Scommesse (quasi) sì, combines no? Prima scoppia il caso, poi tutto tace

Editoriali del Direttore

Scommesse (quasi) sì, combines no? Prima scoppia il caso, poi tutto tace

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TENNIS – Dopo il putiferio sui giornali per le intercettazioni della Procura di Cremona, un silenzio irreale. Tutto dimenticato? Dal 2007 a oggi: cosa disse e dice Binaghi, scrisse Baccini quando la Fit incaricò i suoi legali a difesa dei tennisti italiani poi squalificati dall’Atp

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Scommesse ed intercettazioni hanno tenuto banco due settimane fa, con intere paginate sui principali quotidiani italiani per l’apparente coinvolgimento di alcuni tennisti italiani (Daniele Bracciali in primis).

 

Come fedelmente riportato da Ubitennis il presidente Angelo Binaghi dichiarò allora “di considerarsi parte lesa” nel caso i tennisti italiani “citati” nelle intercettazioni del caso scommesse, venissero dichiarati colpevoli. “Se l’inchiesta dovesse confermare quanto sembra trasparire dalle intercettazioni pubblicate dai giornali – si leggeva nel comunicato stampa FIT a sua firma – si tratterebbe di illeciti da considerare gravissimi e intollerabili anche se, a differenza del calcio, commessi nell’ambito di eventi internazionali, dunque non organizzati né gestiti da noi. Visto il danno d’immagine arrecato al tennis italiano, la Fit si dichiara fin d’ora parte lesa dagli eventuali reati commessi sia da propri tesserati sia da terze persone”.

La distinzione che Binaghi fa fra calcio e tennis, fra eventi internazionali e nazionali, fra “gestiti da noi” e gestiti da altri, ha un senso che a me francamente sfugge (ma immagino lo abbiano consigliato ad esprimersi così quegli avvocati che Binaghi ormai consulta sempre e dei quali la FIT è diventata cliente in pianta quasi stabile).

Responsabilità accertate dei tennisti italiani? Macchè. Nessuno oggi può darle per scontate! Voglio essere chiaro a questo riguardo e a scanso di equivoci! Oltretutto l’inchiesta di Cremona si riferisce a intercettazioni del 2007…che vengono fuori 7 anni dopo! Che la giustizia italiana sia lenta lo sappiamo tutti, però qui non si esagera?

Ciò premesso, però, spiego perchè non capisco granchè i “distinguo” di Binaghi: che un tennista e tesserato italiano, sempre nella dannatissima ipotesi di quelle responsabilità accertate, commetta un illecito gravissimo e intollerabile nell’ambito in un evento internazionale o nazionale, gestito dalla FIT o non gestito dalla FIT, sotto il profilo etico e della sua ammissibilità da parte di una federazione, secondo me non cambia nulla.

Se una “combine” di un tesserato italiano avviene per le qualificazioni del torneo di Roma invece che a San Marino -Repubblica estera – o a Miami, è forse diverso? Sarebbe diverso? Mah?!

Aggiungo qui, ancora a scanso di equivoci:

UN CONTO E’ SCOMMETTERE, UN ALTRO è PRESTARSI AD UNA COMBINE PER ALTERARE IL RISULTATO, SIA PARZIALE, SIA FINALE (dacchè ci sono le scommesse on line)

Quando, nel 2007, cinque tennisti italiani furono denunciati e poi interrogati per aver infranto il divieto di scommettere, la FIT interessò immediatamente i suoi legali per difenderli dalle accuse dell’ATP. I ragazzi furono tutti poi squalificati. Chi più a lungo e chi meno. Chi patteggiò, ammettendo quindi formalmente le proprie “leggerezze”, e chi no. Nelle decisioni dei giudici emerse che i tennisti italiani avevano scommesso su partite cui non avevano preso parte. Ma non avevano, secondo gli atti emersi, “combinato” loro incontri: sarebbe stata cosa ben diversa.

A seguito di quelle squalifiche, che comunque ci furono, la FIT non prese alcun provvedimento, nessuna sanzione nei confronti degli “squalificati”. Anzi. Era evidente che li riteneva già sufficientemente puniti. Mai nemmeno una letterina di biasimo.

Si considerarono talmente innocenti le azioni per le quali erano stati squalificati che uno di loro, per l’appunto oggi il più discusso di tutti, Daniele Bracciali, è diventato consigliere federale in rappresentanza degli atleti. Mentre chi di loro doveva essere convocato in Coppa Davis, quindi a rappresentare il Paese, è stato sempre tranquillamente convocato.

E uno di quei cinque “squalificati” di allora, Giorgio Galimberti, rappresenta in Serie A il Tennis Cagliari, il circolo del Presidente FIT, ne allena ogni tanto il figlio Roberto (quello che ha ottenuto una dozzina di wild card al Forte Village fra singolare nelle “quali” e doppio nel main draw), lavora per la tv federale Supertennis e mi sento di azzardare la presunzione – salvo smentite – che non faccia tutto gratis sebbene certamente qualche favore ad un uomo che ha potere, e cordoni della borsa, spesso si preferisce non negarlo.

Oggi Daniele Bracciali – che, scusate l’inciso del tutto personale, conosco da sempre e per il quale nutro anche grande simpatia – alla luce di queste intercettazioni nelle quali almeno a parole (e non necessariamente nei fatti) interagisce con dei furfanti, appare quantomeno reo di omessa denuncia all’ATP. Pur essendo stato contattato da “truffatori ed organizzatori di combine”, anche se non ne avesse attuata neppure mezza, ha certamente sbagliato nel non denunciare mai quel contatto che le intercettazioni dicono esserci stato. La Fit per ora non sembra essersi pronunciata al riguardo.

Va detto a questo punto che se gli investigatori di non so quale Procura od organismo (TIU: la Tennis-Integrity Unit) avvicinassero i giocatori italiani (e non) che partecipano ai circuiti Futures e Challenger, si imbatterebbero in un muro di omertà difficilmente abbattibile.

I MOTIVI DI UN’OMERTA’ PALPABILE: nessuna confessione nè denuncia è ipotizzabile.

Il perchè è presto spiegato. Chi ha “barato” vendendo partite, o anche soltanto un set, o comunque mettendosi d’accordo con l’avversario per…”decidere il match al terzo set”, con i primi due set caratterizzati da punteggi assolutamente contraddittori (in modo da “far fessi” gli scommettitori all’oscuro della combine a tutto beneficio dei bene informati) non lo dirà mai. Non confesserà. Ma anche chi sa che l’amico, il “collega” che non ha avuto scrupoli ad “autofinanziarsi” illegalmente con la “combine” (magari perchè più bisognoso di lui di…introiti illeciti per poter proseguire l’onerosa ed altrimenti insopportabile attività agonistica) mai arriverà a denunciarlo sapendo che, così facendo, metterebbe fine alla sua carriera, ai suoi sogni, facendolgi perfino rischiare il carcere.

Fra questi ragazzi sono nate e si sono sviluppate amicizie di anni e anni, di trasferte e alloggi condivisi, di allenamenti, di sacrifici. Chi se la sentirebbe di “rovinare” tutto questo per…amor di giustizia? Vero che se qualcuno non comincia…ma vero anche che non è facile essere il primo che si espone. E’ facile fare i moralisti per chi è fuori dal giro dei tennisti, degli amici di vecchia data. Questo pezzo di Marcos, pubblicato domenica scorsa e che è in genere piaciuto molto (salvo che ad un solo lettore, nick name l’arpedonapta: de gustibus disputandum non est), ha centrato molte situazioni e problematiche comprensibili sotto il profilo psicologico per chi debba decidere se denunciare o meno un amico e un collega, magari il proprio compagno di doppio.

Mi si dice che quote e scommesse on line vengano fatte anche sui doppi, match per i quali i premi in palio sono spesso ridicoli. Match che spesso vengono giocati da chi ha già perso in singolare e a cui una notte in più di permanenza nella colaclità che ospita il torneo, costa di più del premio che si può vincere. Chiaro che la tentazione di fare le valigie ed andarsene sia forte. Chiaro anche che possa scappar detto, senza aver l’intenzione di speculare su quell’intenzione scommettendoci su, di far conoscere quelle intenzioni a qualcuno che invece intenda approfittarne per scommettere lui o per avvertire qualcun altro.

Loschi figuri che si aggirano nelle piazze dei tornei minori ne sono stati avvistati diversi e in tanti tornei. Russi ma non solo, anche italiani che collaborano con certe organizzazioni simili a quelle che hanno agito per le partite di calcio.

Chi dice di non aver mai sentito dire nulla, mai visto nulla, mai saputo nulla, dice le bugie. Chi partecipa a questi tornei minori il fenomeno lo conosce, ne sia stato lui complice o no. Così come dei match più “chiaccchierati” una buona parte dei giocatori sono certamente al corrente. Ma non lo diranno mai. Come non si saprà probabilmente mai di quei ragazzi che si sono “dopati” da ragazzini – ingerendo ormoni per crescere qualche centimetro in più, in altezza o d muscolatura – e che non confesseranno il loro peccato originale (tanto più se sono magari anni che di doping non hanno più fatto uso).

IL PRESTITO DI (DIS)ONORE DELL’ORGANIZZAZIONE. IL DOPING GIOVANILE

Erano voci e niente di ufficialmente provato, ad esempio, quelle che raccontavano come certe organizzazioni russe aiutassero i ragazzini economicamente non autosufficienti dell’Europa dell’Est con una sorta di prestito di (dis)onore all’inizio della loro dispendiosa attività agonistica, in cambio di una promessa a “combinare” un certo numero di incontri una volta affermatisi nel ranking e in circuiti superiori dove il “giro scommesse” fosse rilevante. Così come mi è capitato di sentir genitori che raccontavano di certe pratiche dopanti in alcune accademie e in certi Paesi più che in altri “per fortificare i ragazzi più giovani che non avevano un fisico naturalmente sviluppato”.

Chi lo racconta, si può star certi, è chi non ha voluto farne uso, chi insinua che “vincere 5 o 6 tornei di fila a 16/17 anni senza potersi allenare fra un torneo e l’altro… non è umanamente possibile”. Così come – dicono sempre gli stessi genitori – sarebbe “umanamente impossibile” allenarsi ad una certa età (minima o massima) per 5/6 ore al giorno senza “rompersi”.

Ma e se fosse perchè, effettivamente, il proprio figlio non ce l’avrebbe mai fatta e invece un altro sì? Come giurarci sulla Bibbia? Si può dispensare giudizi certi ed inappellabili solo perchè un tennista ha vinto uno o più grandi tornei ed è poi sparito improvvisamente di scena?

IL PRIMO POSSIBILE RIMEDIO: l’alloggio gratuito

I possibili rimedi? Ma, intanto ne suggerisco uno: chi organizza un torneo Future come Challenger prima ancora di preoccuparsi di dotarsi di un montepremi più o meno ricco, dovrebbe innanzitutto avere come obbligo la garanzia dell’alloggio gratuito ai concorrenti (anche in camera doppia e da dividere). Ma a tutti. Si dovrebbe autorizzare l’organizzazione di un torneo solo previa garanzia dell’alloggio gratuito ai partecipanti. A scapito del montepremi, certo, ma almeno chi gioca non dovrà passare certe forche caudine, avrà almeno la tranquillità di poter partecipare ai tornei senza la pressione di un conto perennemente in rosso.

Va tenuto presente che chi passa due o tre turni di “quali” non prende un punto Atp ,- anche qui: siamo sicuri che l’Atp non possa modificare il suo sistema di classificazione e raccolta punti? – né (in genere) un euro. Ma deve pagarsi il viaggio, le racchette, le corde e le incordature – c’è chi si porta dietro la propria macchina per risparmiare o per accordare le racchette a minor prezzo agli altri – il cibo (che non è quello di un pensionato a dieta). Se i circoli che organizzano future e challenger pretendono addirittura di farsi pagare il campo per gli allenamenti, beh, poveri ragazzi, come fanno a tirare avanti per mesi, per anni?

Tutto ciò detto, faccio un passo indietro, torno all’argomento iniziale e a quando scoppiò in maniera deflagrante 7 anni fa e copio ed incollo qui quanto il giornalista dell’Unità, nonché ottimo telecronista di Eurosport, Federico Ferrero ebbe a scrivere il 23 dicembre 2007 su Tennis Best.

Lo incollo qui sotto:

Premessa: l’onestà dei tre giocatori puniti dall’Atp per le scommesse on line non è in discussione.

Prima puntata

Il trenta settembre 2007 il Journal du Dimanche esce con questa inchiesta a firma Damien Bournier ed Eric Frosio, dal titolo “Atp: alcuni giocatori italiani sotto tiro”. L’articolo attinge da una fonte riservata (corrispondenza tra un rappresentante dell’Atp e la Essa, la European Sports security Association) e sostiene:

Ces courriels confidentiels, que nous nous sommes procurés, indiquent notamment que plusieurs joueurs transalpins possèdent un compte sur des sites de paris en ligne: Potito Starace (28e mondial), Daniele Bracciali (175e, mais 49e en 2006), Giorgio Galimberti (tombé dans les profondeurs du classement), Alessio Di Mauro (117e) et Federico Luzzi (127e). Pour les trois premiers, les comptes auraient été ouverts chez interwetten.com. Pour chacun d’entre eux, l’ATP a demandé un rapport complet: les données confidentielles enregistrées (coordonnées bancaires, adresse électronique), le détail des paris effectués, avec les montants afférents.

Seconda puntata

Il quattro ottobre 2007 il presidente della federazione italiana tennis Angelo Binaghi dichiara al Giornale Nuovo:

– Presidente Binaghi, che cosa sono tutte queste voci sui giocatori italiani?
“Fantascienza. Fango frutto di una campagna diffamatoria. Tanto che, d’accordo con i tennisti, abbiamo incaricato i nostri legali di tutelare in tutti i modi e in tutte le sedi l’immagine del nostro sport”.

– Il Journal du dimanche ci va giù duro con i giocatori italiani . Perché?
“Non è un caso che le accuse arrivino dalla Francia. Con la loro Federazione ci siamo scontrati per la data di Roma e da due anni prendono batoste dalle nostre ragazze in Fed Cup”.

Terza puntata

Lo scenario della vendetta trasversale col movente dell’invidia non si rivela azzeccato. I legali incaricati non trovano pane per i loro denti poiché, tempo due mesi, dal fango prendono forma tre provvedimenti ufficiali: prima la squalifica di Alessio di Mauro, poi i patteggiamenti con annessa squalifica di Potito Starace e di Daniele Bracciali. I tre avevano scommesso su partite di tennis, il Journal du Dimanche non aveva diffamato ma aveva rivelato notizie vere su almeno tre dei cinque giocatori italiani nominati. Resta la cortese opinione espressa dal maggior esponente istituzionale del nostro sport secondo cui la Francia avrebbe aizzato la stampa di casa contro gli italiani allo scopo di vendicarsi per le sconfitte in Fed Cup (sic), per un litigio sulla data del torneo di Roma (sic) e, sostanzialmente, al fine di placare i moti di invidia per i nostri successi. La speranza è che al presidente francese Christian Bimes non sia giunta voce di quell’intervista.

Quarta puntata

Il ventitrè dicembre 2007 il presidente Angelo Binaghi affida a Repubblica un suo commento alle sentenze di condanna contro Starace e Bracciali e fa capire che esiste una lista ufficiosa di giocatori macchiatisi di colpe più gravi di quelle addebitate ai tre azzurri (“Ho notizie, indiscrezioni, che l’elenco dei giocatori sia numeroso e riguardi vari paesi”.) Eppure, prima delle condanne, la posizione ufficiale del tennis italiano era improntata a un garantismo cristallino alla Franco Cordero, in nome del quale non si dovrebbero diffondere accuse e illazioni prive di nomi e circostanze per non gettare fango sul nostro sport. La “tutela dell’immagine del nostro sport” non vale più? Il presidente, poi, dà un altro colpo alla dottrina del fine giurista e collaboratore di Repubblica Cordero, sostenendo che i tennisti italiani “hanno giocato in un tennis nel quale il doping non era combattuto con serietà e convinzione” (nomi? circostanze?) e chiude preannunciando che sta per iniziare “la battaglia di liberazione del tennis” dall’Atp. Speriamo stesse scherzando.

FINE articolo di Federico Ferrero

Proseguendo nel nostro tuffo nel passato, leggete qui cosa scriveva sul sito della Federtennis l’allora direttore della Comunicazion FIT Giancarlo Baccini (il cui articolo, intitolato “L’Onestà degli Italiani” potete leggere in originale linkando qui ma, anche qui, ve lo copio qui sotto:

L’ONESTA’ DEGLI ITALIANI

di Giancarlo Baccini

Sapete che vi dico? Non tutto il male vien per nuocere. Perché, alla fin fine, l’unica cosa chiara che finora si sa sul fenomeno delle scommesse è la seguente: Starace, Bracciali e Di Mauro non hanno mai truccato una partita né sfruttato informazioni “riservate” sul conto dei propri colleghi per far soldi puntando. Sono, insomma, tre persone oneste che si sono macchiate di una (secondo me) imperdonabile leggerezza, e che quando hanno scoperto l’errore hanno prontamente smesso di scommettere.
Da appassionato di tennis mi auguro che l’ATP accerti che nessuno si è mai reso colpevole di corruzione, cioè del crimine peggiore di cui, assieme al doping, uno sportivo possa macchiarsi. Da lettore di giornali temo invece che non sarà così. Ed è anche per questo che, paradossalmente, ritengo positivo il fatto che i nostri tre ragazzi siano già usciti dall’inchiesta con punizioni, sì, ingiustamente pesanti ma anche con la patente di persona per bene. Sono almeno una ventina, stando ai “si dice”, quelli che dovrebbero vedersela più brutta. E ci sarà gente di molte nazionalità diverse…
A chi si chiedesse perché per ora ci siano andati di mezzo soltanto gli italiani mi sembra di poter rispondere con gran semplicità. Bando alle dietrologie, perché ciò è dipeso soltanto dalla diversità del comportamento “processuale” dei tre giocatori azzurri rispetto a quello degli altri attualmente sotto inchiesta. Di Mauro ha infatti subito una procedura, come dire?, abbreviata perché non aveva risposto alle prime contestazioni degli inquirenti, sottovalutandole. Starace e Bracciali, dal canto loro, hanno invece deciso di togliersi il dente e di patteggiare pene che, per quanto eccessive, non danneggiassero troppo la loro attività. Se avessero atteso la fine di gennaio per essere ascoltati dagli inquirenti, come accadrà ad altri “imputati”, avrebbero rischiato uno stop non soltanto più lungo ma soprattutto destinato a bloccarli durante gli importantissimi tornei di primavera.
Un’ultima annotazione. Fra i commentatori c’è stato persino chi si è spinto a rimproverare la FIT di non essere riuscita a evitare che i giocatori italiani commettessero superficialità del genere nonostante il “Club Italia”, che durante la stagione agonistica offre ai nostri migliori rappresentanti servizi di vario tipo, sia nato anche per far gruppo e fornire guida e indirizzo. Il rimprovero è non solo risibile ma soprattutto infondato. Starace e gli altri, infatti, scommettevano prima della creazione del “Club Italia” e, guarda un po’, hanno smesso di farlo quando sono entrati a farne parte…

Fine articolo di Baccini

Da parte mia, dopo il “recupero” di queste due “esternazioni” binaghiane e bacciniane sette anni dopo, senza che vi fossero accenni ad ipotesi di “Noi saremmo parte lesa” …beh, rilevato ancora e sottolineato che allora il cosiddetto capo d’imputazione era collegato a scommesse fatte su match giocati da altri e non sui propri, non ho commenti da aggiungere … Almeno per il momento; fra altri sette anni, se la giustizia procederà a “scoprire” qualcos’altro, semmai si vedrà!

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Editoriali del Direttore

Djokovic, fenomeno in corso da 12 anni, pronto al sorpasso su Federer e Nadal

EDITORIALE – La corsa alla conquista di più Slam è viva. Gli ultimi 13 tutti ai Big 3. Djokovic ha più chance di chiudere la carriera da top Slam-winner. La ricerca della perfezione la chiave dei successi dei campioni

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Novak Djokovic - Australian Open 2020 (foto via Twitter @AustralianOpen)

da Melbourne, il direttore

Ragazzi non si è fenomeni per pochi giorni. Quando lo si è, lo si è per anni, se non per sempre. Gli ultimi 13 Slam sono stati vinti tutti dai Fab Three: 5 da Djokovic, 5 da Nadal e 3 da Federer, dopo che 14 Slam fa Stan Wawrinka vinse l’US Open 2016 sorprendendo Djokovic. Da allora Nadal ha vinto 3 Roland Garros e 2 US Open, Federer ha vinto 2 Australian Open e un Wimbledon, Djokovic ha vinto 2 Australian Open, un US Open e 2 Wimbledon. Agli altri, compreso il validissimo e valorosissimo Thiem che non è più un bambino con i suoi 26 anni, non sono rimaste che le briciole. Il ragazzo di Vienna, dopo essere stato in campo quasi 12 ore nei suoi ultimi tre match, è fermo al palo di tre finali di Slam senza aver ancora provato la gioia di vincerne uno. Prima o poi ci riuscirà, ma intanto neppure questa volta che si è trovato avanti per due set a uno, è riuscito nell’impresa che sogna fin da bambino.

E sì che Djokovic non sembrava in serata straordinaria nel secondo e terzo set – ha raccontato di essersi sentito come svuotato di ogni energia e sia pure senza diventare preda del panico si è fortemente preoccupato “Non riuscivo a spiegarmi che cosa avessi” – pareva impaziente, perdeva gli scambi più lunghi come a lui non capita quasi mai, aveva un atteggiamento decisamente negativo. Guardava il suo angolo, allargava le braccia, si faceva ammonire due volte di fila per “time violation”, chiedeva un medical time out che gli serviva più per ritrovare la giusta concentrazione che perché avesse davvero qualcosa da curare. Parlando con Luca Baldissera in tribuna gli ho detto: “In questo momento dovessi scommettere lo farei su Thiem”. E lui annuiva. Meno male non ho scommesso!

Chi non conosce Nole e la sua storia, avrebbe quasi potuto pensarlo rassegnato, in certi momenti. L’iniziativa era stata quasi costantemente di Thiem. Che ha avuto anche la palla break del 2-1 nel quarto set (“Forse se l’avessi convertita adesso sarei qui a parlarvi da vincitore del torneo”), ma Novak ha improvvisato a quel punto un serve&volley ed è venuto coraggiosamente a prendersi il punto a rete. Thiem non può rimproverarsi nulla. Ha lottato come penso che meglio non potesse e se nel finale era un po’ stanco e meno incisivo – ripenso al dritto in rete proprio gratuito sulla palla break del quinto set che gli avrebbe consentito di recuperare il break appena subito nel terzo gioco, quella del possibile 2 pari – beh vorrei vedere chi non lo sarebbe stato dopo le quasi 12 ore di lotte davvero intensissime anche – se non soprattutto – sotto l’aspetto mentale. E ha ragione Dominic a sottolineare -senza lamentarsene apparentemente e anche se non è il primo e l’unico a pensarla così – che “non c’è mai stata una situazione unica come questa nella storia dello sport, tre giocatori che sono probabilmente i migliori di tutti i tempi e giocano nella stessa era”. Non ha aggiunto “Accidenti che sfiga!” perché è un ragazzo troppo beneducato.

 

Quando vidi Novak Djokovic qui nel 2008 battere Jo Wilfried Tsonga e vincere il primo Slam non avrei mai immaginato che avrebbe vinto 8 volte questo stesso Slam nell’arco di 12 anni. Si vedeva che, a 20 anni e 8 mesi aveva le stimmate del campione, questo sì, ma non si poteva immaginare che avrebbe vinto 17 Slam. Anche perché in giro c’erano già un certo Roger Federer e un certo Rafa Nadal. Però – i lettori più affezionati di Ubitennis mi saranno testimoni – da qualche anno ho scritto su questo sito che vedo Djokovic in grado di chiudere la carriera con più Slam di chiunque altro.

I tifosi di Federer e di Nadal non me lo hanno mai perdonato. E non lo faranno neppure oggi. Ma se Djokovic non ha perso oggi che sembrava quasi spacciato, e per la prima volta si è trovato sotto due set a uno in una finale di Slam e ha rimontato, quando perderà a breve? A Parigi da Nadal, a Wimbledon da Federer ci sta… ma forse quest’anno, mica anche nel 2021.

Ricordo che qualcuno mi irrise quando Nole, dopo aver vinto finalmente al Roland Garros nel 2016, entrò in una profonda crisi. Ricordate Pepe Imaz, il divorzio da Becker, i primi problemi con Vajda che con Imaz non si intendeva per nulla? Insomma le mie previsioni di allora si scontrarono con quelle situazioni imprevedibili. Io mi aspettavo che Nole potesse vincere almeno un altro Slam quell’anno. Invece quel secondo semestre fu dominato da un Andy Murray quasi ingiocabile. Lo scozzese non si limitò a vincere il suo secondo Wimbledon, ma gli soffiò alla fine – battendolo alle Finals di Londra – anche il n.1 del mondo. Quel percorso che avevo pronosticato ripetutamente vincente si si arrestò bruscamente. E a lungo. La crisi durò quasi un anno, da Parigi a Parigi compresa, quando al Roland Garros del 2017 Nole perse nei quarti dal nostro Cecchinato.

Dopo di che decise di andare a rilassarsi, a ossigenarsi sul Monte Saint Victoire insieme a sua moglie. Lo avremmo saputo soltanto all’US Open. Nel frattempo, con sua grande sorpresa, lui aveva già rivinto Wimbledon e ricostituito il sodalizio vincente con Marian Vajda. Ora – augurandogli che non ricada in un’altra crisi a oggi del tutto imprevedibile – mi pare che sia tornato il Djokovic che io credevo avrebbe continuato a vincere il maggior numero di duelli sia contro Federer sia contro Nadal, incrementando la propria leadership. Questo anche se con Thiem non mi ha convinto proprio appieno. Non avesse quella tigna infinita… Quel terzo set – e non potevo conoscere i suoi problemi di assenza di energia – non era da lui. Sembrava si sentisse obbligato a chiudere il punto alla svelta, lui che fa della pazienza e della regolarità su ritmi alti una delle sue prerogative.

Chiarisco ai tifosi dei tre Fab: pensatela come volete, ma vi assicuro che io non faccio il tifo per nessuno. Vinca il migliore. Ma come già nel 2016 penso che nei confronti di Roger 6 anni di differenza siano un grande gap. Quanti mai Slam potrà vincere ancora Roger? Uno, due, chi crede davvero che possa vincerne ancora tre? Io no. Rispetto all’altro big, a Rafa Nadal, Novak ha oggettivamente tutta un’altra struttura e condizione fisica. È fatto di caucciù, si allunga come Tiramolla, non si spezza mai. Nadal non riesce invece a giocare 11 mesi di fila senza avere qualche serio problema. E poi Nadal oggi come oggi che è meno agile e scattante di un tempo, mi sembra un po’ meno completo per lottare ad armi pari su tutte le superfici. È ancora il più forte sulla terra battuta, una spanna sopra tutti, ma sul cemento e sull’erba mi sembra un filino inferiore a Novak. Se ha un tabellone duro – cosa che ad esempio non gli è capitata all’US Open 2018 – alle fasi finali qualche rischio lo corre. Lo ha corso anche con Daniil Medvedev al quinto, in finale, dopo che Berrettini era stato capace di impegnarlo soltanto nel primo set.

Ora non ci resta che attendere il prosieguo della stagione. Vincere 8 Australian Open e 17 Slam è un gran bell’exploit. Se vincesse ancora uno o due Slam quest’anno e altri due l’anno prossimo voi sareste davvero sorpresi? Io no. E in tal caso un Federer che non trionfasse a Wimbledon – per me è l’ultima spiaggia per lo svizzero anche se spero di sbagliarmi – sarebbe raggiunto; un Nadal che conquistasse soltanto il 13° e il 14° Roland Garros nei prossimi due anni idem. Lo so che sono discorsi scritti sulla sabbia vicino alla risacca, chiacchiere da bar, ma non dovrei riferirvi le mie sensazioni se ce le ho, solo perché non sapendo cosa può accadere domani non è serio azzardare nessuna ipotesi per il biennio a venire? Come ho scritto tante volte, io queste sensazioni su un giornale non le scriverei. Su Ubitennis mi sento di scrivere a ruota libera, come si fa tra amici, e in questo discorso includo anche tutti i commentatori… pur sapendo di invitare a nozze coloro che non la pensano come me e esponendomi dunque al pubblico ludibrio in caso io prenda un granchio. Come è possibilissimo.

Intanto vi riferisco l’inizio della conferenza stampa di Djokovic perché per quanto il moderatore avesse inteso dare per primo la parola a Joel Drucker di Tennis Channel (l’avrete forse visto nel video che abbiamo registrato per Ubitennis.net dopo la vittoria di Sofia Kenin su Garbine Muguruza) Novak invece ha voluto che fossi io a rivolgergli l’ormai rituale “Not too bade dar vita ormai a un siparietto che sta diventando quasi un rito. Nole voleva che io dicessi quel “Not too bad” che in realtà un anno fa era stato lui a pronunciare – “Vai avanti dai…” diceva sorridendo. Ecco il video.

E che Novak continui ad imparare lo dimostra quanto è successo nel quarto e quinto set, come racconta lui stesso: “Il match poteva avere anche un esito diverso, hanno deciso pochi punti. Ho fatto serve&volley quando ho dovuto fronteggiare palle break nel quarto e nel quinto set. Ha funzionato in entrambe le occasioni. Poteva andare diversamente. Il serve&volley non è un modo di giocare cui io sia abituato. Non lo faccio spesso. Ma mi sono reso conto che può essere una scelta tattica importante in quelle circostanze e sono davvero felice che ha funzionato”.

È la cura continua dei dettagli che i fenomeni hanno nel sangue a fare la differenza con i giocatori normali, quelli che fenomeni non sono. La ricerca continua della perfezione è ciò che Djokovic, Federer e Nadal sentono e vivono naturalmente da quando hanno preso la prima racchetta in mano. E possono avere vinto 17, 19 oppure 20 Slam e nulla cambia. Loro vogliono sempre migliorarsi, fare meglio, vincere di più. Forse Djokovic, come dice Mats Wilander, ha avuto un vantaggio rispetto a Federer. Quello di avere davanti ai suoi occhi, sui campi da tennis, un modello da imitare e cercare di superare. Anche per Nadal c’è stato quello stimolo, Federer aveva cominciato a vincere prima di lui. Alla fin fine il compito più difficile l’ha avuto proprio Federer: ha dovuto cercare la perfezione anche se era il n.1 e non c’era davvero nessuno davanti che lui dovesse superare, sudando, lavorando duro, limando i dettagli.

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Editoriali del Direttore

Sofia Kenin: non è un caso che le figlie di immigrati coronino il loro American Dream

I casi Kournikova, Sharapova hanno fatto scuola. Ma anche Osaka e Andreescu ripercorrono strade a suo tempo vissute da Agassi, Chang, Sampras. E poi l’altezza non è quel fattore determinante che si credeva. Lo dicono i successi di Halep, Andreescu, Barty e ora Kenin negli ultimi 4 Slam

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Sofia Kenin e Alex Kenin - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Da Melbourne, il direttore

In casa la chiamano Sonia, sui documenti c’è scritto Sofia e allora chiamiamola pure Sofia come suggerisce papà Alex che le fa da coach fin da quando lei, bambina, veniva immortalata dalle foto di Art Seitz e diceva sempre: “Voglio diventare la n.1 del mondo”.

Ho mandato la registrazione di un’intervista che ho cominciato a fare al padre, raggiante, prima di venire circondato da parecchi altri colleghi.

 

Sofia non è ancora n.1 del mondo, qui era soltanto testa di serie n.14 e la Muguruza era appena n.34 – per i bookmakers l’accoppiata di queste due finaliste era pagata 750 a 1 –  ma intanto è n.7 dopo aver vinto a 21 anni e 80 giorni il primo Slam della sua vita, più giovane di pochi giorni rispetto a quando Naomi Osaka vinse questo stesso Slam un anno fa. Bianca Andreescu aveva vinto l’ultimo Slam prima di questo, a New York, a soli 19 anni.  La più giovane campionessa a Melbourne era stata Maria Sharapova, a 20 anni.

Come Sofia lo abbia vinto lo ha ben descritto nella sua cronaca Luca Baldissera, ma certo quel quinto  game del terzo set (sul 2-2), nel quale ha tirato con un coraggio che rasentava l’incoscienza tre vincenti di fila per risalire da 0-40 a 40 pari e poi mettere a segno un ace, seguito da un altro vincente, meriterebbe di essere conservato nella cineteca della Hall of Fame dove sono sicuro che prima o poi le faranno posto.

Aveva annullato due setpoint per set alla Barty, infrangendo il sogno degli australiani di vedere salire sul podio un loro connazionale – fra i maschi l’ultimo è stato Mark Edmondson nel 1976, fra le donne Chris O’Neill nel 1978! – non si è data per vinta quando ha perso il primo set 64, ma anzi ha finito dominando con un doppio 62 una Muguruza che avrebbe dovuto essere più esperta di lei, avendo già vinto due Slam, Roland Garros 2016 e Wimbledon 2017.

Invece Garbine –che ho implorato di tornare a sorridere e a parlare con il simpatico piacevole scilinguagnolo dei primi tempi (“La stampa è stata dura con me, non leggo molto, ma ho visto che un giorno si scrivono belle cose su di me e la settimana dopo brutte cose se perdi. Così sono meno entusiasta di come le cose vanno”) – che avrebbe dovuto comandare il gioco è riuscita a farlo solo per un po’, perchè Sofia ha cominciato a farle fare il tergicristallo, fino a lasciarla boccheggiante, senza fiato. Sofia ha vinto gran parte degli scambi più lunghi. Di quelli che hanno superato i 9 palleggi ne ha vinti 23 su 34.

“Ho servito male, molto male – ha detto Garbine ai colleghi spagnoli che le hanno dovuto ricordare con la massima delicatezza il doppio fallo che le è costato il break  del 2-4 (quando era ancora sotto shock per quei cinque vincenti sul 2 pari) e poi i clamorosi tre doppi falli dell’ultimo game, due consecutivi e il terzo (l’ottavo del match) poco dopo proprio sul matchpoint: – e tutto è diventato più difficile”.

Quei doppi falli nell’ultimo game mi hanno fatto venire in mente quei due che fece Goran Ivanisevic nella finale di Wimbledon 1992: Goran serviva sul 4-5, aveva seppellito Andre Agassi di aces (mi pare di ricordare fossero 37 ma magari sbaglio) ma al momento buono il braccio tremò e anziché confermare i favori del pronostico il croato che avrebbe vinto da wild card e n.125 del mondo Wimbledon 9 anni dopo, perse 64 al quinto. Nessuno avrebbe scommesso una sterlina su Agassi vincitore del torneo. Andre era convinto di non poter giocare sull’erba e aveva saltato tre edizioni dei Championships.

Il percorso di Sofia Kenin (e anche di Amanda Anisimova, semifinalista a Parigi 7 mesi fa) somiglia moltissimo a quello di Maria Sharapova, e prima di lei Anna Kournikova che arrivarono alla corte di Bollettieri ancora bambine. I genitori di Sofia lasciarono la Russia per gli Stati Uniti nel 1987, poi tornarono a Mosca per far nascere lì Sofia. Tornarono poco dopo negli USA, in Florida, dove il padre le mise prestissimo una racchetta in mano e oggi dice che “Già a tre anni e mezzo mi resi conto che aveva un’attitudine per il tennis a dir poco straordinaria”.

Come Yuri Sharapov anche Alex Kenin è arrivato negli USA con poche centinaia di dollair in tasca. I sacrifici che questi genitori, queste famiglie, hanno fatto a lungo, per più di 10 anni influenzato la crescita e la maturazione delle loro figlie.  Guarda caso più motivate, grintose, tenaci,  di tutte le loro coetanee fin dalla più tenera età.

Sofia è stata n.1 americana under 12, under 14, under 16, under 18 “– ricorda con malcelato orgoglio Alex Kenin, padre e coach, nel giorno in cui, battendo la Muguruza 46 62 62, Sofia è diventata anche n.1 americana, scavalcando Serena Williams. Ed è l’americana più giovane a fare l’ingresso fra le top-ten proprio dall’epoca Williams, 1999.

E proprio battendo Serena Williams al terzo turno dello scorso anno al Roland Garros Sofia sentì di essere pronta ad imprese ancora più grandi: “Lì la fiducia nelle mie possibilità è cresciuta immensamente”.

Aveva vinto fino a ieri solo 3 tornei minori, Hobart, Maiorca e Guangzhou e negli Slam non era mai andata oltre gli ottavi, qui superati battendo Coco Gauff…anche lì dopo aver perso il primo set, ma dominando (63 60) secondo e terzo.

La sua grinta, la sua aggressività, mi ha ricordato quella di Jimbo Connors. “Nel tour lo sanno che io sono una che non molla, quale che sia il punteggio. Se mi vuoi battere devi davvero battermi”

Uno dei suoi primi estimatori, il famoso coach americano Rick Macci (ha allenato brevemente anche le Williams, la Sharapova) che di Sofia si è occupato un tantino anche se oggi nessuno ne fa più menzione, ha paragonato invece il suo timing sulla palla a quello di Martina Hingis (che tirava molto più piano, ma aveva un grande anticipo e dominò da ragazzina il tennis fino a che non fu soverchiata dalla potenza delle Williams, della Davenport.) Macci aveva ribattezzato la ragazzina “Mosquito”, per la rapidità di arrivare dappertutto e l’insistenza nel creare infinito fastidio a qualunque avversaria. Mosquito era anche il soprannome dato a Juan Carlos Ferrero…nel Paese della Muguruza. “Mosquito – spiegava Macci – perché è una che non ti dà tregua, ha questa forza mentale innata fin da che era bambina…”

“Sofia non è mai sbilanciata, colpisce la palla mentre sta ancora salendo e proprio perché non è troppo alta, può anticipare maggiormente i colpi, ti butta fuori dal campo e se si apre il campo non ti dà scampo. Poche ragazze hanno poi la sua mano nel giocare le smorzate”.

Per anni il tennis americano ha vissuto momenti di gloria grazie agli exploit di figli di immigrati, iraniani come gli Agassi, cinesi come i Chang, greci come i Sampras. E quando anche i figli di questi o si sono imborghesiti o si sono dedicati a sport meno costosi all’inizio e più ricchi per chi riusciva ad emergere, il tennis americano che in un certa fase storica degli anni Settanta aveva anche 40 top 100, è entrato in crisi. Dopo Andy Roddick e Blake, in pratica, non hanno più avuto campioni in grado di conquistare uno Slam. Forse l’unico top-ten, e di retrovia, è stato John Isner. Un po’ poco. E’ mancato il bacino costituito dall’immigrazione. Ragazzi (e famiglie) disposti a sacrifici enormi.

Piuttosto va osservato un altro fenomeno non proprio scontato. Anni fa si riteneva che anche le ragazze, così come gli uomini top-ten ormai sono quasi tutti più vicini al metro e 90 (e sopra) che al metro e 80, per emergere avrebbero dovuto essere amazzoni di grande statura.

Beh, a scorrere l’elenco delle ultime vincitrici di Slam non è proprio così;: la Barty che ha vinto il Roland Garros è un metro e 66 cm, la Halep che ha vinto Wimbledon è un metro e 68,  la Andreescu che ha vinto l’US Open è un metro e 70, la Kenin è un metro e 70 (scarsi secondo me biografie della WTA spesso barano un po’. L’altro giorno accanto alla Barty all’atto del sorteggio vicino alla rete, Sofia non sembrava più alta dell’australiana…).

Beh, insomma, questo dovrebbe dare speranze anche alle nostre ragazze italiane, troppe volte scoraggiate in partenza dall’altezza. Non faccio nomi per non mettere nessuna in imbarazzo, però quanto ho appena sottolineato non dovrebbe essere più un alibi per nessuna nostra giocatrice. Del resto Schiavone, Vinci, Errani erano – sono – forse giganti?

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Editoriali del Direttore

Thiem è stato molto più coraggioso di Zverev. Non avrà paura di Djokovic

MELBOURNE – Il serbo resta favorito, però non avrà dimenticato 4 sconfitte in 5 duelli con l’austriaco in crescendo di fiducia. Thiem ha vinto tutti gli ultimi tie-break: 3 con Nadal e 2 con Zverev

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Dominic Thiem e Alexander Zverev - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

da Melbourne, il direttore

Chi aveva più da perdere dalla semifinale che vedeva di fronte due giocatori che qua non c’erano mai arrivati? Thiem. Aveva battuto Nadal e non è mai facile batterlo anche se Nadal non è forse più il Nadal d’una volta. Zverev aveva superato un Wawrinka che era apparso decisamente in migliore condizione contro Medvedev.  Chi era più nervoso? Thiem (ma all’inizio anche Zverev). Chi ha il tennis più vario e piacevole fra Thiem e Zverev? Thiem. Chi aveva più chance di battere eventualmente Djokovic, fra Zverev e Thiem? Thiem. Chi è dunque meglio che sia arrivato in finale? Thiem.

Ma ora è lecito chiedersi… può Thiem battere Djokovic come gli è riuscito quattro volte delle ultime cinque? In teoria sì, anche se battere Novak sul cemento non è come batterlo al Roland Garros. E batterlo 3 su 5 non è come batterlo 2 set su 3.

 

Al Roland Garros mi sono trovato due volte in finale con il re del Roland Garros, che aveva vinto il torneo 10 e 11 volte… qui mi trovo di fronte al re dell’Open d’Australia che lo ha vinto 7!”. Dominic Thiem lo dice quando è ancora sul sul campo dove battendo Zverev in 4 set fa felice tutti suoi connazionali: fra Austria e Germania c’è da sempre una fortissima rivalità – dai tempi dell’impero austroungarico e la Prussia – e la si coglie perfino parlando con  i giornalisti dell’uno e dell’altro Paese. È più sentita che fra tedeschi e inglesi, fra neozelandesi e australiani, fra francesi e italiani. Thiem ha risposto brillantemente a McEnroe dopo che John (meno bravo a parer mio come giornalista ma più showman di Jim Courier che è invece un ottimo intervistatore) lo aveva stressato oltre il dovuto facendogli ripercorrere tutto il match appena concluso, obbligandolo a raccontare tutti i quattro set che sono durati 3 ore e 42 minuti. Vanno aggiunti alle 4 ore e 10 minuti di battaglia con Nadal, vale a dire 8 ore (meno 8 minuti) di corse furibonde, di massima intensità. Le quattro precedenti “vittime” Mannarino, Bolt, Fritz, Monfils lo avevano tenuto in campo oltre 10 ore e mezzo.

Se Thiem, di solito prevedibile e abbastanza scontato nelle interviste, diventa anche sagace nel parlare, beh il post Fab Four ha trovato un erede all’altezza. Sì perché i Fab Four non sono stati soltanto straordinari campioni, ma anche veri personaggi, dotati di grandissimo carisma. Fra i giovani della Next Gen – apro un inciso – forse quello che sembra avere più personalità, anche se talvolta pare un po’ arrogantello o presuntuoso, è Stefanos Tsitsipas. I due russi Medvedev e Rublev, più di Khachanov, sono anch’essi tipi abbastanza brillanti fuori dal campo, nelle interviste, anche se Rublev, che pure è capace di dire cose più coraggiose e meno politically correct di tanti colleghi, parla sempre tenendo gli occhi bassi, quasi mai guardando in faccia chi lo intervista. Torno su Thiem però…Certo, pur avendo 26 anni e non potendo quindi più essere definito propriamente un NextGen – chi non lo è però al cospetto di trentottenni, trentaquattrenni e trentatreenni che da 15 anni dominano il tennis? –  l’austriaco è competitor fisso fra i top 5 dal marzo 2019. Qui giocherà la sua terza finale in uno Slam, a conferma di una notevole continuità e qualità. Con tre dei Fab 4 ancora tutti più che attivi e competitivi, non è stato certo facile inserirsi nella fasi finali degli Slam.

Contro Djokovic, per averlo battuto quattro volte delle ultime cinque (dicevo sopra), Thiem avrà il vantaggio psicologico di chi non ha nulla da perdere, ma l’handicap di un giorno in meno di riposo, di molte più ore sul campo, la minore esperienza. Lui, per la verità, del giorno di riposo in meno non è sembrato preoccuparsene troppo. Fra i giocatori, merito anche della cura stakanovista di Bresnik – il coach che lo ha seguito per una vita, fino a quando è subentrato il cileno Nicolas Massu – è uno dei più preparati fisicamente. Alla domanda se il giorno in più di riposo per Novak fosse un grande handicap Dominic ha risposto serenamente: “Ci sono svantaggi ma anche vantaggi. A volte può essere anche un problema essere abituati a un giorno soltanto di stop e ritrovarsene due. Certo ho meno tempo per recuperare. Ma con l’adrenalina che ho accumulato e il resto sarà tutto a posto. Ho giocato due match molto intensi contro Rafa e Sascha, quindi magari ne risentirò, soprattutto domani. Ma farò i soliti trattamenti, giocherò un pochino domani e cercherà di essere al 100% domenica sera”.

Dominic Thiem – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Zverev era da un lato soddisfatto della buona partita giocata, ma ovviamente assai deluso di aver perso. “Ho avuto troppe occasioni che non ho saputo sfruttare: 14 palle break (5 sfruttate e 9 no), due set point nel terzo set”. Li ha avuti sul 5-4 ma serviva Thiem che li ha molto ben annullati per la verità, con grandissimo coraggio e splendide esecuzioni. Un rovescio incrociato vincente sparato a tutto braccio, super spettacolare sul primo set point, poi un gran dritto sul secondo dopo essersi aperto il campo. Insomma, Thiem è stato molto più aggressivo del tedesco. Stasera, riuscendo a strappare il servizio 4 volte a Zverev sebbene il tedesco abbia servito percentuali spaventose di prime, addirittura il 92% nel primo set, l’81% di media nel match, Thiem ha confermato – dopo Indian Wells e Londra alla finali ATP – di non essere più soltanto uno specialista della terra battuta, e di essere diventato anzi un tennista davvero completo.

La vittoria di Indian Wells in finale su Federer è stata importantissima per la mia fiducia, anche se nel deserto californiano i campi sono abbastanza simili alla terra rossa: la palla rimbalza alta, una situazione perfetta per il mio gioco. Poi lo scorso anno nella stagione indoor in Asia ho fatto un grande passo avanti. Ho davvero sviluppato il mio tennis nella giusta direzione. Sono diventato più aggressivo, ho cominciato a servire e rispondere meglio. Mi sono detto ‘Se riesco a far bene indoor come alle finali ATP di Londra (dove ha sconfitto Djokovic; n.d.Ubs) perché non posso riuscirci anche sui campi in cemento?’ Da allora gioco bene anche sulle superfici più veloci”. Io credo che Thiem, vittorioso in tre tie-break su tre con Nadal e in due su due con Zverev, debba alla sua intraprendenza, al suo coraggio, alla varietà dei suoi attacchi, fin dalla risposta, la chiave dei suoi successi. Il tennis di Thiem non annoia, quello di Zverev, ad oggi troppo legato all’efficacia del servizio è certamente più monocorde. Cinque set di Thiem si guardano volentieri, cinque di Zverev un po’ meno.

Mentre seguivo la loro partita, che ha avuto momenti di grandissimo tennis, sia pur un po’ troppo a sprazzi, pensavo alle grandi rivalità di quest’ultimo decennio e mi chiedevo: ma mi piacerebbe vedere 40, 50 volte un duello fra questi due giocatori che certo rappresentano il futuro (abbastanza prossimo ormai) del tennis? Nadal, Federer, Djokovic, Murray non mi hanno quasi mai annoiato nelle loro sfide…Loro due? Ne parlavo con Chris Clarey del New York Times e con Simon Briggs del Daily Telegraph, miei vicini di posto nella Rod Laver Arena, quando entrambi hanno detto, sul finire del quarto set: “Great match, ma sopravviveremmo anche se non si giocasse un quinto set!”. Ecco, forse anni fa nel corso delle sfide fra Federer e Nadal, o gli altri due Big, invece avremmo sempre sperato di assistere al quinto set. E quelli giocati qui da Federer e Nadal nel 2017, o da Djokovic e Nadal nel 2012, sono rimasti leggende. Anche se il match andava avanti da 3,4,5 ore e 54 minuti! Pura nostalgia? Non c’è dubbio che il contrasto di stili che hanno offerto i Fab Four, e prima di loro Sampras vs Agassi, e a suo tempo Becker e Edberg, McEnroe e Borg o Lendl o Connors, rendeva più appassionante lo spettacolo.

Ripeto: Thiem si fa guardare volentieri. Cerca spesso soluzioni diverse, angoli inconsueti, varia il rovescio una volta coprendolo e un’altra tagliandolo, viene più spesso a rete di una volta per chiudere il punto, all’occorrenza gioca le smorzate. Ha fatto 23 punti su 27 quando è venuto a rete… mentre Zverev a rete non è ancora un top-player, ha fatto poco più del 70% dei punti a rete pur venendoci la maggior parte delle volte a punto quasi fatto: clamorosi alcuni smash sbagliati, compreso quello fatale del tiebreak del quarto set che avrebbe dovuto portarlo sul 3 pari. È anche vero che fra i due semifinalisti di questo venerdì caldissimo australiano ci sono quattro anni di differenza e non sono pochi. Nell’arco di quattro anni Zverev di sicuro farà ancora progressi e non si fermerà certo a una sola semifinale di Slam. E dico questo anche perché fra quattro anni dei Fab Four forse sarà rimasto in lizza soltanto Djokovic.

Adesso io mi auguro soltanto di assistere a una gran bella finale. Il miglior Thiem può giocarsela con Djokovic e i colleghi serbi, super patrioti e supertifosi del loro Nole, mi parevano parecchio preoccupati stasera. C’è anche la cabala a spaventarli: nessuno ha mai vinto l’Australian Open 8 volte. Temono che prima o poi l’incantesimo si spezzi. Chissà se sul divano, dove avrà assistito bello tranquillo al match di stasera, Djokovic si sarà un pochino preoccupato anche lui. Di certo avrebbe preferito affrontare Zverev. Novak sa che Dominic scenderà in campo domenica piuttosto sicuro del fatto suo: “Non sarà la mia prima finale di Slam – ha detto – e già nella finale del 2019 contro Nadal ho dimostrato di aver fatto grandi progressi rispetto a quella che giocai nel 2018…”. Insomma, cavalier senza paura, Dominator Thiem ha lanciato il suo guanto di sfida al vincitore di 7 degli ultimi 12 Australian Open.

Dominic Thiem – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

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