Australian Open, dieci note sul day 1: il Fattore K e la racchetta bionica

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Australian Open, dieci note sul day 1: il Fattore K e la racchetta bionica

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Kokkinakis e Kyrgios, due talenti e due vittorie al quinto set. Il primo ha annullato 4 matchpoint a Gulbis, unico vero “seeded player” knock-out. Senza contare le 8 ragazze, Ivanovic e Kerber “teste” in testa. Le quattro vittorie azzurre non sono sorprese. Le curiosità sono altre. Basta leggere

MELBOURNE – Fino alle 23:10 non avrei saputo se la notizia del dì, a conclusione della prima giornata dell’Australian Open, sia l’eliminazione di ben otto teste di serie finite k.o. al primo turno del torneo femminile – una volta le donne erano più rispettose delle gerarchie dei colleghi maschi, ma da un pezzo non è più così – oppure quattro vittorie azzurre su cinque incontri quando si sapeva che uno, quello di Karin Knapp, n.50 Wta contro Simona Halep n.3, era una “mission impossible”.

 

 

Il Fattore K

Forse non lo è nessuna delle due, ma lo è invece la vittoria del diciottenne australiano campione annunciato, Thanasi Kokkinakis, che domani campeggerà in tutte le prime pagine dei giornali australiani per aver battuto 8-6 al quinto Ernests Gulbis, n.11 del seeding, rimontando da 2 set a 1 sotto. Fino a quel momento, le 23:10 appunto, la sola testa di serie eliminata nel maschile era stato Tommy Robredo, n.15, ritiratosi per un problema agli adduttori di cui già soffriva dopo appena cinque games con il francese Roger-Vasselin. Lo spagnolo, classe 1982, ha guadagnato in carriera di soli premi ufficiali più d 12 milioni di dollari; non è quindi certo un “peone”, però ai 34.500 dollari australiani, spettanti di diritto a chi gioca il primo turno, forse non ha voluto rinunciare. I giocatori in tabellone godono anche dell’ospitalità. Anche se il vecchio Tommy avesse viaggiato in prima classe, qualcosa gli dovrebbe essere rimasto in tasca. Non che lui abbia troppo bisogno, ma chi – anche fra i milionari – è disposto a buttar via dalla finestra un 25.000 euro di guadagno netto per un paio di giorni di sacrificio?

Insomma grande, grandissimo entusiasmo per Kokkinakis (n.147Atp e wild card), uno dei tre diciottenni in tabellone con il qualificato svedese Ymer (per l’appunto nato nello stesso giorno dell’australiano, 10 aprile 1996) e con il croato Borna Coric n.91 sconfitto da Chardy n.31 (che sarà il prossimo avversario di Andreas Seppi).

Il pubblico australiano, che aveva potuto seguire solo in tv il grande exploit dell’altro giovane australiano Kyrgios a Wimbledon contro Nadal, sembrava impazzito sul campo n.3 per un match durato oltre 4 ore. Deve essere il fattore K, ad esaltare gli aussies. Kokkinakis, tre kappa contro quella sola di Kyrgios (n.53) che ha sofferto molto più del previsto (63 al quinto!) contro l’argentino Delbonis (n.62) e ha finito dopo mezzanotte – ma Thanasi non aveva nulla da perdere, Nick molto di più – ha fatto di tutto per esaltare la folla. E alla fine, dopo l’ultimo errore di Gulbis, il giovane figlio di emigranti greci mi ha ricordato l’incredibile notte di Todd Martin che dopo una simile maratona all’US open – conclusa a notte fonda – volle fare il giro di tutto l’Arthur Ashe stadium per dare il suo “cinque” a tutti gli spettatori della prima fila, naturalmente correndo.

Kokkinakis era ancora bambino, ma certe cose si sentono, anche se non si sono mai viste. E lui senza saperlo ha imitato il vecchio Todd. D’altra parte sul 6-5 per Gulbis nel quarto set aveva annullato (con il proprio servizio) 4 matchpoint, mica uno, prima di andare a vincerlo al tiebreak. Si sarebbe esaltato chiunque dopo una vittoria così. Oggi mi sarebbe piaciuto essere australiano.

 

Italiani, avanti (quasi) tutta!

Da italiani, fra le due ipotesi di inizio articolo, potremmo propendere per la seconda opzione, ma poi a ben vedere, le quattro vittorie azzurre sono arrivate da giocatori – i nostri – che nel ranking stavano davanti ai loro avversari.

Cominciamo, men first anche se non è da gentiluomini, con Bolelli n.48 sull’argentino Monaco ex n.10 e oggi n.63 in leggero declino fisico e motivazionale come si può forse evincere anche dal quarto set (63 36 63 61).

Contro Roger Federer al secondo turno sarà un’altra storia. “Ci perdo sempre” ha detto Simone. Beh, due volte sole, suvvia. E sognare non costa nulla. Tre set su cinque contro un giocatore di 33 anni e mezzo, magari sotto un bel sole australiano – Federer ha già giocato di notte il primo giorno, anche se gli organizzatori lo vorranno comprensibilmente proteggere lo faranno giocare comunque di giorno, magari non nelle ore più calde. Simone comunque non pare interessato alla questione programmazione: “Per me è uguale”. Io penso invece che per Federer non lo sia.

Secondo maschietto vittorioso, ancorchè trentenne, Andreas Seppi n.46 si è preso una piccola rivincita sull’uzbeko allenato dalla mamma, Istomin n.50 che l’aveva battuto le ultime due volte. Andreas naturalmente ha vinto al quinto set. Contro Istomin cinque match negli Slam, cinque conclusioni al quinto. Una regola fissa. Ma perché non cominciano direttamente dal quinto? Si stancherebbero meno e il vincitore sarebbe più fresco nel match successivo.

Gli chiedono se abbia mai riguardato i video delle sue maratone con Istomin e lui: “Preferisco guardare un film!”. Come dargli torto? I loro match sembrano giocati allo specchio, sono quasi uguali, con Istomin che fa più punti di rovescio (lungolinea in genere) e Seppi di dritto. Poi fanno a gara a chi sbaglia più palle break e di solito in quella gara vince Seppi. E’ anche vero che battono benino tutti e due quando conta.

Per Andreas, come detto, il prossimo avversario sarà Chardy, dal quale ha perso qui negli ottavi 2 anni fa un match che gli avrebbe potuto regalare il primo quarto di finale in uno Slam, traguardo ancora mai raggiunto. Per tre volte si è fermato agli ottavi.

Era scontatissima, nonostante la pertosse, i problemini al costato e la cattiva forma, la vittoria di Sara Errani, n.14 Wta, sulla modesta americana Grace Min, n.105. La Min, che ha subito il punteggio più pesante della giornata, 60 61 in 57 minuti – l’unico altro set vinto 60 è stata appannaggio della Kerber n.9 che ha poi perso dalla Begu n.42 – ha però contribuito a fare del contingente femminile americano il più numeroso: erano ben 17 ai nastri di partenza.

In campo maschile invece le nazioni più rappresentate, a pari merito con 12 giocatori, sono Spagna e Francia.

All’appello delle quattro vittorie italiane manca Roberta Vinci, 75 61 alla serba Jovanoski in 70 minuti. Vi rimando agli audio che la truppa dei nostri inviati, Giulio Gasparin, Angelo Lo Conte, Roberto Baldi e Roberto Cappuccio, ha indefessamente raccolto (anche se poi gli inserimenti sono stati spesso realizzati dalla redazione italiana che è stata sveglia tutta la notte…ve la cavate, lettori, con opere di bene, per i fiori sarà per un’altra volta).

Di Karin Knapp, n.50 contro la n.3 Simona Halep, si può solo dire che è stata sfortunata. “Potevo servire meglio” ha detto lei. Sarebbe stato match più equilibrato, dopo l’illusorio 2-0 d’avvio, ma penso avrebbe perso lo stesso. Certo lo scorso anno, quando era arrivata a due punti dal match con la Sharapova, era uscita dal campo magari più arrabbiata, ma anche più orgogliosa della propria performance.

 

La slam-fobia di Ana Ivanovic

E allora parliamo dell’altro argomento del giorno. L’ecatombe di teste di serie nel torneo femminile. Otto, fra cui due top ten e altre due delle prime sedici. Non poche onestamente. Che invece perdano le tenniste dal n.23 in poi ci può pure stare, il gap con chi sta dietro non è troppo profondo. Ecco il quadro sintetico di “cadute” e di exploit, con relative classifiche per vostra comodità di lettura: Bocciate 5 Ivanovic (142 Hradecka), 9 Kerber (42 Begu), 16 Safarova ( 66 Shvedova ) 17 Suarez Navarro (104 Witthoeft), 23 Pavlyuchenkova (80 Wickmayer), 27 Kuztnevsova (36 Garcia), 28 Lisicki (71 Mladenovic), 32 Bencic (73 Goerges).

Fin troppo facile individuare la sorpresa più clamorosa. Anche perchè Ana Ivanovic nell’ultima parte del 2014 era sembrata tornata quasi ai suoi livelli, anche se non proprio come quando nel 2008 arrivò in finale qui e trionfò poi al Roland Garros. Che perdesse da una doppista nemmeno più giovanissima, 29 anni, come la quadrumane (tipo Seles…ma non le è proprio parente) Lucie Hradecka, uscita dalle qualificazioni e appena n.142, non era proprio prevedibile. Credo non ci fosse quota. L’amico Angelo Cucaro, che dirige il team dei nostri “consiglieri di scommesse”, non può averla prevista, altrimenti gli affido il mio conto in banca e gli faccio giocare tutto quel che ho.

Ciò detto occorre ricordare che la bella, bellissima Ana, soffre di vere angosce (turbe?) quando deve giocare uno Slam: da quel trionfo parigino del 2008 non è mai riuscita in 25 Slam ad andare oltre i quarti di finale, quattro volte ha perso al primo turno e tre al secondo. Una vera Slam-fobia.

Confesso la mia ignoranza sulla tedesca Witthoeft (n.104), mai vista giocare…e nemmeno oggi. Chi ha avuto il tempo? Ho dato un’occhiata invece alla Bencic, che pensavo più forte. Anche se la Goerges non è l’ultima arrivata. Ma le giovani hanno più facilmente giornate no, e non è sempre una questione di periodo. Ha preso una stesa. Ha fatto tre games, un po’ pochini. L’allena il papà qui, perchè Melanie Molitor, mamma della Hingis, si è troppo imborghesita. Ricca, da tanto povera che era, è pigra, i viaggi lunghi non li affronta. Magari dice a Martina: “Gliela dai tu un’occhiata?”. E Martina gliela darà, ma in doppio: perchè insieme alla Pennetta, deve giocare proprio contro la Bencic.

Il doppio lo giocheranno insieme le due amiche Cibulkova e Flipkens che hanno scoperto di dover giocare contro mentre si stavano allenando. Quando l’allenatore slovacco della Cibulkova, n.10 e finalista qui un anno fa, mr. Liptak, che è anche capitano di Fed Cup ha detto alla Cibulkova: “Sei con la Flipkens”, Cipollina ha risposto: “Lo so ci sto giocando…”. E lui. “no ci giochi domani”. Ha vinto la slovacca, così come i suoi altri tre connazionali in gara oggi. Non male eh?

 

Il tennis degli altri

Mentre i francesi esultano per i successi di Mladenovic e Garcia, in particolare perché contro teste di serie, i croati piangono, oltre all’assenza di Cilic, la prematura dipartita dei giovani Borna Coric e Ana Konjuh; i belgi invece si consolano per la sconfitta della Flipkens con la vittoria della Wickmayer e del loro Goffin (il mio vicino di scrivania Yves Simon garantisce che quando il giovane belga ha perso da Bolelli era molto stanco…mah, sarà, quando uno perde risente sempre del jet-lag).

Goffin, che ha fatto almeno terzo turno negli altri Slam, qui sembrava perseguitato da una maledizione. Si è dovuto ritirare due volte, per strappi all’addome e a una coscia. Alla quinta partecipazione è finalmente approdato al secondo turno. Ma non era contento…perché a lui, sempre vestito molto classico, le scarpe fosforescenti imposte dalla Nike non l’hanno entusiasmato: “Non posso togliermele, ma non è il mio stile” ha commentato, lui che assomiglia un po’ al genere vecchi mousquetaires francesi degli anni Venti. Se ne farà una ragione. Magari gli portano bene più di quelle bianche che ha sempre indossato.

Fra tante americane c’è anche un’eroina: è la McHale, n.54 Wta. Ha perfino vomitato sul campo, ma poi, come tanti anni fa un certo Pete Sampras contro Alex Corretja all’US Open, ha vinto 12-10 al terzo set sulla francese Foretz, qualificata e n.197. Il terzo set è durato da solo 1 ora e 51 minuti. Il match 3 ore e 9. Non un gran match, ma il dramma c’è stato tutto.

Una saletta affollatissima oggi la n.3 per la cinese Shuai Peng: nemmeno avesse vinto il torneo! Ma un anno fa qui la Peng era uscita dal campo in sedia a rotelle, vittima del caldo e di un’insolazione. Eppoi i cinesi non hanno più Li Na. Salette piene anche per Troicki, che batte Vesely nel derby fra i vincitori degli ultimi tornei. Troicki, come sapete, ha anche una lunga e penosa storia di “stop per doping” alle spalle, anche se lui si è sempre difeso dicendo che la colpa era di quella dottoressa di Montecarlo che gli aveva detto di venire a farsi fare il prelievo il giorno dopo. Difesa poco credibile e poco creduta, anche se la dottoressa di Montecarlo tutta la verità non l’ha forse detta, anche se Djokovic ha speso parole per lui tutto l’anno.

 

Nadal e la racchetta bionica

Vabbè, con Nadal 3 (Youzhny 49), Federer 2 (Lu 47) e Berdych 7 (Falla 101) che non hanno perso un set, più interessanti da osservare in conferenza stampa che sul campo, aspettiamo la seconda giornata. Leggetevi un po’ le interviste (non senza ringraziare Chiara Bracco che coordina il gruppo degli eccellenti traduttori).

Vi anticipo che Nadal ha suggerito a Del Potro di provare a giocare con il rovescio ad una mano, semmai dovesse arrendersi al polso sinistro sempre malandato e proprio non riuscisse a riprendersi. “Ha solo 26 anni e mezzo”. Federer ha ricordato che non è il caso di continuare a contare tutte le sue vittore dopo aver raggiunto la n.1000. Magari se ne riparla dopo la n.2000. Non si è dimenticato quel dritto pazzesco che Novak Djokovic gli tirò per annullare uno dei due matchpoint in semifinale all’US open, però se n’è ricordato anche un altro di Sampras.

Nadal ha fatto un elogio della nuova Babolat “computerizzata” con il chip nel manico: “Per i dilettanti è un aiuto ed è anche divertente. Io vi posso dire che so che ho giocato bene se sono riuscito a tirare almeno il 70 per cento dei colpi con il dritto, e non più del 30 per cento con il rovescio. Questa racchetta è in grado di dirmelo. E se non arrivo al 70 per cento vuol dire che sul campo non sono riuscito a fare le cose giuste. Credo che questa Babolat sia la racchetta del futuro. Noi professionisti magari facciamo più fatica ad abiturcisi, perché siamo arrivati al nostro livello senza usare questa tecnologia, ma di certo rappresenta un aiuto. Ed anche un divertimento, per i dilettanti”. Ciò detto ha anche ammesso di aver servito bene e risposto meglio. “Ma non penso ancora, per aver vinto un solo match, di cambiare quel che ho detto pochi giorni fa: non mi sento in grado di vincere questo torneo, al momento. Anche se una vittoria fa sempre piacere non cambia nulla”.

Berdych, cui non manca il sense of humour, deve averlo palesato in ceco. A noi ha solo detto che “per ritornare a giocare una finale di uno Slam (come a Wimbledon…) bisogna lavorare duro e con tutta la mia squadra lo stiamo facendo”. Non so se alludendo al suo team alludesse anche a Ester Satorova, la sua fidanzata. Se lavora duro anche con lei, la vedo…appunto … assai dura.

Sarà meno dura, spero per me che non ho fatto in tempo a mangiare – mia moglie che mi sogna magro sarà contenta – la seconda giornata. Io non voglio perdermi Pennetta-Giorgi, ma Fognini un qualche show lo improvvisa sempre. Speriamo però non ce ne sia bisogno. Quando vince ne fa meno di quando perde. Lorenzi prega che Dolgopolov non scenda in campo. L’ucraino non sta bene. La Schiavone n.78 vorrebbe tornare indietro di qualche anno, quando contro la Vandeweghe, n.37, dominata dalle nostre in Fed Cup perfino a casa sua, non avrebbe mai perso. Però sei sconfitte al primo turno negli ultimi sei Slam non la rendono ottimista. E noi idem.

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Djokovic, fenomeno in corso da 12 anni, pronto al sorpasso su Federer e Nadal

EDITORIALE – La corsa alla conquista di più Slam è viva. Gli ultimi 13 tutti ai Big 3. Djokovic ha più chance di chiudere la carriera da top Slam-winner. La ricerca della perfezione la chiave dei successi dei campioni

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Novak Djokovic - Australian Open 2020 (foto via Twitter @AustralianOpen)

da Melbourne, il direttore

Ragazzi non si è fenomeni per pochi giorni. Quando lo si è, lo si è per anni, se non per sempre. Gli ultimi 13 Slam sono stati vinti tutti dai Fab Three: 5 da Djokovic, 5 da Nadal e 3 da Federer, dopo che 14 Slam fa Stan Wawrinka vinse l’US Open 2016 sorprendendo Djokovic. Da allora Nadal ha vinto 3 Roland Garros e 2 US Open, Federer ha vinto 2 Australian Open e un Wimbledon, Djokovic ha vinto 2 Australian Open, un US Open e 2 Wimbledon. Agli altri, compreso il validissimo e valorosissimo Thiem che non è più un bambino con i suoi 26 anni, non sono rimaste che le briciole. Il ragazzo di Vienna, dopo essere stato in campo quasi 12 ore nei suoi ultimi tre match, è fermo al palo di tre finali di Slam senza aver ancora provato la gioia di vincerne uno. Prima o poi ci riuscirà, ma intanto neppure questa volta che si è trovato avanti per due set a uno, è riuscito nell’impresa che sogna fin da bambino.

E sì che Djokovic non sembrava in serata straordinaria nel secondo e terzo set – ha raccontato di essersi sentito come svuotato di ogni energia e sia pure senza diventare preda del panico si è fortemente preoccupato “Non riuscivo a spiegarmi che cosa avessi” – pareva impaziente, perdeva gli scambi più lunghi come a lui non capita quasi mai, aveva un atteggiamento decisamente negativo. Guardava il suo angolo, allargava le braccia, si faceva ammonire due volte di fila per “time violation”, chiedeva un medical time out che gli serviva più per ritrovare la giusta concentrazione che perché avesse davvero qualcosa da curare. Parlando con Luca Baldissera in tribuna gli ho detto: “In questo momento dovessi scommettere lo farei su Thiem”. E lui annuiva. Meno male non ho scommesso!

Chi non conosce Nole e la sua storia, avrebbe quasi potuto pensarlo rassegnato, in certi momenti. L’iniziativa era stata quasi costantemente di Thiem. Che ha avuto anche la palla break del 2-1 nel quarto set (“Forse se l’avessi convertita adesso sarei qui a parlarvi da vincitore del torneo”), ma Novak ha improvvisato a quel punto un serve&volley ed è venuto coraggiosamente a prendersi il punto a rete. Thiem non può rimproverarsi nulla. Ha lottato come penso che meglio non potesse e se nel finale era un po’ stanco e meno incisivo – ripenso al dritto in rete proprio gratuito sulla palla break del quinto set che gli avrebbe consentito di recuperare il break appena subito nel terzo gioco, quella del possibile 2 pari – beh vorrei vedere chi non lo sarebbe stato dopo le quasi 12 ore di lotte davvero intensissime anche – se non soprattutto – sotto l’aspetto mentale. E ha ragione Dominic a sottolineare -senza lamentarsene apparentemente e anche se non è il primo e l’unico a pensarla così – che “non c’è mai stata una situazione unica come questa nella storia dello sport, tre giocatori che sono probabilmente i migliori di tutti i tempi e giocano nella stessa era”. Non ha aggiunto “Accidenti che sfiga!” perché è un ragazzo troppo beneducato.

 

Quando vidi Novak Djokovic qui nel 2008 battere Jo Wilfried Tsonga e vincere il primo Slam non avrei mai immaginato che avrebbe vinto 8 volte questo stesso Slam nell’arco di 12 anni. Si vedeva che, a 20 anni e 8 mesi aveva le stimmate del campione, questo sì, ma non si poteva immaginare che avrebbe vinto 17 Slam. Anche perché in giro c’erano già un certo Roger Federer e un certo Rafa Nadal. Però – i lettori più affezionati di Ubitennis mi saranno testimoni – da qualche anno ho scritto su questo sito che vedo Djokovic in grado di chiudere la carriera con più Slam di chiunque altro.

I tifosi di Federer e di Nadal non me lo hanno mai perdonato. E non lo faranno neppure oggi. Ma se Djokovic non ha perso oggi che sembrava quasi spacciato, e per la prima volta si è trovato sotto due set a uno in una finale di Slam e ha rimontato, quando perderà a breve? A Parigi da Nadal, a Wimbledon da Federer ci sta… ma forse quest’anno, mica anche nel 2021.

Ricordo che qualcuno mi irrise quando Nole, dopo aver vinto finalmente al Roland Garros nel 2016, entrò in una profonda crisi. Ricordate Pepe Imaz, il divorzio da Becker, i primi problemi con Vajda che con Imaz non si intendeva per nulla? Insomma le mie previsioni di allora si scontrarono con quelle situazioni imprevedibili. Io mi aspettavo che Nole potesse vincere almeno un altro Slam quell’anno. Invece quel secondo semestre fu dominato da un Andy Murray quasi ingiocabile. Lo scozzese non si limitò a vincere il suo secondo Wimbledon, ma gli soffiò alla fine – battendolo alle Finals di Londra – anche il n.1 del mondo. Quel percorso che avevo pronosticato ripetutamente vincente si si arrestò bruscamente. E a lungo. La crisi durò quasi un anno, da Parigi a Parigi compresa, quando al Roland Garros del 2017 Nole perse nei quarti dal nostro Cecchinato.

Dopo di che decise di andare a rilassarsi, a ossigenarsi sul Monte Saint Victoire insieme a sua moglie. Lo avremmo saputo soltanto all’US Open. Nel frattempo, con sua grande sorpresa, lui aveva già rivinto Wimbledon e ricostituito il sodalizio vincente con Marian Vajda. Ora – augurandogli che non ricada in un’altra crisi a oggi del tutto imprevedibile – mi pare che sia tornato il Djokovic che io credevo avrebbe continuato a vincere il maggior numero di duelli sia contro Federer sia contro Nadal, incrementando la propria leadership. Questo anche se con Thiem non mi ha convinto proprio appieno. Non avesse quella tigna infinita… Quel terzo set – e non potevo conoscere i suoi problemi di assenza di energia – non era da lui. Sembrava si sentisse obbligato a chiudere il punto alla svelta, lui che fa della pazienza e della regolarità su ritmi alti una delle sue prerogative.

Chiarisco ai tifosi dei tre Fab: pensatela come volete, ma vi assicuro che io non faccio il tifo per nessuno. Vinca il migliore. Ma come già nel 2016 penso che nei confronti di Roger 6 anni di differenza siano un grande gap. Quanti mai Slam potrà vincere ancora Roger? Uno, due, chi crede davvero che possa vincerne ancora tre? Io no. Rispetto all’altro big, a Rafa Nadal, Novak ha oggettivamente tutta un’altra struttura e condizione fisica. È fatto di caucciù, si allunga come Tiramolla, non si spezza mai. Nadal non riesce invece a giocare 11 mesi di fila senza avere qualche serio problema. E poi Nadal oggi come oggi che è meno agile e scattante di un tempo, mi sembra un po’ meno completo per lottare ad armi pari su tutte le superfici. È ancora il più forte sulla terra battuta, una spanna sopra tutti, ma sul cemento e sull’erba mi sembra un filino inferiore a Novak. Se ha un tabellone duro – cosa che ad esempio non gli è capitata all’US Open 2018 – alle fasi finali qualche rischio lo corre. Lo ha corso anche con Daniil Medvedev al quinto, in finale, dopo che Berrettini era stato capace di impegnarlo soltanto nel primo set.

Ora non ci resta che attendere il prosieguo della stagione. Vincere 8 Australian Open e 17 Slam è un gran bell’exploit. Se vincesse ancora uno o due Slam quest’anno e altri due l’anno prossimo voi sareste davvero sorpresi? Io no. E in tal caso un Federer che non trionfasse a Wimbledon – per me è l’ultima spiaggia per lo svizzero anche se spero di sbagliarmi – sarebbe raggiunto; un Nadal che conquistasse soltanto il 13° e il 14° Roland Garros nei prossimi due anni idem. Lo so che sono discorsi scritti sulla sabbia vicino alla risacca, chiacchiere da bar, ma non dovrei riferirvi le mie sensazioni se ce le ho, solo perché non sapendo cosa può accadere domani non è serio azzardare nessuna ipotesi per il biennio a venire? Come ho scritto tante volte, io queste sensazioni su un giornale non le scriverei. Su Ubitennis mi sento di scrivere a ruota libera, come si fa tra amici, e in questo discorso includo anche tutti i commentatori… pur sapendo di invitare a nozze coloro che non la pensano come me e esponendomi dunque al pubblico ludibrio in caso io prenda un granchio. Come è possibilissimo.

Intanto vi riferisco l’inizio della conferenza stampa di Djokovic perché per quanto il moderatore avesse inteso dare per primo la parola a Joel Drucker di Tennis Channel (l’avrete forse visto nel video che abbiamo registrato per Ubitennis.net dopo la vittoria di Sofia Kenin su Garbine Muguruza) Novak invece ha voluto che fossi io a rivolgergli l’ormai rituale “Not too bade dar vita ormai a un siparietto che sta diventando quasi un rito. Nole voleva che io dicessi quel “Not too bad” che in realtà un anno fa era stato lui a pronunciare – “Vai avanti dai…” diceva sorridendo. Ecco il video.

E che Novak continui ad imparare lo dimostra quanto è successo nel quarto e quinto set, come racconta lui stesso: “Il match poteva avere anche un esito diverso, hanno deciso pochi punti. Ho fatto serve&volley quando ho dovuto fronteggiare palle break nel quarto e nel quinto set. Ha funzionato in entrambe le occasioni. Poteva andare diversamente. Il serve&volley non è un modo di giocare cui io sia abituato. Non lo faccio spesso. Ma mi sono reso conto che può essere una scelta tattica importante in quelle circostanze e sono davvero felice che ha funzionato”.

È la cura continua dei dettagli che i fenomeni hanno nel sangue a fare la differenza con i giocatori normali, quelli che fenomeni non sono. La ricerca continua della perfezione è ciò che Djokovic, Federer e Nadal sentono e vivono naturalmente da quando hanno preso la prima racchetta in mano. E possono avere vinto 17, 19 oppure 20 Slam e nulla cambia. Loro vogliono sempre migliorarsi, fare meglio, vincere di più. Forse Djokovic, come dice Mats Wilander, ha avuto un vantaggio rispetto a Federer. Quello di avere davanti ai suoi occhi, sui campi da tennis, un modello da imitare e cercare di superare. Anche per Nadal c’è stato quello stimolo, Federer aveva cominciato a vincere prima di lui. Alla fin fine il compito più difficile l’ha avuto proprio Federer: ha dovuto cercare la perfezione anche se era il n.1 e non c’era davvero nessuno davanti che lui dovesse superare, sudando, lavorando duro, limando i dettagli.

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Sofia Kenin: non è un caso che le figlie di immigrati coronino il loro American Dream

I casi Kournikova, Sharapova hanno fatto scuola. Ma anche Osaka e Andreescu ripercorrono strade a suo tempo vissute da Agassi, Chang, Sampras. E poi l’altezza non è quel fattore determinante che si credeva. Lo dicono i successi di Halep, Andreescu, Barty e ora Kenin negli ultimi 4 Slam

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Sofia Kenin e Alex Kenin - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Da Melbourne, il direttore

In casa la chiamano Sonia, sui documenti c’è scritto Sofia e allora chiamiamola pure Sofia come suggerisce papà Alex che le fa da coach fin da quando lei, bambina, veniva immortalata dalle foto di Art Seitz e diceva sempre: “Voglio diventare la n.1 del mondo”.

Ho mandato la registrazione di un’intervista che ho cominciato a fare al padre, raggiante, prima di venire circondato da parecchi altri colleghi.

 

Sofia non è ancora n.1 del mondo, qui era soltanto testa di serie n.14 e la Muguruza era appena n.34 – per i bookmakers l’accoppiata di queste due finaliste era pagata 750 a 1 –  ma intanto è n.7 dopo aver vinto a 21 anni e 80 giorni il primo Slam della sua vita, più giovane di pochi giorni rispetto a quando Naomi Osaka vinse questo stesso Slam un anno fa. Bianca Andreescu aveva vinto l’ultimo Slam prima di questo, a New York, a soli 19 anni.  La più giovane campionessa a Melbourne era stata Maria Sharapova, a 20 anni.

Come Sofia lo abbia vinto lo ha ben descritto nella sua cronaca Luca Baldissera, ma certo quel quinto  game del terzo set (sul 2-2), nel quale ha tirato con un coraggio che rasentava l’incoscienza tre vincenti di fila per risalire da 0-40 a 40 pari e poi mettere a segno un ace, seguito da un altro vincente, meriterebbe di essere conservato nella cineteca della Hall of Fame dove sono sicuro che prima o poi le faranno posto.

Aveva annullato due setpoint per set alla Barty, infrangendo il sogno degli australiani di vedere salire sul podio un loro connazionale – fra i maschi l’ultimo è stato Mark Edmondson nel 1976, fra le donne Chris O’Neill nel 1978! – non si è data per vinta quando ha perso il primo set 64, ma anzi ha finito dominando con un doppio 62 una Muguruza che avrebbe dovuto essere più esperta di lei, avendo già vinto due Slam, Roland Garros 2016 e Wimbledon 2017.

Invece Garbine –che ho implorato di tornare a sorridere e a parlare con il simpatico piacevole scilinguagnolo dei primi tempi (“La stampa è stata dura con me, non leggo molto, ma ho visto che un giorno si scrivono belle cose su di me e la settimana dopo brutte cose se perdi. Così sono meno entusiasta di come le cose vanno”) – che avrebbe dovuto comandare il gioco è riuscita a farlo solo per un po’, perchè Sofia ha cominciato a farle fare il tergicristallo, fino a lasciarla boccheggiante, senza fiato. Sofia ha vinto gran parte degli scambi più lunghi. Di quelli che hanno superato i 9 palleggi ne ha vinti 23 su 34.

“Ho servito male, molto male – ha detto Garbine ai colleghi spagnoli che le hanno dovuto ricordare con la massima delicatezza il doppio fallo che le è costato il break  del 2-4 (quando era ancora sotto shock per quei cinque vincenti sul 2 pari) e poi i clamorosi tre doppi falli dell’ultimo game, due consecutivi e il terzo (l’ottavo del match) poco dopo proprio sul matchpoint: – e tutto è diventato più difficile”.

Quei doppi falli nell’ultimo game mi hanno fatto venire in mente quei due che fece Goran Ivanisevic nella finale di Wimbledon 1992: Goran serviva sul 4-5, aveva seppellito Andre Agassi di aces (mi pare di ricordare fossero 37 ma magari sbaglio) ma al momento buono il braccio tremò e anziché confermare i favori del pronostico il croato che avrebbe vinto da wild card e n.125 del mondo Wimbledon 9 anni dopo, perse 64 al quinto. Nessuno avrebbe scommesso una sterlina su Agassi vincitore del torneo. Andre era convinto di non poter giocare sull’erba e aveva saltato tre edizioni dei Championships.

Il percorso di Sofia Kenin (e anche di Amanda Anisimova, semifinalista a Parigi 7 mesi fa) somiglia moltissimo a quello di Maria Sharapova, e prima di lei Anna Kournikova che arrivarono alla corte di Bollettieri ancora bambine. I genitori di Sofia lasciarono la Russia per gli Stati Uniti nel 1987, poi tornarono a Mosca per far nascere lì Sofia. Tornarono poco dopo negli USA, in Florida, dove il padre le mise prestissimo una racchetta in mano e oggi dice che “Già a tre anni e mezzo mi resi conto che aveva un’attitudine per il tennis a dir poco straordinaria”.

Come Yuri Sharapov anche Alex Kenin è arrivato negli USA con poche centinaia di dollair in tasca. I sacrifici che questi genitori, queste famiglie, hanno fatto a lungo, per più di 10 anni influenzato la crescita e la maturazione delle loro figlie.  Guarda caso più motivate, grintose, tenaci,  di tutte le loro coetanee fin dalla più tenera età.

Sofia è stata n.1 americana under 12, under 14, under 16, under 18 “– ricorda con malcelato orgoglio Alex Kenin, padre e coach, nel giorno in cui, battendo la Muguruza 46 62 62, Sofia è diventata anche n.1 americana, scavalcando Serena Williams. Ed è l’americana più giovane a fare l’ingresso fra le top-ten proprio dall’epoca Williams, 1999.

E proprio battendo Serena Williams al terzo turno dello scorso anno al Roland Garros Sofia sentì di essere pronta ad imprese ancora più grandi: “Lì la fiducia nelle mie possibilità è cresciuta immensamente”.

Aveva vinto fino a ieri solo 3 tornei minori, Hobart, Maiorca e Guangzhou e negli Slam non era mai andata oltre gli ottavi, qui superati battendo Coco Gauff…anche lì dopo aver perso il primo set, ma dominando (63 60) secondo e terzo.

La sua grinta, la sua aggressività, mi ha ricordato quella di Jimbo Connors. “Nel tour lo sanno che io sono una che non molla, quale che sia il punteggio. Se mi vuoi battere devi davvero battermi”

Uno dei suoi primi estimatori, il famoso coach americano Rick Macci (ha allenato brevemente anche le Williams, la Sharapova) che di Sofia si è occupato un tantino anche se oggi nessuno ne fa più menzione, ha paragonato invece il suo timing sulla palla a quello di Martina Hingis (che tirava molto più piano, ma aveva un grande anticipo e dominò da ragazzina il tennis fino a che non fu soverchiata dalla potenza delle Williams, della Davenport.) Macci aveva ribattezzato la ragazzina “Mosquito”, per la rapidità di arrivare dappertutto e l’insistenza nel creare infinito fastidio a qualunque avversaria. Mosquito era anche il soprannome dato a Juan Carlos Ferrero…nel Paese della Muguruza. “Mosquito – spiegava Macci – perché è una che non ti dà tregua, ha questa forza mentale innata fin da che era bambina…”

“Sofia non è mai sbilanciata, colpisce la palla mentre sta ancora salendo e proprio perché non è troppo alta, può anticipare maggiormente i colpi, ti butta fuori dal campo e se si apre il campo non ti dà scampo. Poche ragazze hanno poi la sua mano nel giocare le smorzate”.

Per anni il tennis americano ha vissuto momenti di gloria grazie agli exploit di figli di immigrati, iraniani come gli Agassi, cinesi come i Chang, greci come i Sampras. E quando anche i figli di questi o si sono imborghesiti o si sono dedicati a sport meno costosi all’inizio e più ricchi per chi riusciva ad emergere, il tennis americano che in un certa fase storica degli anni Settanta aveva anche 40 top 100, è entrato in crisi. Dopo Andy Roddick e Blake, in pratica, non hanno più avuto campioni in grado di conquistare uno Slam. Forse l’unico top-ten, e di retrovia, è stato John Isner. Un po’ poco. E’ mancato il bacino costituito dall’immigrazione. Ragazzi (e famiglie) disposti a sacrifici enormi.

Piuttosto va osservato un altro fenomeno non proprio scontato. Anni fa si riteneva che anche le ragazze, così come gli uomini top-ten ormai sono quasi tutti più vicini al metro e 90 (e sopra) che al metro e 80, per emergere avrebbero dovuto essere amazzoni di grande statura.

Beh, a scorrere l’elenco delle ultime vincitrici di Slam non è proprio così;: la Barty che ha vinto il Roland Garros è un metro e 66 cm, la Halep che ha vinto Wimbledon è un metro e 68,  la Andreescu che ha vinto l’US Open è un metro e 70, la Kenin è un metro e 70 (scarsi secondo me biografie della WTA spesso barano un po’. L’altro giorno accanto alla Barty all’atto del sorteggio vicino alla rete, Sofia non sembrava più alta dell’australiana…).

Beh, insomma, questo dovrebbe dare speranze anche alle nostre ragazze italiane, troppe volte scoraggiate in partenza dall’altezza. Non faccio nomi per non mettere nessuna in imbarazzo, però quanto ho appena sottolineato non dovrebbe essere più un alibi per nessuna nostra giocatrice. Del resto Schiavone, Vinci, Errani erano – sono – forse giganti?

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Editoriali del Direttore

Thiem è stato molto più coraggioso di Zverev. Non avrà paura di Djokovic

MELBOURNE – Il serbo resta favorito, però non avrà dimenticato 4 sconfitte in 5 duelli con l’austriaco in crescendo di fiducia. Thiem ha vinto tutti gli ultimi tie-break: 3 con Nadal e 2 con Zverev

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Dominic Thiem e Alexander Zverev - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

da Melbourne, il direttore

Chi aveva più da perdere dalla semifinale che vedeva di fronte due giocatori che qua non c’erano mai arrivati? Thiem. Aveva battuto Nadal e non è mai facile batterlo anche se Nadal non è forse più il Nadal d’una volta. Zverev aveva superato un Wawrinka che era apparso decisamente in migliore condizione contro Medvedev.  Chi era più nervoso? Thiem (ma all’inizio anche Zverev). Chi ha il tennis più vario e piacevole fra Thiem e Zverev? Thiem. Chi aveva più chance di battere eventualmente Djokovic, fra Zverev e Thiem? Thiem. Chi è dunque meglio che sia arrivato in finale? Thiem.

Ma ora è lecito chiedersi… può Thiem battere Djokovic come gli è riuscito quattro volte delle ultime cinque? In teoria sì, anche se battere Novak sul cemento non è come batterlo al Roland Garros. E batterlo 3 su 5 non è come batterlo 2 set su 3.

 

Al Roland Garros mi sono trovato due volte in finale con il re del Roland Garros, che aveva vinto il torneo 10 e 11 volte… qui mi trovo di fronte al re dell’Open d’Australia che lo ha vinto 7!”. Dominic Thiem lo dice quando è ancora sul sul campo dove battendo Zverev in 4 set fa felice tutti suoi connazionali: fra Austria e Germania c’è da sempre una fortissima rivalità – dai tempi dell’impero austroungarico e la Prussia – e la si coglie perfino parlando con  i giornalisti dell’uno e dell’altro Paese. È più sentita che fra tedeschi e inglesi, fra neozelandesi e australiani, fra francesi e italiani. Thiem ha risposto brillantemente a McEnroe dopo che John (meno bravo a parer mio come giornalista ma più showman di Jim Courier che è invece un ottimo intervistatore) lo aveva stressato oltre il dovuto facendogli ripercorrere tutto il match appena concluso, obbligandolo a raccontare tutti i quattro set che sono durati 3 ore e 42 minuti. Vanno aggiunti alle 4 ore e 10 minuti di battaglia con Nadal, vale a dire 8 ore (meno 8 minuti) di corse furibonde, di massima intensità. Le quattro precedenti “vittime” Mannarino, Bolt, Fritz, Monfils lo avevano tenuto in campo oltre 10 ore e mezzo.

Se Thiem, di solito prevedibile e abbastanza scontato nelle interviste, diventa anche sagace nel parlare, beh il post Fab Four ha trovato un erede all’altezza. Sì perché i Fab Four non sono stati soltanto straordinari campioni, ma anche veri personaggi, dotati di grandissimo carisma. Fra i giovani della Next Gen – apro un inciso – forse quello che sembra avere più personalità, anche se talvolta pare un po’ arrogantello o presuntuoso, è Stefanos Tsitsipas. I due russi Medvedev e Rublev, più di Khachanov, sono anch’essi tipi abbastanza brillanti fuori dal campo, nelle interviste, anche se Rublev, che pure è capace di dire cose più coraggiose e meno politically correct di tanti colleghi, parla sempre tenendo gli occhi bassi, quasi mai guardando in faccia chi lo intervista. Torno su Thiem però…Certo, pur avendo 26 anni e non potendo quindi più essere definito propriamente un NextGen – chi non lo è però al cospetto di trentottenni, trentaquattrenni e trentatreenni che da 15 anni dominano il tennis? –  l’austriaco è competitor fisso fra i top 5 dal marzo 2019. Qui giocherà la sua terza finale in uno Slam, a conferma di una notevole continuità e qualità. Con tre dei Fab 4 ancora tutti più che attivi e competitivi, non è stato certo facile inserirsi nella fasi finali degli Slam.

Contro Djokovic, per averlo battuto quattro volte delle ultime cinque (dicevo sopra), Thiem avrà il vantaggio psicologico di chi non ha nulla da perdere, ma l’handicap di un giorno in meno di riposo, di molte più ore sul campo, la minore esperienza. Lui, per la verità, del giorno di riposo in meno non è sembrato preoccuparsene troppo. Fra i giocatori, merito anche della cura stakanovista di Bresnik – il coach che lo ha seguito per una vita, fino a quando è subentrato il cileno Nicolas Massu – è uno dei più preparati fisicamente. Alla domanda se il giorno in più di riposo per Novak fosse un grande handicap Dominic ha risposto serenamente: “Ci sono svantaggi ma anche vantaggi. A volte può essere anche un problema essere abituati a un giorno soltanto di stop e ritrovarsene due. Certo ho meno tempo per recuperare. Ma con l’adrenalina che ho accumulato e il resto sarà tutto a posto. Ho giocato due match molto intensi contro Rafa e Sascha, quindi magari ne risentirò, soprattutto domani. Ma farò i soliti trattamenti, giocherò un pochino domani e cercherà di essere al 100% domenica sera”.

Dominic Thiem – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Zverev era da un lato soddisfatto della buona partita giocata, ma ovviamente assai deluso di aver perso. “Ho avuto troppe occasioni che non ho saputo sfruttare: 14 palle break (5 sfruttate e 9 no), due set point nel terzo set”. Li ha avuti sul 5-4 ma serviva Thiem che li ha molto ben annullati per la verità, con grandissimo coraggio e splendide esecuzioni. Un rovescio incrociato vincente sparato a tutto braccio, super spettacolare sul primo set point, poi un gran dritto sul secondo dopo essersi aperto il campo. Insomma, Thiem è stato molto più aggressivo del tedesco. Stasera, riuscendo a strappare il servizio 4 volte a Zverev sebbene il tedesco abbia servito percentuali spaventose di prime, addirittura il 92% nel primo set, l’81% di media nel match, Thiem ha confermato – dopo Indian Wells e Londra alla finali ATP – di non essere più soltanto uno specialista della terra battuta, e di essere diventato anzi un tennista davvero completo.

La vittoria di Indian Wells in finale su Federer è stata importantissima per la mia fiducia, anche se nel deserto californiano i campi sono abbastanza simili alla terra rossa: la palla rimbalza alta, una situazione perfetta per il mio gioco. Poi lo scorso anno nella stagione indoor in Asia ho fatto un grande passo avanti. Ho davvero sviluppato il mio tennis nella giusta direzione. Sono diventato più aggressivo, ho cominciato a servire e rispondere meglio. Mi sono detto ‘Se riesco a far bene indoor come alle finali ATP di Londra (dove ha sconfitto Djokovic; n.d.Ubs) perché non posso riuscirci anche sui campi in cemento?’ Da allora gioco bene anche sulle superfici più veloci”. Io credo che Thiem, vittorioso in tre tie-break su tre con Nadal e in due su due con Zverev, debba alla sua intraprendenza, al suo coraggio, alla varietà dei suoi attacchi, fin dalla risposta, la chiave dei suoi successi. Il tennis di Thiem non annoia, quello di Zverev, ad oggi troppo legato all’efficacia del servizio è certamente più monocorde. Cinque set di Thiem si guardano volentieri, cinque di Zverev un po’ meno.

Mentre seguivo la loro partita, che ha avuto momenti di grandissimo tennis, sia pur un po’ troppo a sprazzi, pensavo alle grandi rivalità di quest’ultimo decennio e mi chiedevo: ma mi piacerebbe vedere 40, 50 volte un duello fra questi due giocatori che certo rappresentano il futuro (abbastanza prossimo ormai) del tennis? Nadal, Federer, Djokovic, Murray non mi hanno quasi mai annoiato nelle loro sfide…Loro due? Ne parlavo con Chris Clarey del New York Times e con Simon Briggs del Daily Telegraph, miei vicini di posto nella Rod Laver Arena, quando entrambi hanno detto, sul finire del quarto set: “Great match, ma sopravviveremmo anche se non si giocasse un quinto set!”. Ecco, forse anni fa nel corso delle sfide fra Federer e Nadal, o gli altri due Big, invece avremmo sempre sperato di assistere al quinto set. E quelli giocati qui da Federer e Nadal nel 2017, o da Djokovic e Nadal nel 2012, sono rimasti leggende. Anche se il match andava avanti da 3,4,5 ore e 54 minuti! Pura nostalgia? Non c’è dubbio che il contrasto di stili che hanno offerto i Fab Four, e prima di loro Sampras vs Agassi, e a suo tempo Becker e Edberg, McEnroe e Borg o Lendl o Connors, rendeva più appassionante lo spettacolo.

Ripeto: Thiem si fa guardare volentieri. Cerca spesso soluzioni diverse, angoli inconsueti, varia il rovescio una volta coprendolo e un’altra tagliandolo, viene più spesso a rete di una volta per chiudere il punto, all’occorrenza gioca le smorzate. Ha fatto 23 punti su 27 quando è venuto a rete… mentre Zverev a rete non è ancora un top-player, ha fatto poco più del 70% dei punti a rete pur venendoci la maggior parte delle volte a punto quasi fatto: clamorosi alcuni smash sbagliati, compreso quello fatale del tiebreak del quarto set che avrebbe dovuto portarlo sul 3 pari. È anche vero che fra i due semifinalisti di questo venerdì caldissimo australiano ci sono quattro anni di differenza e non sono pochi. Nell’arco di quattro anni Zverev di sicuro farà ancora progressi e non si fermerà certo a una sola semifinale di Slam. E dico questo anche perché fra quattro anni dei Fab Four forse sarà rimasto in lizza soltanto Djokovic.

Adesso io mi auguro soltanto di assistere a una gran bella finale. Il miglior Thiem può giocarsela con Djokovic e i colleghi serbi, super patrioti e supertifosi del loro Nole, mi parevano parecchio preoccupati stasera. C’è anche la cabala a spaventarli: nessuno ha mai vinto l’Australian Open 8 volte. Temono che prima o poi l’incantesimo si spezzi. Chissà se sul divano, dove avrà assistito bello tranquillo al match di stasera, Djokovic si sarà un pochino preoccupato anche lui. Di certo avrebbe preferito affrontare Zverev. Novak sa che Dominic scenderà in campo domenica piuttosto sicuro del fatto suo: “Non sarà la mia prima finale di Slam – ha detto – e già nella finale del 2019 contro Nadal ho dimostrato di aver fatto grandi progressi rispetto a quella che giocai nel 2018…”. Insomma, cavalier senza paura, Dominator Thiem ha lanciato il suo guanto di sfida al vincitore di 7 degli ultimi 12 Australian Open.

Dominic Thiem – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

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