International Tennis Hall of Fame: storia e curiosità

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International Tennis Hall of Fame: storia e curiosità

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TENNIS – Davenport, Barrett, Bollettieri, Brown Grimes e Vandierendonck sono i nuovi ingressi della International Tennis Hall of Fame. Il 12 luglio presso la meravigliosa cornice del Newport Casino, si celebrerà la sessantesima cerimonia di incoronazione delle leggende del tennis. Ripercorriamone quindi la sua gloriosa storia, dalle origini sino ai giorni nostri, alternando anche alcune interessanti curiosità. 

Lindsay Davenport, John Barrett, Nick Bollettieri, Jane Brown Grimes e Chantal Vandierendonck : questi i nomi che, a partire dal prossimo 12 luglio, andranno ad arricchire la già popolosa rappresentanza di personalità del tennis che – per illustri meriti – compongono la International Tennis Hall of Fame.

Lindsay “Giunone” Davenport è stata una delle protagoniste del tennis femminile tra la metà degli anni Novanta e la prima metà degli anni Duemila : n.1 per 98 settimane in singolare e regina anche nel doppio (ultima giocatrice a detenere entrambi gli scettri, peraltro simultaneamente), nel corso della sua carriera ha vinto 3 Slam in singolare (US Open ’98, Wimbledon ’99 e AO ’00) e 3 in doppio, l’oro olimpico nel 1996, il Masters WTA nel 1996, 1997, 1998 (doppio) e 1999 (singolare), per un totale di 55 titoli in singolo e 38 nella specialità di coppia. Celebre rimane il suo servizio, la potenza e precisione dei suoi colpi e la sua lucidità tattica.

 

John Barrett, poliedrico personaggio, da circa 60 anni è instancabilmente coinvolto nel mondo del tennis sotto diverse vesti : prima tennista e capitano di Davis (anni Cinquanta e Sessanta), poi imprenditore-manager, direttore di tornei, commentatore televisivo (1971-2006) e storico di rara brillantezza e saggezza. Chi ama il mondo e la storia del tennis non può non avere nella propria libreria “Wimbledon : the official History”.

Nick Bollettieri: senza dubbio il coach più influente negli ultimi trent’anni e più di storia del tennis. Grazie ai suoi insegnamenti, che hanno rivoluzionato il gioco moderno, numerosi tennisti e tenniste hanno raggiunto le vette della classifica mondiale, imponendosi anche in tornei dello Slam : Andre Agassi, Jim Courier, Monica Seles o Maria Sharapova, solo per ricordare i suoi migliori “prodotti”.

Jane Brown Grimes, manager statunitense, da più di 35 anni si occupa di gestione imprenditoriale sportiva, avendo ricoperto ruoli di rilievo all’interno della WTA, International Tennis Hall of Fame, USLTA, ITF e Fed Cup. Pochi vantano un curriculum manageriale come il suo nel mondo del tennis.

Chantal Vandierendonck è stata invece una delle pioniere del tennis su carrozzella (nonché una delle molte giocatrici olandesi ad imporsi in questo sport) ; campionessa del mondo ITF tre volte, vincitrice di 5 medaglie olimpiche, no.1 per 136 settimane in singolare e 107 in doppio, vinse sette U.S. Open tra il 1985 ed il 1993.

Ma veniamo alla storia dell’associazione. Fondata nel 1954 da Jimmy Van Alen (eminentissima personalità del mondo del tennis e ricordato per aver consegnato alle future generazioni il diabolico meccanismo del tie-break) presso la località di Newport (nel Rhode Island, negli USA), l’International Tennis Hall of Fame può a tutti gli effetti essere definita come l’ultima tappa destinata a coronare per sempre la carriera delle leggende di questo sport: senza voler esagerare, il tempio sacro della cultura tennistica, l’eterno museo dove gelosamente sono custodite le gesta di tutti i più grandi.

Nello stesso impianto, dal 1976, si celebra anche il celebre ATP di Newport su erba. Tra i pluri-vincitori si ricordano Vijay Amritraj (che inaugurò anche la prima edizione), Greg Rusedski, Fabrice Santoro, John Isner. Da appassionato, segnalo anche la vittoria del 1998 di un certo Leander Paes (unico trionfo in singolare).

Ma quali requisiti bisogna possedere per avere accesso a questo selettivo club di leggende ? Tre sono le categorie che consentono l’ingresso nell’Arca della gloria : Recent player, Master player e Contributor. Sono classificabili come Recent players tutti quei tennisti che, onde poter essere nominati, abbiano smesso definitivamente l’attività agonistica da almeno cinque anni e abbiano raggiunto significativi traguardi ai più alti livelli della disciplina ; Master players invece sono coloro i quali hanno abbandonato l’attività agonistica da almeno vent’anni, sempre dopo aver raggiunto i significativi risultati e traguardi di cui prima ; Contributors, infine, sono tutti coloro che, attraverso la propria attività professionale – sempre e comunque legata al mondo del tennis – hanno contribuito allo sviluppo, diffusione e popolarità del nostro sport (ergo, giornalisti e commentatori, allenatori, dirigenti e promoters, manager, etc…).

Una volta che l’International Tennis Hall of Fame abbia “preso in considerazione” candidati rientranti nelle suddette categorie, si procede alle votazioni di rito : per essere nominati quali Recent Players occorre il voto favorevole di almeno il 75 % dei componenti di una specifica commissione composta da selezionati esponenti della stampa e televisione tennistica mondiale ; per accedere quale Master player occorre il voto favorevole di almeno il 75 % di un comitato composto di Hall of Famers e altre personalità che abbiano spiccata conoscenza dello sport in questione e della sua storia ; per essere incoronati quali Contributors occorre sempre il voto favorevole dei 75 % dei membri del comitato che nomina i Master players.

Fino al 1974, solo “personalità” di nazionalità statunitense potevano essere introdotte nella Hall of Fame di Newport. Nel 1975, stante la crescente popolarità ed espansione mondiale del tennis, si decise di aprire le porte dell’immortalità tennistica anche a candidati non statunitensi : Fred Perry fu il primo “straniero” ad esservi ammesso, in quello stesso anno. Numerose sono le curiosità legate a questo indimenticabile evento :

  • Stan Smith – vincitore di Wimbledon nel 1972 ed introdotto nel 1987 – è l’attuale presidente della Hall of Fame di Newport nonché massimo esponente dell’Enshrinee Nominating Committee.
  • Gli Stati Uniti detengono il primato per il maggior numero di insigniti dell’onorificenza – ben 121 – seguiti a notevole distanza da Australia (25) e Gran Bretagna (24).
  • La prima cerimonia di incoronazione si svolse nel 1955 : furono introdotti Oliver Campbell (vincitore degli U.S. Championships nel 1890, 1891 e 1892 ; fu il più giovane vincitore del torneo statunitense fino al 1990, quando Pete Sampras – esattamente un secolo dopo – batté il longevo primato), Joseph Clark, James Dwight, Richard “Dick” Sears (vincitore dello Slam americano nel periodo 1881-1887), Henry Slocum, Malcolm Whitman e Bob Wrenn. Clark fu l’unico dei protagonisti ad esservi introdotto da vivo !!!
  • In sole due edizioni si è proceduto ad incoronare una sola persona : è successo nel 1988 (Evonne Goolagong) e nel 1995 (Chris Evert).
  • Due soli italiani vi sono stati introdotti : Nicola Pietrangeli nel 1986 e Gianni Clerici nel 2006 (assieme a Patrick Rafter e, soprattutto, alla sua amata Gabriela Sabatini). Chi vi scrive si domanda umilmente : non sarebbe forse giusto riservare un tale onore anche ad Adriano Panatta ?
  • Shirley Fry-Irvin (n. 1927) e Tony Trabert (n. 1930) – introdotti nel 1970 – sono i più anziani (in ordine di introduzione) ad essere ancora in vita.
  • Gardnar Mulloy è invece il giocatore più longevo ad essere ancora in vita : il 22 novembre 2013 ha festeggiato lo stratosferico traguardo dei 100 anni !!!
  • Tracy Austin – vincitrice degli U.S. Open nel 1979 e nel 1981, rispettivamente su Chris Evert e Martina Navratilova, e poi ritiratasi nel 1984 per ricorrenti problemi di sciatica – è la più giovane persona ad essere mai stata introdotta : nel 1992, anno dell’incoronazione, aveva solo 29 anni.
  • Non esistono nominati il cui cognome inizi per I (chissà, Ivanisevic ?), U, X e Y.
  • L’edizione più “prolifica” è stata quella del 2006 (ben 10 incoronazioni) : furono introdotti Gianni Clerici, Arthur Gore, Marion Jones Farquhar, Karel Kozeluh, Herbert Lawford, Simone Mathieu, Hans Nusslein, Pat Rafter, Gabriela Sabatini e Nancye Wynne Bolton.
  • Gustavo V di Svezia (re dal 1907 al 1950) è l’unico membro di sangue reale ad aver ricevuto il privilegio di far parte della Hall of Fame : venne introdotto nel 1980 (trent’anni dopo la sua morte) per il suo importante contributo allo sviluppo del tennis. Fu infatti fondatore del primo circolo tennistico svedese, dopo essersi appassionato al gioco durante una gita in Gran Bretagna nel 1878 e, nel 1936, diede vita ad una competizione europea a squadre, il cosiddetto King’s Club.
  • Solo due coppie di coniugi fanno parte della International Tennis Hall of Fame : Andre Agassi (2011*) e Steffi Graf (2004*), John Barrett (tecnicamente verrà introdotto il 12 luglio) e Angela Mortimer (1993*), vincitrice di Wimbledon nel 1961.

Daniele Camoni

* anno di introduzione nella Hall of Fame di Newport

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ATP

Australian Open, il padre di Djokovic: “Sotto questi ricatti è probabile che Novak non giochi”

Intervistato da un programma televisivo in Serbia, Srdjan spiega: “Novak vorrebbe giocare, ma è suo diritto dire o non dire se si è vaccinato”

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Novak Djokovic - Nitto ATP Finals Torino 2021 (foto Twitter @atptour)

“È improbabile che Novak Djokovic giochi l’Australian Open se le condizioni sono queste”. Ad affermarlo è Srdjan Djokovic, il padre del numero uno del mondo, durante un’intervista in Serbia, a TV Prva. Come noto, il primo Slam dell’anno ha imposto la vaccinazione obbligatoria per i giocatori che vorranno prendere parte al torneo, mentre Novak, nove volte campione del torneo, non ha mai detto ufficialmente se si sia vaccinato o meno (e ciò fa pensare, ovviamente, che abbia rifiutato di sottoporsi all’immunizzazione).

Mentre il figlio Novak è impegnato in Coppa Davis, Srdjan interviene sul tema e lo fa senza mezzi termini: “L’essere vaccinati o meno risponde a un diritto personale di ogni individuo. Nessuno può violare la privacy del singolo perché ognuno ha il diritto di decidere per la propria salute. Se Novak si è vaccinato o meno è un argomento che riguarda esclusivamente lui: non lo so e anche se lo sapessi non lo direi pubblicamente. Non credo che lo rivelerà, e sotto questi ricatti probabilmente non giocherà l’Australian Open. Inoltre non è chiaro il perché vaccini come quello russo e quello cinese non siano ritenuti validi secondo i criteri dell’Australia”.

Djokovic senior rincara la dose, facendo capire quale sia al momento la linea di pensiero del numero uno del mondo: “È imbarazzante il fatto che ci sia qualcuno che possa prendersi il diritto di escludere dal torneo il nove volte campione dell’Australian Open. Novak vorrebbe competere, ma se giocherà o meno dipenderà dalla posizione delle autorità e degli organizzatori”.

 

Djokovic, a proposito della questione, è stato evasivo durante una conferenza stampa alle ATP Finals di Torino, trincerandosi dietro un “aspettiamo e vedremo quello che succede”. Se Djokovic saltasse l’Australian Open, oltre a rinunciare alla possibilità di rincorrere quel Grande Slam saltato nel 2021 solo per la sconfitta in finale allo US Open, perderebbe la chance di arrivare a 21 Slam vinti, superando Roger Federer e Rafael Nadal nella classifica dei giocatori con più titoli di sempre (Rafa dovrebbe essere regolarmente in campo a Melbourne e potrebbe quindi cercare a sua volta di staccare i rivali). Djokovic ha sempre giocato a Melbourne Park sin dal 2005.

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Editoriali del Direttore

Perché potremmo chiamarla ancora Coppa Davis…

Panatta, Pietrangeli, Bertolucci, Barazzutti che polemizza con la FIT, sono tutti d’accordo, però non è tutto da buttare. Esempio gli outsider Gojo, Piros, Machac, Quiroz, Mejia, Rodionov che impegnano le star. I soldi, i diritti tv, va tutto bene così?

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PalaAlpitour Torino - Finale Coppa Davis 2021 (Photo by Jose Manuel Alvarez / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

L’amico e collega Angelo Carotenuto sulla sua quotidiana newsletter lo slalom.it, il meglio del racconto sportivo, osserva quel che vedrete in fondo a questo mini-articolo. E io gli rubo il titolo! Carotenuto  lo fa in questi giorni in cui Nicola Pietrangeli dice in un’intervista esclusiva che “Lattuale Coppa Davis è un obbrobrio, il signor Dwight Davis si rivolta nella tomba e poi in giorni in cui Paolo Bertolucci proclama “Non chiamatela più Coppa Davis, questa è un’altra cosa“, in cui Adriano Panatta dice: “Magari il match della scorsa notte con la Colombia si fosse giocato a Bogotà!, qua a Torino di guardare Croazia-Ungheria non frega nulla a nessuno”, in cui Corrado Barazzutti dice: “Ormai comandano i soldi, e pure le tv…” prima di lanciare una terribile stilettata alla FIT dopo 20 anni da capitano di Coppa Davis, ma un triste epilogo che ha visto intervenire gli avvocati di Fit e dell’ex capitano non riconfermato…a mezzo stampa (Corrado lo ha saputo dai giornali…dopo essere andato a braccetto con Binaghi per un ventennio)  in favore di Filippo Volandri: “La Coppa Davis ha cambiato formula grazie anche al voto della FIT”.

Barazzutti dice il vero, stavolta. Infatti è stato Giancarlo Baccini a procurare voti quasi certamente decisivi alla riforma che ha stravolto la tradizionale Davis Cup, visto il modesto margine con cui prevalse la cordata favorevole alla riforma propugnata dal presidente americano ITF David Haggerty. Baccini è un vecchio giornalista, ex barricadiero di sinistra, che per buona sorte della nostra unica gloria italica in Davis non fece proseliti quando gridava in coro in prima fila e in mezzo ai manifestanti del 1976 slogan simili a questo: “No, nessuna volee con il boia Pinochet!“.

Fosse stato per lui, oggi ahinoi consigliere FIT e “consigliori” del presidente dopo aver avuto tutta una serie di rapporti professionali di vario tipo con la Federtennis, non avremmo vinto neppure quell’unica leggendaria Coppa Davis cui Domenico Procacci darà grande lustro con la sua docuserie (ne ho visto un primo spezzone e mi è piaciuto moltissimo, ho riso e pianto a vederlo…avrà sicuro grande successo). Baccini si recò a Orlando nell’agosto del 2018 all’assemblea ITF durante la quale si doveva votare la riforma della Davis, e ci andò con un preciso mandato, quello di negoziare anche i futuri diritti tv per la Coppa Davis. Ovviamente per garantirli a Supertennis di cui era il responsabile. Prima il business, poi il tennis. 

 

Infatti soltanto poche ore dopo il voto che sancì l’approvazione di questo nuovo formato la FIT diramò un comunicato stampa nel quale si annunciava l’esito della votazione e, contestualmente, l’assegnazione dei diritti delle Finali di Coppa Davis a SuperTennis. Baccini votò sì, quindi, come ha ricordato Barazzutti che da capitano di Coppa Davis era bene al corrente, all’epoca, delle vicende che la riguardavano.E oggi possiamo constatare che Supertennis ha i diritti esclusivi sulla Coppa Davis. Non li ha la RAI nè Mediaset che trasmettono in chiaro, non li hanno Sky e  Eurosport che trasmettono a solo abbonati in pay, ma almeno hanno numeri importanti. Va bene così per la massima diffusione del tennis?

Chi li vorrà, soprattutto se l’Italia della Davis si dimostrerà forte come pensiamo tutti e in grado di vincerla o anche solo di raggiungere semifinali e finali nei prossimi 5,6 anni, dovrà pagarli cari. La FIT agisce da tempo come un’azienda commerciale. E anche media, in concorrenza con giornali, siti, tv. E magari è pure giusto, per certi versi. Solo che non si dovrebbe esagerare. A dire il vero, se per il calcio c’è l’obbligo – interesse nazionale? – di far vedere sul massimo canale pubblico e di Stato (in chiaro come lo è anche Supertennis, ma con un’audience ben diversa) le competizioni internazionali della nazionale azzurra, non si capisce bene perchè la cosa non debba valere anche per il tennis. Forse perchè finora eravamo sport minore, vincevamo troppo poco per essere interessanti agli occhi dell’opinione pubblica.

Ma se la squadra del suo fortunato capitano Volandri (che ha i suoi meriti per aver avvicinato anche i team privati e i loro coach al clan FIT che per anni li osteggiava), con Sinner, Sonego, Fognini, Musetti e Bolelli – e in un prossimo futuro che si spera non sia davvero a Abu Dhabi – dovesse arrivare in semifinale a Madrid (e con la Croazia siamo favoriti) perchè la RAI o Mediaset non dovrebbero poter trasmettere quell’evento? Che interesse può avere la FIT (salvo i soldi eh…) che ha il compito istituzionale di promuovere il tennis, di nascondere quell’evento a una Rai (o Mediaset) che trasmettono in chiaro consentendone la programmazione soltanto su Supertennis che ha un’audience modestissima, quasi insignificante (sebbene vada riconosciuto che svolge un eccellente lavoro)?

Vedremo insieme gli sviluppi di queste vicende, sperando che chi accenna spesso all’onestà intellettuale di certe prese di posizioni e conseguenti decisioni, la mostri anche in queste situazioni. E qui chiudo riportando fra virgolette quanto scritto, con la consueta originalità di pensiero, da Angelo Carotenuto già domenica mattina sulla sua newsletter:      

“A proposito di passato e di tradizioni. In tre giorni di Coppa è già successo che il ceko Machac, numero 143 al mondo, abbia battuto contro pronostico il francese Gasquet. Il croato Gojo (276 al mondo) ha vinto contro l’australiano Popyrin che è 61. L’ungherese Zsombor Piros, 282 del mondo, ha messo sotto un altro australiano meglio piazzato di lui in classifica, John Millman. E come Sonego contro Mejia, anche il russo Rublev ha sofferto contro l’ecuadoriano Roberto Quiroz, numero 291 al mondo. La Serbia ha perso con la Germania pur avendo Djokovic. Forse possiamo ancora chiamarla Coppa Davis”.Dopo di che nella giornata di domenica, a confortare la tesi espressa da Carotenuto, Galan 111 Atp ha battuto Isner n.24, Tiafoe n.38 ha dovuto cancellare matchpoint a Mejia n.275 del mondo, Rodionov ha battuto Koepfer 85 posti davanti a lui, Piros ha superato Cilic n.30 del mondo e prossimo avversario di Sinner oggi, Lopez ha sconfitto nientemeno che Rublev a dispetto della sua veneranda età. Beh quando si diceva che in Coppa Davis altri fattori, ben diversi dal ranking ATP,  subentravano per dar corpo a un risultato…anche con questo nuovo formato non mi pare che le cose siano cambiate un granchè.”

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Coppa Davis

Coppa Davis, il Kazakistan batte il Canada e vola ai quarti di finale

Kukushkin trionfa dopo una battaglia di quasi tre ore contro Schnur. Bublik regola in due set Pospisil. Per i kazaki ai quarti una delle due migliori seconde.

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Mikhail Kukushkin - Finale Coppa Davis Madrid 2021 (Photo by Diego Souto / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

Kazakistan – Canada 3-0

Alla Madrid Arena, il Kazakistan ha conquistato con sofferenza i due singolari e si è aggiudicato il tie che vale il primo posto nel Gruppo B e l’accesso ai quarti di finale della Coppa Davis contro una delle due migliori seconde classificate.

Dopo la pessima prestazione contro la Svezia, il capitano canadese Dancevic ha sostituito Diez con il ventiseienne Schnur mentre Schukin ha confermato Kukushkin, nonostante gli scarsi risultati del 2021 e la sconfitta con Elias Ymer.

 

M. Kukushkin b. B. Schnur 6-3 6-7(5) 7-5

Ottimo impatto con il match per Kukushkin, mentre inizio subito complicato per il canadese. Nel quarto game, Schnur ha dovuto fronteggiare la prima palla break. Il rovescio, più croce che delizia per il canadese, affondato a rete dal canadese ha regalato il 3-1 Kazakistan. Schnur ha avuto subito l’occasione di piazzare il controbreak ma una gran prima ad uscire del kazako ha annullato la palla break. Kukushkin non sembra soffrire le caratteristiche dell’avversario con Schnur che non sembra avere le armi per impensierire il kazako.

Kukushkin, in totale controllo, ha tenuto a zero per la terza volta il servizio e ha messo le mani su un primo parziale, chiuso con l’86% di punti vinti con la prima. 12 vincenti a fronte di soli 6 gratuiti per il kazako, saldo negativo (3 vincenti e 14 gratuiti) per il canadese.

Nel secondo parziale, Kukushkin ha iniziato tenendo un turno di battuta tutt’altro che agevole, ma Schnur non è stato bravo ad approfittarne del calo del kazako. Nel terzo game, un fallo di piede chiamato a Schnur ha fatto disunire il canadese, che con un doppio fallo ha offerto una palla break all’avversario. Il canadese è riuscito ad annullarla con un bel rovescio lungolinea. Il game di sofferenza è continuato per Schnur, che è riuscito a salvare altre due palle break, portando a casa il turno al servizio senza mai perdere la lucidità.

Schnur è salito di livello rispondo con maggiore continuità e aumentando la sua presenza a rete. Nel dodicesimo game Kukushkin ha l’occasione di mettere in cassaforte la sfida. Schnur si è salvato sulla prima palla break, ma il dritto a rete affondato dal canadese hanno offerto l’occasione a Kukushkin di servire per il match.

Da quel momento inizia lo psicodramma di Kukushkin. Due match point per il kazako, che però si irrigidisce. Spreca il primo con diritto out, poi una seconda morbidissima è diventata terreno fertile per Schnur che ha punito il kazako con un rovescio lungolinea. Kukushkin ha avuto una terza opportunità ma il dritto va ancora una volta lungo. Il rovescio di Schnur è salito di livello e con una risposta di rovescio ha piazzato il controbreak.

Kukushkin è in confusione. Schnur si è issato sul 6-3 conquistando tre palle set. Kukushkin ha annullato le due palle set ma alla terza ha affondato il dritto a rete sulla prima esterna di Schnur.

Si val terzo. Kukushkin si è trovato subito sotto 40-0. Ha annullato le tre palle break grazie al servizio e agli attacchi poco mirati di Schnur, ma il kazako ha continuato ad essere sempre più sfiduciato e un rovescio in manovra che finisce malamente largo ha regalato il break in apertura al Canada. Continuano le montagne russe in questo match, con il canadese che pasticcia al servizio regalando tre palle del contro break al kazako. Schnur ha annullato la prima ma con un doppio fallo ha regalato il gioco a Kukushkin.

Il canadese ha verticalizzato molto di più il gioco, situazione che il kazako non gli aveva permesso di sviluppare nel primo set. La stanchezza affiora e dopo i primi quattro game durati quasi trenta minuti, i game di servizio scorrono più velocemente. Si arriva al dodicesimo game con Schnur che non ha retto la pressione e con due errori ha regalato il match al kazako dopo due ore e 53 minuti.

A. Bublik b. V. Pospisil 6-2 7-6(6)

Inizio solido dei due giocatori al servizio. Pospisil va in difficoltà nel quinto game. Pospisil ha commesso due errori gravissimi a rete, prima una volée finita lungo e poi uno smash affondato a rete ed è break per il Kazakistan. Pospisil ha perso solidità ed è arrivata subito una palla del doppio break per Bublik grazie a una demi-volée non riuscita del canadese. Pospisil si è salvato affidandosi al servizio con un ottima prima a 201 km/h. Quando si entra nello scambio, Bublik ne ha di più. Pospisil affonda il diritto a rete e poco dopo un passante lungolinea di rovescio di Bublik è valso il 5-2 Kazakistan.

Un game con tre ace, di cui uno di seconda, e una seconda vincente hanno messo il sigillo sul set. 6-2 Kazakistan in ventisei minuti. Set chiuso con l’89% di punti con la prima per Bublik.

Nel secondo set, Pospisil ha concesso subito due palle break. A supporto del canadese è giunto il servizio, con due ace che tolgono le castagne dal fuoco. Il canadese offre altre due occasioni a Bublik per conquistare il break, ma il rovescio del kazako lo tradisce. Primo passaggio a vuoto sul suo servizio per Bublik, che ha offerto la possibilità a Pospisil di riaprire il match. La combinazione servizio dritto ha salvato il kazako. Il mix tra genio e sregolatezza che caratterizza Bublik lo si vede nell’ottavo game con il kazako che prova un servizio da sotto che non beffa Pospisil che punisce Bublik con la palla corta.

Il diritto ha abbondato Pospisil. Il colpo gli scappa via e ha regalato due palle break a Bublik. La prima è stata annullata a rete dal canadese, la seconda da un servizio potente. Il canadese ha aumentato il livello del suo servizio, tirando su un game pieno di difficoltà. L’equilibrio ha continuato a regnare fino al tie-break. Bublik si è portato avanti di un minibreak dopo la volée alta sbagliata da Pospisil. Il doppio fallo del kazako ha riaperto la contesa. Pospisil si è issato sino al 6-4 ma non è riuscito a concretizzare le due palle set. Prima vincente del kazako e una palla corta di Bublik hanno portato il tie-break nuovamente in equilibrio. Pospisil ha perso completamente la misura del campo col dritto e ha offerto la prima palla match a Bublik, che con un ace di seconda ha sigillato il match in cinquantanove minuti.

A. Golubev/ A. Nedovyesov b. B. Schnur/ P. Polansky 6-4 6-7 (6) 6-1

Dopo i due match di singolare,è andato in scena l’ininfluente doppio che ha visto di fronte la coppia kazaka Golubev/ Nedovyesov e quella canadese Schnur/Polansky. Il primo set ha visto i canadesi soffrire al servizio sin dal primo game, nel quale si sono trovati ad affrontare due palle break. Medesima situazione nel settimo game, ma i canadesi sono stati bravi ad annullarle in entrambi i casi. Nel nono game è arrivato finalmente il break decisivo per il Kazakistan che è valso il 6-4 finale. Un set in cui i kazaki hanno ceduto solo quattro punti sul loro servizio.

Il secondo set, con Schnur al servizio, ha visto il Canada fronteggiare altre tre palle break ma sono stati abili i canadesi ad uscirne indenni. Il Kazakistan ha cominciato a soffrire un po’ di più sul suo servizio, con la prima occasione per il break Canada fronteggiata da Golubev. I canadesi non hanno sfruttato l’occasione e Polansky, nel game successivo, ha ceduto il servizio. Sembrava essere chiusa per i kazaki ma Nedovyesov ha ceduto il servizio a zero. Si è arrivati al tiè-break chiuso da Schnur con le volée alta al secondo set point per l’8-6 finale

Il terzo set è stato un monologo kazako con i canadesi che non hanno mai tenuto il servizio, conquistando l’unico game del set breakkando Golubev.

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