Donne, non è ora di giocare 3 su 5 negli Slam?

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Donne, non è ora di giocare 3 su 5 negli Slam?

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TENNIS FOCUS – Torna di moda il dibattito: donne ai 5 set, pro o contro? Per la crescita di questo sport, pare logico risponde di si.

Archiviata anche questa edizione del torneo femminile di Wimbledon. Petra Kvitova ha vinto una finale a senso unico, che, francamente, non ha nessun motivo per essere ricordata, se non perché è stata la finale più dominata di sempre assieme a Graf-Seles del 1992. Come hanno motivo di essere ricordate, in realtà, ben poche finali femminili, se escludiamo gli psicodrammi. È così tornato di attualità un argomento che da tempo aleggia nei dibattiti del mondo del tennis: dovrebbero (potrebbero?) giocare anche le donne al meglio dei cinque set negli Slam?

Prima di rispondere noi alla domanda, facciamo un riassunto di quelle che sono state le reazioni di chi vive nel mondo del tennis:
Murray, “Non vedo motivi per cui non debbano farlo.”
Bartoli, “Le donne non hanno la stessa capacità fisica degli uomini, non puoi chiedere loro di giocare 6 ore.”
Navratilova, “I match di tennis non dovrebbero essere maratone, bisognerebbe pensare di più alla salute dei giocatori.”
Sharapova, “È più eccitante giocare al meglio dei tre set, sai che il primo set può essere decisivo.”
Pat Cash, “In nessun altro sport vi è questa disparità di sforzo.”

 

Poche considerazioni da fare. È ovvio che la Sharapova tiri acqua al proprio mulino. È vero che il primo set risulta decisivo, ed anzi per questo è necessario introdurre i 5 set. Una giocatrice che entra in campo nervosa, contratta, o non riesce a trovare la chiave del suo gioco in un primo momento, rischia di compromettere l’intera partita! Bouchard quest’anno, Lisicki l’hanno scorso, entrambe alla prima finale Slam, entrambe hanno pagato l’inesperienza e l’emozione. Le giocatrici dovrebbero avere una chance di respirare, fare il calcolo della situazione e cercare di reagire. Con il meccanismo dei tre set il più delle volte non è possibile, e basta che il ‘momento no’ continui per i primi game del secondo set perché la partita sia virtualmente finita. Ed è lo spettacolo a pagarne, e quindi noi.

Seconda questione, la tenuta fisica. Il primo vero quesito che ci si pone è infatti: “Possono realmente?” Credo abbia ragione Cash. Perché non dovrebbero? Forse le maratone femminili durano di meno di quelle maschili? Forse le gare di 800 metri farfalla diventano sui 700 metri per le donne? Forse i 90 minuti di una partita di calcio per le donne diventano 70? Poniamo il caso allora che questo meccanismo dei 5 set si realizzi. Come può condizionare realmente la tenuta fisica delle giocatrici? O meglio, arrivati al quinto set, come si trasformerebbe la partita? C’è da sottolineare che per entrambe le tenniste impegnate nella partita vi è parità di condizioni. Sei stanca tu, sono stanca anche io. Se io dovessi smettere di correre come facevo nel primo set, probabilmente farai così anche tu. Insomma, con il passare dei set le giocatrici si adeguerebbero. Non avremo lo stesso livello di gioco dei primi game, forse, ma la partita non ne verrà snaturata, come molti potrebbero pensare. Ma poi, siamo sicuri che non potrebbero farcela? Abbiamo straordinarie atlete nel circuito, in primis. In secundis basti pensare che alcune giocatrici svolgono sessioni di allenamento pre e post partita per far capire quanta benzina potrebbero realmente avere in serbatoio.

Ma veniamo alle soluzioni, perché ce ne sono davvero tante!
La prima, la più immediata: fare giocare le donne al meglio dei cinque set soltanto negli Slam o in parte di essi. Judy Murray ha recentemente parlato dei cinque set a partire dalle semifinali. Un’eresia? Non credo. La gente paga per divertirsi, le ultime finali femminili non sono valse il prezzo del biglietto. Ricordo a tal proposito, che per un certo periodo si scelse di far giocare le donne ‘Best-of-five’ nelle Finals del Wta Tour, dal 1984 al 1998. Un periodo lungo 14 anni non è bastato per provare che l’esperimento avrebbe funzionato anche negli Slam? Almeno per la finale, non meriteremmo un match come si deve?
Poi ci sono i radicali, che auspicherebbero a far giocare le donne sulla lunga distanza per tutto il torneo. Queste persone sono un po’ più sadiche, se non per le conseguenze che questo potrebbe avere sul circuito Wta, per il fatto che la durata degli Slam dovrebbe allungarsi a dismisura, forse concependo una terza settimana.
Poi c’è una terza soluzione, che mi sentirei di proporre io stesso, che pone l’accento non sulla durata del match in termini di sets, ma sulla durata dei singoli set in termini di game. Se allungassimo la partita ai cinque set, ma riducessimo il numero di game necessari a conquistare un parziale? Che ne so, per esempio a 5? Ovviamente tiebreak, magari ridotto anche quello, sul 4-4. Potrebbe essere il giusto compromesso? O i tennis-fan non digerirebbero un cambiamento così epocale?
Quello che è certo, è che il tennis moderno non ne può più di questa disparità.
Intanto, come Chief Editor della Wta c’è ancora Stacy Allaster, colei che fin dal 2013 si era sgolata dicendo: “Le giocatrici sono pronte e vogliono giocare i 5 set.” Ancora non si è mosso nulla. Staremo a vedere.
L’introduzione dei 5 sets può diventare quella che è stata l’invenzione del tiebreak: una conquista che è sembrata necessaria per l’evoluzione di questo sport.

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WTA Portorose: una grande Jasmine Paolini conquista il suo primo titolo

L’azzurra si libera in fretta dell’emozione per la sua prima finale e supera Alison Riske rimontando due break di svantaggio nel primo set. Sarà n. 64 del mondo

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Jasmine Paolini - 2021 US Open (Manuela Davies/USTA)

J. Paolini b. [3] A. Riske 7-6(4) 6-2

Alla sua prima finale del Tour maggiore, Jasmine Paolini parte contratta ma poi doma l’emozione e l’avversaria, imponendosi in due set sulla n. 3 del seeding Alison Riske, lei invece per la decima volta all’atto conclusivo di un torneo, per quanto solo in due occasioni sia riuscita ad alzare il trofeo. Il WTA 250 di Portorose si conclude così nel migliore dei modi per l’allieva di Renzo Furlan, giunta in finale superando le più quotate Yastremska, Cirstea e Putintseva, oltre che Kalinskaya, per un titolo che lunedì le varrà il nuovo best ranking al 64° posto.

Un incontro iniziato sentendo la pressione per Jasmine che ha ritrovato il suo miglior tennis quando il primo parziale sembrava ormai compromesso dal 2-5 pesante. Lì è iniziata la rimonta che si sarebbe fatta sentire nella testa di Alison nel secondo set. Un trionfo che conferma i progressi compiuti e la sempre maggiore consapevolezza nei propri mezzi. Una nota positiva, nonostante la sconfitta, anche per Riske, che in questa settimana slovena è tornata a vincere due incontri di fila dall’Australian Open 2020, dopo aver patito le conseguenze di una fascite plantare; ora, pienamente recuperata dal punto di vista fisico, sta rimettendo insieme il gioco che l’aveva portata al n. 18 WTA alla fine del 2019.

 

IL MATCH – La pioggia ritarda l’ingresso in campo delle giocatrici di quasi due ore e mezza rispetto alle ore 17 originariamente previste. C’è però giusto il tempo per un paio di minuti di palleggio preliminare perché Jasmine fa notare che almeno la sua metà campo presenta ancora zone bagnate e quindi pericolose. Un’altra mezz’ora se ne va e finalmente si comincia con Paolini che ha scelto di servire. Entrambe commettono alcuni errori di troppo che si traducono in tre break, finché Riske tiene, subito imitata da Jasmine grazie anche ai primi punti diretti portati dalla battuta – fondamentale in cui la 175 cm da Pittsburgh è superiore. Spinge affidandosi alle sue solite traiettorie relativamente piatte, Alison, che si produce in un paio di buone chiusure a rete ma anche in altrettanti attacchi pentiti, forse preoccupata della velocità dell’azzurra che ha già sfoderato un bel passante in corsa. Ancora contratta e non del tutto lucida, tuttavia, Paolini cede un altro turno di servizio mandando l’altra a servire sul 5-2.

Sarà la situazione di punteggio disperata, sarà la voglia di giocarsi davvero la sua prima finale, ma Jasmine entra finalmente in partita, mette a segno dieci punti consecutivi e, con il livello del match che si alza offrendo scambi intensi e spettacolari, prima pareggia e poi sorpassa, costringendo l’avversaria a servire per riparare al tie-break, compito che porta a termine nonostante l’iniziale 0-30. I colpi azzurri hanno cominciato a girare e il dritto, nonostante qualche imperfezione, mette la necessaria pressione alla terza testa di serie che si ritrova sotto di due mini-break dopo un punto perso sulla diagonale sinistra e uno smash fuori misura. Riske approfitta con coraggio di due scambi giocati in maniera troppo conservativa dalla venticinquenne toscana, ma un suo errore bimane manda Paolini a set point, immediatamente trasformato grazie all’errore al volo statunitense al termine di uno scambio tiratissimo in cui la nostra ha dato veramente tutto.

MTO per un massaggio alla coscia sinistra di Jasmine che ricomincia da dove aveva lasciato, vale a dire spingendo con il dritto e trovando anche ottime soluzioni con il rovescio che valgono il 2-0, mentre le statistiche mostrano il saldo vincenti-gratuiti ampiamente negativo, eppure la sfida risulta assolutamente godibile. Dal canto suo, Alison si fa vedere a rete e incide con il bimane lungolinea, ma è troppo incostante e il pareggio subito agguantato svanisce in un battito d’ali di farfalla. Vola, Paolini, e adesso tocca a lei servire sul 5-2, opportunità che non si lascia sfuggire e chiude al primo match point con un pesante dritto inside-in.

Due vittorie di fila sul cemento in un main draw WTA le aveva centrate una sola volta in carriera prima di questa settimana, al Gippsland Trophy che ha preceduto l’Australian Open. Il WTA 250 australiano era stato anche l’unico torneo assieme a Guangzhou 2019 nel quale Jasmine fosse riuscita a battere una top 50 sul duro; qui a Portorose si è spinta oltre i suoi limiti, vincendo cinque partite di fila – le ultime tre contro avversarie che abitano la top 50. In una parola, bravissima.

Il tabellone completo di Portorose

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Indian Wells, le entry list: ci sono Djokovic, Medvedev e otto italiani. Wild card per Raducanu?

Dopo più di due anni si torna a giocare sui campi della California. Assenti Nadal, Federer e Serena Williams. Giorgi unica azzurra, sette gli uomini: Berrettini, Sinner, Sonego, Fognini, Musetti, Mager e Cecchinato

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Indian Wells (via Twitter, @BNPPARIBASOPEN)

Al contrario delle stagioni passate, lo swing su cemento nordamericano non si è ancora concluso. A circa un mese di distanza dalla fine dello US Open, il circuito si sposterà sui campi di Indian Wells per il combined che avrebbe dovuto aprire la stagione di Masters 1000 e WTA 1000 in primavera e che nel 2020 venne cancellato all’ultimo minuto, in seguito alla scoperta di diversi casi di Coronavirus nella zona. Grazie alla campagna di immunizzazione negli Stati Uniti sono saltate molte restrizioni anti-Covid e ora il torneo potrà disputarsi (come lo US Open) con gli spalti pieni. Si giocherà dal 4 al 17 di ottobre.

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Ci sono alcune assenze da registrare nell’evento ATP. Tranne Federer, Nadal e Thiem (campione nel 2019), che hanno dichiarato già conclusa la loro stagione, nell’entry list figurano tutti i top player, compreso il numero 1 Novak Djokovic. Il serbo tornerà in campo proprio in occasione del torneo californiano: avrà bisogno di ricaricare le batterie dopo lo US Open, un torneo che l’ha provato emotivamente come pochi altri nella sua carriera. Il numero 2 del seeding dovrebbe essere il giocatore che l’ha battuto nell’ultimo atto a New York: Daniil Medvedev. Dietro loro due, ancora Tsitsipas e Zverev. Il greco deve dare una svolta alla sua seconda metà di stagione. Dopo la sconfitta in finale al Roland Garros sembra aver perso quello smalto che nei primi mesi del 2021 l’aveva portato a brillare nella prima parte di stagione.

Sul fronte italiani, giocheranno in sette nel tabellone principale di Indian Wells. Matteo Berrettini guida il gruppo, con l’obiettivo di ipotecare il posto alle ATP Finals di Torino. Dietro di lui Jannik Sinner, che è ancora in gioco per conquistare la qualificazione al Master, ma più indietro nella classifica ‘Race’ rispetto a Matteo. Ha bisogno di un buon risultato in California per perfezionare la sua candidatura. Seguono a ruota Sonego, Fognini, Musetti, Mager e Cecchinato, che entrerà nel main draw senza passare dalle ‘quali’ grazie ai numerosi forfait. Ai tre sopra citati, si aggiungono quelli di Goffin (tornerà nel 2022) e Bublik.

 

Per quanto riguarda il torneo WTA 1000, l’entry list aggiornata vede ai nastri di partenza, salvo defezioni dell’ultima ora, quasi tutte le migliori giocatrici del mondo eccezion fatta per Serena Williamsche non ha ancora recuperato dall’infortunio che l’ha costretta a saltare lo US Open. Per il resto al momento ci sono tutte le giocatrici che erano tra le prime venti del mondo al momento del cut-off, da Ash Barty a Naomi Osaka passando per Simona Halep. Presente anche Cori Gauff. L’unica italiana che verrà sorteggiata nel tabellone principale senza passare dalle qualificazioni è Camila Giorgi, campionessa del penultimo WTA 1000 giocato nel Tour, a Montreal.

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Gran parte dell’attenzione sarà catalizzata ovviamente dalle due finaliste dello US Open, la campionessa Emma Raducanu e la finalista Leylah Fernandez. Quest’ultima, salita al numero 28 WTA dopo la campagna newyorchese, al momento del cut-off era la numero 73 del mondo, un ranking che le ha permesso di rimanere dentro al tabellone principale per tre posizioni. Raducanu, ora al numero 23 grazie all’incredibile titolo Slam conquistato, era invece ampiamente fuori dal tabellone. Tuttavia le wild card devono ancora essere annunciate: difficile pensare che non ne venga concessa una alla nuova reginetta del tennis. Intanto, per ora Emma si è iscritta alle qualificazioni.

Le entry list aggiornate

Articolo a cura di Antonio Ortu e Gianluca Sartori

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Il dritto di Rafael Nadal: un trionfo di spin e velocità dal bicipite ipertrofico

Dalle dita dei piedi a quelle delle mani, ogni piccolo movimento dello spagnolo è progettato per annichilire l’avversario

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Rafael Nadal - Roland Garros 2021 (via Twitter, @rolandgarros)

Il circuito ATP questa settimana è fermo e Rafael Nadal ha già dato appuntamento al 2022 per risolvere i suoi ultimi guai fisici. Dopo aver analizzato da diverse angolazioni l’esito dello US Open 2020, abbiamo deciso di iniziare a ‘scongelare’ dall’archivio degli articoli non ancora pubblicati, alcuni pezzi di approfondimento buoni per tutte le stagioni.

Questo venerdì abbiamo selezionato la traduzione di uno straordinario articolo comparso sul Telegraph ad opera di Simon Briggsqui l’articolo originale (accessibile solo agli abbonati) – prima della disputa del Roland Garros 2021, torneo in cui Nadal è stato sconfitto da Djokovic. Il tema è la biomeccanica del dritto di Rafael Nadal, un tema pluri-dibattuto ma forse mai con questa profondità. [NOTA: questo pezzo è stato pubblicato prima del Roland Garros 2021, e i dati numerici sono stati modificati per tenere conto dei risultati del 2021]


Il momento meccanico non è mai stato un processo privo di sforzi, per Rafael Nadal, ma è il fulcro della sua vita sportiva. Bicipiti delle dimensioni di una padella, una racchetta più leggera della media e uno swing di dritto non convenzionale, inclinato all’indietro, lavorano tutti allo stesso scopo: far ruotare una pallina da tennis come una se fosse una banderuola durante una tempesta. Il suo dritto rivoluzionario è stato molto ammirato ma molto poco imitato, forse perché sembra strano e scomodo.

 

Guardando Roger Federer scivolare nel suo movimento di diritto, si potrebbe pensare ad un bagnante spensierato mentre lancia un sasso sul pelo dell’acqua. Nadal è più simile a un gladiatore impegnato nel lancio del disco, con una pletora di grugniti e faticosi sforzi a far da contorno. Ma i risultati parlano da soli, soprattutto sulla terra battuta. Non solo i 62 titoli su questa superficie – che rappresentano il 70 per cento del totale delle vittorie complessive dello spagnolo – ma l’assurdo record di 105 a 3 fra vittorie e sconfitte al Roland Garros (quest’anno Nadal ha subito la sua terza sconfitta a Parigi, mancando l’appuntamento col 14° titolo, ndr)

Per me, questa è la statistica più straordinaria in tutti gli sport“, afferma Mark Petchey, ex numero 1 britannico, ora commentatore, esperto e analista. “Quante volte Rafa ha dovuto affrontare il dolore o una giornata no? A Parigi, il suo gioco di livello C batte il gioco di livello A degli altri, e tutto questo ruota attorno al suo dritto. È spettacolare, ma soprattutto è anche incredibilmente robusto, perché il topspin gli dà bersagli più grandi e margini più ampi rispetto a chiunque altro”.

RENDERE OGNI COLPO INGIOCABILE

Perché il topspin? Perché dà sicurezza. Puoi colpire la palla in alto sopra la rete, facendo affidamento sull’effetto Magnus – che fa curvare la traiettoria di una palla rotante verso la stessa direzione della sua rotazione – per farla ricadere prima della linea di fondo (Ubitennis ne ha parlato in questo articolo). Ci sono pro e contro. Un colpo piatto, simile a un laser, come quelli che usava Maria Sharapova, procederà più rapidamente di una palla in rotazione, specialmente su una superficie liscia come l’erba. Ma i margini di errore di Sharapova erano minuscoli, e il suo bersaglio sul campo era una fessura delle dimensioni di una cassetta della posta in cima alla rete.

Nadal mira verso una di quelle doppie porte che permettono di accedere ad una stalla, con la metà superiore spalancata. Un secondo vantaggio del topspin pesante è che la palla si alza più rapidamente quando rimbalza, perché atterra con un angolo molto più scosceso. Questo aspetto è enormemente amplificato sulla terra battuta, dove ogni impatto lascia un minuscolo cratere nella superficie. I dritti di Nadal rimbalzano infatti meglio di chiunque altro. Sulla terra battuta, l’altezza media del rimbalzo porta i suoi avversari a dover colpire da una altezza di 64 pollici (162 cm), molto al di sopra della zona di attacco ideale e quasi il doppio di quella che sarebbe su un campo in cemento (33 pollici, 83 cm). La maggior parte dei professionisti si sente a suo agio con i dritti alti, ma il rovescio a una mano è una questione diversa, come ha scoperto Federer a sue spese. Sebbene uomini alti come Stefanos Tsitsipas (193 cm) siano in una posizione migliore per farcela, per ribattere un colpo del genere è comunque preferibile un rovescio a due mani.

Stefanos Tsitsipas si trova a colpire all’altezza della spalla – Australian Open 2021 (via Twitter, @australianopen)

Con la palla che rimbalza sopra l’altezza della sua spalla, anche un grande giocatore di rovescio come Novak Djokovic deve arrampicarsi per controllare il colpo. Una palla con meno topspin rimbalzerebbe più in basso, nella hit zone preferita dell’avversario. Questo spiega perché Novak Djokovic ha ottenuto solo otto vittorie (su 27 tentativi, anche se l’ultima al Roland Garros 2021 ha un grande peso, ndr) contro Nadal sulla terra battuta. Anche se equipaggiato con il rovescio bimane più versatile del gioco, Djokovic riesce a vincere solo poco più di una partita su quattro.

LO “STRANO TRUCCO” CHE CONTRADDISTINGUE NADAL

Diamo un’occhiata alla meccanica dello swing di diritto di Nadal. Inizia con il peso sul piede posteriore (il sinistro). Il ginocchio della gamba sinistra in questa postura è profondamente piegato e il gomito sinistro è nascosto dietro di lui, con la mano sinistra vicina al fianco. In un fermo immagine, potrebbe sembrare un cowboy che sta per estrarre una sei colpi. Poi arriva l’azione d’impatto: non un movimento in fluido e in avanti come per il dritto di Federer, ma un violento sussulto verso l’alto mentre il braccio sinistro arriva come una frustata dal basso verso l’alto e termina in quel caratteristico movimento ad elicottero intorno alla sua testa. Guardando Nadal di lato, la componente orizzontale dello swing è meno evidente di quella verticale. Questo colpo è una macchina che genera topspin.

La racchetta di Nadal arriva sopra la spalla destra prima di ruotare attorno alla testa – essendo mancino, la racchetta finisce sopra la spalla sinistra dopo una sorta di arabesco. Ora, qualsiasi giocatore anche mediocre può eseguire ciò che è variamente noto come “reverse forehand”,  “lasso forehand” o “buggy whip” (frustino per cavalli). Di solito è una manovra difensiva, deviando la palla sopra la rete con un pesante topspin senza importare molta velocità. Per un mancino, la racchetta sale bruscamente e finisce in un movimento circolare sopra la stessa spalla sinistra.

Ed è qui che Nadal mostra di appartenere ad una classe tutta sua. Per prendere in prestito il linguaggio del clickbaiting, si può dire che Nadal “usi uno strano trucco”. Incontra la palla molto avanti, in una classica posizione di impatto, mentre continua a frustare verso l’alto ad alta velocità – cosa che nessun altro ha imparato a fare. La sua racchetta continua quindi ad accelerare verso la spalla opposta – la spalla destra – fino al punto in cui il suo braccio non può più estendersi ulteriormente, chiudendo con il caratteristico elicottero.

Il reverse forehand di Nadal – Roland Garros 2020 (foto Twitter @Rolandgarros)

È un’illusione ottica“, dice Petchey. “Vedi persone che cercano di emulare il dritto di Rafa e non hanno idea di dove impatti la pallina, perché succede tutto così velocemente. Ma ci sono enormi vantaggi nel portare la racchetta davanti prima dell’impatto, principalmente perché ti dà molto più spazio – almeno 30 cm – per accelerare dalla posizione iniziale. Hai bisogno di un braccio incredibilmente veloce per ottenere questo movimento, motivo per cui la racchetta di Rafa è insolitamente leggera. Inoltre, fisicamente è un mostro“.

Quando si trova sul campo di allenamento, Nadal tende a colpire il diritto del 20% più forte di quanto non faccia durante una partita. Impiega anche uno swing leggermente diverso, finendo con la racchetta avvolta dietro la sua spalla destra anziché sopra la sua testa. L’equilibrio cinetico si inclina quindi verso più velocità, meno spin. Ma non appena l’arbitro chiama “Play”, torna a un approccio più sicuro e verticale. Questo percorso di oscillazione unico è anche la spiegazione dell’enorme bicipite sinistro di Nadal, secondo Jez Green, il preparatore che lavora con Alexander Zverev. “Lo schema è ‘carica ed esplodi“, afferma Green. “Rafa affonda l’anca posteriore, poi risale con le gambe. Nel frattempo, il braccio sta tirando la racchetta verso l’alto, e questa è la funzione cui è chiamato il bicipite. L’intero movimento è così raccolto che, quando finisce, ha a malapena bisogno di eseguire un recovery step”.

LA STRATEGIA CHE AMMANETTA GLI AVVERSARI

In termini scientifici, Nadal sta impartendo due componenti principali della forza. Una è il momento meccanico, mentre l’altra è più lineare, anche se un fisico potrebbe cavillare sul fatto che l’energia si perde anche in sottoprodotti come il calore e il suono, specialmente quando il suo dritto rimbomba come un cannone.

Qui arriva lo scambio più importante. Più energia investe Nadal nella rotazione, facendo contatto verticalmente, meno gliene rimane per accelerare in avanti. Quando non si sente sicuro, tende ad acquistare ulteriore sicurezza enfatizzando eccessivamente il topspin – in queste situazioni la palla atterra corta e viaggia relativamente lenta. Ne abbiamo visto un esempio sulla terra battuta di Madrid quest’anno: Nadal è stato battuto da Zverev – un gigante di 1.98 con un servizio mostruoso – in due set. A Nadal non è mai piaciuto giocare nell’altura di Madrid, dove i servizi viaggiano più velocemente e l’effetto Magnus è smorzato dall’aria più rarefatta. Ha vinto Madrid “solo” cinque volte, mentre il suo bottino di titoli negli altri tre principali tornei europei su terra battuta (Monte Carlo, Barcellona, ​​Roland Garros) è in doppia cifra. Queste statistiche non sono coincidenze: rappresentano la fisica del tennis in azione.

Il Roland Garros chiude la sequenza europea, come un boss di fine livello in un videogioco. Avendo padroneggiato l’arte del picco di prestazione in vista di Parigi, Nadal arriva invariabilmente con un dritto tirato a lucido, offrendo il massimo mordente possibile. Qui, sul campo Philippe Chatrier, una delle arene di gioco più grandi del tour, Nadal accede a parti del campo che altri giocatori non possono raggiungere.

A Rafa piace indietreggiare nella classica posizione spagnola dove non è esattamente nel mezzo della linea di fondo, ma un paio di passi verso il suo angolo di rovescio“, afferma Petchey. “Se colpisce un dritto da lì, ha due opzioni molto diverse. Può colpirlo a sventaglio, diagonalmente lontano da sé stesso, facendolo affondare dopo la rete in modo che atterri molto corto in campo e raggiunga un angolo incredibilmente acuto; oppure può andare lungolinea, ciò che chiamiamo dritto ‘inside-in’. Per ottenere questo effetto, cerca un colpo alto ma anche profondo, con il rimbalzo che si allontana dal ricevente. Se destrorso, l’unica opzione che hai è un rovescio difensivo sopra la spalla. Il topspin amplia letteralmente il campo, sballottandoti in giro, ammanettandoti in modo che tu non possa ferirlo. Ha molte più opzioni di te, e sa benissimo che gli serve solo il 51 per cento dei punti per vincere”.

Rafa Nadal – Acapulco 2020 (via Twitter, @AbiertoTelcel)

L’UNICO MODO PER FARLO SBAGLIARE

Potremmo pensare a Nadal come a un superuomo che massacra gli avversari tirando vincenti da ogni posizione a Parigi, ed in effetti quasi sempre vince in meno di due ore in questo modo. Ma quando la sfida è più lottata, si accontenta di ridurre sistematicamente e gradualmente i suoi avversari all’impotenza. “La sua mentalità è perfetta perché si gode l’intera esperienza della sofferenza“, afferma Green. “Se comincia a prendere vantaggio diventa ultra-aggressivo e farà del suo meglio per vincere 6-0, 6-0, 6-0 (che in realtà è il suo modo di mostrare rispetto per i suoi avversari), ma ama anche quella sensazione tipica della terra battuta del costruire punti lentamente, sfornando vittorie di puro sforzo, prendendo la strada più lunga”.

Si può notare questa forma mentis nella risposta di Nadal quando una volta gli è stato chiesto di un miracoloso vincente di diritto sulla linea. ‘È stato un colpo fortunato’, ha risposto. ‘Preferisco i diritti per i quali so che la palla entrerà’”. Ecco la radice della sua continuità. Piuttosto che cercare colpi spettacolari, Nadal preferisce far girare a vuoto i propri avversari assumendo il minimo rischio. Nella maggior parte dei casi, sono loro a perder la pazienza per primi.

Allora come batterlo? Le palle alte non servono a molto perché è cresciuto sulla terra, con il suo caratteristico rimbalzo ripido. Le palline basse, in particolare gli slice, sono anche peggio.

Normalmente, ti piace che il tuo avversario entri in contatto al di sotto dell’altezza della rete“, afferma l’allenatore inglese Calvin Betton. “È come una squadra di calcio che mette la barriera davanti a un calcio di punizione; stai sfidando l’attaccante a far salire e scendere la palla abbastanza velocemente da segnare. Questo non funziona con Rafa, però. Con la frusta che mette sul dritto, è in grado di banchettare sugli slice. Può metterli dove vuole – e questo toglie a Roger Federer uno dei suoi schemi preferiti. In effetti, Roger ora ha rinunciato alla sua risposta standard di rovescio slice quando gioca con Rafa, e ha iniziato invece ad aumentare i colpi in topspin da entrambi i lati, dritto e rovescio”.

Negli ultimi anni, l’unica tattica che ha preoccupato costantemente Nadal è l’uno-due di Djokovic. Per prima cosa, Djokovic lo butta fuori dal lato del rovescio, quindi reindirizza la palla sul lato di diritto così rapidamente che Nadal deve colpire sempre in corsa – sembra abbastanza facile sulla carta, ma solo Djokovic ha la precisione e l’equilibrio per farlo regolarmente contro i colpi da fondo del dritto serpentesco di Nadal. È un approccio coraggioso, perché sembra sfidare Nadal nel suo campo: il dritto in corsa lungolinea è il suo colpo più spettacolare, come c’insegna YouTube. Ma non è affidabile come un dritto convenzionale, perché non gli consente di salire sulla palla in modo così efficace durante lo sprint, perdendo così l’amato margine di sicurezza.

Può anche essere che Nadal non si muova rapidamente verso sinistra a 36 anni come avrebbe potuto fare a 20. Un report di Golden Set Analytics ha scoperto che in passato era il secondo migliore in tour – dopo Djokovic – nel colpire i dritti in corsa, quasi sfidando gli avversari a giocare in quella zona. Ora non è più tra i primi dieci in questa categoria, e un attacco profondo al suo dritto in corsa sta producendo meno vincenti e più errori rispetto al passato. Tuttavia, queste crepe non danno comunque molto margine agli avversari.

Sul rosso Nadal è l’equivalente di Smaug – il drago di JRR Tolkien, la cui unica debolezza era la toppa nuda nell’incavo del suo pettorale sinistro. Il divario era talmente esiguo che solo un grande arciere l’avrebbe potuto colpire, e solo una volta. Eseguire lo stesso schema più e più volte, come è necessario per vincere una partita al meglio dei cinque set al Roland Garros, è praticamente impossibile. Il che ci riporta al punto centrale di Petchey: il topspin dà a Rafa “bersagli più grandi e margini più ampi di chiunque altro. Aspettiamoci che il suo dritto metta di nuovo a ferro e fuoco Parigi.

Traduzione a cura di Michele Brusadelli

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