Il giorno in cui le luci si spensero

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Il giorno in cui le luci si spensero

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TENNIS – Il racconto di una giornata del torneo di Montreal vissuta da dietro le quinte senza elettricità, internet e TV, “salvati” soltanto dai telefoni cellulari

Martedì 5 agosto 2014 rimarrà negli annali del tennis come la giornata in cui un grande torneo internazionale si è giocato essenzialmente senza elettricità, a causa di un blackout che ha interessato l’Uniprix Stadium di Montreal e tutto l’impianto di Parc Jarry. Contrariamente a quanto si possa pensare, il problema non ha coinvolto tutta la città di Montreal, ma solamente l’isolato in cui si disputa il torneo, tanto che dalla cima dello stadio si potevano vedere chiaramente i riflettori accesi nei vicini campi da baseball e negli edifici circostanti l’impianto.

I disagi sono stati notevoli, e sono andati aggravandosi con il passare delle ore e con l’avvicinarsi della sessione serale, nella quale era previsto l’esordio della superstar locale Eugenie Bouchard e che quindi era di fatto diventato l’evento sociale della stagione a Montreal, quasi alla pari con il Gran Premio di Formula 1 il primo weekend di giugno. Durante il giorno gli incontri si sono ovviamente disputati con la luce naturale, ma i supporti tecnologici cui ormai ci siamo tutti abituati (microfoni per gli arbitri, tabelloni elettronici, hawk-eye sui campi principali) hanno abbandonato tennisti e pubblico al loro destino, rendendo sicuramente più difficoltoso lo svolgimento dei match.
Per noi rappresentanti dei media, poi, abituati come siamo a fare affidamento sulle nuove tecnologie per coprire i tornei nella maniera più efficace possibile, il repentino ritorno al secolo scorso ha rappresentato uno shock molto difficile da assorbire: innanzitutto la mancanza di elettricità nella sala stampa ha messo a dura prova le batterie di tutti i PC e tablet presenti, che sono stati spremuti fino agli sgoccioli per riuscire a scrivere quanto più possibile prima del loro naturale spegnimento. Ma dopo tutto non aveva grande importanza, dal momento che senza collegamento internet era impossibile postare gli aggiornamenti. Come molti appassionati si saranno resi conto, il sistema di live score si è ammutolito, quindi era impossibile sapere i risultati dagli altri campi, così come vedere qualunque immagine, da Montreal o da Toronto, dal momento che tutti gli schermi sono rimasti neri per gran parte della giornata. Ci è stato impossibile parlare personalmente con alcune giocatrici, dal momento che le interviste vengono coordinate tra l’organizzazione, la sala stampa e la WTA via radio… e le radio naturalmente erano mute a causa della mancanza di elettricità.

 

Le comunicazioni via telefono fisso e via email erano impossibili, per cui l’unico modo era fare affidamento sui telefoni cellulari e sulle reti 3G e 4G per mantenere almeno la parvenza di essere nel 21esimo secolo. Ma non sono stati solo i media ad essere impattati – tutti gli edifici hanno perso corrente, incluso quello principale (totalmente sprovvisto di finestre) che ospita i ristoranti, gli spogliatoi e la player’s lounge, con la sospensione di tutte le attività che normalmente si svolgono al loro interno. I gelati e le birre hanno iniziato progressivamente a riscaldarsi con lo spegnimento dei refrigeratori, ed è stato pressoché impossibile trovare un pasto caldo per buona parte della giornata.

Bisogna dare atto all’organizzazione di aver lavorato con grande professionalità per cercare di ovviare ai problemi creati dal blackout – le interviste dei giocatori principali sono state spostate sulla terrazza della tribuna stampa, fuori dall’edificio principale rimasto al buio. Tennis Canada ha messo in piedi un ufficio nell’albergo ufficiale del torneo in modo da poter aver accesso a internet ed email per le comunicazioni del caso. La WTA è riuscita a contattare le giocatrici italiane a nome nostro e ad inviarci via mail i loro commenti sui match. Si è fatto affidamento fin quanto possibile (ovvero fino all’esaurimento delle batterie) sui telefoni cellulari – gli stenodattilografi che producono i transcript delle interviste sono stati spostati anche loro nell’albergo ufficiale ed hanno continuato il loro lavoro via telefono. Naturalmente per alcuni era impossibile ricevere le email senza il collegamento WiFi, ma chi poteva contare sulla connessione 3G come chi vi scrive, ha potuto ricevere informazioni con una tempistica più che accettabile date le circostanze.

Ma come è potuto accadere che una città moderna di un Paese avanzato come il Canada rimanga senza elettricità per un periodo di tempo così lungo (dalle 13.30 circa fino a notte inoltrata)? Purtroppo chiunque abiti da queste parti può confermare che si tratta di un’ evenienza non del tutto inusuale, dal momento che i cavi elettrici in Nord America viaggiano tutti per via aerea invece che sotterranea, come è più comune in Europa, e basta un temporale di media intensità per causare interruzioni e disservizi. Si pensi solamente che una interruzione come questa, che ha interessato quasi 200.000 persone a Montreal e dintorni, e di cui non sono ancora del tutto note le cause, è stata liquidata dalla Montreal Gazette, principale quotidiano in inglese della città, con un trafiletto di 10 righe, senza addentrarsi in particolari spiegazioni, quando in Italia probabilmente sarebbe stata notizia da prima pagina. Ma non è stato un temporale a causare il blackout nella giornata di martedì: stando a quanto riferito da Hydroquebec, il monopolista che fornisce l’energia elettrica a tutta la provincia del Quebec, il problema è stato originato da un inconveniente ad una centrale a Niagara Falls in Ontario, che ha richiesto una “sospensione selettiva” dell’elettricità in alcuni quadranti della città. La durata prevista della sospensione era di circa 20 minuti, tuttavia, al momento di ripristinare il servizio, dei due cavi principali che alimentano il quadrante dell’Uniprix Stadium, uno era fuori uso a causa di manutenzione straordinaria, e l’altro è saltato appena è stata ripristinata la corrente. Per quale motivo sia stato scelto di togliere selettivamente l’energia elettrica ad un settore nel quale era in corso un torneo internazionale di tennis trasmesso via satellite in tutto il mondo non è dato sapere.

Come detto, l’evenienza qui è talmente comune che Hydroquebec ha un numero verde attivo 24 ore al giorno per informare sullo stato dei disservizi e sull’ora stimata di ripristino dell’elettricità. Basta però prendere le informazioni in maniera molto elastica: l’orario di ripristino è stato modificato diverse volte, di 20 minuti in 20 minuti, via via fino alle 17, quando è stato confermato che ci sarebbe voluta tutta la notte per riparare i cavi danneggiati. A quel punto quindi Tennis Canada ha provveduto a spostare di un’ora l’inizio della sessione serale, dalle 18 alle 19, in modo da dar tempo a Hydroquebec di far arrivare tre generatori portatili all’impianto in modo da far funzionare i riflettori. I camion verdi dei generatori sono giunti a destinazione poco prima delle 19, osannati dalla folla in attesa dei match come salvatori della Patria: non crediamo di aver mai visto, e forse mai più vedremo, generatori di corrente celebrati in maniera così festosa.

Uno dei generatori che ha illuminato la sessione serale

In tutto questo bailamme, ciò che ha continuato a funzionare in maniera più o meno normale sono stati i canali televisivi, i quali, alimentati dai propri generatori, hanno continuato a trasmettere le immagini di tabelloni spenti e microfoni muti, contribuendo ad incrinare l’immagine di Montreal agli occhi del mondo in un momento piuttosto delicato. La città infatti si appresta ad ospitare, a partire da questa settimana, il Campionato Mondiale di calcio femminile Under 20. Il presidentissimo FIFA Joseph Blatter è in Canada per l’occasione, e nel corso delle sue conferenze stampa ha nemmeno troppo velatamente confermato come questa manifestazione può essere considerata come un mini-test per mettere alla prova la candidatura del Canada ad ospitare i Mondiali del 2026. C’è da sperare che Blatter non sia un grande appassionato di tennis…

Durante il match di Eugenie Bouchard, i generatori hanno iniziato ad alimentare anche l’edificio principale, consentendo di rimettere in funzione i ristoranti ed i servizi accessori, così come la sala stampa supplementare dove i media hanno avuto la possibilità, per la prima volta in molte ore, di collegarsi ad Internet, controllare i risultati e ricaricare le loro apparecchiature elettroniche arrivate ormai allo stremo delle… batterie. Purtroppo però la sala stampa principale sul centrale è rimasta al buio, quindi si è dovuto decidere se assistere al match dal vivo sul campo senza energia elettrica, oppure guardarlo in televisione dalla sala stampa accessoria dentro l’edificio principale, ragion per cui molti hanno scelto di rientrare in albergo e finire il proprio lavoro da lì.

Mai scelta fu più azzeccata di quella del sottoscritto di “inaugurare” in questa sciagurata giornata la nuova batteria ausiliaria per il nostro telefono cellulare, che per lunghe ore nel pomeriggio e nella serata è stato l’unico contatto con il mondo esterno: mentre i telefonini di tutti i colleghi progressivamente abbandonavano i loro proprietari, noi siamo riusciti a twittare ed a ricevere email fino alla fine della giornata senza particolari problemi.

Come ha detto il Direttore del Torneo Eugene Lapierre, una giornata che avrebbe dovuto essere storica per il debutto da Top 10 di Genie Bouchard davanti al suo pubblico, rimarrà comunque negli annali come una giornata storica, ma per ma per motivi completamente differenti.

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Lo Slam racconta: US Open 1938, il Grande Slam del Dragone Rosso

Il 24 settembre 1938 Don Budge – God, come lo chiamava Tilden – completa per primo il Grande Slam della racchetta. Nemmeno uno dei più devastanti uragani della storia fermò l’uomo nato per giocare a tennis ed essere il migliore

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Donald Budge - White City Stadium, Sydney, 1937

Il Great New England Hurricane si era formato il 9 settembre 1938 sulle coste dell’Africa Occidentale. Raggiunse il picco di intensità il 19 alle Bahamas con venti fino a 260 kmh e le isole lo deviarono verso la costa est. Quando investì la zona di New York prima di dissiparsi in Ontario l’uragano aveva perso intensità ma fu comunque sufficiente a procurare sette giorni da tragenda.

Anche quella mattina Don Budge guardò fuori dalla finestra, pioveva ancora e tenere a bada l’inquietudine cominciava a essere difficile. La finale degli US National Championships, l’incontro più importante della vita, continuava a sfuggirgli, come la tartaruga da Achille. Giorno dopo giorno. Al momento del match poi il centrale del West Side Tennis Club sarebbe stato fradicio e questo poteva favorire Gene e il suo tennis fatto di precisione e leggerezza.

“Forse gli dei del tennis non vogliono un novellino fra loro…” pensò nel forse unico accesso di superbia della sua vita, subito spento da una smorfia.

 

Forest Hills, 24 settembre 1938. Doveva vincere, doveva farlo adesso e contro il suo amico fraterno. Ora o mai più.

Era stato un lungo viaggio e mentre la pioggia batteva incessante sui vetri Don tornò a quella cena di quasi un anno prima quando l’amico campione Ellsworth Vines ( “…quando Ellie era in forma eri fortunato a toccare la palla” Jack Kramer dixit) cercava in tutti i modi di dissuaderlo dall’idea di tentare il Grande Slam, senza riuscirci. In qualche modo sapeva di potercela fare.

I ricordi si affastellavano uno sull’altro, il viaggio in nave dall’altra parte del mondo scandito dalle note di Benny Goodman, il caldo soffocante, l’erba australiana traditrice e le sconfitte in serie nei test match che precedevano gli Australian Championships. Poi quello più dolce, la vittoria in finale ad Adelaide contro John Bromwich per 6-4, 6-2, 6-1. Un massacro.

Parigi e Londra erano state conquistate sulle ali dell’entusiasmo, 13 games persi nelle due finali contro Menzel e Austin. Solo il barone Von Cramm avrebbe potuto contrastarlo validamente al Roland Garros ma da una prigione nazista era difficile giocare…

Non potendolo piegare alla svastica il regime lo aveva condannato a un anno di prigione per omosessualità e esportazione di valuta. Fu Budge stesso a promuovere una lettera di protesta firmata da 25 grandi atleti e consegnata nelle mani del fuhrer. La condanna fu ridotta a cinque mesi.

Aveva fatto il giro del mondo ma il viaggio vero era cominciato molto tempo prima.

I Budge erano scozzesi, e scozzesi delle Highlands, gente dura e scabra come le scogliere su cui batte incessantemente quel mare.

Il padre di Don è una giovane e dotata ala destra ventenne dei Glasgow Rangers quando durante un allenamento cade in un contrasto, sbatte la testa e sviene. L’azione si sposta altrove, la nebbia scozzese vela tutto e incredibilmente l’allenamento termina senza che nessuno noti l’assenza di John Budge. Passa un’ora prima che lo trovino ancora esanime a terra, la testa è a posto ma la pioggia gelida gli rovina per sempre i polmoni. Il medico consiglia climi miti e Budge senior sceglie Oakland, California settentrionale. Qui, il 13 giugno 1915, nasce Don, il Dragone Rosso.

Il colore dei capelli lo prese dalla madre Pearl Kinckaid anche se il figlio non li vide mai. Le erano diventati completamente bianchi per lo spavento durante il terremoto di San Francisco del 1906, quando il suo lettino era stato sbattuto da una parte all’altra della stanza.

Oakland è una mecca del baseball e Don gioca in ogni momento libero; è in quei pomeriggi che prende forma il più grande rovescio della storia del tennis. Il giovanotto è ambidestro e sul diamante batte da mancino. Quando il fratello maggiore lo porta su un campo da tennis impugna invecela racchetta con la destra ed è naturale per lui ricalcare esattamente lo stesso movimento memorizzato con la mazza da baseball. Stessa linearità, eleganza ed efficacia. Considerando poi che Budge giocò sempre con una Wilson Ghost da quasi mezzo chilo senza cuoio sul manico la differenza non era poi troppa.

I colpi vengono assimilati con una dedizione assoluta e quando in una sola estate cresce fino a un metro e ottantacinque il suo gioco diventa devastante.

L’ultimo tassello è la scoperta dell’anticipo. Nel 1935 Don era stato invitato ad arbitrare un’esibizione fra Perry e Vines e dal seggiolone era rimasto strabiliato da come Fred, ex campione mondiale di ping pong, colpiva la palla un attimo dopo il rimbalzo. Budge impiegò quell’inverno imparando ad abbinare la potenza all’anticipo e “… dopo aver colpito per settimane ogni centimetro delle reti di recinzione” riuscì nell’impresa.

Ecco la testimonianza di Julius Heldman, ex tennista, poi gran penna dello sport statunitense:

“Io sono cresciuto e ho giocato all’epoca di Don Budge e per quelli come me lui non era solo intoccabile ma il più grande giocatore di ogni tempo. Non consentiva a nessuno di entrare in partita e la sua potenza devastante non calava mai.”

Ormai era solo questione di tempo e il tempo era arrivato.

Quel 24 settembre tutti i dubbi e le paure vennero spazzati via da quel rovescio che era un dono degli dei. Solo nel secondo set Gene Mako riuscì a cogliere di sorpresa l’amico sottraendogli con un passante alla Rocambole l’unico set del torneo.

Negli altri tre non ci fu storia, come sempre quando The Big Red scendeva in campo.

24 settembre 1938, West Side Tennis Club, Forest Hills

John Donald Budge b. Gene Mako 6-3, 6-8, 6-2, 6-1

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Scene di famiglia in Canada: Aliassime suona il pianoforte prima della sua festa a sorpresa, Maria si allena con le figlie

Felix Auger-Aliassime si destreggia eccome anche con la musica, Tatjana Maria ha due nuovi piccoli membri nel team

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Felix Auger-Aliassime al pianoforte - Montreal 2022

I primi giorni di agosto sono particolarmente ricchi sotto l’aspetto dei compleanni nel mondo tennistico, e dopo quello di Roger Federer (celebrato a dovere dal campione svizzero capace di far emozionare il piccolo Zizou), e di Rod Laver (che in regalo ha ricevuto due top10), è toccato anche a Felix Auger-Aliassime. Il tennista canadese ha festeggiato l’8 agosto il suo 22esimo compleanno proprio durante il torneo di casa, e gli organizzatori hanno pensato bene di preparargli una sorpresa. Inizialmente il n.9 del mondo Aliassime si era preparato per una esibizione al pianoforte – strumento dove si destreggia egregiamente – al fianco della compositrice Alexandra Stréliski. Dopo qualche pezzo, i due hanno iniziato ad intonare ‘Tanti auguri a te’… e a quel punto tutti gli amici e parenti del tennista sono usciti allo scoperto, suscitando non poca emozione nel giovane tennista. Preso dalle lacrime, Felix ha ringraziato tutti prima di procedere ai festeggiamenti.

A quanto pare il torneo National Bank Open non vuole essere avaro di situazioni emotive in questa edizione; e mentre a Montreal andava in scena la festa di Aliassime, a Toronto Tatjana Maria si allenava con il prezioso aiuto delle sue due figlie, Charlotte, nove anni, e Cecilia, uno.

 

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Umago Stories 4: “So cosa hai fatto l’estate scorsa”

Cancellato nel 2020, il Croatia Open è tornato nel luglio 2021: ma in che vesti? In ritardo di un anno (o abbastanza puntuali), tornano le storie a margine dell’ATP 250 sulla riva orientale dell’Adriatico

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ATP Umago – All'esterno dei campi esterni (foto MS)

Umago Stories

Umago Stories 2

Umago Stories 3

 

Domanda scaduta

Sono passati sette giorni dalla finale di Wimbledon raggiunta da Matteo Berrettini quando sul campo da tennis ti domandano perché tu non sia a Umago a vederti un Cobolli-Altmaier in azione proprio in quel momento. Non hai una buona risposta. Pensi anzi che vorresti essere là anche per Holger Vitus Nodskov Rune e chiedergli se, all’anagrafe, i suoi genitori o l’impiegato si siano dimenticati di mettere la virgola dopo Holger e così deve andare in giro con un numero insensato di nomi. E, in ogni caso, se la tendenza è di abbreviare come insegna Sir Andrew Barron Murray, quell’Holger Vitus eccetera vuole essere un vezzo distintivo oppure si è registrato “al completo” presso l’ATP per rompere le scatole a chi ne scrive? Scrive di lui, non delle scatole. Il problema di base è però la regola del Croatia Open 2021 “no media on site”, niente scrittori di tennis sul posto: ecco perché non sei là. Non che ciò ti impedisca di andarci come spettatore, in effetti. Deciderai con calma, mentre per la tua domanda al giovane danese ci sarà un’altra occasione. No, non ci sarà, perché in novembre si libererà di un paio di nomi diventando semplicemente Holger Rune. Anche se è quello che auspicavi dall’inizio, sospetti che l’abbia fatto solo per privarti del piacere di esibire l’arguta domanda.

Invisibile ma non abbastanza

Hai preparato praticamente tutto e riempito l’auto la sera prima, ti sei alzato ragionevolmente presto, eppure imbocchi l’autostrada quando è ormai mezzogiorno. Destinazione Umago. Gli incontri iniziano alle 16.30, non vuoi perderne neanche un minuto eppure ti permetti una sosta in stile Aldo di Aldo Giovanni e Giacomo in homeriano ritardo nel film Chiedimi se sono felice. La decisione di partire presa una dozzina di ore prima implica il pernottamento in campeggio e relativo uso della tenda “getta e usa” che getti all’ombra di un grosso albero quando stanno per scoccare le 16. Voli nella doccia, i cui socialmente inderogabili nonché benefici effetti saranno poco dopo vanificati dai cinque minuti di attesa al sole davanti alla biglietteria – il tempo necessario alla coppia entrata prima di te per compiere chissà quale complessa e certamente oscura operazione. Da dietro il banco, la ragazza ti dice che la tribuna ovest è sold out e dovrai perciò abbronzarti il lato sinistro del viso appollaiato nelle vicinanze della telecamera principale. Durante i cambi campo del match tra il mancino italico e il gallo monomane, getti lo sguardo oltre il parapetto verso il doppio in corso sul campo 1 in modo da prendere il sole anche sulla guancia destra. Il match sembra divertente, ma le gradinate sono pressoché deserte. Torni pigramente verso il tuo posto quando Giannessi si appresta a servire sul 15 pari; con tuo sommo disappunto, tuttavia, né i giocatori né l’arbitro ti chiedono di sederti: non è la prima volta che provi a essere tu l’immancabile disturbatore che si ostina alla ricerca del proprio posto mentre tutti lo fischiano, ma niente, non ti si fila mai nessuno. Una delusione che è poca cosa rispetto ai sentimenti che genera la vista della stupida automobile esposta nell’angolo dove gli altri anni solitamente sedevi armato di blocco note e con al collo il badge Press.

Gasquet vince e decidi di andare da Travaglia sul Grand Stand e magari vederti un po’ di doppio, con la tua mente che rifiuta una realtà resa fin troppo esplicita dall’assenza di spettatori. Una transenna metallica si allunga dallo Stadium Goran Ivanišević verso il campo 1, impedendo l’accesso a quello e ogni altro campo. Lunga venti metri e alta due, prima neanche l’avevi notata: un caso da manuale di cecità selettiva. Decidi allora di trotterellare sotto la tribuna ovest in direzione nord nella donchisciottesca convinzione di trovare una via di accesso al Grand Stand invece di una transenna gemella. L’addetto alla sicurezza si accorge della tua presenza quando ancora non sei entrato nel suo campo visivo e ti scruta con la faccia di chi ha capito le tue intenzioni prima di te stesso; si alza dalla sua sedia di plastica per spiegarti gentilmente che quella zona dell’impianto è accessibile solo a chi ha un badge e che no, quello di due anni fa non vale.

Opti per due passi sul lungomare prima di tornare per l’incontro successivo sul Centrale, esci di nuovo dall’impianto per cenare, rientri. Ogni volta verificano il QR-code – insieme al documento, altrimenti sarebbe inutile –, mentre di fianco all’ingresso principale c’è la possibilità di fare un test rapido per poter accedere se sprovvisti di green pass. La terza volta che passi di fianco ai quattro spettatori italiani che siedono un paio di file davanti a te, li saluti. Nessuna reazione, a parte un paio di sguardi accigliati del tipo “chi è questo?”. Oltre alla risposta che reprimi con non poco sforzo, l’unica cosa a cui riesci a pensare è che, pur apprezzando gli sforzi encomiabili degli organizzatori per metterla in scena rispettando tutte le restrizioni, questa edizione del Croatia Open è quasi più triste di quella dell’anno scorso. E nemmeno c’era stato il torneo nel 2020. La mattina dopo, giovedì, levi le tende (la tenda, vabbè) e fai rotta verso sud.

Isolato

È giovedì e sei nel sud dell’Istria, ma è settembre, pochi giorni dopo la finale dello US Open. Sul punto di addormentarti, sobbalzi sentendo un rumore poco rassicurante. Un minaccioso verso ferino ha squarciato il silenzio della notte a pochi passi dalla tua tenda. Poco convinto, apri la sottilissima parete che separa la zona notte dalla zona giorno: nessun segno di vita aliena. Ancora meno convinto, inizi lentamente ad alzare la cerniera per controllare l’esterno. Nell’oscurità, intravedi la sagoma di un camper distante una cinquantina di metri, peraltro l’unico altro occupante di quella zona del campeggio. Ti viene in mente il film Backcountry, con la giovane coppia accampata tra le montagne dopo aver smarrito il sentiero – non una commedia, per essere chiari. Di nuovo quel suono, che sarebbe bello se fosse un tipo mezzo ubriaco intento a imitare il verso di un maiale. Il fascio di luce del tuo cellulare incrocia invece un cinghiale. Anzi, due. Sono a una ventina di metri da te. Ispezioni nelle altre direzioni. Tre, quattro, cinque. Sei accerchiato. Un paio sono belli grossi.

Non sai se devi preoccuparti, così cerchi su internet per capire la posizione del cinghiale nella scala della pericolosità che va da cucciolo di criceto sotto ritalin a tigre dai denti a sciabola che non mangia da due giorni. Stando al web, se non li importuni, non ti fanno nulla. Chissà se i quadrupedi che hai di fronte (e di fianco e alle spalle) hanno letto lo stesso sito. Ti dirigi verso la reception, ovviamente in automobile – non tanto per il timore di essere mezzo sbranato, quanto per non ritrovarti a dichiarare, mezzo sbranato, “su internet uno diceva che non erano pericolosi”. Domandi al custode se sia normale la presenza di una mandria di cinghiali. Risponde di sì – sarà una buona notizia? – e di non preoccuparti perché finora non hanno né morso né aggredito nessuno. Finora. Cos’è questa padronanza della lingua italiana? È straniero (cioè, tu sei straniero, ma il concetto è chiaroi), che dica “non fanno niente” e siamo a posto. No, deve pure sfoggiare l’avverbio, questo fenomeno. Torni alla tenda (te l’eri richiusa alle spalle da profondo conoscitore dei film horror, quindi al massimo troverai ad attenderti uno con maschera di Scream e pugnale, non un suino), controlli la posizione dei quadrupedi, prendi cuscino e sacco a pelo e dormi in macchina.

Umago Reloaded

Nonostante le previsioni meteo assicurassero il sole fino al primo pomeriggio, il cielo è già coperto di nuvole foriere di pioggia. Con la prospettiva di almeno tre giorni di tempo pessimo, non si può che prendere la strada di casa. Tuttavia, se a Portorose non piove, Jasmine Paolini giocherà tra un paio d’ore e una sosta diventa quasi obbligatoria. Un’ora dopo, ti ritrovi invece fermo in coda alla frontiera con la Slovenia. Anzi, ben prima dell’ultima uscita dall’autostrada croata. Il sito del hrvatski autoklub dichiara sette chilometri di coda: non pensavi che un match di Paolini attraesse tanta gente. Jasmine ti perdonerà se rinunci a quella che è diventata un’impresa impossibile: esci dall’autostrada e ti fermi a Umago dove un cartello ti svela che sono in corso i Campionati del Mondo ITF per Veterani. Già, non contento dell’esperienza di due mesi prima, torni sul luogo del delitto, il Centro Stella Maris. Nessuno controlla l’accesso. Accedi.

La tua attenzione è subito rubata dal bel suono che fanno due tennisti “over qualcosa” (non sei mai stato bravo ad attribuire l’età a qualcuno) quando impattano la palla in una partita di allenamento. Uno che potrebbe essere spagnolo o quantomeno posseduto da uno spirito spagnolo scortica palle pesantissime accompagnate da un lamento troppo lungo verso un altro all’apparenza meno giovane che subisce, non tiene il ritmo, è costretto a fare il tergicristallo epperò macina punti e game. Pochi minuti e sei sul Centrale, dove diventi il terzo spettatore a osservare il doppio della finale tra Olanda e Germania che assegna la Suzanne Lenglen Cup, trofeo femminile a squadre over 35. Stravincono le olandesi, grazie anche alle drop volleys mancine di un’orange che la palla sembra restarle dolce prigioniera del piatto corde per alcuni secondi. Palla che una tedesca tenta di scaraventare nella laguna appena perso l’incontro, ma finisce appena fuori dallo stadio dopo essere rimbalzata su un seggiolino dell’ultima fila. Pensi che non sarebbe male come trofeo da portarsi a casa, ma poi decidi che dà meno nell’occhio appropriarsi della palla e ti dirigi furtivo verso l’uscita nord-ovest (il tuo senso dell’orientamento nell’impianto prescinde dalla presenza del sole). Eccola lì, bella, gialla, quasi nuova. Di una marca che eviti, pazienza.

Inebriato dalla libertà di girare per l’intero impianto, ti rechi sul campo 5 dove è in corso un match del tie tra Portogallo e Francia valido per il terzo posto della Lenglen. Non capisci chi abbia vinto perché sull’ultimo punto ti sei distratto un attimo, colpa di un’avvenente giocatrice di circa 182 cm che ti è passata accanto. Mentre ti incammini verso il Grand Stand, rimugini sul fatto che il segno più doloroso dell’età che avanza non sono gli acciacchi in campo, bensì incrociare una bella tennista veterana e pensare d’istinto, chissà se ha una zia single.

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