Australian Open, dieci note sul day 1: il Fattore K e la racchetta bionica

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Australian Open, dieci note sul day 1: il Fattore K e la racchetta bionica

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Kokkinakis e Kyrgios, due talenti e due vittorie al quinto set. Il primo ha annullato 4 matchpoint a Gulbis, unico vero “seeded player” knock-out. Senza contare le 8 ragazze, Ivanovic e Kerber “teste” in testa. Le quattro vittorie azzurre non sono sorprese. Le curiosità sono altre. Basta leggere

MELBOURNE – Fino alle 23:10 non avrei saputo se la notizia del dì, a conclusione della prima giornata dell’Australian Open, sia l’eliminazione di ben otto teste di serie finite k.o. al primo turno del torneo femminile – una volta le donne erano più rispettose delle gerarchie dei colleghi maschi, ma da un pezzo non è più così – oppure quattro vittorie azzurre su cinque incontri quando si sapeva che uno, quello di Karin Knapp, n.50 Wta contro Simona Halep n.3, era una “mission impossible”.

 

 

Il Fattore K

Forse non lo è nessuna delle due, ma lo è invece la vittoria del diciottenne australiano campione annunciato, Thanasi Kokkinakis, che domani campeggerà in tutte le prime pagine dei giornali australiani per aver battuto 8-6 al quinto Ernests Gulbis, n.11 del seeding, rimontando da 2 set a 1 sotto. Fino a quel momento, le 23:10 appunto, la sola testa di serie eliminata nel maschile era stato Tommy Robredo, n.15, ritiratosi per un problema agli adduttori di cui già soffriva dopo appena cinque games con il francese Roger-Vasselin. Lo spagnolo, classe 1982, ha guadagnato in carriera di soli premi ufficiali più d 12 milioni di dollari; non è quindi certo un “peone”, però ai 34.500 dollari australiani, spettanti di diritto a chi gioca il primo turno, forse non ha voluto rinunciare. I giocatori in tabellone godono anche dell’ospitalità. Anche se il vecchio Tommy avesse viaggiato in prima classe, qualcosa gli dovrebbe essere rimasto in tasca. Non che lui abbia troppo bisogno, ma chi – anche fra i milionari – è disposto a buttar via dalla finestra un 25.000 euro di guadagno netto per un paio di giorni di sacrificio?

Insomma grande, grandissimo entusiasmo per Kokkinakis (n.147Atp e wild card), uno dei tre diciottenni in tabellone con il qualificato svedese Ymer (per l’appunto nato nello stesso giorno dell’australiano, 10 aprile 1996) e con il croato Borna Coric n.91 sconfitto da Chardy n.31 (che sarà il prossimo avversario di Andreas Seppi).

Il pubblico australiano, che aveva potuto seguire solo in tv il grande exploit dell’altro giovane australiano Kyrgios a Wimbledon contro Nadal, sembrava impazzito sul campo n.3 per un match durato oltre 4 ore. Deve essere il fattore K, ad esaltare gli aussies. Kokkinakis, tre kappa contro quella sola di Kyrgios (n.53) che ha sofferto molto più del previsto (63 al quinto!) contro l’argentino Delbonis (n.62) e ha finito dopo mezzanotte – ma Thanasi non aveva nulla da perdere, Nick molto di più – ha fatto di tutto per esaltare la folla. E alla fine, dopo l’ultimo errore di Gulbis, il giovane figlio di emigranti greci mi ha ricordato l’incredibile notte di Todd Martin che dopo una simile maratona all’US open – conclusa a notte fonda – volle fare il giro di tutto l’Arthur Ashe stadium per dare il suo “cinque” a tutti gli spettatori della prima fila, naturalmente correndo.

Kokkinakis era ancora bambino, ma certe cose si sentono, anche se non si sono mai viste. E lui senza saperlo ha imitato il vecchio Todd. D’altra parte sul 6-5 per Gulbis nel quarto set aveva annullato (con il proprio servizio) 4 matchpoint, mica uno, prima di andare a vincerlo al tiebreak. Si sarebbe esaltato chiunque dopo una vittoria così. Oggi mi sarebbe piaciuto essere australiano.

 

Italiani, avanti (quasi) tutta!

Da italiani, fra le due ipotesi di inizio articolo, potremmo propendere per la seconda opzione, ma poi a ben vedere, le quattro vittorie azzurre sono arrivate da giocatori – i nostri – che nel ranking stavano davanti ai loro avversari.

Cominciamo, men first anche se non è da gentiluomini, con Bolelli n.48 sull’argentino Monaco ex n.10 e oggi n.63 in leggero declino fisico e motivazionale come si può forse evincere anche dal quarto set (63 36 63 61).

Contro Roger Federer al secondo turno sarà un’altra storia. “Ci perdo sempre” ha detto Simone. Beh, due volte sole, suvvia. E sognare non costa nulla. Tre set su cinque contro un giocatore di 33 anni e mezzo, magari sotto un bel sole australiano – Federer ha già giocato di notte il primo giorno, anche se gli organizzatori lo vorranno comprensibilmente proteggere lo faranno giocare comunque di giorno, magari non nelle ore più calde. Simone comunque non pare interessato alla questione programmazione: “Per me è uguale”. Io penso invece che per Federer non lo sia.

Secondo maschietto vittorioso, ancorchè trentenne, Andreas Seppi n.46 si è preso una piccola rivincita sull’uzbeko allenato dalla mamma, Istomin n.50 che l’aveva battuto le ultime due volte. Andreas naturalmente ha vinto al quinto set. Contro Istomin cinque match negli Slam, cinque conclusioni al quinto. Una regola fissa. Ma perché non cominciano direttamente dal quinto? Si stancherebbero meno e il vincitore sarebbe più fresco nel match successivo.

Gli chiedono se abbia mai riguardato i video delle sue maratone con Istomin e lui: “Preferisco guardare un film!”. Come dargli torto? I loro match sembrano giocati allo specchio, sono quasi uguali, con Istomin che fa più punti di rovescio (lungolinea in genere) e Seppi di dritto. Poi fanno a gara a chi sbaglia più palle break e di solito in quella gara vince Seppi. E’ anche vero che battono benino tutti e due quando conta.

Per Andreas, come detto, il prossimo avversario sarà Chardy, dal quale ha perso qui negli ottavi 2 anni fa un match che gli avrebbe potuto regalare il primo quarto di finale in uno Slam, traguardo ancora mai raggiunto. Per tre volte si è fermato agli ottavi.

Era scontatissima, nonostante la pertosse, i problemini al costato e la cattiva forma, la vittoria di Sara Errani, n.14 Wta, sulla modesta americana Grace Min, n.105. La Min, che ha subito il punteggio più pesante della giornata, 60 61 in 57 minuti – l’unico altro set vinto 60 è stata appannaggio della Kerber n.9 che ha poi perso dalla Begu n.42 – ha però contribuito a fare del contingente femminile americano il più numeroso: erano ben 17 ai nastri di partenza.

In campo maschile invece le nazioni più rappresentate, a pari merito con 12 giocatori, sono Spagna e Francia.

All’appello delle quattro vittorie italiane manca Roberta Vinci, 75 61 alla serba Jovanoski in 70 minuti. Vi rimando agli audio che la truppa dei nostri inviati, Giulio Gasparin, Angelo Lo Conte, Roberto Baldi e Roberto Cappuccio, ha indefessamente raccolto (anche se poi gli inserimenti sono stati spesso realizzati dalla redazione italiana che è stata sveglia tutta la notte…ve la cavate, lettori, con opere di bene, per i fiori sarà per un’altra volta).

Di Karin Knapp, n.50 contro la n.3 Simona Halep, si può solo dire che è stata sfortunata. “Potevo servire meglio” ha detto lei. Sarebbe stato match più equilibrato, dopo l’illusorio 2-0 d’avvio, ma penso avrebbe perso lo stesso. Certo lo scorso anno, quando era arrivata a due punti dal match con la Sharapova, era uscita dal campo magari più arrabbiata, ma anche più orgogliosa della propria performance.

 

La slam-fobia di Ana Ivanovic

E allora parliamo dell’altro argomento del giorno. L’ecatombe di teste di serie nel torneo femminile. Otto, fra cui due top ten e altre due delle prime sedici. Non poche onestamente. Che invece perdano le tenniste dal n.23 in poi ci può pure stare, il gap con chi sta dietro non è troppo profondo. Ecco il quadro sintetico di “cadute” e di exploit, con relative classifiche per vostra comodità di lettura: Bocciate 5 Ivanovic (142 Hradecka), 9 Kerber (42 Begu), 16 Safarova ( 66 Shvedova ) 17 Suarez Navarro (104 Witthoeft), 23 Pavlyuchenkova (80 Wickmayer), 27 Kuztnevsova (36 Garcia), 28 Lisicki (71 Mladenovic), 32 Bencic (73 Goerges).

Fin troppo facile individuare la sorpresa più clamorosa. Anche perchè Ana Ivanovic nell’ultima parte del 2014 era sembrata tornata quasi ai suoi livelli, anche se non proprio come quando nel 2008 arrivò in finale qui e trionfò poi al Roland Garros. Che perdesse da una doppista nemmeno più giovanissima, 29 anni, come la quadrumane (tipo Seles…ma non le è proprio parente) Lucie Hradecka, uscita dalle qualificazioni e appena n.142, non era proprio prevedibile. Credo non ci fosse quota. L’amico Angelo Cucaro, che dirige il team dei nostri “consiglieri di scommesse”, non può averla prevista, altrimenti gli affido il mio conto in banca e gli faccio giocare tutto quel che ho.

Ciò detto occorre ricordare che la bella, bellissima Ana, soffre di vere angosce (turbe?) quando deve giocare uno Slam: da quel trionfo parigino del 2008 non è mai riuscita in 25 Slam ad andare oltre i quarti di finale, quattro volte ha perso al primo turno e tre al secondo. Una vera Slam-fobia.

Confesso la mia ignoranza sulla tedesca Witthoeft (n.104), mai vista giocare…e nemmeno oggi. Chi ha avuto il tempo? Ho dato un’occhiata invece alla Bencic, che pensavo più forte. Anche se la Goerges non è l’ultima arrivata. Ma le giovani hanno più facilmente giornate no, e non è sempre una questione di periodo. Ha preso una stesa. Ha fatto tre games, un po’ pochini. L’allena il papà qui, perchè Melanie Molitor, mamma della Hingis, si è troppo imborghesita. Ricca, da tanto povera che era, è pigra, i viaggi lunghi non li affronta. Magari dice a Martina: “Gliela dai tu un’occhiata?”. E Martina gliela darà, ma in doppio: perchè insieme alla Pennetta, deve giocare proprio contro la Bencic.

Il doppio lo giocheranno insieme le due amiche Cibulkova e Flipkens che hanno scoperto di dover giocare contro mentre si stavano allenando. Quando l’allenatore slovacco della Cibulkova, n.10 e finalista qui un anno fa, mr. Liptak, che è anche capitano di Fed Cup ha detto alla Cibulkova: “Sei con la Flipkens”, Cipollina ha risposto: “Lo so ci sto giocando…”. E lui. “no ci giochi domani”. Ha vinto la slovacca, così come i suoi altri tre connazionali in gara oggi. Non male eh?

 

Il tennis degli altri

Mentre i francesi esultano per i successi di Mladenovic e Garcia, in particolare perché contro teste di serie, i croati piangono, oltre all’assenza di Cilic, la prematura dipartita dei giovani Borna Coric e Ana Konjuh; i belgi invece si consolano per la sconfitta della Flipkens con la vittoria della Wickmayer e del loro Goffin (il mio vicino di scrivania Yves Simon garantisce che quando il giovane belga ha perso da Bolelli era molto stanco…mah, sarà, quando uno perde risente sempre del jet-lag).

Goffin, che ha fatto almeno terzo turno negli altri Slam, qui sembrava perseguitato da una maledizione. Si è dovuto ritirare due volte, per strappi all’addome e a una coscia. Alla quinta partecipazione è finalmente approdato al secondo turno. Ma non era contento…perché a lui, sempre vestito molto classico, le scarpe fosforescenti imposte dalla Nike non l’hanno entusiasmato: “Non posso togliermele, ma non è il mio stile” ha commentato, lui che assomiglia un po’ al genere vecchi mousquetaires francesi degli anni Venti. Se ne farà una ragione. Magari gli portano bene più di quelle bianche che ha sempre indossato.

Fra tante americane c’è anche un’eroina: è la McHale, n.54 Wta. Ha perfino vomitato sul campo, ma poi, come tanti anni fa un certo Pete Sampras contro Alex Corretja all’US Open, ha vinto 12-10 al terzo set sulla francese Foretz, qualificata e n.197. Il terzo set è durato da solo 1 ora e 51 minuti. Il match 3 ore e 9. Non un gran match, ma il dramma c’è stato tutto.

Una saletta affollatissima oggi la n.3 per la cinese Shuai Peng: nemmeno avesse vinto il torneo! Ma un anno fa qui la Peng era uscita dal campo in sedia a rotelle, vittima del caldo e di un’insolazione. Eppoi i cinesi non hanno più Li Na. Salette piene anche per Troicki, che batte Vesely nel derby fra i vincitori degli ultimi tornei. Troicki, come sapete, ha anche una lunga e penosa storia di “stop per doping” alle spalle, anche se lui si è sempre difeso dicendo che la colpa era di quella dottoressa di Montecarlo che gli aveva detto di venire a farsi fare il prelievo il giorno dopo. Difesa poco credibile e poco creduta, anche se la dottoressa di Montecarlo tutta la verità non l’ha forse detta, anche se Djokovic ha speso parole per lui tutto l’anno.

 

Nadal e la racchetta bionica

Vabbè, con Nadal 3 (Youzhny 49), Federer 2 (Lu 47) e Berdych 7 (Falla 101) che non hanno perso un set, più interessanti da osservare in conferenza stampa che sul campo, aspettiamo la seconda giornata. Leggetevi un po’ le interviste (non senza ringraziare Chiara Bracco che coordina il gruppo degli eccellenti traduttori).

Vi anticipo che Nadal ha suggerito a Del Potro di provare a giocare con il rovescio ad una mano, semmai dovesse arrendersi al polso sinistro sempre malandato e proprio non riuscisse a riprendersi. “Ha solo 26 anni e mezzo”. Federer ha ricordato che non è il caso di continuare a contare tutte le sue vittore dopo aver raggiunto la n.1000. Magari se ne riparla dopo la n.2000. Non si è dimenticato quel dritto pazzesco che Novak Djokovic gli tirò per annullare uno dei due matchpoint in semifinale all’US open, però se n’è ricordato anche un altro di Sampras.

Nadal ha fatto un elogio della nuova Babolat “computerizzata” con il chip nel manico: “Per i dilettanti è un aiuto ed è anche divertente. Io vi posso dire che so che ho giocato bene se sono riuscito a tirare almeno il 70 per cento dei colpi con il dritto, e non più del 30 per cento con il rovescio. Questa racchetta è in grado di dirmelo. E se non arrivo al 70 per cento vuol dire che sul campo non sono riuscito a fare le cose giuste. Credo che questa Babolat sia la racchetta del futuro. Noi professionisti magari facciamo più fatica ad abiturcisi, perché siamo arrivati al nostro livello senza usare questa tecnologia, ma di certo rappresenta un aiuto. Ed anche un divertimento, per i dilettanti”. Ciò detto ha anche ammesso di aver servito bene e risposto meglio. “Ma non penso ancora, per aver vinto un solo match, di cambiare quel che ho detto pochi giorni fa: non mi sento in grado di vincere questo torneo, al momento. Anche se una vittoria fa sempre piacere non cambia nulla”.

Berdych, cui non manca il sense of humour, deve averlo palesato in ceco. A noi ha solo detto che “per ritornare a giocare una finale di uno Slam (come a Wimbledon…) bisogna lavorare duro e con tutta la mia squadra lo stiamo facendo”. Non so se alludendo al suo team alludesse anche a Ester Satorova, la sua fidanzata. Se lavora duro anche con lei, la vedo…appunto … assai dura.

Sarà meno dura, spero per me che non ho fatto in tempo a mangiare – mia moglie che mi sogna magro sarà contenta – la seconda giornata. Io non voglio perdermi Pennetta-Giorgi, ma Fognini un qualche show lo improvvisa sempre. Speriamo però non ce ne sia bisogno. Quando vince ne fa meno di quando perde. Lorenzi prega che Dolgopolov non scenda in campo. L’ucraino non sta bene. La Schiavone n.78 vorrebbe tornare indietro di qualche anno, quando contro la Vandeweghe, n.37, dominata dalle nostre in Fed Cup perfino a casa sua, non avrebbe mai perso. Però sei sconfitte al primo turno negli ultimi sei Slam non la rendono ottimista. E noi idem.

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Davis Cup, i tennisti vedono l’Italia favorita con gli USA. Io mica tanto, ma spero di sbagliarmi

Tante incertezze sulle formazioni. Il gran dubbio Fognini-Sonego. Chi giocherà fra Isner e Tiafoe? E sì che Isner sarebbe il N.1, ma Opelka non lo si discute

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Ho sempre pensato che la Croazia fosse più forte di quest’Australia, anche se non mi aspettavo che Gojo battesse Popyrin. E a confermare il mio pronostico è arrivata la prima tristanzuola giornata di Coppa Davis a Torino, pochissimi spettatori nonostante i ragazzi portati dalle scuole, spalti vuoti salvo uno sparuto gruppo croato.

D’altra parte non si poteva pretendere che qualcuno arrivasse dall’Australia, fra i Paesi più difficili al mondo da raggiungere (o in cui rientrare) ma non semplice neppure da lasciare.

La Croazia, che ha chiuso sul 2-0 i singolari ancora prima di schierare il doppio n.1 del mondo Pavic-Mektic (che infatti hanno dominato gli aussies Peers-De Minaur) giocherà lunedì – ormai sono in vena di pronostici – contro chi emergerà già stasera dal duello Italia-USA.

 

Partita durissima, quella dei nostri, perché giocare indoor contro i giganti americani, Opelka 2 metri e 11, Isner 2 metri e 8, e senza l’apporto di Matteo Berrettini non è davvero un sorteggio ideale.

Oggi i giocatori con cui ho avuto la possibilità di parlare, Gojo, Popyrin, Cilic, hanno detto tutti che l’Italia doveva essere considerata leggermente favorita. Chi riferendosi alla gran forma di Sinner, chi al fattore campo, chi all’annata particolarmente felice del tennis italiano.

Io confesso di non essere stato in grado di capire se Filippo Volandri ha intenzione di schierare come secondo singolarista Fabio Fognini oppure Lorenzo Sonego. Non ho potuto verificare chi sia più in forma dei due, il “trispapà” Fabio o il torinese e torinista Lorenzo, perché a differenza di Jannik che si è allenato al PalaAlpiTour con un Volandri ancora in buone condizioni atletiche e tennistiche, loro due sono andati a giocare al Cral Reale Mutua.

Volandri in questi giorni sembra essere stato in maggiore sintonia con Fognini, che stamattina si è allenato sfoggiando una maglia azzurra con su scritto Italia. Forse Volandri ha più fiducia nell’esperienza di Fognini. Ma è anche vero che conosce tutto sommato meglio Fognini che Sonego, il quale avrebbe l’handicap di esordire con la maglia della nazionale (salvo che alle Olimpiadi…).

Il campo con i rimbalzi alti, e non particolarmente veloce – anzi…e poi ci sono le palle Wilson anziché le Dunlop delle ATP Finals – parrebbe dare a Fognini qualche margine di vantaggio. Tuttavia a me la scelta Fognini pare molto rischiosa: non so quanto abbia potuto allenarsi e non è che i suoi ultimi risultati siano stati entusiasmanti.

Bisogna vedere anche chi sceglierà capitan Mardy Fish: se decidesse di schierare i due giganti, Isner N.24 scenderebbe in campo da N.1 contro Sinner ma per secondo, mentre il primo match lo disputerebbero i numeri due, Opelka N.26 e Fognini N.37.

Però, se invece Fish volesse tenere fresco Isner, 36 anni e mezzo, per schierarlo in doppio al fianco di Sock o di Ram, allora Opelka diventerebbe il N.1 contro Sinner e Tiafoe giocherebbe contro Fognini.

Onestamente il doppio italiano non mi sembra forte come qualunque dei tre doppi che possono schierare gli Stati Uniti. La vittoria all’Open d’Australia di Fognini e Bolelli è ormai parecchio datata: 2015, sono passati quasi sette anni.

Ergo dobbiamo cercare di vincere i due singolari. E mentre Sinner deve essere considerato favorito, con le riserve del caso, nel singolare dei numeri uno, nell’altro match a me non pare che saremmo favoriti.

Quindi, augurandomi ovviamente di sbagliare, a differenza di quello che hanno detto tutti i tennisti ascoltati oggi, un leggerissimo margine per me ce lo ha il team USA.

Quanti break potranno mai subire Opelka e Isner se dovessero giocare i singolari? Di sicuro qualche set finirà al tiebreak. E magari perderanno un set 6-4 o 7-5. Se Fognini perdesse un servizio, come ne recupererebbe uno o due?

Sulle prime mi ero rallegrato che il campo di questa Coppa Davis non fosse così veloce come quello delle ATP Finals.  Però poi ho sentito Mardy Fish dire che ai suoi giocatori il campo più lento piaceva: “Gli aces e i servizi vincenti li fanno ovunque, anche se un campo è lento. Ma se è troppo veloce non riescono a recuperare sugli angoli. Forse per Isner il campo in terra  battuta è quello ideale…”.

E in effetti mi sono ricordato di Isner che battè Federer sulla terra rossa in Svizzera in Coppa Davis o che fece una gran battaglia con Rafa Nadal al Roland Garros nel 2011. Rafa vinse 6-4 6-7 6-7 6-2 6-4. Quest’anno al Roland Garros Isner ha lottato per 4 set con il finalista del torneo Tsitsipas.

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Sascha Zverev, un doppio Maestro e una storia che ricorda Ivan Lendl: tanti tornei vinti, zero Slam

Il percorso del tedesco, già n.3 ATP a soli 20 anni e mezzo, è simile a quello del ceco che nel novembre 1981 era anche lui già n.3, ma fino all’84 non vinse uno Slam. Poi però furono 8

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Alexander Zverev - Nitto ATP Finals Torino 2021 (foto @atptour)

Non avrà vinto ancora uno Slam, ma intanto è un doppio Maestro. Aveva vinto le ATP Finals a Londra nel 2018, sorprendendo Nole Djokovic dal quale aveva perso nel round robin, si è ripetuto a Torino ridiventando Maestro dopo aver battuto il n.1 Djokovic e il n.2 del mondo Medvedev fra semifinale e finale.

Zverev è soltanto il quarto tennista che infilando la doppietta n.1 e n.2, finisce per vincere il Masters. Ci sono stati anche tre tennisti che avevano battuto il n.1 e il n.2 del mondo fra girone all’italiana e semifinale, ma poi non avevano vinto il torneo che chiude l’anno ATP: Gene Mayer, David Goffin e Dominic Thiem. I soli tre invece che battendo n.1 e n.2 hanno invece trionfato nel Masters erano stati Lendl nell’82 (che batté McEnroe e Connors), Edberg nell’89 (superò Lendl e Becker) e Agassi nel ’90 (sconfisse Edberg e Becker).

Per ora il cammino di Sascha Zverev ricorda molto da vicino quello di Ivan Lendl che fino al 1984 – quando rimontò John McEnroe in una memorabile finale a Parigi – non era mai riuscito a vincere uno Slam pur avendo giocato quattro finali Majors. Ricordo che molti scrissero di lui come se potesse essere una vittima di un “complesso Slam”. Sì, perché da quando un Ivan ventenne – nato il 7 marzo 1960 – aveva vinto il suo primo torneo nell’aprile del 1980 sulla terra battuta di River Oaks a Houston, si era cominciato a parlare di lui come di un ormai prossimo Slam-winner. Peccato, però, che al momento decisivo Ivan falliva sempre la prova.

 

Quando finalmente Lendl trionfò al Roland Garros, e in circostanze abbastanza rocambolesche, con McEnroe che lo stava dominando e improvvisamente perse la testa per via di un fotografo che lo disturbava con i clic della sua macchina fotografica, Lendl aveva già vinto la bellezza di 40 tornei. Tornei anche importanti, fra quelli del circuito WCT e altri che oggi equivarrebbero ai Masters 1000. Il trionfo al Roland Garros 1984 fu il titolo n.41 per il ceco di Ostrava. Aveva appena compiuto 24 anni. Ma già prima dell’US Open 1981 Lendl era asceso al terzo posto delle classifiche mondiali. A 21 anni e mezzo. Nessuno pensava che gli ci sarebbero voluti altri due anni e mezzo prima di aggiudicarsi uno Slam.

Stessa cosa si è pensato per Sascha Zverev quando già nel 2017, a 20 anni, ha vinto cinque tornei e fra quelli due Masters 1000 come gli Internazionali d’Italia e il Canadian Open (oltre a Washington, sì il torneo vinto quest’estate da Sinner, Monaco e Montpellier). E poi, nel 2018, un altro Masters 1000 sulla terra battuta, Madrid, prima del bis a Washington e Monaco, e delle Finals ATP a Londra per il primo incoronamento da Maestro. Però, dopo un’involuzione tecnica e psicologica che lo portava a commettere più doppi falli che ace nelle fasi decisive di un match, nel 2019 Sascha ha fatto il passo del gambero, retrocedendo da n.3 a n.7 del mondo. Soltanto al diciottesimo Slam, nel gennaio 2020 a Melbourne, è riuscito a raggiungere la prima semifinale di uno Slam. E a fine 2020 c’è stata quella finale all’US Open nella quale, dopo aver vinto i primi due set, si è fatto rimontare e, pur avendo servito per il match contro Thiem, ha finito per perdere la trebisonda, servendo con braccio rattrappito dalla tensione nel finale, perso al tiebreak decisivo.

Adesso Zverev ha vinto 19 tornei, e dimostrato a Torino di aver compiuto davvero grandissimi progressi. Ha giocato per tutto il torneo in modo davvero eccellente. Ha vinto la maggior parte degli scambi prolungati a fondocampo con Djokovic sabato sera. Ha dominato Medvedev anche negli scambi di rovescio domenica. E avrebbe dovuto vincere già nel round robin contro lo stesso avversario. Invece ci ha perso al tiebreak del set decisivo e solo per 8 punti a 6.

In finale, rovesciando l’esito del match del girone eliminatorio come è successo per 11 volte su 19 Masters, si è preso il rischio e la soddisfazione di servire l’ace con la seconda battuta sul matchpoint al termine di una partita nella quale non ha concesso lo straccio di una pallabreak al russo. Lo aveva breakkato nel terzo game del primo set, e di nuovo nel primo gioco del secondo set per un doppio 6-4.

Perché Zverev conquisti il suo primo Slam prima dei 25 anni, dovrà cercare di vincere l’Australian Open. A questo punto, con Djokovic alle prese con il vaccino sì-vaccino no, con Federer che è incerto perfino se partecipare a Wimbledon 2022, con Nadal che non ha più giocato agonisticamente da Washington, Zverev sa di poter essere considerato favorito del torneo non meno di Medvedev e …Djokovic se Nole andrà.

A novembre 1984 Lendl vinse il Benson&Hedges e il suo torneo n.42, Zverev nel novembre 2021 è fermo a quota 19. Però il tedesco dal 2017 in poi ha dovuto misurarsi con i Fab 4… Questo non basta a spiegare tante cose? Oggi Sascha, a 24 anni e mezzo – è nato il 20 aprile del 1997 – è indiscutibilmente il n.3 del mondo. Ha trionfato in 6 tornei, più di chiunque altro, e fra questi 6 tornei ce ne sono almeno 4 di assoluto prestigio: i 2 Masters 1000, il torneo olimpico di Tokyo con la medaglia d’oro, le finali ATP. Alla fine il presunto “complessato” Lendl ha vinto 8 Slam e anche se non ha mai centrato il suo incubo Wimbledon – due finali, 5 semifinali però – ha vinto 2 Australian Open, 3 Roland Garros e 3 US Open. Io dico che Zverev firmerebbe per vincere 8 Slam. Voi no?

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Editoriali del Direttore

ATP Finals – Che brutta giornata per Djokovic. Dalla pessima notizia australiana sull’obbligo del vaccino al KO torinese con Zverev

Il tedesco gli ha strappato il sogno di eguagliare i sei trionfi di Federer. Chissà se il serbo andrà in Australia con il miraggio dell’Australian Open n.10 e dello Slam n.21…quando Rafa Nadal potrebbe vincere un altro Roland Garros e staccare i due Fab 3

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Alexander Zverev - Nitto ATP Finals Torino 2021 (foto Twitter @atptour)

Non è stata una bella giornata per Djokovic quella di ieri. In mattinata è stato informato che in Australia il direttore del torneo Craig Tiley ha informato ufficialmente il mondo che all’Open d’Australia potranno giocare soltanto i tennisti vaccinati.

Di sicuro questo annuncio non ha fatto piacere a Novak i cui sentimenti a proposito del vaccino sono intuibilmente – ma non ufficialmente – noti.

 Non dico che la vicenda possa averlo destabilizzato, ma di sicuro un po’ lo ha scosso.

 

Wait and see” è stato l’unico commento che ha fatto ieri notte dopo il k.o. con Zverev. Un’altra delusione paragonabile, forse anche se magari meno, a quelle di Tokyo e di Flushing Meadows.

Non una questione da poco per un tennista che ha vinto l’Australian Open 9 volte e, ancor più, per uno che trovandosi a 20 vittorie negli Slam come Nadal e Federer (il quale ultimo non sa neppure se riuscirà a ripresentarsi in tempo per Wimbledon) se volesse lasciarsi alle spalle i due grandi rivali non dovrebbe perdere le ultime grandi occasioni.

C’è, anzi, il pericolo per lui, se non dovesse recarsi a Melbourne – come oggi parrebbe abbastanza probabile – che Rafa Nadal vinca il Roland Garros n.14 e quindi lo Slam n.21 e si lasci alle spalle sia lo svizzero sia il serbo.

Insomma non solo Djokovic non eguaglia il record dei 6 Masters detenuto da Federer, ma se non dovesse andare in Australia, non li staccherebbe neppure nel conto degli Slam.

Questo che resta un anno fantastico per lui, campione di tre Slam e finalista nel quarto, rischia di essere paradossalmente ricordato più per i record mancati, il Grande Slam, la medaglia d’oro olimpica che non vincerà più, le 6 ATP Finals non ancora diventate trionfali, che per le straordinarie vittorie conquistate. Quando la gente (non quella serba…) ricorderà le migliori annate di Djokovic forse non si ricorderà neppure che lui nel 2021 ha vinto 5 tornei fra cui 3 Slam! E dirà che i suoi anni migliori sono stati il 2011 e il 2015. Anche se non è vero.

Ieri sera l’ho visto in serio affanno negli scambi prolungati con Zverev. Come non mai. Zverev una volta ne avrebbe persi la maggior parte e ieri sera invece ne ha vinti di più di Nole.

E Nole, di solito apparentemente indistruttibile fisicamente, l’ho visto nel terzo set spesso con la lingua di fuori dopo gli scambi mozzafiato sulla diagonale dei rovesci, tanto che poi finiva per sbarellare con il dritto. Ne ha sbagliati almeno tre gratuiti gravissimi e davvero non da lui nella fasi finali del match.

Ma c’è da dire che Zverev ha recuperato con delle spaccate alla…Djokovic, delle palle che sembravano irraggiungibili riuscendo a tirar rasorete e fortissimo anche in quelle situazioni apparentemente compromesse.

Per un uomo di un metro e 98 cm sono prodezze atletiche, oltre che di puro talento, pazzesche…se non fosse che oggi incontrerà in Daniil Medvedev un altro uomo di 1 metro e 98 cm che è un altro fenomeno di straordinaria agilità.

Onestamente non so come facciano questi ragazzoni con quelle leve così lunghe ad abbassarsi così tanto da prendere palle che non si alzano più di pochi centimetri dal tappeto Greenset. E tuttavia riescono a tirare così forte e preciso dopo aver sfiorato quel tappeto con le ginocchia, quasi strusciandolo, che non sembra possibile ad un umano.

Una volta lo sapeva fare solo Djokovic, adesso Medvedev che lo ha battuto in finale all’US Open e Zverev che lo aveva fatto a Tokyo e si è ripetuto qui …lo sanno fare anche loro.

A Tokyo però direi che si era trattato di una grande sorpresa perché Djokovic era avanti 6-1 e 3-2 con break, quando aveva perso poi 10 dei successivi 11 games. In maniera del tutto inattesa e certamente sorprendente. Lì magari aveva potuto incidere il caldo, il clima afoso e umido anche dei giorni precedenti.

Oggi un pronostico fra due giocatori che un paio di giorni fa si sono affrontati fino al tiebreak del terzo set, vinto da Medvedev per 8 punti a 6 (mentre con Sinner il russo ha vinto ancora al tiebreak decisivo 10 punti a 8, non senza aver annullato due matchpoint con il servizio) potrebbe sembrare simile al gioco della roulette sul rosso (il russo) e il nero (l’abbigliamento prediletto da Zverev).

Il paragone mi fa tornare alla mente una celebre gaffe di un telecronista che volendo citare la roulette russa, quella che ha tanti colpi a salve nella canna della pistola ma anche uno vero che è quello che uccide il più sfortunato, parlò di “roulotte russa”. Vabbè, è un ricordo-facezia che mi permetto soltanto perché sto scrivendo ben oltre la mezzanotte.

Oggi per chi volesse azzardare un pronostico nonostante lo straordinario equilibrio dell’ultimo duello dei due finalisti, si dovrebbe dire che vincerà Medvedev. Ma non è affatto detto, naturalmente, che ciò accada. A tal proposito, è da sottolineare che è accaduto 18 volte nella storia delle Finals che in finale si incontrassero due giocatori che si erano già affrontati nel Round Robin; e il bilancio è in equilibrio, visto che 10 volte ha vinto la finale chi aveva perso nel girone e 8 volte il vincitore del Round Robin si è ripetuto anche in finale. Ricordo ad esempio le semifinali del 1987, che furono proprio due scontri di questo tipo: Lendl sconfisse Gilbert due volte, mentre Wilander sconfisse Edberg dopo averci perso il giorno prima nel Round Robin. Questo a dimostrazione del fatto che non è matematico che il risultato del girone si ripeta tale e quale anche in finale.

Pero è vero che Medvedev ha vinto le ultime cinque volte di fila con Zverev, ed è vero che il tedesco non può essere andato a letto prima delle due del mattino dopo questa battaglia con Djokovic di due ore e 28 minuti.

Il russo si è invece riposato contro Ruud (il norvegese è più debole ed era probabilmente già appagato per aver raggiunto le semifinali al primo Masters della sua carriera), ma al contempo è anche vero che ha perso un set ogni volta che ha giocato nel round robin. Con Hurkacz, Zverev, con Sinner. Ma è anche vero che alla fine ha vinto lui tutti i match.

Concludo ricordando che quanto è successo, con il n.2 contro il n.3 del mondo in finale, dimostra che il gruppo nel quale era capitato Berrettini prima e Sinner poi, era anche il più tosto. Anche perché nell’altro, insieme a Djokovic, c’era uno Tsitsipas menomato e…difatti è arrivato in semifinale Ruud (a spese di Rublev che si è mangiato la partita con lui).

Insomma al povero Berrettini non ne è girata una dritta in questo torneo. Meno male che a Torino torneremo per altri 4 anni e spero proprio che Matteo e Jannik saranno della partita. Se poi ci dovesse essere anche Lorenzo Sonego forse qualcuno si lamenterebbe? E sognare costa forse qualcosa?

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