Camila Giorgi: che si sbaglino tutti quando dicono che diventerà una top-ten?

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Camila Giorgi: che si sbaglino tutti quando dicono che diventerà una top-ten?

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Venus e Serena Williams non mollano, i francesi sì. Il ritorno dei canguri. Lo show di Djokovic, lo choc di Petra Kvitova

Tre volte a 2 punti dal match contro una Venus Williams che corre e recupera molto meglio e più di Serena (anche se rispetto a Serena serve però molto peggio, quando deve affidarsi alla “seconda”), Camila ha comunque giocato una gran partita per 2 ore e 10 minuti, cioè fino al 2-1 al terzo per Venus, quando ha annullato 7 pallebreak in un game durato 17 minute e 28 punti.

Ho visto tre tenniste italiane raggiungere dal 2009 in poi un ranking da top-ten (Pennetta, Schiavone ed Errani), altre due avvicinarsi come più non si poteva – n.11 – a quella elite, Farina e Vinci, e ancora due entrare fra le primi 15, Reggi e Cecchini, ma non ho mai avuto la sensazione di assistere ad esibizioni di una potenziale campionessa annunciata – salvo nei magici momenti del Roland Garros 2010 e 2011 per Francesca Schiavone – come quelle che ho provato vedendo giocare Camila Giorgi contro Caroline Wozniacki, Maria Sharapova e anche oggi contro Venus Williams per una lunga parte del match.

 

Con tutte le tenniste con le quali ho avuto occasione di parlare di Camila, incluse in questo torneo le sue “vittime”, Flavia Pennetta, Tereza Smitkova e la sua “giustiziera” Venus Williams, ho sentito dire le stesse cose: “Ha certamente il talento, la forza, i colpi, per diventare una top-ten”. Non mi sono mai sembrate dichiarazioni di comodo, di cortesia.

Io del resto qualche partita di tennis l’ho vista e certe qualità che ha Camila non le ho viste, come dicevo, in altre tenniste italiane che ad oggi le sono state davanti. Vedremo, il tempo è galantuomo. Magari abbiamo preso in tanti un abbaglio. Sono tante, troppe, le variabili che fanno di una ottima tennista, quale certamente Camila è già, una campionessa, quale ancora non è.

Lo diventerà? E quando? Nessuno può dirlo con certezza. Oggi, una sua risposta, a chi le chiedeva se pensava di essere ancora una tennista in attività sul circuito all’età di Venus Williams, trentaquattrenne che il 17 giugno ne avrà 35, “No, farò sicuramente qualche altra cosa”, detta senza mezza incertezza, mi ha fatto per un attimo pensare che Camila potrebbe anche non essere sempre così spensierata e felice per la vita e i sacrifici che fa per salire sempre più in alto.

Certo ha ancora voglia di impegnarsi, la sfida è ancora aperta, i sogni più belli non sono ancora realizzati (“Voglio diventare n.1 del mondo”, si legge perfino nelle sue note biografiche nel Media Guide della Wta), però la gente non immagina che non sono tutte rose e fiori, che spesso una bella ragazza vorrebbe trovarsi a fare tutt’altre cose e che per quanto il suo rapporto con il padre-allenatore che l’ha portata a questi livelli combattendo contro tanti pregiudizi sia ottimo, a volte possa anche essere pesante doversi sempre rapportare ad un genitore che le vuole un bene dell’anima ma che come allenatore pretende sempre anche molto da lei.

Vabbè, se Camila a 34 anni non avrà più voglia di misurarsi giorno per giorno su un campo da tennis ce ne faremo una ragione. Basta che non arrivi troppo prima di quella scadenza anagrafica con la nausea del tennis, una nausea che può bruciare (burn-out dicono gli americani) una più che promettente carriera.

Per ora ha certamente ancora fame di arrivare, di dimostrare che i suoi sogni non erano quelli di una ragazzina troppo presuntuosa.

Oggi ha patito la lezione dell’inesperienza, ha rimesso in corsa Venus quando ha avuto tre palle consecutive per il 5-2 che avrebbero, se trasformate, “ucciso” la partita. E poi Venus è stata brava a riuscire a sottrarsi agli scambi incrociati di dritto, nei quali era quasi sempre perdente, e ad inventarsi qualche “recupero” da grande campionessa quale forse non è più del tutto, ma che certamente è stata.

Dall’anno scorso a quest’anno Camila ha fatto grandi progressi, anche tattici. Prima le rimproveravano – anch’io eh – di non avere mai un piano B, di non sapere variare colpi e gioco, ma invece lei ha certamente migliorato il servizio – se aveste visto come ha annullato le sette palle break del terzo game sopra ricordato – anche se 15 doppi falli sono un po’ troppi (“Ma non ha mai servito seconde palle, erano tutte prime” ha osservato giustamente Venus) e quando servi 124 battute, alla fin fine forse il calcolo di tirarle tutte forti non è sbagliato: ha messo dentro 109 palle fra prime e seconde che erano quasi prime. Forse è un rischio che vale la candela. Anche se magari, un po’ più in qua, Camila penserà – senza che debba urlarglielo il padre – a giocare una prima a tre quarti di velocità e con un po’ di kick per farla stare dentro. Cosa che un anno fa non sapeva fare e oggi invece sì. Ha imparato, Camila, anche a giocare il dritto liftato sulle palle basse, “strettini” incrociati efficacissimi. Prima non li sapeva fare, tirava sempre soltanto forte. Ed è migliorata moltissimo anche a rete, anche se talvolta resta un tantino a mezza strada, dimenticando che più avanti si sta e più facilmente si chiudono gli angoli, si prende più probabilmente la palla più alta e prima che scenda pericolosamente e, infine, può bastare anche una piccola steccata per fare il punto se si è vicini alla rete. La palla corta non le viene ancora troppo naturale, ma anche di tocco Camila non è male. Quando ci ha provato ha ottenuto buoni risultati. La sua reattività sulla risposta, anche alle prime a 185 km orari di una che serve le prime come Venus, è straordinaria. Non ce l’ha quasi nessuna tennista al mondo, salvo forse Serena (o la Sharapova delle migliori giornate). A Camila manca ancora la giusta continuità, un po’ di prudente saggezza in qualche situazione in cui si lascia prendere dalla foga, ma secondo me le manca davvero poco. Deve fare i conti anche con la grande pressione che le mette suo padre in certi frangenti delicati, ma d’altra parte va anche detto che i meriti di Sergio – un po’ snobbato dai cosidetti tecnici italiani – travalicano ampiamente i demeriti. Papà Giorgi ad esempio ha la prima grande qualità di un buon coach: è un grande motivatore e pensa sempre positivo. E questo aiuta molto. Semmai penso che lui riesca ad infondere più fiducia nella figlia prima di una partita che durante la partita stessa se le cose si mettono male. Non riesce a frenare la propria emotività. E questo è forse uno dei motivi per cui a volte Camila si smarrisce. Perché non è facile dover pensare, oltre al proprio self-control, anche ad arginare quello del padre mentre sei in campo e sotto un sole cocente come quello australiano – ad esempio stai lottando da due ore.

LE WILLIAMS SONO SEMPRE LI’

Eh sì, Serena e Venus, 33 e 34 anni, ma quest’anno avranno 34 e 35, non demordono. Per la prima volta in 4 anni entrambe sono negli ottavi di uno Slam.
Venus ha passato alcuni anni bui, da quando le hanno diagnosticato il morbo di Sjogren, che è una brutta gatta da pelare per chiunque, figurarsi per un’atleta. Ho già scritto che Venus corre e recupera in allungo più di Serena. Era tanto che non era così. Le due sorelle si sono sempre sostenute a vicenda e non deve essere sempre stato facile. Anche loro hanno attraversato momenti difficili, brutti , dalla morte di una sorella alla separazione del padre e della madre, ai diversi infortuni fisici che le hanno via via colpite. Anche Serena, ricorderete il suo rischio di trombosi, le ferita al piede, i mesi fuori dal circuito. Però sono sempre supercompetitive, Venus è praticamente risalita a n.12 del mondo anche se dovesse fermarsi in ottavi con la Radwanska (4-3 per lei i confronti diretti ma la polacca ha vinto gli ultimi 3), dopo averli centrati per la prima volta dopo Wimbledon 2011. La Radwanska, per inciso, ha goduto di un buon tabellone ma alle sue avversarie, Nara, Larsson e Lepchenko, ha dato sempre almeno un 6-0 e in 6 set vinti ha concesso appena 9 games, di cui 5 oggi. Agnieszka potrebbe pagare il non aver affrontato fin qui un vero test, ma il suo gioco solido e regolare sembra fatto apposta per contrastare con maggiore continuità di Camila, il tennis di Venus.
Serena è attesa da quella Muguruza che l’ha battuta all’ultimo Roland Garros e che è certamente una delle nuove leve più interessanti e promettenti, certo più forte del suo ranking attuale, n.24. Ma insomma anche se ogni tanto Serena traballa, e oggi nel primo set con la Svitolina ci si domandava che cosa avesse, si ha sempre la sensazione che Serena possa fare il bello e il cattivo tempo, nel senso che se gioca bene non ce n’è per nessuna. Ma al tempo stesso tutte scendono in campo contro di lei con la speranzella di sorprenderla, come non accadeva prima.
Serena (17 Slam) che si è accorta dallo scoreboard della Rod Laver Arena mentre stava giocando contro la Svitolina che Venus stava vincendo 4-1 contro Camila al terzo ha raccontato: “Beh mi sono detta, se Venus ce la fa ad arrivare al 4 round con tutto quello che ha avuto, la sua malattia, con tutto quello che ha dovuto passare, io sto perfettamente bene e allora dovrei riuscirci anch’io“. Venus (7 Slam) ora è supermotivata, molto determinata e super rilassata allo stesso tempo. E Venus parlando degli anni che passano: “Serena ed io parliamo più di tutte quelle giocatrici che non giocano più e non ci sappiamo spiegare perché noi invece siamo ancora qui a lottare. Quando scendi in campo non ci sono più discorsi di età, di altezza, di nulla. È sempre un match alla pari. Devi fare il punto e basta..” Le è stato chiesto: Serena ha detto che vedendoti avanti nel punteggio ha trovato la giusta motivazione …e te l’hai trovata in Serena? E lei: “Certo…dal ’97. Il modo in cui lei affronta la sua vita, il suo essere senza paura sul campo, tutti possono imparare qualcosa da lei. Se non ci fosse stata Serena non credo che avrei potuto fare le cose che ho fatto”.

IL RITORNO DEI “CANGURI”

Dopo oltre una decade, quasi due, in cui il tennis australiano è vissuto praticamente di solo Hewitt, questo torneo ha fatto vedere che la nuova generazione degli australiani potrebbe dare nuova linfa ad un tennis che per un lungo periodo è stato il più forte del mondo, i Tomic, i Kyrgios, i Kokkinakis, faranno parlare di sé per almeno un quinquennio, forse un decennio. E prima o poi, scommetterei, vinceranno una Coppa Davis se resteranno uniti sotto la guida di Pat Rafter e del futuro capitano di Davis Lleyton Hewitt.
Anche perché negli incontri casalinghi potranno affrontare i “terraioli” sull’erba e senza le difficoltà di fuso orario e acclimatamento che avranno le altre squadre.

LA FRANCIA E’ ANDATA K.O. AL CONTRARIO DELLA SPAGNA

Con la sconfitta di Simon dopo oltre tre ore e mezzo di battaglia contro Ferrer, e quella della Cornet con “Cipollina” Cibulkova (sei setpoint annullati alla francese dalla slovacca qui finalista un anno fa), il tennis francese è sparito… dall’Australia! Come gli è spesso successo prima degli ottavi. Ma i francesi (maschi) non vincono un Slam da quasi 32 anni, quindi…
Erano in 12, come gli spagnoli, all’inizio del torneo i Paesi più rappresentati.
Solo che gli spagnoli, in barba a quella vecchia tradizione che li voleva fortissimi sulla terra rossa e deboli sui campi duri, invece su questi campi che tutti definiscono superveloci, sono ancora in quattro in piena lizza. Peraltro sono tennisti che sui campi rapidi non sono a disagio. Nadal ha vinto questo torneo, Ferrer, Feliciano Lopez (vittorioso su Janowicz) e Garcia Lopez giocano altrettanto bene sul “veloce” che su campi più lenti, anzi.

IL CANADA SI DISTINGUE IN AUSTRALIA

Raonic non ha un gioco che entusiasma però è diventato sempre più regolare su alti standard. Buone soddisfazioni quindi per Riccardo Piatti e Ivan Ljubicic. Negli ultimi 4 Slam Milos ha sempre raggiunto almeno gli ottavi, andando anche più in là. Sarà contento il mio vecchio amico e collega Tom Tebbutt che pure essendo canadese da quattro anni scrive la quotidiana presentazione dell’Open d’Australia sul depliant che viene distribuito qui. Chissà se i colleghi australiani avranno gradito…di essere stati scavalcati da un giornalista canadese. Non avrà certo gradito, fra gli altri, il giornalista australiano più noto, Craig Gabriel, discreto nel fare radio, ma davvero non un talento quando scrive. Tuttavia mi immagino quale altro Paese avrebbe “ingaggiato” uno straniero per il suo “programma” quotidiano. Di certo non l’Inghilterra. Mentre anni fa negli Stati Uniti l’editore Harold Zinman scelse per quasi un decennio Rino Tommasi per scrivere i pronostici del giorno. E al Roland Garros non “ingaggerebbero” mai un belga.

NOVAK DJOKOVIC SOLITO SHOWMAN

Non ha avuto vita facile Novak Djokovic contro un Verdasco molto motivato e vicino al rendimento di quando qui impegnò Nadal allo spasimo in una memorabile semifinale di 4 ore e passa. Ma una volta domato, dopo aver mancato un sacco di breakpoint nel primo set, il mancino spagnolo, Novak ha potuto celebrare la vittoria che lo avvicina al sogno di conquistare il quinto Australian Open (era anche il traguardo cui mirava Roger Federer) facendo…gli auguri alla sua mamma che compieva gli anni. Lo ha fatto strappando il microfono a Jim Courier al termine della rituale intervista: “Oggi è il compleanno di mia mamma Diana, vogliamo cantargli un ‘Happy Birthday’ tutti insieme?“. Manco a dirlo tutti gli spettatori della Rod Laver Arena l’hanno seguito. Non ricordo che nessun altro giocatore lo avesse mai fatto, per la propria mamma. Ma Novak è un grande showman, un personaggio che sa essere padrone della scena, simpatico, creativo, istintivo. Mamma avrà gradito certamente ma in fondo anche tutti noi.

KVITOVA ENNESIMA DELUSIONE DOWN UNDER

Una delle grandi favorite del torneo era Petra Kvitova, per chi non sapeva la sua idiosincrasia per la terra dei canguri: l’anno scorso perse dalla thailandese Kumkhum (attuale n.111 del mondo), due anni fa da Laura Robson 11-9 al terzo (ma aveva battuto la Schiavone al primo turno) e oggi è andata sotto in due set 6-4 7-5 dall’americana Madison Keys, classe ’95, n.35 del mondo. Una delle due Madison americane vittoriose oggi: l’altra è la Brengle n.64 e classe 90. In ottavi ci sarà il derby delle Madison. Peccato non poterlo organizzare al Madison Square Garden. Nella metà del tabellone su otto giocatrici superstiti 4 sono americani, appunto le due Williams e le due Madison. Serena (che ha prima Muguruza e poi eventualmente Azarenka nei quarti) e Venus che ha Radwanska e poi una Madison, si potrebbero affrontare in semifinale.

QUATTRO GRANDI SINGOLARI MASCHILI

Beh, dopo qualche giornata di programmazione poco eccitante, oggi si fa fatica a decretare quale possa essere il match meno interessante.
Se per noi italiani e per gli australiani Seppi-Kyrgios è il più atteso, per ovvi motivi, anche se i padroni di casa hanno anche Tomic contro Berdych di sicuro interesse, il Nadal incerto di questi giorni sembra poter rischiare davvero grosso contro un grande battitore come il sudafricano Kevin Anderson, particolarmente a suo agio su campi così veloci. Potrebbe arrivare da questo match la più clamorosa eliminazione dopo quella patita da Federer con Seppi.
Ma sotto il profilo squisitamente tecnico il match migliore dovrebbe risultare quello fra Andy Murray e Grigor Dimitrov. Favorito il britannico, 4-2 nei precedenti, ma nell’unico Slam a Wimbledon 2014 fu il bulgaro a vincere in 3 set. A Bercy l’ultimo duello, vinto da Murray.
Chi vincerà se la vedrà con il vincitore tra Kyrgios (che Rafter ha voluto tenere lontano dal centrale temendo la pressione e “che si possa montare la testa”) e il nostro Seppi, rivincita dell’US Open dove l’australiano vinse in tre set set nei quali ci furono anche scintille (per colpa di Kyrgios ovviamente).
L’australiano potrebbe risentire delle grandi aspettative caricate dai media del suo Paese. Andreas ha entusiasmato contro Federer, ma non ha mai amato troppo chi non gli dà ritmo e gli si presenta a rete punto dopo punto. Vedremo. Vinca il migliore? “Sperem di no” usava dire il Paron Nereo Rocco quando il suo Padova affrontava gli squadroni con le maglie a strisce.

AI CRONISTI DI UBITENNIS E AI REDATTORI

Spero ve ne siate accorti, ma coordinati principalmente – ma non solo – da Roberto Salerno (i cronisti) e da Chiara Bracco (i traduttori), Ubitennis ha offerto un panorama pazzesco di cronache su decine e decine di match e decine e decine di traduzioni. Non ci saremmo mai riusciti senza l’apporto davvero straordinario, giorno dopo giorno, di tanti cronisti che hanno fatto in piena notte miracoli per seguire tutto e di più, con un’attenzione e uno scrupolo di cui mi auguro i lettori si siano accorti. Io so che sono a loro infinitamente grato. Oltre che orgoglioso per avere messo in piedi – e non il sottoscritto che c’entra pochissimo, ma la vicedirezione e il comitato dei “saggi” semmai – tutta questa mega-organizzazione.
Credo anche che la miglior grafica con il nuovo template studiato e organizzato da Claudio Giuliani, vi abbia permesso di leggere con più agio tutto quel che abbiamo pubblicato, con un lavoro enorme dei quattro bravissimi collaboratori che sono qui in Australia con me, ma anche di tutti i redattori che in Italia – e nell’ombra, con molta meno visibilità e quindi ancora più encomiabili – hanno compiuto questo sforzo davvero enorme. Io so che, nonostante tutto, quello che ho scritto dicendo la sacrosanta verità non esimerà i nostri lettori più critici dal sottolineare errori e manchevolezze del sito, di noi tutti, ma mi piacerebbe proprio – anche se non lo scriverete – che in cuor vostro apprezzaste quello che giorno e notte tutti insieme (20/30 persone) ci sforziamo di fare. Per voi. Per il tennis che tutti amiamo in modo esagerato.

P.S. Vorrei ricordare a chi legge in inglese e in spagnolo che anche in quelle pagine tanti redattori, a casa e qui, in America, Inghilterra, Argentina e Spagna, stanno facendo un gran lavoro. Perchè non ci date un’occhiata? Non vi dico invece di cliccare sui nostri banner perchè infrangerebbe la netiquette, anche se sarebbe un modo assai gradito per sostenerci e che a voi non costa nulla.

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Editoriali del Direttore

Djokovic, fenomeno in corso da 12 anni, pronto al sorpasso su Federer e Nadal

EDITORIALE – La corsa alla conquista di più Slam è viva. Gli ultimi 13 tutti ai Big 3. Djokovic ha più chance di chiudere la carriera da top Slam-winner. La ricerca della perfezione la chiave dei successi dei campioni

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Novak Djokovic - Australian Open 2020 (foto via Twitter @AustralianOpen)

da Melbourne, il direttore

Ragazzi non si è fenomeni per pochi giorni. Quando lo si è, lo si è per anni, se non per sempre. Gli ultimi 13 Slam sono stati vinti tutti dai Fab Three: 5 da Djokovic, 5 da Nadal e 3 da Federer, dopo che 14 Slam fa Stan Wawrinka vinse l’US Open 2016 sorprendendo Djokovic. Da allora Nadal ha vinto 3 Roland Garros e 2 US Open, Federer ha vinto 2 Australian Open e un Wimbledon, Djokovic ha vinto 2 Australian Open, un US Open e 2 Wimbledon. Agli altri, compreso il validissimo e valorosissimo Thiem che non è più un bambino con i suoi 26 anni, non sono rimaste che le briciole. Il ragazzo di Vienna, dopo essere stato in campo quasi 12 ore nei suoi ultimi tre match, è fermo al palo di tre finali di Slam senza aver ancora provato la gioia di vincerne uno. Prima o poi ci riuscirà, ma intanto neppure questa volta che si è trovato avanti per due set a uno, è riuscito nell’impresa che sogna fin da bambino.

E sì che Djokovic non sembrava in serata straordinaria nel secondo e terzo set – ha raccontato di essersi sentito come svuotato di ogni energia e sia pure senza diventare preda del panico si è fortemente preoccupato “Non riuscivo a spiegarmi che cosa avessi” – pareva impaziente, perdeva gli scambi più lunghi come a lui non capita quasi mai, aveva un atteggiamento decisamente negativo. Guardava il suo angolo, allargava le braccia, si faceva ammonire due volte di fila per “time violation”, chiedeva un medical time out che gli serviva più per ritrovare la giusta concentrazione che perché avesse davvero qualcosa da curare. Parlando con Luca Baldissera in tribuna gli ho detto: “In questo momento dovessi scommettere lo farei su Thiem”. E lui annuiva. Meno male non ho scommesso!

Chi non conosce Nole e la sua storia, avrebbe quasi potuto pensarlo rassegnato, in certi momenti. L’iniziativa era stata quasi costantemente di Thiem. Che ha avuto anche la palla break del 2-1 nel quarto set (“Forse se l’avessi convertita adesso sarei qui a parlarvi da vincitore del torneo”), ma Novak ha improvvisato a quel punto un serve&volley ed è venuto coraggiosamente a prendersi il punto a rete. Thiem non può rimproverarsi nulla. Ha lottato come penso che meglio non potesse e se nel finale era un po’ stanco e meno incisivo – ripenso al dritto in rete proprio gratuito sulla palla break del quinto set che gli avrebbe consentito di recuperare il break appena subito nel terzo gioco, quella del possibile 2 pari – beh vorrei vedere chi non lo sarebbe stato dopo le quasi 12 ore di lotte davvero intensissime anche – se non soprattutto – sotto l’aspetto mentale. E ha ragione Dominic a sottolineare -senza lamentarsene apparentemente e anche se non è il primo e l’unico a pensarla così – che “non c’è mai stata una situazione unica come questa nella storia dello sport, tre giocatori che sono probabilmente i migliori di tutti i tempi e giocano nella stessa era”. Non ha aggiunto “Accidenti che sfiga!” perché è un ragazzo troppo beneducato.

 

Quando vidi Novak Djokovic qui nel 2008 battere Jo Wilfried Tsonga e vincere il primo Slam non avrei mai immaginato che avrebbe vinto 8 volte questo stesso Slam nell’arco di 12 anni. Si vedeva che, a 20 anni e 8 mesi aveva le stimmate del campione, questo sì, ma non si poteva immaginare che avrebbe vinto 17 Slam. Anche perché in giro c’erano già un certo Roger Federer e un certo Rafa Nadal. Però – i lettori più affezionati di Ubitennis mi saranno testimoni – da qualche anno ho scritto su questo sito che vedo Djokovic in grado di chiudere la carriera con più Slam di chiunque altro.

I tifosi di Federer e di Nadal non me lo hanno mai perdonato. E non lo faranno neppure oggi. Ma se Djokovic non ha perso oggi che sembrava quasi spacciato, e per la prima volta si è trovato sotto due set a uno in una finale di Slam e ha rimontato, quando perderà a breve? A Parigi da Nadal, a Wimbledon da Federer ci sta… ma forse quest’anno, mica anche nel 2021.

Ricordo che qualcuno mi irrise quando Nole, dopo aver vinto finalmente al Roland Garros nel 2016, entrò in una profonda crisi. Ricordate Pepe Imaz, il divorzio da Becker, i primi problemi con Vajda che con Imaz non si intendeva per nulla? Insomma le mie previsioni di allora si scontrarono con quelle situazioni imprevedibili. Io mi aspettavo che Nole potesse vincere almeno un altro Slam quell’anno. Invece quel secondo semestre fu dominato da un Andy Murray quasi ingiocabile. Lo scozzese non si limitò a vincere il suo secondo Wimbledon, ma gli soffiò alla fine – battendolo alle Finals di Londra – anche il n.1 del mondo. Quel percorso che avevo pronosticato ripetutamente vincente si si arrestò bruscamente. E a lungo. La crisi durò quasi un anno, da Parigi a Parigi compresa, quando al Roland Garros del 2017 Nole perse nei quarti dal nostro Cecchinato.

Dopo di che decise di andare a rilassarsi, a ossigenarsi sul Monte Saint Victoire insieme a sua moglie. Lo avremmo saputo soltanto all’US Open. Nel frattempo, con sua grande sorpresa, lui aveva già rivinto Wimbledon e ricostituito il sodalizio vincente con Marian Vajda. Ora – augurandogli che non ricada in un’altra crisi a oggi del tutto imprevedibile – mi pare che sia tornato il Djokovic che io credevo avrebbe continuato a vincere il maggior numero di duelli sia contro Federer sia contro Nadal, incrementando la propria leadership. Questo anche se con Thiem non mi ha convinto proprio appieno. Non avesse quella tigna infinita… Quel terzo set – e non potevo conoscere i suoi problemi di assenza di energia – non era da lui. Sembrava si sentisse obbligato a chiudere il punto alla svelta, lui che fa della pazienza e della regolarità su ritmi alti una delle sue prerogative.

Chiarisco ai tifosi dei tre Fab: pensatela come volete, ma vi assicuro che io non faccio il tifo per nessuno. Vinca il migliore. Ma come già nel 2016 penso che nei confronti di Roger 6 anni di differenza siano un grande gap. Quanti mai Slam potrà vincere ancora Roger? Uno, due, chi crede davvero che possa vincerne ancora tre? Io no. Rispetto all’altro big, a Rafa Nadal, Novak ha oggettivamente tutta un’altra struttura e condizione fisica. È fatto di caucciù, si allunga come Tiramolla, non si spezza mai. Nadal non riesce invece a giocare 11 mesi di fila senza avere qualche serio problema. E poi Nadal oggi come oggi che è meno agile e scattante di un tempo, mi sembra un po’ meno completo per lottare ad armi pari su tutte le superfici. È ancora il più forte sulla terra battuta, una spanna sopra tutti, ma sul cemento e sull’erba mi sembra un filino inferiore a Novak. Se ha un tabellone duro – cosa che ad esempio non gli è capitata all’US Open 2018 – alle fasi finali qualche rischio lo corre. Lo ha corso anche con Daniil Medvedev al quinto, in finale, dopo che Berrettini era stato capace di impegnarlo soltanto nel primo set.

Ora non ci resta che attendere il prosieguo della stagione. Vincere 8 Australian Open e 17 Slam è un gran bell’exploit. Se vincesse ancora uno o due Slam quest’anno e altri due l’anno prossimo voi sareste davvero sorpresi? Io no. E in tal caso un Federer che non trionfasse a Wimbledon – per me è l’ultima spiaggia per lo svizzero anche se spero di sbagliarmi – sarebbe raggiunto; un Nadal che conquistasse soltanto il 13° e il 14° Roland Garros nei prossimi due anni idem. Lo so che sono discorsi scritti sulla sabbia vicino alla risacca, chiacchiere da bar, ma non dovrei riferirvi le mie sensazioni se ce le ho, solo perché non sapendo cosa può accadere domani non è serio azzardare nessuna ipotesi per il biennio a venire? Come ho scritto tante volte, io queste sensazioni su un giornale non le scriverei. Su Ubitennis mi sento di scrivere a ruota libera, come si fa tra amici, e in questo discorso includo anche tutti i commentatori… pur sapendo di invitare a nozze coloro che non la pensano come me e esponendomi dunque al pubblico ludibrio in caso io prenda un granchio. Come è possibilissimo.

Intanto vi riferisco l’inizio della conferenza stampa di Djokovic perché per quanto il moderatore avesse inteso dare per primo la parola a Joel Drucker di Tennis Channel (l’avrete forse visto nel video che abbiamo registrato per Ubitennis.net dopo la vittoria di Sofia Kenin su Garbine Muguruza) Novak invece ha voluto che fossi io a rivolgergli l’ormai rituale “Not too bade dar vita ormai a un siparietto che sta diventando quasi un rito. Nole voleva che io dicessi quel “Not too bad” che in realtà un anno fa era stato lui a pronunciare – “Vai avanti dai…” diceva sorridendo. Ecco il video.

E che Novak continui ad imparare lo dimostra quanto è successo nel quarto e quinto set, come racconta lui stesso: “Il match poteva avere anche un esito diverso, hanno deciso pochi punti. Ho fatto serve&volley quando ho dovuto fronteggiare palle break nel quarto e nel quinto set. Ha funzionato in entrambe le occasioni. Poteva andare diversamente. Il serve&volley non è un modo di giocare cui io sia abituato. Non lo faccio spesso. Ma mi sono reso conto che può essere una scelta tattica importante in quelle circostanze e sono davvero felice che ha funzionato”.

È la cura continua dei dettagli che i fenomeni hanno nel sangue a fare la differenza con i giocatori normali, quelli che fenomeni non sono. La ricerca continua della perfezione è ciò che Djokovic, Federer e Nadal sentono e vivono naturalmente da quando hanno preso la prima racchetta in mano. E possono avere vinto 17, 19 oppure 20 Slam e nulla cambia. Loro vogliono sempre migliorarsi, fare meglio, vincere di più. Forse Djokovic, come dice Mats Wilander, ha avuto un vantaggio rispetto a Federer. Quello di avere davanti ai suoi occhi, sui campi da tennis, un modello da imitare e cercare di superare. Anche per Nadal c’è stato quello stimolo, Federer aveva cominciato a vincere prima di lui. Alla fin fine il compito più difficile l’ha avuto proprio Federer: ha dovuto cercare la perfezione anche se era il n.1 e non c’era davvero nessuno davanti che lui dovesse superare, sudando, lavorando duro, limando i dettagli.

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Editoriali del Direttore

Sofia Kenin: non è un caso che le figlie di immigrati coronino il loro American Dream

I casi Kournikova, Sharapova hanno fatto scuola. Ma anche Osaka e Andreescu ripercorrono strade a suo tempo vissute da Agassi, Chang, Sampras. E poi l’altezza non è quel fattore determinante che si credeva. Lo dicono i successi di Halep, Andreescu, Barty e ora Kenin negli ultimi 4 Slam

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Sofia Kenin e Alex Kenin - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Da Melbourne, il direttore

In casa la chiamano Sonia, sui documenti c’è scritto Sofia e allora chiamiamola pure Sofia come suggerisce papà Alex che le fa da coach fin da quando lei, bambina, veniva immortalata dalle foto di Art Seitz e diceva sempre: “Voglio diventare la n.1 del mondo”.

Ho mandato la registrazione di un’intervista che ho cominciato a fare al padre, raggiante, prima di venire circondato da parecchi altri colleghi.

 

Sofia non è ancora n.1 del mondo, qui era soltanto testa di serie n.14 e la Muguruza era appena n.34 – per i bookmakers l’accoppiata di queste due finaliste era pagata 750 a 1 –  ma intanto è n.7 dopo aver vinto a 21 anni e 80 giorni il primo Slam della sua vita, più giovane di pochi giorni rispetto a quando Naomi Osaka vinse questo stesso Slam un anno fa. Bianca Andreescu aveva vinto l’ultimo Slam prima di questo, a New York, a soli 19 anni.  La più giovane campionessa a Melbourne era stata Maria Sharapova, a 20 anni.

Come Sofia lo abbia vinto lo ha ben descritto nella sua cronaca Luca Baldissera, ma certo quel quinto  game del terzo set (sul 2-2), nel quale ha tirato con un coraggio che rasentava l’incoscienza tre vincenti di fila per risalire da 0-40 a 40 pari e poi mettere a segno un ace, seguito da un altro vincente, meriterebbe di essere conservato nella cineteca della Hall of Fame dove sono sicuro che prima o poi le faranno posto.

Aveva annullato due setpoint per set alla Barty, infrangendo il sogno degli australiani di vedere salire sul podio un loro connazionale – fra i maschi l’ultimo è stato Mark Edmondson nel 1976, fra le donne Chris O’Neill nel 1978! – non si è data per vinta quando ha perso il primo set 64, ma anzi ha finito dominando con un doppio 62 una Muguruza che avrebbe dovuto essere più esperta di lei, avendo già vinto due Slam, Roland Garros 2016 e Wimbledon 2017.

Invece Garbine –che ho implorato di tornare a sorridere e a parlare con il simpatico piacevole scilinguagnolo dei primi tempi (“La stampa è stata dura con me, non leggo molto, ma ho visto che un giorno si scrivono belle cose su di me e la settimana dopo brutte cose se perdi. Così sono meno entusiasta di come le cose vanno”) – che avrebbe dovuto comandare il gioco è riuscita a farlo solo per un po’, perchè Sofia ha cominciato a farle fare il tergicristallo, fino a lasciarla boccheggiante, senza fiato. Sofia ha vinto gran parte degli scambi più lunghi. Di quelli che hanno superato i 9 palleggi ne ha vinti 23 su 34.

“Ho servito male, molto male – ha detto Garbine ai colleghi spagnoli che le hanno dovuto ricordare con la massima delicatezza il doppio fallo che le è costato il break  del 2-4 (quando era ancora sotto shock per quei cinque vincenti sul 2 pari) e poi i clamorosi tre doppi falli dell’ultimo game, due consecutivi e il terzo (l’ottavo del match) poco dopo proprio sul matchpoint: – e tutto è diventato più difficile”.

Quei doppi falli nell’ultimo game mi hanno fatto venire in mente quei due che fece Goran Ivanisevic nella finale di Wimbledon 1992: Goran serviva sul 4-5, aveva seppellito Andre Agassi di aces (mi pare di ricordare fossero 37 ma magari sbaglio) ma al momento buono il braccio tremò e anziché confermare i favori del pronostico il croato che avrebbe vinto da wild card e n.125 del mondo Wimbledon 9 anni dopo, perse 64 al quinto. Nessuno avrebbe scommesso una sterlina su Agassi vincitore del torneo. Andre era convinto di non poter giocare sull’erba e aveva saltato tre edizioni dei Championships.

Il percorso di Sofia Kenin (e anche di Amanda Anisimova, semifinalista a Parigi 7 mesi fa) somiglia moltissimo a quello di Maria Sharapova, e prima di lei Anna Kournikova che arrivarono alla corte di Bollettieri ancora bambine. I genitori di Sofia lasciarono la Russia per gli Stati Uniti nel 1987, poi tornarono a Mosca per far nascere lì Sofia. Tornarono poco dopo negli USA, in Florida, dove il padre le mise prestissimo una racchetta in mano e oggi dice che “Già a tre anni e mezzo mi resi conto che aveva un’attitudine per il tennis a dir poco straordinaria”.

Come Yuri Sharapov anche Alex Kenin è arrivato negli USA con poche centinaia di dollair in tasca. I sacrifici che questi genitori, queste famiglie, hanno fatto a lungo, per più di 10 anni influenzato la crescita e la maturazione delle loro figlie.  Guarda caso più motivate, grintose, tenaci,  di tutte le loro coetanee fin dalla più tenera età.

Sofia è stata n.1 americana under 12, under 14, under 16, under 18 “– ricorda con malcelato orgoglio Alex Kenin, padre e coach, nel giorno in cui, battendo la Muguruza 46 62 62, Sofia è diventata anche n.1 americana, scavalcando Serena Williams. Ed è l’americana più giovane a fare l’ingresso fra le top-ten proprio dall’epoca Williams, 1999.

E proprio battendo Serena Williams al terzo turno dello scorso anno al Roland Garros Sofia sentì di essere pronta ad imprese ancora più grandi: “Lì la fiducia nelle mie possibilità è cresciuta immensamente”.

Aveva vinto fino a ieri solo 3 tornei minori, Hobart, Maiorca e Guangzhou e negli Slam non era mai andata oltre gli ottavi, qui superati battendo Coco Gauff…anche lì dopo aver perso il primo set, ma dominando (63 60) secondo e terzo.

La sua grinta, la sua aggressività, mi ha ricordato quella di Jimbo Connors. “Nel tour lo sanno che io sono una che non molla, quale che sia il punteggio. Se mi vuoi battere devi davvero battermi”

Uno dei suoi primi estimatori, il famoso coach americano Rick Macci (ha allenato brevemente anche le Williams, la Sharapova) che di Sofia si è occupato un tantino anche se oggi nessuno ne fa più menzione, ha paragonato invece il suo timing sulla palla a quello di Martina Hingis (che tirava molto più piano, ma aveva un grande anticipo e dominò da ragazzina il tennis fino a che non fu soverchiata dalla potenza delle Williams, della Davenport.) Macci aveva ribattezzato la ragazzina “Mosquito”, per la rapidità di arrivare dappertutto e l’insistenza nel creare infinito fastidio a qualunque avversaria. Mosquito era anche il soprannome dato a Juan Carlos Ferrero…nel Paese della Muguruza. “Mosquito – spiegava Macci – perché è una che non ti dà tregua, ha questa forza mentale innata fin da che era bambina…”

“Sofia non è mai sbilanciata, colpisce la palla mentre sta ancora salendo e proprio perché non è troppo alta, può anticipare maggiormente i colpi, ti butta fuori dal campo e se si apre il campo non ti dà scampo. Poche ragazze hanno poi la sua mano nel giocare le smorzate”.

Per anni il tennis americano ha vissuto momenti di gloria grazie agli exploit di figli di immigrati, iraniani come gli Agassi, cinesi come i Chang, greci come i Sampras. E quando anche i figli di questi o si sono imborghesiti o si sono dedicati a sport meno costosi all’inizio e più ricchi per chi riusciva ad emergere, il tennis americano che in un certa fase storica degli anni Settanta aveva anche 40 top 100, è entrato in crisi. Dopo Andy Roddick e Blake, in pratica, non hanno più avuto campioni in grado di conquistare uno Slam. Forse l’unico top-ten, e di retrovia, è stato John Isner. Un po’ poco. E’ mancato il bacino costituito dall’immigrazione. Ragazzi (e famiglie) disposti a sacrifici enormi.

Piuttosto va osservato un altro fenomeno non proprio scontato. Anni fa si riteneva che anche le ragazze, così come gli uomini top-ten ormai sono quasi tutti più vicini al metro e 90 (e sopra) che al metro e 80, per emergere avrebbero dovuto essere amazzoni di grande statura.

Beh, a scorrere l’elenco delle ultime vincitrici di Slam non è proprio così;: la Barty che ha vinto il Roland Garros è un metro e 66 cm, la Halep che ha vinto Wimbledon è un metro e 68,  la Andreescu che ha vinto l’US Open è un metro e 70, la Kenin è un metro e 70 (scarsi secondo me biografie della WTA spesso barano un po’. L’altro giorno accanto alla Barty all’atto del sorteggio vicino alla rete, Sofia non sembrava più alta dell’australiana…).

Beh, insomma, questo dovrebbe dare speranze anche alle nostre ragazze italiane, troppe volte scoraggiate in partenza dall’altezza. Non faccio nomi per non mettere nessuna in imbarazzo, però quanto ho appena sottolineato non dovrebbe essere più un alibi per nessuna nostra giocatrice. Del resto Schiavone, Vinci, Errani erano – sono – forse giganti?

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Editoriali del Direttore

Thiem è stato molto più coraggioso di Zverev. Non avrà paura di Djokovic

MELBOURNE – Il serbo resta favorito, però non avrà dimenticato 4 sconfitte in 5 duelli con l’austriaco in crescendo di fiducia. Thiem ha vinto tutti gli ultimi tie-break: 3 con Nadal e 2 con Zverev

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Dominic Thiem e Alexander Zverev - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

da Melbourne, il direttore

Chi aveva più da perdere dalla semifinale che vedeva di fronte due giocatori che qua non c’erano mai arrivati? Thiem. Aveva battuto Nadal e non è mai facile batterlo anche se Nadal non è forse più il Nadal d’una volta. Zverev aveva superato un Wawrinka che era apparso decisamente in migliore condizione contro Medvedev.  Chi era più nervoso? Thiem (ma all’inizio anche Zverev). Chi ha il tennis più vario e piacevole fra Thiem e Zverev? Thiem. Chi aveva più chance di battere eventualmente Djokovic, fra Zverev e Thiem? Thiem. Chi è dunque meglio che sia arrivato in finale? Thiem.

Ma ora è lecito chiedersi… può Thiem battere Djokovic come gli è riuscito quattro volte delle ultime cinque? In teoria sì, anche se battere Novak sul cemento non è come batterlo al Roland Garros. E batterlo 3 su 5 non è come batterlo 2 set su 3.

 

Al Roland Garros mi sono trovato due volte in finale con il re del Roland Garros, che aveva vinto il torneo 10 e 11 volte… qui mi trovo di fronte al re dell’Open d’Australia che lo ha vinto 7!”. Dominic Thiem lo dice quando è ancora sul sul campo dove battendo Zverev in 4 set fa felice tutti suoi connazionali: fra Austria e Germania c’è da sempre una fortissima rivalità – dai tempi dell’impero austroungarico e la Prussia – e la si coglie perfino parlando con  i giornalisti dell’uno e dell’altro Paese. È più sentita che fra tedeschi e inglesi, fra neozelandesi e australiani, fra francesi e italiani. Thiem ha risposto brillantemente a McEnroe dopo che John (meno bravo a parer mio come giornalista ma più showman di Jim Courier che è invece un ottimo intervistatore) lo aveva stressato oltre il dovuto facendogli ripercorrere tutto il match appena concluso, obbligandolo a raccontare tutti i quattro set che sono durati 3 ore e 42 minuti. Vanno aggiunti alle 4 ore e 10 minuti di battaglia con Nadal, vale a dire 8 ore (meno 8 minuti) di corse furibonde, di massima intensità. Le quattro precedenti “vittime” Mannarino, Bolt, Fritz, Monfils lo avevano tenuto in campo oltre 10 ore e mezzo.

Se Thiem, di solito prevedibile e abbastanza scontato nelle interviste, diventa anche sagace nel parlare, beh il post Fab Four ha trovato un erede all’altezza. Sì perché i Fab Four non sono stati soltanto straordinari campioni, ma anche veri personaggi, dotati di grandissimo carisma. Fra i giovani della Next Gen – apro un inciso – forse quello che sembra avere più personalità, anche se talvolta pare un po’ arrogantello o presuntuoso, è Stefanos Tsitsipas. I due russi Medvedev e Rublev, più di Khachanov, sono anch’essi tipi abbastanza brillanti fuori dal campo, nelle interviste, anche se Rublev, che pure è capace di dire cose più coraggiose e meno politically correct di tanti colleghi, parla sempre tenendo gli occhi bassi, quasi mai guardando in faccia chi lo intervista. Torno su Thiem però…Certo, pur avendo 26 anni e non potendo quindi più essere definito propriamente un NextGen – chi non lo è però al cospetto di trentottenni, trentaquattrenni e trentatreenni che da 15 anni dominano il tennis? –  l’austriaco è competitor fisso fra i top 5 dal marzo 2019. Qui giocherà la sua terza finale in uno Slam, a conferma di una notevole continuità e qualità. Con tre dei Fab 4 ancora tutti più che attivi e competitivi, non è stato certo facile inserirsi nella fasi finali degli Slam.

Contro Djokovic, per averlo battuto quattro volte delle ultime cinque (dicevo sopra), Thiem avrà il vantaggio psicologico di chi non ha nulla da perdere, ma l’handicap di un giorno in meno di riposo, di molte più ore sul campo, la minore esperienza. Lui, per la verità, del giorno di riposo in meno non è sembrato preoccuparsene troppo. Fra i giocatori, merito anche della cura stakanovista di Bresnik – il coach che lo ha seguito per una vita, fino a quando è subentrato il cileno Nicolas Massu – è uno dei più preparati fisicamente. Alla domanda se il giorno in più di riposo per Novak fosse un grande handicap Dominic ha risposto serenamente: “Ci sono svantaggi ma anche vantaggi. A volte può essere anche un problema essere abituati a un giorno soltanto di stop e ritrovarsene due. Certo ho meno tempo per recuperare. Ma con l’adrenalina che ho accumulato e il resto sarà tutto a posto. Ho giocato due match molto intensi contro Rafa e Sascha, quindi magari ne risentirò, soprattutto domani. Ma farò i soliti trattamenti, giocherò un pochino domani e cercherà di essere al 100% domenica sera”.

Dominic Thiem – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Zverev era da un lato soddisfatto della buona partita giocata, ma ovviamente assai deluso di aver perso. “Ho avuto troppe occasioni che non ho saputo sfruttare: 14 palle break (5 sfruttate e 9 no), due set point nel terzo set”. Li ha avuti sul 5-4 ma serviva Thiem che li ha molto ben annullati per la verità, con grandissimo coraggio e splendide esecuzioni. Un rovescio incrociato vincente sparato a tutto braccio, super spettacolare sul primo set point, poi un gran dritto sul secondo dopo essersi aperto il campo. Insomma, Thiem è stato molto più aggressivo del tedesco. Stasera, riuscendo a strappare il servizio 4 volte a Zverev sebbene il tedesco abbia servito percentuali spaventose di prime, addirittura il 92% nel primo set, l’81% di media nel match, Thiem ha confermato – dopo Indian Wells e Londra alla finali ATP – di non essere più soltanto uno specialista della terra battuta, e di essere diventato anzi un tennista davvero completo.

La vittoria di Indian Wells in finale su Federer è stata importantissima per la mia fiducia, anche se nel deserto californiano i campi sono abbastanza simili alla terra rossa: la palla rimbalza alta, una situazione perfetta per il mio gioco. Poi lo scorso anno nella stagione indoor in Asia ho fatto un grande passo avanti. Ho davvero sviluppato il mio tennis nella giusta direzione. Sono diventato più aggressivo, ho cominciato a servire e rispondere meglio. Mi sono detto ‘Se riesco a far bene indoor come alle finali ATP di Londra (dove ha sconfitto Djokovic; n.d.Ubs) perché non posso riuscirci anche sui campi in cemento?’ Da allora gioco bene anche sulle superfici più veloci”. Io credo che Thiem, vittorioso in tre tie-break su tre con Nadal e in due su due con Zverev, debba alla sua intraprendenza, al suo coraggio, alla varietà dei suoi attacchi, fin dalla risposta, la chiave dei suoi successi. Il tennis di Thiem non annoia, quello di Zverev, ad oggi troppo legato all’efficacia del servizio è certamente più monocorde. Cinque set di Thiem si guardano volentieri, cinque di Zverev un po’ meno.

Mentre seguivo la loro partita, che ha avuto momenti di grandissimo tennis, sia pur un po’ troppo a sprazzi, pensavo alle grandi rivalità di quest’ultimo decennio e mi chiedevo: ma mi piacerebbe vedere 40, 50 volte un duello fra questi due giocatori che certo rappresentano il futuro (abbastanza prossimo ormai) del tennis? Nadal, Federer, Djokovic, Murray non mi hanno quasi mai annoiato nelle loro sfide…Loro due? Ne parlavo con Chris Clarey del New York Times e con Simon Briggs del Daily Telegraph, miei vicini di posto nella Rod Laver Arena, quando entrambi hanno detto, sul finire del quarto set: “Great match, ma sopravviveremmo anche se non si giocasse un quinto set!”. Ecco, forse anni fa nel corso delle sfide fra Federer e Nadal, o gli altri due Big, invece avremmo sempre sperato di assistere al quinto set. E quelli giocati qui da Federer e Nadal nel 2017, o da Djokovic e Nadal nel 2012, sono rimasti leggende. Anche se il match andava avanti da 3,4,5 ore e 54 minuti! Pura nostalgia? Non c’è dubbio che il contrasto di stili che hanno offerto i Fab Four, e prima di loro Sampras vs Agassi, e a suo tempo Becker e Edberg, McEnroe e Borg o Lendl o Connors, rendeva più appassionante lo spettacolo.

Ripeto: Thiem si fa guardare volentieri. Cerca spesso soluzioni diverse, angoli inconsueti, varia il rovescio una volta coprendolo e un’altra tagliandolo, viene più spesso a rete di una volta per chiudere il punto, all’occorrenza gioca le smorzate. Ha fatto 23 punti su 27 quando è venuto a rete… mentre Zverev a rete non è ancora un top-player, ha fatto poco più del 70% dei punti a rete pur venendoci la maggior parte delle volte a punto quasi fatto: clamorosi alcuni smash sbagliati, compreso quello fatale del tiebreak del quarto set che avrebbe dovuto portarlo sul 3 pari. È anche vero che fra i due semifinalisti di questo venerdì caldissimo australiano ci sono quattro anni di differenza e non sono pochi. Nell’arco di quattro anni Zverev di sicuro farà ancora progressi e non si fermerà certo a una sola semifinale di Slam. E dico questo anche perché fra quattro anni dei Fab Four forse sarà rimasto in lizza soltanto Djokovic.

Adesso io mi auguro soltanto di assistere a una gran bella finale. Il miglior Thiem può giocarsela con Djokovic e i colleghi serbi, super patrioti e supertifosi del loro Nole, mi parevano parecchio preoccupati stasera. C’è anche la cabala a spaventarli: nessuno ha mai vinto l’Australian Open 8 volte. Temono che prima o poi l’incantesimo si spezzi. Chissà se sul divano, dove avrà assistito bello tranquillo al match di stasera, Djokovic si sarà un pochino preoccupato anche lui. Di certo avrebbe preferito affrontare Zverev. Novak sa che Dominic scenderà in campo domenica piuttosto sicuro del fatto suo: “Non sarà la mia prima finale di Slam – ha detto – e già nella finale del 2019 contro Nadal ho dimostrato di aver fatto grandi progressi rispetto a quella che giocai nel 2018…”. Insomma, cavalier senza paura, Dominator Thiem ha lanciato il suo guanto di sfida al vincitore di 7 degli ultimi 12 Australian Open.

Dominic Thiem – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

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