Taylor Townsend, quando il tennis danza

Personaggi

Taylor Townsend, quando il tennis danza

Pubblicato

il

TENNIS – Taylor Townsend non è una tennista come le altre. Dopo aver stupito Parigi, la diciottenne che legge gli appunti durante i cambi campo (“È un’abitudine”) vuole continuare a vincere e a danzare.

Il vento di Chicago ieri ha soffiato forte sul Suzanne Lenglen. “Windy City” è il nomignolo attribuito alla grande città americana che ha dato i natali a Taylor Townsend, in realtà, il soprannome non è di derivazione meteorologia, bensì storico-politica. Ma poco ci importa, perché il vento di cui stiamo parlando è quello che, in un pomeriggio grigio e orfano di Serena Williams, ha spazzato via i cori e le esortazioni di un pubblico che non poteva – malgrado lo spettacolo messo in atto dalla giovane “Chicagonian” – non tifare per la tennista di casa, la numero uno francese, Alizé Cornet.

Che la ragazza avesse del potenziale già si sapeva. Essere la prima americana dall’ ’82 a riconquistare la vetta della classifica junior non è certo dovuto ad un insieme di coincidenze, anzi… Taylor ha lavorato davvero molto e il 2012 – con la vittoria in singolare e in doppio agli Australian Open e, sempre in doppio, a Wimbledon e agli US Open – è stato l’anno che l’ha votata al professionismo, “Essere No. 1, qualsiasi No. 1, era una convalida che, si sa, ero pronta a passare al livello successivo”. Una maturità rara, celata dalle espressioni dolci e sorridenti di una ragazzina, che quando sbaglia un dritto o una volée si lascia andare ad una gestualità quasi teatrale, ma anche consapevole, di colei che aspira alla perfezione, ma è conscia dei propri limiti attuali e di cosa il futuro può riservale; d’altra parte avere Martina Navratilova come modello a cui ispirarsi non è cosa da tutte.

 

Un obiettivo “semplice” il suo: scalare il ranking il più possibile. Attualmente è la numero 205, e, con la vittoria di ieri, i suoi successi nel circuito maggiore salgono a quattro (4-4): le prime due vittorie sono entrambe arrivate sul cemento californiano di Indian Wells, dove lo scorso anno batté Lucie Hradecka e quest’anno Karin Knapp, per poi infrangersi contro una fantastica Flavia Pennetta, che, in ottima forma e futura vincitrice del titolo, ha dovuto faticare tre set (6-3 6-7 (4) 6-3) prima di aggiudicarsi l’incontro: “Se la vedi così, non è davvero in forma. Voglio dire, è evidente. Ma si muove meglio di quanto si pensi, ed è potente”, sì, e al di là della forma fisica nel suo tennis c’è molta più grazia di quanto ci si aspetti. Sono i primi passi verso obiettivi più grandi: la top-10, la top-5, il sogno di vincere tutti i tornei dello Slam più e più volte.

Il 2012 è anche l’anno della polemica. L’USTA cercò di impedirle di giocare l’US Open junior, una scelta controversa quella di tenere in panchina la miglior promessa americana, nonché la numero uno della classifica mondiale. L’unica ragione palesata fu il mancato miglioramento sul piano fisico/atletico della ragazza, con l’intento di preservarne la salute e la carriera, ma forse anche quello di non dare “il cattivo esempio”, in un paese dove l’obesità giovanile è una piaga ben radicata. “È stato scioccante. Ero molto delusa, a dir la verità. Ho pianto. Voglio dire, ho lavorato sodo e non è per miracolo che sono diventato numero 1. Non voglio sembrare presuntuosa ma non si è trattato di un miracolo”. In ogni caso Townsend non si è lasciata irretire, sintomo di un grande carattere. Dove molte al suo posto si sarebbero arrese alle decisioni e in un certo qual modo all’umiliazione e discriminazione, ha fatto armi e bagagli e a New York ha giocato lo stesso a proprie spese – rimborsate a posteriori – raggiungendo i quarti in singolare oltre alla sopraccitata vittoria in doppio. Nonostante i tentativi di riappacificazione l’episodio ha sancito la rottura tra la giocatrice e l’USTA: “Il programma di fitness che mi hanno imposto non è stata una mia decisione, pensavano che giocare non fosse l’idea migliore, per cui sono tornata a casa… Ho avuto un sacco di grandi opportunità. Sto facendo tutto quello che mi chiedo e sono professionale su tutto”. Decisioni. Decisioni che venti mesi fa erano assolutamente delicate, ma anche autonome e prese con la maturità necessaria a chi ha grandi obiettivi e soprattutto sa cosa vuole per sé stessa. Decisioni che alla luce dei risultati in progresso sembrano essere quelle giuste, almeno in parte, perché lei stessa ammette che un miglioramento sul piano fisico è possibile e la sua presa di posizione in merito è tutt’altro che rigida, semplicemente “giocare” ha la precedenza.

Allo stato attuale Townsend si allena presso fondazioni no profit che hanno sede a Chicago e a Washington, dividendo la propria preparazione sotto la guida di Kamau Murray, che la conosce dall’età di sei anni, e Zina Garrison, finalista di Wimbledon nel ’90. Il contributo di Zina, cresciuta a sua volta nel mito di Navratilova, va oltre il piano tecnico/tattico, altra tennista afro-americana che ha portato su di sé tutto il peso dell’essere “diversa” in un ambiente che tutt’oggi stenta a liberarsi dal pregiudizio razziale. Zina, così come Seles, sa anche bene cosa significhi non trovarsi a proprio agio con il proprio corpo e dover quotidianamente lottare con gli sguardi di tutti coloro che non riescono a vedere oltre i kg di troppo. I disordini alimentari sono uno spauracchio tangibile che può devastare una carriera, ancor più nel caso di una giovane promettente che, nel momento in cui consegue risultati di prestigio, si ritrova quel tipo di riflettore puntato addosso. “La cosa più importante è stata farle capire che sta bene, non tutti hanno le nostre stesse forme, questo le è molto chiaro… Sfido più della metà delle ragazze del tour a fare alcune delle cose che fa lei”.

Afro-americana, nata a Chicago il 16 aprile del ’96, diciott’anni appena compiuti, segni particolari? Il tennis, un tennis che parla da solo, anzi grida e spazza via le urla di un intero stadio a suon di dritti che “accarezzano” le righe in lungolinea, traiettorie incrociate che trovano angoli acuti, in un gioco di geometrie e variazioni assolutamente intelligente. Un tennis pieno, fatto di discese a rete, attacchi in controtempo, slice, colpi piatti e una mano delicata. Un tennis incantevole, un tennis raro. Lo sa bene Taylor, che sempre più va a scontrarsi in antitesi con quella che è la futura generazione di atlete che calcherà i campi da tennis, non può esserci niente di più diverso da lei della sicurezza atletica di Belinda Bencic o Ana Konjuh, per citare giusto due esempi di giovani tenniste passate recentemente al professionismo.

La strada è in salita, non si può negarlo e sia Zina che la sua pupilla ne sono pienamente consapevoli, “Molte volte, quando si è creativi e si ha così tanto, diventa molto difficile e noioso, e si utilizza un colpo quando potrebbe non essere necessario usarlo“, la stessa Taylor ha ammesso: “Ho sempre detto che è un dono e una maledizione avere così tanta scelta, perché si rischia di ritrovarsi molto confusi sul cosa fare“.

Anche il diritto di giocare lo Slam parigino Townsend ha dovuto guadagnarselo lavorando duro, ma soprattutto conquistando, uno di seguito all’altro, due titoli ITF, i primi della sua carriera, a Charlottesville ed Indian Harbour Beach, vincendo, in quest’ultimo caso, quattro partite lo stesso giorno: semifinale e finale sia di singolare che di doppio. Una determinazione sicuramente fuori dal comune e ieri l’abbiamo potuto vedere chiaramente.

Le piace ascoltare musica per caricarsi prima dei match, è una super-fan di Roger Federer, al punto da dargli consigli tecnici via twitter, e pare che Andy Murray, dopo averla vista giocare, sia appena diventato un suo “supporter”. Durante i cambi campo scruta con attenzione un blocchetto di appunti, lo fa per concentrarsi, “Sono solo appunti degli allenamenti” – dice – “mi aiutano a mantenere uno stato d’animo in cui vedo le cose semplici. È una specie di abitudine, se non li leggo è strano”. Ieri al termine dell’incontro, l’abbiamo vista ballare la Nae Nae dance, senza ostentazione né arroganza, ma con un dolce sorriso di gioia per un altro grande passo che ripaga i sacrifici, “Sono davvero felice, ma queste sono le cose, sono i momenti per cui un giovane atleta professionista lavora… Dovreste dare un’occhiata a questo ballo nato ad Atlanta, è assolutamente di tendenza. Ho pensato, se vinco, allora inizierò a ballare, spero di non essere sembrata stupida”.

La prima volta che Zina partecipò al Roland Garros raggiunse i quarti, era il 1982. Se Taylor dovesse superare Carla Suarez Navarro nel match di domani, diventerebbe la più giovane americana ad avanzare sino a questo punto del tabellone dal 1998, quando sia Venus che Serena ebbero accesso ai quarti. Un match che tutti aspettiamo, sperando che la maturità dimostrata sino ad ora non sia preda di una ragionevole emozione. Continua a danzare, Taylor.

Continua a leggere
Commenti

Personaggi

La riservata Francisca, un’antidiva per Nadal

Il campione spagnolo sposerà la fidanzata storica il 19 ottobre: allergica ai riflettori e ai paparazzi. Un amore riservato. Pochissimi i baci in pubblico. Lui girò un video con Shakira solo dopo il via libera di lei

Pubblicato

il

Rafa Nadal e Maria Francisca Perello (foto via Instagram, @rafaelnadal)

L’articolo che segue, a firma del direttore Scanagatta, è stato pubblicato questa mattina su La Nazione, Il Resto del Carlino, Il Giorno

È la donna del mistero. Una delle donne più inquadrate negli ultimi 14 anni (!) dalle tv di tutto il mondo. La fedele sempiterna compagna di uno dei campioni più popolari del globo, finalmente sabato 19 udrà le fatidiche parole: “Sì, quiero”, “Sì, lo voglio”. Ma se chiedeste a milioni di persone chi sia, che cosa faccia, che cosa pensi, Francisca Perelló, scorgereste facce e risposte incerte. È una ragazza carina ma non appariscente, capelli scuri sempre naturali e castani come gli occhi suoi e del promesso sposo. Indossa sempre abiti semplici, un trucco leggero le illumina il viso pulito, il sorriso è quasi sempre mezzo, rivelatore d’una apparente timidezza. Gli amici la descrivono semplice, puntigliosa, attenta ai dettagli. E lei avrà certamente anche mille altre virtù, ma forse nessuna così evidente come la sua discrezione.

In 14 anni al fianco di un supercampione come Rafael Nadal è stata una vera impresa trovare, tranne che per le fotografie scattate in tribuna accanto alla sorella del prossimo sposo, dei suoceri, scatti che la immortalino altrove, in eventi mondani, social. Nessuna intervista a riviste e giornali. Proprio non sopporta di finire in copertina. «Grazie, non ho proprio nulla da dire» ha sempre cortesemente risposto a decine di giornalisti la novia di uno dei più grandi tennisti di tutti i tempi: appunto Nadal, il primo grande rivale di Roger Federer, vincitore di ben 12 Roland Garros, di 19 Slam, uno meno dello svizzero. Nove anni fa quel macho ipermuscolato aveva accettato di girare un video intimamente ravvicinato per il lancio della hit “Gitana” della popstar colombiana Shakira. I gossip-tabloid si scatenarono. Senza immaginare che senza l’ok di Maria Francisca, detta ‘Meri’, il video non sarebbe mai stato girato.

Rafa sarà l’ultimo dei Fab Four a sposarsi: 4 anni dopo Andy Murray, 5 dopo Novak Djokovic, 10 dopo Roger Federer. Lui ha 33 anni. Lei è nata il 7 luglio 1988, figlia unica di papà Bernat, costruttore edile, e mamma Maria Pascual, funzionaria del comune di Manacor, la cittadina delle Baleari dove è nato Rafa. Il matrimonio si celebrerà a Port de Pollenca, location esclusiva sul litorale nord: 500 gli invitati, inclusi diversi tennisti. E naturalmente anche re Juan Carlos e consorte. E Federer? Dieci giorni fa mi disse a Ginevra: “Non sono invitato”. Ma l’invito sarà arrivato.

Rafa e Xisca si erano conosciuti al liceo. A presentarli la sorella di lui, Maribel. Il primo bacio? Pare nel 2005, anno del primo trionfale Roland Garros. Anche Rafa è riservato, discreto. L’unico bacio che gli ho visto dare in pubblico a Xisca è stato dopo aver vinto Montecarlo nel 2016. Un’eccezione. I paparazzi che pochi mesi fa li hanno finalmente colti in atteggiamento affettuoso sulla nuova barca acquistata da Rafa, il Beethoven, stanno ancora festeggiando. Rafa si allenava e giocava a tennis. Xisca studiava economia aziendale, laureandosi. A Londra ha lavorato un po’ per Img, società di management che segue Rafa, e per l’agenzia di assicurazioni Mapfre.

Il solo modo per convincere Xisca a rilasciare qualche dichiarazione è stato chiederle di parlare della Fondazione Rafa Nadal che lei dirige insieme a mamma Nadal (Ana Maria), la presidente. Nella vita e nella famiglia di Rafa e Xisca ci sono già ogni anno 800 bambini, quelli di cui si occupa la Fondazione nata sulla scia di un torneo in India: “Rafa sentì che doveva restituire qualcosa di quello che aveva avuto. La semplice beneficenza non bastava. Abbiamo scelto la discrezione: preferiamo lavorare per raggiungere risultati piuttosto che raccontarli.

Anche per l’abito da sposa, disegnato apposta per lei dalla stilista catalana Rosa Clara, Xisca non rinuncerà alla sobrietà: indosserà un modello di stile romantico, classico, haute couture e su misura, creato appositamente per lei, molto coerente con il suo stile discreto ed elegante. E Rafa si sforzerà di darle almeno un altro bacio. In pubblico.

 

Qui l’articolo “Altro che wags” di Viviana Ponchia

Continua a leggere

Focus

Rublev ha trovato la luce in fondo al tunnel

Ubitennis torna a occuparsi del rapporto fra tennis e depressione, stavolta con l’esempio positivo del russo Andrey Rublev, protagonista di una splendida cavalcata fino alla finale di Amburgo dopo oltre un anno di difficoltà

Pubblicato

il

Andrey Rublev - Twitter @hamburgopen by Witters Sportfotografie

L’account di Instagram Behind the Racquet”, creato dall’americano Noah Rubin, ex-vincitore di Wimbledon juniores, si è fatto rapidamente strada per aver scoperchiato il vaso di Pandora dell’infelicità provata da molti giocatori, spesso travolti dalle aspettative, dall’insoddisfazione, e, perché no, dai debiti, in uno sport che si fonda sulla solitudine e sull’impossibilità di comunicare con il proprio team durante le partite. L’aspetto gladiatorio del tennis, che tanto veneriamo, ha il rovescio della medaglia di non garantire salvagente durante la tempesta, e Rubin sta giustamente tentando di sensibilizzare l’opinione pubblica in questo senso – un trend peraltro in crescita in molte discipline.

Fortunatamente, c’è anche chi riemerge con più tempra dalle avversità, e fra questi c’è il russo Andrey Rublev, casualmente autore dell’ultimo post della pagina e fresco finalista all’ATP 500 di Amburgo, dove si è garantito il ritorno in top 50 da domani (sarà quarantanovesimo), dopo un anno infernale passato a mangiare il pane duro delle qualificazioni a causa di uno stop prolungato dovuto ad una frattura da stress alla schiena.

Andrey l’ha descritto così:

View this post on Instagram

“It was last year when I sadly had a stress fracture in my lower back. It kept me out of competition for three months. It was an incredibly tough time for me which led to some depression. Since the injury was in my back I wasn’t allowed to do anything for the first two months. I had more free time than I ever had and I didn’t know what to do with it all. I missed the sport so much and all I wanted to do was compete. I clearly remember nothing else at the time was making me happy. It truly was one of the toughest moments of my career. I was born to compete and now I couldn’t and that’s where moments of depression came from. I would try to not keep up with any results from tournaments. Any time I did, by accident, it would make me really upset to see other players doing something I couldn’t at the time. I am here at home doing nothing while they are doing their best and improving. I had to continue to wait for the bone to heal to do even a little rehab. I just wanted to do a little fitness but it was killing me that there was absolutely nothing I could do. While I began to watch matches I almost got that same feeling of competition that I would get from playing, but then it would be overtaken by sadness when I knew it would be some time until I could do it again. There were definitely moments when I would be doing minor rehab and forget all these problems but it would always come back. I would watch a match and realize just how long the road to recovery is and how much longer until I am back on court. It made me want to be back on court more than anything.”

 

A post shared by Behind The Racquet (@behindtheracquet) on

“Sfortunatamente, lo scorso anno mi sono procurato una frattura da stress nella parte bassa della schiena che mi ha tenuto fuori dalla competizioni per tre mesi. È stato un periodo veramente duro per me, infatti ho iniziato a sentirmi un po’ depresso. Dato che l’infortunio era alla schiena non mi era consentito fare niente per i primi due mesi. Mi sono ritrovato con molto più tempo libero di quanto ne avessi mai avuto e non avevo idea di come usarlo. Mi mancava terribilmente il gioco, tutto quello che volevo era poter competere. Ricordo chiaramente che in quel momento nient’altro mi rendeva felice. È stato davvero uno dei momenti più duri della mia carriera. Sono nato per la competizione ma in quel momento mi era stata portata via, ed è da lì che sono arrivati i momenti di depressione. Provavo a non aggiornarmi sull’andamento dei tornei. Ogniqualvolta, per sbaglio, mi capitasse sotto gli occhi una partita, mi infuriavo nel vedere altri giocatori che facevano quello che io non potevo fare. Pensavo: “Sono qui a casa a far niente mentre loro stanno migliorando e dando il massimo”.

Anche solo per poter fare un po’ di riabilitazione, dovevo continuare ad aspettare che l’osso guarisse. Volevo soltanto fare un po’ di preparazione fisica, ma non potevo fare neanche quella, non potevo fare assolutamente niente. Quando iniziavo a guardare delle partite riprendevo quasi lo stesso stimolo competitivo che ho quando gioco, ma poi questo veniva sostituito dalla tristezza, perché sapevo che ci sarebbe voluto un po’ prima di poter ricominciare per davvero. Di sicuro c’erano dei momenti in cui la riabilitazione mi faceva dimenticare i miei problemi, ma la tristezza tornava sempre. Guardavo una partita e mi rendevo conto di quanto sia lunga la strada verso la guarigione, e di quanto ci sarebbe voluto prima di tornare in campo. Quella sensazione mi faceva desiderare di tornare a giocare più di qualunque altra cosa”.


Molti tifosi italiani l’avranno visto giocare alle NextGen ATP Finals di Milano, dove è stato protagonista di entrambe le edizioni finora disputate, con un secondo e un terzo posto. Ma anche per chi l’avesse visto solo in televisione, il giovane russo, che compirà 22 anni a ottobre, è un tennista inequivocabilmente distintivo: ha l’aria di un bambino triste e malnutrito (pesa 70 chili spalmati ingenerosamente su 188 centimetri), è pallido e provvisto di due borsoni da spiaggia sotto gli occhi, ma quando inizia a giocare diventa una belva.

Molti dei giovani contemporanei sembrano essere impostati su un tennis allergico ai ritmi sincopati e alla fase difensiva, e Rublev non fa eccezione, ma c’è qualcosa di romantico nel vedere un ragazzo che sarebbe dato per sfavorito in un braccio di ferro con Kate Moss tirare dei dritti di una pesantezza ‘Delpotresca’ da ogni parte del campo, frutto di una flessibilità datagli dalla grande passione per il pugilato, sport praticato in gioventù dal padre. Infatti il suo amico Denis Shapovalov, altro esemplare di anarchico benedetto, ha affermato in un’intervista che Rublev è persino più elastico di lui, aggiungendo scherzosamente che con ogni probabilità da bambino camminava sulle mani.

Come per ogni eroe romantico, però, la sua forza è anche stata il principale motivo delle sue pene: come affermato dal suo coach, Fernando Vicente, un fisico tanto gracile soffre l’equivalente di un colpo di frusta, però full body, per la violenza dei suoi colpi, e questa è stata la causa del suo infortunio. Inoltre, è abbastanza evidente che un tennis di violento e cieco abbandono richieda certezze mentali, certezze che con l’infortunio sono venute a mancare per mesi, facendolo precipitare in meno di un anno dal N. 31 al N. 115.

Andrey Rublev – Australian Open 2018 (@RDO foto)

Rublev, che fa base in Spagna, era assurto alle cronache quando, da lucky loser, era andato a vincere ad Umago nel 2017, battendo tra gli altri Fognini e Lorenzi. Aveva poi confermato la propria ascesa diventando il primo NextGen a fare i quarti in uno Slam a New York, dove, prima di essere annichilito da Nadal, aveva battuto nettamente Dimitrov e Goffin, poi finalisti al Master di pochi mesi dopo. L’inizio del 2018 era stato altresì promettente, con la finale raggiunta a Doha contro Monfils, un combattuto terzo turno a Melbourne (di nuovo contro Dimitrov) e altri due quarti di finale a Montpellier e Rotterdam, prima che iniziassero i problemi fisici, e con loro la depressione e la frustrazione nel vedere i suoi gemelli Medvedev e Khachanov che lo superavano nel ranking e raggiungevano la top 10.

La finale di Amburgo, seppur persa contro Basilashvili, dall’attitudine per certi versi pure più integralista, è arrivata in tandem con lo scalpo più prestigioso della carriera, quello di Dominic Thiem, quarto miglior giocatore del mondo (ma secondo sulla terra), battuto al suo stesso gioco di pulizia delle righe. Un tale risultato non potrà che ridargli fiducia, magari portandolo alle vette che molti, dopo la vittoria al Roland Garros juniores del 2014, vaticinavano per lui. Il suo gioco necessita di qualche miglioria (vedi una seconda più affidabile e qualche variazione in più, specie con la risposta bloccata, questa sconosciuta), ma il talento, paragonabile se non superiore a quello dei suoi compatrioti, non è mai stato in discussione, e soprattutto, dopo quello che ha passato, Andrey Rublev potrà sentirsi ancora più fortunato per ogni minuto passato a competere sul campo, dove vuole essere e dove, salvo imprevisti, avrà la possibilità di rimanere per molto tempo.

Tommaso Villa

Continua a leggere

Personaggi

Dusan Lajovic, il serbo che non ti aspetti

A Montecarlo ha raggiunto la sua prima semifinale in un Masters 1000 a 28 anni. “Meglio tardi che mai” ha detto in conferenza stampa. Tutto grazie alla costanza e all’aiuto dell’ex coach di Fognini

Pubblicato

il

Dusan Lajovic - Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Ormai da una decina di anni il tennis è diventato uno sport molto popolare in Serbia. Il merito naturalmente è stato soprattutto di Novak Djokovic, 15 volte campione Slam e attuale n.1 del mondo. Ma non solo. Inizialmente Nole era circondato da una serie di compagni di ottimo livello, ovvero Janko Tipsarevic, Viktor Troicki e il doppista Nenad Zijmonic, con i quali ha conquistato la prima e unica coppa Davis nella storia del tennis serbo nel 2010, alimentando l’interesse per questo sport in patria e la sua leggenda. E quando Djokovic è entrato nell’olimpo dei migliori giocatori della storia di questo sport è partita la naturale caccia all’erede. Prima Filip Krajinovic e poi Laslo Djere si sono ritrovati addosso quest’etichetta da adolescenti. 

Mentre il fenomeno di Belgrado continuava a fare incetta di trofei, i suoi compagni di Davis subivano l’inevitabile avanzare dell’età e gli eredi facevano fatica a reggere il peso delle aspettative. Dusan Lajovic, belgradese classe 1990, zitto zitto, cominciava ad affacciarsi al tennis che conta. I suoi progressi nel ranking raccontano di una crescita lenta ma inesorabile: vicino ai primi 400 nel 2010, dentro i primi 200 nel 2011, sfonda il muro dei top 100 nel 2014. Grazie agli ottavi di finale del Roland Garros, in quello che rimane ancora il suo miglior risultato a livello Slam. Battè Federico Delbonis, Jurgen Zopp e Jack Sock, tre avversari ostici ma non di certo dei fenomeni, e poi rimediò quattro giochi contro Rafa Nadal.

Dopo quel risultato, Lajovic si è fermato nel limbo dei giocatori che sono troppo forti per il circuito challenger (6 i titoli in carriera al piano di sotto) ma non abbastanza forti per sfondare in quello ATP, dove infatti non ha mai raggiunto una finale. La qualità di gioco c’era sicuramente, con un dritto abbastanza incisivo e un rovescio ad una mano che dal punto di vista stilistico si lascia apprezzare. Ma mancava qualcosa. Forse un po’ di pesantezza di palla, con quella corporatura da normotipo (1,83 di altezza) che di certo non aiuta. Forse un po’ di personalità che quell’aria da giocatore di circolo capitato lì per caso.

 
Dusan Lajovic – Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

Che stesse qualcosa si stesse muovendo lo si poteva già intuire. Nella scorsa stagione ha ottenuto risultati di rilievo: quarti al Masters 1000 di Madrid, quarti a Pechino e semifinale a Lione e ancora. Aveva anche messo alle strette Alexander Zverev al secondo turno del Roland Garros, andando in vantaggio di due set a uno. “Sono cresciuto tanto mentalmente in questo ultimo anno. Grazie soprattutto al mio allenatore Javier Perlas (ex coach di Fognini, ndr), ha raccontato. E i suoi progressi si sono visti tutti questa settimana a Montecarlo, dove finalmente è balzato all’onore delle cronache, con la sua prima semifinale in un Masters 1000, conquistata peraltro senza perde un set.

La sua avventura monegasca è cominciata con un duplice 6-4 all’esordio sul tunisino Malek Jaziri. Ma dal secondo turno, Lajovic ha messo il turbo. Prima ha battuto comodamente David Goffin e, nel turno successivo, è riuscito nell’impresa di eliminare Dominic Thiem, vincitore del titolo ad Indian Wells e secondo tanti esperti il miglior giocatore su terra rossa al mondo dopo Nadal. Per il belgradese si è trattata della prima affermazione contro un giocatore classificato tra i primi cinque del mondo in carriera. Ottenuta con una prova a dir poco perfetta.  

Poi, ahinoi, è arrivato il successo nei quarti finale contro il nostro Lorenzo Sonego, anche lui protagonista di un grande torneo, col punteggio di 6-4 7-5. Lajovic è stato più bravo nella gestione del forte vento che spirava forte sul campo centrale del Country Club del Principato. “Le condizioni erano difficili per entrambi. Era difficile trovare il timing sulla palla. Alla fine, ha pagato la strategia di insistere sul suo rovescio, con il quale lui andava ancora più in difficoltà”, ha sottolineato il serbo a fine match. Nonostante un piccolo passaggio a vuoto nel secondo parziale, in cui Sonego ha avuto anche un set point. Ma alla fine è riuscito a portare a casa l’incontro. “A metà del secondo set ho perso il focus per tre game. Un po’ troppo. Lui è anche salito di livello. D’altronde ha giocato bene per tutta la settimana. Sono stato bravo a riprendermi subito e a chiudere con il servizio”, ha affermato.

E ora dovrà scendere in campo per la sua prima semifinale in un Masters 1000, a 28 anni, e dopo 12 da professionista. “Meglio tardi che mai”, ha commentato il serbo. Affronterà il lanciassimo 23enne russo Daniil Medvedev, n.14 del ranking ATP, giustiziere proprio di Djokovic ai quarti. Tra le mura amiche di Mosca sul finire della scorsa stagione, nel loro primo e unico scontro diretto, Medvedev aveva lasciato appena tre game a Lajovic. “Cercherò di farne quattro”, ha ironizzato il serbo. Ma anche lui sa di avere molte più chance di fare partita pari sulla lenta terra rossa monegasca rispetto a quell’incontro sul tappeto indoor. Inoltre, anche il russo è alla prima semifinale in un appuntamento così prestigioso e potrebbe pagare la tensione. Insomma, Lajovic parte sfavorito ma non battuto.

Dusan Lajovic – Montecarlo 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

A prescindere da come vada a finire, dalla prossima settimana ritoccherà considerevolmente il suo best ranking, diventando il secondo giocatore serbo nel ranking ATP. E tutto ciò non potrà di certo passare per inosservato, finalmente.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement