Quei silenzi sul presidente delle banane. Senza ritegno anche il tennis

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Quei silenzi sul presidente delle banane. Senza ritegno anche il tennis

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TENNIS EDITORIALI – Maurizio Crosetti (Repubblica) mette a nudo calcio, ufficio inchieste smarrite, dirigenti impresentabili, Coni. Impressionanti analogie col tennis. “Wild Card” date o rifiutate in Sardegna in spregio ad ogni meritocrazia

Ho ripreso (chiestane l’autorizzazione) quest’articolo di uno dei migliori giornalisti contemporanei, Maurizio Crosetti di Repubblica. Leggendolo ho condiviso soprattutto lo spirito che dovrebbe animare qualunque serio giornalista innamorato del proprio mestiere.

Può definirsi tale chi non si adegui, per pigrizia, interesse o altro, a passare sotto silenzio tutto quel conosce ma che accade quasi quotidianamente nell’indifferenza dei più, siano essi giornalisti, appassionati, dirigenti, elettori, uomini…poco uomini.

 

Sembra dominante ormai una quasi fatal rassegnazione, a tutti i livelli. Quella di chi scuotendo la testa l’abbassa e, con una scrollatina di spalle, borbotta piano, quasi per non farsi sentire: “Ma con tutto quel che si vede succedere in questo nostro Paese, ci si deve scandalizzare ancora per cosucce di questo tipo? Si debbono fare ancora pistolotti etici? Lasciamo perdere che è meglio. Occupiamoci soltanto di scrivere di calcio, di tennis, di partite, di giocatori..”

Evviva Ponzio Pilato!

Purtroppo troppi politici, troppi dirigenti sportivi ne combinano di tutti i colori nell’indifferenza generale. Le loro cattive azioni sono ormai diventate norma, nessuno si scandalizza più di niente. “Ha ancora senso, serve a qualcosa scandalizzarsi?” è la domanda retorica degli ignavi.

Così legittimati i tronisti – che non sono quelli delle trasmissioni della De Filippi, ma quelli che si abbarbicano alle loro poltrone costi quel che costi – se ne infischiano di quello che pensa la gente per bene. A loro basta trionfare “democraticamente” alle elezioni ben organizzate, con percentuali bulgare. Dopo di che, in barba ad ogni codice etico infranto, possono pure sbeffeggiare con arrogante protervia coloro che segnalano le magagne del sistema.

Prima di invitarvi alla lettura di quest’articolo di Crosetti – giornalista controcorrente che a suo tempo la Juventus cercò di allontanare dalle conferenza stampa di Villar Perosa, perchè quel che scriveva sui bianconeri non piaceva sempre alla prepotente dirigenza di quei giorni (e mi pare in particolare al coach Marcello Lippi) – riporto anche queste righe scritte nella sua rubrica domenicale “Sette giorni di cattivi pensieri” da un altro dei migliori giornalisti di quest’epoca, Gianni Mura: Uno che non cambia idea è Tavecchio. Intervistato in tribuna a Palermo, ha detto che la sanzione inflittagli dall’UEFA non danneggia l’immagine del calcio italiano. Certamente: segnala la sua peculiarità. Quanti possono vantare di avere un presidente federale sospeso dall’Europa per frasi razziste? Noi, modestamente, ce l’abbiamo. E siamo colpiti dall’assenza di ogni senso di responsabilità, assenza molto diffusa”.

Ci sono colpe più gravi e meno gravi, per carità. Dirigenti con maggiore e minore faccia tosta. Ma anch’io, come Gianni Mura, sono colpito dall’assenza di ogni senso di responsabilità in molte, troppe occasioni.

Leggete le prossime righe e ditemi che ne pensate.

A seguito di un accordo raggiunto con la Federtennis il resort di Santa Margherita di Pula (che ha avuto in gestione anche il “Servizio Catering” degli Internazionali d’Italia e che ha ospitato una nutrita riunione di consiglio federale a fine luglio, in altissima stagione turistica: sotto quale voce saranno state messe a bilancio le spese per l’ospitalità di tante persone in uno dei posti più cari d’Italia? Scambio servizi?) aveva in programma nel 2014 di ospitare ben 14 tornei ITF. Alcuni sono stati recentemente cancellati.

Ebbene vengo a sapere che a questi ITF Futures del Forte Village per una dozzina di volte – non una soltanto – la wild card per le qualificazioni del singolare e l’ammissione al tabellone principale di doppio è stata concessa al figlio quindicenne del presidente federale, Roberto Binaghi. Il quale non ha ovviamente nessuna colpa se suo padre ha buoni… agganci con chi organizza quei tornei con il beneplacito federale. Controllo i dati sul sito ITF, e constato che è vero. Nulla di personale, sia chiaro, con il piccolo Roberto che, anzi – fra parentesi – a Londra, al Tennis Club di Hurlingham, ho quasi salvato da un laghetto nel quale si era inavvertitamente avventurato (avrà avuto 5 o 6 anni, credo).

La vicenda delle wild card non sarebbe di per sè gravissima, se consente a un ragazzino appassionato di tennis di giocare e farsi un’esperienza. Purchè ciò non danneggi nessun altro, naturalmente.

Ma dopo l’iniziale perplessità, al di là del fatto che Binaghi junior non ha certo alcuna colpa nemmeno se non ha mai vinto un set salvo che in un primo turno e rimedia a più riprese 6-0 6-0 (come nel secondo turno delle “quali” di quello stesso evento in cui lo aveva passato), 6-1, 6-1 e 6-2, 6-2 o punteggi similari facilmente verificabili, resto invece lettaralmente basito quando vengo invece a sapere che mai nessuna wild card è stata concessa in due anni per il tabellone principale e per una ventina di tornei (fra 2013 e 2014) al miglior tennista sardo, Manuel Mazzella, classifica 2,3, campione regionale sardo dal 21 settembre 2014 ma già considerato unanimemente il più forte da almeno un paio d’anni. Mazzella ha poi quasi sempre superato le “quali”, a testimonianza del suo buon livello tennistico. Ad ogni torneo, invariabilmente, Manuel ha chiesto la wild card per il tabellone principale (anche perché era l’unico modo per poter partecipare a gare a squadre altrimenti concomitanti e quindi precluse), ma regolarmente gli è stata negata.

Recentemente Manuel, dopo essersi qualificato, ha vinto anche uno di quei tornei, in doppio. Perchè a lui la wild card no? Qual è la colpa di questo ragazzo, figlio di un maestro Alberto del Sardinia Tennis di Dorgali, nel golfo di Orosei?

Non sarà mica perchè il padre Alberto è amico di Alberto Castellani e frequenta anno dopo anno i corsi GPTCA che Castellani organizza con Pistolesi a Bettona, dimostrandosi più volte di non essersi allineato al presidente federale? Beh, qui si entra nel campo delle “vox populi”, di “telefonate importanti che sconsigliano” la concessione della wild card a Manuel Mazzella, di una serie di voci diffusissime negli ambienti sardi e allo stesso Forte Village. Ma, come potete immaginare, non documentabili.

Quindi alle voci non voglio dar credito. Voci tante, ma prove non ce ne sono. I fatti, però, sono e restano che il figlio del presidente federale, classificato 3,4 ottiene wild card a tutto spiano, sia pure per le “quali”, mentre “il nemico Mazzella” invece non le ottiene neppure per il torneo di doppio quando invece Binaghi junior, che non avrebbe la classifica per parteciparvi, le ottiene sempre.

Chi volete che, se non Ubitennis, dia spazio a queste piccole vicende locali? Certo non il Coni che ha dimostrato ormai di passare sopra, di chiudere due occhi anziché uno, su vicende molto più gravi “pro bono pacis” (se qualcuno scrive voto di scambio, non sono io). Ma dietro a queste vicende bisognerebbe saper cogliere i metodi che le ispirano. E reagire.

Questa vicenda, di per sé insignificante sul piano nazionale, ma significativa di come possano essere gestite impunemente le cose nel mondo del nostro sport – senza nemmeno addentrarsi nell’annoso problema della giustizia sportiva popolata da giudici amici quando parenti nominati da quei dirigenti sui quali debbono pronunciarsi – ricorda da vicino quella che qualche anno fa suggerì ad un magistrato sardo assai addentro alle vicende locali, il dottor Giangiacomo Pilia, di avviare un’azione penale per presunte discriminazioni nei confronti dei figli di un altro “dissidente” manifesto del presidente, il dottor Luigi de Fraia.

Non starò a riesaminare tutta la vicenda cui Ubitennis e la stampa sarda (e quella non “allineata”) ha a suo tempo dato ampio risalto.

Volete rileggervi un po’ quelle vicende?

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Nicolò De Fraia, un talento da esportazione

Constato soltanto che nei giorni scorsi un giornale sardo La Nuova Sardegna ha dedicato un ampio spazio al giovane Nicolò De Fraia che campione regionale giovanile di tutte le categorie, da under 10 a under 14, non veniva convocato con vari “alibi” regolamentari né ai raduni tecnici nazionali (pur essendo certamente un ragazzo molto promettente) né addirittura nelle rappresentative regionali (dove sarebbe stato indiscutibilmente il n.1).

Il ragazzo De Fraia, che ovviamente non aveva alcuna colpa né per essere molto più forte di Binaghi junior né per i rapporti incrinatisi fra Binaghi senior e De Fraia senior – uno era stato perfino testimone di nozze dell’altro, a suo tempo – sentendosi ingiustamente boicottato ed essendo al contempo molto determinato, ha deciso di percorrere ugualmente quella strada che sembrava essergli preclusa. Così a 14 anni, libri di studio e racchetta sottobraccio, è andato a Barcellona da Sergi Bruguera, dove è rimasto per due anni ad affinare studi e tennis. Lo scorso anno si è trasferito in Florida alla Tennis Academy di Chris Evert ed ha preso la maturità guadagnando un anno. E’ notizia di questi giorni che Nicolò, grazie al suo livello tennistico, ha ottenuto una full-scholarship, presso la UCF, l’Università della Central Florida dove la sola frequentazione sarebbe stata carissima. Insomma, quale che sarà il suo prosieguo agonistico e la sua carriera tennistica, il “perennemente mancato convocato” della regione Sardegna, ha già vinto una scommessa importante: “Chi voleva farmi un dispetto alla fine mi ha fatto un favore” è stato il commento del ragazzo.

Attenzione a quanto segue: il ragazzo in questione ha potuto fare questa scelta, soltanto perchè suo padre ha fortunatamente potuto permettersi di affrontare in questi 3/4 anni i sacrifici economici che quella scelta comportava. Ma, a parte il fatto che questo ha significato dover allontanare necessariamente un ragazzino ancora piccolo dalla madre, dagli affetti familiari, dal proprio habitat naturale, dagli amici – e non tutti i suoi coetanei, o le famiglie dei suoi coetanei, si sarebbero sentito di compiere la stessa scelta – ciò significa che un ragazzo di una famiglia senza gli stessi suoi mezzi economici avrebbe dovuto smettere di coltivare i propri sogni. Tradire la propria passione per il tennis, smettere di giocare con qualche ambizione. Proprio il contrario di quello che dovrebbe augurarsi una qualsiasi federazione coerente con i propri principi istituzionali di promozione del tennis.

Non sto a chiedermi, adesso, se suo fratello, ove volesse seguire lo stesso percorso, dovrà emigrare anche lui. Oppure aspettare un intervento del Coni che non arriverà mai.

Come nel caso di Manuel Mazzella, il problema non è nei numeri, uno, due, tre casi, e neppure nelle difficoltà specifiche dei due fratelli o di chissà quanti altri casi già verificatisi o ancora da accadere.

Il problema sta nel principio. Nell’aberrante constatazione che episodi simili possono tranquillamente accadere in Italia quando il potere di una o più persone gode di una facoltà di arbitrio illimitata ed incontrollata. E quando chi dovrebbe controllare non ha il tempo, la voglia, e soprattutto l’interesse, a controllare…frenato com’è da tutt’ altre priorità. Che sono, per solito – parliamoci chiaro – priorità elettorali, di “casta”.

Quanti altri casi di ragazzi “non raccomandati” – se non “boicottati” – ci sono in Italia che vengono ostacolati, in ragione di “antipatie” personali dirette a “genitori” di ragazzi assolutamente estranei ai motivi di quell’antipatia (ancorchè essa fosse giustificata)? Nel caso di Nicolò De Fraia il pm archiviò l’azione penale che lui stesso aveva avviato perché non riscontrò fattispecie di reato. Ciò non significa però che il percorso agonistico dello stesso Nicolò sia stato in qualche modo facilitato, se non ostacolato. Perfino ai miei tempi di nazionale junior ricordo bene come le lobbies influenzassero le convocazioni per le squadre. C’erano circoli potenti, amici degli amici, e circoli assolutamente ininfluenti. C’erano dirigenti di alcuni tennis club nella commissione classifiche, mentre altri circoli non avevano Santi in Paradiso. Era molto più facile venire convocati ai raduni nazionali giovanili se quei Santi ce li avevi, vi assicuro. E già allora ricordo come un’ attuale figura “importante” nella struttura federale operava per ingraziarsi questo e quello (perchè magari in quel club aveva insegnato lui stesso o un suo parente). Non crediate che le cose siano cambiate in meglio. Purtroppo. Gli esempi poco sopra evidenziati dovrebbero bastare per dimostrarlo.

Volevo fare un prologhino, piccolo piccolo all’eccellente articolo di Maurizio Crosetti. Come spesso mi accade, il polpastrello mi ha preso la mano sul computer. Me ne scuso, ma spero ce l’abbiate fatta ad arrivare in fondo, prima di leggere il pezzo che mi ha ispirato il tutto.


L’articolo comparso su Repubblica.it

UN PRESIDENTE federale punito per razzismo è un record impossibile da battere, ma è coerente con il precipizio morale e istituzionale del calcio italiano. Per sei mesi l’Uefa non vuol vedere Carlo Tavecchio neanche in cartolina, ma per l’immagine del nostro sport più amato il danno sarà assai più lungo, molto più dilatato nel tempo. Di quelle banane, di quella sciocca protervia ci dovremo vergognare per anni, forse per sempre.

Dove la Federcalcio ha archiviato grazie al noto insabbiatore Palazzi, il capo dell’Ufficio inchieste smarrite, l’Uefa ha indagato e deciso. Era il minimo, anche se adesso il grottesco Tavecchio vorrebbe far credere a un patteggiamento mai esistito: non faccio ricorso, dice, per chiuderla qui. Invece no, caro presidente. Non si chiude nulla fino al giorno in cui lei resterà inadeguatamente su quella poltrona.

Intanto, le cosiddette istituzioni sono mute e assenti. Tace la classe politica: l’unico rigore, per lei, è quello di Rocchi in area (o forse no), con ricaduta di interrogazioni parlamentari offensive. Questi sarebbero i problemi dell’Italia? E tace anche il Coni, che pure ha un presidente sospeso per una faida di piscine e una tristissima guerra interna. Del resto, anche quando poteva far qualcosa per fermare l’uomo delle banane, Malagò non ha mosso un dito. Vi aspettavate altro?

Il nostro è uno sport malato, allo stadio ci si ammazza, si dileggiano i vivi e i morti, si tifa per il fuoco del Vesuvio. La canizza di Juventus-Roma, compulsioni da Twitter comprese, ben rappresenta l’isterismo e la stupidità dilaganti: se questi sono i protagonisti, non troppo diversi possono essere i loro dirigenti. E si accappona la pelle al pensiero che il Banana, in sede internazionale, sarà sostituito o da Beretta (dirigente di banca, presidente di Lega, vice presidente federale: forse un po’ troppo) oppure dal sobrio Lotito, l’architetto delle riforme, grande elettore di Tavecchio da lui mosso come un pupazzo. È anche vero che il Banana potrà comunque seguire la nazionale pure da sospeso, dunque potrà passare – nel caso – la giacca a vento al suo sodale: alleanze e tepore sono salvi. Sembra una serie tv: “Gli Impresentabili”. Invece è tutto vero, e l’Europa ride di noi.

Maurizio Crosetti

Cattura nicolò de Fraia Nicolò De Fraia

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Australian Open

Australian Open: Il fenomeno Djokovic è di un altro pianeta. Tsitsipas non poteva fare di più. Non è la parola fine sul GOAT

I fenomeni non sono stati solo tre, Djokovic, Federer e Nadal. Perché se si dà peso primario ai titoli Slam, Rosewall e Laver non possono essere ignorati. E perchè un solo anno, e non sempre, laurea il vero n.1

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Il resto del video, che qui potete vedere in anteprima, è disponibile sul sito di Intesa Sanpaolo, partner di Ubitennis.

Clicca QUI per vedere il video completo!

Non ho mai pensato che potesse finire diversamente. L’unico momento di dubbio l’ho avuto – insieme a Djokovic – quando entrambi abbiamo temuto che il suo problema alla coscia fosse un problema serio.

Così come gli altri due fenomeni, Federer e Nadal (elencati, a scanso equivoci, in ordine alfabetico), Novak Djokovic è di un altro pianeta rispetto a tutti gli altri contendenti. Come fenomeni sono stati nello sport più popolare – se cito soltanto i fenomeni del calcio, anziché altre discipline sportive, è perché è più facile che quasi tutti capiscano di che cosa parlo – Pelè a cavallo degli anni 60/70, Maradona un ventennio dopo, Messi e Cristiano Ronaldo nel terzo millennio.

 

Djokovic, Federer e Nadal (ancora in ordine alfabetico) hanno lasciato le briciole a tutti gli altri tennisti loro contemporanei. E l’hanno fatto con una continuità spaventosa, in un arco temporale inimmaginabile che ha spaziato fra i 15 e i 20 anni. Davvero incredibile.

Mentre i campioni Slam del passato una volta superati i 30 anni difficilmente riuscivano a restare competitivi per più anni,– salvo rarissime eccezioni: Rosewall, Connors, Agassi su tutti – mentre  qualche straordinario campione come Borg o McEnroe ha smesso di giocare o di vincere già a 26 anni – questi tre hanno continuato a dominare il resto della concorrenza come se fosse la cosa più normale del mondo. E tutti a sorprendersi, a meravigliarsi con infinito stupore quando ciò, a uno dei tre, ma mai a tutti e tre insieme, non succedeva.

Nel conquistare il meritato appellativo di “fenomeni” i tre supercampioni non si sono limitati a registrare un record dopo l’altro pur dovendosi affrontare fra le 50 e le 60 volte in pazzeschi testa a testa, dopo essersi inseguiti come i celebri duellanti di Conrad ai tempi di Napoleone ai 5 angoli/continenti del mondo sulle più varie superfici. Ma tutti e tre hanno dato dimostrazione di formidabili e superiori doti tecniche, atletiche, caratteriali, intellettuali, morali, umane. Ho forse dimenticato un qualche aspetto?

A trovar loro un vero difetto, come campioni e come uomini, personalmente ho sempre fatto fatica. Anche perché li ho conosciuti tutti da vicino e fin da quando hanno cominciato a cogliere i loro primi stupefacenti successi, quasi imberbi, a 16 e 17 anni. Quando anche un “parvenu” del tennis avrebbe intravisto le loro eccezionali qualità. Personalità intelligenza, simpatia, resilienza, determinazione, avevano tutto fin da subito. Le si potevano scorgere a occhio nudo, senza farsi condizionare dalla semplice precocità.

Forse proprio Djokovic, il più giovane dei tre e colui che sembra destinato a restare sulla breccia più a lungo degli altri, è quello – anche per le sue posizioni NOVAX (peraltro coerenti al massimo, diversamente da chi ha presentato certificati falsi assolutamente imperdonabili) – che ha sollevato più casi controversi. Talvolta nemmeno interamente per sue responsabilità. Il background della sua famiglia, l’educazione, lo stile di vita, sono stati diversi da quelli di Federer e Nadal.

Eppoi lui è arrivato dopo di loro, quasi un intruso, in un mondo che tennisticamente si era diviso all’80% fra federeriani e nadaliani. Per conquistarsi un posto, ha dovuto farsi spazio fra loro, impossessandosi di quel 20% che era rimasto ai neutrali. E dovendo giocare dappertutto con folle di tifosi più ostili che amiche. In patria è diventato un simbolo, un eroe, un semiDio. Fuori no. E’ stata dura, molto più dura che per gli altri due fenomeni conquistarsi un suo pubblico, un suo status internazionale. Lo ha potuto fare nel solo modo che lo sport consente: i risultati. Risultati assolutamente straordinari. Pian piano ha battuto i suoi leggendari rivali più volte di quanto di avesse perso. Pian piano ha autorizzato i suoi estimatori a inserirlo nell’eterno dibattito sul GOAT, sul più forte giocatore di tutti i tempi.

Non si metteranno mai d’accordo i tifosi dei tre fenomeni. Tutti avranno buoni motivi per sponsorizzare il loro fenomeno d’elezione. Chi privilegerà un’epoca ad un’altra, una strong era a una weak era (e qualche vuoto pneumatico al top dei competitor c’è stato per tutti e tre), chi lo stile e l’eleganza, chi la forza e la garra, chi la completezza, chi una superficie o un’altra. E qualunque conclusione verrà raggiunta sarà sempre ingiusta. Anche perché se in uno stesso anno possono cambiare in maniera pazzesca le cose – pensate solo al 2016 con i primi 6 mesi di Djokovic e i secondi 6 mesi di Murray – e figurarsi da un anno all’altro – pensate al 2017 e ai 4 Slam divisi fra i “risorti” Federer e Nadal che molti avevano già dati per finiti – se si dovessero confrontare pacchetti di più anni, in cui sono magari cambiate le attrezzature, le superfici, ogni paragone fra epoche diverse condurrebbe a emettere verdetti assolutamente discutibili, comunque superficiali.

Oggi, e chiudo questo lunga premessa, i fan di Djokovic ebbri di gioia per i 22 Slam che hanno consentito a Nole di eguagliare i 22 di Rafa Nadal e di “staccare” definitivamente i 20 di Federer sembrano aver buon gioco a sostenere che chi vincerà più Slam a fine carriera potrà tappare la bocca a tutti gi altri pretendenti al GOAT.

Ma non è così. Ken Rosewall, cui abbiamo dedicato un bell’articolo in questi giorni, ha vinto 8 Slam ma ne ha dovuti saltare – perché professionista per 11 anni – ben 44. E Rod Laver, unico campione ad aver realizzato due volte il Grande Slam (1962 e 1969, a sette anni di distanza, i suoi migliori 7 anni…), ha vinto 11 Slam dovendo saltare 20 Slam fra il 1963 e il 1967. Non potevano essere loro i GOAT? I fenomeni del tennis non sono stati solo tre.

Quelle ultime due lettere, A e T,  stanno per ALL TIME. Se allora ALL TIME, per i motivi su esposti, non si può dire, limitiamoci allora a dire chi sia stato il miglior tennista del mondo anno per anno. E solo in quel caso è più probabile che non ci si sbagli, anche se – ripetendo l’esempio fatto poc’anzi – se si prende in esame un anno come il 2016 nel quale Novak domina i rimi sei mesi, Andy Murray i secondi sei, e il computer ATP assegna il numero uno year-ending a Murray perché vince la finale del Masters…beh anche in quel caso siamo così sicuri che il verdetto fosse così inequivocabile, inappellabile? Una sola partita può decidere chi sia il miglior tennista di tutto l’anno, solo perché lo dice un computer che – cito per l’ennesima volta Rino Tommasi – “sa far di conto, ma il tennis non lo capisce?”.

Vabbè, torno sulla finale e sulla superiorità disarmante di Djokovic perfino al termine di un match non immune da pecche, da errori evitabili, da nervosismi quasi inesplicabili come quello che lo ha colto a metà del secondo set quando avrebbe potuto continuare a gestire tranquillamente il match come aveva fatto fino ad allora.

Tsitsipas non poteva far molto di più, salvo che – nel tiebreak del secondo set – evitare quei quattro errori di dritto, il suo colpo migliore andato improvvisamente…in barca.

Ma Djokovic, che è indiscutibilmente da anni il miglior ribattitore del mondo – e qui, su questo giudizio, credo possano essere d’accordo perfino i tifosi di Federer e Nadal – era stato ingiocabile sui propri servizi. Fino a quel game in cui Tsitsipas è riuscito – sul 4-5 del secondo set-  a conquistarsi contemporaneamente sia la prima palla break che l’unico setpoint Djokovic, aveva lasciato al più temibile dei suoi avversari la miseria di sei punti nel primo set in cinque turni di battuta (la sola volta che Stefanos era arrivato a 30 però Novak era avanti già 3-1 e 40-0) e nel secondo set 5 punti nei quattro turni di servizioMai Tsitsipas era ancora arrivato a 40.

Ok? Bene: c’è arrivato in quel frangente e sulla pallabreak-setpoint che fa Djokovic? Prima di servizio e dritto vincente.

Poi un tiebreak giocato maluccio da entrambi, perché sul 4-1 per Nole frutto di tre minibreak seguiti a 3 inattesi errori di dritto di Tsitsipas Nole ha prima regalato un insolito rovescio per lui banalissimo e poi ha fatto anche il secondo doppio fallo del suo match. Ma sul 4 pari ecco di nuovo Tsitsipas, evidentemente teso come una corda di violino, sbagliare un quarto dritto! Djokovic non se l’è fatto dire due volte e dal 4 pari al 7-4 è stato un gioco da ragazzi.

Qualcuno poteva illudersi che dopo il toilette break e l’unico servizio perso da Nole all’inizio del terzo set le cose potessero cambiare? Forse neppure l’irriducibile Tsitsipas. 

Dal 2 a 2 in poi Djokovic – che ribadisco essere il miglior ribattitore del mondo – tiene per 4 volte consecutive il servizio a zero: 17 punti di fila (contando l’ultimo che gli aveva dato il 2-1 in un game vinto a 15). Cui seguiranno gli altri primi tre del tiebreak che decide l’ultimo tiebreak in cui, giusto per non illudere Tsitsi e le migliaia di fan greci che non smettevano di gridare “Tsitsipas, Tsitsipas” – mentre fuori dal centrale la stragrande maggioranza nel garden davanti al mega schermo era invece serba (mica facile procurarsi i biglietti…) – Djokovic sale sul 5-0, subisce dopo 20 punti conquistati con il servizio un mini-break, ma poco dopo chiude con un dritto vincente sul terzo matchpoint.

Sì, mi scuso, ho riscritto una cronaca che Cipriano Colonna aveva già scritto brillantemente chiudendola su Ubitennis nei 5 minuti successivi alla conclusione, ma solo per sottolineare come oggi perfino un Djokovic che ha giocato senza fare troppe cose straordinarie, è stato assolutamente ingiocabile in 12 turni di servizio su 14 (salvo che sul 4-5 e sul primo gae del terzo set) ed è sempre stato fortissimo – sì, proprio come sempre – quando doveva rispondere.

I suoi record li abbiamo già ricordati dappertutto. Non credo serva scriverli ancora, prima di cominciare a pensare a che cosa potrà accadere nel regno di Nadal al Roland Garros. Novak ha perso un solo set nel torneo, ma perché con Couacaud al secondo turno gli faceva male la coscia sinistra. Però se fossi stato a Melbourne tutti i suoi dieci trionfi, i 22, i 93, le 374 settimane da n.1 (verso le 377 di Steffi Graf) magari avrei trovato un modo per ricordarglieli in conferenza stampa.

Qua dico soltanto….davvero not too bad! carissimo fenomeno Djokodiecivic.

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Australian Open

Australian Open: Sabalenka sugli scudi. Ha vinto il miglior servizio o il miglior dritto? E l’assenza di inno e bandiere bielorusse ha senso?

Hanno vinto…gli studi biomeccanici della regina 2022 dei doppi falli. Ma fra dritto e rovescio, quale è il colpo da fondo di solito più decisivo? Il duello Djokovic-Tsitsipas suggerisce una risposta sbagliata

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La nuova campionessa dell’Australian Open, Aryna Sabalenka, è una ragazza che l’anno scorso aveva vinto…la classifica di chi aveva fatto più doppi falli fra tutte le prime 100 tenniste della WTA.

Roba da far arrossire Sascha Zverev. Aryna, che diventa la seconda bielorussa a vincere uno Slam in Australia dieci anni dopo Vika Azarenka, di doppi falli ne aveva commessi ben 427 nel 2022, a una media di 8 a match. Ma lo scorso anno, durante lo US Open, subito dopo aver perso dalla Swiatek, lei che ama farsi  chiamare “Tigre” –e che si è fatta fare un tatuaggio di una tigre sull’avambraccio sinistro “perché mi deve ricordare di lottare sempre come una tigre…”- aveva deciso di mettersi a studiare la tecnica della sua battuta con uno specialista di biomeccanica, con due obiettivi: 1) ritrovare percentuali migliori sulle prime palle di servizio 2) servire seconde palle meno aleatorie.

Prima della finale il coach della Rybakina Stefano Vukov aveva dato l’aria di mettere le mani avanti, quasi anche  a voler mettere maggior pressione su Aryna: “Il risultato dipenderà da chi servirà meglio”.

 

E quello della Sabalenka, Anton Dubrov: “Vincerà chi saprà controllare meglio le proprie emozioni”. Anche questo, per la verità, sembrava più un messaggio rivolto alla sua “assistita” piuttosto che a Elena Rybakova, ragazza piuttosto introversa che sembra spesso anche fin troppo in controllo dei suoi nervi. Almeno all’apparenza, perché oggi l’ho vista spesso parlare con se stessa dopo alcuni errori. 

Beh, in questa finale vinta 4-6,6-3,6-4, Aryna ha perso il primo set della finale e il primo dell’anno, ma dopo è riuscita abbastanza bene a controllare le proprie emozioni fino a quando – a seguito dell’ennesimo dritto lungo della Rybakina (decisamente il colpo più incerto della kazaka) sul suo quarto matchpoint e dopo che sul primo aveva commesso un doppio fallo – si è lasciata andare lungo distesa sul campo centrale della Rod Laver Arena coprendosi il volto e piangendo come un vitellino, con tutto il petto percorso da sussulti irrefrenabili.

 Direi che lo studio ha pagato – soprattutto in percentuale di prime palle, il 65% contro la Rybakina che si è fermata  al 59%; la seconda palla invece secondo me necessità di studi ulteriori: è troppo piatta, c’è poco lift –  perché durante tutto l’Australian Open di doppi falli Iryna ne ha fatti “soltanto” 29 in 7 partite. Quindi è scesa a 4 di media a match.

Vero, però, che le prime sei Aryna le ha vinte tutte in due set e sempre perdendo pochi game, così come aveva vinto in due set tutte le partite giocate al torneo di Adelaide. Oggi  che la partita è durata 2h e 29 minuti per 3 set, i doppi falli sono stati 7, non pochissimi, però sono stati bilanciati da 17 ace (mentre la Rybakina ne ha fatti 9 e un solo doppio fallo: insomma la forbice dice +10 per gli ace a favore della ragazza bielorussa, + 6 a favore per i doppi falli a favore della kazaka) e poi non so dirvi quanti siano stati i servizi immediatamente vincenti, ma in quelle 70 volte in cui ha messo direttamente la prima ha fatto 50 punti. Sospetto che i servizi vincenti che siano stati parecchi.

Quindi il servizio ha svolto un ruolo importante in un match caratterizzato da pochi break, cinque in tutto in 29 game, come vediamo di solito accadere più in un match di uomini piuttosto che di donne.

D’altra parte le due ragazze finaliste hanno un fisico non così comune per il tennis femminile: un metro e 84 centimetri la Rybakina, un metro e 82 la Sabalenka che ha anche due spalle e una potenza che non tanti tennisti di sesso maschili possono vantare e disporre.

I servizi della Sabalenka sfiorano i 200 km orari e fanno male. Se un numero sufficiente di battute le sta dentro, strapparle il servizio è tutt’altro che semplice. Infatti la Rybakina c’è riuscita solo due volte pur essendosi procurata 7 pallebreak, entrambe nel primo set. E poi più.

Con le sue possenti, fracassanti risposte, invece la Sabalenka di palle break ne ha conquistate 13 e dopo l’inutile break del primo set per risalire dal 2-4 al 4 pari, un break a set nei due set successivi le sono bastati per vincere il match e conquistare il suo primo Slam alla sua prima finale e dopo tre stop in tre precedenti semifinali Slam.

Di solito, se fra due giocatrici di simile livello (ma vale forse ancor più per i giocatori) una ha un grandissimo dritto e l’altra ha un grandissimo rovescio, dai tempi di Steffi Graf (anche se Chris Evert potrebbe aver argomenti validi per obiettare), vince quella con il miglior dritto.

Il dritto, in genere, procura più punti. Tant’è che salvo poche eccezioni se a un tennista si offre una palla a mezza altezza e a metà campo, è più normale che il tennista giri attorno alla palla per schiaffeggiarla con il dritto piuttosto che con il rovescio. Il dritto è un colpo più dirompente. E’ più normale schiacciarlo dando anche una spallata. Ma su questa tesi sono più che aperto ad aprire un fronte di discussione e contradditorio…

Ora ci sarà chi, alla vigilia della finale maschile fra Djokovic e Tsitsipas mi obietterà che Djokovic è il favorito anche se il greco ha il miglior dritto e il serbo il miglior rovescio, ma io a mia volta potrò controbattere che Nole fa comunque di solito più punti vincenti con il dritto che con il rovescio. Vedremo domani (ore 9,30 su Discovery-plus).

Intanto chiudo il discorso sulla finale femminile osservando che la bielorussa Sabalenka non ha potuto godere né dell’inno nazionale a celebrare il suo trionfo, né della bandiera bielorussia sul tabellone e sul palmares dell’Australian Open accanto al suo nome. Magari fra qualche anno ricomparirà al posto di una bandiera bianca. E chissà poi che cosa deciderà Wimbledon quest’anno. Molti auspicano un ripensamento. Non i tennisti ucraini. La Kostyuk, sconfitta in semifinale nel doppio femminile, ha chiesto agli inglesi di non fare marcia indietro.

Io ripenso con piacere a quando l’indiano Bopanna e il pakistano Qureshi si sono messi a giocare il doppio assieme.

 Ma fra Russia-Bielorussia e Ucraina la guerra è ancora purtroppo così terribilmente virulenta, orribile oggi perché possano essere dei tennisti i primi a soprassedervi, a non farci caso. Anche se potrebbe essere un gran bel messaggio.  

La newsletter Slalom.it di Angelo Carotenuto ha riportato un articolo del Sydney Morning Herald secondo cui “Sopprimendo le loro bandiere (di russi e bielorussi), i dirigenti maldestri offrono solo più fiato al loro vittimismo. Che si tratti di Australia, Parigi, Londra o New York, l’anno scorso ha dimostrato che più bandiere vengono bandite dagli eventi sportivi, maggiore è la sfida che producono. Quanto più il mondo condanna il nazionalismo, tanto più acquistano forza coloro che ci credono. Chiediamolo agli ucraini

Comunque sia quando hanno chiesto a Aryna Sabalenkaq, nuovamente n.2 del mondo “nel giorno più bello della mia vita”  (la Rybakina sarà top-ten, ma sarebbe stata top-five se avesse potuto contare anche i 2.000 punti di Wimbledon 2022) se non le sembrasse strano aver vinto uno Slam senza una sola bandiera bielorussa e neppure una menzione alla bielorussa, lei ha risposto con un sorriso: “Credo che tutto il mondo sappia che sono bielorussa, non vale la pena di aggiungerlo”.

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Australian Open

Australian Open: a quasi 36 anni un exploit di Rafa Nadal stupiva. Di Novak Djokovic no. Tre obiettivi per il serbo, due per Tsitsipas

Curiosità per il caso Srdjan Djokovic: autoconfinato in hotel, domiciliari imposti o nel box di Novak? Mi piace più Rybakina di Sabalenka

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Novak Djokovic - Australian Open 2023 (Twitter @AustralianOpen)
Novak Djokovic - Australian Open 2023 (Twitter @AustralianOpen)

Che dire dopo due semifinali scontate che non sono mai state incerte ma sono state più lunghe soltanto perché i due vincitori si sono distratti un po’?

Tsitsipas poteva vincere 7-6 6-4 6-4 quella che era stata preannunciata come la semifinale probabilmente più equilibrata (lo è stata) e invece nei momenti in cui poteva chiudere due set su tre – ha servito sul 5-3 nel primo, sul 5-4 nel terzo, quando poi ha avuto anche due matchpoint nel tiebreak – è stato meno deciso e così ha avuto bisogno del quarto set. Nel quale, a scanso di equivoci, è salito subito sul 3-0 e non si è fatto più riacchiappare.

 

Quanto a Djokovic beh… se avesse vinto 6-1 6-1 6-2 nessuno si sarebbe sorpreso, perché nel primo set vinto invece soltanto 7-5 Djokovic era avanti 5-1 con setpoint. Lo avesse trasformato, e non si fosse messo a discutere con l’arbitro che gli aveva inflitto un time-warning, avrebbe perso solo 5 game in tre set dopo averne persi 6 con de Minaur e 7 con Rublev.

Contando gli ultimi due punti del primo set Djokovic ha conquistato nei successivi 95 punti… la bellezza di 62 punti lasciandone appena 33 al suo malcapitato avversario che però, secondo me, era già stracontento di aver raggiunto una semifinale di uno Slam e non gli è detto che gli ricapiti.

Quello di Djokovic nelle fasi finali di questo torneo (con un unico set perso per colpa della gamba con il francesino Couacaud) è stato un dominio così schiacciante che impressiona noi e, forse, anche i suoi rivali.

Forse l’unico che non si lascia impressionare troppo è proprio Stefanos Tsitsipas, anche se con Djokovic ha perso 10 volte su 12.

Però c’è quella finale di Parigi che Djokovic aveva dimenticato (non credo l’avesse fatto apposta…) nella quale Tsitsipas aveva vinto i primi due set, a dare fiducia al tennista ateniese che oggi è certo più forte di allora.

Semmai viene da chiedersi se anche Djokovic col passare degli anni, anziché diventare più vulnerabile, non sia invece diventato più forte sulla soglia dei 36 anni. Per la verità io avrei quasi quest’ultima impressione. Oltre che gli avversari Nole sembra infatti in grado di sconfiggere l’anagrafe.

Per esser più chiari: la rimonta del quasi trentaseienne Rafa Nadal con Daniil Medvedev un anno fa ebbe del miracoloso, dell’assolutamente sorprendente. Tant’è che tutti sottolinearono quell’impresa come una straordinaria riprova del grande carattere del guerriero Nadal.

Per carità, quel Medvedev, che pochi mesi prima aveva stoppato Djokovic in finale all’US Open, impedendogli la conquista del Grande Slam, era un giocatore ben più forte di de Minaur, Rublev e Paul, tuttavia la vittoria di Nadal fu celebrata – certo anche per il modo in cui era avvenuta – come una clamorosa e sorprendente impresa.

Invece quel che sta facendo Djokovic, che ha perso una sola partita (con Rune a Bercy) da un pezzo a questa parte – e a prescindere dalle 27 vittorie consecutive all’open d’Australia – sembra perfettamente normale, tutt’altro che una impresa straordinaria.

Dei quasi 36 anni di Nadal un anno fa parlavano tutti, si preoccupavano i suoi fan. Dei quasi 36 anni di Djokovic nessuno ne parla, nessuno se ne preoccupa, tranne qualche volta lui stesso appena avverte un dolorino…perché è chiaramente un ipocondriaco cui se sente male a un dito pensa sia dolorante tutto il braccio.

Certamente Novak ha preso cura del proprio corpo come nessun altro, con una determinazione e una attenzione straordinaria, quasi ossessiva e assolutamente non comune.

Vedremo che cosa succederà domenica mattina con Tsitsipas. Che timori reverenziali non ne ha. E questa è la sua forza. I giocatori più… presuntuosi, e non solo ambiziosi, alla fine sono quelli che vincono più spesso degli altri. E Tsitsipas, che spesso appare quasi arrogantello e non sempre simpaticissimo, è uno che crede molto in se stesso. È una condizione ideale per vincere davvero.

E vedremo anche – sebbene ciò sia argomento molto più marginale – se Djokovic senior tornerà sul campo a seguire il figlio o resterà confinato davanti alla tv nella sua camera d’hotel. Autoconfinato o “fermato” come fosse incastrato in qualcosa di simile agli arresti domiciliari?

Non è ancora chiaro, qui UP-ABOVE, se sia stata una sua decisione (o di Novak) quella di non venire a vedere Nole contro Tommy Paul o se invece Tennis Australia, sollecitata dal sindaco di Melbourne e/o da altri politici Governativi, abbia ritirato l’accredito a papà Srdjan.

A Wimbledon – ho saputo -il finalista del torneo può disporre di 35 biglietti, 10 nel suo box, 25 in ottime posizioni, ma il giocatore è tenuto a dichiarare a chi vanno i biglietti.

Come funzioni a Melbourne non so. Papà Djokovic l’altro giorno è stato ingenuo protagonista di una gaffe e nelle risposte ad alcuni lettori, in calce all’articolo che riguardava la sua vicenda, ho cercato di spiegare perché non si trattava tanto di discutere del diritto a una libertà di pensiero, di espressione e di azione, ma semmai era – almeno secondo me – una questione di rispetto nei confronti di chi aveva invitato tutta una famiglia in un luogo dove erano state stabilite certe regole.

Non è questione di impedire a qualcuno la libertà di esprimere il proprio pensiero. È questione semmai di educazione, stile, rispetto nei confronti di chi ti ospita e – a torto o a ragione (non è il caso di discuterne quando si è ospiti) – desidera imporre certe regole, certi comportamenti.

Ripeto: magari sono regole e obblighi comportamentali sbagliati – sapeste quante volte mi sono trovato io stesso costretto in certi tornei a dover sopportare regole che non condividevo affatto, e talvolta mi sono trovato in buona fede a non rispettarle, tanto mi parevano inconcepibili e inimmaginabili – ma una volta che accetti di trovarti in certe situazioni non puoi permetterti di dire e fare quello che ti pare.

Clicca qui per leggere il seguito a pagina 2: “Srdjan in una specie di libertà condizionata per per non aver immaginato il casino che avrebbe sollevato? Il pensiero di Nole, le presunte responsabilità della sicurezza dell’Australian Open e le TV down under. E la finale femminile, con favorita…

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