Tennis Australia, una nuova carriera con una nuova bandiera?

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Tennis Australia, una nuova carriera con una nuova bandiera?

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TENNIS FOCUS – Daria Gavrilova, ex numero 1 ITF, è l’ultimo acquisto di Tennis Australia, una delle federazioni che attinge maggiormente dalle altre nazioni. Ma c’è qualcuno, John Tomic, che non si trova d’accordo con le scelte della federazione.

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Qualche settimana fa, a Tokyo, è tornata a far parlare di sé Daria Gavrilova, ex numero 1 tra le junior nel 2010, anno in cui ha anche vinto gli US Open e la medaglia d’oro ai Giochi olimpici giovanili di Singapore. Prima di Tokyo era numero 365 del mondo, ma con le quattro vittorie nel torneo giapponese (tre di queste nelle qualificazioni) Dasha è tornata tra le prime 300 del mondo. Tra le avversarie sconfitte da Daria a Tokyo c’è anche Anastasia Rodionova, una tennista con cui Gavrilova ha molto in comune. Come Rodionova, infatti, Gavrilova è nata in Russia ma ha deciso di giocare per l’Australia. Anastasia rappresenta l’Australia dal 2009 mentre la sorella Arina, che è stata al massimo numero 157 del mondo, ci ha messo qualche anno in più per guadagnarsi la cittadinanza australiana tanto che nel 2011 l’ufficio di immigrazione australiano rifiutò la sua richiesta di ottenere la cittadinanza australiana perché non era “dello stesso calibro della sorella”. Lei stessa, su Twitter, si definisce “una tennista professionista senzatetto“. Solo quest’anno, in gennaio, la sua richiesta è stata accettata, quando Arina risiedeva Down Under già da otto anni.
 
La questione è piuttosto importante perché si può richiedere di rappresentare una nazione in tutti gli eventi – ITF e WTA – solo se si possiede la cittadinanza di quella nazione. Gavrilova, per esempio, può rappresentare l’Australia solo negli Slam ed infatti, nel tabellone di qualificazioni degli US Open dello scorso settembre, Gavrilova risulta una tennista australiana. Daria è solo l’ultima atleta di una lunga lista di tennisti che hanno deciso di cambiare bandiera per rilanciare la propria carriera. Nel tabellone degli ultimi US Open, oltre alle sorelle Rodionova e a Gavrilova, l’Australia presentava altre due atlete naturalizzate: Ajla Tomljanovic e Jarmila Gajdosova. Questa adesione di massa alla causa australiana ha una precisa base legislativa. Nel 2009, un emendamento alla legge sulla cittadinanza australiana ha facilitato l’iter burocratico per “gli atleti di élite” che desiderano diventare cittadini australiani. Fino al 2009, non si poteva richiedere la cittadinanza se si passavano più di 90 giorni fuori dall’Australia. Ciò significava che gli atleti che viaggiavano molto – e quindi i tennisti – erano esclusi in partenza da ogni tipo di richiesta. Tra le prime a beneficiare di quell’emendamento furono Jarmila Gajdosova (allora sposata con il tennista australiano Sam Groth) e Anastasia Rodionova.
 
A luglio è stata Ajla Tomljanovic, allora numero uno croata, ad annunciare il passaggio alla federazione australiana e già a partire dal 2015 Tomljanovic dovrebbe poter rappresentare l’Australia anche nei tornei WTA. Nel 2013 l’International Management Group (IMG, il gruppo che si occupa di marketing e management e che cura gli interessi di diversi tennisti) le procurò un nuovo allenatore, David Taylor, ex-coach australiano di Samantha Stosur. Max Eisnebud, manager dell’IMG che può vantare la presenza di Maria Sharapova tra le sue assistite, disse ad Ajla: “Se vuoi diventare una top-10, hai bisogno di un team di élite“. Tradotto: ti occorrono un fisioterapista e un massaggiatore ma soprattutto una federazione che ti supporti. La federazione in questione è quella australiana e così Ajla ha deciso di lasciare la Croazia proprio nell’anno in cui si sta imponendo nei palcoscenici più prestigiosi. Quest’anno ha battuto Radwanska al Roland Garros, raggiunto il best ranking (al numero 51) e nonostante una crisi di risultati piuttosto seria – dopo aver battuto Radwanska a Parigi ha ottenuto una sola vittoria nelle seguenti nove partite che ha giocato – rimane uno dei talenti più interessanti per il futuro. Un futuro lontano dalla Croazia che pure sembrava starle tanto a cuore: “Amo il mio paese, ci sono certi aspetti della mia personalità che sono irrimediabilmente europei“.
 
All’inizio della loro colaborazione, Taylor disse scherzando alla sua nuova campioncina: “Chissà cosa succederebbe se giocassi per l’Australia?“. Ma quello che era uno scherzo tra Taylor e Tomljanovic è diventato un incontro avvenuto a gennaio con Craig Tiley, presidente di Tennis Australia, e infine realtà a luglio. Ajla non vive in Australia – non ancora, almeno – ma ha già preso la residenza. Nell’off-season dovrebbe trasferirsi a Brisbane per allenarsi in vista dello Slam “di casa”, gli Australian Open. Tiley ha subito dato il benvenuto a Tomljanovic assicurandole che riceverà tutti gli stessi trattamenti che ogni atleta australiano riceve.
 
Tiley non è d’accordo con chi ha paragonato questa massiccia campagna acquisti della Federtennis australiana col modello kazako: “L’Australia è un posto fantastico e molte persone scelgono di venire qui per lo stile di vita e le opportunità che ti dà questo paese. Tennis Australia non discrimina i nuovi arrivati, né reclutiamo o paghiamo la gente per venire qui“. Romanticismo e bei paesaggi a parte, è indubbio che i dollari di una delle federazioni più ricche del pianeta non possano non ingolosire tutti quei tennisti che non possono ricevere un sostegno minimamente paragonabile dal proprio paese. Tennis Australia, a giugno 2013, ha dichiarato un attivo di un milione e seicentomila dollari australiani: alla voce entrate, nel 2012, la cifra riportata ammontava a 181 milioni di dollari australiani (circa 125 milioni di ero) e per il 2014 ci si attende un aumento del 10%. Di fronte a queste cifre, la Hrvastki Teniski Savez (HTS, la Federtennis croata) non ha potuto che prendere atto della decisione di Tomljanovic, pur sottolineando tutti gli sforzi profusi per far crescere la giovane tennista: “Nel corso degli anni HTS ha finanziato Ajla in conformità con le sue capacità. Con un budget annuo di 6 milioni di kune (circa 800.000 euro, ndr) segue lo sviluppo del tennis femminile e maschile, inoltre ha dei programmi aggiuntivi per aiutare lo sviluppo dei tennisti che ottengono più successi. Complessivamente, dal 2005 al 2011, Ajla ha ricevuto circa 450.000 kune (circa 60.000 euro, ndr) attraverso una serie di programmi“.

Senza dubbio la federazione russa ha altri mezzi rispetto a quella croata, ma essendo la ventitreesima tennista del suo paese è probabile che Daria Gavrilova ritenga più interessanti le attenzioni di Tennis Australia (con la classifica attuale Gavrilova, numero 283 del mondo, ha davanti a sé sette tenniste australiane). Anche perché i rapporti con la madrepartia – e con la federazione in particolare – si devono essere particolarmente guastati quando dodici mesi fa Dasha scrisse in maniera piuttosto risentita che non avrebbe partecipato alla finale di Fed Cup a Cagliari: “No, non giocherò in Fed Cup. Non ero nemmeno considerata una tennista prima della Kremlin Cup“.

Il riferimento alla Kremlin Cup si deve al fatto che Gavrilova, allora numero 129 del mondo, si aspettava una wild-card per il torneo moscovita (che invece andarono ad Alisa Kleybanova e a Ksenia Pervak): “Se la federazione fosse interessata davvero alla mia crescita, penso che avrebbero potuto provare a darmi una wild-card per la Kremlin Cup“.

Ad ogni modo c’è qualcuno a cui non piacciono i modi di Tennis Australia. John Tomic, padre di Bernard e di Sara Tomic, ha criticato aspramente la federazione, colpevole di non proteggere i suoi tennisti perché troppo impegnata ad assicurarsi quelli degli altri paesi. Il vulcanico John ha ritirato la figlia Sara, che a gennaio era tra le prime 40 junior del mondo, dal programma finanziato dalla federazione. Ora che Sara è scesa al numero 80, Tomic si è accorto che “il programma non era giusto per lei e l’ho tolta. Quel programma non va bene per i giocatori che vogliono migliorare“.
A quanto pare il programma è troppo poco intenso – Tomic sostiene che i ragazzi stiano in campo al massimo 70 minuti. Tennis Australia ha smentito e i buoni risultati di Omar Jasika, campione junior agli US Open sia in singolare che in doppio, non sono una conferma della bontà del programma, anzi, perché il diciassettenne si allena anche con il padre visto che il programma di Tennis Australia non è sufficiente. “Nick Kyrgios sta migliorando, ma non vedo questo miglioramento nelle ragazze. Dato che compriamo giocatori dagli altri, non possiamo investire nei nostri giocatori. Compri Ajla, quell’altra che è numero 350 del mondo (cioè Gavrilova, ndr) e non puoi investire 200.000 dollari su Sara o su qualcun altro. Che cosa sta succedendo?“. L’ira di Tomic senior sarebbe aumentata quando la federazione ha rifiutato di coprire le spese che la crescita di Sara richiede e che il padre stima intorno ai 350.000 dollari annui. Ed è per questo che la famiglia Tomic si sarebbe rivolta a Gavin Hopper, coach-reietto che ha abbandonato l’Australia, condannato nel 2004 a 27 mesi di prigione per abusi sessuali ad una quattordicenne mentre insegnava al Wesley College negli anni ’80. Hopper si è stabilito in Turchia e a lui si sono rivolti Sam e Jarmila Groth nel 2010 dopo che la federazione non poteva più pagare le loro spese nel circuito professionistico. Tomic ha riassunto così la questione: Tennis Australia ti dice: se stai nel sistema ti aiuteremo. Se ne esci, non ti sosterremo. Ma il sistema non funziona“.

 

Tennis e cittadinanza: fuga per la vittoria (Bressanelli)

 

 

 

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