Quei silenzi sul presidente delle banane. Senza ritegno anche il tennis

Editoriali del Direttore

Quei silenzi sul presidente delle banane. Senza ritegno anche il tennis

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TENNIS EDITORIALI – Maurizio Crosetti (Repubblica) mette a nudo calcio, ufficio inchieste smarrite, dirigenti impresentabili, Coni. Impressionanti analogie col tennis. “Wild Card” date o rifiutate in Sardegna in spregio ad ogni meritocrazia

Ho ripreso (chiestane l’autorizzazione) quest’articolo di uno dei migliori giornalisti contemporanei, Maurizio Crosetti di Repubblica. Leggendolo ho condiviso soprattutto lo spirito che dovrebbe animare qualunque serio giornalista innamorato del proprio mestiere.

Può definirsi tale chi non si adegui, per pigrizia, interesse o altro, a passare sotto silenzio tutto quel conosce ma che accade quasi quotidianamente nell’indifferenza dei più, siano essi giornalisti, appassionati, dirigenti, elettori, uomini…poco uomini.

 

Sembra dominante ormai una quasi fatal rassegnazione, a tutti i livelli. Quella di chi scuotendo la testa l’abbassa e, con una scrollatina di spalle, borbotta piano, quasi per non farsi sentire: “Ma con tutto quel che si vede succedere in questo nostro Paese, ci si deve scandalizzare ancora per cosucce di questo tipo? Si debbono fare ancora pistolotti etici? Lasciamo perdere che è meglio. Occupiamoci soltanto di scrivere di calcio, di tennis, di partite, di giocatori..”

Evviva Ponzio Pilato!

Purtroppo troppi politici, troppi dirigenti sportivi ne combinano di tutti i colori nell’indifferenza generale. Le loro cattive azioni sono ormai diventate norma, nessuno si scandalizza più di niente. “Ha ancora senso, serve a qualcosa scandalizzarsi?” è la domanda retorica degli ignavi.

Così legittimati i tronisti – che non sono quelli delle trasmissioni della De Filippi, ma quelli che si abbarbicano alle loro poltrone costi quel che costi – se ne infischiano di quello che pensa la gente per bene. A loro basta trionfare “democraticamente” alle elezioni ben organizzate, con percentuali bulgare. Dopo di che, in barba ad ogni codice etico infranto, possono pure sbeffeggiare con arrogante protervia coloro che segnalano le magagne del sistema.

Prima di invitarvi alla lettura di quest’articolo di Crosetti – giornalista controcorrente che a suo tempo la Juventus cercò di allontanare dalle conferenza stampa di Villar Perosa, perchè quel che scriveva sui bianconeri non piaceva sempre alla prepotente dirigenza di quei giorni (e mi pare in particolare al coach Marcello Lippi) – riporto anche queste righe scritte nella sua rubrica domenicale “Sette giorni di cattivi pensieri” da un altro dei migliori giornalisti di quest’epoca, Gianni Mura: Uno che non cambia idea è Tavecchio. Intervistato in tribuna a Palermo, ha detto che la sanzione inflittagli dall’UEFA non danneggia l’immagine del calcio italiano. Certamente: segnala la sua peculiarità. Quanti possono vantare di avere un presidente federale sospeso dall’Europa per frasi razziste? Noi, modestamente, ce l’abbiamo. E siamo colpiti dall’assenza di ogni senso di responsabilità, assenza molto diffusa”.

Ci sono colpe più gravi e meno gravi, per carità. Dirigenti con maggiore e minore faccia tosta. Ma anch’io, come Gianni Mura, sono colpito dall’assenza di ogni senso di responsabilità in molte, troppe occasioni.

Leggete le prossime righe e ditemi che ne pensate.

A seguito di un accordo raggiunto con la Federtennis il resort di Santa Margherita di Pula (che ha avuto in gestione anche il “Servizio Catering” degli Internazionali d’Italia e che ha ospitato una nutrita riunione di consiglio federale a fine luglio, in altissima stagione turistica: sotto quale voce saranno state messe a bilancio le spese per l’ospitalità di tante persone in uno dei posti più cari d’Italia? Scambio servizi?) aveva in programma nel 2014 di ospitare ben 14 tornei ITF. Alcuni sono stati recentemente cancellati.

Ebbene vengo a sapere che a questi ITF Futures del Forte Village per una dozzina di volte – non una soltanto – la wild card per le qualificazioni del singolare e l’ammissione al tabellone principale di doppio è stata concessa al figlio quindicenne del presidente federale, Roberto Binaghi. Il quale non ha ovviamente nessuna colpa se suo padre ha buoni… agganci con chi organizza quei tornei con il beneplacito federale. Controllo i dati sul sito ITF, e constato che è vero. Nulla di personale, sia chiaro, con il piccolo Roberto che, anzi – fra parentesi – a Londra, al Tennis Club di Hurlingham, ho quasi salvato da un laghetto nel quale si era inavvertitamente avventurato (avrà avuto 5 o 6 anni, credo).

La vicenda delle wild card non sarebbe di per sè gravissima, se consente a un ragazzino appassionato di tennis di giocare e farsi un’esperienza. Purchè ciò non danneggi nessun altro, naturalmente.

Ma dopo l’iniziale perplessità, al di là del fatto che Binaghi junior non ha certo alcuna colpa nemmeno se non ha mai vinto un set salvo che in un primo turno e rimedia a più riprese 6-0 6-0 (come nel secondo turno delle “quali” di quello stesso evento in cui lo aveva passato), 6-1, 6-1 e 6-2, 6-2 o punteggi similari facilmente verificabili, resto invece lettaralmente basito quando vengo invece a sapere che mai nessuna wild card è stata concessa in due anni per il tabellone principale e per una ventina di tornei (fra 2013 e 2014) al miglior tennista sardo, Manuel Mazzella, classifica 2,3, campione regionale sardo dal 21 settembre 2014 ma già considerato unanimemente il più forte da almeno un paio d’anni. Mazzella ha poi quasi sempre superato le “quali”, a testimonianza del suo buon livello tennistico. Ad ogni torneo, invariabilmente, Manuel ha chiesto la wild card per il tabellone principale (anche perché era l’unico modo per poter partecipare a gare a squadre altrimenti concomitanti e quindi precluse), ma regolarmente gli è stata negata.

Recentemente Manuel, dopo essersi qualificato, ha vinto anche uno di quei tornei, in doppio. Perchè a lui la wild card no? Qual è la colpa di questo ragazzo, figlio di un maestro Alberto del Sardinia Tennis di Dorgali, nel golfo di Orosei?

Non sarà mica perchè il padre Alberto è amico di Alberto Castellani e frequenta anno dopo anno i corsi GPTCA che Castellani organizza con Pistolesi a Bettona, dimostrandosi più volte di non essersi allineato al presidente federale? Beh, qui si entra nel campo delle “vox populi”, di “telefonate importanti che sconsigliano” la concessione della wild card a Manuel Mazzella, di una serie di voci diffusissime negli ambienti sardi e allo stesso Forte Village. Ma, come potete immaginare, non documentabili.

Quindi alle voci non voglio dar credito. Voci tante, ma prove non ce ne sono. I fatti, però, sono e restano che il figlio del presidente federale, classificato 3,4 ottiene wild card a tutto spiano, sia pure per le “quali”, mentre “il nemico Mazzella” invece non le ottiene neppure per il torneo di doppio quando invece Binaghi junior, che non avrebbe la classifica per parteciparvi, le ottiene sempre.

Chi volete che, se non Ubitennis, dia spazio a queste piccole vicende locali? Certo non il Coni che ha dimostrato ormai di passare sopra, di chiudere due occhi anziché uno, su vicende molto più gravi “pro bono pacis” (se qualcuno scrive voto di scambio, non sono io). Ma dietro a queste vicende bisognerebbe saper cogliere i metodi che le ispirano. E reagire.

Questa vicenda, di per sé insignificante sul piano nazionale, ma significativa di come possano essere gestite impunemente le cose nel mondo del nostro sport – senza nemmeno addentrarsi nell’annoso problema della giustizia sportiva popolata da giudici amici quando parenti nominati da quei dirigenti sui quali debbono pronunciarsi – ricorda da vicino quella che qualche anno fa suggerì ad un magistrato sardo assai addentro alle vicende locali, il dottor Giangiacomo Pilia, di avviare un’azione penale per presunte discriminazioni nei confronti dei figli di un altro “dissidente” manifesto del presidente, il dottor Luigi de Fraia.

Non starò a riesaminare tutta la vicenda cui Ubitennis e la stampa sarda (e quella non “allineata”) ha a suo tempo dato ampio risalto.

Volete rileggervi un po’ quelle vicende?

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Nicolò De Fraia, un talento da esportazione

Constato soltanto che nei giorni scorsi un giornale sardo La Nuova Sardegna ha dedicato un ampio spazio al giovane Nicolò De Fraia che campione regionale giovanile di tutte le categorie, da under 10 a under 14, non veniva convocato con vari “alibi” regolamentari né ai raduni tecnici nazionali (pur essendo certamente un ragazzo molto promettente) né addirittura nelle rappresentative regionali (dove sarebbe stato indiscutibilmente il n.1).

Il ragazzo De Fraia, che ovviamente non aveva alcuna colpa né per essere molto più forte di Binaghi junior né per i rapporti incrinatisi fra Binaghi senior e De Fraia senior – uno era stato perfino testimone di nozze dell’altro, a suo tempo – sentendosi ingiustamente boicottato ed essendo al contempo molto determinato, ha deciso di percorrere ugualmente quella strada che sembrava essergli preclusa. Così a 14 anni, libri di studio e racchetta sottobraccio, è andato a Barcellona da Sergi Bruguera, dove è rimasto per due anni ad affinare studi e tennis. Lo scorso anno si è trasferito in Florida alla Tennis Academy di Chris Evert ed ha preso la maturità guadagnando un anno. E’ notizia di questi giorni che Nicolò, grazie al suo livello tennistico, ha ottenuto una full-scholarship, presso la UCF, l’Università della Central Florida dove la sola frequentazione sarebbe stata carissima. Insomma, quale che sarà il suo prosieguo agonistico e la sua carriera tennistica, il “perennemente mancato convocato” della regione Sardegna, ha già vinto una scommessa importante: “Chi voleva farmi un dispetto alla fine mi ha fatto un favore” è stato il commento del ragazzo.

Attenzione a quanto segue: il ragazzo in questione ha potuto fare questa scelta, soltanto perchè suo padre ha fortunatamente potuto permettersi di affrontare in questi 3/4 anni i sacrifici economici che quella scelta comportava. Ma, a parte il fatto che questo ha significato dover allontanare necessariamente un ragazzino ancora piccolo dalla madre, dagli affetti familiari, dal proprio habitat naturale, dagli amici – e non tutti i suoi coetanei, o le famiglie dei suoi coetanei, si sarebbero sentito di compiere la stessa scelta – ciò significa che un ragazzo di una famiglia senza gli stessi suoi mezzi economici avrebbe dovuto smettere di coltivare i propri sogni. Tradire la propria passione per il tennis, smettere di giocare con qualche ambizione. Proprio il contrario di quello che dovrebbe augurarsi una qualsiasi federazione coerente con i propri principi istituzionali di promozione del tennis.

Non sto a chiedermi, adesso, se suo fratello, ove volesse seguire lo stesso percorso, dovrà emigrare anche lui. Oppure aspettare un intervento del Coni che non arriverà mai.

Come nel caso di Manuel Mazzella, il problema non è nei numeri, uno, due, tre casi, e neppure nelle difficoltà specifiche dei due fratelli o di chissà quanti altri casi già verificatisi o ancora da accadere.

Il problema sta nel principio. Nell’aberrante constatazione che episodi simili possono tranquillamente accadere in Italia quando il potere di una o più persone gode di una facoltà di arbitrio illimitata ed incontrollata. E quando chi dovrebbe controllare non ha il tempo, la voglia, e soprattutto l’interesse, a controllare…frenato com’è da tutt’ altre priorità. Che sono, per solito – parliamoci chiaro – priorità elettorali, di “casta”.

Quanti altri casi di ragazzi “non raccomandati” – se non “boicottati” – ci sono in Italia che vengono ostacolati, in ragione di “antipatie” personali dirette a “genitori” di ragazzi assolutamente estranei ai motivi di quell’antipatia (ancorchè essa fosse giustificata)? Nel caso di Nicolò De Fraia il pm archiviò l’azione penale che lui stesso aveva avviato perché non riscontrò fattispecie di reato. Ciò non significa però che il percorso agonistico dello stesso Nicolò sia stato in qualche modo facilitato, se non ostacolato. Perfino ai miei tempi di nazionale junior ricordo bene come le lobbies influenzassero le convocazioni per le squadre. C’erano circoli potenti, amici degli amici, e circoli assolutamente ininfluenti. C’erano dirigenti di alcuni tennis club nella commissione classifiche, mentre altri circoli non avevano Santi in Paradiso. Era molto più facile venire convocati ai raduni nazionali giovanili se quei Santi ce li avevi, vi assicuro. E già allora ricordo come un’ attuale figura “importante” nella struttura federale operava per ingraziarsi questo e quello (perchè magari in quel club aveva insegnato lui stesso o un suo parente). Non crediate che le cose siano cambiate in meglio. Purtroppo. Gli esempi poco sopra evidenziati dovrebbero bastare per dimostrarlo.

Volevo fare un prologhino, piccolo piccolo all’eccellente articolo di Maurizio Crosetti. Come spesso mi accade, il polpastrello mi ha preso la mano sul computer. Me ne scuso, ma spero ce l’abbiate fatta ad arrivare in fondo, prima di leggere il pezzo che mi ha ispirato il tutto.


L’articolo comparso su Repubblica.it

UN PRESIDENTE federale punito per razzismo è un record impossibile da battere, ma è coerente con il precipizio morale e istituzionale del calcio italiano. Per sei mesi l’Uefa non vuol vedere Carlo Tavecchio neanche in cartolina, ma per l’immagine del nostro sport più amato il danno sarà assai più lungo, molto più dilatato nel tempo. Di quelle banane, di quella sciocca protervia ci dovremo vergognare per anni, forse per sempre.

Dove la Federcalcio ha archiviato grazie al noto insabbiatore Palazzi, il capo dell’Ufficio inchieste smarrite, l’Uefa ha indagato e deciso. Era il minimo, anche se adesso il grottesco Tavecchio vorrebbe far credere a un patteggiamento mai esistito: non faccio ricorso, dice, per chiuderla qui. Invece no, caro presidente. Non si chiude nulla fino al giorno in cui lei resterà inadeguatamente su quella poltrona.

Intanto, le cosiddette istituzioni sono mute e assenti. Tace la classe politica: l’unico rigore, per lei, è quello di Rocchi in area (o forse no), con ricaduta di interrogazioni parlamentari offensive. Questi sarebbero i problemi dell’Italia? E tace anche il Coni, che pure ha un presidente sospeso per una faida di piscine e una tristissima guerra interna. Del resto, anche quando poteva far qualcosa per fermare l’uomo delle banane, Malagò non ha mosso un dito. Vi aspettavate altro?

Il nostro è uno sport malato, allo stadio ci si ammazza, si dileggiano i vivi e i morti, si tifa per il fuoco del Vesuvio. La canizza di Juventus-Roma, compulsioni da Twitter comprese, ben rappresenta l’isterismo e la stupidità dilaganti: se questi sono i protagonisti, non troppo diversi possono essere i loro dirigenti. E si accappona la pelle al pensiero che il Banana, in sede internazionale, sarà sostituito o da Beretta (dirigente di banca, presidente di Lega, vice presidente federale: forse un po’ troppo) oppure dal sobrio Lotito, l’architetto delle riforme, grande elettore di Tavecchio da lui mosso come un pupazzo. È anche vero che il Banana potrà comunque seguire la nazionale pure da sospeso, dunque potrà passare – nel caso – la giacca a vento al suo sodale: alleanze e tepore sono salvi. Sembra una serie tv: “Gli Impresentabili”. Invece è tutto vero, e l’Europa ride di noi.

Maurizio Crosetti

Cattura nicolò de Fraia Nicolò De Fraia

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Editoriali del Direttore

Per colpa di Schwartzman che batte Nadal, piccolo excursus statistico sulle serie vittoriose fra big

Ci aveva perso 9 volte! Con Berdych, Nadal era stato più continuo: le vittorie di fila furono 18. Rino Tommasi e Arthur Ashe vs Rod Laver…Tanti head to head a senso unico. Quiz su Berrettini, Sinner e Musetti

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Rafa Nadal - Internazionali di Roma 2020 (foto Giampiero Sposito)
Questo spazio è sponsorizzato da BMW

I nostri appassionati di tennis hanno dimostrato in tutti questi lunghi anni in cui i nostri tennisti di soddisfazioni ce ne hanno date pochine, che bastava tifare per Federer, Nadal o Djokovic per aver voglia comunque di seguire il tennis con immutata passione. Per poco più di un quinquennio (2010-2015) è stato motivo d’orgoglio patriottico soprattutto il tennis e i risultati delle nostre ragazze, ma per tre lustri sono stati quei tre a farci divertire più degli altri. A volte anche Murray, a volte anche Wawrinka e del Potro, ma sono stati meno continui.

A Roma, superata la delusione per le sconfitte dei quattro italiani che ci avevano un po’ illuso piazzandosi negli ottavi, ultimo in ordine di tempo colui sul quale era lecito puntare di più, Matteo Berrettini testa di serie n.4, erano tutti convinti che ci saremmo ritrovati con una finale disputata dai soliti due, Nadal e Djokovic.

Il direttore commenta la sconfitta di Berrettini (con un paragone irriverente)

 

Invece Nadal è già tornato a Maiorca. E non andrà a pescare, ma ad allenarsi più duramente del solito se non vorrà perdere anche a Parigi dove ha vinto tre volte più che a Roma: là sono 12, qua erano 9.

Nove erano anche le sue vittorie consecutive con il più piccolo dei grandi del circuito ATP, “El Peque”, il piccolo, l’argentino Diego Schwartzman. Chi non indovina perché si chiami Diego? Peggio per lui, io non glielo dico.

A fine match ho ricordato cosa disse Gerulaitis quando finalmente battè Connors, e lui si è messo a ridere: “Io posso avere anche sempre perso con certi giocatori, ad esempio con tutti i grandi tre, Rafa, Djokovic e Federer, ma quando entro in campo penso sempre che potrei farcela  rovesciare il pronostico. Oggi ho giocato la più bella partita della mia vita e sono contentissimo. Sì, forse lui non sarò al massimo, forse l’umidità della sera ha rallentato le palle che non prendevano più tanto lo spin, ma io ho giocato proprio bene. Gli ho fatto diversi break? Sì, ma io ho sempre fatto tanti break, la risposta è la parte migliore del mio repertorio…”.

Non solo il simpatico piccoletto di Buenos Aires, che era stato in semifinale al Foro anche un anno fa, non aveva mai battuto Nadal in 9 tentativi e – come mi ha detto lui. Nessuno dei celebri Fab 3, ma non era riuscito mai a battere uno dei primi 5 classificati del mondo in 22 duelli. Eppure un paio d’anni fa lui, l’11 giugno dopo aver raggiunto i quarti al Roland Garros, era arrivato a bussare alla porta dei top-ten. Si era fermato a n.11, come best ranking. Con quella classifica, fra i piccoletti, è stato probabilmente il n.2 di sempre. Harold Solomon, l’americano che perse da Panatta la finale del Roland Garros nel 1976, era alto 1m e 68 cm, vinse 22 tornei e salì fino al quinto posto delle classifiche ATP. Sul metro e 70 di Diego, detto fra noi, non ci giurerei. Deve essere stato misurato con un metro argentino. Secondo me è più piccolo. Ma tant’è.

Piuttosto, al di là del fatto che certamente quello visto ieri sera non era il miglior Nadal…e che la sua partita scopre un diverso scenario sia per Roma, dove il favorito diventa Djokovic a dispetto di una condizione non brillante, sia per Parigi dove gente come Thiem, lo stesso Djokovic e altri possono legittimamente pensare di avere molte più chance di quanto si potesse immaginare.

Rafa Nadal – Internazionali di Roma 2020 (foto Giampiero Sposito)

La vittoria di un tennista che aveva perso nove volte con un altro mi ha fatto ripensare a quelle frasi che dicono i giocatori e che sembrano sempre un esercizio di banalità: “Ogni volta si ricomincia da 0 a 0” è una delle più classiche. Altre? “I Vecchi incontrano non contano”, “Lui non è tipo che molli e ti regali la partita” e via dicendo.

Poi però mi è tornata in mente quella sera al Masters quando con Rino Tommasi  e Gianni Clerici (Roberto Lombardi non c’era ancora) commentavamo per Tele+ (o Telecapodistria?) dal Madison Square Garden e Vitas Gerulaitis battè finalmente Jimmy Connors e se ne uscì con quella frase rimasta storica: “Nessuno batte Viats Gerulaitis 17 volte di fila!”. Un capolavoro. Vitas era un ragazzo straordinario e straordinariamente simpatico. Ho avuto il piacere di partecipare a un paio di party organizzato da lui, a Dallas e New York, dove mi sono divertito da matti. Magnifici, nostalgici ricordi.

ALTRI DUELLI A SENSO UNICO

Sulla scia di quel ricordo ho ripensato ad altre serie di duelli a senso unico che poi improvvisamente venivano interrotti. Un altro “17 senza macchia” che mi viene in mente è quello di Roger Federer con Youzhny, perché tre anni fa all’US Open, secondo turno, il russo era avanti 2 set a uno e corremmo tutti sull’Arthur Ashe increduli.

Maestro Rino mi diceva sempre di quando Arthur Ashe lo incontrava e gli diceva: “Senza di te Rino non avrei mai saputo quante volte di fila ho perso  con Rod Laver!”. Erano 19, quando finalmente Arthur ne vinse una. E su 23 ne avrebbe vinte…addirittura 2. E Rino, che Gianni aveva ribattezzato “ComputeRino”, ne era tutto fiero. Finché arriva a dire un giorno: “Prima di Internet…Internet ero io!

In Australia cinque anni fa ricordo di aver visto Andreas Seppi battere Roger Federer sull’HiSense Arena: Andreas ci aveva perso dieci volte di fila. Giocò una partita magnifica in quel torneo in cui ha raggiunto gli ottavi ben quattro volte.

Sempre in Australia, in quello stesso 2015, si interruppe la striscia positiva di Rafa Nadal con Tomas Berdych: il ceco aveva vinto le prime tre partite, e sembrava che Rafa se ne fosse fatto un complesso. Ma poi ne perse ben 18 di fila! In Australia Berdych spezzò la maledizione. Poi ricominciò a perderci… Alla fine il bilancio sarebbe stato dunque 20 a 4 per il maiorchino.

Ricordo anche, più lontana, una serie di 17 vittorie consecutive di Ivan il Terribile Lendl su un Connors che, otto anni più anziano, sul finir di carriera accusava il peso dell’età. Il bilancio non sarebbe stato però umiliante, perché all’inizio il pur longevo Connors aveva bastonato il ceco tante volte: 22 a 13 i confronti diretti. Una di quelle vittorie di Jimbo venne a un Masters, sempre al Madison Square Garden quando Connors dette del vigliacco (Chicken! Non si traduce come pollo, ma proprio vigliacco) a Lendl che contro di lui nell’ultima giornata del round robin aveva perso apposta il secondo set perché, arrivando secondo nel gruppo dietro Jimbo, avrebbe affrontato in semifinale il ben più battibile Gene Mayer che aveva concluso al primo posto dell’altro gruppo nel quale Bjorn Borg si era piazzato secondo. Lendl fece meri calcoli. Jimbo, orgoglioso com’era, non li avrebbe mai fatti.

Lendl, quando diceva di essere più forte di un altro, non lasciava spiragli. Con Brad Gilbert, che pure è stato n.4 del mondo, ha battuto in Slam o Masters gente come Becker e McEnroe, Ivan è stato implacabile: 16 vittorie a zero. Le stesse di Rafa Nadal con Richard Gasquet che soltanto fra il 2004 e il 2008 è riuscito a strappargli un set in 4 occasioni, ma mai più d’uno.

WTA – Fra le donne le serie di vittorie consecutive fra tenniste di altissimo livello ne ricordo diverse: avevo visto la diciottenne Sharapova battere Serena a Wimbledon nel 2004 e quello stesso anno una mia amica che scriveva di spettacoli su USA Today mi ospitò a Los Angeles e mi portò a Holywood a intervistare nella sua camera d’hotel la bellissima Halle Berry (scrissi l’intervista per Panorama, mi pare) nella settimana in cui Masha ribatté Serena allo Staple Center. C’era papà Yuri Sharapov che faceva un tifo esagerato e fuori da ogni bon ton. Mai e poi mai avrei immaginato che da allora Maria non sarebbe più riuscita a battere Serena, lungo 19 sfide in 16 anni! In compenso Maria ha messo sotto Simona Halep sette volte di fila prima di perderci a Pechino tre anni fa e poi a Roma nel 2018.

Mentre quando vidi Steffi Graf, nella finale del Roland Garros 1988 dare 60 60 a Natasha Zvereva in 34 minuti, non mi sorpresi a constatare che il loro bilancio sarebbe stato 20 a 1 per Steffi, che peraltro poteva vantare anche un 21-0 con Nathalie Tauziat, un 17-0 con Manuela Maleeva, un 21-1 con Helenona Sukova. Uno schiacciasassi, Steffi.

Sono sicuro che i lettori ne ricorderanno altre, io mi sono distratto a scrivere di queste e… tutto per colpa di Nadal che ha perso da Schwartzmann dopo averlo battuto 9 volte di fila! Vabbè, scherzi a parte, abbiamo fatto un po’ di ripasso di storia, non senza aver ricordato che Filippo Volandri resta l’ultimo italiano ad aver raggiunto le semifinali dal Foro Italico 13 anni fa, anno 2017. Ad maiora. Chi secondo voi fra Berrettini, Sinner e Musetti sarà in grado di centrare l’obiettivo per primo? E chi più volte?

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Editoriali del Direttore

Il direttore Scanagatta dà ragione a Binaghi: “Il Paese ne esce male” però…

Insopportabile incoerenza di provvedimenti presi a distanza di una settimana. Anche se nessuno dovrebbe stupirsi più se nell’ambito delle autonomie regionali una Regione sposa il bianco e un’altra il nero

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Roma 2020 (via Twitter, @InteBNLdItalia)

Non appena ho saputo della pronuncia del ministro Spadafora e poi della reazione di Angelo Binaghi, ho chiesto alla redazione di fare subito quel titolo che abbiamo fatto in questa home page. Inclusa, ovviamente, la frase “e ha pure ragione”. Perché secondo me ce l’ha. Per quanto riguarda il mio preannunciato commento che compare nel sottotitolo, sapevo purtroppo che non sarei riuscito a farlo subito.

Ciò a causa delle varie partite in atto, Berrettini-Travaglia, Sinner-Dimitrov, Musetti con Koepfer, le interviste in rapida successione e i concitati colloqui con la redazione in remoto (con quella maledetta tendenza moderna alle chat che ti fanno perdere un sacco di tempo per obiezioni cui ti tocca rispondere e spiegare), con le pratiche e i protocolli COVID in continua evoluzione che arrivano dall’ufficio stampa del Roland Garros per procedere al completamento degli accrediti. Ovviamente a Parigi ho zero problemi, non è come a Roma dove vengono perfino censurate da Supertennis le domande che faccio ma non le risposte dei giocatori. Me lo hanno segnalato lettori che se ne sono accorti perché un paio di giocatori mi hanno chiamato per nome nel rispondermi… Io non avendo guardato le interviste mandate in onda su Supertennis non potevo saperlo.

Ho fatto titolare che Binaghi stavolta ha ragione, per tutta la prima parte delle sue dichiarazioni. In effetti mi chiedo che cosa possa essere mai cambiato in pochi giorni se quel che era stato negato in un primo momento (giusto o sbagliato che fosse quel provvedimento) viene concesso in un secondo. La figura internazionale che fa il nostro Paese è pessima. Sembriamo davvero un Paese poco serio. Per molta gente non è una novità, però non c’era bisogno di dare ragione a chi già lo pensava. Se i nostri politici, di qualunque partito, si preoccupassero maggiormente dell’immagine del Paese, degli interessi del Paese, anziché dei propri personali, non ci troveremmo a sottolineare criticamente quel che sta succedendo.

Io ho sempre sperato che fosse dato l’ok alla presenza del pubblico, ma ritenevo anche fosse impensabile che allo stadio Olimpico per Roma e Lazio, 80.000 posti a 200 metri dal Foro, si negasse l’accesso a uno spettatore e invece per il tennis si dovesse dare l’ok. O tutti e due gli impianti o nessuno, avrebbe detto chiunque dotato di un minimo di coerenza. Così come, per un minimo di coerenza, è inspiegabile contraddirsi a una settimana dall’altra. Ora si dice che alla base dell’ultimo intervento del ministro Spadafora ci sarebbe la considerazione che sia molto più facile controllare 1.000 presenze distribuite in un solo stadio, piuttosto che le stesse in libera circolazione fra un campo e l’altro.

 

Premessa: mi è stato detto da persone bene informate che le richieste a suo tempo avanzate da FIT sono state avanzate in modo poco diplomatico (arrogante?). Si pretendeva inizialmente dalle autorità competenti un ok a 5.000/6.000 spettatori. Solo in un secondo tempo, a un giorno dal sì o al no, si sarebbe accettato come minimo i 3.000 spettatori. Pareva infatti a Binaghi & Co. che aprire i cancelli per solo 1.000 avrebbe creato più costi economici in controlli e servizi piuttosto che vantaggi. Ciò premesso, però, perché adesso si può garantirne l’accesso e prima no? Così, all’ultimo tuffo?

Le domande non finiscono qui. Non si sapeva che le semifinali e le finali sono pochi incontri che quindi si possono programmare in un unico stadio? Eppoi – e qui capisco che la mia è una malignità di tipo andreottiano… ”A pensare male si fa peccato ma spesso ci si indovina”il provedimento ministeriale non sarà mica una conseguenza del grande risalto che hanno avuto in questi giorni e su tutti i media (anche quelli che al tennis dedicano poco o zero spazio) gli exploit record dei quattro azzurri in ottavi?Non sarà mica una conseguenza dell’aver avvertito il generale rimpianto per l’assenza di spettatori a celebrare le imprese dei nostri piccoli e grandi eroi, del duo Maravilha, di Berrettini (l’ho espresso più volte anch’io)?

Non sarà allora che il ministro Spadafora abbia pensato di ricavarsi una vetrina importante riaprendo al pubblico, sia pure soltanto a questi 1.000 spettatori, guadagnandosi così i pubblici ringraziamenti di Binaghi, quelli di tanti appassionati (oltre ai 1.000 che avranno accesso al Foro?) e magari di qualche elettore per le prossime scadenze? Mah, i veri motivi per i quali un ministro, un qualsiasi politico, decide qualcosa, li conosce solo lui. Che poi la situazione COVID sia in perenne osmosi, per cui ogni provvedimento è suscettibile di venire smantellato quasi da un giorno all’altro è certo vero e costituisce un bell’alibi per tutti. Consente di fare e disfare, su tutto. A scapito della serietà percepita.

A Parigi, abbiamo visto, siamo passati dall’ok per 11.500 presenze suddivise in tre zone non incrociabili a un ok ristretto per 5.000 spettatori che invece potrebbero incrociarsi. Questo a causa dell’intensificarsi dei contagi. Ma a Roma per la verità la situazione COVID non mi sembra sia granché cambiata fra una settimana fa e oggi. Credo sia piuttosto stazionaria. Quindi se ho detto che Binaghi ha ragione quando sostiene che il nostro Paese dà un’immagine da… ”roba da matti”, dico anche però che non si può scoprire solo oggi perché si parla di tennis e di sport, che in Italia le autonomie regionali sul discorso sanità si sono manifestate da marzo a oggi. Non è una novità. La si può discutere, contestare, ma non è una novità.

In Emilia Romagna c’è pubblico al circuito di Misano e in Lombardia a quello di Monza no. In Toscana al Mugello sì. In Emilia Romagna per il basket al chiuso sì e da un’altra parte no. A Palermo 300 persone hanno potuto seguire il torneo e a Roma, fino a oggi, no. Ma se usciamo dal terreno dello sport abbiamo visto anche nei protocolli sanitari sui tamponi, i test sierologici, l’obbligo delle mascherine nei locali chiusi, in quelli aperti, che ogni regione ha deciso autonomamente dalle autorità centrali. Quindi fare l’esempio, sentito mille volte per casistiche simili ma trattate diversamente da regione a regione, è un po’ demagogico, populista. O si cambiano le leggi di questo Paese rimettendo in discussione certe autonomie oppure si deve soltanto, con più o meno rassegnazione, prenderne atto. La Lombardia può fare e decidere una cosa, il Veneto che pure è amministrato da una compagine politica identica (la Lega) farne tutta un’altra.

Dire o lamentare “ma perché lui sì e io no?”si può farlo ma alla fine ha l’aria di una lamentazione quasi infantile, comunque vana. “Perché Petrucci e il basket sì a Bologna e io e il tennis no a Roma?” Uno che non sa nulla, dirà, “cavolo, ha proprio ragione!”. Ma se non si arriva a una revisione legislativa per la quale chissà quanto tempo ci vorrà, non serve a nulla sottolineare queste discrasie. Resta tuttavia un fatto: all’estero, perfino dove ci sono organizzazioni politiche federali e discretamente autonome (Svizzera, Germania, Stati Uniti per citare le prime tre che mi vengono a mente) penseranno le peggiori cose di noi, e prenderà sempre più corpo lo stereotipo dell’Italia Paese inaffidabile e incoerente (anche se poi ce ne sono tanti messi pure peggio!). Chi glielo va a spiegare come siamo messi noi nel nostro buffo Paese, se facciamo fatica a capirlo noi?

Sulla parte finale del discorso di Binaghi che dice “stiamo facendo quest’operazione quasi sicuramente in perdita”, beh mi sorprende il quasi. Spero abbiano fatto bene i loro calcoli. Fino a una settimana fa sembrava che sarebbe stata sicuramente in perdita.

Sul discorso “i primi 1000 che dalle 15 di oggi registreranno la loro mail sul nostro sito tra coloro che avevano i biglietti originali per semifinali o finali sul Centrale entreranno”, capisco che non era facile trovare una soluzione equa. Forse sarebbe stato più giusto rispettare un ordine cronologico nelle prenotazioni fatte a suo tempo. Ma magari sbaglio. Così penso che – anche se siamo in un’epoca in cui computer, telefonini e email siano ormai diventati il pane quotidiano della stragrande maggioranza degli italiani – quegli appassionati di una certa età non pratici di email, verranno danneggiati, insieme a quelli che oggi lavoravano e non sapevano nemmeno di poter attivarsi. Mica tutti sono obbligati a star sempre sulla notizia!

Infine: capisco bene che un giorno e mezzo per rimettere in sicurezza l’impianto costringa tutto lo staff organizzativo non sia una tempistica ideale, però che altro si può fare? Invece il ribadire che chi non sarà fra i 1.000 “privilegiati” non ha alternative al famigerato “supervoucher” riconferma l’ostinata volontà di Binaghi di distinguersi da tutti gli altri Masters 1000 che invece hanno provveduto a rimborsare i creditori dei biglietti. E continuo a non capire, anche se ormai è stato già rieletto presidente per i prossimi quattro anni e il sesto mandato, perché proprio non riesca a calarsi nei panni di quegli sfortunati acquirenti cui non offre neppure una seconda opzione. Pervicacemente.


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Editoriali del Direttore

41 anni dopo quattro italiani in ottavi e non c’è nessuno a vedere i nostri piccoli eroi: Musetti, Sinner e il derby azzurro

Una vera beffa. Cosa accadde nel ’79 agli Internazionali di Roma? Era l’era Panatta… Chi ha più ha chances di centrare i quarti fra Sinner (Dimitrov) e Musetti (Koepfer)? E perché?

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Lorenzo Musetti - Internazionali di Roma 2020 (foto torneo)
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È davvero uno scherzo del destino più beffardo. Ma come, e dopo 41 anni!, al Foro Italico ci sono nuovamente quattro tennisti italiani in ottavi di finale e a vederli… non c’è nessuno! Che jella. E c‘è pure, rischiavamo tutti di dimenticarlo, Rafa Nadal, il re della terra battuta, il mostro di Manacor, dominatore di 12 Roland Garros, di 9 Internazionali d’Italia. Scusate… e Djokovic? E che dire del fenomeno Azarenka che si permette di dare 6-0 6-0 a Sofia Kenin, campionessa d’Australia?

Allora, nel ’79, il centrale era un altro ed era lungi dal chiamarsi Pietrangeli. Tutt’al più la gente lo chiamava il Campo delle Statue. Statue di atleti giganteschi delle discipline più svariate e, chissà perché, tutti nudi. Quel campo nel giorno degli ottavi era pieno di gente, sui marmi bianchi la folla straboccava, molti erano rimasti fuori dai cancelli. Tre anni prima Adriano Panatta era diventato il re di Roma, dopo la leggendaria finale vinta con Vilas al termine di una cavalcata indimenticabile cominciata con un match vinto annullando 11 matchpoint al primo turno. L’anno prima, 1978, sempre Adriano si era arreso soltanto in finale e soltanto a Sua Maestà Bjorn Borg 6-3 al quinto, nel famoso – o famigerato? – match delle monetine (che aveva fatto seguito al clamoroso ritiro di Higueras in semifinale). Per chi è troppo giovane, o chi più vecchio è invece smemorato, ricorderò riprendendo dal mio racconto di quella finale quanto accadde.

Panatta, avanti 30-0 nel primo game del quinto set aveva perso otto punti di fila ed erano arrivate a cadere pericolosamente vicino a Bjorn Borg, più d’un paio di monetine. Lo svedese si era parecchio innervosito, comprensibilmente, per quei “diecini” lanciati da un branco di cafonissimi tifosi di Adriano. Ciò era incredibilmente accaduto nonostante che Bjorn, grandissimo signore, avesse restituito per ben tre volte all’amico Panatta un punto insolitamente strappatogli dai giudici di linea per solito affetti invece da miopia patriottica. Rivolgendosi al suo allenatore di sempre Lennart Bergelin, Bjorn aveva fatto capire che sarebbe uscito dal campo se la vergognosa vicenda fosse proseguita ancora. “Un’altra monetina e me ne vado”. La folla capì, e cominciò a gridare “Fuori! Fuori!”. All’indirizzo degli idioti lanciatori. Finché finalmente e tardivamente l’arbitro si decise a fare un appello al pubblico perché si comportasse civilmente pena la sospensione della partita.

 

In un articolo di Antonio Garofalo ritroviamo altri dettagli e queste righe finali: “Bjorn Borg è rimasto in buchetta all’inizio, ma ha poi fatto grande routine, dimostrando un controllo straordinario di se stesso e dei colpi, nel quinto set. Nemmeno decine di monete lanciate dagli artigli degli italopitechi gli impediranno di sommergere alla fine l’eroe de no’antri Adriano Panatta”. Non c’è bisogno di segnalarvi l’autore del meraviglioso affresco.

In quel ’79 del record il programma degli ottavi era quasi tutto… caviale, salmone e pernici. Non sarebbe forse bastato lo stadio Olimpico per accogliere tutti quelli che avrebbero voluto vedere Panatta-Higueras, dopo tutto quel che era successo l’anno prima, Bertolucci-Vilas, Barazzutti-Dibbs e, forse più di Ocleppo-Feigl, Lendl con Gene Mayer nonché Gerulaitis con Alexander e Solomon-Dibbs. Io ricordo che seguivo con attenzione – in mezzo a tanti campioni – anche l’americano Terry Moor, che sarebbe arrivato nei quarti, solo perché per l’appunto quella su Moor era stata una delle mie pochissime vittorie di prestigio quando avevo giocato i match fra college negli Stati Uniti, io nell’Oral Roberts, lui nella South Western Louisiana (se non ricordo male).

Per ricordare il comportamento dei quattro azzurri in quel giorno degli ottavi, Vilas battè Bertolucci 6-3 6-4, Panatta vinse su Higueras 6-4 7-6 e stavolta senza incidenti, Barazzutti perse da Dibbs 7-5 6-4, Ocleppo battè Feigl 6-4 3-6 7-5. Quel torneo del ’79 sarebbe poi stato vinto da Gerulaitis su Vilas dopo una maratona incredibile di 4 ore e 53 minuti 6-7 7-6 6-7 6-4 6-2 il cui racconto trovate qui.

I bagarini in quegli anni facevano affari d’oro. Era l’era Panatta, l’epoca d’oro del tennis italiano. Mai più vissuta. Ora, finalmente, sogniamo di riviverla, grazie a Berrettini e ai due ragazzini (e fa anche rima). Non è facile scrivere un editoriale dopo aver già realizzato un video che riassume le gesta di Lorenzo Musetti (lo trovate a fine articolo), capace di ripetersi ai danni di un Nishikori meno arrendevole di quanto fosse stato nel primo set Wawrinka. Due scalpi illustri, un triplo campione di Slam e un finalista dell’US Open, due ex top five.

Ho infatti aperto il mio intervento sul video, che registro alla meglio con i miei modesti mezzi – mica dispongo dei fondi di Supertennis! Anche se una ricerca della Bocconi sostiene che se avessi dovuto spendere in promozione pubblicitaria l’audience che raccolgo con questi video sarebbe roba che vale parecchi milioni – esclamando (solo per quei pochissimi che questa volta non l’avessero visto pur sapendo che ne faccio uno al giorno): “Altro che prova del 9! Lorenzo Musetti ha superato almeno quella del 18”. I successi conquistati nelle qualificazioni e nei due turni del Masters 1000 romano – primo diciottenne capace di tanto – gli hanno fatto guadagnare 70 posti in classifica ATP. Un balzo da numero 249 a 179. Numeri che devono far riflettere. Se si dice che Sinner, n.81, deve aver pazienza, e con lui i suoi tifosi, quanta ne deve avere Musetti?

Il suo tennis è più brillante di quello di Sinner, ma proprio per questo anche più rischioso. I bassi lo attendono minacciosi più degli alti, nell’immediato. Già il match con un (quasi) carneade tedesco che non è mai stato più su di n.83 del mondo, ma che è mancino – i mancini sono tipi… sinistri, dicevano nel MedioEvo – e qui ha battuto il tignoso De Minaur 7-6 al terzo e un meno tenace Monfils, si presenta tutt’altro che semplice. Bene o male il tedesco che vive in Florida, a Tampa, è tipo che l’anno scorso giunse agli ottavi dell’US Open, anche se noi quasi non ce accorgemmo perché tutti impegnati a seguire le prodezze di Berrettini. Il suo ranking lo deve soprattutto a quell’exploit. Eppure non fa mistero nel dire che la sua miglior superficie è la terra rossa. Uomo avvisato, mezzo salvato, caro Lorenzo Musetti.

Il rischio è che, dopo aver magari dormito pochino per l’impresa bis, ma stavolta senza 24 ore di decompressione, Lorenzo si trovi sulle spalle il peso di dover fare il tris… perché la gente che si è entusiasmata per il suo magnifico rovescio a una mano – ma l’avete visto quel passante che perfino Nishikori si è fermato ad applaudire? – quasi pretende che vinca ancora, anche se fra lui e il tedesco ci sono un centinaio di posti di gap in classifica.

Si ha un bel dire che la classifica non conta, ma invece qualcosa di solito significa. Non ho poi avuto tempo di vedere come Lorenzo se la cavi con i mancini. Ma certo non ne avrà incontrati a bizzeffe. Sarà un problemino in più, in aggiunta a quello di una inevitabile stanchezza per i match disputati a Roma e in tutte le ultime settimane senza sosta. Per tutti questi motivi forse il match di oggi è più difficile dei due che l’hanno preceduto. Non difficile come l’eventuale prossimo comunque… perché nei quarti gli toccherebbe Djokovic (più che Krajinovic, vero?).

Mi sono sbilanciato di più, invece, per il match Sinner-Dimitrov. E, sempre nel video… beh no, questa volta non ve lo dico, altrimenti che lo faccio a fare? Anzi, sapete che vi dico? In attesa delle immancabili scuse della FIT per il mio mancato accredito stampa, vado in salotto con brioche e cappuccino davanti alla tv a godermi il duello nazionale e mattutino (qui trovate il programma completo di oggi), Berrettini-Travaglia, per il quale posso sbilanciarmi in un pronostico sicuro: il match non sarà interrotto, come ieri sera, per un black-out elettrico piuttosto imbarazzante.

Smentisco infine, lieto così facendo di restituire un minimo di speranza ai creditori di sette milioni di biglietti, la fake news circolata ieri sera secondo la quale pareva che Angelo Binaghi non avesse pagato la bolletta all’Enel a seguito della mancata vendita degli altri biglietti. Con la previsione di un prossimo fatturato simile a quello della Federcalcio, la FIT ha fatto anche sapere di essere perfettamente in regola con le bollette: si è trattato di un semplice guasto tecnico.


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