Attesa per Djokovic-Murray Deludono Errani e Bencic

Editoriali del Direttore

Attesa per Djokovic-Murray Deludono Errani e Bencic

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TENNIS US OPEN –  Flavia Pennetta contro Serena Williams spera di far meglio di Sara Errani (60 61) con Caroline Wozniacki. Delude anche l’altro quarto Peng-Bencic. Giappone in festa per Nishikori. Gaffe WTA per Pennetta-Hingis. Serena scherza. Il segreto di Monfils: non avere coach. Che noia Cilic-Simon ma che sforzo

Guarda il videocommento di Ubaldo Scanagatta al Day 9 degli US Open

 

Ora anche gli uomini fanno sul serio. Era l’ora. Stasera c’è Djokovic n.1 del mondo contro Murray, falso n.9, in realtà come dice John McEnroe, almeno n.4.
Per quanti anni ho sentito dire in cabina tv a Rino Tommasi che il torneo femminile d’uno Slam, con un assurdo tabellone di 128 giocatrici, cominciava nei quarti di finale.

Adesso, ormai da tempi dei Fab Four sebbene qui ne manchi uno, è quello maschile che fino ai quarti sa di poco o nulla. Non mi direte che Berdych-Thiem (61 62 64) o Federer Bautist-Agut (64 63 62) siano stati match ricchi di suspence! Federer nei quarti troverà Monfils (vittorioso in 3 set su un Dimitrov scialacquatore per aver buttato in particolare il vantaggio di 6-3 nel tiebreak del secondo set: “Ci vuole anche fortuna, ho fatto una palla corta orribile a metà campo e Dimitrov l’ha steccata altrimenti avrebbe vinto lui il secondo set e sarebbe stato magari tutto un altro match”) contro il quale ha vinto 6-4 al terzo dopo una bella lotta a Cincinnati. E Cilic, finalmente vittorioso su Simon dopo un poker di sconfitte, non riesce purtroppo ad entusiasmarmi. Tanto mi divertiva  il suo coach Goran Ivanisivic, che pure a volte per via di troppi aces venne anche fischiato (a Parigi Bercy contro Medvedev), tanto mi annoia Cilic. Peraltro bravissimo ed educatissimo ragazzo.

Il primo vero grande scontro accade appunto nei quarti di finale e mette di fronte Novak Djokovic, orfano di Marian Vajda che ormai si occupa più di sua figlia che di Nole (sennò sua moglie divorziava!) e Andy Murray, l’unico top-40 allenato da una donna…dopo essere stato cresciuto da una donna. Nel mezzo espatriò in Spagna da Sanchez e Casal, che se rimaneva in Gran Bretagna non diventava nessuno.
Poi ne sono successe tante. Sia a Djokovic sia a Murray, separati da soli sette giorni nella nascita come ho scritto centinaia di volte, ma la memoria va rinfrescata a chi non l’ha. Murray è sette giorni più anziano, 15 maggio  1987, Djokovic 22 maggio. Non potrebbero essere più diversi, il primo introverso, quasi taciturno, il secondo estroverso, chiacchierone. Chi crede ai segni zodiacali attribuirà questa differenza al fatto che Murray è un Toro e Djokovic un gemelli, ma mi sembra una spiegazione poco credibile.
Hanno vinto entrambi questo torneo, ok? La differenza fondamentale però è che uno ultimamente al di fuori di un problemino al polso è sempre stato sano come un pesce -sarà la dieta priva di glutine? – e l’altro invece dacché si è operato alla schiena non è più stato lo stesso, tant’è che non aveva più battuto un top-10 dal memorabile  Wimbledon 2013, quello che ha definitivamente seppellito Fred Perry, il campione del triennio 1934-1936.

La proprietà transitiva nel tennis non esiste, però è curioso che il top-ten battuto da Murray sia quel Tsonga che per l’appunto aveva battuto Djokovic a Toronto. Riuscirà Andy a giocare nuovamente come quando ha vinto l’oro olimpico, Wimbledon, l’US Open…quando – ecco l’altra stranezza – in finale ha sempre battuto proprio Djokovic. Il fresco sposo serbo non ha voluto mancare di rispetto ai suoi primi quattro avversari, ma il suo vero torneo comincia adesso. Lo sa benissimo.
Lo ha imparato attraverso 20 duelli, di cui 12 li ha vinto JokerNole.  Ma  a vedere il bilancio degli Slam, i 3 set su cinque insomma, il margine si restringe, la differenza è solo 3-2 a favore di Djokovic.
Il serbo non aveva giocato granché bene quest’estate, dopo la vittoria a Wimbledon su Federer e il matrimonio nel Montenegro,
Ma qui ha invece dominato i suoi avversari e raggiunto per la ventiduesima volta di fila i quarti. Non siamo ancora a livello di Federer che mi pare – cito a memoria – avesse raggiunto 23 volte di fila le semifinali e 36 (avete letto bene: 36) i quarti; servono più di altri 4 anni così a Djokovic per raggiungerlo.
Non vedremo molte volée, temo. I due coetanei preferiscono lottare da fondo, palleggi estenuanti (che con l’umidità di questi giorni, 32 gradi non sarebbero nulla se non fosse che ti si appiccicano i vestiti addosso, giocare deve essere terribile…Cilic e Simon che lo hanno fatto per più di 4 ore mi facevano pena), grandi recuperi e grandi rincorse.
Djokovic ha messo le mani avanti: “Andy dà il suo meglio negli Slams. Ha avuti alti e bassi quest’anno dopo l’operazione, ma nei match che sente sta bene e può giocare ad alto livello”.
Speriamo giochino alla grande tutti e due, perché finora il torneo maschile ha offerto qualche maratona, qualche spezzone di buon tennis, ma niente di memorabile.

Memorabile…beh, per il Giappone lo è stata certamente la vittoria in 4 ore e 19 minuti di Nishikori 64 al quinto e nel mezzo due tiebreak, contro Milos Raonic. Erano le tre e mezzo del pomeriggio in Giappone quando Nishikori ha concluso la sua maratona. Il Giappone ha un 130 milioni di abitanti ma i diritti tv li ha una Pay tv e i colleghi giapponesi non sono stati in grado di dirmi quanti siano gli abbonati. Però in Giappone la notizia ha fatto presto il giro di tutto il Paese ed ha aperto anche i telegiornali.

In fondo ad una delle due gigantesche sale stampa dell’US Open c’è un …quartiere asiatico. Le ultime due file per una dozzina di desk ciascuna sono tutte occupate da cinesi a giapponesi.

Meno male che la distinzione è netta, così non si corre il rischio di sbagliare e di confondere un cinese cui chiedere qualche indiscrezione sulla Peng (tipo quella che non giocherà più con la Hsieh, ma proverà un paio di doppi con la Hlavackova e poi forse con la Hradecka) con un giapponese cui chiedere di Nishikori e precedenti storico tennistici di quel Paese.

Così ho scoperto che i giapponesi hanno un libro di statistiche sul tennis e i tennisti giapponesi che risale agli albori del tennis. Il problema è riuscire a leggerlo. Almeno i nomi. Se uno sapesse orientarsi su quelli basterebbe poi leggere i numeri che sono scritti in numeri arabi. Dopo faticose ricerche e traduzioni ho “scoperto” che Kei Nishikori non è affatto il primo giapponese che va così avanti in questo torneo. Ma occorre risalire però alle calende greche, a subito dopo la prima guerra mondiale per trovare il primo giapponese capace di andare più avanti di lui a New York quando il torneo non era ovviamente ancora open: Ichiya Kumagai.

Nel 1920 un altro giapponese Zenzo Shimizu avrebbe giocato uno degli ultimi Challenge Round a Wimbledon (poi aboliti dal 1922).
E Jiro Sato avrebbe fatto semifinale a Wimbledon facendo invece tutto il percorso di un torneo regolare nel 1933. Se Kimiko Date è stata, più di due Sawamatsu, la migliore tennista giapponese, Shuzo Matsuoka è stato il migliore dell’era open: salì fino a n.46 Atp. Arrivò nei quarti a Wimbledon nel 1995 perdendo da Sampras, ma giocando sempre un tennis brillante. Aveva per l’appunto battuto proprio Sampras quell’anno in un torneo a Boston.
Quello di Boston era un torneo che portava bene ai giapponesi perché Jun Kamiwazumi nel ’74 batté nientemeno che l’americano Stan Smith, campione di Wimbledon e di Coppa Davis nel 1972, sia a Boston che al Roland Garros. Ricordo poi un altro giapponese più modesto, incredibile pedalatore, Iun Kuki, che disputò il “mio” torneo di Firenze e un anno se non sbaglio batté pure Bertolucci.

Comunque se avrà recuperato le 4 ore e 19 di gioco dell’altra sera contro Raonic, dominato quando dalla fase servizio-risposta si passava a scambiare, penso che Nishikori abbia anche il tennis adatto per poter sorprendere Stan The man Wawrinka.

Qui sotto ho raccolto poi alcune note sparse. Una riguarda la sottovalutazione – da parte WTA – del risultato ottenuto da Pennetta e Hingis su Peschke e Srebotnik. Martina è tornata 12 anni dopo in semifinale ad uno Slam. La Wta ha organizzato la conferenza stampa di Martina e Flavia in una saletta piccolissima. La n.2. E stata presa d’assalto dai giornalisti, qualcuno non è riuscito nemmeno ad entrare. Era stato il sottoscritto a chiedere che fosse chiamata anche Flavia. Inizialmente la Wta aveva chiesto solo a Martina di intervenire…temendo forse che qualcuno chiedesse a Flavia del singolare che l’attende con Serena, anche alla luce del piccolo infortunio al piede accusato dalla stessa Serena…che però ha minimizzato tramite un comunicato del suo manager, dicendo trattarsi di roba di poco conto. Sarà vero? Nel doppio perduto dalle sorelle lei ha giocato da cani, ha perso il servizio ad ogni inizio set e ha chiuso perdendolo di nuovo con due doppi falli finali e dando così via libera a Makarova-Vesnina.

Martina e Flavia si erano abbracciate con gioia quando Flavia aveva chiuso con una bella volée di rovescio, intercettando a rete, il matchpoint. E Martina sprizzava gioia da tutti i pori anche in conferenza stampa (rigorosamente in inglese), apparendo molto pi simpatica e alla mano del solito. “Sono stata io a chiedere a Flavia se voleva giocare con me, perché ci avevo giocato contro in un doppio nel quale avevamo praticamente giocato in singolare una contro l’altra e lei aveva giocato molto bene” ha raccontato Martina.
Flavia ha poi aggiunto come l’amicizia si sia cementata fra loro in particolare a Bournemouth quando “la sera mangiavamo sempre insieme”. Le due ragazze si sono fatte anche confidenze sui rispettivi amori e vicissitudini varie. Ricorderete che Martina si era sposata con un ricco allevatore di cavalli che l’ha poi denunciata sostenendo di essere stato addirittura picchiato da lei…ma non so come sia andata a finire la vicenda che adesso Flavia conosce molto meglio di tutti noi ma non ha giustamente voluto rivelarla.

Comunque Martina era raggiante e non certo per i 124.450 dollari (diviso due) che le sono arrivati in tasca per aver raggiunto le semifinali, quanto per la scoperta di essere ancora competitiva. E al prossimo turno battere l’indiana Sanja Mirza e la tennista dello Zimbabwe Cara Black, classe 1979, che ha un anno più di Martina (33 anni) e meno classe (un po’ ce l’ha però, ma è ancora più piccolina…) non dovrebbe essere impossibile. Con l’uscita di scena delle due Williams il titolo del doppio è alla portata di più coppie, inclusa la loro.

È finita la striscia della Bouchard abbonata alle semifinali degli Slam 2014. Le farà bene tornare con i piedi sulla terra. Ultimamente camminava con i piedi 30 centimetri sopra.
Su Serena ( e altre top-players) sono uscite su USA Today statistiche sui chilometri corsi mediamente in un match. E’ emerso che Serena corre meno di molte altre. Glielo hanno riferito e lei ha risposto ridendo: “Non ho un’età (quasi 33anni) dove voglio correre troppo, la mia amica Wozniacki invece aspira a fare la maratona di New York”.

Quella statistica, presa molto sul serio dai colleghi americani meno preparati, è un “nonsense”. Come tutte le stats andrebbe interpretata. Lei corre meno delle altre semplicemente perché è lei che comanda il gioco e fa correre le altre. Viceversa le altre non riescono a far correre lei. È in gran forma, Serena, almeno come sense of humour: “Non avrei mai pensato che sarebbe stato così eccitante raggiungere i quarti!” ha risposto ridendo a crepapelle a chi le chiedeva quanto fosse importante per lei aver centrato quest’obiettivo sfuggitole in tutti gli altri Slam del 2014! “
E più tardi a me, quando le ho chiesto non so nemmeno più che cosa sul suo imminente match con la Errani, ancora ridendo mi ha detto: “Ma tu la fai mai una domanda che non riguardi una giocatrice italiana?” Mi sono ripromesso di farla stasera, ma solo se avrà vinto e sarà di buon umore. Le chiederò che cosa pensa del tennis svedese!

Serena ha anche spiegato il perché del suo notevole buonumore in tutti questi giorni: “Ora sono più rilassata, non devo vincere più per forza – potrebbe essere un limite, attenzione e forza Flavia! – sento che ho avuto una splendida carriera, certamente migliore di quella che mi aspettavo” Ma proprio nessuno stress? Sì invece. “Sono un po’ stufa di Chip, il mio cagnolino, sarebbe meglio che ci separassimo per un po’. Mugola di continuo, piange, credo che parli a me, ma non lo capisco e mi sta stressando!” Patrick Mouratoglou il fidanzato e coach di Serena sottolinea: “Serena non ha ancora perso un set”.

Grande simpatia da parte di tutte le tenniste la riscuote Gael Monfils che si è preso una saporita vendetta nei confronti di Roger Rasheed, suo ex coach che ora allena Grigor Dimitrov. Monfils non ha coach da un anno e mezzo e da una parte dice che si trova bene così, dall’altra dice che lo sta cercando ma quelli che piacciono a lui vorrebbero tutti lavorare part-time. “Adoro Monfils -dice Jim Courier – ma non mi piacerebbe fargli da coach, troppo matto”. “La Monf” per ora non ha perso un set, anche se con Dimitrov meritava di perdere il secondo. Paul Annacone, che fra gli altri ha allenato Sampras e Federer osserva: “Nessuno può dirsi miglior atleta di Monfils nel mondo del tennis…”,
La Monf, 28 anni lunedì, con gli auguri cantati da da Vika Azarenka coram populo, è stato semifinalista a Parigi nel 2008 e tre volte nei quarti sempre al Roland Garros. Ma l’ultima volta risale al 2010. Talento ce l’ha di sicuro. Il difetto principale sta nell’accettare di farsi sospingere dietro a rincorrere. Mentre Djokovic anticipa, lui…posticipa. Ma è un formidabile difensore. Mats Wilander, che ama farsi invitare da me per mangiarsela bresaola di cui va matto (“se ben condita da un italiano con parmigiano, olio di olive e limone”) dice che Monfils si diverte troppo a fare spettacolo con il fisico: “Se fossi suo coach non glielo permetterei”.
Guy Forget, che lo ha convocato per la semifinale di Coppa Davis contro la Repubblica Ceca dei soliti due (Berdych e Stepanek, ma Rosol adesso ha una sua dignità) insieme a Gasquet, Tsonga Benneteau (lasciato fuori Simon che per poco non batteva Cilic, ma gli serviva anche un doppista) prima che Gael battesse Dimitrov diceva: “Se Monfils batte Dimitrov o chiunque altro non dirò mai :’Incredibile!’. Solo per Djokovic lo direi, ma per il resto può bartere chiunque”.

Per finire un’osservazione dopo che CiCi Bellis, quindicenne di cui si è fatto un gran parlare quando ha sorpreso la Cibulkova al primo turno, ha perduto al secondo turno da una russa, Natalia
Vikhlyantseva. Avete presente la grande banalità che si sente spesso dire “Non ha nulla da perdere” quando si pensa che comunque (lui o lei) perderà? Beh qualche volta è vero. Per la Bellis era più facile giocare con la Cibulkova tirando a tutta randa senza alcuna responsabilità, che non affermarsi come la più forte di tutte le junior. Così ha perso. Seconda osservazioni. Nulla di personale, ma speriamo che la Vikhlyantseva non diventi forte con quel nome impronunciabile, perché ci farebbe impazzire. Volete mettere con Bellis?

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Australian Open: Jannik Sinner ha più pazienza (e classe) dei suoi fan

Si pretende troppo da lui. Sbaglia chi si dichiara deluso per la sconfitta del tennista altoatesino con Shapovalov. E non era giusto dargli un giorno di riposo in più

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Per dare l’idea delle pesanti, esagerate aspettative che già perfino ieri sono cadute sui riccioli rossi di Jannik Sinner, siamo già al punto che una sconfitta arrivata per 6-4 al quinto set (3-6 6-3 6-2 4-6 6-4) dopo una maratona di quasi quattro ore e una palla mancata per il 5-5 contro il n.12 del mondo Denis Shapovalov, sembra essere percepita da molti impazienti appassionati come una piccola grande delusione.

Niente di più ingiusto. Il ragazzo altoatesino mostra una maggiore maturità rispetto ai suoi fan anche nella sconfitta che resta comunque dolorosa, la seconda al quinto set in uno Slam dopo il 76 s-ubito nel set decisivo con Khachanov a New York, e mi ha detto con grande lucidità e fairplay: “Ho dato quel che potevo, non ci sono scuse. Credo di aver fatto le scelte giuste anche se ho perso. Analizzerò con Riccardo Piatti se avrei dovuto giocare nel game finale lungolinea invece che incrociato, ma “Shapo” ha meritato di vincere perché i punti importanti li ha giocati meglio lui. Se perderò una terza volta al quinto set, magari mi preoccuperò, ma prima o poi vincerò”.

Jannik lo dice stropicciandosi gli occhi, come se non riuscisse neppure a tenerli aperti. Era visibilmente stanco, provato, ma ha rifiutato orgogliosamente di aggrapparsi al minimo alibi. Che tempra.

 

Eppure le attenuanti non mancherebbero. L’inevitabile stress per un torneo appena vinto meno di 24 ore prima, il secondo in carriera e di fila, tutta una serie di battaglie – anche due in un giorno – la “vendetta” consumata con un bel 7-6 al set decisivo in 3h e 10 m di rincorse con Khachanov dopo avergli annullato un match point.

Jannik ha perso la più bella partita del primo giorno d’Australian Open, dando ragione alle attese degli organizzatori che l’avevano programmata match clou nella sessione serale sulla Margaret Court Arena. La sfortuna ha voluto che Jannik si trovasse fra i 64 giocatori della metà alta del tabellone, quelli destinati a giocare il primo giorno.

Pazienza, dice lui. E noi con lui. Io stesso mi ero chiesto se non sarebbe stato più giusto che gli organizzatori consentissero ai finalisti di un altro loro torneo conclusosi domenica un giorno extra di riposo. Mi sono risposto che non sarebbe stato giusto. In fondo la finale del Melbourne 1 (Great Ocean Road) era previsto sulla corta distanza dei due set su tre (tant’è che Sinner ha vinto la finale in due). Perché quindi programmare due partite di fila di Slam, quindi tre set su cinque? Non sarebbe stato neppure conveniente per lo stesso Sinner. Figurarsi per Shapovalov. Non è colpa di Shapovalov se Sinner ha deciso di giocare un torneo che finiva di domenica, pur considerando le complicazioni che sono derivate dal giovedì in cui non si è potuto giocare.

Il neo 32 del mondo ha dimostrato che con il ventunenne mancino canadese non c’è proprio il gap di 20 posti del ranking ATP. Lo ha detto lui stesso in conferenza, a margine dei dei dovuti complimenti all’avversario: “Non c’è tutta questa differenza tra me e lui. Semplicemente, oggi ha giocato meglio di me i punti importanti“. Considerazione lucida e onesta che, mi pare, conti più di qualsiasi altra. Jannik ha 2 anni di meno, ve lo ricordo.

Nella prima ora di gioco, anzi, è stato decisamente superiore. Poi, calato d’intensità, ha perso secondo e terzo set per ritrovarsi sotto d’un break nel quarto. Ma con smisurato orgoglio ha rimontato e vinto il set. Purtroppo all’inizio del quinto ha subito lui il break che non è più riuscito a recuperare pur avendo sfiorato il cinque pari.

Non ha mai mollato insomma. Anzi ha lottato fino all’ultimissima palla, spendendo tutto quello che aveva. Ha perso, non ha accampato scuse, è una sconfitta che va vista in positivo. Forse è perfino più importante di una vittoria, e anche questa considerazione l’aveva fatta lui stesso in conferenza dopo aver battuto Travaglia. Non c’è nessuno motivo per perdere la nostra fiducia nelle sue qualità. Anzi, ce ne sono parecchi per credere ancora di più in lui.

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Australian Open, 6 vittorie azzurre e 8 KO al primo turno: poteva andare meglio, no?

Con le delusioni Cecchinato e Seppi e l’amaro in bocca per Sinner, la risposta è sì. Bravissima Errani, e adesso può sorprendere Venus. Bello il derby Fognini-Caruso

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All’interrogativo posto dal titolo, a seguito di sei vittorie al primo turno e otto sconfitte, mi viene fatto di rispondere che sì, certo che poteva andare meglio.

Chiaro che è facile dirlo, scriverlo stando davanti a un computer, però le vittorie che io pensavo potessero arrivare con percentuali vicine al 50% e non sono venute – premesso che mi sarei accontentato della metà – erano quelle di Mager, Travaglia, Cecchinato, Cocciaretto e…(why not?) Sinner. Cinque speranze svanite.

Di vittorie inattese, comunque arrivate fuor di mio pronostico una sola: quella di Sara Errani sulla Wang. E brava Sara. Dovrei darle a questo punto fiducia anche con Venus Williams, 40 anni, all’ottantottesimo Slam? 73 anni in due, match più “anziani” anagraficamente è difficile ipotizzarli. Se Venus non riuscisse a fare 50 risposte vincenti sulle seconde dal basso di Sara, boh, magari ci scappa un’altra vittoria a sorpresa. Sara vanta un quarto di finale a Melbourne 2012, nove anni fa, ai suoi bei tempi (2012) e Venus ben altri record, compresa due finali (2003 e 2017), ma 40 anni pesano più di 33. Se – vista dalla prospettiva di Sara –  gli scambi si prolungassero e diventasse una gara di corsa, ci potrebbe essere lotta e sorpresa.

 

Tornando al bilancio di primo turno – con 14 azzurri al via: il record di 15 era stato nel ’92 – il primo duro colpo era arrivato dalla prima giornata dell’Australian Open, perché i maschi (che quest’anno eguagliavano il record di partecipazione del ’92 e di un anno fa con 9 presenze) sono schizzati fuori in tre su tre, Mager con Karatsev, seguito da Travaglia con Tiafoe e da Sinner con Shapovalov.

Nella seconda giornata gli altri sei uomini hanno chiuso sul 4-2, con le convincenti vittorie di Berrettini (Anderson), Fognini (Herbert), Sonego (Querrey) e Caruso (Laaksonen), tutte in tre set.  12 set a zero. Onestamente non pensavo che Seppi, ormai purtroppo un po’ in disarmo (anche se continua a battersi) potesse battere Cuevas, ma mi illudevo sul conto di Cecchinato, soprattutto dopo il primo set vinto su McDonald. Invece il Ceck ha perso le uniche due partite giocate qui in Australia (tra Slam e torneo di preparazione): la trasferta nella terra dei canguri è stata un vero disastro. Tant’è che ha dichiarato di essersene pentito. Se non si convince che sul cemento occorre giocare in modo diverso rispetto alla terra, temo che avrà poche soddisfazioni anche in avvenire.

BILANCI, TRA 2020 E 2021

Il bilancio uomini dunque è quattro vittorie, ben vissute, e cinque sconfitte, con quella di Sinner che brucia più delle altre solo perché è arrivato a un soffio dal 5 pari al quinto, quando avrebbe ancora potuto succedere di tutto dopo 4 ore di gioco e tanta stanchezza. Anche il bilancio delle cinque donne è negativo, due sole vittorie (Giorgi su Shvedova e Errani su Wang) e tre sconfitte (Trevisan con Alexandrova, Paolini con Karolina Pliskova, Cocciaretto con Barthel), ma direi che era nelle previsioni, salvo invertire la vittoria della Errani con la sconfitta della Cocciaretto.

Un anno fa il bilancio dei nove uomini si concluse allo stesso modo: quattro vittorie (Berrettini su Harris, Sinner su Purcell, Seppi su Kecmanovic, Fognini su Opelka), cinque sconfitte (Caruso con Tsitsipas, Travaglia con Garin, Sonego con Kyrgios, Cecchinato con Zverev, Giustino con Raonic). Delle quattro donne nel 2020 passò il primo turno solo Giorgi (su Lottner). Persero Trevisan con Kenin, Cocciaretto con Kerber, Paolini con Bunkova.

Insomma, se non è zuppa è pan bagnato.

Un Sinner vittorioso avrebbe fatto la differenza, perché il secondo turno  che adesso è di Shapovalov (Tomic) lo avrebbe visto favorito e al terzo turno con Auger-Aliassime e poi al quarto con Schwartzman poteva esserci partita.

Ma rispetto a un anno fa, quando dei quattro superstiti tre persero (Sinner da Fucsovics, Berrettini da Sandgren, Seppi da Wawrinka) con Fognini che giunse agli ottavi (sconfitto da Sandgren) dopo aver battuto Thompson e Pella, forse stiamo un tantino meglio.

Intanto perché un azzurro al terzo turno c’è di sicuro e cioè il vincente del derby Fognini-Caruso, il cui esito mi incuriosisce non poco. E direi che si può pronosticare quasi sicuro anche Berrettini contro il ceco Machac n.199 ATP. Il quasi quarantenne Lopez, uno degli ultimi panda del serve&volley, ha sempre un tennis fastidioso per uno come Sonego che preferirebbe trovare avversari che gli danno ritmo, però 3 set su 5 dovrebbe far prevalere la sua maggiore freschezza. Insomma tre italiani al terzo turno come nel 2019 (Fognini, Seppi e Fabbiano) è un obiettivo eguagliabile.

Alle donne, il cui record di partecipazione è di nove e risale al 2004 (Garbin, Pennetta, Adriana Serra Zanetti e Grande eliminate al primo turno, Antonella Serra Zanetti, Schiavone e Camerin al secondo, Santangelo e Farina agli ottavi), credo non si possa chiedere che di… sopravvivere alla notte in cui, come detto, Errani affronta Venus Williams e, come non detto, Camila Giorgi sogna di ripetere contro Iga Swiatek il risultato conseguito quando Iga (sempre al secondo turno di Melbourne, due anni fa) non aveva ancora vinto il Roland Garros e… non era la Swiatek.

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Sinner, Travaglia, ATP Cup: una domenica azzurra davvero speciale

Ma neppure bestiale. A Melbourne almeno un titolo non ci sfuggirà, con la settima finale tutta italiana. E battere la Russia di Medvedev e Rublev con Fognini e Berrettini è difficile, ma non impossibile

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ATP Cup 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Non era mai successo che sei tennisti italiani si trovassero tutti impegnati, nella stessa domenica, in finale a tornei/eventi ATP, cioè quelli del maggior circuito. Finale tutta italiana fra Jannik Sinner e Stefano Travaglia nel Melbourne 1 (Great Ocean Road), finale di ATP Cup per l’Italia con Matteo Berrettini, Fabio Fognini, Simone Bolelli e Andrea Vavassori che si troveranno alle prese – contro pronostico – con la Russia di Medvedev e Rublev.

Si tratta quindi di una circostanza che deve essere considerata assolutamente eccezionale. Intanto perché su 167 finali d’epoca professionista con un tennista italiano in gara dalla primissima dell’8 agosto del ’71 – quando Adriano Panatta batté Martin Mulligan a Senigallia – soltanto sei erano state fino a oggi le finali tutte italiane. E l’ultima, per l’appunto al mio circolo delle Cascine e che ricordo benissimo, risale a 33 anni fa! La vinse al CT Firenze, il 22 maggio 1988, Massimiliano Narducci su Claudio Panatta (3-6 6-1 6-4). Trentatre anni sono davvero tanti. Al “mio” torneo fiorentino i quarti furono giocati da Duncan-Mancini (6-2 5-7 7-5), Claudio Panatta-Rebolledo (6-1 7-6), Arraya-Frana (6-4 1-6 7-6) e Narducci-Yzaga (6-2 3-6 6-3), le semifinali Furono Panatta-Duncan (7-6 6-2) e Narducci Arraya (6-4 6-1).

Non ho avuto tempo di andare a ricercare chi fossero le prime teste di serie di quel torneo alle Cascine di 33 anni fa, ma in quello che si conclude oggi del Great Ocean Road Open – a proposito, che meraviglia la Great Ocean Road per raggiungere i “12 Apostoli”, 12 scoglioni pazzeschi al cui confronto i nostri due gloriosi Faraglioni di Capri escono ridimensionati – c’erano due top 20, Goffin n.14 e Khachanov n.20, poi Hurkacz n.29. Direi che questo torneo in cui Stefano Travaglia centra la prima finale in carriera – complimenti insieme al best ranking n.60! – e Sinner la seconda dopo quella vinta a Sofia contro Pospisil (6-4 3-6 7-6), fosse di livello superiore.

 

Jannik resterebbe n.36 se la perdesse, dovrebbe salire di 4 o 5 posti vincendo il torneo scavalcando così Lorenzo Sonego che dovrebbe scendere a 34. Insomma, se questo torneo si fosse potuto giocare una settimana prima, Sinner sarebbe stato testa di serie e avrebbe evitato di dover affrontare Shapovalov al primo turno. Non è per nulla scontato che Jannik debba perdere con il giovane canadese, però temo che possa arrivare ad affrontarlo un po’ stanco per le maratone di questi giorni, due partite venerdì, oltre tre di maratona con Khachanov questo sabato, la finale domenica e magari un tantino scarico prima di ritrovarsi subito già lunedì in campo contro Shapovalov in un duello sulla distanza dei tre set su cinque, dopo che gli organizzatori dell’Australian Open hanno deciso di far giocare i match della metà alta del tabellone maschile nel primissimo giorno, insieme a quelli femminili della metà bassa.

Jannik Sinner – ATP Melbourne 1, Great Ocean Road 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Forse Craig Tiley e il suo team avrebbero potuto (dovuto?) tener conto di chi era in finale questa domenica e dar loro un giorno di riposo in più. Sarebbe stato meglio, anche se poi c’è il rischio di dover giocare due match senza il consueto giorno di riposo. Intanto bravissimi Travaglia e Sinner, con il primo che ha vinto la sua semifinale con Monteiro in due set e con il secondo che ha avuto i nervi saldi e il coraggio per annullare un matchpoint sul 6-5 e ben 12 palle break in una giornata in cui il servizio (cinque break subiti e soltanto il 61% di prime palle) ha funzionato a intermittenza.

Ma bravissimo anche Fognini a vincere contro la sua bestia nera Carreno Busta che lo aveva messo sotto sette volte in sette precedenti duelli. Dopo la prima deludente prestazione di Fabio contro l’austriaco Novak c’era da preoccuparsi. Contro Paire si era tornati a sorridere ma con ancora qualche dubbio perché Paire per tutta la parte iniziale del match era sembrato più fuori di testa del solito. Ma adesso il tabù sfatato con Carreno Busta darà sicuramente ben altra fiducia a Fabio e al suo nuovo coach Alberto Mancini.

Con il suo avversario di stanotte, Rublev, Fabio ha un bel bilancio, cinque vittorie e una sconfitta (a Umago) e poi il suo tabellone all’Australian Open non è semplicissimo, il francese più forte in doppio Herbert e poi il vincente fra Caruso e Laaksonen per arrivare al terzo turno contro “leprotto” de Minaur, ma oggettivamente non è nemmeno così duro come quello toccato a Sinner (Shapovalov) e a Berrettini (Anderson).

E che dire adesso a proposito di Berrettini che dopo Thiem e Monfils ha dominato anche Bautista Agut senza perdere un set in tre partite ad altissimo livello? Beh, i superlativi usati “bravissimo” per gli altri tre tennisti per lui potrebbero risultare quasi “understatement”. Zero set persi contro giocatori di quel livello, sei game persi in totale sia con Thiem sia con Monfils, otto con Bautista Agut. Questo Berrettini ha tutta l’aria di poter essere competitivo anche con Medvedev, anche se è giusto considerarlo sfavorito. Ma per come ha giocato, e per il loro unico e combattuto precedente, Matteo potrebbe pure vincere. E poi c’è comunque il doppio. Non è che i russi siano due doppisti fenomenali. Fognini in Australia ha vinto uno Slam (con Bolelli), a Berrettini non è poi così facile strappare il servizio quando a rete c’è anche un Fognini che può intercettare le risposte. Insomma ragazzi… fiducia!

Si potrà pensare o dire che magari l’ATP Cup, alla sua seconda edizione è ancora una manifestazione di insufficiente tradizione (valore?) anche se dovevano parteciparvi 14 dei primi 16 tennisti del mondo. Si ha ancora la sensazione che i giocatori possano affrontarla con minor convinzione. Nadal che preferisce non giocarla, Thiem che un anno fa la giocò di peste ma poi invece fece un grandissimo Australian Open. Però è anche certamente vero che nessun top-player ha piacere di perdere e scende in campo fregandosene, soprattutto con rivali dello stesso calibro. Semmai si può avere un po’ meno concentrazione nelle fasi di preparazione al match. Anche il fatto che il capitano sia il coach del giocatore toglie un po’ di “stile” alla situazione, e non solo per il n.2 del team. Il capitano di Coppa Davis ha un altro impatto.

Matteo Berrettini – ATP Cup 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Sarà dunque una domenica davvero speciale… Un po’ un peccato – non siamo mai contenti! – doverla vivere fino in piena notte e all’alba, dormendo poco per chi vorrà seguire la finale d’ATP Cup Italia-Russia da mezzanotte e la finale Sinner-Travaglia dalle 4 del mattino. Un programma che darà più ragione del solito a chi disse “la domenica è quel giorno che la mattina hai sonno, il pomeriggio hai mal di testa e la sera hai la paranoia del lunedì”. Un lunedì del tutto particolare, per l’appunto, perché cominciano due settimane di notti insonni per i veri appassionati e di superlavoro per chiunque collabori seriamente a un sito di tennis.

Una domenica speciale, ma comunque non… bestiale. Almeno un trionfo azzurro in un singolo evento siamo sicuri che potremo celebrarlo. E sarà il titolo numero 69 nella storia del tennis italiano Era Open. Gaudeamus.

TUTTI I 68 TITOLI ATP DEL TENNIS ITALIANO

1971 – A. Panatta (Senigallia)
1973 – A. Panatta (Bournemouth)
1974 – A. Panatta (Firenze)
1975 – A. Panatta (Kitzbuhel, Stoccolma), Bertolucci (Firenze)
1976 – Bertolucci (Barcellona, Firenze), A. Panatta (Roma, Roland Garros), Zugarelli (Bastad), Barazzutti (Nizza)
1977 – Barazzutti (Bastad, Parigi indoor, Charlotte), Bertolucci (Firenze, Amburgo, Berlino), A. Panatta (Houston)
1978 – A. Panatta (Tokyo)
1980 – A. Panatta (Firenze), Barazzutti (Cairo)
1981 – Ocleppo (Linz)
1984 – Cancellotti (Firenze, Palermo)
1985 – C. Panatta (Bari)
1986 – Canè (Bordeaux), Colombo (S. Vincent)
1987 – Pistolesi (Bari)
1988 – Narducci (Firenze)
1989 – Canè (Bastad)
1991 – Camporese (Rotterdam), Canè (Bologna), Pozzi (Brisbane)
1992 – Camporese (Milano), Pescosolido (Scottsdale)
1993 – Pescosolido (Tel Aviv)
1994 – Furlan (San Jose, Casablanca)
1998 – Gaudenzi (Casablanca)
2001 – Gaudenzi (St. Polten, Bastad)
2002 – Sanguinetti (Milano, Delray Beach)
2004 – Volandri (St. Polten)
2006 – Bracciali (Casablanca), Volandri (Palermo)
2011 – Seppi (Eastbourne)
2012 – Seppi (Belgrado, Mosca)
2013 – Fognini (Amburgo, Stoccarda)
2014 – Fognini (Vina del Mar)
2016 – Lorenzi (Kitzbuhel), Fognini (Umago)
2017 – Fognini (Gstaad)
2018 – Fognini (San Paolo, Bastad, Los Cabos), Cecchinato (Budapest, Umago), Berrettini (Gstaad)
2019 – Cecchinato (Buenos Aires), Fognini (Montecarlo), Berrettini (Budapest, Stoccarda), Sonego (Antalya)
2020 – Sinner (Sofia)

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