Fognini e Bolelli, i superstiti molto diversi

Editoriali del Direttore

Fognini e Bolelli, i superstiti molto diversi

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TENNIS WIMBLEDON CHAMPIONSHIPS – Nel giorno in cui delude Camila Giorgi sorprende Simone Bolelli, ora ad un passo dai top 100. Chi vorreste avere come figlio? Il ricordo di Ivan Lendl su altri due “diversi” Pete Sampras e Andre Agassi. E quello di Ubaldo su Panatta e Barazzutti, Pietrangeli e Gardini. Il programma del day 5Le foto del day 4 di Art Seitz e Fabrizio Maccani

Ubaldo Scanagatta e Stefano Tarantino commentano la quarta giornata del torneo

Ubaldo Scanagatta e Steve Flink di TennisChannel.com commentano in inglese la quarta giornata

 

Meno male che i giornalisti non possono più scommettere. Io oggi, se avessi dovuto farlo alla pari, avrei dato Camila Giorgi vincente con la Riske e Simone Bolelli perdente con Kohlschreiber.

E’ accaduto esattamente l’opposto. Non mi imbarazza dirlo. Peraltro non mi aspettavo nemmeno che il giovane australiano Kyrgios – padre greco e mamma malese, il tennis abbracciato a 7 anni con il basket e la scelta pro-tennis a 14 anni – battesse Richard Gasquet, che ha avuto 9 matchpoint e per uno di quelli almeno si lamenta vivacemente per un errore arbitrale, né che Monfils una volta vinto terzo e quarto set perdesse con Vesely che comunque era un giocatore interessante già da junior – dove però sfruttava al massimo i suoi 198 centimetri di altezza – e la wild card l’ha avuta qui per essere stato n.1 del mondo juniorchè aveva vinto qui il torneo junior. Gli inglesi dettero una wild card anche a Goran Ivanisevic nel 2001 e il croato vinse il torneo da n.125 giocando ai padroni di casa il brutto scherzo di eliminare Tim Henman in semifinale (e poi Rafter in finale).

Non credo che Vesely lo imiterà. Mi fa molto piacere che Simone Bolelli stia riemergendo dall’infortunio al polso operato e dai bassifondi della classifica.

Pochi mesi fa ero n.300/400 – (367 il 7 aprile, n.di UBS) ora sono vicino ai 100” diceva Simone visibilmente e comprensibilmente soddisfatto dopo la vittoria in cinque set sull’ostico Kohlschreiber. Ora la sua classifica in tempo reale lo vede n.106, insomma a due posti da quel n.104 che garantisce un posto sicuro nei tabelloni degli Slam (perchè 16 posti spettano a chi si qualifica e 8 alle wild card).

Oggi lo chiamano “Fortunello” perché è già la seconda volta che qui a Wimbledon approda al terzo turno dopo aver perso nelle qualificazioni ed essere ripescato come lucky loser. Molto lucky perchè nel 2011, come stavolta, ha trovato un qualificato al primo turno. Ma bravo anche perchè nel 2011 al secondo turno sconfisse poi Wawrinka contro il quale era sfavorito, esattamente come oggi era sfavorito con Kohlschreiber. Insomma io qui ricordo di aver visto Bolelli battere Gonzalez…Il talento ce l’ha e a questo punto non dico che batterà Nishikori, n.12 del mondo che qui negli ultimi due anni è arrivato al terzo turno ma il vero salto di qualità l’ha fatto quest’anno (altrimenti non sarebbe mai arrivato vicino a battere Rafa Nadal sulla terra rossa, a Madrid), però se Simone vincesse non griderei al miracolo.

Con la fortuna Simone è ancora in credito. E’ stato infatti molto sfortunato con i vari problemi fisici che hanno ostacolato la sua carriera: fin da giovanissimo perse un anno e mezzo per una pubalgia; poi nel 2005 ebbe già problemi al polso, l’anno scorso (il 6 luglio) si è operato un paio di mesi dopo una trasferta a vuoto in Canada per i quarti di finale della Coppa Davis 2013.

A quelli fisici si sono aggiunti tutti i problemi “politici” per così dire: un coach sgradito ai federales, Claudio Pistolesi, insieme al quale nel 2008 pianificò, quand’era n.36 del mondo, di giocare in autunno i tornei asiatici, Bangkok e un altro (non ricordo se fosse Pechino).

L’obiettivo del duo Bolelli-Pistolesi era dichiarato: raggiungere un posto fra i primi 32 nel ranking Atp per essere testa di serie a gennaio all’Australian open. Ma la Federtennis invece lo convocò per l’incontro di Montecatini con la Lettonia di Gulbis, senza dare a Bolelli le stesse possibilità che aveva dato a Filippo Volandri quando il livornese aveva chiesto di essere esentato da un match di Davis sul cemento in Sardegna.

Così Bolelli non andò a Montecatini e fu travolto della reazioni del mondo federale.

Fino a quei giorni i rapporti fra Ubitennis, miei personali e Binaghi erano stati eccellenti.

Addirittura Giancarlo Baccini, all’epoca “cardinal Richelieu” di Binaghi aveva addirittura ipotizzato, in presenza di testimoni a Montecatini, che la FIT potesse servirsi di Ubitennis come “servizio” media per la FIT: a Montecatini Ubitennis si era vista accreditare sei o sette collaboratori, tanto per darvi un’idea dei rapporti che c’erano.

Vi dirò anzi che Binaghi mi chiamava zio Ubaldo e mi chiedeva, ogni tanto ma non così di rado, anche qualche consiglio.

Poi però, dopo il rifiuto di Bolelli, il presidente Binaghi dichiarò che finchè lui sarebbe stato presidente Bolelli non avrebbe mai più vestito la maglia azzurra. E io non condivisi per nulla quella dichiarazione (peraltro, come abbiamo visto, poi da Binaghi stesso rimangiata, segno che non avevo torto a pensarla come la pensavo). Lo dissi a Binaghi e lo scrissi liberamente sul sito, inimicandomelo per sempre (prima ancora del caso Seppi, del caso Fognini, di altri casi nei quali non ho condiviso le posizioni di Binaghi).

Quando anche Pietrangeli dichiarò che per lui era come se Bolelli avesse sputato sulla maglia azzurra, dissentii totalmente, ricordando quanti tennisti di altre nazioni (tantissimi), avessero dai tempi di Niki Pilic (1973) in poi, deciso di non giocare in Davis per proteggere la loro carriera…che è una sola e per di più breve.

Non dimentichiamo che si giocava contro la Lettonia del solo Gulbis e…nobody else. E Bolelli non era il deus ex machina del tennis italiano. Insomma si poteva vincere anche senza di lui.

Bolelli ha pagato caro quel periodo. Bravo, bravissimo ragazzo, non aveva ancora la personalità per ritrovarsi in mezzo alle polemiche e non risentirne. Quella è la sola colpa che rimprovero a Claudio Pistolesi che avrebbe dovuto rendersi conto che il suo “pupillo” avrebbe potuto risentire di tutto ciò.

Quando a maggio dell’anno successivo Bolelli si presentò al Foro Italico con una maglietta – suggeritagli da uno sponsor improvvido – su cui c’era scritto, abbastanza provocatoriamente, Italia, e perse malissimo subito, molti di quelli che oggi ogni tanto accusano scioccamente altri di tifare contro i tennisti italiani, quasi quasi avrebbero brindato per l’insuccesso del reprobo.

Come certamente brindarono quando Simone, sempre più sballotato e in crisi psicologica, decise di abbandonare Claudio Pistolesi, il coach meno amato dai federales.

Tanto bastò perchè poco tempo dopo Bolelli venisse riammesso a …corte. Ci si dimenticò degli antichi proclami e Bolelli tornò a respirare aria azzurra. E di Davis. Mentre Pistolesi era praticamente costretto ad emigrare, ad occuparsi cioè di giocatori stranieri, un po’ come era accaduto anche ad Alberto Castellani che con la FIT non aveva più voluto collaborare. Anche Riccardo Piatti, sia pure senza mai entrare apertamente in polemica (non è il suo pane la polemica), preferì mollare gli incarichi federali per stare sempre più a fianco del suo Ljubicic, per un certo momento anche di Djokovic, prima di trovarsi oggi a fare da coach a Raonic.

Poi Bolelli ha avuto tutti i guai che sappiamo. E’ precipitato in classifica mondiale, stava per perdersi. Si è tolto belle soddisfazioni in coppia con Fognini, tipo così diverso da lui, da diventargli complementare. Tanto è ragazzo tranquillo Simone – che oggi mi ha fatto piacere vedere armato di un po’ più di tigna, quasi di cattiveria, del solito – tanto è testa calda Fabio. Ma entrambi, al di là delle diversità di carattere, hanno indubbio talento. Al punto che oggi qui in sala stampa c’era chi sosteneva ne avesse più Bolelli e chi invece più Fognini. Per l’uno e per l’altro ci sono stati momenti in cui si è pensato che potessero arrivare fra i primi 10 del mondo, anche se Bolelli non ci è mai stato così vicino come Fognini. Ma quando battè Del Potro a Parigi, giocando un match spettacolare, in tanti ci sbilanciammo sul suo conto, io compreso. Tutti e due, nella loro diversità, con qualche problema di tipo psicologico, cioè capaci di perdere anche partite quasi vinte, ma anche di realizzare un certo tipo di exploit negati ad altri.

Mi veniva a mente, pensando ai due, una cosa stranissima. E cioè a quando a Ivan Lendl, nel lontano 1989, fu chiesto se si trovasse meglio con Pete Sampras o Andre Agassi, due tipi ancor più diversi fra loro che Fognini e Bolelli. Ivan mi rispose, ricordo bene durante un Masters al madison Square Garden: “Scusa ma tu chi preferiresti avere come figlio? Pete Sampras o Andre Agassi?

La sua era una domanda retorica, si stava allenando nella sua casa di Greenwich nel Connecticut, con il giovanissimo Sampras, tipo serio, serissimo, il classico bravo ragazzo. Mentre Agassi girava con i capelli da punk, una volta verdi, un’altra rossi o azzurri, e sempre seguito da bodyguard, tipico rappresentante della young generation di Las Vegas.

Allora tutti avrebbero risposto a Lendl come me: Sampras! Però, vedi i casi della vita, diversi anni più tardi, avrei scoperto – molto prima della sua celebre biografia Open – che Agassi era un tipo molto più interessante di Sampras, più aperto, più vario, più fantasioso e capace di esprimersi alla grande nonostante un’educazione -il padre ex pugile iraniano cresciuto praticamente al Caesar’s Palace era un vero analfabeta – assolutamente mediocre.

Insomma, negli anni le cose cambiano. E io sono poi il primo a capire che il Fognini fuori dal campo e il Fognini in campo sono come il dottor Jekyll e Mister Hyde, due persone assolutamente diverse. Fuori dal campo Fognini – se non ce l’ha con te per motivi risibili naturalmente – è simpatico, ti fa ridere, è certamente di piacevole compagnia, come del resto – ecco un altro esempio su due personaggi del tennis italiano assolutamente diversi – lo era Panatta che però come tipo era molto “romano de Roma” – sia detto senza offesa, e su certe cose era meno affidabile di Barazzutti, friulano testa dura e poco flessibile sia negli atteggiamenti sia nel modo di ragionare. Potrei continuare su questi esempi con altri giocatori assolutamente diversi: Pietrangeli era molto più simpatico e di compagnia di quanto lo fosse Fausto Gardini, però fra i due quanto a serietà di intenti, di comportamenti nella vita, beh c’era una discreta differenza, al di là del fatto che il primo fosse, come Panatta, tipico esponente di una certa Roma e il “vampiro del Bonacossa” fosse invece milanese fino all’ultima stilla di sangue, in tutto e per tutto.

Vabbè sono uscito di tema, come spesso mi accade, e ho trascurato la rivincita di Nadal, le maratone dei francesi (sconfitti Gasquet e Monfil, vittorioso Tsonga), la brutta partita di Camila Giorgi contro la Riske: curioso che le ragazze americane stiano facendo assai bene, cinque se non erro al terzo turno, mentre tutte le italiane siano finite k.o. Eppure in Fed Cup, nelle ultime, quattro edizioni, l’Italia ha sempre battuto gli Stati Uniti senza Williams ma con alcune di queste che qui stanno facendo bene.

E’ anche la prima volta dal 2008 che anziché una ragazza a salvare il nostro onore e la nostra bandiera- così si esprimerebbero Binaghi e Pietrangeli – sono rimasti due ragazzi a rappresentarci, Fognini e Bolelli. Non sono favoriti nei loro match, con Anderson – primo match a mezzogiorno e mezzo ora italiana sul campo 17 dove ha vinto Bolelli: speriamo gli porti bene! – e con Nishikori, ma meno male che almeno loro due stavolta ci hanno fatto arrivare al venerdì e al sabato. Le ragazze lo hanno fatto tante volte e non possiamo certo rimproverle se stavolta non ce l’hanno fatta.

Di altre cose avrei dovuto scrivere, ma credo che se avrete pazienza di aprire il video che ho fatto sia per la home italiana si per quella inglese, potrete sentirmele dire (con Stefano Tarantino e con Steve Flink). Sempre che vi interessi. Quache piccolo spunto cerchiamo sempre di trovarlo. Naturalmente sul video italiano ci si concentra più sul nostro tennis, con Flink su quello internazionale.

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Editoriali del Direttore

Per colpa di Schwartzman che batte Nadal, piccolo excursus statistico sulle serie vittoriose fra big

Ci aveva perso 9 volte! Con Berdych, Nadal era stato più continuo: le vittorie di fila furono 18. Rino Tommasi e Arthur Ashe vs Rod Laver…Tanti head to head a senso unico. Quiz su Berrettini, Sinner e Musetti

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Rafa Nadal - Internazionali di Roma 2020 (foto Giampiero Sposito)
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I nostri appassionati di tennis hanno dimostrato in tutti questi lunghi anni in cui i nostri tennisti di soddisfazioni ce ne hanno date pochine, che bastava tifare per Federer, Nadal o Djokovic per aver voglia comunque di seguire il tennis con immutata passione. Per poco più di un quinquennio (2010-2015) è stato motivo d’orgoglio patriottico soprattutto il tennis e i risultati delle nostre ragazze, ma per tre lustri sono stati quei tre a farci divertire più degli altri. A volte anche Murray, a volte anche Wawrinka e del Potro, ma sono stati meno continui.

A Roma, superata la delusione per le sconfitte dei quattro italiani che ci avevano un po’ illuso piazzandosi negli ottavi, ultimo in ordine di tempo colui sul quale era lecito puntare di più, Matteo Berrettini testa di serie n.4, erano tutti convinti che ci saremmo ritrovati con una finale disputata dai soliti due, Nadal e Djokovic.

Il direttore commenta la sconfitta di Berrettini (con un paragone irriverente)

 

Invece Nadal è già tornato a Maiorca. E non andrà a pescare, ma ad allenarsi più duramente del solito se non vorrà perdere anche a Parigi dove ha vinto tre volte più che a Roma: là sono 12, qua erano 9.

Nove erano anche le sue vittorie consecutive con il più piccolo dei grandi del circuito ATP, “El Peque”, il piccolo, l’argentino Diego Schwartzman. Chi non indovina perché si chiami Diego? Peggio per lui, io non glielo dico.

A fine match ho ricordato cosa disse Gerulaitis quando finalmente battè Connors, e lui si è messo a ridere: “Io posso avere anche sempre perso con certi giocatori, ad esempio con tutti i grandi tre, Rafa, Djokovic e Federer, ma quando entro in campo penso sempre che potrei farcela  rovesciare il pronostico. Oggi ho giocato la più bella partita della mia vita e sono contentissimo. Sì, forse lui non sarò al massimo, forse l’umidità della sera ha rallentato le palle che non prendevano più tanto lo spin, ma io ho giocato proprio bene. Gli ho fatto diversi break? Sì, ma io ho sempre fatto tanti break, la risposta è la parte migliore del mio repertorio…”.

Non solo il simpatico piccoletto di Buenos Aires, che era stato in semifinale al Foro anche un anno fa, non aveva mai battuto Nadal in 9 tentativi e – come mi ha detto lui. Nessuno dei celebri Fab 3, ma non era riuscito mai a battere uno dei primi 5 classificati del mondo in 22 duelli. Eppure un paio d’anni fa lui, l’11 giugno dopo aver raggiunto i quarti al Roland Garros, era arrivato a bussare alla porta dei top-ten. Si era fermato a n.11, come best ranking. Con quella classifica, fra i piccoletti, è stato probabilmente il n.2 di sempre. Harold Solomon, l’americano che perse da Panatta la finale del Roland Garros nel 1976, era alto 1m e 68 cm, vinse 22 tornei e salì fino al quinto posto delle classifiche ATP. Sul metro e 70 di Diego, detto fra noi, non ci giurerei. Deve essere stato misurato con un metro argentino. Secondo me è più piccolo. Ma tant’è.

Piuttosto, al di là del fatto che certamente quello visto ieri sera non era il miglior Nadal…e che la sua partita scopre un diverso scenario sia per Roma, dove il favorito diventa Djokovic a dispetto di una condizione non brillante, sia per Parigi dove gente come Thiem, lo stesso Djokovic e altri possono legittimamente pensare di avere molte più chance di quanto si potesse immaginare.

Rafa Nadal – Internazionali di Roma 2020 (foto Giampiero Sposito)

La vittoria di un tennista che aveva perso nove volte con un altro mi ha fatto ripensare a quelle frasi che dicono i giocatori e che sembrano sempre un esercizio di banalità: “Ogni volta si ricomincia da 0 a 0” è una delle più classiche. Altre? “I Vecchi incontrano non contano”, “Lui non è tipo che molli e ti regali la partita” e via dicendo.

Poi però mi è tornata in mente quella sera al Masters quando con Rino Tommasi  e Gianni Clerici (Roberto Lombardi non c’era ancora) commentavamo per Tele+ (o Telecapodistria?) dal Madison Square Garden e Vitas Gerulaitis battè finalmente Jimmy Connors e se ne uscì con quella frase rimasta storica: “Nessuno batte Viats Gerulaitis 17 volte di fila!”. Un capolavoro. Vitas era un ragazzo straordinario e straordinariamente simpatico. Ho avuto il piacere di partecipare a un paio di party organizzato da lui, a Dallas e New York, dove mi sono divertito da matti. Magnifici, nostalgici ricordi.

ALTRI DUELLI A SENSO UNICO

Sulla scia di quel ricordo ho ripensato ad altre serie di duelli a senso unico che poi improvvisamente venivano interrotti. Un altro “17 senza macchia” che mi viene in mente è quello di Roger Federer con Youzhny, perché tre anni fa all’US Open, secondo turno, il russo era avanti 2 set a uno e corremmo tutti sull’Arthur Ashe increduli.

Maestro Rino mi diceva sempre di quando Arthur Ashe lo incontrava e gli diceva: “Senza di te Rino non avrei mai saputo quante volte di fila ho perso  con Rod Laver!”. Erano 19, quando finalmente Arthur ne vinse una. E su 23 ne avrebbe vinte…addirittura 2. E Rino, che Gianni aveva ribattezzato “ComputeRino”, ne era tutto fiero. Finché arriva a dire un giorno: “Prima di Internet…Internet ero io!

In Australia cinque anni fa ricordo di aver visto Andreas Seppi battere Roger Federer sull’HiSense Arena: Andreas ci aveva perso dieci volte di fila. Giocò una partita magnifica in quel torneo in cui ha raggiunto gli ottavi ben quattro volte.

Sempre in Australia, in quello stesso 2015, si interruppe la striscia positiva di Rafa Nadal con Tomas Berdych: il ceco aveva vinto le prime tre partite, e sembrava che Rafa se ne fosse fatto un complesso. Ma poi ne perse ben 18 di fila! In Australia Berdych spezzò la maledizione. Poi ricominciò a perderci… Alla fine il bilancio sarebbe stato dunque 20 a 4 per il maiorchino.

Ricordo anche, più lontana, una serie di 17 vittorie consecutive di Ivan il Terribile Lendl su un Connors che, otto anni più anziano, sul finir di carriera accusava il peso dell’età. Il bilancio non sarebbe stato però umiliante, perché all’inizio il pur longevo Connors aveva bastonato il ceco tante volte: 22 a 13 i confronti diretti. Una di quelle vittorie di Jimbo venne a un Masters, sempre al Madison Square Garden quando Connors dette del vigliacco (Chicken! Non si traduce come pollo, ma proprio vigliacco) a Lendl che contro di lui nell’ultima giornata del round robin aveva perso apposta il secondo set perché, arrivando secondo nel gruppo dietro Jimbo, avrebbe affrontato in semifinale il ben più battibile Gene Mayer che aveva concluso al primo posto dell’altro gruppo nel quale Bjorn Borg si era piazzato secondo. Lendl fece meri calcoli. Jimbo, orgoglioso com’era, non li avrebbe mai fatti.

Lendl, quando diceva di essere più forte di un altro, non lasciava spiragli. Con Brad Gilbert, che pure è stato n.4 del mondo, ha battuto in Slam o Masters gente come Becker e McEnroe, Ivan è stato implacabile: 16 vittorie a zero. Le stesse di Rafa Nadal con Richard Gasquet che soltanto fra il 2004 e il 2008 è riuscito a strappargli un set in 4 occasioni, ma mai più d’uno.

WTA – Fra le donne le serie di vittorie consecutive fra tenniste di altissimo livello ne ricordo diverse: avevo visto la diciottenne Sharapova battere Serena a Wimbledon nel 2004 e quello stesso anno una mia amica che scriveva di spettacoli su USA Today mi ospitò a Los Angeles e mi portò a Holywood a intervistare nella sua camera d’hotel la bellissima Halle Berry (scrissi l’intervista per Panorama, mi pare) nella settimana in cui Masha ribatté Serena allo Staple Center. C’era papà Yuri Sharapov che faceva un tifo esagerato e fuori da ogni bon ton. Mai e poi mai avrei immaginato che da allora Maria non sarebbe più riuscita a battere Serena, lungo 19 sfide in 16 anni! In compenso Maria ha messo sotto Simona Halep sette volte di fila prima di perderci a Pechino tre anni fa e poi a Roma nel 2018.

Mentre quando vidi Steffi Graf, nella finale del Roland Garros 1988 dare 60 60 a Natasha Zvereva in 34 minuti, non mi sorpresi a constatare che il loro bilancio sarebbe stato 20 a 1 per Steffi, che peraltro poteva vantare anche un 21-0 con Nathalie Tauziat, un 17-0 con Manuela Maleeva, un 21-1 con Helenona Sukova. Uno schiacciasassi, Steffi.

Sono sicuro che i lettori ne ricorderanno altre, io mi sono distratto a scrivere di queste e… tutto per colpa di Nadal che ha perso da Schwartzmann dopo averlo battuto 9 volte di fila! Vabbè, scherzi a parte, abbiamo fatto un po’ di ripasso di storia, non senza aver ricordato che Filippo Volandri resta l’ultimo italiano ad aver raggiunto le semifinali dal Foro Italico 13 anni fa, anno 2017. Ad maiora. Chi secondo voi fra Berrettini, Sinner e Musetti sarà in grado di centrare l’obiettivo per primo? E chi più volte?

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Editoriali del Direttore

Il direttore Scanagatta dà ragione a Binaghi: “Il Paese ne esce male” però…

Insopportabile incoerenza di provvedimenti presi a distanza di una settimana. Anche se nessuno dovrebbe stupirsi più se nell’ambito delle autonomie regionali una Regione sposa il bianco e un’altra il nero

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Roma 2020 (via Twitter, @InteBNLdItalia)

Non appena ho saputo della pronuncia del ministro Spadafora e poi della reazione di Angelo Binaghi, ho chiesto alla redazione di fare subito quel titolo che abbiamo fatto in questa home page. Inclusa, ovviamente, la frase “e ha pure ragione”. Perché secondo me ce l’ha. Per quanto riguarda il mio preannunciato commento che compare nel sottotitolo, sapevo purtroppo che non sarei riuscito a farlo subito.

Ciò a causa delle varie partite in atto, Berrettini-Travaglia, Sinner-Dimitrov, Musetti con Koepfer, le interviste in rapida successione e i concitati colloqui con la redazione in remoto (con quella maledetta tendenza moderna alle chat che ti fanno perdere un sacco di tempo per obiezioni cui ti tocca rispondere e spiegare), con le pratiche e i protocolli COVID in continua evoluzione che arrivano dall’ufficio stampa del Roland Garros per procedere al completamento degli accrediti. Ovviamente a Parigi ho zero problemi, non è come a Roma dove vengono perfino censurate da Supertennis le domande che faccio ma non le risposte dei giocatori. Me lo hanno segnalato lettori che se ne sono accorti perché un paio di giocatori mi hanno chiamato per nome nel rispondermi… Io non avendo guardato le interviste mandate in onda su Supertennis non potevo saperlo.

Ho fatto titolare che Binaghi stavolta ha ragione, per tutta la prima parte delle sue dichiarazioni. In effetti mi chiedo che cosa possa essere mai cambiato in pochi giorni se quel che era stato negato in un primo momento (giusto o sbagliato che fosse quel provvedimento) viene concesso in un secondo. La figura internazionale che fa il nostro Paese è pessima. Sembriamo davvero un Paese poco serio. Per molta gente non è una novità, però non c’era bisogno di dare ragione a chi già lo pensava. Se i nostri politici, di qualunque partito, si preoccupassero maggiormente dell’immagine del Paese, degli interessi del Paese, anziché dei propri personali, non ci troveremmo a sottolineare criticamente quel che sta succedendo.

Io ho sempre sperato che fosse dato l’ok alla presenza del pubblico, ma ritenevo anche fosse impensabile che allo stadio Olimpico per Roma e Lazio, 80.000 posti a 200 metri dal Foro, si negasse l’accesso a uno spettatore e invece per il tennis si dovesse dare l’ok. O tutti e due gli impianti o nessuno, avrebbe detto chiunque dotato di un minimo di coerenza. Così come, per un minimo di coerenza, è inspiegabile contraddirsi a una settimana dall’altra. Ora si dice che alla base dell’ultimo intervento del ministro Spadafora ci sarebbe la considerazione che sia molto più facile controllare 1.000 presenze distribuite in un solo stadio, piuttosto che le stesse in libera circolazione fra un campo e l’altro.

 

Premessa: mi è stato detto da persone bene informate che le richieste a suo tempo avanzate da FIT sono state avanzate in modo poco diplomatico (arrogante?). Si pretendeva inizialmente dalle autorità competenti un ok a 5.000/6.000 spettatori. Solo in un secondo tempo, a un giorno dal sì o al no, si sarebbe accettato come minimo i 3.000 spettatori. Pareva infatti a Binaghi & Co. che aprire i cancelli per solo 1.000 avrebbe creato più costi economici in controlli e servizi piuttosto che vantaggi. Ciò premesso, però, perché adesso si può garantirne l’accesso e prima no? Così, all’ultimo tuffo?

Le domande non finiscono qui. Non si sapeva che le semifinali e le finali sono pochi incontri che quindi si possono programmare in un unico stadio? Eppoi – e qui capisco che la mia è una malignità di tipo andreottiano… ”A pensare male si fa peccato ma spesso ci si indovina”il provedimento ministeriale non sarà mica una conseguenza del grande risalto che hanno avuto in questi giorni e su tutti i media (anche quelli che al tennis dedicano poco o zero spazio) gli exploit record dei quattro azzurri in ottavi?Non sarà mica una conseguenza dell’aver avvertito il generale rimpianto per l’assenza di spettatori a celebrare le imprese dei nostri piccoli e grandi eroi, del duo Maravilha, di Berrettini (l’ho espresso più volte anch’io)?

Non sarà allora che il ministro Spadafora abbia pensato di ricavarsi una vetrina importante riaprendo al pubblico, sia pure soltanto a questi 1.000 spettatori, guadagnandosi così i pubblici ringraziamenti di Binaghi, quelli di tanti appassionati (oltre ai 1.000 che avranno accesso al Foro?) e magari di qualche elettore per le prossime scadenze? Mah, i veri motivi per i quali un ministro, un qualsiasi politico, decide qualcosa, li conosce solo lui. Che poi la situazione COVID sia in perenne osmosi, per cui ogni provvedimento è suscettibile di venire smantellato quasi da un giorno all’altro è certo vero e costituisce un bell’alibi per tutti. Consente di fare e disfare, su tutto. A scapito della serietà percepita.

A Parigi, abbiamo visto, siamo passati dall’ok per 11.500 presenze suddivise in tre zone non incrociabili a un ok ristretto per 5.000 spettatori che invece potrebbero incrociarsi. Questo a causa dell’intensificarsi dei contagi. Ma a Roma per la verità la situazione COVID non mi sembra sia granché cambiata fra una settimana fa e oggi. Credo sia piuttosto stazionaria. Quindi se ho detto che Binaghi ha ragione quando sostiene che il nostro Paese dà un’immagine da… ”roba da matti”, dico anche però che non si può scoprire solo oggi perché si parla di tennis e di sport, che in Italia le autonomie regionali sul discorso sanità si sono manifestate da marzo a oggi. Non è una novità. La si può discutere, contestare, ma non è una novità.

In Emilia Romagna c’è pubblico al circuito di Misano e in Lombardia a quello di Monza no. In Toscana al Mugello sì. In Emilia Romagna per il basket al chiuso sì e da un’altra parte no. A Palermo 300 persone hanno potuto seguire il torneo e a Roma, fino a oggi, no. Ma se usciamo dal terreno dello sport abbiamo visto anche nei protocolli sanitari sui tamponi, i test sierologici, l’obbligo delle mascherine nei locali chiusi, in quelli aperti, che ogni regione ha deciso autonomamente dalle autorità centrali. Quindi fare l’esempio, sentito mille volte per casistiche simili ma trattate diversamente da regione a regione, è un po’ demagogico, populista. O si cambiano le leggi di questo Paese rimettendo in discussione certe autonomie oppure si deve soltanto, con più o meno rassegnazione, prenderne atto. La Lombardia può fare e decidere una cosa, il Veneto che pure è amministrato da una compagine politica identica (la Lega) farne tutta un’altra.

Dire o lamentare “ma perché lui sì e io no?”si può farlo ma alla fine ha l’aria di una lamentazione quasi infantile, comunque vana. “Perché Petrucci e il basket sì a Bologna e io e il tennis no a Roma?” Uno che non sa nulla, dirà, “cavolo, ha proprio ragione!”. Ma se non si arriva a una revisione legislativa per la quale chissà quanto tempo ci vorrà, non serve a nulla sottolineare queste discrasie. Resta tuttavia un fatto: all’estero, perfino dove ci sono organizzazioni politiche federali e discretamente autonome (Svizzera, Germania, Stati Uniti per citare le prime tre che mi vengono a mente) penseranno le peggiori cose di noi, e prenderà sempre più corpo lo stereotipo dell’Italia Paese inaffidabile e incoerente (anche se poi ce ne sono tanti messi pure peggio!). Chi glielo va a spiegare come siamo messi noi nel nostro buffo Paese, se facciamo fatica a capirlo noi?

Sulla parte finale del discorso di Binaghi che dice “stiamo facendo quest’operazione quasi sicuramente in perdita”, beh mi sorprende il quasi. Spero abbiano fatto bene i loro calcoli. Fino a una settimana fa sembrava che sarebbe stata sicuramente in perdita.

Sul discorso “i primi 1000 che dalle 15 di oggi registreranno la loro mail sul nostro sito tra coloro che avevano i biglietti originali per semifinali o finali sul Centrale entreranno”, capisco che non era facile trovare una soluzione equa. Forse sarebbe stato più giusto rispettare un ordine cronologico nelle prenotazioni fatte a suo tempo. Ma magari sbaglio. Così penso che – anche se siamo in un’epoca in cui computer, telefonini e email siano ormai diventati il pane quotidiano della stragrande maggioranza degli italiani – quegli appassionati di una certa età non pratici di email, verranno danneggiati, insieme a quelli che oggi lavoravano e non sapevano nemmeno di poter attivarsi. Mica tutti sono obbligati a star sempre sulla notizia!

Infine: capisco bene che un giorno e mezzo per rimettere in sicurezza l’impianto costringa tutto lo staff organizzativo non sia una tempistica ideale, però che altro si può fare? Invece il ribadire che chi non sarà fra i 1.000 “privilegiati” non ha alternative al famigerato “supervoucher” riconferma l’ostinata volontà di Binaghi di distinguersi da tutti gli altri Masters 1000 che invece hanno provveduto a rimborsare i creditori dei biglietti. E continuo a non capire, anche se ormai è stato già rieletto presidente per i prossimi quattro anni e il sesto mandato, perché proprio non riesca a calarsi nei panni di quegli sfortunati acquirenti cui non offre neppure una seconda opzione. Pervicacemente.


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Editoriali del Direttore

41 anni dopo quattro italiani in ottavi e non c’è nessuno a vedere i nostri piccoli eroi: Musetti, Sinner e il derby azzurro

Una vera beffa. Cosa accadde nel ’79 agli Internazionali di Roma? Era l’era Panatta… Chi ha più ha chances di centrare i quarti fra Sinner (Dimitrov) e Musetti (Koepfer)? E perché?

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Lorenzo Musetti - Internazionali di Roma 2020 (foto torneo)
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È davvero uno scherzo del destino più beffardo. Ma come, e dopo 41 anni!, al Foro Italico ci sono nuovamente quattro tennisti italiani in ottavi di finale e a vederli… non c’è nessuno! Che jella. E c‘è pure, rischiavamo tutti di dimenticarlo, Rafa Nadal, il re della terra battuta, il mostro di Manacor, dominatore di 12 Roland Garros, di 9 Internazionali d’Italia. Scusate… e Djokovic? E che dire del fenomeno Azarenka che si permette di dare 6-0 6-0 a Sofia Kenin, campionessa d’Australia?

Allora, nel ’79, il centrale era un altro ed era lungi dal chiamarsi Pietrangeli. Tutt’al più la gente lo chiamava il Campo delle Statue. Statue di atleti giganteschi delle discipline più svariate e, chissà perché, tutti nudi. Quel campo nel giorno degli ottavi era pieno di gente, sui marmi bianchi la folla straboccava, molti erano rimasti fuori dai cancelli. Tre anni prima Adriano Panatta era diventato il re di Roma, dopo la leggendaria finale vinta con Vilas al termine di una cavalcata indimenticabile cominciata con un match vinto annullando 11 matchpoint al primo turno. L’anno prima, 1978, sempre Adriano si era arreso soltanto in finale e soltanto a Sua Maestà Bjorn Borg 6-3 al quinto, nel famoso – o famigerato? – match delle monetine (che aveva fatto seguito al clamoroso ritiro di Higueras in semifinale). Per chi è troppo giovane, o chi più vecchio è invece smemorato, ricorderò riprendendo dal mio racconto di quella finale quanto accadde.

Panatta, avanti 30-0 nel primo game del quinto set aveva perso otto punti di fila ed erano arrivate a cadere pericolosamente vicino a Bjorn Borg, più d’un paio di monetine. Lo svedese si era parecchio innervosito, comprensibilmente, per quei “diecini” lanciati da un branco di cafonissimi tifosi di Adriano. Ciò era incredibilmente accaduto nonostante che Bjorn, grandissimo signore, avesse restituito per ben tre volte all’amico Panatta un punto insolitamente strappatogli dai giudici di linea per solito affetti invece da miopia patriottica. Rivolgendosi al suo allenatore di sempre Lennart Bergelin, Bjorn aveva fatto capire che sarebbe uscito dal campo se la vergognosa vicenda fosse proseguita ancora. “Un’altra monetina e me ne vado”. La folla capì, e cominciò a gridare “Fuori! Fuori!”. All’indirizzo degli idioti lanciatori. Finché finalmente e tardivamente l’arbitro si decise a fare un appello al pubblico perché si comportasse civilmente pena la sospensione della partita.

 

In un articolo di Antonio Garofalo ritroviamo altri dettagli e queste righe finali: “Bjorn Borg è rimasto in buchetta all’inizio, ma ha poi fatto grande routine, dimostrando un controllo straordinario di se stesso e dei colpi, nel quinto set. Nemmeno decine di monete lanciate dagli artigli degli italopitechi gli impediranno di sommergere alla fine l’eroe de no’antri Adriano Panatta”. Non c’è bisogno di segnalarvi l’autore del meraviglioso affresco.

In quel ’79 del record il programma degli ottavi era quasi tutto… caviale, salmone e pernici. Non sarebbe forse bastato lo stadio Olimpico per accogliere tutti quelli che avrebbero voluto vedere Panatta-Higueras, dopo tutto quel che era successo l’anno prima, Bertolucci-Vilas, Barazzutti-Dibbs e, forse più di Ocleppo-Feigl, Lendl con Gene Mayer nonché Gerulaitis con Alexander e Solomon-Dibbs. Io ricordo che seguivo con attenzione – in mezzo a tanti campioni – anche l’americano Terry Moor, che sarebbe arrivato nei quarti, solo perché per l’appunto quella su Moor era stata una delle mie pochissime vittorie di prestigio quando avevo giocato i match fra college negli Stati Uniti, io nell’Oral Roberts, lui nella South Western Louisiana (se non ricordo male).

Per ricordare il comportamento dei quattro azzurri in quel giorno degli ottavi, Vilas battè Bertolucci 6-3 6-4, Panatta vinse su Higueras 6-4 7-6 e stavolta senza incidenti, Barazzutti perse da Dibbs 7-5 6-4, Ocleppo battè Feigl 6-4 3-6 7-5. Quel torneo del ’79 sarebbe poi stato vinto da Gerulaitis su Vilas dopo una maratona incredibile di 4 ore e 53 minuti 6-7 7-6 6-7 6-4 6-2 il cui racconto trovate qui.

I bagarini in quegli anni facevano affari d’oro. Era l’era Panatta, l’epoca d’oro del tennis italiano. Mai più vissuta. Ora, finalmente, sogniamo di riviverla, grazie a Berrettini e ai due ragazzini (e fa anche rima). Non è facile scrivere un editoriale dopo aver già realizzato un video che riassume le gesta di Lorenzo Musetti (lo trovate a fine articolo), capace di ripetersi ai danni di un Nishikori meno arrendevole di quanto fosse stato nel primo set Wawrinka. Due scalpi illustri, un triplo campione di Slam e un finalista dell’US Open, due ex top five.

Ho infatti aperto il mio intervento sul video, che registro alla meglio con i miei modesti mezzi – mica dispongo dei fondi di Supertennis! Anche se una ricerca della Bocconi sostiene che se avessi dovuto spendere in promozione pubblicitaria l’audience che raccolgo con questi video sarebbe roba che vale parecchi milioni – esclamando (solo per quei pochissimi che questa volta non l’avessero visto pur sapendo che ne faccio uno al giorno): “Altro che prova del 9! Lorenzo Musetti ha superato almeno quella del 18”. I successi conquistati nelle qualificazioni e nei due turni del Masters 1000 romano – primo diciottenne capace di tanto – gli hanno fatto guadagnare 70 posti in classifica ATP. Un balzo da numero 249 a 179. Numeri che devono far riflettere. Se si dice che Sinner, n.81, deve aver pazienza, e con lui i suoi tifosi, quanta ne deve avere Musetti?

Il suo tennis è più brillante di quello di Sinner, ma proprio per questo anche più rischioso. I bassi lo attendono minacciosi più degli alti, nell’immediato. Già il match con un (quasi) carneade tedesco che non è mai stato più su di n.83 del mondo, ma che è mancino – i mancini sono tipi… sinistri, dicevano nel MedioEvo – e qui ha battuto il tignoso De Minaur 7-6 al terzo e un meno tenace Monfils, si presenta tutt’altro che semplice. Bene o male il tedesco che vive in Florida, a Tampa, è tipo che l’anno scorso giunse agli ottavi dell’US Open, anche se noi quasi non ce accorgemmo perché tutti impegnati a seguire le prodezze di Berrettini. Il suo ranking lo deve soprattutto a quell’exploit. Eppure non fa mistero nel dire che la sua miglior superficie è la terra rossa. Uomo avvisato, mezzo salvato, caro Lorenzo Musetti.

Il rischio è che, dopo aver magari dormito pochino per l’impresa bis, ma stavolta senza 24 ore di decompressione, Lorenzo si trovi sulle spalle il peso di dover fare il tris… perché la gente che si è entusiasmata per il suo magnifico rovescio a una mano – ma l’avete visto quel passante che perfino Nishikori si è fermato ad applaudire? – quasi pretende che vinca ancora, anche se fra lui e il tedesco ci sono un centinaio di posti di gap in classifica.

Si ha un bel dire che la classifica non conta, ma invece qualcosa di solito significa. Non ho poi avuto tempo di vedere come Lorenzo se la cavi con i mancini. Ma certo non ne avrà incontrati a bizzeffe. Sarà un problemino in più, in aggiunta a quello di una inevitabile stanchezza per i match disputati a Roma e in tutte le ultime settimane senza sosta. Per tutti questi motivi forse il match di oggi è più difficile dei due che l’hanno preceduto. Non difficile come l’eventuale prossimo comunque… perché nei quarti gli toccherebbe Djokovic (più che Krajinovic, vero?).

Mi sono sbilanciato di più, invece, per il match Sinner-Dimitrov. E, sempre nel video… beh no, questa volta non ve lo dico, altrimenti che lo faccio a fare? Anzi, sapete che vi dico? In attesa delle immancabili scuse della FIT per il mio mancato accredito stampa, vado in salotto con brioche e cappuccino davanti alla tv a godermi il duello nazionale e mattutino (qui trovate il programma completo di oggi), Berrettini-Travaglia, per il quale posso sbilanciarmi in un pronostico sicuro: il match non sarà interrotto, come ieri sera, per un black-out elettrico piuttosto imbarazzante.

Smentisco infine, lieto così facendo di restituire un minimo di speranza ai creditori di sette milioni di biglietti, la fake news circolata ieri sera secondo la quale pareva che Angelo Binaghi non avesse pagato la bolletta all’Enel a seguito della mancata vendita degli altri biglietti. Con la previsione di un prossimo fatturato simile a quello della Federcalcio, la FIT ha fatto anche sapere di essere perfettamente in regola con le bollette: si è trattato di un semplice guasto tecnico.


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