24 anni dopo Becker-Edberg Federer sogna Wimbledon n.8

Editoriali del Direttore

24 anni dopo Becker-Edberg Federer sogna Wimbledon n.8

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TENNIS WIMBLEDON CHAMPIONSHIPS – Le dichiarazioni dei due coach, grandi rivali di fine anni ’90. Il ricordo di 3 finali ’88-90, le previsioni. Edberg: “Il favorito era Djokovic, ora è Federer”. Becker: “Su Roger più pressione”.
La Kvitova spazza via le ambizioni della Bouchard ma… Errani-Vinci: Grandi, ma non come Navratilova- Shriver o le Williams.

PETRA MA DOVE TI SEI NASCOSTA NEGLI ULTIMI 3 ANNI?

Dov’è stata Petra Kvitova in questi anni? Non chiedo con chi è stata (il diciassettenne Pavlasek nel 2011, il trentacinquenne Stepanek un anno fa, di nuovo adesso Pavlasek, 19 anni ora), ma dove. Perchè già 3 anni fa quando Petra, testa di serie n.8, aveva battuto Maria Sharapova, n.5, anche il più inesperto dei cronisti di tennis si era reso conto delle sue straordinarie qualità.
Che da allora lei abbia vinto soltanto 7 tornei è più incredibile del 6-3 6-0 he ha inflitto oggi alla impotente Bouchard che non ha neppure giocato male, soprattutto nel primo set, prima di subire l’effetto di chi viene prima urtato e poi messo sotto da uno schiacciasassi.
Se andiamo a vedere le statistiche del match, anche se quelle degli errori non forzati vanno sempre prese cum grano salis perchè fortemente soggettive, scopriamo che la povera incolpevole Bouchard avrebbe commesso soltanto 4 errori gratuiti e che i vincenti della Kvitova sono stati 28. 28 vincenti su 61 colti complessivamente (contro i 37 della Bouchard, che pure ha tirato anche senza paura i suoi colpi fin dal primo game, anche se i vincenti sono stati solo 8), significa aver fatto quasi la metà dei punti direttamente…E non è che la Bouchard stesse lì a guardare. Ha fatto quel che poteva.
Così non resta che parlare dei 54 minuti di finale a senso unico, ricordando i 34 minuti record di Steffi Graf nell’88 a Parigi per il 60 60 alla Zvereva; dei 53 minuti con cui Martina Navratilova si liberò della suorina (oggi) Andrea Jaeger con il 60 63 della finale dell’83; i soli tre games raccolti da Monica Seles nella finale del ’92 con Steffi Graf. Ma il 60 61 con cui Billie jean King rimandò a casa la giovane aborigena Evonne Goolagong in 38 minuti nel ’75 batte i record di Wimbledon dacchè si è presa l’abitudine di cronometrare la durata degli incontri.

 

Ricordo che al ritorno dal vittorioso Wimbledon del 2011 Petra Kvitova non fece che perdere incontri dopo incontri, salvo fnalmente risvegliarsi a fine anno nel torneo minore di Linz e poi con il trionfo nelle finali WTA. E’ stata n.2 del mondo, best ranking nell’ottobre 2011, ma poi spesso dietro le top 5, anche se quasi sempre fra le top 10.
Insomma, vediamo se stavolta assorbirà in maniera diversa la gioia per il secondo trionfo a Wimbledon. Che non vinca di più una che gioca così,e che oggi ha giocato straordinariamente bene non solo in attacco, ma anche le rare volte che si è trovata costretta a difendere, è un mistero…legato alla sua testa. Non solidissima.
Ha 24 anni, l’età giusta per fare progress anche con la testa.

VINCI ED ERRANI CAREER GRAND SLAM: Bravissime loro, ma calma

In Italia c’è grande entusiasmo per il loro exploit e lo capisco. Vincere Wimbledon, a qualsiasi livello, in qualsiasi specialità, è un fatto comunque eccezionale e da applausi. Meritati. Purchè non divengano sproporzionati. Per intendersi: per me è più importante aver raggiunto la finale e la semifinale a Parigi come ha fatto la bravissima Sara, che vincere qualsiasi torneo di doppio. Ricordo che salutai con entusiasmo l’affacciarsi di Roberta Vinci sul palcoscenico delle grandi doppiste, quando raggiunse le semifinali dell’US open da diciottenne al fianco di Sandrine Testud. E il doppio è sempre stato la mia passione quando giocavo, anche perchè in singolare perdevo molto più spesso. Figurarsi se non apprezzo i loro risultati. Però attenzione a non esagerare, perchè oggi il giornalismo sportivo sembra essere diventato soltanto …”Viva chi vince, qualunque cosa si vinca”. E si rischia di far perdere un po’ la sostanza delle cose a chi legge. Se uno arriva secondo in una gara molto più difficile passa quasi sotto silenzio. Non è giusto. Quando la Schiavone a Mosca battè, lasciando pochi games a tutte, tre top-ten, Kuznetsova, Mauresmo e Dementieva, ma perse in finale dalla Pierce, non se la filò nessuno. Poi quando vinse il torneo di Badgastein contro la modestissima Meusburger, la Gazzetta inondò la prima pagina e così gli altri giornali.
Grande, grandissimo entusiasmo c’era stato anche l’anno scorso quando Gianluigi Quinzi vinse il torneo junior. Titoli in prima pagina, paginate, interviste televisive. Ovunque. Chi si spingeva a dire che Quinzi sarebbe diventato top10 o top20 in breve tempo. La realtà è diversa: Gianluigi Quinzi oggi è n.302 del mondo, curiosamente l’identica classifica che aveva raggiunto il direttore di questo sito nel 1973 nelle classifiche che, fino ad agosto, non erano ancora ufficialmente computerizzate.
Quinzi salirà senz’altro molto più su, ma ci vorrà ancora tanto tempo, tanta pazienza, sua e nostra.
Ubitennis ha raccontato in questi giorni – e in questi anni – le vittorie di Errani e Vinci, applaudendole ed essendone, da italiani, più che orgogliosi (rileggete la cronaca https://www.ubitennis.com/blog/2014/07/05/wimbledon-erranie-vinci-si-prendono-storia/). Ha raccontato anche che contro le due sconosciute gemelle ucraine Ljudmila e Nadiia Kichenov Sara e Roberta avevano dovuto salvare 5 matchpoint. E spesso accade che le grandi imprese nascono da piccole grandi rimonte. Son tornate n.1 del mondo, hanno battuto poi Barty e Dellacqua, Hlavackova e Zheng, prima che in finale Babos e Mladenovic. Insomma, per carità, buone giocatrici, ma non stelle di prima grandezza, tenniste di classe smisurata.
Tuttavia perfino il premier Matteo Renzi, grande appassionato di tennis (con il quale è in atto una sfida in doppio, lui ed Antognoni, contro il sottoscritto ed un ex calciatore viola a mia scelta) si è congratulato – politically correct – con le Cichis con il seguente tweet: “Game, set, match and career Grand Slam for @roberta_vinci & @SaraErrani as the Italians beat Babos & Mladenovic 6-1 6-3”
E sentivo che ai colleghi, presenti in massa alla loro conferenza stampa, i loro capi chiedevano di dedicare più spazio per le due azzurre che non per altri eventi.
Credo che sempre ci vogliano giuste misure e misura. L’exploit di vincere tutti i 4 Slam è certamente straordinario, ma così come nel doppio maschile vincono Pospisil e Sock, e in passato Moody e Huss (sfido buona parte dei nostri affezionati lettori a ricordare chi siano), nel doppio femminile si deve ricordare che delle prime dieci del mondo di singolare erano schierate nella gara di doppio soltanto Serena Williams n.1 (ritratasi come sapete in modo assai misterioso dopo 4 doppi falli sul 3-0 contro la Voegele e la Barrois), Jelena Jankovic n.8 (ha perso da Sara e Roberta con la Kleybanova al primo turno) e Dominika Cibulkova n.10 (in coppia con Kirsten Flipkens, anche loro eliminate al primo turno).
Vincere Wimbledon era l’impresa più difficile se si pensa a quelle che sono le debolezze più note del tennis di Sara Errani: il servizio. Colpo di solito fondamentale nel doppio e in specie sull’erba.
Si era appena conclusa la finale del doppio femminile che Ben Rothenberg, acuto (e pungente) reporter del New York Times mi ha avvicinato per dirmi: “Campionessa a Wimbledon una tennista che qui aveva perso 6-0 senza fare un punto?”. Alludeva al famoso match perso da Sara qui con la Shvedova.
Una cattiveria gratuita e intempestiva, direte. Vero.
Hanno vinto un career Grand Slam che le fa entrare nella storia del tennis, così come lo sono entrati i gemelli Bryan con i loro 15 Slam e 98 tornei, i Woodies con i loro 11 Slam e 61 tornei.
Ma secondo me rispetto ai Bryan e anche ai Woodies, le vittorie di Fleming-McEnroe 7 Slam (e 57 tornei insieme) e Newcombe-Roche (12 Slam di cui 7 nell’era Open) erano molto più vere, più difficili da centrare. I doppi li giocavano tutti i più forti del mondo. Stan Smith e Bob Lutz, per dirne una, Stolle-Emerson, Osuna-Palafox, Hewitt-McMillan.
Così altre due coppie che hanno preceduto Errani e Vinci, Navratilova e Shriver, Fernandez-Zvereva, si misuravano davvero con tutte le più forti tenniste del mondo. Già Kathy Jordan e Ann Smith, che hanno ottenuto il medesimo risultato, no. Quanto alle due Williams, beh, sì, loro hanno giocato in quest’ultimo decennio, quindi contro coppie più deboli. Però, insomma, le Williams sono le Williams e francamente quando le Williams hanno giocato in forma non ce n’è stata per nessuna altra coppia.
Ciò detto, di nuovo, mi congratulo anzi mi stracongratulo con Sara e Roberta, augurando loro di vincere altri Slam. Ma non mi congratulerò con la nostra stampa se il clima di esaltazione raggiungerà cime troppo elevate.
Questo l’elenco delle vittore negli Slam delle coppie più titolate dell’era open.
Navratilova-Shriver 20
G. Fernandez-Zvereva 14
S. Williams-V. Williams 13
Ruano Pascual-Suarez 8
Errani-Vinci 5
Court-Dalton 4
Court-Wade 4
Jordan-Smith 4
Novotna-Sukova 4
Black-Huber 4

LA FINALE FEDERER-DJOKOVIC E’ ANCHE LA FINALE EDBERG-BECKER

Quasi un quarto di secolo dopo eccoli di fronte Boris Becker e Stefan Edberg. Chi l’avrebbe mai detto! Nemmeno loro. Fino a due anni fa nessuno dei due ci avrebbe mai pensato. Edberg ha cominciato quest’anno con Federer, Becker l’anno scorso con Djokovic.
Giocarono, fra l’88 e il 90 tre finali consecutive: Edberg vinse la prima e la terza, Becker che – avendo vinto nell’85 e nell’86 (l’87 fu vinto da Cash su Wimbledon) – era il favorito, vinse solo quella dell’89. Per perdere poi quella del ’91 in finale con Stich (che in semifinale aveva battuto Edberg che non perse mai il servizio in 4 set 46 76 76 76).
Oggi ho visto Edberg sul campo 4: Federer si è allenato per mezzora con… Fabrice Santoro. In teoria un giocatore che ti mette fuori palla, con tutti i suoi giochetti di prestigio bimani. “Ma a Roger Fabrice sta molto simpatico – ha spiegato Stefan con un sorriso buono – Poi ha piovuto e comunque Roger non aveva gran biosgno di allenarsi voleva soprattutto divertirsi!”
Su chi vincerà la finale Stefanello si sbilancia solo un pochino: “All’inizio del torneo il mio favorito per questo torneo era Djokovic, ma ora Roger sta benissimo, arriva alla finale ben riposato, senza essersi dovuto spremere troppo, il suo cammino nel torneo è stato perfetto, salvo forse quel primo set con Wawrinka, che era comunque un match non facile da affrontare psicologicamente. Adesso io ho molta fiducia sul fatto che possa vincere.”
Al ristorante giocatori si incrocia Boris Becker: “ Credo che Federer abbia più da perdere, che sia lui a sentire più pressione. Roger sa che questa potrebbe essere la sua ultima occasione. Il tifo, e Novak lo sa, sarà certo tutto per Roger, quando giochi con Federer è sempre così. Novak ha già sperimentato tutto il pubblico contro anche un anno fa, nella finale contro Murray. Ma l’anno scorso Novak non stava bene, questa volta invece si sente benissimo. E’ in forma ed è convinto poi di poter giocare anche in due modi diversi, da fondocampo se basterà, ma anche di anticipare a rete Federer se fosse utile e necessario. Ha dimostrato contro Dimitrov di avere la possibilità di mettere in campo piani A e piani B. Sono convinto che se non si fosse deciso ad attaccare quando Dimitrov aveva preso a fare punti da fondo sarebbe stato peggio. Non sono molti i giocatori, neppure fra i campioni, in grado di farlo”.
Sui suoi ricordi, un po’ amari contro Edberg a Wimbledon, Becker dice: “Beh, preferisco ricordarmi Stefan… nelle finali di Coppa Davis: lì gliele ho suonate! Mi diverte l’idea di ritrovarmi contro Stefan Edberg un quarto di secolo dopo, 24 anni dopo…non l’avrei mai detto! Io qui vinsi soltanto nell’89, e lui nell’88 quando forse ero favorito io: piovve, non riuscimmo a finire il primo set che vinsi io l’indomani, ma fu una partita strana e persi (46 76 64 63). Nell’89 vinsi in tre set (60 76 64) senza problemi ma lui non giocò bene. Nel ’90 avevo cominciato malissimo, due set a zero per lui, vinsi terzo e quarto e nel quinto ero avanti 3-1, è un bel rimpianto! (Boris perse 62 62 36 36 64)”.
Sul match di domani Boris non si sbilancia troppo: “Le previsioni non sono buone, ci saranno showers (docce, rovesci). Giocare sotto il tetto potrebbe favorire Federer, ma Novak è convinto di potersi giocare il match alla pari anche su un campo in erba…sebbene questo sia il giardino di Roger, lo dicono i risultati”.
Djokovic si è allenato, non tanto, con Stepanek. Forse per prepararsi agli attacchi di Roger Federer, più “attaccante” del solito in questi ultimi match. “Sto certo meglio di un anno fa. Ricordo che alla vigilia mi allenai con uno junior serbo – mi è sfuggito il nome…- e il mio asciugamano prima della finale era più bagnato per quello che mi usciva dal naso che per il sudore! Cosa mi aspetto da domani? – si chiede Djokovic – Nessuno può saperlo. Il mio torneo è stato più duro di quello di Roger. Da quando è con Edberg, Roger è migliorato del 40 per cento, è più aggressivo, prende più rischi, viene più spesso a rete, gioca molto più spesso il rovescio lungolinea”.
Insomma vedremo. Roger ha vinto 18 volte contro 16, 6 volte su 11 negli Slam, 1-0 nell’unica finale di Slam (US Open 2007, la prima in assoluto delle 14 di Djokovic). Sogna l’ottavo Wimbledon (e il 18mo Slam) per battere in un colpo solo sia Djokovic, con il quale ha dato vita a match stupendi – uno su tutti la semifinale del Roland Garros 2011 in cui spezzò l’imbattibilità di Nole quell’anno – sia Pete Sampras.
Io farò, come sempre, tifo per lo spettacolo, per il match più combattuto possibile, magari – come è già successo fra loro due all’US open – con un matchpoint per l’uno e la vittoria dell’altro. Sono sempre stato un po’ sadico.

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Editoriali del Direttore

Djokovic, fenomeno in corso da 12 anni, pronto al sorpasso su Federer e Nadal

EDITORIALE – La corsa alla conquista di più Slam è viva. Gli ultimi 13 tutti ai Big 3. Djokovic ha più chance di chiudere la carriera da top Slam-winner. La ricerca della perfezione la chiave dei successi dei campioni

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Novak Djokovic - Australian Open 2020 (foto via Twitter @AustralianOpen)

da Melbourne, il direttore

Ragazzi non si è fenomeni per pochi giorni. Quando lo si è, lo si è per anni, se non per sempre. Gli ultimi 13 Slam sono stati vinti tutti dai Fab Three: 5 da Djokovic, 5 da Nadal e 3 da Federer, dopo che 14 Slam fa Stan Wawrinka vinse l’US Open 2016 sorprendendo Djokovic. Da allora Nadal ha vinto 3 Roland Garros e 2 US Open, Federer ha vinto 2 Australian Open e un Wimbledon, Djokovic ha vinto 2 Australian Open, un US Open e 2 Wimbledon. Agli altri, compreso il validissimo e valorosissimo Thiem che non è più un bambino con i suoi 26 anni, non sono rimaste che le briciole. Il ragazzo di Vienna, dopo essere stato in campo quasi 12 ore nei suoi ultimi tre match, è fermo al palo di tre finali di Slam senza aver ancora provato la gioia di vincerne uno. Prima o poi ci riuscirà, ma intanto neppure questa volta che si è trovato avanti per due set a uno, è riuscito nell’impresa che sogna fin da bambino.

E sì che Djokovic non sembrava in serata straordinaria nel secondo e terzo set – ha raccontato di essersi sentito come svuotato di ogni energia e sia pure senza diventare preda del panico si è fortemente preoccupato “Non riuscivo a spiegarmi che cosa avessi” – pareva impaziente, perdeva gli scambi più lunghi come a lui non capita quasi mai, aveva un atteggiamento decisamente negativo. Guardava il suo angolo, allargava le braccia, si faceva ammonire due volte di fila per “time violation”, chiedeva un medical time out che gli serviva più per ritrovare la giusta concentrazione che perché avesse davvero qualcosa da curare. Parlando con Luca Baldissera in tribuna gli ho detto: “In questo momento dovessi scommettere lo farei su Thiem”. E lui annuiva. Meno male non ho scommesso!

Chi non conosce Nole e la sua storia, avrebbe quasi potuto pensarlo rassegnato, in certi momenti. L’iniziativa era stata quasi costantemente di Thiem. Che ha avuto anche la palla break del 2-1 nel quarto set (“Forse se l’avessi convertita adesso sarei qui a parlarvi da vincitore del torneo”), ma Novak ha improvvisato a quel punto un serve&volley ed è venuto coraggiosamente a prendersi il punto a rete. Thiem non può rimproverarsi nulla. Ha lottato come penso che meglio non potesse e se nel finale era un po’ stanco e meno incisivo – ripenso al dritto in rete proprio gratuito sulla palla break del quinto set che gli avrebbe consentito di recuperare il break appena subito nel terzo gioco, quella del possibile 2 pari – beh vorrei vedere chi non lo sarebbe stato dopo le quasi 12 ore di lotte davvero intensissime anche – se non soprattutto – sotto l’aspetto mentale. E ha ragione Dominic a sottolineare -senza lamentarsene apparentemente e anche se non è il primo e l’unico a pensarla così – che “non c’è mai stata una situazione unica come questa nella storia dello sport, tre giocatori che sono probabilmente i migliori di tutti i tempi e giocano nella stessa era”. Non ha aggiunto “Accidenti che sfiga!” perché è un ragazzo troppo beneducato.

 

Quando vidi Novak Djokovic qui nel 2008 battere Jo Wilfried Tsonga e vincere il primo Slam non avrei mai immaginato che avrebbe vinto 8 volte questo stesso Slam nell’arco di 12 anni. Si vedeva che, a 20 anni e 8 mesi aveva le stimmate del campione, questo sì, ma non si poteva immaginare che avrebbe vinto 17 Slam. Anche perché in giro c’erano già un certo Roger Federer e un certo Rafa Nadal. Però – i lettori più affezionati di Ubitennis mi saranno testimoni – da qualche anno ho scritto su questo sito che vedo Djokovic in grado di chiudere la carriera con più Slam di chiunque altro.

I tifosi di Federer e di Nadal non me lo hanno mai perdonato. E non lo faranno neppure oggi. Ma se Djokovic non ha perso oggi che sembrava quasi spacciato, e per la prima volta si è trovato sotto due set a uno in una finale di Slam e ha rimontato, quando perderà a breve? A Parigi da Nadal, a Wimbledon da Federer ci sta… ma forse quest’anno, mica anche nel 2021.

Ricordo che qualcuno mi irrise quando Nole, dopo aver vinto finalmente al Roland Garros nel 2016, entrò in una profonda crisi. Ricordate Pepe Imaz, il divorzio da Becker, i primi problemi con Vajda che con Imaz non si intendeva per nulla? Insomma le mie previsioni di allora si scontrarono con quelle situazioni imprevedibili. Io mi aspettavo che Nole potesse vincere almeno un altro Slam quell’anno. Invece quel secondo semestre fu dominato da un Andy Murray quasi ingiocabile. Lo scozzese non si limitò a vincere il suo secondo Wimbledon, ma gli soffiò alla fine – battendolo alle Finals di Londra – anche il n.1 del mondo. Quel percorso che avevo pronosticato ripetutamente vincente si si arrestò bruscamente. E a lungo. La crisi durò quasi un anno, da Parigi a Parigi compresa, quando al Roland Garros del 2017 Nole perse nei quarti dal nostro Cecchinato.

Dopo di che decise di andare a rilassarsi, a ossigenarsi sul Monte Saint Victoire insieme a sua moglie. Lo avremmo saputo soltanto all’US Open. Nel frattempo, con sua grande sorpresa, lui aveva già rivinto Wimbledon e ricostituito il sodalizio vincente con Marian Vajda. Ora – augurandogli che non ricada in un’altra crisi a oggi del tutto imprevedibile – mi pare che sia tornato il Djokovic che io credevo avrebbe continuato a vincere il maggior numero di duelli sia contro Federer sia contro Nadal, incrementando la propria leadership. Questo anche se con Thiem non mi ha convinto proprio appieno. Non avesse quella tigna infinita… Quel terzo set – e non potevo conoscere i suoi problemi di assenza di energia – non era da lui. Sembrava si sentisse obbligato a chiudere il punto alla svelta, lui che fa della pazienza e della regolarità su ritmi alti una delle sue prerogative.

Chiarisco ai tifosi dei tre Fab: pensatela come volete, ma vi assicuro che io non faccio il tifo per nessuno. Vinca il migliore. Ma come già nel 2016 penso che nei confronti di Roger 6 anni di differenza siano un grande gap. Quanti mai Slam potrà vincere ancora Roger? Uno, due, chi crede davvero che possa vincerne ancora tre? Io no. Rispetto all’altro big, a Rafa Nadal, Novak ha oggettivamente tutta un’altra struttura e condizione fisica. È fatto di caucciù, si allunga come Tiramolla, non si spezza mai. Nadal non riesce invece a giocare 11 mesi di fila senza avere qualche serio problema. E poi Nadal oggi come oggi che è meno agile e scattante di un tempo, mi sembra un po’ meno completo per lottare ad armi pari su tutte le superfici. È ancora il più forte sulla terra battuta, una spanna sopra tutti, ma sul cemento e sull’erba mi sembra un filino inferiore a Novak. Se ha un tabellone duro – cosa che ad esempio non gli è capitata all’US Open 2018 – alle fasi finali qualche rischio lo corre. Lo ha corso anche con Daniil Medvedev al quinto, in finale, dopo che Berrettini era stato capace di impegnarlo soltanto nel primo set.

Ora non ci resta che attendere il prosieguo della stagione. Vincere 8 Australian Open e 17 Slam è un gran bell’exploit. Se vincesse ancora uno o due Slam quest’anno e altri due l’anno prossimo voi sareste davvero sorpresi? Io no. E in tal caso un Federer che non trionfasse a Wimbledon – per me è l’ultima spiaggia per lo svizzero anche se spero di sbagliarmi – sarebbe raggiunto; un Nadal che conquistasse soltanto il 13° e il 14° Roland Garros nei prossimi due anni idem. Lo so che sono discorsi scritti sulla sabbia vicino alla risacca, chiacchiere da bar, ma non dovrei riferirvi le mie sensazioni se ce le ho, solo perché non sapendo cosa può accadere domani non è serio azzardare nessuna ipotesi per il biennio a venire? Come ho scritto tante volte, io queste sensazioni su un giornale non le scriverei. Su Ubitennis mi sento di scrivere a ruota libera, come si fa tra amici, e in questo discorso includo anche tutti i commentatori… pur sapendo di invitare a nozze coloro che non la pensano come me e esponendomi dunque al pubblico ludibrio in caso io prenda un granchio. Come è possibilissimo.

Intanto vi riferisco l’inizio della conferenza stampa di Djokovic perché per quanto il moderatore avesse inteso dare per primo la parola a Joel Drucker di Tennis Channel (l’avrete forse visto nel video che abbiamo registrato per Ubitennis.net dopo la vittoria di Sofia Kenin su Garbine Muguruza) Novak invece ha voluto che fossi io a rivolgergli l’ormai rituale “Not too bade dar vita ormai a un siparietto che sta diventando quasi un rito. Nole voleva che io dicessi quel “Not too bad” che in realtà un anno fa era stato lui a pronunciare – “Vai avanti dai…” diceva sorridendo. Ecco il video.

E che Novak continui ad imparare lo dimostra quanto è successo nel quarto e quinto set, come racconta lui stesso: “Il match poteva avere anche un esito diverso, hanno deciso pochi punti. Ho fatto serve&volley quando ho dovuto fronteggiare palle break nel quarto e nel quinto set. Ha funzionato in entrambe le occasioni. Poteva andare diversamente. Il serve&volley non è un modo di giocare cui io sia abituato. Non lo faccio spesso. Ma mi sono reso conto che può essere una scelta tattica importante in quelle circostanze e sono davvero felice che ha funzionato”.

È la cura continua dei dettagli che i fenomeni hanno nel sangue a fare la differenza con i giocatori normali, quelli che fenomeni non sono. La ricerca continua della perfezione è ciò che Djokovic, Federer e Nadal sentono e vivono naturalmente da quando hanno preso la prima racchetta in mano. E possono avere vinto 17, 19 oppure 20 Slam e nulla cambia. Loro vogliono sempre migliorarsi, fare meglio, vincere di più. Forse Djokovic, come dice Mats Wilander, ha avuto un vantaggio rispetto a Federer. Quello di avere davanti ai suoi occhi, sui campi da tennis, un modello da imitare e cercare di superare. Anche per Nadal c’è stato quello stimolo, Federer aveva cominciato a vincere prima di lui. Alla fin fine il compito più difficile l’ha avuto proprio Federer: ha dovuto cercare la perfezione anche se era il n.1 e non c’era davvero nessuno davanti che lui dovesse superare, sudando, lavorando duro, limando i dettagli.

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Editoriali del Direttore

Sofia Kenin: non è un caso che le figlie di immigrati coronino il loro American Dream

I casi Kournikova, Sharapova hanno fatto scuola. Ma anche Osaka e Andreescu ripercorrono strade a suo tempo vissute da Agassi, Chang, Sampras. E poi l’altezza non è quel fattore determinante che si credeva. Lo dicono i successi di Halep, Andreescu, Barty e ora Kenin negli ultimi 4 Slam

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Sofia Kenin e Alex Kenin - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Da Melbourne, il direttore

In casa la chiamano Sonia, sui documenti c’è scritto Sofia e allora chiamiamola pure Sofia come suggerisce papà Alex che le fa da coach fin da quando lei, bambina, veniva immortalata dalle foto di Art Seitz e diceva sempre: “Voglio diventare la n.1 del mondo”.

Ho mandato la registrazione di un’intervista che ho cominciato a fare al padre, raggiante, prima di venire circondato da parecchi altri colleghi.

 

Sofia non è ancora n.1 del mondo, qui era soltanto testa di serie n.14 e la Muguruza era appena n.34 – per i bookmakers l’accoppiata di queste due finaliste era pagata 750 a 1 –  ma intanto è n.7 dopo aver vinto a 21 anni e 80 giorni il primo Slam della sua vita, più giovane di pochi giorni rispetto a quando Naomi Osaka vinse questo stesso Slam un anno fa. Bianca Andreescu aveva vinto l’ultimo Slam prima di questo, a New York, a soli 19 anni.  La più giovane campionessa a Melbourne era stata Maria Sharapova, a 20 anni.

Come Sofia lo abbia vinto lo ha ben descritto nella sua cronaca Luca Baldissera, ma certo quel quinto  game del terzo set (sul 2-2), nel quale ha tirato con un coraggio che rasentava l’incoscienza tre vincenti di fila per risalire da 0-40 a 40 pari e poi mettere a segno un ace, seguito da un altro vincente, meriterebbe di essere conservato nella cineteca della Hall of Fame dove sono sicuro che prima o poi le faranno posto.

Aveva annullato due setpoint per set alla Barty, infrangendo il sogno degli australiani di vedere salire sul podio un loro connazionale – fra i maschi l’ultimo è stato Mark Edmondson nel 1976, fra le donne Chris O’Neill nel 1978! – non si è data per vinta quando ha perso il primo set 64, ma anzi ha finito dominando con un doppio 62 una Muguruza che avrebbe dovuto essere più esperta di lei, avendo già vinto due Slam, Roland Garros 2016 e Wimbledon 2017.

Invece Garbine –che ho implorato di tornare a sorridere e a parlare con il simpatico piacevole scilinguagnolo dei primi tempi (“La stampa è stata dura con me, non leggo molto, ma ho visto che un giorno si scrivono belle cose su di me e la settimana dopo brutte cose se perdi. Così sono meno entusiasta di come le cose vanno”) – che avrebbe dovuto comandare il gioco è riuscita a farlo solo per un po’, perchè Sofia ha cominciato a farle fare il tergicristallo, fino a lasciarla boccheggiante, senza fiato. Sofia ha vinto gran parte degli scambi più lunghi. Di quelli che hanno superato i 9 palleggi ne ha vinti 23 su 34.

“Ho servito male, molto male – ha detto Garbine ai colleghi spagnoli che le hanno dovuto ricordare con la massima delicatezza il doppio fallo che le è costato il break  del 2-4 (quando era ancora sotto shock per quei cinque vincenti sul 2 pari) e poi i clamorosi tre doppi falli dell’ultimo game, due consecutivi e il terzo (l’ottavo del match) poco dopo proprio sul matchpoint: – e tutto è diventato più difficile”.

Quei doppi falli nell’ultimo game mi hanno fatto venire in mente quei due che fece Goran Ivanisevic nella finale di Wimbledon 1992: Goran serviva sul 4-5, aveva seppellito Andre Agassi di aces (mi pare di ricordare fossero 37 ma magari sbaglio) ma al momento buono il braccio tremò e anziché confermare i favori del pronostico il croato che avrebbe vinto da wild card e n.125 del mondo Wimbledon 9 anni dopo, perse 64 al quinto. Nessuno avrebbe scommesso una sterlina su Agassi vincitore del torneo. Andre era convinto di non poter giocare sull’erba e aveva saltato tre edizioni dei Championships.

Il percorso di Sofia Kenin (e anche di Amanda Anisimova, semifinalista a Parigi 7 mesi fa) somiglia moltissimo a quello di Maria Sharapova, e prima di lei Anna Kournikova che arrivarono alla corte di Bollettieri ancora bambine. I genitori di Sofia lasciarono la Russia per gli Stati Uniti nel 1987, poi tornarono a Mosca per far nascere lì Sofia. Tornarono poco dopo negli USA, in Florida, dove il padre le mise prestissimo una racchetta in mano e oggi dice che “Già a tre anni e mezzo mi resi conto che aveva un’attitudine per il tennis a dir poco straordinaria”.

Come Yuri Sharapov anche Alex Kenin è arrivato negli USA con poche centinaia di dollair in tasca. I sacrifici che questi genitori, queste famiglie, hanno fatto a lungo, per più di 10 anni influenzato la crescita e la maturazione delle loro figlie.  Guarda caso più motivate, grintose, tenaci,  di tutte le loro coetanee fin dalla più tenera età.

Sofia è stata n.1 americana under 12, under 14, under 16, under 18 “– ricorda con malcelato orgoglio Alex Kenin, padre e coach, nel giorno in cui, battendo la Muguruza 46 62 62, Sofia è diventata anche n.1 americana, scavalcando Serena Williams. Ed è l’americana più giovane a fare l’ingresso fra le top-ten proprio dall’epoca Williams, 1999.

E proprio battendo Serena Williams al terzo turno dello scorso anno al Roland Garros Sofia sentì di essere pronta ad imprese ancora più grandi: “Lì la fiducia nelle mie possibilità è cresciuta immensamente”.

Aveva vinto fino a ieri solo 3 tornei minori, Hobart, Maiorca e Guangzhou e negli Slam non era mai andata oltre gli ottavi, qui superati battendo Coco Gauff…anche lì dopo aver perso il primo set, ma dominando (63 60) secondo e terzo.

La sua grinta, la sua aggressività, mi ha ricordato quella di Jimbo Connors. “Nel tour lo sanno che io sono una che non molla, quale che sia il punteggio. Se mi vuoi battere devi davvero battermi”

Uno dei suoi primi estimatori, il famoso coach americano Rick Macci (ha allenato brevemente anche le Williams, la Sharapova) che di Sofia si è occupato un tantino anche se oggi nessuno ne fa più menzione, ha paragonato invece il suo timing sulla palla a quello di Martina Hingis (che tirava molto più piano, ma aveva un grande anticipo e dominò da ragazzina il tennis fino a che non fu soverchiata dalla potenza delle Williams, della Davenport.) Macci aveva ribattezzato la ragazzina “Mosquito”, per la rapidità di arrivare dappertutto e l’insistenza nel creare infinito fastidio a qualunque avversaria. Mosquito era anche il soprannome dato a Juan Carlos Ferrero…nel Paese della Muguruza. “Mosquito – spiegava Macci – perché è una che non ti dà tregua, ha questa forza mentale innata fin da che era bambina…”

“Sofia non è mai sbilanciata, colpisce la palla mentre sta ancora salendo e proprio perché non è troppo alta, può anticipare maggiormente i colpi, ti butta fuori dal campo e se si apre il campo non ti dà scampo. Poche ragazze hanno poi la sua mano nel giocare le smorzate”.

Per anni il tennis americano ha vissuto momenti di gloria grazie agli exploit di figli di immigrati, iraniani come gli Agassi, cinesi come i Chang, greci come i Sampras. E quando anche i figli di questi o si sono imborghesiti o si sono dedicati a sport meno costosi all’inizio e più ricchi per chi riusciva ad emergere, il tennis americano che in un certa fase storica degli anni Settanta aveva anche 40 top 100, è entrato in crisi. Dopo Andy Roddick e Blake, in pratica, non hanno più avuto campioni in grado di conquistare uno Slam. Forse l’unico top-ten, e di retrovia, è stato John Isner. Un po’ poco. E’ mancato il bacino costituito dall’immigrazione. Ragazzi (e famiglie) disposti a sacrifici enormi.

Piuttosto va osservato un altro fenomeno non proprio scontato. Anni fa si riteneva che anche le ragazze, così come gli uomini top-ten ormai sono quasi tutti più vicini al metro e 90 (e sopra) che al metro e 80, per emergere avrebbero dovuto essere amazzoni di grande statura.

Beh, a scorrere l’elenco delle ultime vincitrici di Slam non è proprio così;: la Barty che ha vinto il Roland Garros è un metro e 66 cm, la Halep che ha vinto Wimbledon è un metro e 68,  la Andreescu che ha vinto l’US Open è un metro e 70, la Kenin è un metro e 70 (scarsi secondo me biografie della WTA spesso barano un po’. L’altro giorno accanto alla Barty all’atto del sorteggio vicino alla rete, Sofia non sembrava più alta dell’australiana…).

Beh, insomma, questo dovrebbe dare speranze anche alle nostre ragazze italiane, troppe volte scoraggiate in partenza dall’altezza. Non faccio nomi per non mettere nessuna in imbarazzo, però quanto ho appena sottolineato non dovrebbe essere più un alibi per nessuna nostra giocatrice. Del resto Schiavone, Vinci, Errani erano – sono – forse giganti?

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Editoriali del Direttore

Thiem è stato molto più coraggioso di Zverev. Non avrà paura di Djokovic

MELBOURNE – Il serbo resta favorito, però non avrà dimenticato 4 sconfitte in 5 duelli con l’austriaco in crescendo di fiducia. Thiem ha vinto tutti gli ultimi tie-break: 3 con Nadal e 2 con Zverev

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Dominic Thiem e Alexander Zverev - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

da Melbourne, il direttore

Chi aveva più da perdere dalla semifinale che vedeva di fronte due giocatori che qua non c’erano mai arrivati? Thiem. Aveva battuto Nadal e non è mai facile batterlo anche se Nadal non è forse più il Nadal d’una volta. Zverev aveva superato un Wawrinka che era apparso decisamente in migliore condizione contro Medvedev.  Chi era più nervoso? Thiem (ma all’inizio anche Zverev). Chi ha il tennis più vario e piacevole fra Thiem e Zverev? Thiem. Chi aveva più chance di battere eventualmente Djokovic, fra Zverev e Thiem? Thiem. Chi è dunque meglio che sia arrivato in finale? Thiem.

Ma ora è lecito chiedersi… può Thiem battere Djokovic come gli è riuscito quattro volte delle ultime cinque? In teoria sì, anche se battere Novak sul cemento non è come batterlo al Roland Garros. E batterlo 3 su 5 non è come batterlo 2 set su 3.

 

Al Roland Garros mi sono trovato due volte in finale con il re del Roland Garros, che aveva vinto il torneo 10 e 11 volte… qui mi trovo di fronte al re dell’Open d’Australia che lo ha vinto 7!”. Dominic Thiem lo dice quando è ancora sul sul campo dove battendo Zverev in 4 set fa felice tutti suoi connazionali: fra Austria e Germania c’è da sempre una fortissima rivalità – dai tempi dell’impero austroungarico e la Prussia – e la si coglie perfino parlando con  i giornalisti dell’uno e dell’altro Paese. È più sentita che fra tedeschi e inglesi, fra neozelandesi e australiani, fra francesi e italiani. Thiem ha risposto brillantemente a McEnroe dopo che John (meno bravo a parer mio come giornalista ma più showman di Jim Courier che è invece un ottimo intervistatore) lo aveva stressato oltre il dovuto facendogli ripercorrere tutto il match appena concluso, obbligandolo a raccontare tutti i quattro set che sono durati 3 ore e 42 minuti. Vanno aggiunti alle 4 ore e 10 minuti di battaglia con Nadal, vale a dire 8 ore (meno 8 minuti) di corse furibonde, di massima intensità. Le quattro precedenti “vittime” Mannarino, Bolt, Fritz, Monfils lo avevano tenuto in campo oltre 10 ore e mezzo.

Se Thiem, di solito prevedibile e abbastanza scontato nelle interviste, diventa anche sagace nel parlare, beh il post Fab Four ha trovato un erede all’altezza. Sì perché i Fab Four non sono stati soltanto straordinari campioni, ma anche veri personaggi, dotati di grandissimo carisma. Fra i giovani della Next Gen – apro un inciso – forse quello che sembra avere più personalità, anche se talvolta pare un po’ arrogantello o presuntuoso, è Stefanos Tsitsipas. I due russi Medvedev e Rublev, più di Khachanov, sono anch’essi tipi abbastanza brillanti fuori dal campo, nelle interviste, anche se Rublev, che pure è capace di dire cose più coraggiose e meno politically correct di tanti colleghi, parla sempre tenendo gli occhi bassi, quasi mai guardando in faccia chi lo intervista. Torno su Thiem però…Certo, pur avendo 26 anni e non potendo quindi più essere definito propriamente un NextGen – chi non lo è però al cospetto di trentottenni, trentaquattrenni e trentatreenni che da 15 anni dominano il tennis? –  l’austriaco è competitor fisso fra i top 5 dal marzo 2019. Qui giocherà la sua terza finale in uno Slam, a conferma di una notevole continuità e qualità. Con tre dei Fab 4 ancora tutti più che attivi e competitivi, non è stato certo facile inserirsi nella fasi finali degli Slam.

Contro Djokovic, per averlo battuto quattro volte delle ultime cinque (dicevo sopra), Thiem avrà il vantaggio psicologico di chi non ha nulla da perdere, ma l’handicap di un giorno in meno di riposo, di molte più ore sul campo, la minore esperienza. Lui, per la verità, del giorno di riposo in meno non è sembrato preoccuparsene troppo. Fra i giocatori, merito anche della cura stakanovista di Bresnik – il coach che lo ha seguito per una vita, fino a quando è subentrato il cileno Nicolas Massu – è uno dei più preparati fisicamente. Alla domanda se il giorno in più di riposo per Novak fosse un grande handicap Dominic ha risposto serenamente: “Ci sono svantaggi ma anche vantaggi. A volte può essere anche un problema essere abituati a un giorno soltanto di stop e ritrovarsene due. Certo ho meno tempo per recuperare. Ma con l’adrenalina che ho accumulato e il resto sarà tutto a posto. Ho giocato due match molto intensi contro Rafa e Sascha, quindi magari ne risentirò, soprattutto domani. Ma farò i soliti trattamenti, giocherò un pochino domani e cercherà di essere al 100% domenica sera”.

Dominic Thiem – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Zverev era da un lato soddisfatto della buona partita giocata, ma ovviamente assai deluso di aver perso. “Ho avuto troppe occasioni che non ho saputo sfruttare: 14 palle break (5 sfruttate e 9 no), due set point nel terzo set”. Li ha avuti sul 5-4 ma serviva Thiem che li ha molto ben annullati per la verità, con grandissimo coraggio e splendide esecuzioni. Un rovescio incrociato vincente sparato a tutto braccio, super spettacolare sul primo set point, poi un gran dritto sul secondo dopo essersi aperto il campo. Insomma, Thiem è stato molto più aggressivo del tedesco. Stasera, riuscendo a strappare il servizio 4 volte a Zverev sebbene il tedesco abbia servito percentuali spaventose di prime, addirittura il 92% nel primo set, l’81% di media nel match, Thiem ha confermato – dopo Indian Wells e Londra alla finali ATP – di non essere più soltanto uno specialista della terra battuta, e di essere diventato anzi un tennista davvero completo.

La vittoria di Indian Wells in finale su Federer è stata importantissima per la mia fiducia, anche se nel deserto californiano i campi sono abbastanza simili alla terra rossa: la palla rimbalza alta, una situazione perfetta per il mio gioco. Poi lo scorso anno nella stagione indoor in Asia ho fatto un grande passo avanti. Ho davvero sviluppato il mio tennis nella giusta direzione. Sono diventato più aggressivo, ho cominciato a servire e rispondere meglio. Mi sono detto ‘Se riesco a far bene indoor come alle finali ATP di Londra (dove ha sconfitto Djokovic; n.d.Ubs) perché non posso riuscirci anche sui campi in cemento?’ Da allora gioco bene anche sulle superfici più veloci”. Io credo che Thiem, vittorioso in tre tie-break su tre con Nadal e in due su due con Zverev, debba alla sua intraprendenza, al suo coraggio, alla varietà dei suoi attacchi, fin dalla risposta, la chiave dei suoi successi. Il tennis di Thiem non annoia, quello di Zverev, ad oggi troppo legato all’efficacia del servizio è certamente più monocorde. Cinque set di Thiem si guardano volentieri, cinque di Zverev un po’ meno.

Mentre seguivo la loro partita, che ha avuto momenti di grandissimo tennis, sia pur un po’ troppo a sprazzi, pensavo alle grandi rivalità di quest’ultimo decennio e mi chiedevo: ma mi piacerebbe vedere 40, 50 volte un duello fra questi due giocatori che certo rappresentano il futuro (abbastanza prossimo ormai) del tennis? Nadal, Federer, Djokovic, Murray non mi hanno quasi mai annoiato nelle loro sfide…Loro due? Ne parlavo con Chris Clarey del New York Times e con Simon Briggs del Daily Telegraph, miei vicini di posto nella Rod Laver Arena, quando entrambi hanno detto, sul finire del quarto set: “Great match, ma sopravviveremmo anche se non si giocasse un quinto set!”. Ecco, forse anni fa nel corso delle sfide fra Federer e Nadal, o gli altri due Big, invece avremmo sempre sperato di assistere al quinto set. E quelli giocati qui da Federer e Nadal nel 2017, o da Djokovic e Nadal nel 2012, sono rimasti leggende. Anche se il match andava avanti da 3,4,5 ore e 54 minuti! Pura nostalgia? Non c’è dubbio che il contrasto di stili che hanno offerto i Fab Four, e prima di loro Sampras vs Agassi, e a suo tempo Becker e Edberg, McEnroe e Borg o Lendl o Connors, rendeva più appassionante lo spettacolo.

Ripeto: Thiem si fa guardare volentieri. Cerca spesso soluzioni diverse, angoli inconsueti, varia il rovescio una volta coprendolo e un’altra tagliandolo, viene più spesso a rete di una volta per chiudere il punto, all’occorrenza gioca le smorzate. Ha fatto 23 punti su 27 quando è venuto a rete… mentre Zverev a rete non è ancora un top-player, ha fatto poco più del 70% dei punti a rete pur venendoci la maggior parte delle volte a punto quasi fatto: clamorosi alcuni smash sbagliati, compreso quello fatale del tiebreak del quarto set che avrebbe dovuto portarlo sul 3 pari. È anche vero che fra i due semifinalisti di questo venerdì caldissimo australiano ci sono quattro anni di differenza e non sono pochi. Nell’arco di quattro anni Zverev di sicuro farà ancora progressi e non si fermerà certo a una sola semifinale di Slam. E dico questo anche perché fra quattro anni dei Fab Four forse sarà rimasto in lizza soltanto Djokovic.

Adesso io mi auguro soltanto di assistere a una gran bella finale. Il miglior Thiem può giocarsela con Djokovic e i colleghi serbi, super patrioti e supertifosi del loro Nole, mi parevano parecchio preoccupati stasera. C’è anche la cabala a spaventarli: nessuno ha mai vinto l’Australian Open 8 volte. Temono che prima o poi l’incantesimo si spezzi. Chissà se sul divano, dove avrà assistito bello tranquillo al match di stasera, Djokovic si sarà un pochino preoccupato anche lui. Di certo avrebbe preferito affrontare Zverev. Novak sa che Dominic scenderà in campo domenica piuttosto sicuro del fatto suo: “Non sarà la mia prima finale di Slam – ha detto – e già nella finale del 2019 contro Nadal ho dimostrato di aver fatto grandi progressi rispetto a quella che giocai nel 2018…”. Insomma, cavalier senza paura, Dominator Thiem ha lanciato il suo guanto di sfida al vincitore di 7 degli ultimi 12 Australian Open.

Dominic Thiem – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

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