Serve una nuova Li Na per il futuro del tennis in Cina?

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Serve una nuova Li Na per il futuro del tennis in Cina?

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TENNIS FOCUS – Abbiamo contattato Liu Rienje, editore per Sina.com, una delle principali società di comunicazioni della Cina, per cercare di fare il punto sul futuro dell’espansione del tennis in Cina. Il punto focale è uno: gli sponsor; ma la questione poi passa ad essere un’altra: chi sarà la nuova Li Na?

 

La Cina aspetterà. Gli sponsor no. È tutto qua il futuro del tennis cinese. Un grande punto interrogativo aleggia nell’aria e nessuno sa rispondere. Li Na ha abbandonato in un momento forse decisivo. Ha lasciato un vuoto? Come si comporterà la WTA? Il capo esecutivo, Stacey Allaster, ha lanciato un chiaro segnale: spostare il Master B a Zhuhai per i prossimi 5 anni allargando la cerchia dei tornei femminili presenti sul territorio cinese vuol poter dire solo una cosa. La Women Tennis Association è ancora intenzionata ad investire in una nazione che ha tanto da poter dare al futuro del tennis, già solo in termini di infrastrutture e di capitale. Il vero problema è quindi dall’altro lato del tavolo delle trattative: la palla passa alla Cina. Come reagirà il pubblico, ora che la loro eroina, emblema di questo sport, equiparabile a quello che per noi è stato Alberto Tomba, ha appeso la racchetta al chiodo? E di converso, gli sponsor saranno convinti ad investire in un territorio dove magari il tennis non ha più la stessa presa di prima?

 

“Non so. Non saprei proprio dirti” mi ha risposto Liu Renjie, un giornalista cinese editore per Sina.com, una delle più grandi società di comunicazioni della Cina, che ho contattato per cercare di fare chiarezza sulla questione.

“Io stesso sono ancora scioccato dalla scelta di Li Na di ritirarsi dopo aver vinto un altro Grande Slam. La decisione è però giunta in un momento sbagliato? Io credo di no.
Per lei, è stato un grande momento per celebrare la sua carriera, vincendo lo Slam che sognava di più, salendo fino al n.2 della classifica mondiale con persino una chance di togliere la corona a Serena. Sono grandi, grandi conquiste per qualsiasi tennista.”

“Sul futuro del tennis come sport in Cina, il grande successo di Li Na può essere solo un incoraggiamento per le future generazioni: tutte le giovani giocatrici che ho intervistato durante la tournée asiatica la citano come un modello a cui guardare, e ora le motivazioni sono anche più forti dopo il suo ritiro, perché sentono di potercela fare, se ce l’ha fatta anche lei. È solo una questione di osar sognare, lavorare duro, e credere in se stessi. Per non parlare del fatto che ci sono moltissimi ragazzi che hanno preso in mano una racchetta perché Li Na ha vinto il Roland Garros tre anni fa. Quindi credo che il futuro del tennis in Cina non sia affatto distrutto, può solo crescere in termini di numeri e ampiezza. Come per l’economia cinese: il governo dice che il boom economico è svanito, ora vogliamo solo una più lenta ma ferma e salutare crescita, che sia buona per il lungo periodo.”

E in effetti l’economia cinese sta avendo un brusco stop. A quanto riporta Euronews.com, mai si è andati così male negli ultimi tredici anni per investimenti e produzione industriale. Non credo sia un buon segnale nemmeno per il tennis, seppure Liu Renjie abbia voluto minimizzare la questione. Sembra essere d’accordo con lui il presidente della cina, Xi Jinping, che ha detto recentemente che una volta teso l’arco, la freccia non può essere rimessa nella faretra. Forse questa è anche la metafora del momento del tennis in Cina. E la freccia ancora vola, a sentire Liu Renjie:

Per quanto riguarda il pubblico, l’influenza c’è ancora, certamente. Nel futuro prossimo perderemo qualcosa negli ascolti sicuramente, e già lo puoi vedere. Il numero dei visitatori del sito del China Open è calato del 7% rispetto all’anno scorso, anche il traffico web della mia compagnia (Sina.com) non è stato buono, e la CCTV (China Central Television), l’unico canale nazionale di sport in chiaro, trasmetteva solo repliche notturne del tennis maschile; non stanno trasmettendo nessun match di tennis femminile da due anni ormai, a causa di un maggior prezzo per il broadcast. Come puoi vedere, è abbastanza triste”

Scontato dirlo, ma serve una nuova Li Na. Ma esiste una nuova Li Na? Non può essere forse Peng Shuai, la semifinalista degli US Open?

Personalmente, vedo Peng come una buona top30. Magari può tirare fuori la sorpresa, come agli US Open, ma non è abbastanza continua per competere con Li Na. Ci sono sempre state aspettative nei suoi confronti, lei era una buona giocatrice fino dal 2005, ed ovviamente ha un grande talento e un gioco da cemento, ma il suo atteggiamento può essere un gran problema quando deve competere con le top ten. Le manca la determinazione per vincere a volte e usa sempre gli infortuni come scusa dopo le sconfitte, non è una cosa positiva se vuoi giocare competitivamente sette match e vincere un Grande Slam. Non vedo ambizione, non ti dà mai una risposta decisa.”

Ma Peng non è da sola. Magari lei non risponderà alle caratteristiche della campionessa, ma tra le seconde linee c’è già chi sta scalciando per prendere il posto vacante lasciato da Li Na. Abbiamo selezionato con il contributo di Liu Renjie tre nomi, quelle che più hanno saputo farsi notare nella tournée asiatica e nel finale di stagione, e che sicuramente potremo vedere protagoniste già a partire dai prossimi anni.

 

Una su tutti Zheng Saisai, classe 1994, classificata attualmente appena sotto la top100 (5 titoli ITF). Indossa gli occhialetti alla Samantha Stosur. Rovescio bimane, destrorsa. A soli 20 anni è stata nominata Wta Rising Star per il continente asiatico, attraverso una votazione popolare, e ha giocato un’esibizione a Singapore assieme a Monica Puig, Zarina Diyas e Shelby Rogers, arrivando addirittura in finale, perdendo solo al supertiebreak del terzo set dalla portoricana. Ha debuttato nel circuito nel 2013. Alcuni l’avranno notata quest’anno per la semifinale raggiunta al torneo International di Tianjin, persa poi dalla futura vincitrice Alison Riske, e per aver battuto nel cammino una giocatrice del calibro Jelena Jankovic, per di più in due set. Altri l’avranno notata agli US Open, dove ha esordito dopo aver superato le qualificazioni e, giunta al secondo turno, ha dato filo da torcere a Lucie Safavora. La ceca aveva dominato il primo set, ma è stata letteralmente mandata in confusione dall’avversaria nel secondo, quando la cinese, per resistere alla potenza dei colpi nemici, aveva tatticamente alzato le traiettorie costringendo Safarova o all’errore, o ad accorciare.

Zheng Saisai rappresenta una rarità nella nuova generazione di tenniste cinese, una vera e propria novità nel panorama asiatico. Ha un gioco fantasioso, estremamente tattico e lucido; non offre mai una palla uguale all’avversaria: backspin, topspin esagerati (cosiddetti moonball), attacchi in controtempo e palle corte per togliere ritmo e giostrare il match. Il servizio debole, anche se vario, è il vero tallone d’Achille di questa giocatrice. Alcuni potrebbero definirla una pallettara, altri invece preferiscono definirla tatticamente superba. Una ventata fresca in un circuito sempre più dominato dalla fisicità delle atlete e dalla potenza dei colpi.

Un buono scorcio del suo gioco lo si può avere guardando il supertiebreak contro Puig a Singapore. (Video 123)

 

Altra giocatrice interessante è Qiang Wang, classe ’92, dal rovescio bimane e destrorsa. Ha iniziato a giocare a tennis a 9 anni, quando fu selezionata dal programma del Tennis National Centre di Tianjin, dove è nata, e dal 2007 svolge i tornei Futures, dei quali ne ha già vinti 9. Nel territorio cinese è stata per molto la migliore della sua annata; ha vinto i campionati cinesi under16 e quelli under18; poi ha deciso di trasferire la propria base in Giappone ed allenarsi là. Ha impressionato anche ai giochi asiatici, dove, alla prima partecipazione, ha conquistato l’oro nel singolare, battendo Luksika Kumkhum. Nelle precedenti due edizioni a vincere la medaglia d’oro erano state Peng Shuai e Zheng Jie, giocatrice quest’ultima che la Wang ha ammesso di ammirare molto. Qiang è’ una giocatrice da superfici dure: molto veloce, ha un buon servizio (che lei stessa definisce come l’arma migliore) e un rovescio che sente fluido. L’anno scorso ha sconfitto Caroline Wozniacki al Malaysian Open. Ha debuttato quest’anno agli US Open dopo aver vinto le qualificazioni. È riuscita ad arrivare al secondo turno e, dopo aver battuto Paula Kania, ha poi perso da Casey Dellacqua. Attualmente chiude le top100.

Qui la si può vedere in azione nel tiebreak contro Luksika Kumkhum ai Giochi Asiatici.

Et dulcis in fundo.

“Il mio obbiettivo per il futuro è diventare numero 1 al mondo e vincere uno Slam prima dei vent’anni”. Bastano queste parole a presentarla? Se Peng non ha l’atteggiamento giusto, questo non sembra mancare a Xu Shilin, questa giovanissima tennista nata a Shantou, solo sedicenne. A buon ragione potrebbe essere la CiCi Bellis di Cina.

Dagli 8 ai 13 anni si è trasferita e allenata in America, ora è tornata a Shenzen. A soli 16 anni è diventata la prima tennista cinese ad essere la numero uno del ranking junior,  e miglior giocatrice asiatica nei due anni precedenti. Ha una delle più alte posizioni nel ranking WTA per le Under18, e avrebbe scalato ulteriormente la classifica se non avesse un numero limitato di tornei a cui partecipare, causa l’età. Ha recentemente esordito nel circuito WTA nella città natale di Li Na, a Wuhan, con una wildcard. Molti l’hanno vista in quell’occasione giocare con un tape al ginocchio sinistro, proprio come era solita Li Na, e questo ha scatenato l’istinto premonitore di tutti i media coinvolti. Allora costrinse Alison Riske, una solida top50, ad arrivare al tiebreak del terzo set, salvo poi dover ritirarsi per un infortunio dovuto al caldo. Ha poi ricevuto un’altra wild card per il torneo di Pechino, dove è riuscita a strappare un set a Sabine Lisicki (qui un video dei punti migliori).

Xu Shilin è alta e slanciata, possiede un dritto bimane molto particolare,perché ha un finale di movimento più esagerato, dove stacca la mano, che al limite può ricordare un’uncinata.

“Credo non sia ancora matura tecnicamente. Per ora non scommetterei su di lei. Ha ancora tre anni per dimostrare se il sogno del Grande Slam non sia soltanto una bolla di sapone.” – mi ha detto in suo proposito il redattore di Sina.com – “Avrebbe bisogno di un vero coach per lavorare a fondo, non di un padre molto appassionato..”

A dispetto di queste parole, si vede che, anche per lui, Xu Shilin rappresenti la più concreta speranza per la Cina di avere una giocatrice di vertice. Ed indicativo però come Liu Renjie abbia posto l’accento su un particolare: oggi giorno non basta il talento per affermarsi, ma bisogna avere, tra le altre cose, una preparazione tecnica alla spalle, un grande team. Il fatto che solo ora Zheng e Wang (rispettivamente 20 e 22 anni) si stiano affacciando alla top100 conferma che nel tennis moderno si matura relativamente tardi e non si raggiungono risultati con la stessa velocità con la quale era possibile già solo 30 anni fa. I bambini-prodigio sono sempre più rari, ed anzi è più facile vedere grandi tennisti raggiungere grandi traguardi nel finale di carriera, basti solo pensare a Li Na. Così anche la Cina, dovrà pazientare se vorrà avere una nuova star del calibro di quella appena ritiratasi. E la Cina può aspettare. Ma gli sponsor?

Twitter: @fedele_giulio

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‘La regina degli scacchi’ di Netflix evidenzia la connessione scacchi-tennis

Il modo in cui gli scacchi diventano l’ancora di salvezza della protagonista della serie rispecchia la storia di diversi tennisti

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Attenzione: l’articolo contiene spoilerQui il link all’originale


Si dice spesso che il tennis sia l’evoluzione atletica degli scacchi. Si può invece affermare che gli scacchi siano una forma di tennis mentale? Forse una risposta può essere trovata ne “La regina degli Scacchi” (The Queen’s Gambit è il titolo originale), popolare serie TV in sette episodi incentrata su un giovane prodigio degli scacchi. Sebbene si faccia solo un breve accenno al tennis, essa rivela un’affinità precipua e duratura fra i due sport.

La protagonista è Elizabeth “Beth” Harmon, una giovane orfana, sopravvissuta a un terribile incidente d’auto causato dalla madre. Mandata a vivere in un orfanotrofio, si imbatte negli scacchi grazie alla passione di un bidello e dimostra rapidamente un’eccezionale attitudine al gioco. Di notte, sotto l’influsso di tranquillanti, Beth fissa il soffitto e visualizza una scacchiera immaginaria. Di giorno, Beth divora libri di scacchi, studiando giocatori, schemi e mosse del passato – in poco tempo diventa una stratega come Martina Hingis e un killer spietato come Rafael Nadal.

 

Durante una partita, ben consapevole di avere un avversario completamente in pugno, Beth chiede alla sua imminente vittima: “Vedi come andrà a finire o vuoi aspettare che sia segnato sul tabellone?” Come ha detto il produttore esecutivo dello show, William Horberg, viene mostrato il suo killer instinct, il bisogno esistenziale di vincere”.

Il modo in cui gli scacchi diventano la principale fonte di salvezza di Beth suonerà familiare a molti tennisti. Dice Beth in un passaggio significativo: “Mi sento al sicuro. Posso controllarlo. Posso dominarlo. Ed è prevedibile. Quindi, se mi faccio male, ho solo me stessa da incolpare”.

Questa definizione si avvicina ad una celebre frase detta una volta dal grande Jimmy Connors riguardo al singolare DNA del tennis. A differenza degli sport di squadra, nel tennis, “il tuo destino dipende esclusivamente da te stesso”. Inoltre, come Connors, John McEnroe e Pancho Gonzales, ci sono diversi momenti nei quali Beth attinge alla propria rabbia come strumento motivazionale. In maniera non troppo velata si deduce che gli scacchi e il tennis sono sport adatti alle persone diffidenti.

A livello concettuale, la connessione scacchi-tennis è evidente. Un conto è essere in grado di colpire bene una pallina da tennis, un altro è sapere cosa è necessario per conquistare punti e competere in modo costante. Il gioco [del tennis] proietta dei pezzi in costante movimento, dice il finalista di Wimbledon del 1983 Chris Lewis, che attualmente gestisce la Brymer Lewis Tennis Academy con sede nella California meridionale. 

È in questo modo che lo studio e la pratica di vari giochi, modelli e strategie alza l’asticella nello sport. Jim Egerton, insegnante di scacchi e tennis a Chicago, le profonde somiglianze fra i due sport sono un tema fondamentale. Un articolo che Egerton ha scritto per TennisPro evidenzia che “molte delle strategie utilizzate in entrambi i giochi sono generate dal fatto che una scacchiera ed un campo da tennis sono formati da quattro forme laterali con proprietà geometriche simili”. Come spiega Egerton, l’idea è quella di far arrivare il tuo avversario in una brutta posizione del campo“.

“Una corretta mentalità scacchistica consiste nel sapere dove indirizzare il match”, afferma Gene Mayer, due volte campione Slam di doppio e N.4 ATP in singolare nel 1980. Bimane con entrambi i colpi da fondo, Mayer ha applicato il suo approccio scacchistico al tennis, disorientando completamente gli avversari con una vasta gamma di colpi, angoli e rotazioni, ridisegnando il campo coi suoi colpi. “Ci sono metodologie molto differenti per attaccare nel tennis”, afferma Mayer. “[John] Isner cerca l’attacco fin dal primo colpo. Io invece, cercavo di colpire tra le sei e le otto palline a punto. Preferivo che lo scambio andasse per le lunghe”.

Audrey Grigore, membro della squadra di tennis della Marshall University, in gioventù ha gareggiato diversi anni negli scacchi – l’equivalente di una tennista junior classificata nelle prime posizioni a livello nazionale – e percepisce un legame diretto con il tennis. “Gli scacchi mi hanno aiutato a pensare”, dice Grigore. Cerco di captare le debolezze del mio avversario e gli scacchi mi hanno aiutato tanto da questo punto di vista“.

Dice Sophia Nguyen, una tennista junior residente a Santa Rosa, California: “La pazienza è una virtù fondamentale degli scacchi. Bisogna usare il cervello così come nel tennis. Sono entrambi molto tattici. Devi guardare oltre il semplice punto, prevedendo cosa succederà, senza focalizzarti troppo su di esso”. “Sono entrambi basati su studio, emozioni e istinto”, dice Martina Navratilova, che ha praticato entrambi gli sport. “E poi la tua personalità si riflette nel modo in cui giochi a tennis o a scacchi. Stai pensando già ai colpi successivi? Nel caso di Navratilova, ciò significava cercare costantemente modi per arrivare in rete, spesso con la combinazione del suo slice di rovescio incrociato e del dritto topspin.

Paragonando diversi tennisti ai pezzi degli scacchi, Navratilova considera Roger Federer come la Regina: “Può fare ciò che vuole”. L’inclinazione di Monica Seles nel colpire la palla in anticipo e creare angoli taglienti la rende simile all’alfiere, che si muove in diagonale. Fabrice Santoro, che ha ampliato il suo campionario di colpi lavorando con Mayer in gioventù, è come il cavallo: “Ti sconfigge in maniera subdola”. 

Dal 2013, Dan Lucas, direttore del reparto di comunicazione della US Chess Federation, nonché appassionato di tennis, organizza un’esibizione tennistica per giocatori e familiari durante lo US Open di scacchi. Secondo Lucas, per conquistare un punto nel tennis o per vincere una partita di scacchi devi costruirti lentamente una posizione di superiorità accumulando piccoli vantaggi. Anche gli errori commessi dai principianti sono simili: i tennisti alle prime armi cercano esclusivamente di tirare un servizio il più forte possibile; ai giocatori principianti di scacchi piace attaccare l’avversario in maniera diretta fin dalle prime mosse [strategie facilmente contrastabili da giocatori migliori]”.

Eppure, per ogni aspetto positivo che circonda gli scacchi e il tennis, ci sono anche aspetti negativi. La pressione per la vittoria, la sfiducia e la solitudine possono degenerare in paranoia ed isolamento. Nel caso di Beth, questa serie di fattori porta a una fase di esaurimento che, come successo a varie star del tennis, degenera in abuso di sostanze, una casa sempre più disorganizzata e depressione. Solo l’arrivo di un amico conosciuto ai tempi dell’orfanotrofio riaccende Beth, riconducendola sulla retta via.

Il fatto di essere americani gioca inoltre un ruolo significativo nel viaggio di Beth, così come nella vita sportiva di molti tennisti. Come si vede nella serie tv, infatti, la Russia è la nazione dominante degli scacchi, non solo per il suo impegno di lunga data in questo sport, ma anche perché i suoi giocatori lavorano insieme per studiare le partite passate, valutare gli avversari e sostenersi a vicenda. Al contrario, i giocatori di scacchi americani spesso lavorano da soli, così come succede con i tennisti a stelle e strisce. Anche se le star del tennis americano uniscono le forze per eventi mondiali come la Coppa Davis e la Billie Jean King Cup (ex Fed Cup), la solidarietà tra compagni nel mondo del tennis americano è sempre stata molto lontana da ciò che invece avviene in Spagna, Svezia e Australia. Così come per i lupi solitari americani Connors e Gonzales, non è facile per Beth competere ed avere contatti col mondo esterno.

Ha chiaramente problemi di socializzazione, afferma Horberg. “Su questo problema è basato il suo personaggio nella serie: col passare degli episodi cerca di accettarsi e comunicare con le persone”. 

Nella settima e ultima puntata di The Queen’s Gambit, Beth sconfigge il campione del mondo in carica, il russo Vasily Borgov. “Lui è come Bjorn Borg”, dice Horberg. “Non commette errori”. Avendo perso contro Borgov in precedenza, Beth viene intrappolata dallo stile di gioco del russo, metodico ed estremamente disciplinato. Beth si rende finalmente conto che per battere Borgov deve attingere dall’esperienza e dalla collaborazione dei suoi compagni di scacchi. Assieme al gruppo di scacchisti americani, nel corso di una lunga telefonata, Beth sceglie le sue strategie di gioco, studiando una serie di mosse alternative ed elaborando un piano di gioco che si rivelerà vincente.

Fiduciosa ed incoraggiata come un giocatore della Billie Jean King Cup che ha allenato i colpi per ore in allenamento con i propri compagni, Beth gioca in modo intelligente ed aggressivo, sconfiggendo Borgov. Al termine del suo entusiasmante percorso ha quindi superato i suoi demoni emotivi, costruito delle amicizie, e trovato la redenzione personale.

Dopo il grande trionfo, Beth cammina per le strade di Mosca e vede un gruppo di uomini anziani giocare a scacchi, in un’atmosfera che ricorda il più classico dei raduni di ex-giocatori in un qualsiasi circolo di tennis. Nella scena finale della serie, Beth si siede di fronte ad una scacchiera per gareggiare contro un signore che per certi versi somiglia al suo primo mentore ai tempi dell’orfanotrofio. Il cerchio si chiude, in un percorso che mostra più di qualche similitudine con questa clip di YouTube del 2013 di un Connors di 60 anni che colpisce metodicamente la pallina contro il muro:

“Non smetteremo di esplorare”, scrisse il poeta T.S. Eliot, “E la fine di tutte le nostre esplorazioni / Sarà ritornare da dove abbiamo iniziato / E scoprire quel posto per la prima volta”.

Scacchi e tennis: sport eccentrici, sottilmente ma potentemente collegati dalle nostre relazioni con l’avversario, ai pezzi, al tabellone, a noi stessi, al gioco. Come Beth dice al suo avversario nelle ultime parole della serie: “Giochiamo”.


Traduzione a cura di Marco Tidu

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Al femminile

US Open 2021: Sakkari, Sabalenka, Barty e Osaka

Terzo e ultimo articolo dedicato allo US Open 2021: il percorso delle semifinaliste Sakkari e Sabalenka e la speciale condizione nella attuale WTA di Barty e Osaka

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Naomi Osaka - 2021 US Open (Garrett Ellwood/USTA)

La vittoria di Emma Raducanu allo US Open ha rappresentato per l’attuale tennis femminile contemporaneamente una sorpresa e una conferma. Sembra una affermazione inconciliabile, un ossimoro, ma in realtà non lo è. Vediamo come mai.

Perché una sorpresa. Nessuno poteva immaginarsi che una qualificata, che mai aveva giocato a New York e che in tutta la carriera aveva disputato un solo Slam (l’ultimo Wimbledon, grazie a una wild card), potesse arrivare a vincere il titolo. Il successo di Raducanu, numero 150 del ranking, costituisce un risultato non solo imprevedibile, ma anche senza precedenti.

Ma la vittoria di Raducanu ha anche rappresentato una conferma, dato che il suo successo rimane nel solco tracciato dai risultati Slam più recenti. Nelle ultime stagioni, infatti, i Major si sono trasformati in un obiettivo quasi sempre riservato alle nuove generazioni. Ad eccezione di Simona Halep a Wimbledon 2019, il successo è sempre andato a tenniste al massimo di 25 anni, spesso anche molto più giovani. Le giocatrici esperte, al dunque, hanno dovuto cedere il passo.




 

Non solo. Nelle ultime finali Slam, fra le due contendenti ha sempre vinto la giocatrice più giovane. Senza risalire alle quattro sconfitte di Serena Williams post maternità, nel biennio 2020-2021 abbiamo avuto: in Australia il successo di Kenin su Muguruza e di Osaka su Brady; in Francia quello di Swiatek su Kenin e di Krejcikova su Pavlyuchenkova. A Wimbledon quello di Barty su Pliskova (nel 2020 non si era giocato). Infine a New York la vittoria di Osaka su Azarenka e poi di Raducanu su Fernandez. Insomma, che sia per pochi mesi o per molti anni, chi è nata dopo ha sempre prevalso.

Però l’anagrafe non ci dice tutto: a mio avviso sarebbe sbagliato considerare i nomi delle ultime vincitrici come equivalenti. Nel ventaglio delle ultime campionesse Slam, due giocatrici spiccano perché sono state capaci di partire alla vigilia del torneo con lo scomodo ruolo di favorite, e poi di aggiudicarsi effettivamente il titolo.

Credo non sia una differenza da poco, perché più passano le edizioni dei Major, più ci accorgiamo di quanto stia diventando difficile, in un contesto di notevole equilibrio come la attuale WTA, scendere in campo da favorite. Le avversarie si ritrovano con la mente più leggera e con meno da perdere, e spesso questo si traduce in un vantaggio decisivo. Le due protagoniste di questa difficile impresa sono Ashleigh Barty e Naomi Osaka. Ecco perché le ritroveremo nella parte conclusiva dell’articolo.

Dunque, per chiudere con l’analisi dello US Open, dopo il pezzo dedicato alla vincitrice Emma Raducanu, e quello dedicato alla finalista Leylah Fernandez, cominciamo ragionando sulle altre due semifinaliste, Aryna Sabalenka e Maria Sakkari.

a pagina 2: Aryna Sabalenka

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Calendario ATP: gli Internazionali di Roma e la sfida dei 12 giorni

Gli Internazionali d’Italia a un passo dall’allargamento. I problemi di capienza del centrale e i pochi campi. Continua la saga del tetto

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Il campo centrale del Foro Italico a Roma 2019 (foto Twitter, @InteBNLdItalia)19 (foto Twitter @InteBNLdItalia)

Nelle pieghe della rivoluzione del calendario ATP anticipata da L’Equipe, e che sarebbe già stata approvata dal Board ATP durante le riunioni avvenute a New York nelle scorse settimane, si intravede anche il sogno degli Internazionali d’Italia che si avvera. Già da parecchi anni il torneo romano covava nemmeno troppo segretamente l’ambizione di diventare un evento simile a Indian Wells o Miami, ovvero con tabelloni da 96 giocatori e durata di 11-12 giorni. Si pensava che nel programma primaverile sulla terra battuta potesse esserci spazio solamente per un torneo di questa durata, e che quindi Roma avrebbe dovuto combattere con Madrid per un maggior numero di “giorni al sole”; tuttavia se saranno confermate le indiscrezioni trapelate nei giorni scorsi sembra che entrambi i tornei potranno “diventare grandi” insieme.

Infatti le carte dell’ATP visionate da L’Equipe parlano di altri cinque Masters 1000 di durata estesa, in aggiunta ai due già consolidati, e siccome sembra abbastanza improbabile che Montecarlo e Bercy possano allargarsi fino ad avere tabelloni da 96 giocatori, è probabile che sia Madrid sia Roma vedranno realizzato il loro desiderio.

Tutto ciò nonostante il Foro Italico abbia già oggi bisogno di qualche deroga per poter ospitare un Masters 1000, dato che il centrale è meno capiente dei 12.000 posti che sarebbero il requisito minimo, e i ground offrano solamente 14 campi anziché i 16 previsti dal regolamento. Senza poi parlare dell’annosa questione del tetto retrattile sul centrale, che nonostante le promesse ripetute da oltre sei anni ancora ha date certe per la sua costruzione.

 

Non chiedetemi nulla sulla copertura perché noi ne sappiamo niente – aveva detto Binaghi durante la conferenza stampa di fine torneo lo scorso ottobreSiamo sempre stati tagliati fuori e mai informati dalla società che detiene questi impianti, la Coni Servizi. Non ci ha mai informati e coinvolti in nessun processo relativo alla realizzazione del tetto del campo Centrale. L’unica segnalazione avuta, per fortuna, ce l’ha fatta l’assessore allo sport del Comune di Roma, Frongia, pochi giorni prima che venisse pubblicato il bando per la progettazione del tetto, cioè il primo step per avere l’opera compiuta. Per fortuna abbiamo avuto questa segnalazione perché nel bando, realizzato con la collaborazione della Coni Servizi, era previsto che fosse vietato progettare qualunque aumento della capienza del Centrale. Questo avrebbe fatto perdere alla Federazione e alla città di Roma il torneo Masters 1000, che oggi è qua con una deroga di 2 mila posti, perché il Centrale dovrebbe avere 12 mila posti. Questa deroga resta finché non costruiamo l’assetto definitivo del Centrale. Se l’assessore Frongia non ci avesse avvertito di questa problematica, oggi probabilmente noi staremmo parlando di un downgrade del torneo di Roma e sarebbe stata una follia”.

Binaghi, poi, era arrivato addirittura a ventilare l’ipotesi di uno spostamento del torneo: “Se fossi sicuro che il torneo non perderebbe appeal lo avrei già fatto – aveva detto il presidente FIT – Questo è un posto meraviglioso, ma ci sono anche le esigenze della federazione. Siamo affezionati a Roma pur non nascondendo i difetti che la romanità crea in termini di problematiche al nostro torneo. […] Ci sono 3-4 Regioni che percepiscono meglio di altre come il tennis sia attraente. A Roma ho trovato in vent’anni la peggiore collaborazione possibile”.

Roma 2018, Foro Italico (foto via Twitter, @InteBNLdItalia)

Il dilemma di Roma non è troppo diverso da quello che devono affrontare tanti eventi che si trovano limitati da una sede di grande tradizione ma piccola e complicata da gestire per le ambizioni di crescita del torneo: bisogna scegliere se mantenere la sede storica venendo inevitabilmente a compromessi con qualche rinuncia, oppure traslocare in una sede nuova, nella quale bisogna ricreare la storia e la tradizione ma dove si può agire con molti meno vincoli e approntare impianti all’avanguardia. Se si guardano i tornei dello Slam, lo US Open nel 1978 decise di abbandonare la storia a Forest Hills e riscrivere un nuovo libro a Flushing Meadows; gli australiani hanno fatto lo stesso con il loro Slam spostandosi dal Kooyong a Flinders Park (oggi Melbourne Park) nel 1988; il Roland Garros, invece, ha rinunciato all’idea di spostarsi a nord di Parigi vicino a Disneyland rimanendo al Bois de Boulogne ed accettandone tutti i limiti.

Riuscirebbe il Foro Italico ad accogliere un torneo con tabelloni da 96 giocatori (e probabilmente anche 96 giocatrici), più i doppi e tutto il resto, nelle strutture esistenti? Al momento sembra complicato immaginarlo, ma nel corso dell’ultimo decennio l’impianto ai piedi di Monte Mario è stato oggetto di trasformazioni incredibili e magari gli architetti potrebbero stupire di nuovo.

Forse però stiamo correndo troppo con la fantasia: prima bisognerà vedere effettivamente come sarà il calendario 2023, se i 12 giorni di durata saranno confermati, se il circuito WTA seguirà pedissequamente il sentiero tracciato dall’ATP e soprattutto come verranno incastrate tutte le date. Nel caso di un “double-header” Madrid-Roma con due tornei da 12 giorni, sembra inevitabile che ci saranno delle sovrapposizioni, che già hanno causato le ire del patron del Mutua Madrid Open Ion Tiriac. L’ipotesi di avere uno dei due tornei con le fasi finali a metà settimana sembra la più fattibile, anche se ciò porterebbe ad un inevitabile minore appetibilità per il pubblico, sia quello sugli spalti sia quello televisivo.

Per il momento la necessità di avere il tetto sul centrale non sembra essere una conditio sine qua non per i Masters 1000, ma potrebbe diventarla in fretta, come aveva ventilato già un paio d’anni fa il direttore del torneo di Montreal Eugene Lapierre: “Credo sarà sempre meno accettabile, per i tornei maggiori, avere ritardi dovuti alla pioggia, con decine di televisioni che aspettano ore e ore per trasmettere incontri ritardati a causa del maltempo”. A Roma, dove nel periodo nel quale solitamente si disputa il torneo la pioggia è spesso protagonista, il tetto sembra essere una priorità, mentre ci sono altri Masters 1000 per i quali la questione non è mai nemmeno stata sollevata, come nel caso di Toronto e Cincinnati.

Per il momento l’Italia sta brillantemente vincendo la sfida organizzativa intrapresa negli ultimi anni, con le NextGen Finals, le Nitto ATP Finals e diversi tornei ATP e WTA organizzati in brevissimo tempo. La partita più difficile potrebbe essere proprio quella del suo torneo più antico e più prestigioso, che nelle ultime tre edizioni ha dovuto affrontare situazioni molto complicate uscendone non sempre benissimo: pensiamo al disastro del mercoledì annullato nel 2019 e la gestione molto disinvolta dei rimborsi nel 2020 e 2021. Bisognerà farsi trovare pronti alla sfida perché i nostri giocatori che si stanno facendo così tanto onore in giro per il mondo possano, anche in Patria, trovare altre vittorie importanti in un contesto adeguato.

PODCAST – Il futuro calendario ATP, quale sarà il nuovo Masters 1000?

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