Wimbledon, (s)punti tecnici: day 8 e 9, il footwork di Dimitrov e Raonic

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Wimbledon, (s)punti tecnici: day 8 e 9, il footwork di Dimitrov e Raonic

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TENNIS – I quarti di finale maschile hanno dimostrato gli enormi progressi compiuti da Grigor Dimitrov e Milos Raonic in una componente fondamentale del tennis: il footwork.

La fase difensiva di Grigor e Milos

I cambiamenti delle caratteristiche dell’erba di Wimbledon, da parecchi anni, hanno contemporaneamente “democraticizzato” e purtroppo anche omologato il grande torneo, una volta territorio di conquista esclusivo dei cosiddetti – e quasi scomparsi – erbivori, i giocatori specializzati nella fase tecnica del serve&volley, esplosivi al servizio e dotati di gran mano a rete e nell’esecuzione di colpi poco liftati, con preparazioni brevissime, adatti ai rimbalzi bassi, rapidi e sfuggenti. Come abbiamo già evidenziato la faccenda si è modificata parecchio, e per competere con successo sui prati attuali, dalla restituzione dei rimbalzi molto più alta e meno rapida, il gioco “standard” moderno di pressione da fondocampo è efficace come su tutte le altre superfici.

 

Certamente rimane un terreno di gioco decisamente veloce in senso generale, con innegabili vantaggi per i grandi battitori, e che tende in ogni caso a premiare il gioco offensivo, inteso come capacità di anticipo e di accelerazione più che di aggressione alla rete vera e propria. Ma ancora più certamente rimane la superficie più esigente in termini di footwork, data la scarsa aderenza e la quasi impossibilità di effettuare le scivolate “di potenza” che ormai i tennisti fanno con disinvoltura anche sul cemento: in questi giorni li abbiamo visti finire a gambe all’aria un po’ tutti, chi prima e chi dopo. Una delle discriminanti principali per fare la differenza, quindi, è la capacità di adattare il gioco di gambe all’erba, coordinandosi in modo molto più “leggero” e rapido, oltre che preciso, di quanto necessario su terra e su duro.

Dei quattro semifinalisti approdati in fondo al tabellone maschile, Novak Djokovic e Roger Federer sono i due che da sempre hanno fatto di un footwork e di una coordinazione impeccabili la base del loro gioco, il serbo in modo più evidente con la sua incredibile capacità di trasformarsi in un muro di gomma pronto a contrattaccare e passare da qualsiasi posizione di campo, lo svizzero in modo meno palese perchè mascherato dalla sua fase di gioco più caratteristica, quella offensiva, fatta di anticipi, accelerazioni, e gran tocchi di classe. Ma per qualunque addetto ai lavori risulta molto più impressionante la naturale coordinazione, velocità di piedi, e controllo dell’equilibrio di Roger rispetto ai suoi drittoni, tagli in slice, e smorzate vincenti. In breve, due campioni, Federer (risultati alla mano) più adatto all’erba, ma entrambi al top del footwork.

Gli altri due, invece, ovvero il bulgaro Grigor Dimitrov e il canadese Milos Raonic, entrambi giocatori estremamente propositivi, grande manualità a tutto campo per Grigor, grande specializzazione nell’uno-due servizio e dritto per Milos, hanno davvero stupito per i progressi fatti con la tecnica degli spostamenti, ormai ben saldamente perfezionata a sostenere il loro tennis d’attacco ed esplosività.

Per quanto riguarda Dimitrov, è da un anno abbondante che il gran lavoro fatto sulla preparazione fisica sta dando i suoi frutti con sempre maggiore evidenza e continuità. Il bulgaro, opposto ieri al “defending champion” Andy Murray, a mio avviso (e non solo) il migliore di tutti in senso strettamente tecnico con il footwork, ha stravinto la sua partita proprio sul terreno preferito dallo scozzese, surclassandolo nella capacità di copertura del campo e nell’efficacia dei recuperi. Andy è apparso decisamente sottotono, ma se oltre alla giornata storta che può capitare a tutti, ti trovi di là una specie di tiramolla agile come un gatto che corre come Ferrer, affonda gli allunghi come Djokovic, passa come Nadal e appena può ti attacca come Federer, c’è poco da fare. E infatti Murray poco ha fatto, sconfitto in tre set. Però questo magnifico Grigor nella corsa e nella tenuta difensiva (il gran tennis d’attacco lo ha sempre avuto) lo stiamo ammirando come detto da parecchio, e la sua crescita di risultati e classifica ne è la prova migliore.

La più sorprendente e definitiva consacrazione, ancora più significativa perchè ottenuta sull’erba, come giocatore di livello assoluto in termini di footwork e capacità difensive, a mio avviso è quella che ha saputo ottenere Milos Raonic. Avevo già analizzato in occasione del Master 1000 di Roma i grandissimi progressi fatti dal canadese nella fase di gioco a lui meno congeniale, ossia la tenuta da fondo. Fase imprescindibile al giorno d’oggi, perchè con le superfici, i materiali e il top-spin esasperato del tennis moderno, puoi anche servire a 230 kmh, e fare i buchi con il dritto: se hai solo quello tanto in alto non arrivi.

Ma una cosa è migliorare il footwork, la precisione degli appoggi, e la tenuta atletica per risultare competitivi su terra e cemento, ben altra sono gli adattamenti di ritmo dei passi, di postura, di abbassamento del baricentro e gestione dell’equilibrio richesti dall’erba. E qui Milos e il suo team (applausi a scena aperta per Piatti e Ljubicic) si sono a dir poco superati: il quarto di finale vinto sull’ottimo emergente australiano Nick Krygios mi ha costretto a controllare più di una volta il nome del giocatore per essere sicuro che quello in campo fosse Raonic.

Si aspettavano tutti una battaglia di servizi fulminanti, e immediate chiusure con accelerazioni e attacchi anticipati: in parte lo è stata, ma la differenza l’hanno fatta i sorprendentemente numerosi scambi lunghi in pressione che Milos non ha avuto nessun problema ad affrontare, e la maggior parte delle volte a vincere. Contro un Krygios che ha giocato assolutamente bene, ha fatto il suo, ha sparato le bordate che doveva, e che in questo modo aveva battuto un certo Rafael Nadal. Come il malcapitato Murray, però, Nick si è trovato davanti qualcosa di inaspettato, ovvero un ragazzone di quasi due metri per 100 chili che corre come una lepre, rimane bassissimo mentre colpisce, tiene e affonda anche con il rovescio bimane (che richiede approccio alla palla perfetto e ravvicinato per essere incisivo), recupera in allungo e passa benissimo. Ragazzone che ovviamente è sempre lo stesso in grado di spararti servizi spaventosi, e prenderti a sberle con un dritto strepitoso: quando si affrontano i grandi bombardieri la parola d’ordine è “fallo muovere, non permettergi di colpire comodo”, ma se il bombardiere in questione si mette a volare sul campo, e unisce coordinazione nel breve e velocità di passo con l’apertura alare data dalla stazza, gli spazi per fargli male diventano quasi impossibili da trovare. E Krygios non li ha trovati, sconfitto in quattro set. Ma sentiremo parlare di lui a lungo, mi stupirei del contrario.

Per esperienza ad alto livello, curriculum e abitudine alla frequentazione dei piani altissimi degli Slam, Novak e Roger vanno considerati favoriti comunque, nei confronti rispettivamente di Grigor e Milos. Però si troveranno davanti due belve da tennis mica da ridere, e non sarebbe per nulla clamoroso se uno di loro, o addirittura entrambi, dovessero farsi sorprendere dai loro giovani avversari. Ci aspettano delle semifinali fantastiche, incerte, e assolutamente intriganti a livello tecnico: a mio parere, stiamo assistendo a uno dei migliori Wimbledon degli ultimi anni.

One-Handed backhand appreciation corner

Come in Australia, i Guerrieri del Bene portano due Eroi in semifinale: e con la concreta possibilità, anche se le battaglie che li aspettano saranno terribili, di avere una One-Handed Final.

Dovesse succedere, il Santuario del Talento risplenderebbe illuminato da una Luce che non si vedeva da tempi immemori: il Vecchio Jedi Roger e l’Apprendista Bulgaro Grigor hanno davanti a sé, chiarissima e gloriosa, la strada che conduce alla Storia.

Le Nemesi Bimani che li attendono sono però feroci e determinate: il Sith di Gomma Darth Nole e lo Spietato Bombardiere Milos non conoscono la compassione, e il Lato Oscuro è potente in entrambi. Che la Forza guidi e accompagni i rovesci Eastern del Vecchio e dell’Apprendista, dietro ognuno dei quali ci saranno gli Spiriti di tutte le Leggende che hanno calcato questi prati impugnando a una mano.

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ATP Finals – Spunti Tecnici: Matteo Berrettini e il dritto che fa male anche ai top-players

SPONSORIZZATO – Per non parlare del servizio… Gli straordinari risultati del testimonial Lotto, consolidato ATP Top 10, dipendono in gran parte dal binomio dritto servizio

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(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)
(photo @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)

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Tecnicamente, stando in campo con Matteo Berrettini, che si prepara a giocare le ATP Finals per la seconda volta in carriera (record per il tennis italiano maschile, come l’esaltante finale raggiunta sull’erba di Londra), è molto interessante vedere quanto i colpi dell’azzurro sponsorizzato da Lotto Sport Italia siano strutturati con l’obiettivo dell’efficienza e dell’incisività.

Il dritto è uno dei più potenti e carichi di top-spin del Tour, parole di Novak Djokovic, una botta paragonabile a quella di Juan Martin del Potro, il servizio è sempre la specialità di casa, e il rovescio slice (con rotazione all’indietro) è diventato solido e molto efficace. D’altronde, a questi livelli non vai in fondo agli Slam con buchi tecnici evidenti, chi critica il rovescio di Matteo dovrebbe provare a starci in campo contro, come ha detto anche Monfils dopo averci perso a New York due anni fa. Vediamoci insieme Berrettini da vicinissimo.

(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)
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Qui sopra, un paio di esecuzioni del dritto in open stance, postura frontale, il classico “sventaglio” con cui l’italiano martella a ritmo altissimo da ogni angolo del campo. Da notare, a parte l’ovalizzazione perfetta e l’ottima spinta della gamba esterna, come Matteo tenga l’indice della mano destra ben separato dalle altre dita. La cosa consente una maggiore sensibilità, la nocca del dito avvolge il manico più avanti sostenendolo e “sentendolo”, è il cosiddetto “pistol grip“, l’impugnatura “a pistola”, come se l’indice fosse su un grilletto immaginario. Rispetto al “hammer grip“, che non è l’impugnatura a martello che in italiano è la continental, ma è la postura della mano sul manico a dita raccolte, il vantaggio a livello di percezione e tatto è notevole, a patto che si sia in grado, con la forza dell’arto, di reggere con sufficiente saldezza l’attrezzo. Ecco un esempio più chiaro, per capirci.

 

Sopra, Dominic Thiem, sotto, Berrettini. Se osserviamo l’indice, la differenza è evidente. Sono due dritti brutali per potenza, efficacissimi entrambi, ma avete presente quando un colpo ha “qualcosa” in più? Magari dà un’impressione di maggior controllo, o di varietà di esecuzioni, tipicamente la capacità di tirare piatto oppure super-arrotato cambiando l’angolo di attacco del piatto corde sulla palla con disinvoltura? Ma non si riesce a focalizzare quale sia la causa, o perché uno ci riesca meglio di un altro? Ecco, questi dettagli spesso sono la risposta. E sappiamo bene che una delle caratteristiche tecniche di Matteo è proprio la capacità di sparare liftoni alternati a manate piatte come niente fosse.

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(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)
(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)

Qui sopra, vediamo il rovescio tagliato con rotazione all’indietro, ovvero lo slice. Berrettini ha lavorato moltissimo su questo colpo, ce lo ha detto lui stesso, e i risultati si vedono. Non parte molto in alto con la testa della racchetta, non sale troppo con la spalla, e tiene il braccio abbastanza discosto dal corpo (pensiamo a Roberta Vinci, che arrivava dietro la schiena col piatto corde, e avvolgeva il braccio così tanto che ancora un po’ si strangolava da sola, con la spalla destra in gola). Il movimento a colpire risulta più orizzontale, data l’altezza di Matteo la cosa per lui funziona più che bene, ed è ottima la conduzione del piatto corde, con postura perfettamente composta, come si può apprezzare nella seconda immagine. Notevole la capacità di andare basso con le ginocchia, data la stazza del giocatore. La rasoiata in slice di Berrettini non ha nulla da invidiare, quanto a efficacia e cattiveria della rotazione, a esecuzioni ben più “blasonate” dal punto di vista stilistico. Bravissimo.

Qui sopra (sequenza originale ed esclusiva di Ubitennis da Indian Wells), il super-servizio, senza commenti perché le immagini parlano da sole. Il caricamento iniziale, con il brandeggio basculante “alla Raonic”, e il polso morbido, con presa leggerissima, sono caratteristiche personali di Matteo. Decontrazione totale, che produce una frustata con pochi eguali nel circuito. Dalla “trophy position” in poi, vediamo le immagini, anche scolasticamente è una martellata fantastica, il lieve attimo di surplace con racchetta piatta verso l’alto, difettuccio veniale ma presente fino a tre anni fa, è sparito, Matteo va di taglio ad aggredire la palla in modo perfetto. Che missili, ragazzi.

In conclusione, abbiamo un gran bel giocatore, moderno, fisico, potente, e dotato di tecnica assai più raffinata di quanto appaia a prima vista (e soprattutto in TV). La grande sensibilità della sua palla corta ne è un esempio, non spari servizi a 225 all’ora, dritti a 160 dall’altra parte, e poi chiudi il punto con una carezza a mezza spanna dal nastro se non hai tanta, ma tanta “mano”. Un po’ di abitudine ad andare a rete a prendersi qualche punto in più, altra cosa su cui Berrettini e Santopadre ci hanno detto di stare lavorando parecchio, con successo viste le vittorie, e il “pacchetto” è completo.

Terzo anno chiuso in top-10 ATP, titoli prestigiosi come al Queen’s Club, soddisfazioni personali come la convocazione per il team Europa alla Laver Cup, e il sogno della finale di Wimbledon: Matteo Berrettini è arrivato tra i grandi del tennis, e ha intenzione di rimanerci a lungo.

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Wimbledon, uno sguardo tecnico: cosa deve fare Berrettini per battere Hurkacz

Preview tecnica delle semifinali maschili: per Berrettini saranno fondamentali servizio e slice di rovescio, Hurkacz dovrà… rispondere. Le speranze di Shapovalov? Sbracciare come non ci fosse un domani

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Matteo Berrettini - Wimbledon 2021 (credit AELTC/Edward Whitaker)

In occasione delle semifinali maschili di Wimbledon, con la storica presenza di Matteo Berrettini, tornano le preview tecniche di Luca Baldissera – purtroppo non da bordo campo, a causa delle difficoltà attuale indotte dalla pandemia. Ma Luca conta di tornare a scrivere presto anche dal campo!


Djokovic contro tutti? Il “mantra” di questi ultimi giorni di torneo, quando i contendenti per il singolare maschile sono rimasti in quattro, sembra essere quello. Da un lato il supercampione, che dà costantemente l’impressione di viaggiare con il “cruise control“; dall’altro tre giovanotti di belle, se non bellissime, speranze. Che potrebbero arrivare a realizzarsi proprio qui a Church Road, chissà, anche se appare onestamente molto difficile. Ma andiamo con ordine, cosa possiamo aspettarci oggi pomeriggio?

Matteo Berrettini vs Hubert Hurkacz

Cosa deve fare Matteo per vincere: testa bassa, e fiducia totale nelle sue armi migliori, che possono essere devastanti per chiunque. Il servizio, innanzitutto, con le straordinarie percentuali di unreturned serves“, le palle che non tornano, dato assai più importante e significativo degli ace, dovrà mantenere l’efficacia mostrata finora. Siamo poco sotto al 50% in 5 partite, prime e seconde aggregate, tantissima roba, in cima alla classifica di questa statistica. Se poi qualcosa dall’altro lato della rete effettivamente ritornerà, entra in azione il dritto, che è una cannonata di velocità e pesantezza molto superiori a qualunque accelerazione dell’avversario. Si entra nello scambio? Allora ecco lo slice di rovescio, sempre interpretato come arma tattica che consenta poi di girarsi e mettere in azione il drittone di cui sopra. Tutto molto semplice tatticamente per Berrettini, dipenderà da lui e dalle percentuali che saprà realizzare.

 

Cosa deve fare Hubert per vincere: rispondere, rispondere, rispondere. Se vieni travolto dal bombardamento di Matteo non hai scampo, i suoi turni di battuta durano poco, e tu vai in affanno anche quando tocca a te servire, sapendo di non poterti permettere la minima sbavatura. Attenzione a non attaccare con troppa disinvoltura il rovescio dell’italiano, che è capace di giocare slice bassi e insidiosi, ma il pallino del gioco deve essere tuo. Tre-quattro colpi al massimo e poi via dentro, sfruttando la qualità dei due fondamentali. In un match del genere, come fosse un duello nel vecchio west, vince chi estrae la pistola e spara per primo. Purtroppo per Hurkacz, il calibro di Berrettini appare di poco superiore.

Novak Djokovic vs Denis Shapovalov

Cosa deve fare Denis per vincere: sbracciare a tutto campo come non ci fosse un domani (anche perché, se non ci riesce, il “domani tennistico” non ci sarà di sicuro). Ricordarsi del 13 maggio a Roma, quando fece soffrire Rafa Nadal per tre ore e mezza, sciorinando un tennis d’attacco di esplosività formidabile. Quando un tipo come Shapovalov decide di spaccare la palla, sono guai per tutti, Djokovic compreso. Ma gli alti e bassi di rendimento tipici del canadese, uno come Khachanov (per esempio) te li perdona, Novak no. Lo schema dritto mancino (e servizio) a spostare lateralmente l’avversario, seguito dall’accelerazione incrociata dall’altra parte può essere letale, specialmente se eseguita con l’anticipo di rovescio. Il problema, per Denis, è che anche tutto questo potrebbe non bastare, visto il mostro di continuità che si troverà davanti. Ma questo non deve impedirgli di provarci con tutta la convinzione possibile. Come lui stesso ha detto, in fondo si parte sempre da 0-0.

Denis Shapovalov – Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)

Cosa deve fare Novak per vincere: presentarsi in campo (ok, scherzo). Il buon vecchio Djoker, per vincere, dovrà “semplicemente” alzare un minimo i suoi standard di rendimento soprattutto in risposta, e ricordarsi del primo set in assoluto giocato (e perso) in questo torneo dal giovane inglese Draper. I servizi mancini danno fastidio a tutti, Nole compreso, ma quando hai una qualità nell’impatto di rovescio di livello clamoroso devi fidarti del tuo colpo, e mollare il più spesso possibile l’anticipo diagonale o lungolinea. Se riesci a togliere da subito l’iniziativa a uno come Shapovalov, il resto (ovvero il controllo del palleggio e delle geometrie da fondocampo) diventa ordinaria amministrazione. Occhio a non rischiare troppo con le seconde palle aggressive, contro Shapovalov – che non è Nadal in risposta – non dovrebbe essere necessario, e regalare punti così è sempre pericoloso. Il pubblico sarà in maggioranza favorevole al canadese, ma questo non ha mai costituito un problema per Djokovic, come ha abbondantemente dimostrato proprio sul campo centrale due anni fa.

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US Open, spunti tecnici più attesi: il segreto del dritto di Berrettini

NEW YORK – Botte clamorose con la battuta, accelerazioni fulminanti da fondocampo, affettate efficacissime, e un ottimo tocco di palla. Matteo ha già tutto quello che serve per il tennis di vertice

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da New York, il nostro inviato

Innanzitutto, ben ritrovati a bordocampo. All’indomani della strepitosa vittoria su Gael Monfils, che consegna Matteo Berrettini alla storia del tennis italiano, con una semifinale Slam su cemento a cui non era mai arrivato nessuno (Corrado Barazzutti, nel 1977, arrivò tra i primi 4 allo US Open, ma si giocava a Forest Hills, su terra verde), era inevitabile il pellegrinaggio all’allenamento del ragazzone di Roma che sta facendo sognare tutti. Sul Grandstand di Flushing Meadows, Matteo ha fatto un’oretta di “training” con coach Santopadre. Quando ho salutato lui e Matteo, belli rilassati e sorridenti, e accompagnati da Craig O’Shannessy, ormai membro aggiunto del team almeno in questo torneo, ho detto scherzando: “Ehi, uno sparring partner giovane oggi vedo“. Vincenzo si è fatto una risata e mi ha risposto: “Beh Luca, bisogna fare allenamento in modo più possibile simile alla partita che verrà. Quindi, c’era bisogno di un mancino con pochi capelli!“. Ecco, questa era l’atmosfera nel pomeriggio di New York, davvero piacevole e allegra.

Tecnicamente, stando in campo con il “team Italia” che tanto successo sta ottenendo quest’anno allo US Open, ho trovato interessante vedere quanto i colpi di Berrettini siano strutturati con l’obiettivo dell’efficienza e dell’incisività. Rispetto a quando lo avevo fotografato e analizzato a Melbourne, gennaio 2018, il dritto mi è sembrato ancora più esplosivo, una botta, il servizio è sempre la specialità di casa, e il rovescio slice è diventato solido e molto efficace. D’altronde, a questi livelli non vai in fondo a tornei del genere con buchi tecnici evidenti, chi critica il rovescio di Matteo dovrebbe provare a starci in campo contro, come ha detto anche Monfils. Vediamoci insieme Berrettini da vicinissimo.

 

Qui sopra, in alto preparazione e caricamento, sotto impatto e finale del dritto in open stance, postura frontale. Da notare, a parte l’ovalizzazione perfetta e l’ottima spinta della gamba esterna, come Matteo tenga l’indice della mano destra ben separato dalle altre dita. La cosa consente una maggiore sensibilità, la nocca del dito avvolge il manico più avanti sostenendolo e “sentendolo”, è il cosiddetto “pistol grip“, l’impugnatura “a pistola”, come se l’indice fosse su un grilletto immaginario. Rispetto al “hammer grip“, che non è l’impugnatura a martello che in italiano è la continental, ma è la postura della mano sul manico a dita raccolte, il vantaggio a livello di percezione e tatto è notevole, a patto che si sia in grado, con la forza dell’arto, di reggere con sufficiente saldezza l’attrezzo. Ecco un esempio più chiaro, per capirci.

Sopra, Dominic Thiem, sotto, Berrettini. Se osserviamo l’indice, la differenza è evidente. Sono due dritti brutali per potenza, efficacissimi entrambi, ma avete presente quando un colpo ha “qualcosa” in più? Magari dà un’impressione di maggior controllo, o di varietà di esecuzioni, tipicamente la capacità di tirare piatto oppure super-arrotato cambiando l’angolo di attacco del piatto corde sulla palla con disinvoltura? Ma non si riesce a focalizzare quale sia la causa, o perché uno ci riesca meglio di un altro? Ecco, questi dettagli spesso sono la risposta. E sappiamo bene che una delle caratteristiche tecniche di Matteo è proprio la capacità di sparare liftoni alternati a manate piatte come niente fosse.

Qui sopra, un dritto classico in neutral stance, affiancato e in proiezione verso avanti, splendida la compostezza e l’allineamento braccio-racchetta. Berrettini a destra ha davvero un colpo di livello top mondiale, ormai, e lo sta ben dimostrando qui a New York.

Qui sopra, vediamo il rovescio tagliato con rotazione all’indietro, ovvero lo slice. Berrettini ha lavorato moltissimo su questo colpo, ce lo ha detto lui stesso, e i risultati si vedono. Non parte molto in alto con la testa della racchetta, non sale troppo con la spalla, e tiene il braccio abbastanza discosto dal corpo (pensiamo a Roberta Vinci, che arrivava dietro la schiena col piatto corde, e avvolgeva il braccio così tanto che ancora un po’ si strangolava da sola, con la spalla destra in gola). Il movimento a colpire risulta più orizzontale, data l’altezza di Matteo la cosa per lui funziona più che bene, ed è ottima la conduzione in orizzontale-esterno del piatto corde, con il gomito che si apre verso destra con timing perfetto. Da vicino, posso assicurarvi che la rasoiata in slice di Berrettini non ha nulla da invidiare, quanto a efficacia e cattiveria della rotazione, a esecuzioni ben più “blasonate” dal punto di vista stilistico. Bravissimo.

Qui sopra, il super-servizio, senza commenti perché le immagini parlano da sole. Il caricamento iniziale, con il brandeggio basculante “alla Raonic”, e il polso morbido, sono caratteristiche personali di Matteo. Dalla “trophy position” in poi, vediamo le immagini, anche scolasticamente è una martellata fantastica, il lieve attimo di surplace con racchetta piatta verso l’alto è sparito, va di taglio ad aggredire la palla in modo perfetto. Che missili, ragazzi.

Per finire in modo curioso, ecco Matteo che si diverte a sperimentare il rovescio a una mano, e devo dire che non è niente male. Meglio non provarci con Nadal, però.

In conclusione, signori, abbiamo un gran bel giocatore, moderno, fisico, potente, e dotato di tecnica assai più raffinata di quanto appaia a prima vista (e soprattutto in TV). La grande sensibilità della sua palla corta ne è un esempio, non spari servizi a 225 all’ora, dritti a 160 dall’altra parte, e poi chiudi il punto con una carezza a mezza spanna dal nastro se non hai tanta, ma tanta “mano”. Un po’ di abitudine ad andare a rete a prendersi qualche punto in più, altra cosa su cui Berrettini e Santopadre ci hanno detto di stare lavorando parecchio, e direi che ci siamo. Non so se basterà con Rafa, naturalmente, ma per una gran carriera ad altissimo livello, che poi è stato già altro che raggiunto, non manca nulla.

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