Lindsay Davenport, la grinta e la dolcezza di una campionessa "normale"

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Lindsay Davenport, la grinta e la dolcezza di una campionessa “normale”

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TENNIS – Questo sabato avrà luogo la cerimonia di induzione nella Hall of Fame, assieme a John Barrett, Chantal Vandierendonck, Jane Brown Grimes e Nick Bollettieri, sarà la volta anche di Lindsay Davenport. Ripercorriamo la carriera e le emozioni di una campionessa “normale”.

Un parziale di otto punti a uno, nove fotogrammi che chiudono la finale degli Australian Open del 2000, Lindsay Davenport conquistava il terzo Slam della propria carriera e lo faceva senza perdere un solo set. Dall’altra parte della rete c’era Martina Hingis, che nonostante avesse recuperato da uno svantaggio di 5-1, con l’americana a due punti dal match, nulla ha potuto contro l’equilibrio e la serenità di un’avversaria convinta di poter vincere quel titolo. La sera prima della finale Lindsay guardava la semifinale maschile in TV, applicando al contempo del ghiaccio alla gamba dolente; ad un certo punto le telecamere inquadrarono Martina che si allenava su un campo secondario, cercando di affinare i propri colpi. Una cosa abituale per la svizzera, se non fosse che aveva appena perso una lunga e stancante finale in doppio… “Ho iniziato a ridere, allora sapevo che lei aveva bisogno di allenarsi un po’ più duramente o fare quel qualcosa in più, ma mi sorprese”. Chissà se nella mente di Martina c’era ancora il ricordo bruciante della finale persa a New York, o forse quel che più l’angustiava erano gli ultimi scontri diretti, tutti e tre persi con quella numero due che pareva poter disinnescare il suo gioco semplicemente “giocando”.

 

Lindsay era sempre la stessa ragazza dolce e grintosa, quella che nel ’98, a Flushing Meadows, scoppiò a piangere perché “non ho potuto far altro che piangere, per me è stato difficile anche sorridere. Era il momento più grande della mia carriera, di sicuro il più divertente. Sono cresciuta come un’americana per la quale gli US Open sono il torneo più importante, per me vincere nel mio paese è stato il momento migliore”. Una ragazza troppo semplice, che a differenza di Venus e Serena non aveva una personalità dirompente o la fascinosa complicatezza di Hingis, la teenager prodigio, o ancora il sex appeal di Kournikova, che pur non vincendo un titolo dominava le copertine; una ragazza che amava il tennis al di là di tutto il resto, della fama e della pressione della stampa, che si catalizzò su di lei quando, appena passata al professionismo, batté Gabriela Sabatini (tds n.3) a Delray Beach, ma tuttavia cordiale e sempre ben disposta: “Ho sempre amato giocare a tennis. Devo dire che non amavo le luci della ribalta o la stampa o qualsiasi cosa che viene con esso. Quindi per me [al momento del ritiro] scendere un po’ nell’oscurità è stato bello”.

Una carriera “giocata” e non “mediatica” la sua, che l’ha portata a vincere 55 titoli, fra cui i tre Slam sopraccitati (US Open 1998, Wimbledon 1999, Australian Open 2000) ed un Oro Olimpico, ad Atlanta nel ’96. L’attenzione su di sé non la portarono soltanto il suo talento e il suo tennis, ma anche un fisico imponente – al punto da farle affibbiare il nomignolo velenoso di “autocarro” –  ed al contempo fragile, che contribuì ad alimentare un misto di dubbi ed incertezze dovuti ad una situazione familiare difficile, scatenata dal divorzio dei genitori. Un gioco, il suo, basato sulla solidità dei colpi, un servizio potente, un rovescio bimane incisivo e spesso decisivo, ma penalizzato, nella prima fase della carriera, proprio dalla mole di quel corpo, che arrivò a pesare anche 90kg e inficiava gli spostamenti, non solo laterali, ma anche in avanzamento, non permettendole di acquisire quella sicurezza a rete data da una maggiore reattività. Una sicurezza che troverà a partire da quella vittoria alle Olimpiadi, ai danni di Arantxa Sanchez Vicario, e che non mancherà nei momenti importanti: tre finali Slam giocate in tre anni consecutivi (1998-2000), tre vittorie senza perdere un set nell’arco di tutto il torneo.

Conseguentemente all’aver ritrovato la forma e la fiducia, il ’96 fu quindi l’anno della svolta per la carriera di Lindsay, non solo per l’Oro Olimpico e per il Masters WTA, ma anche per la prima vittoria Slam in doppio – in coppia con Mary Joe Fernandez (b. Gigi Fernandez/Natasha Zvereva) – arrivata sulla superficie a lei più difficile, quella dei French Open; senza dimenticare i quarti raggiunti in Australia per la terza volta consecutiva e la sconfitta di Steffi Graf nella semifinale di Los Angeles, torneo che vincerà battendo anche la tds n.2, Anke Huber. L’anno successivo arrivava un altro Major, questa volta la sua compagna era Novotna e lo scenario era quello di New York, dove 12 mesi dopo otterrà quello che per lei resta il ricordo e il trionfo più caro della sua carriera: la vittoria in singolare agli US Open, prima americana non naturalizzata a riportare, o meglio tenere, il titolo a casa in 16 anni. Il triennio dal ’98 al 2000 registra l’apice del suo tennis, con la vittoria in singolare di uno Slam in ciascun anno ed un altro successo in doppio – sempre in quel magico Wimbledon del ’99 – a cui si aggiunge il conseguimento della prima posizione mondiale  già nell’ottobre del ’98; posizione che occuperà per ben quattro volte nell’arco della propria carriera (1998, 2001, 2004 e 2005).

Un percorso lungo 17 anni, che ha visto la vittoria di 753 match e 194 sconfitte e la partecipazione a 36 sfide di Fed Cup (33-3), facendo parte del team nelle ultime tre volte in cui gli Stati Uniti si sono aggiudicati la competizione a squadre. Un brutto infortunio al ginocchio alla fine del 2001 e la conseguente operazione per la ricostruzione della cartilagine, che ne hanno inceppato l’evolversi, lasciandola a digiuno di titoli per tutto il 2002, anche se raggiunse la semifinale nello Slam di casa. La pazienza e il desiderio di provare a vincere un altro Slam, un 2004 con un record di 63 match vinti e la riconquista della vetta del ranking. Di nuovo una finale Slam, in Australia (2005), dopo un’assenza che durava dallo US Open del 2000, ma persa in tre set contro Serena Williams. Due ritorni per passione, uno nel 2007 e l’altro in doppio nel 2010, entrambi a seguito della nascita dei primi due figli. La capacità di sorprendersi per i successi ottenuti, specialmente quel Wimbledon che mai avrebbe immaginato di vincere, incredula per l’essere riuscita a giocare così bene sull’erba. Tutto questo fa parte di Lindsay, la ragazzona di Palo Verde che come molte altre ha saputo costruire una carriera d’eccezione al di là dei profili da copertina e della vena commerciale che sempre più va radicandosi nello sport.

“Se si guarda a qualsiasi buon giocatore, che ha raggiunto la cima, uno dei migliori. Ognuno ha il proprio passato unico e la propria storia. Non c’è un modo giusto per fare di un giocatore un tennista professionista o per diventare il migliore al mondo. Per quanto mi riguarda, so che a tutti piace dire che è stata una delle storie più normali. È vero”.

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Ash Barty passeggia per Melbourne Park: “Mi manca gareggiare, ma non tutto ciò che ne consegue”

L’ex n. 1 del mondo, oramai in pensione, si sta godendo la normalità mentre dà gli ultimi ritocchi alla sua fondazione, che si occuperà principalmente delle comunità indigene

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Ash Barty in conferenza con i media australiani
Ash Barty in conferenza con i media australiani

Ashleigh Barty è tornata nel luogo dove tutto si è concluso – come riporta il The Guardian -, dove ha realizzato il sogno più grande della sua carriera sportiva: vincere l’Australian Open. Un successo che l’ha talmente appagata dà spingerla appena un mese dopo ad annunciare, schioccando l’intero universo dello sport, un clamoroso ritiro dalle scene. Per cui potremmo assolutamente definirlo un comeback nella location che difatti è stato il luogo del delitto della propria vita da tennista. Ash ha avuto così l’opportunità di visitare ed ammirare l’immenso impianto di Melbourne Park, in una versione a lei pienamente estranea e sconosciuta: rendersi conto dello spettacolo della Rod Laver Arena, in uno scenario completamente vuoto e dunque antitetico rispetto a quello gremito di australiani che ha accompagnato il suo trionfo all’Happy Slam. La circostanza si è venuta a creare in occasione del lancio del nuovo libro a cura dell’ex n. 1 del mondo WTA – oramai da diverso tempo nelle vesti di scrittrice – “My Dream Time“, che all’interno del suo Tour promozionale vedeva per l’appunto nel teatro dell’ultimo successo tennistico di Ash una delle tappe principali.

La campionessa tre volte vincitrice Slam, ha sfruttato questo appuntamento per rilasciare alcune dichiarazioni che testimoniano e certificano ancora una volta come abbia definitivamente chiuso il capitolo “Tennis” alla voce ‘carriera professionistica’ rincarando la dose e dando corpo a ciò che aveva già fatto capire in passato: non ci sarà un ritorno di fiamma, non rientrerà nel circuito. Il suo essersi calata, oramai, completamente nella normalità della quotidianità della vita come qualsiasi persona su questo globo, accantonando senza ripensamenti il suo passato da atleta di fama mondiale con tutte le vicissitudini mediatiche che ne conseguono; lo si evince perfettamente dal suo essersi distaccata da quello che era il proprio mondo a tal punto dal non avere più per lui neanche posto nei ricordi: “Non riesco a ricordare l’ultima volta che ho camminato qui – si riferisce a quel labirinto di tunnel che collega la Rod Laver Arena con i campi di allenamento, e che la stessa Barty quando giocava frequentava assiduamente facendo la spola -. Sono assolutamente stupita di come sia cambiata. Così come è cambiata tutta l’area attorno allo Show Court Three, così come anche non avevo mai visto prima un evento nel Grand Slam Oval in pieno svolgimento. Non ero mai stata al livello del punto di osservazione del pubblico, da dove gli spettatori possono vedere il torneo. E’ molto diverso come sensazioni e percezioni“.

Barty ha preso la decisione di dire basta con il tennis agonistico perché spinta dalla voglia di nuove avventure e di raggiungere nuovi traguardi o successi che esulassero dai soli ottenibili con una racchetta in mano; considerando anche che se fosse stato questo il suo reale obbiettivo probabilmente adesso non la ritroveremmo ad allietare con carta e penna ma a competere in quel di Fort Worth per le Finals – titolo che tra l’altro vinse nel 2019 – per poi successivamente attraversare l’Oceano Atlantico e andare a difendere i colori dell’Australia in Billie Jean King Cup. Dunque il senso di appagamento è rimasto immutato dal giorno del ritiro. Tuttavia la voglia di competizione, ed in particolar modo di costante sfida con se stessa rimane ancora viva dentro di lei. Ma Ash è riuscita ad ovviare a questa situazione, perseguendo altri cammini che non siano quello del tennis: “Mi manca sfidare me stessa nella competizione con i migliori del mondo, ma non non ciò che ne deriva. Ora probabilmente mi sto abituando a sfidare me stessa in modi diversi, scovando continuamente altri percorsi che mi permettano di competere e di crescere ancora. E penso che uno dei modi sia stando a casa, vivendo dei momenti che prima non avevo l’opportunità di vivere“. Ebbene, avere la possibilità di vivere esperienze familiari che nel passato viaggiando in giro per il mondo non poteva vivere, riempiono il cuore di Ashleigh che ama moltissimo interpretare il suo ruolo di Zia.

 

Ma quando si ha di fronte una campionessa del calibro della 26enne di Ipswich, è inevitabile non toccare il tema dell’attualità sportiva. E così chi meglio di colei che ne ha ereditato la corona per sciogliere il ghiaccio: “È una boccata d’aria fresca e ha completamente dominato questa stagione“. È rimasta per certi versi meravigliata dall’annata di Swiatek, Ash, ma allo stesso tempo crede che la polacca – che considera sinceramente un’amica – sia capace di cose ancora più grandi in futuro: “E’ stata sia per il livello espresso, che per testa nettamente sopra tutte le altre, ed è stato incredibile vederla fiorire“.

Come detto, però, la vita della prima australiana a riportare il Major Down Under nuovamente a casa, dopo un digiuno di 44 anni, prosegue a gonfie vele al ritmo di un fiume in piena – anche senza la sua amata racchetta – tra svariate iniziative di ogni genere. Circa cinque mesi fa, assieme ai suoi due ex coach Craig Tyzzer e Jason Stoltenbery si è incontrata con il CEO di Tennis Australia Craig Tiley per discutere dell’avviamento di un piano di coaching sul quale vertono forti speranze. Inoltre i suoi primi mesi da “pensionata”, le hanno fruttato anche diverse richieste di partnership da parte di molte aziende – anche una di Telecomunicazioni – dove lei cerca di apprendere da esperti dirigenti portando la sua abitudine al lavoro di squadra. Ma soprattutto una parte che rivesterà un ruolo fondamentale nei suoi prossimi anni, sarà la propria Fondazione; di cui il suo team sta apportando gli ultimi ritocchi e che concentrerà il proprio lavoro sulle comunità indigene. Alcuni sono inoltre convinti, che Barty abbia le qualità necessarie per diventare un’allenatrice straordinaria, nelle ultime settime infatti ha seguito la 20enne della Gold Coast Olivia Gadecki che sta muovendo i primi passi nel circuito.

Dunque è un’Ashleigh sempre pronta a nuove sfide ed impegnata in una serie innumerevole di progetti, che sigillano così la chiusura con il passato spezzando quel legame con il suo essere tennista: “Devo ancora definire con precisione ciò che farò in futuro, ho ancora tante cose da portare avanti. E’ pazzesco pensare che manchino solamente un paio di mesi alla fine dell’anno. E’ volato“. Perciò pur mancando molto al tennis femminile, lei certamente non si sta annoiando.

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ATP

ATP Finals: il tennis a 360° tra Palazzo Madama e il Fan Village. Pala Alpitour verso il tutto esaurito

Tanti gli ospiti di rilievo, da Chiellini a Flavia Pennetta e Francesca Schiavone passando per Guido Meda, Max Gazzè e Willie Peyote. Binaghi nella conferenza stampa di presentazione è entusiasta: “Numeri straordinari, ii dati di vendita sono superiori al 2021 quando avevamo la certezza di avere Berrettini”

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Il Pala Alpitour di Torino (foto palaalpitour.it)

Manca sempre meno alla seconda edizione delle Nitto ATP Finals di Torino, di scena nel capoluogo sabaudo dal 13 al 20 novembre. Come ogni grande evento sportivo e non che si rispetti, lo spettacolo riservato agli spettatori ed appassionati di tennis sarà una manifestazione ad ampio respiro che travalichi quelli che sono i meri aspetti agonistici per dare sfoggio delle bellezze di carattere culturale e folcloristico. Un’occasione, dunque, per mostrare le eccellenze e le peculiarità nei vari campi d’interesse della città ospitante. Ebbene anche il capoluogo piemontese non poteva farsi sfuggire questa opportunità, in grado di incentivare il turismo locale. Dopo il grande successo dello scorso anno il Fan Village è stato riconfermato, quest’anno con sede a Piazza d’Armi, ma la novità più eclatante sarà rappresentata dalle esibizioni di musica itinerante e dalla vetrina delle eccellenze gastronomiche che verrà collocata nel cuore di Palazzo Madama. A queste, si aggiungeranno le iniziative del calendario, redatto per l’occasione, ideate dal Comune, dalla Regione Piemonte e dalla Camera di Commercio; in collaborazione con Turismo Torino e Provincia, Visit Piemonte e Fondazione per la Cultura.

CASA TENNIS CON TANTI OSPITI DEL MONDO DELLO SPORT E DELLA MUSICA – Come descrive Diego Molino su “La Stampa” saranno diverse le aree che verranno costituite ad hoc per l’occasione e svariati i momenti d’interesse per il pubblico; a partire dal Blue Carpet di venerdì 11 novembre con la passerella degli otto tennisti che prederanno parte al torneo, nella stessa giornata – a mezzogiorno – verrà inaugurata la mostra “50 Game Changing” sotto i portici di Piazza San Carlo a cura di Gallerie d’Italia. Un punto, invece, nevralgico della struttura a latere del Pala Alpitour sarà Palazzo Madama che ospiterà per tutta la durata dell’evento: Casa Tennis, la quale verrà inaugurata sabato 12 novembre. Il modello che verrà seguito, è quello che è stato già utilizzato e promosso durante l’Eurovision Song Contest: le porte della Corte Medievale e della caffetteria si apriranno per l’occasione non soltanto ai giornalisti, ma anche a tutti i torinesi e a tutti i turisti accorsi per ammirare Djokovic e compagni in azione, ogni giorno della settimana dalle 10:00 alle ore 20:00. Casa Tennis, inoltre, sarà il luogo in cui si svolgeranno talk e conferenze, con esponenti del mondo della musica, dello spettacolo, dello sport e dell’editoria: fra gli altri parteciperanno il calciatore Giorgio Chiellini, il giornalista di Sky Sport ed esperto di Moto GP Guido Meda, le ex tenniste azzurre Flavia Pennetta e Francesca Schiavone, il cantuatore Max Gazzè e il rapper torinese Willy Peyote. Le varie giornate del torneo inizieranno con le Merende Reali a cura dei Maestri del Gusto, per poi arrivare all’ora di pranzo al momento del ‘viaggio nel Gusto del Piemonte’ e dulcis in fundo concludere con il Tempo della Merenda e con gli aperitivi a base di birre locali e vermouth.

Altri appuntamenti ricreativi e di festa cominceranno con il Bus panoramico City Sightseeing, che per l’intera settimana diventerà il palco itinerante sul quale suoneranno band e musicisti di vario genere partendo ogni giorno dalle ore 17:00 da Piazza Castello. Dal 15 novembre sino al termine dell’evento, verrà inoltre allestito un mini campo – sempre in Piazza Castello – per l’iniziativa “Tennis in Piazza”.

 

CONFERNZA STAMPA DI PRESENTAZIONE, LE ATP FINALS PER RILANCIARE IL TURISMO TORINESE

La seconda edizione della Finals azzurre ha raccolto, stando ai dati forniti dalla Federtennis, vendite superiori al 2021, con la Regione e il Comune che fanno eco alla federazione rimarcando l’eccezionale rilevanza ed importanza che costituisce l’investimento nei grandi eventi come volano di una ripartenza turistica anche a livello internazionale, che ha avuto già i suoi frutti dopo l’edizione 2021 visto e considerato che nei primi nove mesi del 2022 i turisti che hanno soggiornato a Torino sono raddoppiati rispetto all’anno precedente: 980 mila nuovi arrivi, dati che rispecchiano quasi quelli relativi all’era Pre-Covid. Nella conferenza stampa di presentazione dell’evento sabaudo, come riporta su “La Stampa” Maurizio Tropeano, serpeggiava un clima di ottimismo ascoltando le parole dei vertici istituzionali; consci che la prima edizione senza vincoli pandemici possa rappresentare un effetto moltiplicatore sull’economica cittadina e non solo. Grande euforia, che appare limpida nelle dichiarazioni del Presidente della FIT – che dal primo gennaio assumerà ufficialmente una nuova denominazione – Angelo Binaghi che si sbilancia parlando di “numeri straordinari” e affermando che: “sarà un’edizione di grande successo. I dati di vendita sono superiori all’anno scorso quando avevamo la certezza di avere Berrettini in campo. Sono convinto che arriveremo al sold out sicuramente nei weekend, stiamo vendendo più di mille biglietti al giorno“. Il 62enne cagliaritano è convinto inoltre dell’assoluta efficacia del modello organizzativo delle ATP Finals: “Ha funzionato alla perfezione e pensiamo possa funzionare anche per altri sport. Noi ci crediamo, fin dal primo momento abbiamo pensato a creare un nuovo modello organizzativo per la gestione di questi grandi eventi che ci desse più successo e ricadute possibili“.

Non ci resta dunque che aspettare e verificare, se queste alte ed entusiasmanti aspettative verranno rispettate.

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ATP

La carriera esemplare di Andreas Seppi, dalla costanza ad alti livelli alla versatilità di superfici

Si chiude per l’altoatesino una carriera fuori dal comune per i numeri accumulati nel corso degli anni

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Andreas Seppi - US Open 2021 (Garrett Ellwood/USTA)

Non basta il numero diciotto del mondo e tre titoli per descrivere la lunga e prosperosa carriera di Andreas Seppi, che oggi ha annunciato che quelli di Napoli e Ortisei saranno gli ultimi tornei della sua carriera. Alla soglia dei trentanove anni, in arrivo a febbraio, il tennista di Bolzano si può tranquillamente definire come uno dei migliori tennisti italiani di sempre, e prima dell’avvento di Sinner e Berrettini il migliore dal 2000 in poi assieme a Fabio Fognini, che ha avuto picchi più alti ma meno costanza del tennista altoatesino. Per descrivere la versatilità e la costanza di Seppi “bastano” anche solo i suoi record per quanto riguarda il tennis italiano. Seppi è infatti stato il primo tennista italiano a vincere un torneo sull’erba e soprattutto il primo a conquistare la “tripletta” di titoli sulle tre superfici dell’ATP Tour, cemento (Mosca 2012 contro Bellucci), erba (Eastbourne 2011 contro Tipsarevic) e terra rossa (Belgrado 2012 contro Paire). Quest’ultimo traguardo ha resistito per nove anni, con Lorenzo Sonego che lo ha eguagliato quest’anno vincendo il torneo di Metz.

Anche i tornei dello Slam danno la misura della costanza e della solidità delle prestazioni di Seppi, che ha raggiunto gli ottavi in tre tornei dello Slam su quattro, uno di questi grazie alla storica vittoria in quattro set con il suo amico Roger Federer all’Australian Open 2015. Per completare il traguardo dei quattro ottavi in tutti e quattro gli Slam a Seppi è mancato solo lo US Open, in cui ha raggiunto il terzo turno tre volte, l’ultima volta nel 2021. Sempre negli Slam Seppi è autore della terza striscia di partecipazioni più lunga di sempre, con 66 dietro solo ai 67 di Fernando Verdasco e i 79 di Feliciano Lopez. Con le sue 67 apparizioni in un tabellone di uno Slam Seppi è il nono tennista di sempre, dietro ai 68 del trio Djokovic, Gasquet e Kohlschreiber. In assoluto Seppi è addirittura il settimo tennista della storia per partecipazioni nei tornei ATP con le sue 404 apparizioni, a due lunghezze da Jimmy Connors.

Ci sono i numeri e poi ci sono le grandi partite giocate, da quella in Coppa Davis contro lo spagnolo Juan Carlos Ferrero a quella di Roma con Wawrinka nel 2012. Ci sono diciotto stagioni di grande tennis vissuti con grandissima passione, quella che lo ha spinto a dare grande battaglia fino alla fine, anche in questo 2022, prima di arrendersi a qualche problema fisico che gli ha fatto capire come non fosse più il caso di stressare il suo fisico, un fisico che comunque per tutta la carriera gli ha dato tante soddisfazioni e ben pochi grattacapi grazie alla sua dedizione e alla sua professionalità. In questo mese di ottobre dunque saluteremo Andreas Seppi, che tra Napoli e Ortisei chiuderà non il suo rapporto col tennis (è entrato a far parte di Horizon Tennis Home, il progetto tecnico che ha a capo proprio il suo storico coach Max Sartori) ma la sua bellissima carriera. Una carriera ricca di soddisfazioni, in attesa del suo prossimo capitolo fuori dal campo da tennis.

 

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