Benvenuta Halep ora c'è la Sharapova (Clerici), Donne in rosso Sharapova, terza finale Ma di mezzo c'è la Halep (Martucci), Bertolucci: «Erravi attenta, il doppio logora» (S.S.), HALEP II gol di Simona «Ora solo tennis» (S. Semeraro)

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Benvenuta Halep ora c’è la Sharapova (Clerici), Donne in rosso Sharapova, terza finale Ma di mezzo c’è la Halep (Martucci), Bertolucci: «Erravi attenta, il doppio logora» (S.S.), HALEP II gol di Simona «Ora solo tennis» (S. Semeraro)

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IN FINALE DOPO L’INTERVENTO AL SENO Benvenuta Halep ora c’è la Sharapova GIANNI CLERICI
“BELLO, nonno. Bello il tennis-pum”. La mia nipotina Lea, otto anni, che aveva bigiato scuola grazie a un invito al Roland Garros, mi ha offerto involontariamen-te il nome per questo nuovo sport, praticato dalle omaccione contemporanee. Ma non basta. «Vale quando prendono la palla al volo, nonno?». «Sarebbe valido, ma è meglio non farlo, Lea». «E quel colpo a sinistra, va fatto con due mani, nonno?». «Non è obbligatorio, ma ne ho parlato stamattina con un’amica, Martina (per il lettore Navratilova ). Mi aveva confermato che ai nostri tempi non lo insegnavano. E quindi non si faceva». «E perché, nonno?». «Forse perché, mi ha detto un amico, Richard Evans, c’era in giro una donnona di cento chili, Jo Durie, che non riusciva mai a colpire il rovescio perché eragrassacome la tua balia, te la ricordi, Lea?». È finito qui il dialogo con la mia nipotina, e mi sono allontanato verso la tribuna stampa, dove qualche collega deve aver intuito un mio sgub, vedendomi a colloquio con una ex vincitrice del torneo, eoramanageressadi una delle semifinaliste, la Ha-lep. Anche questa discendente di Nastase era passata al rovescio bimane per l’ostacolo costituito da un petto troppo florido, ma ciò continuava a squilibrarla pericolosamente in avanti, sinché, mi ha confidato il Dottor Ghiandoleano Popescu, un suo reciso intervento aveva alleggerito la ragazza nel 2009, l’anno seguente a una sua promettente ma faticosissima vittoria junior qui a Parigi. Le mie lettrici mi capiranno, quando scrivo che passare da una sesta a una seconda significa non soltanto vita diversa, ma un tennis-bum ben diverso. Infatti, quella stessa Petkovic che doveva esser parsa una sorta di cannibala alla nostra povera Sa-retta, è stata oggi sommersa di palle dall’apparente peso mutevole, lanciate non solo dal gesto alleggerito del back-hand, ma da un diritto fulminante quanto traditore. La vittoria di Simona Halep era prevista, non solo dal vecchio medico, ma dai lettori. Dalle classifiche che poco si sorprendevano del suo recente numero 4, questa sera anche lui ridotto a 3. Ed egualmente non ha sorpreso la vittoria, peraltro contrastata, di Maria Sharapova, contro la novissima Eugenie Bouchard, la canadese del Quebec.Ancheinquestomatch, al di là dell’aspetto da miss delle contendenti, splendidamente ricoperte di varianti del rosa di moda, si è visto poco di più del tennis-pum tanto apprezzato — almeno lei — dalla mia nipotina. Mi è parso socialmente ingiusto che la possessora di 28 milioni e duecentomila dollari si accanisse ferocemente contro una poverina con in banca meno di due milioncini. Ma così va il mondo contemporaneo, e, senza mai concedere un sorriso al pubblico per un due ore e mezzo, l’algida, frigida, alteraproprietariadelle caramelle ha sommerso la bella canadesina. Così è terminato il giorno dedicato alla donna sponsor, che dovrebbe forse esser dedicato alla donna bimane, alla donna-pum.

Donne in rosso Sharapova, terza finale Ma di mezzo c’è la Halep (Vincenzo Martucci)
E tre. Terza finale di fila sulla terra rossa del Roland Garros. Maria Sharapova ci mette due ore e mezza per domare se stessa, cioé un’altra clone della famosa «Masha» russa modellata alla Nick Bollettieri Academy, in Florida. La spunta dopo mille batti e ribatti allo specchio, contro la canadese Eugenie Bouchard di 7 anni più giovane e 10 centimetri più bassa, allevata alla Nick Saviano Academy di Plantation, in Florida. E così, con esperienza (18 semifinali Slam contro 2), cattiveria (agonistica), capacità di reazione (19 partite vinte sul rosso al terzo set) e qualità sulla superficie (ci ha vinto 6 degli ultimi 8 tornei e, dalle semifinali Roland Garros 2011, ci ha perso solo 4 partite), si qualifica alla sfida per il titolo contro la sorprendente Simona Halep, prima finalista rumena dal 1980, da Virginia Ruzici, regina nel 1978, e oggi sua manager. Diesel Al Roland Garros è «La Giornata della donna», il Philippe Charrier è tutto loro, ma la favorita per tre quarti d’ora subisce l’offensiva della ragazza di Montreal già numero 16 pro che sfodera un dritto lungolinea impressionante come tutte le accelerazioni: «A volte, quando giochi con qualcuno che non è mai stata nella situazione e gioca senza niente da perdere, puoi solo sperare che scenda un po’». Masha recupera da 2-4 a 4-4, ma si punisce col primo degli 8 doppi falli di giornata e concede il 6-4. «A quel punto pensavo avrebbe chiuso in due set», confessa coach Saviano. «Purtroppo però ha giocato un po’ più corto». In realtà il match è «una dura battaglia», sottolinea la freddissima «Genie», che lotta e fa soffrire la Sharapova, ma va sotto 5-2: «Cercavo sempre di essere aggressiva, spesso costruivo bene il punto, ma non lo finivo come avrei potuto». Se agguanta il 5-5 deve ringraziare la regina al Roland Garros 2012 e finalista 12 mesi fa, dilapidatrice di tre set point (due doppi falli e un rovescio). Ma il 7-5 è comunque della russa «made in Usa», e il contraccolpo per la ragazzina è evidente come il 6-2 decisivo. Pur con un’ultima prova di carattere, annullando 4 match point con altrettanti vincenti alla leonessa siberiana, prima dell’ultimo dritto sulla riga di Masha. L.slons La Bouchard è un fenomeno di autocontrollo: «Ho avuto più volte in mano i game, ma lei lotta su ogni punto e, quando non ho preso le chance, il punto se l’è preso lei. Fa parte della lezione. Ho cercato di dare il massimo, ma non ho giocato come nel resto del torneo. Sono delusa, come sempre quando perdo, ma ho fatto molti errori nei momenti importanti. Peccato, sono già una che crede molto in se stessa, e questo mi dà una motivazione extra per essere pronta la prossima volta». La maestra Sharapova è più brava ancora: «Non ho giocato il miglior tennis, ma ho lottato, mi sono arrampicata, e ho trovato un modo per battere un’avversaria che ha giocato un tennis eccezionale. Ne sono felice ed orgogliosa. La filosofia è che mi impegno talmente tanto, col team, per arrivare a questi match che poi non voglio lasciarli a metà, e se perdo il primo set o qualche game non è la fine del match». VslodN Masha vede vicinissimo il quinto Slam, partendo dal 3-0 nei testa a testa contro Simona Halep, neo 3 del mondo (da 4 ieri) che vede premiati i suoi sforzi, a cominciare dalla chiacchierata operazione di riduzione del seno nel 2009, quando non riusciva la transizione da numero 1 del mondo e campionessa del Roland Garros junior 2008. L’anno scorso ha vinto 11 titoli Wta, è passata dal numero 47 all’ll della classifica, adesso centra la prima semifinale e la prima finale Slam senza cedere un set. Pur rischiando, da 1-3 e due palle dell’1-4, nel secondo parziale contro bum-bum Petkovic, la piccola (1.68) maratoneta dal tennis completo è in fiducia: «Il salto di qualità l’ho fatto a Roma quand’ho battuto l’anno scorso Radwanska, da allora sono stata più aggressiva, non mi aspettavo di arrivare così in fretta così in alto. Spero di prendermi la rivincita con Maria, giocando veloce e tenendo di nervi. Ma certo parliamo di un’avversaria molto forte»

Bertolucci: «Errani attenta, il doppio logora» «Giocare sempre ruba energie» Lt. Barazzutti: «Ma per ora lei e Vinci non mollano» PARIGI – I doppi turni stancano. Anche nel tennis. Il black-out fisico che ha colto Sara Errani nel quarto perso contro Andrea Petkovic ha sicuramente molte cause, prima di tutte lo stress di dover reggere da tre stagioni ad altissimi livelli senza disporre della potenza di tante sue avversarie – che fra l’altro ora hanno imparato a conoscerla tatticamente. Più che i semplici numeri – Sara ha giocato quest’anno prima di Parigi 35 match in singolare e 31 in doppio, mentre nel 2013 erano stati 45 e 32, e l’anno prima 39 e 37 – pesa l’accumulo. E le fatiche del doppio esigono un tributo particolare, non solo a livello fisico. «Giocare ogni giorno, senza tregua, alla fine ti ruba ogni stilla di energia – spiega Paolo Bertolucci, che oltre che n.12 del mondo in singolare è stato grande doppista a fianco di Adriano Panatta – e parlo anche di energie mentali. Non hai un giorno di pausa. Invece di riposarti devi sempre giocare, badare agli orari, magari finire tardi la sera e dormire meno. Tutte cose che ad alto livello pesano. E Sara poi non ha neppure una ‘carrozzeria’ così rvbusta». Secondo Bertolucci, insomma, per la romagnola è arrivato il momento di scegliere: «quando arrivi fra le top 10 ti devi concentrare solo sul singolare Tutti i più forti fanno così, non è un caso. Capisco che sia difficile, che rompere una coppia vincente (per due anni n.1 del mondo e ancora oggi in testa alla’Race,’ ndr) eformatafra l’altro con una grande amica come Roberta Vinci sia duro. Ma Roberta è una ragazza intelligente, lo può capire». ll team Errani-Vinci fra l’altro è una famiglia viaggiante allargata, che comprende i due coach, Pablo Lozano e Francesco Cinà e spesso le loro famiglie. Un legame non banale da sciogliere. Ma oltre alla questione sentimentale ad opporsi all’addio al doppio c’è anche quella economica. Nel corso del 2013 Errani e Vinci hanno guadagnato, solo in doppio, 665.102 dollari (circa 488 mila euro), nel 2014 fino a prima di Parigi, 473.804 dollari (348 mila euro). Cifre che vanno divise per due, ma che comunque rappresentano una fetta non piccola del montepremi totale di Sara di quest’anno (1.063.881 dollari, 780 mila euro). «Per ora credo che Sam eRoberta continueranno – sostiene Corrado Barazzutti – anche perché se vinci non ti stanchi di testa e loro stanno facendo bene Ma in futuro per Sara rinunciare al doppio potrebbe essere un’opzione ragionevole. Una partita doppia non facile da far quadrare.

 

HALEP II gol di Simona «Ora solo tennis» (S. Semeraro)
Tutti si ricordano di lei per quello. Meglio: si ricordavano. «La riduzione del seno? No, scusate, non ne parlo più. E’ una questione privata». Ma ora che si è avverato il suo sogno di giocare una finale Slam, l’obiettivo che si è sempre posta Simona Halep, romena di Costanza, anni 22, arrivata a fari spenti al vertice delle classifiche e altrettanto silenziosamente al big match di sabato contro Maria Sharapova, ora forse si avvererà anche la profezia di Wim Fissette, il suo coach belga. «Vedrete che il giorno in cui Simona vincerà uno Slam la gente smetterà di spettegolare sulla sua misura di reggiseno. E si occuperà di lei per il motivo giusto: il tennis». Un tennis che ricorda per grinta e intelligenza tattica quello di Sara Errani, di cui Simona è appena più alta (1,68 contro 1,64). Una miscela di judo e calcio applicata alla pallina gialla: grande capacità di sfruttare la potenza delle avversarie – come è capitato con Andrea Petkovic ieri in semifinale – piazzando i piedi sulla riga di fondo e fiondando angoli micidiali. E gambe velocissime, ereditate da papa Stere, calciatore da squadre modeste come lo Sageata Stejaru. Proprio come Kim Cjisters, di cui Fissette è stato tecnico in passato, e il papà calciatore Leo. «Da piccola riuscivo bene in qualsiasi cosa con la palla, ho fatto anche pallamano. E prima del match per riscaldarmi gioco sempre un po’ a calcio con il mio fisioterapista», racconta oggi Simona, che si definisce «romena al 100 %» e per caricarsi a Parigi ha iniziato a leggere Harry Potter (in inglese). All’operazione per cui è passata alla storia (del web soprattutto) si è sottoposta nel 2009, fra i 17 e i 18 anni. Aveva già trionfato a livello giovanile al Bonfiglio e al Roland Garros u.18, il manager italiano Cino Marchese l’aveva segnalata alla sua amica e collega dell’IMG Virginia Ruzici («guarda che una campionessa ce l’hai in casa…»), romena anche lei e che da tennista a Parigi ha giocato due finali, vincendo nel ’78 contro la Jausovec e perdendo due anni dopo con Chris Evert. Ma c’era qualcosa che bloccava la Halep: un seno floridissimo che la ostacolava nei gesti. «L’operazione l’avrei fatta anche se non fossi stata un’atleta», spiegò Simona proprio a Parigi quattro anni fa, «perché dava fastidio anche nella vita normale». Nel 2010 anche la specialista dei 400 ostacoli Jana Pittman-Rawlinson seguì la stessa strada rimuovendo le protesi che si era fatta inserire anni prima, e in fondo l’esempio delle Amazzoni, le vergini guerriere che per tirare meglio d’arco sacrificavano la mammella destra, è antichissimo. Simona ha impiegato altre tre stagioni per trovare l’equilibrio giusto, poi è esplosa. L’anno scorso è passata dal n.47 al n.11 nel ranking, vincendo 6 tornei ed esplodendo proprio a Roma, dove da qualificata raggiunse le semifinali. Quest’anno sono arrivati i quarti agli Australian Open, l’ingresso fra le top-10 in gennaio, il n.4 raggiunto in maggio, il 3 di cui è già sicura (migliore romena di sempre davanti alla n.7 Spirlea). Contro la Sharapova, che liberandosi del suo ‘clone’ ventenne Bochard ha infilato la 19ma vittoria di fila al 3° set sulla terra rossa, ha perso 3 volte su 3, l’ultima a Madrid un mese fa. «Da quando ho battuto la Radwanska nel 2013 a Roma il mio tennis è diventato più aggressiva. Non mi aspettavo neanche io di salire così in fretta in classifica, ma con la Sharapova non mi sento battuta: se sarò abbastanza veloce, posso farcela». Ad alzare la coppa che ha sempre sognato.

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Giorgi, il piacere di stupire (Bertellino). Pure la Osaka cede allo stress (Scognamiglio). Osaka, il fallimento e le lacrime. E il Giappone già prende le distanze (Imarisio)

La rassegna stampa di mercoledì 28 luglio 2021

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Giorgi, il piacere di stupire (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Offrire il meglio del proprio repertorio alle Olimpiadi. Per molti atleti un sogno, per pochi la realtà. Tra questi eletti sta emergendo nelle giornate di Tokyo 2020 la 29enne maceratese Camila Giorgi, n°61 del mondo, capace di vincere tre match consecutivamente contro avversarie di grossa caratura senza perdere nemmeno un set. Sta colpendo la numero uno azzurra per quella continuità di rendimento che spesso le ha fatto difetto in carriera impedendole di raggiungere traguardi che il suo talento avrebbe invece meritato. L’ultima a cadere sotto i suoi colpi è stata la ceca Karolina Pliskova, recente finalista a Wimbledon e n° 7 WTA. A Camila sono stati sufficienti 75 minuti per avere la meglio 6-4 6-2 sull’ex n° 1 del mondo. Il primo set è stato il più equilibrato, con break e contro-break iniziali (2-2), nuovo break dell’azzurra tenuto fino al termine con grande autorevolezza. La seconda frazione è stata invece un assolo della marchigiana, avanti di due break e a segno al primo match point. Meno errori gratuiti della rivale, 4 palle break convertite su 4, grande efficacia con la risposta e costante capacità di spostare da una parte all’altra del terreno di gioco la nobile avversaria, condizione che da sempre poco predilige: «Molto bene oggi – ha detto in zona mista al termine – con tanto ordine. Qualche errore per alcune scelte sbagliate, ma nel complesso tutto positivo. Una sfida molto diversa dall’ultima, giocata e vinta poco più di un mese fa a Eastbourne sull’erba. Lì la palla rimbalzava poco, qui il cemento restituisce di più». II prossimo ostacolo sarà l’ucraina Elina Svitolina, testa di serie n° 4 e da poco signora Monfils.

Pure la Osaka cede allo stress (Ciro Scognamiglio, La Gazzetta dello Sport)

 

Rimbomba l’eco del dolore di un popolo. Fortissimo. E chissà per quanto tempo ancora si sentirà. Questa doveva essere (anche) l’Olimpiade di Naomi Osaka, scelta per accedere il tripode – a forma di Monte Fuji – nella cerimonia inaugurale di venerdì scorso. Un pugno di giorni dopo, il mondo si è capovolto ed è finito dalla parte sbagliata: negli ottavi del torneo di tennis due rapidi set (6-1 6-4 in 68′) sono bastati alla ceca Marketa Vondrousova – numero 42 del mondo, finalista al Roland Garros 2019 – per sbattere fuori la campionessa idolo del Giappone, numero 2 del mondo. Un altro lutto sportivo da elaborare per il paese organizzatore al pari di quello per l’eliminazione dell’idolo della ginnastica Kohei Uchimura. Poche parole tra le lacrime, prima della fuga. Osaka ha detto: «Da tempo dovrei essere abituata a questa pressione, ma allo stesso tempo qui era più grande, anche a causa della pausa che mi ero presa. Non ho retto. Per me ogni sconfitta è una delusione, ma oggi sento che questa fa schifo più delle altre. Almeno, sono contenta di non avere perso al primo turno». L’ultima frase, prima ancora che di circostanza, suona surreale. Il resto è un romanzo pieno di nervi e lacrime, crisi esistenziali e fantasmi depressivi, paure e responsabilità insopportabili per una fuoriclasse capace comunque di vincere quattro tornei del Grande Slam, 2 Australian Open e 2 Us Open. Non si vede il cielo dal campo centrale, perché la pioggia ha obbligato alla chiusura del tetto, e con il senno del poi sembra un presagio. Non c’è luce nel cuore di Naomi, solo il buio. E il tema non è tanto riavvolgere la trama agonistica di un match in cul la favorita non ha mai trovato una contromossa alle palle corte della rivale, firmando 32 errori gratuiti. Semmai ricordare le origini della relazione non sempre facile tra Osaka e il Giappone a causa delle sue radici (è cresciuta negli Usa, da mamma giapponese e papà haitiano, è sempre stata contro il razzismo e ogni discriminazione) prima che il riconoscimento del ruolo di eroina le venisse certificato dal ruolo di ultima tedofora. Ad appena 23 anni. II massimo, così neanche il migliore degli sceneggiatori avrebbe potuto immaginare questo drammatico seguito. O forse sì? La fine di maggio 2021, in fondo, è l’altro ieri. Quando Naomi decide di disertare le conferenze stampa del Roland Garros, poi il ritiro dal torneo e la rivelazione: «Da dopo l’Us Open 2018 (primo grande trionfo, n.d.r.) soffro di lunghi periodi di depressione». Si era chiamata fuori pure da Wimbledon, mentre aveva deciso di confermare la presenza all’Olimpiade. Voleva che fosse ricordata per sempre e lo sarà, ma non per il motivo che desiderava.

Osaka, il fallimento e le lacrime. E il Giappone già prende le distanze (Marco Imarisio, Corriere della sera)

Quando Naomi Osaka si è avviata a testa bassa verso la rete, il capo della squadra di tennis giapponese ha cominciato a singhiozzare. All’inizio tenendosi la testa tra le mani e scuotendola, poi alzandosi e mostrando il viso rigato di lacrime, mentre si batteva sempre più forte con il pugno sulla bocca dello stomaco, quasi a simulare un seppuku, l’antica punizione che i samurai si infliggevano per espiare le proprie colpe. C’era un patto tanto implicito quanto crudele tra il Giappone e questa campionessa fragile cresciuta negli Stati Uniti, nipponica solo per parte di madre, che non parla la lingua del Paese che l’ha adottata. Tu avrai l’onore di accendere la torcia olimpica durante la cerimonia inaugurale, anche se non sei fino in fondo una di noi. Ma in cambio devi vincere, per diventare il volto di un Giappone moderno e cosmopolita. Soltanto che Naomi non sta bene. Al Roland Garros fu quasi obbligata dalla reazione violenta degli organizzatori dello Slam francese dopo il suo ritiro a rivelare l’esistenza di un disagio mentale che spesso sconfina nella depressione. All’esordio nel torneo olimpico, aveva rivelato di sapere dallo scorso marzo che sarebbe toccato a lei. E chissà se questa lunga attesa ha contribuito a scavarle dentro ancora di più. Ieri non è stata una partita di tennis, ma una agonia. Osaka non ha perso contro l’onesta Marketa Vondrousova, ma contro sé stessa, cedendo al peso che la opprime ormai da mesi. Stringeva il cuore, vederla mentre nella zona mista all’uscita dal campo tentava di trovare le parole. «Non sono stata capace di reggere questa pressione» è riuscita a dire. Gli occhi le si sono riempiti di lacrime. Non è riuscita a proseguire. Per lei il peggio deve ancora venire. C’erano due medaglie che per il Giappone dovevano contenere tutte le altre: Osaka e il ginnasta Kohei Uchimura, 7 medaglie olimpiche, campione a Londra 2012 e Rio 2016. Hanno fallito entrambi, ma solo per Osaka non ci sarà perdono. Mentre la aspettavano, i giornalisti locali già sostenevano in diretta che non essendo una vera giapponese, ignora cosa sia lo Shokunin, il termine che spiega la dedizione di questo popolo per il lavoro. La sua scelta era legata all’immagine di un Giappone più inclusivo e aperto. La sua sconfitta ha generato un’onda contraria non solo sui social. Molti commentatori hanno messo in dubbio la legittimità di una hafu, così vengono definiti i giapponesi di sangue misto, a rappresentare il Paese. All’improvviso, dopo una partita di tennis sbagliata, siamo tornati agli stereotipi, all’orgoglio nazionalista, con tanti saluti alla diversità. Dal finestrino della berlina nera che la portava via, sembrava quasi che Osaka stesse dando un’occhiata al Giappone che la giudicava. E intanto, continuava a piangere.

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Collins è la nuova regina di Palermo (Vannini)

La rassegna stampa di lunedì 26 luglio 2021

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Collins è la nuova regina di Palermo (Paolo Vannini, Corriere dello Sport)

Una finale vera, stizzosa anche, fatta di urla reciproche fra due giocatrici che ad Amburgo 20 giorni fa, se n’erano dette di tutti i colori. Ma alla fine è la favorita Danielle Collins a iscrivere il proprio nome sul 32simo Palermo Ladies Open e a diventare la prima americana a vincere il torneo siciliano. Il suo primo titolo Wta,

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Crolla sul piano fisico Elena Gabriela Ruse

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Ma la Collins ha replicato il copione della semifinale, rimontando nel 1° set da 2-4, con una serie di risposte di rovescio di altissima scuola. Nel 2°, la Rusé sul 2 pari ha avuto quasi un mancamento, sono intervenuti i medici con sosta di una decina di minuti, poco gradita dalla Collins che se n’è lamentata col supervisor ma non si è smontata e alla ripresa ha chiuso 6-4, 6-2. Oggi la sua classifica salirà fino al n. 35 del Mondo.

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Troppo caldo: Djokovic sposta l’orario del match (Mastroluca). La Collins spezza la meledizione (Vannini)

La rassegna stampa di domenica 25 luglio 2021

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Troppo caldo: Djokovic sposta l’orario del match (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Ai Giochi Olimpici, diceva Pierre De Coubertin, l’importante non è tanto vincere quanto partecipare. Hugo Dellien, battuto da Novak Djokovic all’esordio nel torneo olimpico di tennis, ha confermato che il principio può valere ancora. Al momento della stretta di mano, infatti, gli ha chiesto la maglia come ricordo del giorno più importante della sua carriera. Il numero 1 del mondo l’ha accontentato, come il boliviano ha potuto documentare sui suoi profili social.

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Dopo la partita, Djokovic ha chiesto di iniziare il programma più tardi, rispetto all’orario fissato per le undici del mattino ora di Tokyo, a causa del caldo insopportabile all’Ariake Tennis Park. «Non capisco perché non partire alle tre del pomeriggio, ci sarebbero sette ore di luce almeno e poi ci sono i riflettori su tutti i campi» ha detto il numero 1 del mondo. CAOS CALDO. A causa del caldo estremo, la locale agenzia per l’ambiente ha invitato i cittadini a non praticare attività fisica all’aperto per il rischio di infarti.

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Anche il russo Danil Medvedev, numero 2 del mondo, si è lamentato delle durissime condizioni e ha protestato per la durata dei cambi campo, di soli sessanta secondi e non di un minuto e mezzo come nei tornei Atp. MARATONA SONEGO.II russo potrebbe affrontare negli ottavi Lorenzo Sonego, che sotto questo sole opprimente ha rimontato un set salvato un match point prima di completare il 4-6 7-6(6) 7-6(3) sul giapponese Taro Daniel, dopo una partita durata tre ore e sette minuti.

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Sonego è in stanza con i grandi amici Lorenzo Musetti e Fabio Fognini. BENE FOGNINI, KO ERRANI. Il ligure, che non ha partecipato alla cerimonia d’apertura senza pubblico e con le delegazioni in forma ridotta, ha sconfitto un altro giocatore di casa, Yuichi Sugita, sostenuto anche dal carrarino (che poi si è spostato a tifare Sinego), battuto invece dall’esperto australiano John Millman.

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Al prossimo turno, incontrerà il bielorusso Egor Gerasimov, numero 79 del mondo, che non ha mai incontrato in carriera. Il caldo ha messo in difficoltà anche la russa Anastasia Pavlyuchenkova, che ha chiesto assistenza medica durante il 6-1 6-0 su Sara Errani.

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La Collins spezza la maledizione (Paolo Vannini, Corriere dello Sport)

La prima finale della carriera per Danielle Collins, 27 anni, risultati eccellenti negli Slam (semifinale in Australia 2019. quarti a Parigi l’anno scorso), ma mai la soddisfazione di alzare un trofeo; la seconda in venti giorni per Elena Gabriela Ruse, romena esplosa con il successo di Amburgo partendo dalle qualificazioni, esattamente come adesso a Palermo.

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Semifinali diverse per caratura e durata La prima si è trascinata per tre ore con la Ruse che contro la francese Dodin pareva avvertire la fatica, andava sotto di un set e nel secondo chiamava il medical time out.

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Altra qualità nella sfida fra due tenniste che hanno frequentato le prime 25 del mondo. La Collins cambiava marcia vincendo sette giochi consecutivi dal 2-4 iniziale per la Mang, chiudendo il primo set con quattro fenomenali risposte di rovescio. La cinese sembrava non crederci più, e la statunitense, reduce ad aprile da un intervento per endometriosi, spezzava la maledizione delle semifinali perse. Un precedente fra le due, molto recente ad Amburgo: vinse la Ruse in tre set. BRONZETTI. Palermo ha consacrato la crescita di una nuova promessa italiana. l quarti di Lucia Bronzetti, i secondi di fila dopo Losanna, sono uno raggio di luce. Spiega Francesco Piccari, allenatore della 23enne riminese: «Fanno notizia questi 15 giorni, ma i miglioramenti di Lucia sono evidenti da almeno quattro mesi. Ha cominciato l’anno con due vittorie e una semifinale nei tornei minori e da allora ha preso fiducia.

[…]

“Ora riposerà per qualche giorno, ieri ha fatto il vaccino, poi ad Anzio prepareremo la stagione sul cemento. Per classifica non entrerà nei tornei americani pre-US Open, e giocherà direttamente le qualificazioni a New York”.

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