Fognini e Bolelli, i superstiti molto diversi

Editoriali del Direttore

Fognini e Bolelli, i superstiti molto diversi

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TENNIS WIMBLEDON CHAMPIONSHIPS – Nel giorno in cui delude Camila Giorgi sorprende Simone Bolelli, ora ad un passo dai top 100. Chi vorreste avere come figlio? Il ricordo di Ivan Lendl su altri due “diversi” Pete Sampras e Andre Agassi. E quello di Ubaldo su Panatta e Barazzutti, Pietrangeli e Gardini. Il programma del day 5Le foto del day 4 di Art Seitz e Fabrizio Maccani

Ubaldo Scanagatta e Stefano Tarantino commentano la quarta giornata del torneo

Ubaldo Scanagatta e Steve Flink di TennisChannel.com commentano in inglese la quarta giornata

 

Meno male che i giornalisti non possono più scommettere. Io oggi, se avessi dovuto farlo alla pari, avrei dato Camila Giorgi vincente con la Riske e Simone Bolelli perdente con Kohlschreiber.

E’ accaduto esattamente l’opposto. Non mi imbarazza dirlo. Peraltro non mi aspettavo nemmeno che il giovane australiano Kyrgios – padre greco e mamma malese, il tennis abbracciato a 7 anni con il basket e la scelta pro-tennis a 14 anni – battesse Richard Gasquet, che ha avuto 9 matchpoint e per uno di quelli almeno si lamenta vivacemente per un errore arbitrale, né che Monfils una volta vinto terzo e quarto set perdesse con Vesely che comunque era un giocatore interessante già da junior – dove però sfruttava al massimo i suoi 198 centimetri di altezza – e la wild card l’ha avuta qui per essere stato n.1 del mondo juniorchè aveva vinto qui il torneo junior. Gli inglesi dettero una wild card anche a Goran Ivanisevic nel 2001 e il croato vinse il torneo da n.125 giocando ai padroni di casa il brutto scherzo di eliminare Tim Henman in semifinale (e poi Rafter in finale).

Non credo che Vesely lo imiterà. Mi fa molto piacere che Simone Bolelli stia riemergendo dall’infortunio al polso operato e dai bassifondi della classifica.

Pochi mesi fa ero n.300/400 – (367 il 7 aprile, n.di UBS) ora sono vicino ai 100” diceva Simone visibilmente e comprensibilmente soddisfatto dopo la vittoria in cinque set sull’ostico Kohlschreiber. Ora la sua classifica in tempo reale lo vede n.106, insomma a due posti da quel n.104 che garantisce un posto sicuro nei tabelloni degli Slam (perchè 16 posti spettano a chi si qualifica e 8 alle wild card).

Oggi lo chiamano “Fortunello” perché è già la seconda volta che qui a Wimbledon approda al terzo turno dopo aver perso nelle qualificazioni ed essere ripescato come lucky loser. Molto lucky perchè nel 2011, come stavolta, ha trovato un qualificato al primo turno. Ma bravo anche perchè nel 2011 al secondo turno sconfisse poi Wawrinka contro il quale era sfavorito, esattamente come oggi era sfavorito con Kohlschreiber. Insomma io qui ricordo di aver visto Bolelli battere Gonzalez…Il talento ce l’ha e a questo punto non dico che batterà Nishikori, n.12 del mondo che qui negli ultimi due anni è arrivato al terzo turno ma il vero salto di qualità l’ha fatto quest’anno (altrimenti non sarebbe mai arrivato vicino a battere Rafa Nadal sulla terra rossa, a Madrid), però se Simone vincesse non griderei al miracolo.

Con la fortuna Simone è ancora in credito. E’ stato infatti molto sfortunato con i vari problemi fisici che hanno ostacolato la sua carriera: fin da giovanissimo perse un anno e mezzo per una pubalgia; poi nel 2005 ebbe già problemi al polso, l’anno scorso (il 6 luglio) si è operato un paio di mesi dopo una trasferta a vuoto in Canada per i quarti di finale della Coppa Davis 2013.

A quelli fisici si sono aggiunti tutti i problemi “politici” per così dire: un coach sgradito ai federales, Claudio Pistolesi, insieme al quale nel 2008 pianificò, quand’era n.36 del mondo, di giocare in autunno i tornei asiatici, Bangkok e un altro (non ricordo se fosse Pechino).

L’obiettivo del duo Bolelli-Pistolesi era dichiarato: raggiungere un posto fra i primi 32 nel ranking Atp per essere testa di serie a gennaio all’Australian open. Ma la Federtennis invece lo convocò per l’incontro di Montecatini con la Lettonia di Gulbis, senza dare a Bolelli le stesse possibilità che aveva dato a Filippo Volandri quando il livornese aveva chiesto di essere esentato da un match di Davis sul cemento in Sardegna.

Così Bolelli non andò a Montecatini e fu travolto della reazioni del mondo federale.

Fino a quei giorni i rapporti fra Ubitennis, miei personali e Binaghi erano stati eccellenti.

Addirittura Giancarlo Baccini, all’epoca “cardinal Richelieu” di Binaghi aveva addirittura ipotizzato, in presenza di testimoni a Montecatini, che la FIT potesse servirsi di Ubitennis come “servizio” media per la FIT: a Montecatini Ubitennis si era vista accreditare sei o sette collaboratori, tanto per darvi un’idea dei rapporti che c’erano.

Vi dirò anzi che Binaghi mi chiamava zio Ubaldo e mi chiedeva, ogni tanto ma non così di rado, anche qualche consiglio.

Poi però, dopo il rifiuto di Bolelli, il presidente Binaghi dichiarò che finchè lui sarebbe stato presidente Bolelli non avrebbe mai più vestito la maglia azzurra. E io non condivisi per nulla quella dichiarazione (peraltro, come abbiamo visto, poi da Binaghi stesso rimangiata, segno che non avevo torto a pensarla come la pensavo). Lo dissi a Binaghi e lo scrissi liberamente sul sito, inimicandomelo per sempre (prima ancora del caso Seppi, del caso Fognini, di altri casi nei quali non ho condiviso le posizioni di Binaghi).

Quando anche Pietrangeli dichiarò che per lui era come se Bolelli avesse sputato sulla maglia azzurra, dissentii totalmente, ricordando quanti tennisti di altre nazioni (tantissimi), avessero dai tempi di Niki Pilic (1973) in poi, deciso di non giocare in Davis per proteggere la loro carriera…che è una sola e per di più breve.

Non dimentichiamo che si giocava contro la Lettonia del solo Gulbis e…nobody else. E Bolelli non era il deus ex machina del tennis italiano. Insomma si poteva vincere anche senza di lui.

Bolelli ha pagato caro quel periodo. Bravo, bravissimo ragazzo, non aveva ancora la personalità per ritrovarsi in mezzo alle polemiche e non risentirne. Quella è la sola colpa che rimprovero a Claudio Pistolesi che avrebbe dovuto rendersi conto che il suo “pupillo” avrebbe potuto risentire di tutto ciò.

Quando a maggio dell’anno successivo Bolelli si presentò al Foro Italico con una maglietta – suggeritagli da uno sponsor improvvido – su cui c’era scritto, abbastanza provocatoriamente, Italia, e perse malissimo subito, molti di quelli che oggi ogni tanto accusano scioccamente altri di tifare contro i tennisti italiani, quasi quasi avrebbero brindato per l’insuccesso del reprobo.

Come certamente brindarono quando Simone, sempre più sballotato e in crisi psicologica, decise di abbandonare Claudio Pistolesi, il coach meno amato dai federales.

Tanto bastò perchè poco tempo dopo Bolelli venisse riammesso a …corte. Ci si dimenticò degli antichi proclami e Bolelli tornò a respirare aria azzurra. E di Davis. Mentre Pistolesi era praticamente costretto ad emigrare, ad occuparsi cioè di giocatori stranieri, un po’ come era accaduto anche ad Alberto Castellani che con la FIT non aveva più voluto collaborare. Anche Riccardo Piatti, sia pure senza mai entrare apertamente in polemica (non è il suo pane la polemica), preferì mollare gli incarichi federali per stare sempre più a fianco del suo Ljubicic, per un certo momento anche di Djokovic, prima di trovarsi oggi a fare da coach a Raonic.

Poi Bolelli ha avuto tutti i guai che sappiamo. E’ precipitato in classifica mondiale, stava per perdersi. Si è tolto belle soddisfazioni in coppia con Fognini, tipo così diverso da lui, da diventargli complementare. Tanto è ragazzo tranquillo Simone – che oggi mi ha fatto piacere vedere armato di un po’ più di tigna, quasi di cattiveria, del solito – tanto è testa calda Fabio. Ma entrambi, al di là delle diversità di carattere, hanno indubbio talento. Al punto che oggi qui in sala stampa c’era chi sosteneva ne avesse più Bolelli e chi invece più Fognini. Per l’uno e per l’altro ci sono stati momenti in cui si è pensato che potessero arrivare fra i primi 10 del mondo, anche se Bolelli non ci è mai stato così vicino come Fognini. Ma quando battè Del Potro a Parigi, giocando un match spettacolare, in tanti ci sbilanciammo sul suo conto, io compreso. Tutti e due, nella loro diversità, con qualche problema di tipo psicologico, cioè capaci di perdere anche partite quasi vinte, ma anche di realizzare un certo tipo di exploit negati ad altri.

Mi veniva a mente, pensando ai due, una cosa stranissima. E cioè a quando a Ivan Lendl, nel lontano 1989, fu chiesto se si trovasse meglio con Pete Sampras o Andre Agassi, due tipi ancor più diversi fra loro che Fognini e Bolelli. Ivan mi rispose, ricordo bene durante un Masters al madison Square Garden: “Scusa ma tu chi preferiresti avere come figlio? Pete Sampras o Andre Agassi?

La sua era una domanda retorica, si stava allenando nella sua casa di Greenwich nel Connecticut, con il giovanissimo Sampras, tipo serio, serissimo, il classico bravo ragazzo. Mentre Agassi girava con i capelli da punk, una volta verdi, un’altra rossi o azzurri, e sempre seguito da bodyguard, tipico rappresentante della young generation di Las Vegas.

Allora tutti avrebbero risposto a Lendl come me: Sampras! Però, vedi i casi della vita, diversi anni più tardi, avrei scoperto – molto prima della sua celebre biografia Open – che Agassi era un tipo molto più interessante di Sampras, più aperto, più vario, più fantasioso e capace di esprimersi alla grande nonostante un’educazione -il padre ex pugile iraniano cresciuto praticamente al Caesar’s Palace era un vero analfabeta – assolutamente mediocre.

Insomma, negli anni le cose cambiano. E io sono poi il primo a capire che il Fognini fuori dal campo e il Fognini in campo sono come il dottor Jekyll e Mister Hyde, due persone assolutamente diverse. Fuori dal campo Fognini – se non ce l’ha con te per motivi risibili naturalmente – è simpatico, ti fa ridere, è certamente di piacevole compagnia, come del resto – ecco un altro esempio su due personaggi del tennis italiano assolutamente diversi – lo era Panatta che però come tipo era molto “romano de Roma” – sia detto senza offesa, e su certe cose era meno affidabile di Barazzutti, friulano testa dura e poco flessibile sia negli atteggiamenti sia nel modo di ragionare. Potrei continuare su questi esempi con altri giocatori assolutamente diversi: Pietrangeli era molto più simpatico e di compagnia di quanto lo fosse Fausto Gardini, però fra i due quanto a serietà di intenti, di comportamenti nella vita, beh c’era una discreta differenza, al di là del fatto che il primo fosse, come Panatta, tipico esponente di una certa Roma e il “vampiro del Bonacossa” fosse invece milanese fino all’ultima stilla di sangue, in tutto e per tutto.

Vabbè sono uscito di tema, come spesso mi accade, e ho trascurato la rivincita di Nadal, le maratone dei francesi (sconfitti Gasquet e Monfil, vittorioso Tsonga), la brutta partita di Camila Giorgi contro la Riske: curioso che le ragazze americane stiano facendo assai bene, cinque se non erro al terzo turno, mentre tutte le italiane siano finite k.o. Eppure in Fed Cup, nelle ultime, quattro edizioni, l’Italia ha sempre battuto gli Stati Uniti senza Williams ma con alcune di queste che qui stanno facendo bene.

E’ anche la prima volta dal 2008 che anziché una ragazza a salvare il nostro onore e la nostra bandiera- così si esprimerebbero Binaghi e Pietrangeli – sono rimasti due ragazzi a rappresentarci, Fognini e Bolelli. Non sono favoriti nei loro match, con Anderson – primo match a mezzogiorno e mezzo ora italiana sul campo 17 dove ha vinto Bolelli: speriamo gli porti bene! – e con Nishikori, ma meno male che almeno loro due stavolta ci hanno fatto arrivare al venerdì e al sabato. Le ragazze lo hanno fatto tante volte e non possiamo certo rimproverle se stavolta non ce l’hanno fatta.

Di altre cose avrei dovuto scrivere, ma credo che se avrete pazienza di aprire il video che ho fatto sia per la home italiana si per quella inglese, potrete sentirmele dire (con Stefano Tarantino e con Steve Flink). Sempre che vi interessi. Quache piccolo spunto cerchiamo sempre di trovarlo. Naturalmente sul video italiano ci si concentra più sul nostro tennis, con Flink su quello internazionale.

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Australian Open: Jannik Sinner ha più pazienza (e classe) dei suoi fan

Si pretende troppo da lui. Sbaglia chi si dichiara deluso per la sconfitta del tennista altoatesino con Shapovalov. E non era giusto dargli un giorno di riposo in più

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Per dare l’idea delle pesanti, esagerate aspettative che già perfino ieri sono cadute sui riccioli rossi di Jannik Sinner, siamo già al punto che una sconfitta arrivata per 6-4 al quinto set (3-6 6-3 6-2 4-6 6-4) dopo una maratona di quasi quattro ore e una palla mancata per il 5-5 contro il n.12 del mondo Denis Shapovalov, sembra essere percepita da molti impazienti appassionati come una piccola grande delusione.

Niente di più ingiusto. Il ragazzo altoatesino mostra una maggiore maturità rispetto ai suoi fan anche nella sconfitta che resta comunque dolorosa, la seconda al quinto set in uno Slam dopo il 76 s-ubito nel set decisivo con Khachanov a New York, e mi ha detto con grande lucidità e fairplay: “Ho dato quel che potevo, non ci sono scuse. Credo di aver fatto le scelte giuste anche se ho perso. Analizzerò con Riccardo Piatti se avrei dovuto giocare nel game finale lungolinea invece che incrociato, ma “Shapo” ha meritato di vincere perché i punti importanti li ha giocati meglio lui. Se perderò una terza volta al quinto set, magari mi preoccuperò, ma prima o poi vincerò”.

Jannik lo dice stropicciandosi gli occhi, come se non riuscisse neppure a tenerli aperti. Era visibilmente stanco, provato, ma ha rifiutato orgogliosamente di aggrapparsi al minimo alibi. Che tempra.

 

Eppure le attenuanti non mancherebbero. L’inevitabile stress per un torneo appena vinto meno di 24 ore prima, il secondo in carriera e di fila, tutta una serie di battaglie – anche due in un giorno – la “vendetta” consumata con un bel 7-6 al set decisivo in 3h e 10 m di rincorse con Khachanov dopo avergli annullato un match point.

Jannik ha perso la più bella partita del primo giorno d’Australian Open, dando ragione alle attese degli organizzatori che l’avevano programmata match clou nella sessione serale sulla Margaret Court Arena. La sfortuna ha voluto che Jannik si trovasse fra i 64 giocatori della metà alta del tabellone, quelli destinati a giocare il primo giorno.

Pazienza, dice lui. E noi con lui. Io stesso mi ero chiesto se non sarebbe stato più giusto che gli organizzatori consentissero ai finalisti di un altro loro torneo conclusosi domenica un giorno extra di riposo. Mi sono risposto che non sarebbe stato giusto. In fondo la finale del Melbourne 1 (Great Ocean Road) era previsto sulla corta distanza dei due set su tre (tant’è che Sinner ha vinto la finale in due). Perché quindi programmare due partite di fila di Slam, quindi tre set su cinque? Non sarebbe stato neppure conveniente per lo stesso Sinner. Figurarsi per Shapovalov. Non è colpa di Shapovalov se Sinner ha deciso di giocare un torneo che finiva di domenica, pur considerando le complicazioni che sono derivate dal giovedì in cui non si è potuto giocare.

Il neo 32 del mondo ha dimostrato che con il ventunenne mancino canadese non c’è proprio il gap di 20 posti del ranking ATP. Lo ha detto lui stesso in conferenza, a margine dei dei dovuti complimenti all’avversario: “Non c’è tutta questa differenza tra me e lui. Semplicemente, oggi ha giocato meglio di me i punti importanti“. Considerazione lucida e onesta che, mi pare, conti più di qualsiasi altra. Jannik ha 2 anni di meno, ve lo ricordo.

Nella prima ora di gioco, anzi, è stato decisamente superiore. Poi, calato d’intensità, ha perso secondo e terzo set per ritrovarsi sotto d’un break nel quarto. Ma con smisurato orgoglio ha rimontato e vinto il set. Purtroppo all’inizio del quinto ha subito lui il break che non è più riuscito a recuperare pur avendo sfiorato il cinque pari.

Non ha mai mollato insomma. Anzi ha lottato fino all’ultimissima palla, spendendo tutto quello che aveva. Ha perso, non ha accampato scuse, è una sconfitta che va vista in positivo. Forse è perfino più importante di una vittoria, e anche questa considerazione l’aveva fatta lui stesso in conferenza dopo aver battuto Travaglia. Non c’è nessuno motivo per perdere la nostra fiducia nelle sue qualità. Anzi, ce ne sono parecchi per credere ancora di più in lui.

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Australian Open, 6 vittorie azzurre e 8 KO al primo turno: poteva andare meglio, no?

Con le delusioni Cecchinato e Seppi e l’amaro in bocca per Sinner, la risposta è sì. Bravissima Errani, e adesso può sorprendere Venus. Bello il derby Fognini-Caruso

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All’interrogativo posto dal titolo, a seguito di sei vittorie al primo turno e otto sconfitte, mi viene fatto di rispondere che sì, certo che poteva andare meglio.

Chiaro che è facile dirlo, scriverlo stando davanti a un computer, però le vittorie che io pensavo potessero arrivare con percentuali vicine al 50% e non sono venute – premesso che mi sarei accontentato della metà – erano quelle di Mager, Travaglia, Cecchinato, Cocciaretto e…(why not?) Sinner. Cinque speranze svanite.

Di vittorie inattese, comunque arrivate fuor di mio pronostico una sola: quella di Sara Errani sulla Wang. E brava Sara. Dovrei darle a questo punto fiducia anche con Venus Williams, 40 anni, all’ottantottesimo Slam? 73 anni in due, match più “anziani” anagraficamente è difficile ipotizzarli. Se Venus non riuscisse a fare 50 risposte vincenti sulle seconde dal basso di Sara, boh, magari ci scappa un’altra vittoria a sorpresa. Sara vanta un quarto di finale a Melbourne 2012, nove anni fa, ai suoi bei tempi (2012) e Venus ben altri record, compresa due finali (2003 e 2017), ma 40 anni pesano più di 33. Se – vista dalla prospettiva di Sara –  gli scambi si prolungassero e diventasse una gara di corsa, ci potrebbe essere lotta e sorpresa.

 

Tornando al bilancio di primo turno – con 14 azzurri al via: il record di 15 era stato nel ’92 – il primo duro colpo era arrivato dalla prima giornata dell’Australian Open, perché i maschi (che quest’anno eguagliavano il record di partecipazione del ’92 e di un anno fa con 9 presenze) sono schizzati fuori in tre su tre, Mager con Karatsev, seguito da Travaglia con Tiafoe e da Sinner con Shapovalov.

Nella seconda giornata gli altri sei uomini hanno chiuso sul 4-2, con le convincenti vittorie di Berrettini (Anderson), Fognini (Herbert), Sonego (Querrey) e Caruso (Laaksonen), tutte in tre set.  12 set a zero. Onestamente non pensavo che Seppi, ormai purtroppo un po’ in disarmo (anche se continua a battersi) potesse battere Cuevas, ma mi illudevo sul conto di Cecchinato, soprattutto dopo il primo set vinto su McDonald. Invece il Ceck ha perso le uniche due partite giocate qui in Australia (tra Slam e torneo di preparazione): la trasferta nella terra dei canguri è stata un vero disastro. Tant’è che ha dichiarato di essersene pentito. Se non si convince che sul cemento occorre giocare in modo diverso rispetto alla terra, temo che avrà poche soddisfazioni anche in avvenire.

BILANCI, TRA 2020 E 2021

Il bilancio uomini dunque è quattro vittorie, ben vissute, e cinque sconfitte, con quella di Sinner che brucia più delle altre solo perché è arrivato a un soffio dal 5 pari al quinto, quando avrebbe ancora potuto succedere di tutto dopo 4 ore di gioco e tanta stanchezza. Anche il bilancio delle cinque donne è negativo, due sole vittorie (Giorgi su Shvedova e Errani su Wang) e tre sconfitte (Trevisan con Alexandrova, Paolini con Karolina Pliskova, Cocciaretto con Barthel), ma direi che era nelle previsioni, salvo invertire la vittoria della Errani con la sconfitta della Cocciaretto.

Un anno fa il bilancio dei nove uomini si concluse allo stesso modo: quattro vittorie (Berrettini su Harris, Sinner su Purcell, Seppi su Kecmanovic, Fognini su Opelka), cinque sconfitte (Caruso con Tsitsipas, Travaglia con Garin, Sonego con Kyrgios, Cecchinato con Zverev, Giustino con Raonic). Delle quattro donne nel 2020 passò il primo turno solo Giorgi (su Lottner). Persero Trevisan con Kenin, Cocciaretto con Kerber, Paolini con Bunkova.

Insomma, se non è zuppa è pan bagnato.

Un Sinner vittorioso avrebbe fatto la differenza, perché il secondo turno  che adesso è di Shapovalov (Tomic) lo avrebbe visto favorito e al terzo turno con Auger-Aliassime e poi al quarto con Schwartzman poteva esserci partita.

Ma rispetto a un anno fa, quando dei quattro superstiti tre persero (Sinner da Fucsovics, Berrettini da Sandgren, Seppi da Wawrinka) con Fognini che giunse agli ottavi (sconfitto da Sandgren) dopo aver battuto Thompson e Pella, forse stiamo un tantino meglio.

Intanto perché un azzurro al terzo turno c’è di sicuro e cioè il vincente del derby Fognini-Caruso, il cui esito mi incuriosisce non poco. E direi che si può pronosticare quasi sicuro anche Berrettini contro il ceco Machac n.199 ATP. Il quasi quarantenne Lopez, uno degli ultimi panda del serve&volley, ha sempre un tennis fastidioso per uno come Sonego che preferirebbe trovare avversari che gli danno ritmo, però 3 set su 5 dovrebbe far prevalere la sua maggiore freschezza. Insomma tre italiani al terzo turno come nel 2019 (Fognini, Seppi e Fabbiano) è un obiettivo eguagliabile.

Alle donne, il cui record di partecipazione è di nove e risale al 2004 (Garbin, Pennetta, Adriana Serra Zanetti e Grande eliminate al primo turno, Antonella Serra Zanetti, Schiavone e Camerin al secondo, Santangelo e Farina agli ottavi), credo non si possa chiedere che di… sopravvivere alla notte in cui, come detto, Errani affronta Venus Williams e, come non detto, Camila Giorgi sogna di ripetere contro Iga Swiatek il risultato conseguito quando Iga (sempre al secondo turno di Melbourne, due anni fa) non aveva ancora vinto il Roland Garros e… non era la Swiatek.

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Sinner, Travaglia, ATP Cup: una domenica azzurra davvero speciale

Ma neppure bestiale. A Melbourne almeno un titolo non ci sfuggirà, con la settima finale tutta italiana. E battere la Russia di Medvedev e Rublev con Fognini e Berrettini è difficile, ma non impossibile

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ATP Cup 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Non era mai successo che sei tennisti italiani si trovassero tutti impegnati, nella stessa domenica, in finale a tornei/eventi ATP, cioè quelli del maggior circuito. Finale tutta italiana fra Jannik Sinner e Stefano Travaglia nel Melbourne 1 (Great Ocean Road), finale di ATP Cup per l’Italia con Matteo Berrettini, Fabio Fognini, Simone Bolelli e Andrea Vavassori che si troveranno alle prese – contro pronostico – con la Russia di Medvedev e Rublev.

Si tratta quindi di una circostanza che deve essere considerata assolutamente eccezionale. Intanto perché su 167 finali d’epoca professionista con un tennista italiano in gara dalla primissima dell’8 agosto del ’71 – quando Adriano Panatta batté Martin Mulligan a Senigallia – soltanto sei erano state fino a oggi le finali tutte italiane. E l’ultima, per l’appunto al mio circolo delle Cascine e che ricordo benissimo, risale a 33 anni fa! La vinse al CT Firenze, il 22 maggio 1988, Massimiliano Narducci su Claudio Panatta (3-6 6-1 6-4). Trentatre anni sono davvero tanti. Al “mio” torneo fiorentino i quarti furono giocati da Duncan-Mancini (6-2 5-7 7-5), Claudio Panatta-Rebolledo (6-1 7-6), Arraya-Frana (6-4 1-6 7-6) e Narducci-Yzaga (6-2 3-6 6-3), le semifinali Furono Panatta-Duncan (7-6 6-2) e Narducci Arraya (6-4 6-1).

Non ho avuto tempo di andare a ricercare chi fossero le prime teste di serie di quel torneo alle Cascine di 33 anni fa, ma in quello che si conclude oggi del Great Ocean Road Open – a proposito, che meraviglia la Great Ocean Road per raggiungere i “12 Apostoli”, 12 scoglioni pazzeschi al cui confronto i nostri due gloriosi Faraglioni di Capri escono ridimensionati – c’erano due top 20, Goffin n.14 e Khachanov n.20, poi Hurkacz n.29. Direi che questo torneo in cui Stefano Travaglia centra la prima finale in carriera – complimenti insieme al best ranking n.60! – e Sinner la seconda dopo quella vinta a Sofia contro Pospisil (6-4 3-6 7-6), fosse di livello superiore.

 

Jannik resterebbe n.36 se la perdesse, dovrebbe salire di 4 o 5 posti vincendo il torneo scavalcando così Lorenzo Sonego che dovrebbe scendere a 34. Insomma, se questo torneo si fosse potuto giocare una settimana prima, Sinner sarebbe stato testa di serie e avrebbe evitato di dover affrontare Shapovalov al primo turno. Non è per nulla scontato che Jannik debba perdere con il giovane canadese, però temo che possa arrivare ad affrontarlo un po’ stanco per le maratone di questi giorni, due partite venerdì, oltre tre di maratona con Khachanov questo sabato, la finale domenica e magari un tantino scarico prima di ritrovarsi subito già lunedì in campo contro Shapovalov in un duello sulla distanza dei tre set su cinque, dopo che gli organizzatori dell’Australian Open hanno deciso di far giocare i match della metà alta del tabellone maschile nel primissimo giorno, insieme a quelli femminili della metà bassa.

Jannik Sinner – ATP Melbourne 1, Great Ocean Road 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Forse Craig Tiley e il suo team avrebbero potuto (dovuto?) tener conto di chi era in finale questa domenica e dar loro un giorno di riposo in più. Sarebbe stato meglio, anche se poi c’è il rischio di dover giocare due match senza il consueto giorno di riposo. Intanto bravissimi Travaglia e Sinner, con il primo che ha vinto la sua semifinale con Monteiro in due set e con il secondo che ha avuto i nervi saldi e il coraggio per annullare un matchpoint sul 6-5 e ben 12 palle break in una giornata in cui il servizio (cinque break subiti e soltanto il 61% di prime palle) ha funzionato a intermittenza.

Ma bravissimo anche Fognini a vincere contro la sua bestia nera Carreno Busta che lo aveva messo sotto sette volte in sette precedenti duelli. Dopo la prima deludente prestazione di Fabio contro l’austriaco Novak c’era da preoccuparsi. Contro Paire si era tornati a sorridere ma con ancora qualche dubbio perché Paire per tutta la parte iniziale del match era sembrato più fuori di testa del solito. Ma adesso il tabù sfatato con Carreno Busta darà sicuramente ben altra fiducia a Fabio e al suo nuovo coach Alberto Mancini.

Con il suo avversario di stanotte, Rublev, Fabio ha un bel bilancio, cinque vittorie e una sconfitta (a Umago) e poi il suo tabellone all’Australian Open non è semplicissimo, il francese più forte in doppio Herbert e poi il vincente fra Caruso e Laaksonen per arrivare al terzo turno contro “leprotto” de Minaur, ma oggettivamente non è nemmeno così duro come quello toccato a Sinner (Shapovalov) e a Berrettini (Anderson).

E che dire adesso a proposito di Berrettini che dopo Thiem e Monfils ha dominato anche Bautista Agut senza perdere un set in tre partite ad altissimo livello? Beh, i superlativi usati “bravissimo” per gli altri tre tennisti per lui potrebbero risultare quasi “understatement”. Zero set persi contro giocatori di quel livello, sei game persi in totale sia con Thiem sia con Monfils, otto con Bautista Agut. Questo Berrettini ha tutta l’aria di poter essere competitivo anche con Medvedev, anche se è giusto considerarlo sfavorito. Ma per come ha giocato, e per il loro unico e combattuto precedente, Matteo potrebbe pure vincere. E poi c’è comunque il doppio. Non è che i russi siano due doppisti fenomenali. Fognini in Australia ha vinto uno Slam (con Bolelli), a Berrettini non è poi così facile strappare il servizio quando a rete c’è anche un Fognini che può intercettare le risposte. Insomma ragazzi… fiducia!

Si potrà pensare o dire che magari l’ATP Cup, alla sua seconda edizione è ancora una manifestazione di insufficiente tradizione (valore?) anche se dovevano parteciparvi 14 dei primi 16 tennisti del mondo. Si ha ancora la sensazione che i giocatori possano affrontarla con minor convinzione. Nadal che preferisce non giocarla, Thiem che un anno fa la giocò di peste ma poi invece fece un grandissimo Australian Open. Però è anche certamente vero che nessun top-player ha piacere di perdere e scende in campo fregandosene, soprattutto con rivali dello stesso calibro. Semmai si può avere un po’ meno concentrazione nelle fasi di preparazione al match. Anche il fatto che il capitano sia il coach del giocatore toglie un po’ di “stile” alla situazione, e non solo per il n.2 del team. Il capitano di Coppa Davis ha un altro impatto.

Matteo Berrettini – ATP Cup 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Sarà dunque una domenica davvero speciale… Un po’ un peccato – non siamo mai contenti! – doverla vivere fino in piena notte e all’alba, dormendo poco per chi vorrà seguire la finale d’ATP Cup Italia-Russia da mezzanotte e la finale Sinner-Travaglia dalle 4 del mattino. Un programma che darà più ragione del solito a chi disse “la domenica è quel giorno che la mattina hai sonno, il pomeriggio hai mal di testa e la sera hai la paranoia del lunedì”. Un lunedì del tutto particolare, per l’appunto, perché cominciano due settimane di notti insonni per i veri appassionati e di superlavoro per chiunque collabori seriamente a un sito di tennis.

Una domenica speciale, ma comunque non… bestiale. Almeno un trionfo azzurro in un singolo evento siamo sicuri che potremo celebrarlo. E sarà il titolo numero 69 nella storia del tennis italiano Era Open. Gaudeamus.

TUTTI I 68 TITOLI ATP DEL TENNIS ITALIANO

1971 – A. Panatta (Senigallia)
1973 – A. Panatta (Bournemouth)
1974 – A. Panatta (Firenze)
1975 – A. Panatta (Kitzbuhel, Stoccolma), Bertolucci (Firenze)
1976 – Bertolucci (Barcellona, Firenze), A. Panatta (Roma, Roland Garros), Zugarelli (Bastad), Barazzutti (Nizza)
1977 – Barazzutti (Bastad, Parigi indoor, Charlotte), Bertolucci (Firenze, Amburgo, Berlino), A. Panatta (Houston)
1978 – A. Panatta (Tokyo)
1980 – A. Panatta (Firenze), Barazzutti (Cairo)
1981 – Ocleppo (Linz)
1984 – Cancellotti (Firenze, Palermo)
1985 – C. Panatta (Bari)
1986 – Canè (Bordeaux), Colombo (S. Vincent)
1987 – Pistolesi (Bari)
1988 – Narducci (Firenze)
1989 – Canè (Bastad)
1991 – Camporese (Rotterdam), Canè (Bologna), Pozzi (Brisbane)
1992 – Camporese (Milano), Pescosolido (Scottsdale)
1993 – Pescosolido (Tel Aviv)
1994 – Furlan (San Jose, Casablanca)
1998 – Gaudenzi (Casablanca)
2001 – Gaudenzi (St. Polten, Bastad)
2002 – Sanguinetti (Milano, Delray Beach)
2004 – Volandri (St. Polten)
2006 – Bracciali (Casablanca), Volandri (Palermo)
2011 – Seppi (Eastbourne)
2012 – Seppi (Belgrado, Mosca)
2013 – Fognini (Amburgo, Stoccarda)
2014 – Fognini (Vina del Mar)
2016 – Lorenzi (Kitzbuhel), Fognini (Umago)
2017 – Fognini (Gstaad)
2018 – Fognini (San Paolo, Bastad, Los Cabos), Cecchinato (Budapest, Umago), Berrettini (Gstaad)
2019 – Cecchinato (Buenos Aires), Fognini (Montecarlo), Berrettini (Budapest, Stoccarda), Sonego (Antalya)
2020 – Sinner (Sofia)

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