La Francia è la patria del tennis e l'Italia resta a guardare

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La Francia è la patria del tennis e l’Italia resta a guardare

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TENNIS ATP – Non vincono uno Slam tra gli uomini dal 1983 ma hanno dodici giocatori trai primi 100 e ospitano sei tornei: ecco perché la Francia è il paese tennisticamente più in salute mentre l’Italia aggrappata alla sola Roma arranca.

Una breve premessa: questo articolo non ha alcuna ambizione di essere considerato una statistica attendibile nè vuole avere l’obiettivo di analizzare le capacità delle varie federazioni nazionali. É un puro divertimento di inizio estate e come tale va preso, anche se i risultati delle analisi effettuate qualche riflessione la stimoleranno.

 

La prima classifica che vi propongo tiene conto dei tornei organizzati da ciascun paese assegnando ad ogni torneo i punti che spettano in classifica al vincitore ( 2.000 per gli Slam, 1000 per i 1000 ovviamente eccetera…). Ho considerato tutti i tornei del calendario Atp del 2014 con esclusione delle Atp Finals sia perché il punteggio assegnato al vincitore è variabile sia perché la sede è itinerante.

Ovviamente la classifica è dominata dai paesi che ospitano i 4 Major e non può essere un caso che al vertice ci siano gli Stati Uniti: undici tornei organizzati ( unica nazione con più di un 1000, tre,
oltre agli Us Open) in quello che più che un paese è un continente. Segue la Francia con cinque tornei oltre al Roland Garros (senza considerare  il torneo di Montecarlo che appartiene al Principato di Monaco ma che insomma mezzo francese lo è). Abbastanza distaccate Australia e Inghilterra che abbinano agli Slam solo i tradizionali tornei di preparazione.

Le prime nazioni senza Slam che troviamo in graduatoria sono la Spagna ( il 1000 di Madrid e i 500 di Valencia e Barcellona) e la Cina ( Shangai, Shenzen e Pechino). E noi? Ottavi a pari merito con il Canada e tutto grazie agli Internazionali di Roma che resta, ahimè, l’unico appuntamento tennistico del bel paese in calendario in attesa che le voci su Milano e Napoli organizzatrici  si concretizzino in qualcosa di serio.

Non è questa la sede per spiegare come mai ci si è ridotti a tanto ( su questo sito avrete letto indagini approfondite e altre ne leggerete) ma non si può fare a meno di rilevare come anche Svezia, Svizzera, Austria, Croazia, Russia, Olanda e Brasile ( tranne la prima non proprio paesi dalla grande tradizione tennistica) abbiano in calendario una settimana in più di tennis all’anno rispetto all’Italia…
La classifica

PAESE TORNEI PUNTI
1 STATI UNITI 11 7.000
2 FRANCIA 6 4.000
3 AUSTRALIA 3 2.500
3 GRAN BRETAGNA 3 2.500
5 SPAGNA 3 2.000
6 CINA 3 1.750
7 GERMANIA 5 1.500
8 ITALIA 1 1.000
8 CANADA 1 1.000
8 PRINC. MONACO 1 1.000
11 SVIZZERA 2 750
11 BRASILE 2 750
11 OLANDA 2 750
14 SVEZIA 2 500
14 AUSTRIA 2 500
14 CROAZIA 2 500
14 RUSSIA 2 500
14 GIAPPONE 1 500
14 MESSICO 1 500
14 EMIRATI ARABI 1 500
21 INDIA 1 250
21 QUATAR 1 250
21 NUOVA ZELANDA 1 250
21 CILE 1 250
21 ARGENTINA 1 250
21 MAROCCO 1 250
21 ROMANIA 1 250
21 PORTOGALLO 1 250
21 COLOMBIA 1 250
21 ISRAELE 1 250
21 THAILANDIA 1 250

 

Nella seconda graduatoria che vi sottopongo ho moltiplicato i punti di cui alla classifica precedente per il numero di giocatori che ciascuna nazione ha nei primo cento giocatori del mondo ( Il ranking è quello di lunedì 07.07.14).
Per prima cosa bisogna notare come vi siano ben quindici paesi con almeno un top 100 che non organizzino alcun torneo. Guida questa speciale graduatoria di “campioni senza tornei” la Repubblica Ceca, con Berdych, Stepanek, Rosol e Vesely trai primi cento e nessun torneo in patria. Ed anche la Serbia del numero 1 del mondo ( e di Lajovic) da quando Nole e famiglia si sono stancati di organizzare il torneo di Belgrado non ha più un  appuntamento nel circuito.

Viceversa troviamo dodici paesi capaci di organizzare almeno un torneo atp pur in assenza di giocatori di vertice. Qui spicca la posizione della Cina che ospita un Master 1000 a a Shangai, un 500 a Pechino e un 250 a Shenzen ma vede il suo primo giocatore al numero 173 (Zhang). Dicono che è questione di tempo e arriveranno anche loro: di certo organizzando tre tornei in patria è più facile avvicinare i giovani al tennis e con uno sponsor come Na Li è ancor più agevole.

Anche la Svezia presenta due tornei di tradizione, Bastad e Stoccolma anche se dopo il ritiro o meglio la scomparsa di Soderling non c’è più traccia di giocatori svedesi nel tennis che conta ( e nemmeno in quello che non conta per la verità…).
In questa classifica i dodici galletti tra i primi cento consentono il sorpasso della Francia sugli Stati Uniti ( solo sei top 100 e un solo top 60).

I cugini non hanno ancora trovato il fenomeno capace di vincere uno Slam ma il livello dei Gasquet, Tsonga, Monfils, Simon e soci è sicuramente medio alto. Diciamo che la federazione francese ha saputo investire i proventi di Porte d’Auteuil.


La classifica 

Paese PUNTI TOP100 TORNEI
1 FRANCIA

48.000

12

6

2 STATI UNITI

42.000

6

11

3 SPAGNA

28.000

14

3

4 GERMANIA

10.500

7

5

5 AUSTRALIA

10.000

4

3

6 ITALIA

3.000

3

1

6 CANADA

3.000

3

1

8 GRAN BRETAGNA

2.500

1

3

9 RUSSIA

2.000

4

2

10 ARGENTINA

1.500

6

1

10 AUSTRIA

1.500

3

2

10 CROAZIA

1.500

3

2

10 SVIZZERA

1.500

2

2

10 OLANDA

1.500

2

2

15 COLOMBIA

750

3

1

15 BRASILE

750

1

2

17 GIAPPONE

500

1

1

18 PORTOGALLO

250

1

1

18 ISRAELE

250

1

1

 

La terza graduatoria è quella nella quale mi sono spinto un po’piu in la, azzardando un “coefficiente di salute tennistica del paese”. Come l’ho calcolato? Per la nazioni con almeno tre top100 ho calcolato il ranking medio dei primi tre in classifica ( chiamiamola “media ranking top3”).

Dopodiché ho diviso i punti in palio di cui alla tabella 1 per questo numero ottenendo il coefficiente. Insomma un modo per unificare i valori espressi sul campo con le capacità organizzative della nazione.
Il risultato dice che è la Francia la numero 1, seguita dalla Spagna, ormai superpotenza in campo e fuori e dagli Stati Uniti, in cui la quantità e qualità dei tornei sopperisce a quella mediocre dei giocatori. Restano fuori da questa classifica tre nazioni che vanno  però menzionate.

La Serbia del numero 1 del mondo come detto non ospita tornei. La Svizzera ha due tornei ( Basilea che è un 500 e Gstaad) e solo due top100…che però sono numero 3 e 4 del mondo: il suo coefficiente sarebbe da terzo posto ( 214,2). Idem per la Gran Bretagna che ha solo Murray, peraltro oggi sceso al numero 10 causa infortunio, ma che sarebbe addirittura in testa! L’Italia? Grazie a Roma e a Fognini è settima su dodici.
La classifica completa

PAESE

COEFFICIENTE

SALUTE

TENNISTICA

MEDIA RANKING

TOP3

1 FRANCIA

235,2

17

2 SPAGNA

222,2

9

3 STATI UNITI

145,8

48

4 AUSTRALIA

45,7

60,5

5 GERMANIA

44,6

33,6

6 CANADA

22,4

44,6

7 ITALIA

21,4

46,6

8 CROAZIA

14,6

34,6

9 RUSSIA

12,9

38,6

10 ARGENTINA

8,6

29

11 AUSTRIA

6,8

73

12 COLOMBIA

4,6

54

 

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Original 9: Julie Heldman

Secondo dei nove approfondimenti dedicati alle donne che hanno cambiato la storia della WTA. Oggi tocca a Julie Heldman, vincitrice degli Internazionali d’Italia nel 1969. “Un giornale mandò il reporter che si occupava di moda, anziché quello che scriveva di sport”

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Dopo l’articolo introduttivo sulle ‘Original 9’ e una breve carrellata sulle donne che rivoluzionarono il tennis femminile, vi proponiamo i relativi approfondimenti. La seconda protagonista è Julie Heldman, nata l’8 dicembre 1945. Qui l’articolo originale pubblicato sul sito WTA


In questa seconda puntata della nostra serie in onore delle Original 9, Julie Heldman ci riporta al settembre 1970, quando si ribellò contro la vecchia dirigenza tutta maschile dello sport e contribuì a costruire un audace, nuovo futuro per il tennis professionistico femminile.

Figlia del vulcanico magnate del tennis Gladys Heldman, Julie Heldman aveva 25 anni quando firmò un contratto da un dollaro per partecipare al pionieristico torneo organizzato da sua madre, il Virginia Slims Invitational di Houston. Nel corso della sua carriera, la laureata a Stanford aveva conquistato più di venti titoli in singolare, compreso l’Open d’Italia del 1969, e tre medaglie, una per ciascun colore, negli eventi di esibizione alle Olimpiadi di Città del Messico 1968 (il tennis non figurava come disciplina olimpica ufficiale, ndt). Tre volte semifinalista Slam in singolare, aveva raggiunto il numero 5 del mondo e fatto parte di due spedizioni vincenti in Fed Cup, rappresentando gli Stati Uniti.

Julie riflette: “Non penso che qualcuna di noi parlasse davvero di parità di diritti, quell’anno a Houston. Parlavamo solo del diritto di guadagnarci da vivere e del fatto che il primo anno o giù di lì ci dovesse servire per organizzarci e stabilizzarci nel nostro nuovo mondo. Non mi ci è voluto molto, comunque, per capirne gli effetti anche su un contesto più ampio, perché c’erano donne che venivano da tutte le parti per dimostrarci il loro supporto. Visitavamo le case di molte persone, le donne ci avvicinavano e ci dicevano: ‘Il mio matrimonio è a pezzi, voi siete un nuovo tipo di donne… possiamo parlarne?’ Tutto stava cambiando così rapidamente in quel periodo, era la fine degli anni 60, e la gente ci vedeva come pioniere di un mondo nuovo.

“All’inizio, la paura che potessimo essere escluse dai tornei del Grande Slam era reale. C’era tensione evidente, la vita di ciascuna di noi stava per essere profondamente scossa. I giocatori maschi erano tutti contro di noi, la dirigenza del tennis era tutta contro di noi – ricordate, non c’era alcuna dirigente donna a quei tempi. Stavamo facendo un salto nell’ignoto totale. Le giocatrici dovettero fare le loro scelte. Io scelsi in favore della solidarietà.

Questa è la mia memoria ricorrente di quel periodo: il senso di solidarietà e il passo avanti. Io non potevo giocare a Houston a causa di un infortunio al gomito. I miei genitori si erano appena trasferiti da New York e io passai la notte prima dell’inizio del torneo nella nuova casa, parlando al telefono. Le giocatrici chiamavano e dicevano che la USLTA stava minacciando di sospenderle tutte. La mattina in cui il torneo cominciò io non andai al circolo, perché non dovevo giocare, ma quando seppi che le altre giocatrici stavano prendendo posizione, decisi di fare lo stesso, anche se questo avesse significato subire io stessa una sospensione”.

“Nel nuovo circuito accadevano cose folli. Un giornale mandò il reporter che si occupava di moda, anziché quello che scriveva di sport. Dovemmo spiegargli come funzionava il punteggio e cosa fosse un rovescio. Ma io non vedevo le questioni extra campo come una distrazione, significava soltanto dedicare del tempo a qualcosa per cui tutte noi stavamo lavorando. Avevamo bisogno di farlo. Tutte noi dovevamo andare ai cocktail party, fare incontri, presenziare in TV e parlare con i giornalisti, perché quello era il modo per dare il via al nostro tour”.

Traduzione a cura di Filippo Ambrosi

 

Per conoscere meglio le nove protagoniste, il sito della WTA sta pubblicando anche delle brevi video-interviste in cui vengono rivolte a tutte le stesse domande. Di seguito le risposte di Julie Heldman.

Chi era il tuo idolo tennistico?
Mio padre! Era mancino e… molto gentile

I tuoi punti di forza da giocatrice?
 “Avevo un grande dritto ed ero molto combattiva

Torneo preferito?
Il mio torneo preferito era l’Italian Open: era ‘selvaggio’, pazzo e… soleggiato

Cosa serve per essere una campionessa?
La capacità di credere in se stessi e puntare un obiettivo senza lasciare niente di intentato

Momento clou della tua carriera nel tennis?
La vittoria dell’Italian Open!”

La partita che credevi fosse vinta?
Contro Virgina Wade a Los Angeles. Ho servito avanti 5-1 nel terzo set ma mi sono innervosita al punto da non riuscire a colpire la pallina per servire. E ho perso

Se potessi giocare un match di fantasia contro qualsiasi avversaria, quale sceglieresti?
Suzanne Lenglen, perché era straordinaria

La tua tennista preferita da veder giocare oggi?
Era Agnieszka Radwańska, adesso mi piace molto Naomi Osaka


  1. Original 9: Kristy Pigeon 

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1×04: Ubi Radio vi parla di Ubitennis ai tempi del coronavirus

Cosa è cambiato nella routine redazionale da quando non si gioca più? La quarta puntata di Ubi Radio (inizio ore 19) conclude il breve viaggio dietro le quinte di Ubitennis

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La quarta puntata di Ubi Radio, il nuovo podcast in diretta di Ubitennis, conclude il breve viaggio dietro le quinte del nostro portale iniziato nella scorsa puntata. Se giovedì scorso ci eravamo soffermati su come si muovono normalmente le rotative e come si sono mosse fino a inizio marzo, evidenziando le differenze tra la copertura di un grande torneo e quella di una settimana in cui i big riposano, oggi vi parliamo di come abbiamo cambiato la nostra routine lavorativa da quando la pandemia di coronavirus ha interrotto l’attività dei circuiti.

Come si ‘sopravvive’ a un periodo senza uno straccio di quindici ufficiale? C’è anche qualche aspetto positivo? Accedere alle notizie è più semplice o più difficile? Quanto è forte la tentazione di mettersi a pubblicare video di gattini? Ne parlano Vanni Gibertini e Alessandro Stella.

UBI RADIO – IL TENNIS IN DIRETTA: EPISODIO 4

 

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L’uomo dietro l’1% decisivo per Medvedev: intervista a Fabrice Sbarro

Vi raccontiamo la bella storia del data analyst di Daniil Medvedev, che ha contribuito agli straordinari successi dell’estate 2019… presentandosi in Canada con uno zainetto e la testa piena di numeri

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Fabrice Sbarro

C’è una storia poco conosciuta che val la pena di essere raccontata ed è quella di Fabrice Sbarro, data analyst, creatore del sito Tennisprofiler e maestro di tennis (in rigoroso ordine) che nella pirotecnica estate 2019 di Daniil Medvedev ha fatto parte del team del russo assieme al suo coach storico Gilles Cervara. Lo abbiamo intervistato via Zoom è la chiacchierata è stata ricca di spunti, tanto che abbiamo deciso di dividerla in tre parti: in una prima parte tratteggiamo la storia di Fabrice e come è entrato nel team di Medvedev, nella seconda parte racconteremo qualche retroscena sull’incredibile estate del russo vista da un insider. 

L’ultima parte, che verrà pubblicata domenica 24 maggio, è dedicata ad alcune chiacchiere in libertà sul tema. Se alla fine dell’articolo vi verrà la curiosità di vedere l’intervista integrale, la potrete trovare a questo link. Di seguito trovate la lista di alcuni momenti salienti della video intervista:

  • l’inizio della collaborazione con il team di Medvedev (al minuto 5:50)
  • i retroscena di Wawrinka-Medvedev, Australian Open 2020 (15:13)
  • l’esplosione di Berrettini (19:54)
  • la collaborazione con Mahut al Masters di Londra 2019 (21:50)
  • Murray (31:40)

CAPITOLO 1 – GLI INIZI SUI CAMPI DI PROVINCIA

Una bella storia, prima ancora che un’interessante chiacchierata con un ragazzo svizzero che forse ha avuto solo il difetto di essere un po’ troppo in anticipo sullo spirito del tempo. E di questi tempi in cui di tennis giocato se ne vedrà poco ancora per qualche mese, gli spunti e gli approfondimenti sono ancor più graditi. Per prima cosa allora inquadriamo il soggetto: Fabrice Sbarro, 40 anni, svizzero, da 13 anni sta portando l’analisi statistica sui campi da tennis con il charting dei match. Sbarro ha sempre avuto una passione per il tennis ma a differenza di altri coetanei ha incanalato i suoi sforzi già poco dopo i 20 anni nell’attività di coach a livello ITF e WTA. Va detto che il buon Fabrice ci ha provato eccome, ma il mondo del tennis non è solo l’empireo dei Fab 3. E non è nemmeno solo l’olimpo della top 10 o di tutti quei valorosi professionisti che si danno battaglia col coltello tra i denti per restare nella top 100.

Il tennis è anche quel purgatorio dantesco fatto di challenger, future e tornei nazionali con montepremi di poche migliaia di euro. Una montagna da scalare un passo alla volta, fatta di tanti pendii che devono essere superati per poter accedere al mondo che conta. Certo, fra i suoi assistiti Mr. Sbarro ha potuto anche vantare una futura top 150, a senza sfondare quel tetto di cristallo che avrebbe fatto la differenza. Per anni quindi Fabrice ha assaggiato le forche caudine per le quali tutti i tennisti professionisti sono passati, mettendo in campo tanta passione e macinando ore di macchina per accompagnare il proprio assistito, salvo poi vederlo perdere a volte anche al primo turno. Le tessere del puzzle che portano un giocatore a compiere quell’ascesa sono tante e poche volte si incastrano, e purtroppo non è stato il caso dei giocatori allenati da Fabrice.

Tutta questa attività però, che è si è protratta per oltre un decennio, non è stata inutile perché ha spinto il coach svizzero a interrogarsi su come trovare il modo di far fare ai propri giocatori il tanto agognato salto di qualità. E questa ricerca lo ha portato nel mondo dell’analisi dei dati per ricavarne un framework pratico. L’idea era quella di mappare i match di tennis, fino a creare una base di dati significativa su cui costruire le proprie analisi di coach. Un compito che si presentava come una montagna da scalare a mani nude (i nerd appassionati di charting sicuramente conosceranno il match charting project promosso da Jeff Sackman, ideato come uno sforzo comunitario di decine di appassionati. Il concetto è simile, ma in questo caso lo sforzo è profuso da una sola persona).

Però, poco a poco, l’idea che nasce come un supporto alla propria attività di coach diventa sempre più centrale: basta sfacchinate in posti sperduti, e così da maestro di tennis che all’epoca (agli inizi parliamo di oltre 10 anni fa) veniva visto dai suoi colleghi come un alieno o un simpatico svitato, prende sempre più sul serio la sfida e ne fa il centro della propria attività. E più si va avanti, più lo svizzero si rende conto di alcune cose; di quanto sia difficile sfondare con l’attività di coaching quell’elite assoluta del professionismo maschile e femminile.

 

La chiave del successo sarà invece proprio essere quella di battere un terreno che per il tennis è inesplorato, ma che in altri sport con gli anni è diventato la norma, se non il minimo sindacale per poter competere, come accade in NBA – uno sport che ormai è diventato il regno delle statistiche avanzate, le quali hanno tracciato la strada per ridisegnare completamente le shooting map dei parquet d’oltreoceano. Se volessimo rappresentare le statistiche avanzate come un prodotto e ne volessimo descrivere il grado di maturità nei diversi sport, probabilmente la situazione sarebbe una curva di questo tipo:

Nel tennis siamo ancora evidentemente indietro rispetto ad altri sport come il calcio o il basket. Nel calcio ad esempio il Liverpool, sfruttando un cocktail tecnico e manageriale ben preparato, è riuscito nell’impresa di centrare due finali consecutive di Champions League. Una piccola (?) parte del merito va anche al team di data scientist unanimemente riconosciuto come all’avanguardia. O uno stadio più avanzato della curva troviamo appunto la NBA dove il paradigma del moneyball si è ormai largamente affermato.

Quella che era nata come un’attività collaterale diventa un’attività a tempo pieno. Ad oggi Fabrice ha registrato più di un milione di punti (per dare un’idea, durante l’iconica finale di Wimbledon 2019 da 5 ore si giocarono 422 punti, per cui tracciare un milione di punti implica uno sforzo stimabile in circa 12.000 ore di lavoro per dare un ordine di grandezza). E nel perseguire questo sforzo Fabrice si è concentrato sull’elite ATP e WTA, ovvero i primi 100 della classifica degli ultimi anni, al fine di costruire una base dati sufficientemente solida e significativa. Insomma, un mattoncino alla volta, Fabrice ha cominciato a farsi conoscere nel giro, passando dallo scetticismo alla curiosità e infine all’attenzione delle sue controparti. Siamo quindi pronti per la seconda parte di questo viaggio, nella quale il duro lavoro ha cominciato a dare i suoi frutti e nella quale i pezzi del puzzle cominciano finalmente ad andare al loro posto. Riavvolgiamo il nastro e andiamo a luglio 2019, torneo ATP di Montreal.

CAPITOLO 2 – LA FOLLE ESTATE NORDAMERICANA

Questa è la parte narrativamente più godibile dell’intervista, la favolosa estate 2019. Provate un po’ a immaginare di mettervi nei panni di Fabrice. Avete sgobbato duro per guadagnarvi il diritto ad avere un’opportunità, ma per anni neanche l’ombra di uno spiraglio. Avete portato avanti l’attività di coaching per oltre un decennio sperando come un cercatore d’oro di scovare la pepita, ovvero un giocatore che potesse raggiungere la top 100. Ma senza successo. Quindi arriva il momento di cambiare il proprio biglietto da visita: passare dal presentarsi come un coach a presentarsi in primo luogo come un data analyst. Sì, è vero, i primi contatti cominciano ad arrivare anche prima del 2019, ma probabilmente i tempi non sono maturi e non aiuta il fatto di continuare a mantenere in vita l’attività di allenatore. Magari con un po’ di fortuna già nel 2016 la scintilla sarebbe potuta scattare ma per vari motivi l’occasione non arriva, i tempi ancora non sono maturi.

Così, nell’estate 2019, quando si esaurisce anche l’ultimo rapporto di lavoro come allenatore di un giocatore a livello ITF, durante un corso in Svizzera Fabrice incontra il coach di Gilles Simon, Etienne Laforgue, un esperto di neuroscienze. Da un paio d’anni il 37enne tennista francese si era affidato a questo nuovo allenatore al fine di migliorare quelle imperfezioni biomeccaniche del proprio gioco e allungare così la carriera. L’idea di Sbarro in quell’occasione era semplicemente fare un po’ di networking e trovare un complemento ai propri lavori. Invece Laforgue, inaspettatamente, gli porge l’occasione che aspettava: “Perché non fai un giro nel Tour (ATP) per presentare i tuoi lavori? Ti posso introdurre ad alcuni coach di mia conoscenza. E così, due settimane dopo questo incontro fortuito arriva il momento di preparare lo zaino, con in mano un biglietto aereo, destinazione Canada: è l’anno in cui il Masters 1000 nordamericano si gioca a Montreal.

Come ci racconta Fabrice (dal minuto 5:50 dell’intervista), si trova catapultato all’interno di un torneo di livello, con i migliori 50 giocatori del mondo che conosceva molto bene, ma solo sulla carta, dopo averne passato al microscopio migliaia di punti per ognuno. E così, dopo qualche approccio interlocutorio, la sua strada incrocia quella di Gilles Cervara, il coach di Medvedev, che gli concede udienza. Sbarro presenta così il suo approccio e la sua metodologia e ma non si aspetta di trovare un terreno così fertile. Cervara infatti è un coach aperto alle novità e come potete leggere anche in questa intervista realizzata da Ubitennis lo scorso anno al torneo di Barcellona, Fabrice è perfetto per le esigenze di Cervara: qualcuno che sappia interpretare dati fornendo insight azionabili, consentendo di ottimizzare il processo di preparazione dei match.

Gilles Cervara nel box di Daniil Medvedev – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

“Ok Fabrice, facciamo una prova, proviamo a preparare il prossimo match di Daniil con Kyle Edmund”. I due si trovano a collaborare nella preparazione di un match prendendo in esame gli spunti statistici prodotti dall’analista svizzero. Il match in questione è quello di secondo turno fra Medvedev ed Edmund, un cliente ostico che all’epoca navigava intorno al numero 30 e veniva dalla vittoria contro Kyrgios, vincitore a Washington pochi giorni prima proprio contro Medvedev. La partita finisce 6-3 6-0. Dopo il match, il telefono di Sbarro squilla: è Cervara. “Ok Fabrice, dobbiamo parlare, per questo torneo prepareremo assieme tutti i match di Daniil. I match seguenti del russo lo vedono sfidare Garin, Thiem e Kachanov. Risultato: tre vittorie, sei set vinti, 0 persi e prima finale del russo in un Masters 1000 contro Nadal, contro il quale poi soccomberà.

Ricapitoliamo: sette giorni prima Fabrice era in volo per il Canada armato solo delle proprie idee. Ora è riuscito a entrare nel team di un top player e a dare il suo contributo per aiutarlo a raggiungere la prima finale in un Masters 1000 della carriera. Finito Montreal, Cervara invita il ragazzo venuto dalla Svizzera ad aiutarlo anche per il torneo seguente, il secondo Masters 1000 dell’estate americana, quello di Cincinnati. Cincinnati è un torneo che talvolta riserva delle sorprese, come nel 2017 quando in finale si affrontarono Kyrgios e Dimitrov. Nel 2019 la sorpresa è proprio Medvedev, che batte Djokovic in un match incredibile con il quale guadagna l’accesso alla finale. Superato lo scoglio serbo, il russo si sbarazzerà agevolmente di Goffin per sollevare il primo trofeo 1000 della carriera. Riassumendo, Fabrice si è trovato indubbiamente al posto giusto e nel momento giusto, aiutando Medvedev a diventare l’uomo copertina dell’estate sul cemento americano.

E qui Fabrice ci dà forse la chiave di lettura giusta: “Ovviamente io ho solo dato un contributo in tutto questo, era Daniil a scendere in campo; tuttavia credo di aver fatto quel che potevo per aiutarlo a compiere quell’ultimo step che a volte fa la differenza. Mettiamola così, ho dato il mio contributo affinché Daniil potesse migliorare le proprie performance di quell’1% marginale che gli serviva per sfondare definitivamente. Insomma dopo Cincinnati il vento ha decisamente cominciato a cambiare per Fabrice, e al riguardo riportiamo anche un fatto curioso: durante lo US Open, il rapporto di collaborazione con il team di Medvedev non era ancora esclusivo e nel frattempo anche il team di Wawrinka aveva chiesto una prova con il nostro analista svizzero. Peccato che ai quarti di finale fosse in programma proprio Wawrinka-Medvedev, e quindi in quel caso Fabrice ha dovuto gentilmente declinare l’invito del team di Stananimal: chi l’avrebbe detto appena un paio di mesi prima!

Appuntamento a domenica per l’ultima parte dell’intervista, in cui parleremo del misero 2% che divide Gasquet dai tre fenomeni e di tante altre cose.

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