Taylor Townsend, quando il tennis danza – Ubitennis

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Taylor Townsend, quando il tennis danza

Francesca Moscatelli

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TENNIS – Taylor Townsend non è una tennista come le altre. Dopo aver stupito Parigi, la diciottenne che legge gli appunti durante i cambi campo (“È un’abitudine”) vuole continuare a vincere e a danzare.

Il vento di Chicago ieri ha soffiato forte sul Suzanne Lenglen. “Windy City” è il nomignolo attribuito alla grande città americana che ha dato i natali a Taylor Townsend, in realtà, il soprannome non è di derivazione meteorologia, bensì storico-politica. Ma poco ci importa, perché il vento di cui stiamo parlando è quello che, in un pomeriggio grigio e orfano di Serena Williams, ha spazzato via i cori e le esortazioni di un pubblico che non poteva – malgrado lo spettacolo messo in atto dalla giovane “Chicagonian” – non tifare per la tennista di casa, la numero uno francese, Alizé Cornet.

Che la ragazza avesse del potenziale già si sapeva. Essere la prima americana dall’ ’82 a riconquistare la vetta della classifica junior non è certo dovuto ad un insieme di coincidenze, anzi… Taylor ha lavorato davvero molto e il 2012 – con la vittoria in singolare e in doppio agli Australian Open e, sempre in doppio, a Wimbledon e agli US Open – è stato l’anno che l’ha votata al professionismo, “Essere No. 1, qualsiasi No. 1, era una convalida che, si sa, ero pronta a passare al livello successivo”. Una maturità rara, celata dalle espressioni dolci e sorridenti di una ragazzina, che quando sbaglia un dritto o una volée si lascia andare ad una gestualità quasi teatrale, ma anche consapevole, di colei che aspira alla perfezione, ma è conscia dei propri limiti attuali e di cosa il futuro può riservale; d’altra parte avere Martina Navratilova come modello a cui ispirarsi non è cosa da tutte.

 

Un obiettivo “semplice” il suo: scalare il ranking il più possibile. Attualmente è la numero 205, e, con la vittoria di ieri, i suoi successi nel circuito maggiore salgono a quattro (4-4): le prime due vittorie sono entrambe arrivate sul cemento californiano di Indian Wells, dove lo scorso anno batté Lucie Hradecka e quest’anno Karin Knapp, per poi infrangersi contro una fantastica Flavia Pennetta, che, in ottima forma e futura vincitrice del titolo, ha dovuto faticare tre set (6-3 6-7 (4) 6-3) prima di aggiudicarsi l’incontro: “Se la vedi così, non è davvero in forma. Voglio dire, è evidente. Ma si muove meglio di quanto si pensi, ed è potente”, sì, e al di là della forma fisica nel suo tennis c’è molta più grazia di quanto ci si aspetti. Sono i primi passi verso obiettivi più grandi: la top-10, la top-5, il sogno di vincere tutti i tornei dello Slam più e più volte.

Il 2012 è anche l’anno della polemica. L’USTA cercò di impedirle di giocare l’US Open junior, una scelta controversa quella di tenere in panchina la miglior promessa americana, nonché la numero uno della classifica mondiale. L’unica ragione palesata fu il mancato miglioramento sul piano fisico/atletico della ragazza, con l’intento di preservarne la salute e la carriera, ma forse anche quello di non dare “il cattivo esempio”, in un paese dove l’obesità giovanile è una piaga ben radicata. “È stato scioccante. Ero molto delusa, a dir la verità. Ho pianto. Voglio dire, ho lavorato sodo e non è per miracolo che sono diventato numero 1. Non voglio sembrare presuntuosa ma non si è trattato di un miracolo”. In ogni caso Townsend non si è lasciata irretire, sintomo di un grande carattere. Dove molte al suo posto si sarebbero arrese alle decisioni e in un certo qual modo all’umiliazione e discriminazione, ha fatto armi e bagagli e a New York ha giocato lo stesso a proprie spese – rimborsate a posteriori – raggiungendo i quarti in singolare oltre alla sopraccitata vittoria in doppio. Nonostante i tentativi di riappacificazione l’episodio ha sancito la rottura tra la giocatrice e l’USTA: “Il programma di fitness che mi hanno imposto non è stata una mia decisione, pensavano che giocare non fosse l’idea migliore, per cui sono tornata a casa… Ho avuto un sacco di grandi opportunità. Sto facendo tutto quello che mi chiedo e sono professionale su tutto”. Decisioni. Decisioni che venti mesi fa erano assolutamente delicate, ma anche autonome e prese con la maturità necessaria a chi ha grandi obiettivi e soprattutto sa cosa vuole per sé stessa. Decisioni che alla luce dei risultati in progresso sembrano essere quelle giuste, almeno in parte, perché lei stessa ammette che un miglioramento sul piano fisico è possibile e la sua presa di posizione in merito è tutt’altro che rigida, semplicemente “giocare” ha la precedenza.

Allo stato attuale Townsend si allena presso fondazioni no profit che hanno sede a Chicago e a Washington, dividendo la propria preparazione sotto la guida di Kamau Murray, che la conosce dall’età di sei anni, e Zina Garrison, finalista di Wimbledon nel ’90. Il contributo di Zina, cresciuta a sua volta nel mito di Navratilova, va oltre il piano tecnico/tattico, altra tennista afro-americana che ha portato su di sé tutto il peso dell’essere “diversa” in un ambiente che tutt’oggi stenta a liberarsi dal pregiudizio razziale. Zina, così come Seles, sa anche bene cosa significhi non trovarsi a proprio agio con il proprio corpo e dover quotidianamente lottare con gli sguardi di tutti coloro che non riescono a vedere oltre i kg di troppo. I disordini alimentari sono uno spauracchio tangibile che può devastare una carriera, ancor più nel caso di una giovane promettente che, nel momento in cui consegue risultati di prestigio, si ritrova quel tipo di riflettore puntato addosso. “La cosa più importante è stata farle capire che sta bene, non tutti hanno le nostre stesse forme, questo le è molto chiaro… Sfido più della metà delle ragazze del tour a fare alcune delle cose che fa lei”.

Afro-americana, nata a Chicago il 16 aprile del ’96, diciott’anni appena compiuti, segni particolari? Il tennis, un tennis che parla da solo, anzi grida e spazza via le urla di un intero stadio a suon di dritti che “accarezzano” le righe in lungolinea, traiettorie incrociate che trovano angoli acuti, in un gioco di geometrie e variazioni assolutamente intelligente. Un tennis pieno, fatto di discese a rete, attacchi in controtempo, slice, colpi piatti e una mano delicata. Un tennis incantevole, un tennis raro. Lo sa bene Taylor, che sempre più va a scontrarsi in antitesi con quella che è la futura generazione di atlete che calcherà i campi da tennis, non può esserci niente di più diverso da lei della sicurezza atletica di Belinda Bencic o Ana Konjuh, per citare giusto due esempi di giovani tenniste passate recentemente al professionismo.

La strada è in salita, non si può negarlo e sia Zina che la sua pupilla ne sono pienamente consapevoli, “Molte volte, quando si è creativi e si ha così tanto, diventa molto difficile e noioso, e si utilizza un colpo quando potrebbe non essere necessario usarlo“, la stessa Taylor ha ammesso: “Ho sempre detto che è un dono e una maledizione avere così tanta scelta, perché si rischia di ritrovarsi molto confusi sul cosa fare“.

Anche il diritto di giocare lo Slam parigino Townsend ha dovuto guadagnarselo lavorando duro, ma soprattutto conquistando, uno di seguito all’altro, due titoli ITF, i primi della sua carriera, a Charlottesville ed Indian Harbour Beach, vincendo, in quest’ultimo caso, quattro partite lo stesso giorno: semifinale e finale sia di singolare che di doppio. Una determinazione sicuramente fuori dal comune e ieri l’abbiamo potuto vedere chiaramente.

Le piace ascoltare musica per caricarsi prima dei match, è una super-fan di Roger Federer, al punto da dargli consigli tecnici via twitter, e pare che Andy Murray, dopo averla vista giocare, sia appena diventato un suo “supporter”. Durante i cambi campo scruta con attenzione un blocchetto di appunti, lo fa per concentrarsi, “Sono solo appunti degli allenamenti” – dice – “mi aiutano a mantenere uno stato d’animo in cui vedo le cose semplici. È una specie di abitudine, se non li leggo è strano”. Ieri al termine dell’incontro, l’abbiamo vista ballare la Nae Nae dance, senza ostentazione né arroganza, ma con un dolce sorriso di gioia per un altro grande passo che ripaga i sacrifici, “Sono davvero felice, ma queste sono le cose, sono i momenti per cui un giovane atleta professionista lavora… Dovreste dare un’occhiata a questo ballo nato ad Atlanta, è assolutamente di tendenza. Ho pensato, se vinco, allora inizierò a ballare, spero di non essere sembrata stupida”.

La prima volta che Zina partecipò al Roland Garros raggiunse i quarti, era il 1982. Se Taylor dovesse superare Carla Suarez Navarro nel match di domani, diventerebbe la più giovane americana ad avanzare sino a questo punto del tabellone dal 1998, quando sia Venus che Serena ebbero accesso ai quarti. Un match che tutti aspettiamo, sperando che la maturità dimostrata sino ad ora non sia preda di una ragionevole emozione. Continua a danzare, Taylor.

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Italiani

Cecchinato, obiettivo top 10 per il 2019

Dopo l’ottima stagione appena trascorsa, che lo ha visto disputare, tra l’altro, la semifinale al Roland Garros e vincere 2 titoli ATP, Marco Cecchinato, per la prima volta, in carriera ha fatto il suo ingresso nella top 20. Riuscirà il prossimo anno a fare un ulteriore salto di qualità e ad entrare tra i primi 10 del mondo?

Francesco Rio

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Se ci fosse un premio da assegnare alla sorpresa della stagione 2018 uno dei possibili vincitori sarebbe certamente Marco Cecchinato. Il tennista azzurro, classe 1992, è stato protagonista di un 2018 da incorniciare, con ben 89 posizioni guadagnate in classifica, rispetto ad inizio anno, e una 20°posizione nel ranking raggiunta meritamente, dopo una serie di prestazioni più che convincenti. Del resto, l’inaspettato acuto al Roland Garros con la vittoria contro Novak Djokovic nei quarti di finale e i due titoli ATP sulla terra battuta di Budapest e Umago, sono una chiara dimostrazione dei notevoli miglioramenti che il tennista palermitano ha effettuato negli ultimi 12 mesi.

Per il tennista azzurro, infatti, il 2018 può essere considerato come l’anno della svolta. Dopo tante stagioni vissute intorno alla 100° posizione, quasi sempre all’ombra dei suoi connazionali più titolati, all’età di 26 anni, Cecchinato è stato in grado di fare il grande salto di qualità, raggiungendo la semifinale in un torneo dello Slam che, per il tennis maschile italiano, mancava da 40 anni. Ultimo a riuscirci fu Corrado Barazzutti nel 1978 che, in quell’occasione, fu sconfitto da Bjorn Borg il quale avrebbe poi vinto il torneo in finale contro Vilas.

La cavalcata di Cecchinato nell’edizione 2018 del Roland Garros è stata entusiasmante, quasi irripetibile, a tratti epica. Dopo aver vinto, qualche settimana prima, sulla terra battuta di Budapest il primo torneo ATP della carriera, il tennista palermitano si presentava a Parigi con tanta voglia di fare bene, pur non avendo ancora vinto partite nei tornei dello Slam e avendo superato solo in quattro occasioni i turni di qualificazione. Certamente, però, nessuno, nemmeno il più ottimista dei suoi tifosi, si aspettava potesse spingersi troppo in avanti nel torneo. Del resto, già la vittoria al primo turno contro il rumeno Marius Copil, poteva considerarsi quasi un’impresa, in particolare per le circostanze in cui è avvenuta: due set di svantaggio recuperati e un quinto set maratona chiuso con il punteggio di 10-8. Il tennista siciliano, però, nei turni successivi, è andato addirittura oltre le più rosee aspettative, battendo avversari di valore, dallo spagnolo Pablo Carreno Busta al belga, già finalista alle Finals 2017 nonché testa di serie numero 9, David Goffin, fino ad arrivare al campione dell’edizione 2016, Novak Djokovic. Una cavalcata entusiasmante conclusasi solo in semifinale al cospetto dell’austriaco Dominic Thiem, nonostante due set giocati praticamente alla pari contro il più giovane e quotato rivale. Il grande Roland Garros disputato gli ha permesso così di issarsi sino alla posizione numero 27 della classifica mondiale, consentendogli poi di presentarsi al torneo di Wimbledon come testa di serie numero 29. Un risultato niente male per un tennista che fino al Roland Garros non aveva ancora vinto una partita in un torneo dello Slam.

 

Il 2018 di Cecchinato, però, non è solo Roland Garros. È stato anche l’anno dei primi due titoli nel circuito maggiore. Nel mese di aprile si è aggiudicato a Budapest il primo torneo ATP battendo in finale, in due set, l’australiano John Millman. Ripescato come lucky loser dalle qualificazioni, il tennista azzurro, prima del trionfo in finale contro Millman, è stato in grado di eliminare i due bosniaci Basic e Dzumhur, il tedesco Struff e in semifinale Andreas Seppi, diventando così l’ottavo lucky loser a vincere un torneo del circuito maggiore, nonché il ventitreesimo italiano a conquistare un titolo ATP. Nel mese di luglio si è poi imposto nel torneo croato di Umago, sconfiggendo in finale l’argentino Guido Pella e diventando il quattordicesimo italiano con almeno due titoli ATP nell’Era Open.

L’acuto al Roland Garros, i due titoli ATP e la costanza di rendimento durante tutta la stagione, anche sulle superfici in cui fa più fatica, gli hanno permesso di fare ingresso per la prima volta nella top 20 della classifica mondiale, fissando il proprio best ranking alla posizione numero 19. Dopo quasi 40 anni dall’ultima volta (Corrado Barazzutti, numero 16, e Adriano Panatta, numero 19) due tennisti italiani risultano contemporaneamente presenti tra i primi 20 giocatori del mondo. Oltra a Marco Cecchinato, che ha chiuso l’anno come numero 20, l’altro italiano è Fabio Fognini che ad oggi occupa la posizione numero 13.

Nell’ultima stagione Cecchinato è cresciuto tanto, sia dal punto di vista tecnico che dal punto di vista mentale. Sorprendenti in particolare sono stati il coraggio e la personalità messi in mostra nei momenti più delicati, nonché la capacità di affrontare a viso aperto, senza paura, avversari di valore che difficilmente avrebbe battuto negli anni passati. Anche nei momenti più duri, come contro Vesely a Umago, il tennista siciliano ha tirato fuori quel qualcosa in più, quella forza d’animo che permette di affrontare i momenti difficili e superarli. Il grande salto di qualità che ha compiuto nel 2018 è dimostrazione chiara che con il duro lavoro si può andare oltre le aspettative e si possono raggiungere traguardi inaspettati. A questo punto, però, per il 2019 Cecchinato sarà chiamato ad una prova ulteriore, forse, ancora più difficile di quelle che ha già affrontato: confermarsi ad alti livelli e difendere i tanti punti guadagnati nei tornei sul rosso. Non sarà facile, ma sognare non costa nulla. Il tennista siciliano ha le carte in regole per disputare un grande 2019 e, perché no, fare un ulteriore salto di qualità. La top 10 è ancora lontana, ma non certamente un miraggio. Del resto chi, se non l’uomo che ha fatto sognare milioni di italiani a Parigi, può raggiungere quel traguardo che da tanto tempo, troppo, manca al tennis maschile italiano?

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Personaggi

Il clown nel tennis

Artisti, prima ancora che professionisti nel mondo della racchetta. E chissà come sarebbe se non ci fossero loro

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Dustin Brown - Wimbledon 2015 (foto @Gianni Ciaccia)

“Sono un clown e faccio collezione di attimi!” (H. Boll)

Attimi non consecutivi, attimi in contraddizione. L’attimo e quello ad esso contrario. Principio di identità e contraddizione. Estemporaneità. Un clown non vuole intrattenere né essere causa di riso o malinconico pianto. Questo è il ruolo che gli è stato assegnato. Un clown non vuole mostrarsi necessariamente bizzarro. Un clown è uno che dà una diversa interpretazione alle cose. Due punti possono essere uniti da una spirale, una linea retta è più breve, ma non necessario. Un clown da un senso a cose che apparentemente non ne hanno ed è quello il suo senso. Spesso le smonta, mutandone il senso ed è anche quello il suo senso. Un clown gioca con l’apparente non senso ed è questo il suo senso.

Il tennis non esiste, esiste un’altra cosa di cui il tennis è un mezzo. Dustin Brown non gioca a tennis, fa un’altra cosa. Non ci sono punti, non ci sono games né set, non contano analisi tecniche o tattiche. Nulla di questo è importante, Dustin è un jazzista, un free styler, un improvvisatore. Brown fa rima con clown e l’insieme delle sue improvvisazioni ne attesta l’esistenza. Palle spedite in rete, nei corridoi, nei teloni, nascoste all’avversario, palle che si afflosciano al suolo come goccia o lo bucano come bombe, palle scagliate da una testa di una racchetta che spunta da dietro la schiena, da sotto le gambe o dalla mano nascosta tra lunghi dreads di un uomo volante. Brown non si giudica dai risultati ma dalla collezione di attimi che regala. L’unica vittoria che conta è aver esplicato se stesso, attestato unico di esistenza in quell’opera d’arte che porta il proprio nome.

 

Il diavolo fa le pentole e prima che riesca a risolvere il problema coperchi arriva Benoit Paire e le distrugge. La palla rimbalza lontano, l’avversario è a rete. Serve passare con un recupero di diritto, Benoit ci arriva, saltello da etoile del balletto classico e via di tweener. Gli viene meglio così. La banalità stressa ed annoia, non è divertente, l’amore e la fantasia si nutrono d’altro. Benoit Paire e la perenne ricerca della fuga dal banale e dalla noia, un match di tennis l’occasione. La palla corta che torna indietro o muore senza rimbalzare, una volée alta di rovescio giocata da terra, tweener seriale, gratuito di diritto seriale, doppio fallo seriale. La serialità della apparente follia il filo logico portante. Mai fidarsi di un barbuto hipster con racchetta, solo gustarsi il piacere di lasciarsi sorprendere.

Gael Monfils – Roland Garros 2018 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

A tennis gioca Gael Monfils, di indole clown e di professione tennista. Qualche misterioso desiderio masochistico o espiatorio, lo porta a svolgere il proprio lavoro da stoico manovale della racchetta. Corre, sbuffa e rema Gael, ogni tanto se ne dimentica dando sfogo alla sua vera natura e vengono fuori cose meravigliose. Tra prodezze fisiche, recuperi impossibili, spaccate, colpi in elevazione o con sforbiciata, tweener, tocchi irridenti, sguardi, atteggiamenti, scenette ed espressioni da attore consumato, simulazioni di malesseri e di abbandono dello scambio, Monfils porta avanti il suo show a sprazzi con il rimpianto che un tennis più propositivo lo avrebbe reso un tennista ed un clown migliore.

Nick Kyrgios fa il clown per non soffrire. Se quel che potrebbe essere devasta, prima che accada lo si può boicottare. Un clown colleziona attimi, lui lo fa per evitare lo stress di collegarli e dare titolo ad una storia. Nell’altrui attesa di divenir Federer, Grigor Dimitrov gioca a Stoccolma e serve il suo game di battuta. Sock che è uno che in un campo da tennis sa divertirsi, risponde forte sui piedi e Grigor chiude il punto giocando un colpo da dietro la schiena. Punto successivo, Sock risponde ancora più forte ed ancora tra i piedi e Dimitrov avendo ancora meno tempo, colpisce da sotto le gambe e fa ancora punto. Tanta fantasia imbrigliata in cambio di niente non gli basterà, qualcuno ha visto arrivare Godot?

Nick Kyrgios – US Open 2018 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

Nastase, Navratilova, McEnroe, Mandlikova, Noah, Mecir, Leconte, Ivanisevic, Rios, Agassi, Sampras, Henin, Federer, Radwanska, dei clown hanno la visionarietà, l’interpretazione dell’attimo, ma mai scollegato dalla visione d’insieme ed infatti chi più, chi molto, chi meno, son stati campioni. Il loro nome lo si può trovare negli albi dei grandi eventi dove ci sarà sicuramente qualcuno qui omesso per fretta e dimenticanza. Di alcuni gli albi e le cronache nemmeno ne portano traccia poiché tennisti dai risultati modesti o dall’attimo singolo che non fa collezione.

Fabrice Santoro lo chiamavano Le Magicienne e non aveva fisico da tennista così come modo di impugnare la racchetta. Ha fatto finire dallo psichiatra molti tennisti con le sue magie per poi passare a divenire una star del senior tour lasciando il suo trono, senza erede. Per dei brevi momenti sembrava dover essere Dolgopolov, ma lo hanno visto scivolare mentre tentava di arrampicarcisi.

Anno del Signore 1988. Boris Becker, il più giovane vincitore della storia di Wimbledon al pieno della sua carriera, incontra sulla terra rossa di Amburgo un tipo strano dagli enormi baffoni e dagli enormi quadricipiti femorali contestualizzati in un fisico da impiegato. Strana è anche la provenienza per un tennista, l’Iran, infatti il tipo vive in Francia da una vita. Mansour Baharami è il suo nome ed è sconosciuto ai più. Si fa notare sin dai primi punti per avere un senso del tennis tutto personale. Colpi bislacchi tirati alla carlona, repertorio di assolute scempiaggini, nessun rudimentale rigore tattico, l’idea di non applicarcisi nemmeno. La gente però si diverte e Becker capisce che quel tipo strano gli porterà via la scena.

Ma cosa può un tennista contro uno show man puro, per la conquista dell’applauso? Becker è uno dei tennisti più presuntuosi e pieni di se mai apparsi e questa cosa lo manda in bestia, ma cosa può fare se non vincere il match a colpi di randellate? Becker sa che l’applauso oggi non sarà per lui. Becker può giocare volée sublimi, drittoni pesantissimi, rovesci da manuale, servire bazookate, ma cosa può contro uno che sulla risposta mima il passo del giaguaro per arrivare a rispondere sulla linea del servizio con una palla corta e vincere il punto? Cosa può un tennista pur superdotato di talento contro uno che ti fa uno scambio di cui due colpi sono tweener o che lobba al volo in controtempo e usa il dropshot come un colpo base? Può giocare a tennis al meglio che può senza lasciarsi condizionare dall’applausometro e da cosa combina l’altro. E questo accade.

Becker si scioglie, si rassegna a lasciare per un giorno la platea all’avversario e i ruoli sembrano essersi pacificamente definiti: uno deve vincere il match, l’altro fare lo show. Il match si chiude con Bahrami che serve non colpendo la palla sopra la testa, ma fa il movimento a vuoto per poi colpirla da sotto, prima che essa caschi a terra. Gioco, partita, incontro Becker, ma quel giorno probabilmente nasce la leggenda di Mansour Bahrami, il clown definitivo del tennis. Bahrami racchetta campo e pallina ha dovuto conquistarseli, l’Iran della Rivoluzione Islamica non vedeva di buon occhio i trastulli degli occidentali, quindi prese la borsa dei giochi e dei trucchi e trasferì i suoi baffoni in Francia. Una volta tennista giullare tendenzialmente doppista, ha deciso di ringraziare il mondo della racchetta donandogli intrattenimento, gioia, divertimento e spensieratezza, specie nel post carriera dove è divenuto star richiestissima per esibizioni, spesso accompagnato dai protagonisti del Senior Tour ed altre ex star del tennis che di volta in volta si prestano a fargli da spalla.

Mansour Bahrami – Australian Open Legends 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

Non prendersi troppo sul serio è una delle miglior vie per vivere seriamente la propria esistenza. “La musica non esiste, esiste un’altra cosa di cui la musica è una serva e come tale va trattata e infatti io non suono faccio tutta un’altra cosa” (A. Bonomo). Per un clown le cose esistono, ma sono un’altra cosa. Un clown non è nato per scatenare il riso o un malinconico pianto, è solo uno che da una diversa interpretazione alle cose.

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Personaggi

Andy di Dunblane che sfidò gli dei

Allenamenti e fisioterapia per continuare a competere nell’anno che verrà: senza più il bisogno di confrontarsi con la storia

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Scalare una montagna non deve essere facile, specie per chi è nato in un posto dove la montagna più alta fatica a stare al passo coi palazzi di Dubai. Specie se la montagna scalata si è chiamata prima Roger Federer, poi Rafael Nadal e infine Novak Djokovic. Tre cime di Lavaredo. Come tutti sanno, ad avercela fatta, ad averle scalate tutte e tre c’è riuscito un solo uomo: qualcuno che anche approfittando di correnti ascensionali favorevoli, si è seduto in vetta a rimirare il dorso delle nuvole. Andrew Barron Murray è Ufficiale dell’Impero Britannico nonché Cavaliere di Sua Maestà la Regina. Ed è anche quello per anni si è tagliato i capelli da solo e che viene dalla Scozia più vera, quella dove tutti bevono le pinte e smadonnano gli Inglesi. Tranne lui che è astemio, tranne lui che gli Inglesi non si sa.

Insomma, questo concentrato di miseria e nobiltà deve aver gradito lo spettacolo sul finire dell’anno 2016. Si deve essere voltato indietro nei giorni, verso le prime lezioni con mamma Judith, le sconfitte da bambino contro Jamie, la scuola spagnola da 30.000 euro all’anno, gli allenamenti sempre più costanti, sempre più intensi, mentre erano altri ad accarezzare il cielo. Pensava a queste cose in vetta, giusto il tempo di sorbire un tè in cima al mondo. Trascorreva un caldo inverno malgrado l’altitudine. Si sa che poi il corpo ha pagato lo sforzo. Si sa che i chiodi piantati sulle pareti nord e sud sono saltati. La cordata, da tesa che era, è caduta floscia al suolo e le montagne sono tornate ad essere impossibili da scalare. Da un 8000 hymalaiano Andy è tornato scozzese come non mai, al Ben Nevis delle Highlands. Plaid a quadroni sulle ginocchia e sulle anche operate, il freddo umido della pianura e dell’800esima posizione mondiale. Da un 8000 a 800: questione di uno zero.

Pare ore che alla vigilia di questo 2019, Andy Murray, il Ringo Starr del quartetto che ha segnato l’anomalia di questi ultimi quindici anni di palla e racchetta, sia di nuovo al campo base, prossimo ai 32 anni. Allenamenti e fisioterapia a Miami, specialisti dei recuperi miracolosi assoldati, acqua di Lourdes, palme e merengue. Nessuna montagna all’orizzonte fisico. Se potessi intervistarlo gli chiederei: “Non credi che possa bastare?”. Lui che è intelligente, almeno come gli altri tre e forse più, borbotterebbe. Sia chiaro. La domanda suonerebbe diversa rispetto alle solite domande sul ritiro di Federer. Quando chiedono allo svizzero “non credi che possa bastare?”, in realtà è perché le persone vogliono esserci, partecipare ad un pezzo di storia. Vogliono essere tutti a Times Square quando esploderà l’armistizio o sul muro di Berlino quando i Vopos se ne andranno di nuovo in birreria.

 

Chiederlo ad Andy Murray, invece, suonerebbe paterno e protettivo. Sarebbe un “non vedi cosa c’è là fuori che ti aspetta?”. “Non vedi che quei tre sono ancora là fuori, mentre si corrono addosso alla ricerca dell’ultima impresa, quella che metterà tutti d’accordo, persino i cani e le pietre?”. Insomma, non sarebbe meglio per Andy restare dov’é? Non potrebbe trovare una riedizione di quella cattedra robusta e sicura che tenne al riparo lui e Jamie da Thomas Hamilton 23 anni fa? Gli resterebbe una foto da appendere: la foto di un giorno passato al di sopra degli dei. Così, da condurre per mano i figli di Sofia Olivia Murray, portarli nella stanza del nonno, quella che nessuno deve toccare, dove si spolvera con la stessa sensibilità del suo rovescio, per mostrare loro dov’era arrivato anni prima, Lui, così Prometeo, così semplicemente umano al cospetto del Divino, del Diabolico e del Robotico.

Nessuno invita Andy Murray al ritiro. Il tennis moderno è diventato ormai il meridione d’Italia dove a 32 anni sei ragazzo. Ritirarsi a quella età suonerebbe scortese verso gli ospiti. Ma una sana iniezione di normalità da Andy forse è lecito aspettarsela. Mentre continuano a competere tre tennisti che da soli hanno vinto un quarto di tutti gli Slam disputati nell’Era Open, a me personalmente occorre un primo degli umani, un archetipo di ribellione contro i tre di cui sopra e contro la loro stucchevole sete di vittorie. Un tennista, sia chiaro, che non sia nulla di meno di quel che è stato il Murray tennista, ma che non competa per una storia che sarà comunque dimenticata. Un Andy Murray che viva per il momento, per lo stare in campo, senza la pressione di sentire che lui è un Fab four e che deve tenere il passo.

Lo lascino in pace gli inglesi tutti, i tabloid, i Reali (che sotto sotto amano di più il classy Roger), e così lo lasceranno stare anche le aquile di Zeus che mangiavano il fegato al suo predecessore. Avremmo un Prometeo non incatenato al passato, già punito una volta per avere tentato di fare gara pari con gli dei. E quando Jamie tornerà a dirgli che adesso è tutto ok, che adesso si può uscire davvero, più nessun rimpianto. Perché c’è una foto incollata al muro che lo ritrae, unico umano, mentre siede sul trono rubato agli dei.


Agostino Nigro vive e lavora a Napoli Nord. Ha costruito le sue scarse fortune tennistiche sul suo rovescio a una mano, eppure vive di diritto

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