Taylor Townsend, quando il tennis danza

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Taylor Townsend, quando il tennis danza

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TENNIS – Taylor Townsend non è una tennista come le altre. Dopo aver stupito Parigi, la diciottenne che legge gli appunti durante i cambi campo (“È un’abitudine”) vuole continuare a vincere e a danzare.

Il vento di Chicago ieri ha soffiato forte sul Suzanne Lenglen. “Windy City” è il nomignolo attribuito alla grande città americana che ha dato i natali a Taylor Townsend, in realtà, il soprannome non è di derivazione meteorologia, bensì storico-politica. Ma poco ci importa, perché il vento di cui stiamo parlando è quello che, in un pomeriggio grigio e orfano di Serena Williams, ha spazzato via i cori e le esortazioni di un pubblico che non poteva – malgrado lo spettacolo messo in atto dalla giovane “Chicagonian” – non tifare per la tennista di casa, la numero uno francese, Alizé Cornet.

Che la ragazza avesse del potenziale già si sapeva. Essere la prima americana dall’ ’82 a riconquistare la vetta della classifica junior non è certo dovuto ad un insieme di coincidenze, anzi… Taylor ha lavorato davvero molto e il 2012 – con la vittoria in singolare e in doppio agli Australian Open e, sempre in doppio, a Wimbledon e agli US Open – è stato l’anno che l’ha votata al professionismo, “Essere No. 1, qualsiasi No. 1, era una convalida che, si sa, ero pronta a passare al livello successivo”. Una maturità rara, celata dalle espressioni dolci e sorridenti di una ragazzina, che quando sbaglia un dritto o una volée si lascia andare ad una gestualità quasi teatrale, ma anche consapevole, di colei che aspira alla perfezione, ma è conscia dei propri limiti attuali e di cosa il futuro può riservale; d’altra parte avere Martina Navratilova come modello a cui ispirarsi non è cosa da tutte.

 

Un obiettivo “semplice” il suo: scalare il ranking il più possibile. Attualmente è la numero 205, e, con la vittoria di ieri, i suoi successi nel circuito maggiore salgono a quattro (4-4): le prime due vittorie sono entrambe arrivate sul cemento californiano di Indian Wells, dove lo scorso anno batté Lucie Hradecka e quest’anno Karin Knapp, per poi infrangersi contro una fantastica Flavia Pennetta, che, in ottima forma e futura vincitrice del titolo, ha dovuto faticare tre set (6-3 6-7 (4) 6-3) prima di aggiudicarsi l’incontro: “Se la vedi così, non è davvero in forma. Voglio dire, è evidente. Ma si muove meglio di quanto si pensi, ed è potente”, sì, e al di là della forma fisica nel suo tennis c’è molta più grazia di quanto ci si aspetti. Sono i primi passi verso obiettivi più grandi: la top-10, la top-5, il sogno di vincere tutti i tornei dello Slam più e più volte.

Il 2012 è anche l’anno della polemica. L’USTA cercò di impedirle di giocare l’US Open junior, una scelta controversa quella di tenere in panchina la miglior promessa americana, nonché la numero uno della classifica mondiale. L’unica ragione palesata fu il mancato miglioramento sul piano fisico/atletico della ragazza, con l’intento di preservarne la salute e la carriera, ma forse anche quello di non dare “il cattivo esempio”, in un paese dove l’obesità giovanile è una piaga ben radicata. “È stato scioccante. Ero molto delusa, a dir la verità. Ho pianto. Voglio dire, ho lavorato sodo e non è per miracolo che sono diventato numero 1. Non voglio sembrare presuntuosa ma non si è trattato di un miracolo”. In ogni caso Townsend non si è lasciata irretire, sintomo di un grande carattere. Dove molte al suo posto si sarebbero arrese alle decisioni e in un certo qual modo all’umiliazione e discriminazione, ha fatto armi e bagagli e a New York ha giocato lo stesso a proprie spese – rimborsate a posteriori – raggiungendo i quarti in singolare oltre alla sopraccitata vittoria in doppio. Nonostante i tentativi di riappacificazione l’episodio ha sancito la rottura tra la giocatrice e l’USTA: “Il programma di fitness che mi hanno imposto non è stata una mia decisione, pensavano che giocare non fosse l’idea migliore, per cui sono tornata a casa… Ho avuto un sacco di grandi opportunità. Sto facendo tutto quello che mi chiedo e sono professionale su tutto”. Decisioni. Decisioni che venti mesi fa erano assolutamente delicate, ma anche autonome e prese con la maturità necessaria a chi ha grandi obiettivi e soprattutto sa cosa vuole per sé stessa. Decisioni che alla luce dei risultati in progresso sembrano essere quelle giuste, almeno in parte, perché lei stessa ammette che un miglioramento sul piano fisico è possibile e la sua presa di posizione in merito è tutt’altro che rigida, semplicemente “giocare” ha la precedenza.

Allo stato attuale Townsend si allena presso fondazioni no profit che hanno sede a Chicago e a Washington, dividendo la propria preparazione sotto la guida di Kamau Murray, che la conosce dall’età di sei anni, e Zina Garrison, finalista di Wimbledon nel ’90. Il contributo di Zina, cresciuta a sua volta nel mito di Navratilova, va oltre il piano tecnico/tattico, altra tennista afro-americana che ha portato su di sé tutto il peso dell’essere “diversa” in un ambiente che tutt’oggi stenta a liberarsi dal pregiudizio razziale. Zina, così come Seles, sa anche bene cosa significhi non trovarsi a proprio agio con il proprio corpo e dover quotidianamente lottare con gli sguardi di tutti coloro che non riescono a vedere oltre i kg di troppo. I disordini alimentari sono uno spauracchio tangibile che può devastare una carriera, ancor più nel caso di una giovane promettente che, nel momento in cui consegue risultati di prestigio, si ritrova quel tipo di riflettore puntato addosso. “La cosa più importante è stata farle capire che sta bene, non tutti hanno le nostre stesse forme, questo le è molto chiaro… Sfido più della metà delle ragazze del tour a fare alcune delle cose che fa lei”.

Afro-americana, nata a Chicago il 16 aprile del ’96, diciott’anni appena compiuti, segni particolari? Il tennis, un tennis che parla da solo, anzi grida e spazza via le urla di un intero stadio a suon di dritti che “accarezzano” le righe in lungolinea, traiettorie incrociate che trovano angoli acuti, in un gioco di geometrie e variazioni assolutamente intelligente. Un tennis pieno, fatto di discese a rete, attacchi in controtempo, slice, colpi piatti e una mano delicata. Un tennis incantevole, un tennis raro. Lo sa bene Taylor, che sempre più va a scontrarsi in antitesi con quella che è la futura generazione di atlete che calcherà i campi da tennis, non può esserci niente di più diverso da lei della sicurezza atletica di Belinda Bencic o Ana Konjuh, per citare giusto due esempi di giovani tenniste passate recentemente al professionismo.

La strada è in salita, non si può negarlo e sia Zina che la sua pupilla ne sono pienamente consapevoli, “Molte volte, quando si è creativi e si ha così tanto, diventa molto difficile e noioso, e si utilizza un colpo quando potrebbe non essere necessario usarlo“, la stessa Taylor ha ammesso: “Ho sempre detto che è un dono e una maledizione avere così tanta scelta, perché si rischia di ritrovarsi molto confusi sul cosa fare“.

Anche il diritto di giocare lo Slam parigino Townsend ha dovuto guadagnarselo lavorando duro, ma soprattutto conquistando, uno di seguito all’altro, due titoli ITF, i primi della sua carriera, a Charlottesville ed Indian Harbour Beach, vincendo, in quest’ultimo caso, quattro partite lo stesso giorno: semifinale e finale sia di singolare che di doppio. Una determinazione sicuramente fuori dal comune e ieri l’abbiamo potuto vedere chiaramente.

Le piace ascoltare musica per caricarsi prima dei match, è una super-fan di Roger Federer, al punto da dargli consigli tecnici via twitter, e pare che Andy Murray, dopo averla vista giocare, sia appena diventato un suo “supporter”. Durante i cambi campo scruta con attenzione un blocchetto di appunti, lo fa per concentrarsi, “Sono solo appunti degli allenamenti” – dice – “mi aiutano a mantenere uno stato d’animo in cui vedo le cose semplici. È una specie di abitudine, se non li leggo è strano”. Ieri al termine dell’incontro, l’abbiamo vista ballare la Nae Nae dance, senza ostentazione né arroganza, ma con un dolce sorriso di gioia per un altro grande passo che ripaga i sacrifici, “Sono davvero felice, ma queste sono le cose, sono i momenti per cui un giovane atleta professionista lavora… Dovreste dare un’occhiata a questo ballo nato ad Atlanta, è assolutamente di tendenza. Ho pensato, se vinco, allora inizierò a ballare, spero di non essere sembrata stupida”.

La prima volta che Zina partecipò al Roland Garros raggiunse i quarti, era il 1982. Se Taylor dovesse superare Carla Suarez Navarro nel match di domani, diventerebbe la più giovane americana ad avanzare sino a questo punto del tabellone dal 1998, quando sia Venus che Serena ebbero accesso ai quarti. Un match che tutti aspettiamo, sperando che la maturità dimostrata sino ad ora non sia preda di una ragionevole emozione. Continua a danzare, Taylor.

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Addio a Mike Agassi: dall’orco alla costruzione di un campione

È scomparso a 90 anni il padre di Andre Agassi, coprotagonista del rapporto conflittuale con il figlio raccontato in Open. “Ma se sono un mostro, sono riuscito bene”, ha raccontato qualche anno fa

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È morto venerdì sera, a 90 anni, Mike Agassi, all’anagrafe Emanoul Aghassian prima dell’americanizzazione del suo nome. Il padre di Andre, che anche tanti non appassionati di tennis hanno imparato a conoscere ritrovandoselo sulle mensole della libreria di casa. Il personaggio dell’ex pugile iraniano (due volte all’Olimpiade, Londra 1948 ed Helsinki 1952) è infatti coprotagonista essenziale nel racconto di Open, l’autobiografia in cui Andre Agassi ha raccontato i retroscena dell’influenza – spesso autoritaria e invasiva, ma determinante nel portarlo ad alti livelli – che il padre ha avuto nella sua formazione tennistica.

Amante di questo sport e arrivato negli Stati Uniti nei primi anni Cinquanta, Mike Agassi aveva il desiderio misto a ossessione di rendere campione uno dei suoi figli: se con i tre fratelli maggiori di Andre l’operazione non aveva dato frutti, l’investimento sul più piccolo della famiglia è stato subito imponente. La pallina con cui familiarizzare praticamente nella culla, poi il campo da tennis costruito nel terreno di casa, allenamenti intensivi sin dall’età di quattro anni e la famosa macchina spara palle (“il Drago”) che consentiva al giovanissimo Andre di esercitarsi al ritmo di migliaia di sollecitazioni al giorno. A 14 anni, lo spedì in Florida per farlo plasmare dalle mani di Nick Bollettieri, con il quale fini poi anche a contrasto sui metodi. Le spigolosità caratteriali rimangono tema dominante. La costruzione del campione capace poi di vincere otto Slam, però, è innegabilmente riuscita.

“MOSTRO” – Se in “Open” Andre Agassi racconta la sua versione di un rapporto terribilmente conflittuale, i cui nodi si sono poi sciolti con il passare degli anni, esiste anche un controcanto. Papà Mike in “Indoor”, pubblicato nel 2004, ha raccontato attraverso la penna di Dominic Cobello la sua vicenda di emigrante clandestino che è riuscito a suo modo a costruirsi il sogno americano. Arrivando fino a Las Vegas dove ha conosciuto Elisabeth, che sarebbe diventata la mamma di Andre. Dietro, una storia (anche geopolitica) ricca di sfumature: il padre di Mike (e nonno di Andre) era un armeno benestante nato a Kiev, costretto poi dal comunismo – e dalla perdita delle risorse di famiglia – a rifugiarsi in Iran con la famiglia. Lì Mike ha scoperto la vocazione pugilistica, poi gli Stati Uniti e il tormento di provare a disegnare per i figli – alla resa dei conti, per un figlio – un futuro migliore del suo.

Rimane agli atti la narrazione del padre orco delle prime 100 pagine di Open, quell’uomo che Andre ha definito “un aggressivo di natura”, ma anche un uomo con un profilo diverso – sensibile anche alla beneficenza, ricordando l’infanzia complicata a Teheran – quando si è mosso al di fuori delle conflittualità interne alla famiglia. Un passaggio dell’intervista concessa a Emanuela Audisio per Repubblica, nel 2015, può funzionare da epitaffio: “Dietro il successo dei campioni c’è sempre un genitore. Ok sarà per la loro ambizione, magari frustrata, come la mia, che da pugile per l’Iran ho partecipato a due Olimpiadi senza vincerle, ma intravedere un destino per i figli, invece di lasciarli in balia del niente, può essere male? Connors, Evert, Seles, Capriati, Pierce, Steffi Graf, Nadal, Sharapova, le sorelle Williams: dietro c’è qualcuno della famiglia che ha spinto un’ossessione, come la chiamate voi. Questa casa ha un indirizzo: viale Agassi. Se sono un mostro, sono riuscito molto bene“.

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“Je ne m’arrêtrai jamais” sulle scarpe di Parigi. A quarant’anni continua la corsa di Serena Williams

Serena Williams compie quarant’anni, la corsa per il 24° slam continua. Ci riuscirà?

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È l’anno dei quarantenni tra gli dei dell’Olimpo del tennis ancora in attività. Dopo Roger Federer, che l’8 agosto scorso ha tagliato il traguardo degli “anta” e continua a far sognare e sospirare tutti i fan della racchetta (in visibilio nel vederlo arrivare in tribuna alla Laver Cup, seppure con le stampelle dopo la delicata operazione al ginocchio), ora tocca a Serena Williams, regina indiscussa del tennis femminile contemporaneo con 23 titoli Slam (e tanto altro ancora), che oggi spegne 40 candeline.

La cadetta delle sorelle Williams (eh sì, perché Venus di anni ne ha 41 suonati e anche lei, anche se non sappiamo ancora per quanto tempo, continua a incantare le platee mondiali del tennis) contende il titolo di tennista più vincente di tutti i tempi a Margaret Smith Court. L’ex campionessa australiana vanta 24 Slam, uno in più di Serena che non è ancora riuscita a eguagliare il suo record – traguardo che forse la consacrerebbe definitivamente come più grande campionessa del tennis femminile all time, se consideriamo tutte le altre vittorie e la longevità della sua carriera.

In fondo, però, le ‘serve’ davvero quel 24° slam per essere considera la più grande della storia? Forse no. Innanzitutto Serena detiene il record di maggior numero di Slam dell’Era Open. Certo, le altre grandi numero 1 Margaret e Steffi Graf (non dimentichiamo che la tedesca ha vinto 22 Slam e nel 1988 ha completato il Golden Slam) sono state atlete immense, ma Serena vanta una carriera lunghissima che prosegue dopo 26 anni dagli inizi (era il 1995) e durante la quale ha dimostrato più e più volte di avere non solo una marcia in più rispetto alle avversarie ma, soprattutto, una voglia di giocare, vincere e rialzarsi senza pari.

 

Nonostante i molteplici infortuni e, soprattutto, alcuni problemi gravi di salute (ha rischiato la vita nel 2011 in seguito a un’embolia polmonare), Serena Williams è sempre riuscita a riemergere dalle difficoltà e a rientrare, più forte di prima, fino a conquistare l’ultimo Slam (almeno finora) nel 2017, in Australia, all’età di 35 anni e 4 mesi, diventando la tennista più anziana a vincerne uno in Era Open. E, cosa straordinaria, quel trofeo lo ha vinto mentre era già in dolce attesa, poiché la piccola Olympia sarebbe nata appena sette mesi e mezzo dopo, il 1 settembre.

Quell’ultimo titolo arrivava due anni dopo la cocente delusione del mancato Grande Slam a New York, nel 2015, quando sembrava che niente e nessuno potesse fermarla; invece, a farla cadere fu l’abilissima mano di Roberta Vinci – che avrebbe poi disputato la storica finale tutta italiana vinta da Flavia Pennetta. Un durissimo colpo per la statunitense che, infatti, dopo la sconfitta con Roberta pose fine alla stagione 2015.

Tante vite in una per Serena Williams, da giovane campionessa travolgente, alle prime “cadute”, per poi rialzarsi, reinventarsi e risalire in vetta alle classifiche. E intanto il tempo passa, gli anni si fanno sentire e il fisico non sempre risponde al meglio alle sfide a cui viene sottoposto da giovani e rampanti stelle della racchetta. Ultimamente, Serena ha dovuto affrontare grandi delusioni sul campo – a volte causate anche da reazioni non sempre giustificate ed esemplari – come la finale persa a New York nel 2018 contro l’emergente Naomi Osaka, in cui Serena perse le staffe dopo un warning per coaching, esplodendo in una crisi di nervi francamente fuori luogo.

Eppure, Serena è sempre lì. Mamma e sposa felice, non è solo un’abilissima imprenditrice, ma anche una vera e propria star negli Stati Uniti per le sue frequenti presenze in talk show, pubblicità, spettacoli e passerelle. Testimonial di svariati brand, ora possiede una propria linea di abbigliamento e accessori. Ma non è tutto. Recentemente, per il nuovo spot della Nike, girato a Nizza, dove si trova la Academy del suo celebre Coach Patrick Mouratoglou, Serena ha lanciato la sua propria linea in seno al brand americano, la Serena Design Crew.

La cronaca recente dice che negli ultimi mesi i campi da tennis non riescono a darle le soddisfazioni desiderate: l’ultimo titolo è datato Auckland 2020, e dopo la vittoria Slam in Australia 2017 ha perso ben quatto finali nei major. Nel 2021 ha ceduto in semifinale dell’Australian Open contro Osaka; al Roland Garros con Rybakina; si è infortunata a Wimbledon e ha dato forfait a New York. In questi ultimi scampoli di carriera, tuttavia, Serena è comunque sempre grande protagonista dei palcoscenici più glamour. L’abbiamo vista infatti sfilare due settimane fa al Met Gala, anche esagerata, un po’ sfrontata ma mai banale, piaccia o meno – occasione nella quale si è lasciata fotografare anche con Maria Sharapova, una delle sue più grandi rivali (sebbene sul campo abbia vinto quasi sempre Serena). A quarant’anni, la volontà di sentirsi sempre una regina c’è eccome.

La stagione 2021 sta volgendo al termine e Serena si ripresenterà sui campi nel 2022. Pronta, nelle intenzioni di vincere ancora. L’obiettivo? Lo Slam n. 24, ovviamente. Sarà difficile. Sono tante le avversarie già affermate e quelle più giovani che si affacciano sul circuito, estremamente competitive, con tanta fame di successi. Le bellissime storie di Emma Raducanu e Leylah Fernandez sono indicative del nuovo che avanza a grandi passi. E poi ci sono le altre, che non intendono smettere di brillare, come Barty, Swiatek, Kenin, Andreescu, Muguruza, Halep – per citarne solo alcune- e speriamo anche Naomi Osaka, se riuscirà a ritrovare serenità e fiducia.

Certo, sarà dura. Ma Serena ci ha abituato che, se fisicamente sta bene, può cullare ancora questo sogno. A quarant’anni? “Je ne m’arrêtrai jamais” (non mi fermerò mai) c’era scritto sulle scarpe con cui è scesa in campo a Parigi. La sfida, dunque, continua.

Alcuni dei numeri da capogiro di Serena Williams:

  • 73 titoli nel circuito
  • 25 finali
  • 23 titoli del Grande slam
  • 10 finali Slam
  • 319 settimane da n. 1 del mondo (terza dopo Steffi Graf, 377 settimane e  Martina Navratilova, 332).
  • 14 titoli Slam in doppio (tutti insieme a Venus)
  • 23 titoli in doppio
  • 1 oro olimpico in singolare
  • 3 ori olimpici in doppio

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Omaggio a Paolo Lorenzi, che si ritira dal tennis

Il tennista senese ha annunciato il ritiro dopo la sconfitta nelle qualificazioni US Open – che eredità ci lascia?

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Paolo Lorenzi - US Open 2019 (foto John Martin)

La cronaca precede sempre il commento: Paolo Lorenzi ha deciso di ritirarsi in seguito alla sconfitta per 6-4 6-3 contro Maxime Janvier. Questa informazione non arriva come un fulmine a ciel sereno: nel 2021 le vittorie erano state solo sei a fronte di diciannove sconfitte fra tabelloni principali, qualificazioni e Challenger, mentre le rivoluzioni terrestri che spingono sulle articolazioni galoppano sempre più rapidamente verso le quaranta. “Quest’anno è stato tutto più difficile, ho avuto qualche infortunio, sapevo che il mio corpo non era più come prima”, ha detto dopo l’incontro, come riportato dalla Gazzetta dello Sport. Devi capire quando è il momento di finire”.

Ma Paolo Lorenzi è rimasto fedele a sé stesso, e prima di smettere si è regalato un ultimo colpo di coda nel torneo dello Slam che gli ha regalato più soddisfazioni. Al primo turno delle qualificazioni ha infatti battuto un altro veterano come Joao Sousa (tds N.27) per 7-6(5) 1-6 7-5, e lo ha fatto alla Paolo Lorenzi, vale a dire in quasi tre ore, vincendo ben quattordici punti in meno rispetto all’avversario e concedendo più del doppio delle palle break, in gran parte salvate.

Ha forse vinto immeritatamente? No, è semplicemente riuscito per un’ultima volta a fare affidamento sulle armi che l’hanno contraddistinto, su tutte una volontà di rimanere attaccato ai punti che ha spesso e volentieri sopperito alla mancanza di potenza e che l’ha reso uno working class hero della racchetta. E infatti Thomas Fabbiano, anche lui impegnato nel tabellone cadetto (battuto al primo turno da Laaksonen), l’ha celebrato scrivendo su Instagram: “Ultimo match in carriera? Neanche per sogno!”

 

Come detto, Flushing Meadows è di gran lunga il suo Slam preferito (e gli States il suo Paese d’adozione): negli altri tre ha complessivamente vinto cinque incontri senza mai superare il secondo turno, mentre nel main draw newyorchese ne ha portati a casa nove, quasi il doppio, raggiungendo gli ottavi nel 2017 (perse da un Kevin Anderson in procinto di raggiungere la prima finale Slam in carriera) e il terzo turno nel 2016 (quando per due set morse le caviglie ad Andy Murray, di lì a poco campione del mondo) e nel 2019 quando vinse due match infiniti con avversari le cui età complessive non raggiungevano la sua, prima di soccombere a Stan Wawrinka. Ogni volta che sono qui, sono felice, ecco perché ho scelto New York per ritirarmi, ha detto infatti dopo la sconfitta con Janvier.

Questi non sono gli unici risultati di rilievo: 110 vittorie e 185 sconfitte a livello ATP; un titolo a Kitzbuhel 2016 a quasi 35 anni (ha giocato quattro finali nel circuito maggiore, tutte sulla terra, la prima a 32 anni a Sao Paulo); ben 39 finali Challenger con 21 titoli fra il 2006 e il 2019; poche partite in Davis (nove in singolare e una in doppio) ma con tanti quinti set (con Cilic nel 2013, con Chiudinelli nel 2016 e in coppia con Fognini contro Del Potro/Pella sempre nel suo anno migliore). A questo si aggiunge il fregio di essere stato il numero uno d’Italia nel 2016: all’epoca la Top 100 vedeva lo Stivale rappresentato esclusivamente da lui al N.40, Fabio Fognini al N.49 ed Andreas Seppi al N.87, un’epoca decisamente lontana dai successi attuali e presumibilmente futuri.

Al di là di tutto, però, qual è l’eredità di Paolo Lorenzi?

I suoi match sono sempre stati connotati come degli emblemi di una certa scala di valori, e conseguentemente lui è sempre stato vissuto come un’epitome: l’epitome dell’abnegazione, l’epitome della capacità di estrarre ogni oncia di talento da sé stessi, e, quando era al suo picco di numero uno d’Italia, l’epitome di un movimento in cattiva salute. Ma questa rappresentazione francamente un po’ bi-dimensionale sembra tralasciare alcuni aspetti che invece rendono Lorenzi umano ed eccezionale al tempo stesso.

Il suo modo di giocare è forse l’elemento che lo accomuna più di tutti a noi appassionati. Chiunque abbia giocato a livelli più o meno alti (nel caso dell’autore di questo articolo forse è meglio dire “più o meno bassi”), deficitando di colpi risolutivi e centimetri, si sarà prima o poi e sovente trovato/trovata ad affrontare interi match di remate da fondo campo, ribattendo con moonball su moonball (i cui flirt con la ionosfera dipendevano dalla presenza o meno del pallone aerostatico) agli attacchi del nerboruto avversario di turno, sperando di vincere nella battaglia a chi si stanca prima.

Questa dinamica di potere non si vede praticamente più a livello professionistico: ogni Top 100 deve essere in grado di vincere un’alta percentuale di punti rapidi e, se necessario, di essere padrone del proprio destino. Non Lorenzi però: Lorenzi si è sempre difeso colpo su colpo, e l’ha fatto per vent’anni senza mai cadere preda della frustrazione, facendo sapere fin da subito all’avversario che la partita l’avrebbe dovuta vincere lui. Più di tutto, però, in uno sport con una dimensione multimediale spiccata come il tennis, Lorenzi è stato disposto a sacrificare il suo corpo percorrendo innumerevoli fino a scomparire dall’inquadratura in nome della propria dedizione. Di nuovo, un working class hero, ma siamo sicuri di non stare appiccicando definizioni che, nell’idealizzarla, sminuiscono la sua figura?

Al di là delle considerazioni più prosaiche (“lo pagano per giocare, sarebbe strano se non s’impegnasse” o “è il suo mestiere, non è che abbia molte alternative”), a volte si dà per scontato che un atleta o un’atleta accetti di sottoporsi a tale stress fisico ma soprattutto psicologico, perché rimettere il proprio destino nella racchetta dell’avversario con tanta frequenza, e con livelli di gratificazione non sempre equivalenti, non è cosa da tutti, anzi, è un tipo di sfida che quasi tutti i giocatori rifuggono appena possibile cercando gradi di controllo (tecnici e prossemici) sempre più alti.

Ed è qui che Lorenzi si afferma come tennista unico nel suo genere. Pochi giocatori di quel livello si sono trovati ad affrontare dilemmi simili, e lui certamente avrebbe preferito servire come Isner o generare velocità di palla come Berrettini. La morale del duro lavoro suona bene, ma lui non avrebbe forse preferito vincere qualche punto gratis in più?

Il tema della gratificazione ritorna guardando una compilation dei suoi punti migliori:

Al di là della natura agonica dei punti (spesso prolungati e spesso chiusi con dei bei duelli a rete che valorizzano la mano dell’azzurro), sublimata dall’espressione sfinita del punto vinto contro Zhang (minuto 3:50), si può notare come molti dei suoi quindici più belli vedano come vittime Djokovic, Nadal e Murray. Saranno indubitabilmente i punti più belli vinti in carriera? Forse, ma più probabilmente sono anche fra i pochi suoi grandi scambi che sono stati trasmessi in televisione, vuoi per la caratura dell’avversario, vuoi per la location, vuoi perché si tratta di Coppa Davis old school.

Ed è qui che tutti possiamo immedesimarci ancora di più (e ancora di meno) con Paolo Lorenzi, che pur sotto 6-1 5-0 e set point con Djokovic infila un passante di rovescio stretto anticipato appena il rivale gioca un approccio un po’ approssimativo. Per il tennista pro medio, le occasioni di scendere in campo su un campo patinato sono poche, e spesso e volentieri hanno inevitabilmente una funzione sacrificale, ma a Lorenzi non sembra essere mai interessato: tutto quel lavoro l’aveva portato lì, e lui non si sarebbe scoraggiato. Come per il suo stile di gioco, anche qui non si può dare per scontata questa forma mentis, che è obbligata per poter stare lì, ma assolutamente arbitraria e per arrivarci e per rimanerci.

Quanti si sarebbero (e si sono) fermati prima? Quanti non sarebbero (e non sono) riusciti a trarre soddisfazione da risultati che non corrispondono ai sacrifici, sia fisici che economici? Questa è la natura spietata dello sport professionistico, e nel tennis ancora di più, ed è qui che Lorenzi si distingue. Si può solo concludere che il suo legame con il gioco, o quello dei Ricardas Berankis e Radu Albot di questo mondo (per citare giocatori dalle caratteristiche comparabili), sia sempre stato più forte.

Non è vero che ogni vetta sia raggiungibile o che ogni sogno sia realizzabile, soprattutto nella competizione. Si può però mettere a frutto ciò che si ha a disposizione per dare il proprio meglio, e Lorenzi, prima che i successi degli uomini italiani nel circuito ATP diventassero quasi una pretesa, ci è riuscito. “Vorrei che mi ricordassero come un giocatore che ha dato il massimo ogni volta in campo e ha sempre lottato fino alla fine”, ha detto dopo la sconfitta di ieri. Lorenzi sembra sapere che non c’è niente di romantico o moralistico in questo suo retaggio, ed è per questo che il suo messaggio assume ancora più valore, perché stiamo parlando di un giocatore che ha capito che questo fosse l’unico modo per raggiungere gli obiettivi che si era prefissato, e forse anche qualcosa di più. Buon ritiro, Paolino!

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