erano giunti in finale la scorsa settimana, fra Gstaad, Amburgo e Palermo, ora tre italiani sono contemporaneamente in semifinale al torneo di Umago, come non era più successo da 35 anni.

Io c’ero a St.Vincent quell’anno, 1987 – ed era con me anche colei che due anni dopo sarebbe diventata mia moglie – quando Cane’, Cancellotti e Pistolesi fecero la fine, con il cileno Rebolledo, dei Curiazi con l’unico Orazio molti anni prima di Cristo.  

Il tabellone completo dell’ATP 250 di Umago

 

Il rischio che quella storia si ripeta a Umago, con Carlitos Alcaraz grande favorito del torneo, c’è tutto, sebbene lo spagnolo di Murcia e dintorni abbia nel frattempo maturato una sorta di complesso nei confronti dei tennisti italiani, avendo lui perso a Melbourne da Berrettini, a Wimbledon da Sinner e ad Amburgo da Musetti, pur essendo sempre partito con il favore dei pronostici. Ma se va in finale contro Sinner forse sarà un pochino meno favorito di altre volte, sebbene la terra rossa per lui sia forse superficie più congeniale rispetto all’erba.

In questo momento, con Rafa Nadal ancora in piena corsa, il tennis spagnolo sta meglio di quello italiano, visto che ha due tennisti compresi fra i top 10, mentre noi abbiamo al momento il solo Sinner top 10e all’ultimo dei dieci posti.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Jannik Sinner al microscopio

Però in prospettiva io credo si possa dire che il tennis italiano sta meglio di quello spagnolo. Se guardiamo la race, a partire dalla settimana prossima, abbiamo tre tennisti  fra i primi 20 e la loro età non può non farci ben sperare sul loro avvenire. Rafa Nadal è un fenomeno pazzesco, ma insomma il suo certificato anagrafico dice che fra un paio d’anni – anche se continuasse a vincere il Roland Garros – dovrà sventolare bandiera bianca. E anche Djokovic non è eterno. Idem Carreño Busta, Bautista Agut etcetera.

I nostri invece non potranno che migliorare. Tutti e tre. Berrettini, Sinner e Musetti. Tre giocatori così diversi che è un piacere che… lo siano. E che lascino curiosi i nostri appassionati su chi diventerà più forte fra loro.

Io non faccio che incontrare gente che mi chiede chi lo sia, ci abbia maggiori prospettive. Io rispondo che intanto siamo super fortunati ad avere questi dubbi. E poi anche che rispetto al passato, anche a quello glorioso degli anni Settanta, siamo fortunati a poter contare su questi ragazzi che sono di una serietà professionale, con il sostegno dei loro team, senza paragoni.

Sono tutti e tre veramente dedicati al tennis, impegnati a migliorarsi giorno per giorno, consapevoli che soltanto con un lavoro continuo per superare ì proprio limiti – che ancora ci sono ed è inevitabile che ci siano in conseguenza della loro giovane età – potranno fare quella carriera che sognano, aspirare legittimamente a diventare top 5, magari n.1. 

Chiaro che quei traguardi non dipendono solo da loro. Ci sono anche gli altri. Ed alcuni sono giovanissimi come Alcaraz, ma anche ancora giovani come Zverev, Tsitsipas, Rublev, o appena un po’ meno giovani come Medvedev, che non sono meno determinati e professionali dei nostri in rapporto ai medesimi obiettivi. Però, nessuna nazione ad oggi ha 3 giovani contemporaneamente in grado di sognare con qualche ragione quei traguardi.

Per questo ritengo che l’Italia stia meglio di tutti gli altri Paesi. E francamente non era mai successo. Infatti negli anni Settanta il tennis americano era ancora di un’altra categoria, e anche quello australiano. 

Riguardo alla risposta su chi sia in prospettiva il più forte dei nostri tre… oggi come oggi mi pare si possa dire che fra i primi due, Berrettini e Sinner (citati in ordine alfabetico) e il terzo c’è ancora una certa differenza, un mini-gap. E questo perché mentre i primi due sembrano in grado di essere oggettivamente competitivi su più superfici, per ora Lorenzo, che e’ peraltro il più giovane sia pur di poco, ha dimostrato di sapersi esprimere ai migliori livelli soprattutto sulla terra rossa (come spiegano anche i ‘Numeri’ di Ferruccio Roberti).

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Lorenzo Musetti al microscopio

Sono certo imparerà ad accorciare i movimenti di preparazione dei colpi anche per i campi duri. Sono cose che si imparano se non si commette l’errore commesso a suo tempo da alcuni nostri giocatori, Cancellotti e Volandri in primis, che quasi rifiutarono di credere in loro stessi su superfici diverse dalla tera battuta.

È anche vero, peraltro, che a quei tempi, sulla terra rossa si giocavano molti più tornei e si poteva quindi difendere la classifica meglio di oggi. Oggi infatti senza punti conquistati anche su altre superfici è praticamente impossibile conquistare le prime posizioni del ranking ATP.

Credo che tutti i nostri tre tennisti di punta, ma anche Sonego che è arrivato a ridosso dei primi 20 del mondo, e non c’è certo arrivato per caso, ma soltanto grazie a una notevole continuità di risultati – ultimamente venuta a mancare con alcune partite perse in modo quasi incredibile, come l’ultima da 4-0 nel terzo – meritino la nostra fiducia riguardo ai loro progressi. Ora poi sembra essersi aggiunti anche Zeppieri che ricordo tre anni fa in Australia avermi assai ben impressionato.

Io non ho paura a sbilanciarmi. Credo che fra un anno saranno tutti più in alto di dove si trovano oggi. Dico tutti, infortuni permettendo. Ma anche riguardo agli infortuni, sono certo che le loro esperienze, a volte dolorose, li aiuteranno a curarsi sempre meglio, a prevenire, a non ripetere certe possibili ingenuità. 

In conclusione, dopo che per anni hanno abbiamo guardato con una qual certa invidia, se non gelosia, al tennis francese prima, a quello spagnolo poi, oggi credo che siano gli altri a dover essere invidiosi, gelosi, del tennis italiano.

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Editoriali del Direttore

UniCredit Firenze Open, chi in campo? Dagli azzurri al sogno Djokovic, le ipotesi

Firenze avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon e metterà in palio punti preziosi per la qualificazione alle ATP Finals di Torino

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Jannik Sinner – Wimbledon 2022 (foto via Twitter @atptour)

Il grande tennis torna a Firenze. C’era stato, ma al C.T.Firenze 1898– lì nel 1910 era stata fondata la Federazione Italiana Tennis con Piero Antinori primo presidente – negli anni Cinquanta fino all’avvio del tennis Open del 1968 (open ai professionisti).

Lo svedese Sven Davidson vinse due edizioni ma i campioni visti sui campi delle Cascine furono tanti: Drobny, tre volte campione a Roma, i più grandi australiani, Newcombe che avrebbe vinto 3 volte Wimbledon, Cooper (3 Slam), Roche, Rose, gli americani Patty e Larsen, il cileno Ayala, il messicano Osuna, l’argentino Morea, e fra le donne Althea Gibson, Maureen Connolly, Esther Bueno una decina di Slam in tre e fra le più grandi tenniste di tutti i tempi, oltre ai nostri Pietrangeli, Gardini, Merlo, Sirola.

Per un club non era facile far fronte ai bilanci dei tornei professionistici, ma nel ’73 – e per 21 anni fino al ‘94 – ecco ricomparire il grande tennis internazionale a Firenze. C’erano più di 5.000 spettatori e centinaia fuori dai cancelli a tribune esaurite nel ’73 per 4 ore di tennis straordinario culminato con il successo 6-4 al quinto di Ilie Nastase, n.1 del mondo, su Adriano Panatta.

 

Negli anni in cui chi scrive fu direttore del Torneo di Firenze, trionfarono i nomi più belli e noti: da Panatta (1974) a Bertolucci (tre vittorie consecutive 1975-1977), Clerc, Ramirez, Gerulaitis, e poi anche Gomez, Larsson e tre volte un altro n.1 del mondo, Thomas Muster (’91,’92,’93) prima dell’ultima edizione del ’94 vinta dall’uruguagio Filippini.

Che livello avrà l’Unicredit Open Firenze, un ATP 250 del 10-17 ottobre 2022, 625.000 euro di montepremi, quasi due milioni di budget gestionale (che si accolla la FIT)?

Molti top-players saranno a caccia di punti per qualificarsi alla seconda edizione delle finali ATP di Torino a novembre. Zero punti a Wimbledon, zero nei cancellati tornei cinesi che ne distribuivano tanti (Shanghai era un Masters 1000, Pechino un 500).

Spesso nelle settimane degli ATP 250 ci sono tre tornei in concorrenza. Ma Firenze, per il torneo ospite del moderno PalaWanny di San Bartolo a Cintoia – si gioca al coperto e su cemento – avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon. Però la settimana dopo Firenze Napoli ospiterà un altro ATP 250. Se non foste spagnoli dove scegliereste di giocare? In questi giorni Ruud, n.6 ATP, sta giocando un ATP 250. Perché no a Firenze?

Se già partecipassero i migliori italiani, magari con entrambi i nostri leader Sinner e Berrettini, cui si aggiungessero Musetti, Sonego, Fognini, sarebbe già un bel vedere. Fra i 32 in tabellone ci saranno certamente anche tanti tennisti di ottimo ranking. L’entry list verrà definita solo dopo l’US Open. Ma anche se il nuovo ed esordiente direttore del torneo Paolo Lorenzi non ha voluto sbilanciarsi, io scommetterei invece che qualcuno fra Rublev, Ruud, Tsitsipas, Shapovalov, Cilic, Hurkacz, Schwartzman, Dimitrov, Bautista Agut, Rune, Khachanov, lo vedremo a Firenze. E Djokovic? E’ un sogno. Ha detto che non andrà a caccia di punti, ma da qualche parte dovrà pur giocare, almeno per allenarsi. Firenze tira. E sognare non costa niente.

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Editoriali del Direttore

ATP Firenze: quando ero il direttore del torneo… Aneddoti di fine anni Settanta con Clerc, Lendl, Ramirez, Panatta

Il direttore di Ubitennis Ubaldo Scanagatta ha anche diretto il Torneo delle Cascine negli Anni Settanta. Qui riprendiamo solo un paio di aneddoti vissuti (in parte già pubblicati), mentre ne ricerchiamo altri con Arthur Ashe, Jean Francois Cajolle, Jan Kodes, Guillermo Vilas, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci

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Nessuno conosceva Josè Luis Clerc… quando nella seconda settimana di maggio 1978 venne a giocare le qualificazioni del torneo internazionale di Firenze, che dopo tre anni di sponsor Vat 69 era diventato Lotto-Spalding per un paio di anni prima di diventare AlitaliaFirenze.


Per la verità nella terza settimana di aprile Josè Luis aveva battuto a Nizza Tonino Zugarelli prima di perdere – al terzo set peraltro – da Higueras, n.25 ATP, dopo aver vinto il primo al tiebreak. Il suo manager era Pato Rodriguez, un ex tennista cileno (classe 1938) che aveva giocato a lungo in Coppa Davis negli anni’60 e ‘70. Pato mi chiese – ero direttore del torneo ATP di Firenze, 50.000 dollari di montepremi – se potevo programmare Clerc come primo match del giorno (ore 13) “perché Josè Luis (un ragazzone pieno di tic…) è molto nervoso e nelle attese, come quando si deve aspettare che finisca il match sul campo dove è stato designato a giocare, si logora. Se puoi dargli una mano…”.

Bene: io gliela detti e, incuriosito da quel tipo, andai a vederlo. Tirava, sia di dritto sia di rovescio, bordate impressionanti. Senza tregua. Un ritmo da far paura. Tutte pallate senza paura e gli stavano quasi tutte dentro. Lo feci giocare per tre turni di qualificazione sempre alle 13. E scrissi subito sul quotidiano locale, La Nazione, dopo il primo match di “quali”, che credevo di avere intravisto un fenomeno. Ovviamente volevo anche promuovere il torneo. Ma ci credevo. Josè Luis vinse il torneo, primo “qualificato” della storia ATP capace di tanto. Fu il suo primo torneo vinto di 25. Batté al primo turno Peter Carter, l’australiano che sarebbe diventato il primo coach internazionale di Roger Federer (morì in un incidente automobilistico in Sud Africa), poi il colombiano Molina, l’ecuadoriano Ycaza, l’australiano John Alexander (n.8 del mondo nel ’75), il francese Patrice Dominguez in finale, tre set su cinque dominandolo per tre set a zero.

Nel corso dell’anno Clerc vinse altri due tornei, Buenos Aires e Santiago, dopo aver raggiunto finali a Gstaad, South Orange (perdendole entrambe con Vilas, ma battendo tennisti come Okker e McEnroe… dopo che a Parigi aveva lasciato sei game a un Ivan Lendl diciottenne, 6-3 6-0 6-3) e anche a Toronto e Aix en Provence: in quel torneo in Francia sapete chi batté? Noah, Smid e Lendl prima di perdere sul traguardo finale dal solito Vilas. Clerc sarebbe diventato n.4 del mondo nell’agosto dell’81, dopo aver vinto anche Firenze (finale su Ramirez), Roma (Panatta, Lendl e Pecci dai quarti in poi) e quattro tornei di fila negli USA: Boston, Washington, North Conway e Indianapolis. Due volte in finale batté finalmente Vilas… inimicandoselo per sempre! Qualcuno si potrebbe chiedere perché Jose Luis, con quel ranking avesse giocato (e vinto) anche il piccolissimo torneo di Firenze. La risposta è: me lo aveva promesso che sarebbe tornato quando aveva vinto nel ’78. Ma di solito quelle sono promesse che i tennisti che diventano forti non mantengono. Lui invece è stato coerente, serio e non lo dimenticherò. Ogni volta che ci vediamo ci abbracciamo!

Quando aspettammo Ivan Lendl oltre…il regolamento. E Roberto Lombardi non me lo perdonò

 

Ricordo in particolare un curioso episodio, avvenuto circa quarant’anni fa a Firenze. Io ero giovanissimo direttore del torneo ATP di Firenze. Roberto Lombardi giocava le qualificazioni di quel torneo. Lo zio di Peter Korda, mi pare si chiamasse Pavel, mi aveva chiesto di iscrivere alle qualificazioni un ragazzino che a suo dire era promettentissimo: si chiamava Ivan Lendl. Il problema fu che questo diciassettenne si era perso un treno, aveva viaggiato tutta la notte, non sarebbe arrivato in tempo per il check-in. Decidemmo di sorteggiarlo ugualmente, in considerazioni di quelle vicissitudini e dell’età del ragazzino. Era toccato in sorte a Roberto Lombardi. Pregai quindi Roberto, dieci anni più anziano (lui del ’50 e Ivan del ’60) di aspettarlo. Per convincerlo gli dissi: “Dai, non perderai mica da un ragazzino di 17 anni che è stato tutta la notte in un treno e arriverà suonato?”.

Lui accettò sportivamente di aspettarlo. Beh, potete immaginare come andò a finire. Vinse il ragazzino ceco. Facile facile. Per anni Roberto me l’ha scherzosamente rimproverato: “M’hai fregato, m’hai fregato… lo sapevi che era fortissimo!”. Ecco, io voglio ricordarmi sempre quel Roberto lì, quello che scherzava sempre, quello che al ristorante chiedeva sempre quello che non c’era (“Lombardi? Il peggior cliente di ristorante del mondo” era l’affettuosa definizione che di lui dava Maestro Rino), quello che amava sempre recarsi nei posti “più trend”. Non sono sicuro che Ivan Lendl si ricordi di quell’episodio. Non ho avuto occasione di ricordarglielo. Abbiamo riso insieme invece ricordando quella vota in cui lui aveva vinto il suo ennesimo Roland Garros (credo fosse il terzo…) e in sala stampa gli chiesi che cosa avesse pensato che avrebbe fatto a fine carriera… “Magari il giornalista? “ gli suggerii. E lui: “Di certo non sogno di diventare come certi giornalisti senza capelli!” rispose guardandomi fisso con il suo tipico humour freddo, lui che alcuni avevano ribattezzato Buster Keaton, perché la sua comicità non era quasi mai accompagnata da un sorriso, e altri doctor Frankestein per la sua maschera molto particolare. Di aneddoti vissuti in quegli anni ne ricordo tanti altri, con Arthur Ashe, con Jean Francois Caujolle, John Alexander, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci e andrò a ripescarli meglio però nella mia memoria per pubblicarli prossimamente sperando che vi piacciano.

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