Misfatti e prodezze degli arbitri WTA

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Misfatti e prodezze degli arbitri WTA

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TENNIS AL FEMMINILE – Per una volta gli arbitri non giudicano ma vengono giudicati. Da Mariana Alves a Eva Asderaki, da Marija Cicak a Kader Nouni: grandi chiamate e decisioni disastrose dei più famosi giudici di sedia del circuito femminile.

Se qualcuno ha voglia di andare in questa pagina del sito WTA e ha la pazienza di scaricare la Guida ufficiale 2014 troverà a pagina 13 un paragrafo intitolato “Chair Umpires”.

 

Nel paragrafo sono pubblicate le foto con i sei nomi degli arbitri che la WTA ha messo sotto contratto per il 2014 e che considera di prima fascia. Sono elencati in ordine alfabetico:
– Mariana Alves
– Eva Asderaki
– Marija Cicak
– Kader Nouni
– Felix Torralba
– Juan Zhang

Arbitri WTAIn questo articolo proverò a dare una valutazione sul loro operato, raccontando alcune delle decisioni più importanti di cui sono stati protagonisti.

Mariana Alves
voto 6½
Mariana Alves, portoghese, non è una giudice di sedia qualsiasi, su questo non ci sono dubbi. Se un giorno qualcuno vorrà provare a mettere in prospettiva storica il ruolo dell’arbitro nel tennis, Alves avrà per forza una posizione di primo piano nella vicenda; e purtroppo sarà in chiave negativa. È lei, infatti, la protagonista della famigerata partita che viene riconosciuta come quella che ha spinto all’introduzione del “falco” (il sistema di verifica del segno della palla).

È successo agli US Open 2004, quarto di finale tra Jennifer Capriati e Serena Williams. Per quanto possa essere importante un incontro Slam tra due giocatrici di quel livello, a renderlo storico è la serie raccapricciante di errori arbitrali che lo flagellano. E che sono tutti nella stessa direzione.
Almeno cinque chiamate arbitrali sfavoriscono Serena e costituiscono una bella spinta per la vittoria di Jennifer (2-6, 6-4, 6-4). E non si tratta di chiamate qualsiasi: quattro avvengono nel set decisivo e addirittura tre nel game finale (un game concluso ai vantaggi).
Fa una certa impressione parlare di arbitraggio probabilmente determinante per una partita di tennis; di solito sono tipiche diatribe calcistiche, ma in questo caso sono le immagini stesse a confermare la situazione (e nel filmato manca un doppio fallo di Capriati non rilevato, sempre nel game finale).

Dal filmato si deduce che all’incapacità di intervenire sugli errori commessi dai giudici di linea, Mariana Alves aggiunge una personale e disastrosa overrule: valuta out un rovescio lungolinea di Serena che rimbalza all’interno della riga, e per di più nel lato di campo più vicino al seggiolone. Dopo questo match Serena riceve scuse ufficiali, e la giudice di sedia viene sospesa per il resto del torneo.
I vertici del tennis si attivano per introdurre l’hawk-eye come sistema di valutazione ufficiale. Il falco verrà utilizzato a partire dalla stagione 2006, appena effettuate tutte le verifiche tecniche necessarie.
E oggi?

Mariana Alves è sopravvissuta a quel terremoto professionale e ha avuto la possibilità di continuare ad arbitrare. Il voto di 6½ che ho dato si riferisce all’ultimo periodo e non include quel match nella valutazione.
Oggi Alves è una giudice di sedia piuttosto prudente, che non azzarda overrule difficili (ad esempio in zone di campo lontane) e che cerca una conduzione senza troppi attriti, glissando su certi comportamenti al limite delle giocatrici più difficili.
Probabilmente un atteggiamento legato a comprensibili timori (non so se potrebbe permettersi un’altra giornata nera); ma tutto sommato apprezzo le conduzioni basate sulla discrezione: gli arbitri che amano farsi notare non fanno per me.

E se di sicuro Serena non può aver dimenticato la partita con Capriati, anche altri tennisti sembrano averla ben presente, e non mancano di farlo pesare nelle loro proteste.
Ecco Gulbis nel 2011 lamentarsi per una chiamata di doppio rimbalzo sostenendo (versione edulcorata): “Anche se non si tratta di giudicare una palla dentro o fuori, trovi comunque il modo di rovinare i match”.
E Azarenka nel 2013: “Come fai ad essere ancora seduta sulla sedia dell’arbitro dopo tutto quello che hai combinato?” Posso sbagliarmi, ma a me sembrano due riferimenti piuttosto espliciti a “quel” match.

Devo dire che queste situazioni mi suscitano sentimenti contrastanti. Da una parte trovo crudele il modo in cui i giocatori infieriscono sul punto debole di un arbitro; dall’altra se ripenso alla partita di Flushing Meadows faccio fatica a non considerare Mariana Alves quasi come una miracolata, perché davvero quella sera ha rischiato di chiudere lì la sua carriera.

Eva Asderaki
voto: 7/8
Anche la carriera di Eva Asderaki, greca, per certi aspetti è stata segnata dai match con in campo Serena Williams; ma per fortuna niente di paragonabile a quello con Jennifer Capriati. Per spiegare la situazione devo prendere la cosa un po’ alla lontana.

Secondo me fino al 2011 Asderaki era il miglior arbitro in circolazione nella WTA: avessi dovuto darle un voto in quel periodo sarebbe stato 9. Coraggiosa e praticamente infallibile nelle overrule, capace di sanzionare le giocatrici senza arroganza e di interpretare l’andamento dei match con intelligenza e sensibilità; e senza smanie di protagonismo.

Masters di Doha 2009, ecco una decisione nello stile della miglior Asderaki: è quella che viene chiamata “hindrance”, vale a dire un disturbo provocato dal giocatore durante lo scambio. In questo caso il disturbo è il “C’mon” gridato da Serena, convinta di aver ormai vinto il punto. Nel momento in cui Kuznetsova tiene la palla in gioco, è inevitabile la sanzione (e il quindici perso).

 Non ho scelto questo esempio a caso, perché a mio avviso proprio un’altra decisione di hindrance ha costituito la svolta in negativo della carriera di Asderaki.

Nemmeno trentenne, per le sue grandi qualità si merita la finale di Flushing Meadows 2011, quella tra Serena e Stosur (vinta da Samantha 6-2, 6-3). E qui nuovamente decide di sanzionare Serena per hindrance. Questa decisione ha suscitato pareri differenti e contrapposti; comunque la si giudichi, per un arbitro è una situazione sfortunata, perché davvero al limite.

Forse nell’istante in cui Asderaki ha preso la decisione ha pesato proprio il precedente di Doha, simile per andamento e geometrie. Forse non ha voluto dare l’impressione di agevolare la tennista di casa, sulla carta più forte e carismatica; e questo è un aspetto generalmente positivo di Asderaki, attenta a tutelare allo stesso modo tutte le giocatrici, indipendentemente dalla loro importanza.Secondo me ne è uscito un intervento un po’ cavilloso, che ha alterato per alcuni game il normale andamento del gioco.

La mia sensazione è che, dopo la partita, la stessa Asderaki non sia rimasta del tutto convinta della propria decisione. E una conferma indiretta mi sembra l’entità molto ridotta della multa inflitta a Serena per la sfuriata avuta in campo: duemila dollari, cifra stabilita in una riunione in cui era presente anche la giudice di sedia.

Dopo questo match, secondo me qualcosa si è incrinato nell’equilibrio praticamente perfetto di Eva Asderaki. Da allora a volte traspare un po’ di incertezza, e le overrule si sono fatte più rare e non sempre esatte; rimane sempre una giudice di sedia validissima, ma ha perso un po’ della coraggiosa spensieratezza che fino a quel momento la rendeva praticamente infallibile.

Ma c’è un seguito alla questione Asderaki/Serena/hindrance.
Qualche mese dopo, Asderaki arbitra il primo turno del Roland Garros 2012 tra Serena Williams e Virginie Razzano: partita drammatica, terminata con la sorprendente eliminazione di Serena (4-6, 7-6, 6-3). Ebbene, nel game che sarebbe stato l’ultimo (sul 30 pari, con Razzano che serve per il match) Asderaki giudica hindrance un verso di dolore di Razzano causato dai crampi (min. 34’08”).

A mio avviso un intervento forzato, che potrebbe avere due interpretazioni differenti.
La prima, più tecnica: con Serena in campo, il metro che aveva ormai adottato per quel tipo di infrazione era estremamente severo, e così rigidità ha causato rigidità.
La seconda, psicologica: forse Asderaki si sentiva in colpa, e la chiamata di Parigi va interpretata come un inconscio risarcimento per quanto deciso la volta precedente a New York.

Per chiudere aggiungo un fatto recentissimo. La giudice di sedia greca sembra proprio avere nel suo destino l’hindrance, visto che è dovuta nuovamente intervenire (questa volta in modo inappuntabile) in un momento topico: sul set point della finale di Fed Cup tra Kerber e Safarova.

Marija Cicak
voto 8½
Secondo me in questo momento è lei, giudice arbitro croata, la migliore della WTA. Grazie alle sue doti ha ottenuto di dirigere nel 2014 la finale di Wimbledon e la finale del Masters di Singapore.
È capace di prendere decisioni non semplici come questa tra Sharapova e Kirilenko; situazione che è diventata piuttosto famosa (quasi 900mila visualizzazioni su YouTube) per le protagoniste in campo e per le modalità curiose.
Se la consideriamo dal punto di vista dell’arbitro, si capisce che non è facile tenere sotto controllo quanto sta facendo Kirilenko, dato che la palla si trova dall’altra parte della rete nel momento in cui colpisce ripetutamente a terra con la racchetta. Invece Cicak si accorge perfettamente di tutto: segno di notevole prontezza e attenzione. E il modo stesso in cui respinge le proteste di Kirilenko dimostra quanto le fosse chiaro il quadro degli avvenimenti.

Personalmente preferirei un modo di comunicare meno sbrigativo. Sotto questo aspetto secondo me Asderaki si fa preferire; ma devo anche dire che rispetto a un paio di anni fa Cicak ha ammorbidito i toni.
Del resto per essere autorevoli non occorre mostrarsi per forza rigidi e duri, anche perché ormai credo che si sia conquistata un grande rispetto tra le giocatrici.

Kader Nouni
voto 7½
Arbitro francese con il timbro di voce immediatamente riconoscibile, alla Barry White. Il voto a Kader Nouni è la media tra due aspetti fondamentali: da una parte la capacità di valutare dove cade la pallina, dall’altra l’interpretazione del resto del ruolo del giudice di sedia.
Per quanto riguarda la prima parte, cioè come “hawk-eye umano” Nouni secondo me è il migliore. Sceglierei senza dubbio lui per arbitrare una partita in cui non c’è a disposizione il falco; non solo non sbaglia praticamente mai, ma si prende anche la responsabilità di chiamare palle che atterrano lontane dalla sedia. La sua bravura sotto questo aspetto è straordinaria, vicina all’infallibilità.

Purtroppo, però, un arbitro deve anche prendere altre decisioni: saper interpretare le situazioni e avere la sensibilità di non strafare nei momenti topici dei match. E sotto questo aspetto secondo me Nouni non è al livello di Asderaki e Cicak. Le volte in cui ha finito per irritare i giocatori senza che ce ne fosse veramente un motivo sono state diverse.
La più grave è probabilmente questa, in cui ha danneggiato Radwanska con una decisione cervellotica che ha fatto perdere la pazienza perfino ad Aga, tennista solitamente molto controllata.
(Per chi avesse dubbi: la stessa WTA si è scusata con la giocatrice ed ha riconosciuto che il provvedimento da prendere era la ripetizione del punto. Come del resto avviene sempre quando un giocatore chiede il falco su uno scambio fermato per errore dal giudice di linea).
Ma anche quest’altra decisione nei confronti di Zvonareva appare eccessiva.

Insomma, traspare una certa tendenza a estremizzare le situazioni che forse deriva da una punta di narcisismo di troppo.
Lo dico anche facendo riferimento ad un’altra famosa disputa con Nalbandian: sembra un dettaglio da nulla, ma mi colpisce il fatto che si preoccupi di controllarsi i capelli con le mani in un momento critico, sull’8 pari del quinto set (min 1’49”).

Mi verrebbe da dire che Nouni sarebbe perfetto se le sue partite potessero essere arbitrate in tandem, con due sedie affiancate: lui che valuta le chiamate e qualcun altro che prende le rimanenti decisioni (magari una giudice di sedia esperta ed equilibrata come Alison Hughes – Lang).

Felix Torralba
voto 6
Felix Torralba, spagnolo, è al primo anno tra i giudici di prima fascia del circuito femminile. Fra gli arbitri qui considerati è quello che ho visto meno volte in azione, e per questo sono stato incerto se esprimere una valutazione o limitarmi ad un più prudente senza voto.
Ho deciso di sbilanciarmi, ma è possibile che il voto basso dipenda anche da una dose di casualità, che potrebbe non avermi fatto seguire i suoi migliori match.

Per quanto ho visto, al momento è il giudice di sedia che mi convince meno. Ho già avuto modo di dire che non mi piacciono gli arbitri che vogliono diventare protagonisti, ma secondo me Torralba esagera in senso opposto. Pochissimi interventi, overrule rarissime (per non dire inesistenti), e presenza quasi impercettibile. Se il giudice di sedia si limita ad annunciare il punteggio, sorge il dubbio che sia superfluo.

A mio avviso il fatto che la maggior parte dei campi abbia ormai in dotazione il falco non significa che debbano essere solo i giocatori attraverso il challenge a rimediare agli eventuali errori dei giudici di linea. Il giudice di sedia ha potere di intervento per buoni motivi, e non può trasformarsi in un semplice speaker che tiene conto del punteggio e del tempo al cambio campo.

Invece questa è l’impressione che ho avuto anche durante la finale del “Masterino” di Sofia. Mi riferisco ad esempio a questo scambio in cui è Flavia Pennetta che deve interrompere il gioco chiedendo la verifica su una palla fuori di parecchi centimetri. Sbaglierò, ma sono convinto che i migliori arbitri sarebbero intervenuti in prima persona, senza delegare rischi e responsabilità alle giocatrici in campo.

Juan Zhang
voto 6
½
Juan Zhang, cinese, è la penultima arrivata nell’élite WTA, visto che fa parte degli arbitri di riferimento dal 2013. Per questa ragione anche per lei, come per Torralba, la mia valutazione si basa su un numero di match inferiore rispetto agli altri quattro arbitri presi in considerazione.
A
l momento mi ha colpito soprattutto per una certa discontinuità di rendimento. È capace di ottime partite, davvero al livello dei migliori, ma poi incappa in giornate in cui commette errori evitabili. Il voto risente delle giornate cattive, altrimenti sarebbe stato molto più alto.

A cosa mi riferisco quando parlo di cadute di rendimento? Per esempio ad errori come questo commesso nella finale di Wuhan. Invece che assegnare l’ace a Kvitova, Zhang fa ripetere il punto, evidentemente ritenendo che Bouchard sia stata disturbata dalla chiamata (sbagliata) del giudice di linea.
Se vogliamo essere severi,
in questo caso la giudice di sedia manca al suo compito due volte: la prima quando non corregge la chiamata su una palla che rimbalza in una zona prossima alla sedia; la seconda, più grave, quando non ha l’attenzione necessaria per mettere in sequenza corretta gli avvenimenti (vale a dire che l’out arriva dopo l’esecuzione della risposta di Bouchard).
Eppure la sequenza non è confusa; in casi del genere, e con la dovuta attenzione, secondo me un arbitro capace non dovrebbe avere particolari problemi.
Che i telecronisti o gli spettatori non afferrino immediatamente questi dettagli mi sembra comprensibile: non è a loro che si chiede di prendere le decisioni. Ma l’arbitro invece è lì per quello, e dovrebbe cercare di non perdere mai la concentrazione. Un aspetto fondamentale, che fa la differenza tra il giudice di sedia “normale” e quello davvero bravo.

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Paula Badosa, crisi e successo

La vincitrice del torneo di Indian Wells 2021 prima di affermarsi ad alti livelli ha vissuto lunghe stagioni piene di difficoltà

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Paula Badosa - WTA Indian Wells 2021 (via Twitter, @BNPPARIBASOPEN)

Per come era stato organizzato il calendario WTA di quest’anno, era chiaro che il torneo di Indian Wells avrebbe rappresentato un passaggio cruciale della stagione. E infatti i molti punti assegnati alla vincitrice, ma anche alle altre tenniste capaci di arrivare in fondo, hanno cominciato a delineare in modo più chiaro la Race, cioè la classifica che determinerà le otto protagoniste che avranno il diritto di disputare le Finals 2021.

Non tutto, naturalmente, è definitivo, ma al momento la vittoria di Paula Badosa a Indian Wells ha permesso alla Spagna di avere due giocatrici fra le otto possibili “elette”. Garbiñe Muguruza infatti è settima nella Race con 3150 punti, Badosa la segue a 3112. Nona è Ons Jabeur con 3020 punti, mentre la decima, Naomi Osaka, è già più staccata, con 2771 punti. E dato che è molto incerta la partecipazione della numero 1 Barty alle Finals previste a Guadalajara, non è improbabile che sia Muguruza che Badosa possano scendere in campo in Messico.

Forse non è molto noto, eppure, oltre alla nazionalità, Muguruza e Badosa hanno altri punti in comune, specie per quanto riguarda la loro formazione e i primi passi compiuti in WTA.

 

Torniamo indietro di qualche anno, al marzo del 2012. Sta per cominciare il torneo di Miami, e la IMG, società che fra le proprie attività ha la gestione del Miami Open, decide di assegnare una wild card a una giovane spagnola semisconosciuta: Garbiñe Muguruza, classificata fuori dalle prime duecento del mondo. La scelta è determinata dal fatto che la giocatrice in questione ha un contratto con la stessa IMG, che la ritiene una grande promessa.

Sorprende la decisione di assegnarle la possibilità di entrare addirittura nel tabellone principale, dato che Garbiñe non ha praticamente esperienza di match a livello WTA. Eppure la giovanissima Muguruza si dimostra all’altezza: sconfigge nell’ordine Morita, Pennetta e Zvonareva, prima di fermarsi al quarto turno contro Radwanska (che poi avrebbe vinto il torneo).

Ci si chiede chi sia questa diciottenne e si scopre che è una spagnola sui generis, perché è nata in America (a Caracas) e ancora non ha deciso in via definitiva se gareggiare per la Spagna o per la nazione di origine, il Venezuela. Alla fine Muguruza sceglie di rimanere spagnola, e il resto della sua carriera è ormai entrato nei libri di storia del tennis.

Spostiamoci in avanti di tre anni esatti, al marzo 2015. Di nuovo Miami Open, e di nuovo IMG decide di assegnare una wild card a una spagnola semisconosciuta: Paula Badosa, anche lei promessa sotto contratto con la agenzia. E la 17enna Badosa non sfigura: pur senza esperienza a livello WTA, da numero 419 del ranking, raggiunge il terzo turno. Sconfigge Petra Cetkovska e Zheng Saisai prima di fermarsi contro Karolina Pliskova.

Così come Muguruza, anche Badosa è nata in America (a New York, figlia di due genitori impiegati nella moda, prima come modelli e poi come fotografi) e per questo è ugualmente contesa tra due federazioni. Dopo la prestazione in Florida, infatti, si fa avanti la USTA per farla gareggiare sotto la bandiera a stelle e strisce. Ma anche Paula decide di rimanere spagnola, anche perché da parecchi anni si allena tra Valencia e Barcellona, e gli USA rimangono un ricordo legato solo alla prima infanzia.

Ecco, fino a qualche mese fa, il parallelismo tra Muguruza e Badosa si fermava ai loro esordi professionistici, perché poi lo sviluppo delle loro carriere sembrava dovesse percorrere strade molto differenti; da una parte il successo di Garbiñe, dall’altra la delusione di Paula, che dopo l’avvio sorprendente sembrava essersi persa tra infortuni e insicurezze.

Incapace di tenere fede alle grandi speranze suscitate da teenager: Badosa non sarebbe stata certo la prima giovanissima di talento schiacciata dalle aspettative. Normalmente ci si ricorda di chi ha sfondato, ed è quasi fisiologico dimenticarsi di chi non è riuscita ad arrivare in cima alla piramide del successo. Ma non si tratta di casi sporadici.

Ricordate per esempio Bojana Jovanovski? Cito lei perché anche Bojana aveva firmato un contratto con IMG, ed era considerata una della maggiori promesse in WTA. Nata il 31 dicembre 1991 (un giorno dopo Camila Giorgi), capace di entrare fra le prime cento a 18 anni, aveva vinto fra il 2012 e il 2013 i tornei di Baku e Tashkent. Ma poi dal 2014 (anno del suo best ranking: numero 32), ha cominciato un declino precoce che l’ha portata a disputare il suo ultimo match nel 2018. Ritirata a nemmeno 27 anni.

Insomma, essere una promessa, ed essere individuata da IMG come una potenziale stella, non è per forza garanzia di successo ad alti livelli. E sino a qualche tempo fa anche Badosa sembrava confermarlo: prima di arrivare a vincere un torneo importante come Indian Wells, Paula ha attraversato lunghe stagioni piene di problemi e difficoltà.

a pagina 2: Il lungo periodo di crisi

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Grande Slam 2021, la classifica femminile

Chi sono state le giocatrici che hanno fatto meglio nei quattro tornei più importanti dell’anno? Un bilancio di fine stagione più una analisi sugli Slam di Serena Williams in occasione dei suoi 40 anni

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Barbora Krejcikova - Roland Garros 2021 (via Twitter, @rolandgarros)

Da alcuni anni propongo una classifica particolare, basata esclusivamente sui quattro tornei più importanti della stagione: Australian Open, Roland Garros, Wimbledon, US Open. Ho deciso di farlo perché, ancora più che in passato, nel tennis contemporaneo gli Slam si stagliano nella considerazione di tutti come qualcosa di superiore, a sé stante, ed è su questi palcoscenici che si costruiscono le grandi carriere.

Tanto è vero che oggi, quasi in automatico, per misurare il valore di una tennista gli appassionati cominciano sempre valutando cosa ha saputo fare negli Slam: vittorie, finali, continuità nei “piazzamenti”, sono il riferimento che alla fine determina la categoria di chi viene analizzata.

Ma sappiamo che non è sempre stato così. In altre epoche i più forti tennisti, per esempio, hanno rinunciato a giocare l’Australian Open perché la trasferta presentava disagi logistici e il montepremi non era sufficientemente appetibile.

 

Ma ci sono state altre rinunce che oggi ci appaiono inconcepibili. Prendiamo il caso di Chris Evert, che negli anni ‘70 era di gran lunga la più forte giocatrice sulla terra rossa. Evert ha saltato alcuni Roland Garros perché impegnata in altri eventi organizzati negli USA. Parliamo di una giocatrice capace di vincere 125 partite consecutive sulla terra, dall’agosto 1973 al maggio 1979. Nemmeno Nadal è mai riuscito a dominare così tanto. Eppure Chris non ha disputato i Roland Garros del 1976, 1977, 1978, oltre che i sei Australian Open dal 1975 al 1980. Detto tra parentesi: quando si fanno i calcoli degli Slam vinti da Serena Williams o da Steffi Graf, spesso si dimentica quanto avrebbero potuto vincere tenniste come Evert o Navratilova se le priorità della loro epoca fossero state simili a quelle odierne.

Oggi le cose sono cambiate: gli Slam sono il fulcro del calendario di ogni tennista di vertice. Per questo possiamo dire senza alcun dubbio che Serena Williams continua a giocare con l’unico scopo di provare a vincere nuovi Slam, mentre utilizza come impegni di preparazione gli altri tornei del circuito, o non li affronta proprio.

Ecco le ragioni di una classifica basata esclusivamente sui quattro Major. Il criterio adottato per costruire la classifica è sempre lo stesso, ed è molto semplice: la somma dei punti ottenuti in ogni Slam secondo i valori stabiliti da WTA. Questa è la ripartizione dei punti prevista:

2000 punti (vittoria)
1300 (finale)
780 (semifinale)
430 (quarti)
240 (4° turno)
130 (3° turno)
70 (2° turno)
10 punti (sconfitta al primo turno)

Veniamo dunque alla Classifica Slam del 2021. Classifica sino alla posizione numero 32, con in più le tre giocatrici che sono attualmente comprese fra le prime 20 del ranking WTA ufficiale, ma che sono rimate staccate nei Major:

Un piccolo chiarimento per evitare equivoci. In questa tabella nelle prime tre colonne ci sono diverse graduatorie. La prima a sinistra, in grassetto, indica la posizione nella nostra Classifica Slam. La seconda colonna corrisponde all’attuale ranking ufficiale WTA (stabilito il 4 ottobre 2021). La terza colonna denominata “Race” fa riferimento a tutti i punti raccolti dalle giocatrici nell’anno 2021. Tenendo presenti questi numeri, si possono sviluppare alcuni ragionamenti di un certo interesse.

a pagina 2: Il livellamento al vertice. Delusioni e sorprese

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US Open 2021: Sakkari, Sabalenka, Barty e Osaka

Terzo e ultimo articolo dedicato allo US Open 2021: il percorso delle semifinaliste Sakkari e Sabalenka e la speciale condizione nella attuale WTA di Barty e Osaka

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Naomi Osaka - 2021 US Open (Garrett Ellwood/USTA)

La vittoria di Emma Raducanu allo US Open ha rappresentato per l’attuale tennis femminile contemporaneamente una sorpresa e una conferma. Sembra una affermazione inconciliabile, un ossimoro, ma in realtà non lo è. Vediamo come mai.

Perché una sorpresa. Nessuno poteva immaginarsi che una qualificata, che mai aveva giocato a New York e che in tutta la carriera aveva disputato un solo Slam (l’ultimo Wimbledon, grazie a una wild card), potesse arrivare a vincere il titolo. Il successo di Raducanu, numero 150 del ranking, costituisce un risultato non solo imprevedibile, ma anche senza precedenti.

Ma la vittoria di Raducanu ha anche rappresentato una conferma, dato che il suo successo rimane nel solco tracciato dai risultati Slam più recenti. Nelle ultime stagioni, infatti, i Major si sono trasformati in un obiettivo quasi sempre riservato alle nuove generazioni. Ad eccezione di Simona Halep a Wimbledon 2019, il successo è sempre andato a tenniste al massimo di 25 anni, spesso anche molto più giovani. Le giocatrici esperte, al dunque, hanno dovuto cedere il passo.

 

Non solo. Nelle ultime finali Slam, fra le due contendenti ha sempre vinto la giocatrice più giovane. Senza risalire alle quattro sconfitte di Serena Williams post maternità, nel biennio 2020-2021 abbiamo avuto: in Australia il successo di Kenin su Muguruza e di Osaka su Brady; in Francia quello di Swiatek su Kenin e di Krejcikova su Pavlyuchenkova. A Wimbledon quello di Barty su Pliskova (nel 2020 non si era giocato). Infine a New York la vittoria di Osaka su Azarenka e poi di Raducanu su Fernandez. Insomma, che sia per pochi mesi o per molti anni, chi è nata dopo ha sempre prevalso.

Però l’anagrafe non ci dice tutto: a mio avviso sarebbe sbagliato considerare i nomi delle ultime vincitrici come equivalenti. Nel ventaglio delle ultime campionesse Slam, due giocatrici spiccano perché sono state capaci di partire alla vigilia del torneo con lo scomodo ruolo di favorite, e poi di aggiudicarsi effettivamente il titolo.

Credo non sia una differenza da poco, perché più passano le edizioni dei Major, più ci accorgiamo di quanto stia diventando difficile, in un contesto di notevole equilibrio come la attuale WTA, scendere in campo da favorite. Le avversarie si ritrovano con la mente più leggera e con meno da perdere, e spesso questo si traduce in un vantaggio decisivo. Le due protagoniste di questa difficile impresa sono Ashleigh Barty e Naomi Osaka. Ecco perché le ritroveremo nella parte conclusiva dell’articolo.

Dunque, per chiudere con l’analisi dello US Open, dopo il pezzo dedicato alla vincitrice Emma Raducanu, e quello dedicato alla finalista Leylah Fernandez, cominciamo ragionando sulle altre due semifinaliste, Aryna Sabalenka e Maria Sakkari.

a pagina 2: Aryna Sabalenka

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