Camila Giorgi: che si sbaglino tutti quando dicono che diventerà una top-ten?

Editoriali del Direttore

Camila Giorgi: che si sbaglino tutti quando dicono che diventerà una top-ten?

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Venus e Serena Williams non mollano, i francesi sì. Il ritorno dei canguri. Lo show di Djokovic, lo choc di Petra Kvitova

Tre volte a 2 punti dal match contro una Venus Williams che corre e recupera molto meglio e più di Serena (anche se rispetto a Serena serve però molto peggio, quando deve affidarsi alla “seconda”), Camila ha comunque giocato una gran partita per 2 ore e 10 minuti, cioè fino al 2-1 al terzo per Venus, quando ha annullato 7 pallebreak in un game durato 17 minute e 28 punti.

Ho visto tre tenniste italiane raggiungere dal 2009 in poi un ranking da top-ten (Pennetta, Schiavone ed Errani), altre due avvicinarsi come più non si poteva – n.11 – a quella elite, Farina e Vinci, e ancora due entrare fra le primi 15, Reggi e Cecchini, ma non ho mai avuto la sensazione di assistere ad esibizioni di una potenziale campionessa annunciata – salvo nei magici momenti del Roland Garros 2010 e 2011 per Francesca Schiavone – come quelle che ho provato vedendo giocare Camila Giorgi contro Caroline Wozniacki, Maria Sharapova e anche oggi contro Venus Williams per una lunga parte del match.

 

Con tutte le tenniste con le quali ho avuto occasione di parlare di Camila, incluse in questo torneo le sue “vittime”, Flavia Pennetta, Tereza Smitkova e la sua “giustiziera” Venus Williams, ho sentito dire le stesse cose: “Ha certamente il talento, la forza, i colpi, per diventare una top-ten”. Non mi sono mai sembrate dichiarazioni di comodo, di cortesia.

Io del resto qualche partita di tennis l’ho vista e certe qualità che ha Camila non le ho viste, come dicevo, in altre tenniste italiane che ad oggi le sono state davanti. Vedremo, il tempo è galantuomo. Magari abbiamo preso in tanti un abbaglio. Sono tante, troppe, le variabili che fanno di una ottima tennista, quale certamente Camila è già, una campionessa, quale ancora non è.

Lo diventerà? E quando? Nessuno può dirlo con certezza. Oggi, una sua risposta, a chi le chiedeva se pensava di essere ancora una tennista in attività sul circuito all’età di Venus Williams, trentaquattrenne che il 17 giugno ne avrà 35, “No, farò sicuramente qualche altra cosa”, detta senza mezza incertezza, mi ha fatto per un attimo pensare che Camila potrebbe anche non essere sempre così spensierata e felice per la vita e i sacrifici che fa per salire sempre più in alto.

Certo ha ancora voglia di impegnarsi, la sfida è ancora aperta, i sogni più belli non sono ancora realizzati (“Voglio diventare n.1 del mondo”, si legge perfino nelle sue note biografiche nel Media Guide della Wta), però la gente non immagina che non sono tutte rose e fiori, che spesso una bella ragazza vorrebbe trovarsi a fare tutt’altre cose e che per quanto il suo rapporto con il padre-allenatore che l’ha portata a questi livelli combattendo contro tanti pregiudizi sia ottimo, a volte possa anche essere pesante doversi sempre rapportare ad un genitore che le vuole un bene dell’anima ma che come allenatore pretende sempre anche molto da lei.

Vabbè, se Camila a 34 anni non avrà più voglia di misurarsi giorno per giorno su un campo da tennis ce ne faremo una ragione. Basta che non arrivi troppo prima di quella scadenza anagrafica con la nausea del tennis, una nausea che può bruciare (burn-out dicono gli americani) una più che promettente carriera.

Per ora ha certamente ancora fame di arrivare, di dimostrare che i suoi sogni non erano quelli di una ragazzina troppo presuntuosa.

Oggi ha patito la lezione dell’inesperienza, ha rimesso in corsa Venus quando ha avuto tre palle consecutive per il 5-2 che avrebbero, se trasformate, “ucciso” la partita. E poi Venus è stata brava a riuscire a sottrarsi agli scambi incrociati di dritto, nei quali era quasi sempre perdente, e ad inventarsi qualche “recupero” da grande campionessa quale forse non è più del tutto, ma che certamente è stata.

Dall’anno scorso a quest’anno Camila ha fatto grandi progressi, anche tattici. Prima le rimproveravano – anch’io eh – di non avere mai un piano B, di non sapere variare colpi e gioco, ma invece lei ha certamente migliorato il servizio – se aveste visto come ha annullato le sette palle break del terzo game sopra ricordato – anche se 15 doppi falli sono un po’ troppi (“Ma non ha mai servito seconde palle, erano tutte prime” ha osservato giustamente Venus) e quando servi 124 battute, alla fin fine forse il calcolo di tirarle tutte forti non è sbagliato: ha messo dentro 109 palle fra prime e seconde che erano quasi prime. Forse è un rischio che vale la candela. Anche se magari, un po’ più in qua, Camila penserà – senza che debba urlarglielo il padre – a giocare una prima a tre quarti di velocità e con un po’ di kick per farla stare dentro. Cosa che un anno fa non sapeva fare e oggi invece sì. Ha imparato, Camila, anche a giocare il dritto liftato sulle palle basse, “strettini” incrociati efficacissimi. Prima non li sapeva fare, tirava sempre soltanto forte. Ed è migliorata moltissimo anche a rete, anche se talvolta resta un tantino a mezza strada, dimenticando che più avanti si sta e più facilmente si chiudono gli angoli, si prende più probabilmente la palla più alta e prima che scenda pericolosamente e, infine, può bastare anche una piccola steccata per fare il punto se si è vicini alla rete. La palla corta non le viene ancora troppo naturale, ma anche di tocco Camila non è male. Quando ci ha provato ha ottenuto buoni risultati. La sua reattività sulla risposta, anche alle prime a 185 km orari di una che serve le prime come Venus, è straordinaria. Non ce l’ha quasi nessuna tennista al mondo, salvo forse Serena (o la Sharapova delle migliori giornate). A Camila manca ancora la giusta continuità, un po’ di prudente saggezza in qualche situazione in cui si lascia prendere dalla foga, ma secondo me le manca davvero poco. Deve fare i conti anche con la grande pressione che le mette suo padre in certi frangenti delicati, ma d’altra parte va anche detto che i meriti di Sergio – un po’ snobbato dai cosidetti tecnici italiani – travalicano ampiamente i demeriti. Papà Giorgi ad esempio ha la prima grande qualità di un buon coach: è un grande motivatore e pensa sempre positivo. E questo aiuta molto. Semmai penso che lui riesca ad infondere più fiducia nella figlia prima di una partita che durante la partita stessa se le cose si mettono male. Non riesce a frenare la propria emotività. E questo è forse uno dei motivi per cui a volte Camila si smarrisce. Perché non è facile dover pensare, oltre al proprio self-control, anche ad arginare quello del padre mentre sei in campo e sotto un sole cocente come quello australiano – ad esempio stai lottando da due ore.

LE WILLIAMS SONO SEMPRE LI’

Eh sì, Serena e Venus, 33 e 34 anni, ma quest’anno avranno 34 e 35, non demordono. Per la prima volta in 4 anni entrambe sono negli ottavi di uno Slam.
Venus ha passato alcuni anni bui, da quando le hanno diagnosticato il morbo di Sjogren, che è una brutta gatta da pelare per chiunque, figurarsi per un’atleta. Ho già scritto che Venus corre e recupera in allungo più di Serena. Era tanto che non era così. Le due sorelle si sono sempre sostenute a vicenda e non deve essere sempre stato facile. Anche loro hanno attraversato momenti difficili, brutti , dalla morte di una sorella alla separazione del padre e della madre, ai diversi infortuni fisici che le hanno via via colpite. Anche Serena, ricorderete il suo rischio di trombosi, le ferita al piede, i mesi fuori dal circuito. Però sono sempre supercompetitive, Venus è praticamente risalita a n.12 del mondo anche se dovesse fermarsi in ottavi con la Radwanska (4-3 per lei i confronti diretti ma la polacca ha vinto gli ultimi 3), dopo averli centrati per la prima volta dopo Wimbledon 2011. La Radwanska, per inciso, ha goduto di un buon tabellone ma alle sue avversarie, Nara, Larsson e Lepchenko, ha dato sempre almeno un 6-0 e in 6 set vinti ha concesso appena 9 games, di cui 5 oggi. Agnieszka potrebbe pagare il non aver affrontato fin qui un vero test, ma il suo gioco solido e regolare sembra fatto apposta per contrastare con maggiore continuità di Camila, il tennis di Venus.
Serena è attesa da quella Muguruza che l’ha battuta all’ultimo Roland Garros e che è certamente una delle nuove leve più interessanti e promettenti, certo più forte del suo ranking attuale, n.24. Ma insomma anche se ogni tanto Serena traballa, e oggi nel primo set con la Svitolina ci si domandava che cosa avesse, si ha sempre la sensazione che Serena possa fare il bello e il cattivo tempo, nel senso che se gioca bene non ce n’è per nessuna. Ma al tempo stesso tutte scendono in campo contro di lei con la speranzella di sorprenderla, come non accadeva prima.
Serena (17 Slam) che si è accorta dallo scoreboard della Rod Laver Arena mentre stava giocando contro la Svitolina che Venus stava vincendo 4-1 contro Camila al terzo ha raccontato: “Beh mi sono detta, se Venus ce la fa ad arrivare al 4 round con tutto quello che ha avuto, la sua malattia, con tutto quello che ha dovuto passare, io sto perfettamente bene e allora dovrei riuscirci anch’io“. Venus (7 Slam) ora è supermotivata, molto determinata e super rilassata allo stesso tempo. E Venus parlando degli anni che passano: “Serena ed io parliamo più di tutte quelle giocatrici che non giocano più e non ci sappiamo spiegare perché noi invece siamo ancora qui a lottare. Quando scendi in campo non ci sono più discorsi di età, di altezza, di nulla. È sempre un match alla pari. Devi fare il punto e basta..” Le è stato chiesto: Serena ha detto che vedendoti avanti nel punteggio ha trovato la giusta motivazione …e te l’hai trovata in Serena? E lei: “Certo…dal ’97. Il modo in cui lei affronta la sua vita, il suo essere senza paura sul campo, tutti possono imparare qualcosa da lei. Se non ci fosse stata Serena non credo che avrei potuto fare le cose che ho fatto”.

IL RITORNO DEI “CANGURI”

Dopo oltre una decade, quasi due, in cui il tennis australiano è vissuto praticamente di solo Hewitt, questo torneo ha fatto vedere che la nuova generazione degli australiani potrebbe dare nuova linfa ad un tennis che per un lungo periodo è stato il più forte del mondo, i Tomic, i Kyrgios, i Kokkinakis, faranno parlare di sé per almeno un quinquennio, forse un decennio. E prima o poi, scommetterei, vinceranno una Coppa Davis se resteranno uniti sotto la guida di Pat Rafter e del futuro capitano di Davis Lleyton Hewitt.
Anche perché negli incontri casalinghi potranno affrontare i “terraioli” sull’erba e senza le difficoltà di fuso orario e acclimatamento che avranno le altre squadre.

LA FRANCIA E’ ANDATA K.O. AL CONTRARIO DELLA SPAGNA

Con la sconfitta di Simon dopo oltre tre ore e mezzo di battaglia contro Ferrer, e quella della Cornet con “Cipollina” Cibulkova (sei setpoint annullati alla francese dalla slovacca qui finalista un anno fa), il tennis francese è sparito… dall’Australia! Come gli è spesso successo prima degli ottavi. Ma i francesi (maschi) non vincono un Slam da quasi 32 anni, quindi…
Erano in 12, come gli spagnoli, all’inizio del torneo i Paesi più rappresentati.
Solo che gli spagnoli, in barba a quella vecchia tradizione che li voleva fortissimi sulla terra rossa e deboli sui campi duri, invece su questi campi che tutti definiscono superveloci, sono ancora in quattro in piena lizza. Peraltro sono tennisti che sui campi rapidi non sono a disagio. Nadal ha vinto questo torneo, Ferrer, Feliciano Lopez (vittorioso su Janowicz) e Garcia Lopez giocano altrettanto bene sul “veloce” che su campi più lenti, anzi.

IL CANADA SI DISTINGUE IN AUSTRALIA

Raonic non ha un gioco che entusiasma però è diventato sempre più regolare su alti standard. Buone soddisfazioni quindi per Riccardo Piatti e Ivan Ljubicic. Negli ultimi 4 Slam Milos ha sempre raggiunto almeno gli ottavi, andando anche più in là. Sarà contento il mio vecchio amico e collega Tom Tebbutt che pure essendo canadese da quattro anni scrive la quotidiana presentazione dell’Open d’Australia sul depliant che viene distribuito qui. Chissà se i colleghi australiani avranno gradito…di essere stati scavalcati da un giornalista canadese. Non avrà certo gradito, fra gli altri, il giornalista australiano più noto, Craig Gabriel, discreto nel fare radio, ma davvero non un talento quando scrive. Tuttavia mi immagino quale altro Paese avrebbe “ingaggiato” uno straniero per il suo “programma” quotidiano. Di certo non l’Inghilterra. Mentre anni fa negli Stati Uniti l’editore Harold Zinman scelse per quasi un decennio Rino Tommasi per scrivere i pronostici del giorno. E al Roland Garros non “ingaggerebbero” mai un belga.

NOVAK DJOKOVIC SOLITO SHOWMAN

Non ha avuto vita facile Novak Djokovic contro un Verdasco molto motivato e vicino al rendimento di quando qui impegnò Nadal allo spasimo in una memorabile semifinale di 4 ore e passa. Ma una volta domato, dopo aver mancato un sacco di breakpoint nel primo set, il mancino spagnolo, Novak ha potuto celebrare la vittoria che lo avvicina al sogno di conquistare il quinto Australian Open (era anche il traguardo cui mirava Roger Federer) facendo…gli auguri alla sua mamma che compieva gli anni. Lo ha fatto strappando il microfono a Jim Courier al termine della rituale intervista: “Oggi è il compleanno di mia mamma Diana, vogliamo cantargli un ‘Happy Birthday’ tutti insieme?“. Manco a dirlo tutti gli spettatori della Rod Laver Arena l’hanno seguito. Non ricordo che nessun altro giocatore lo avesse mai fatto, per la propria mamma. Ma Novak è un grande showman, un personaggio che sa essere padrone della scena, simpatico, creativo, istintivo. Mamma avrà gradito certamente ma in fondo anche tutti noi.

KVITOVA ENNESIMA DELUSIONE DOWN UNDER

Una delle grandi favorite del torneo era Petra Kvitova, per chi non sapeva la sua idiosincrasia per la terra dei canguri: l’anno scorso perse dalla thailandese Kumkhum (attuale n.111 del mondo), due anni fa da Laura Robson 11-9 al terzo (ma aveva battuto la Schiavone al primo turno) e oggi è andata sotto in due set 6-4 7-5 dall’americana Madison Keys, classe ’95, n.35 del mondo. Una delle due Madison americane vittoriose oggi: l’altra è la Brengle n.64 e classe 90. In ottavi ci sarà il derby delle Madison. Peccato non poterlo organizzare al Madison Square Garden. Nella metà del tabellone su otto giocatrici superstiti 4 sono americani, appunto le due Williams e le due Madison. Serena (che ha prima Muguruza e poi eventualmente Azarenka nei quarti) e Venus che ha Radwanska e poi una Madison, si potrebbero affrontare in semifinale.

QUATTRO GRANDI SINGOLARI MASCHILI

Beh, dopo qualche giornata di programmazione poco eccitante, oggi si fa fatica a decretare quale possa essere il match meno interessante.
Se per noi italiani e per gli australiani Seppi-Kyrgios è il più atteso, per ovvi motivi, anche se i padroni di casa hanno anche Tomic contro Berdych di sicuro interesse, il Nadal incerto di questi giorni sembra poter rischiare davvero grosso contro un grande battitore come il sudafricano Kevin Anderson, particolarmente a suo agio su campi così veloci. Potrebbe arrivare da questo match la più clamorosa eliminazione dopo quella patita da Federer con Seppi.
Ma sotto il profilo squisitamente tecnico il match migliore dovrebbe risultare quello fra Andy Murray e Grigor Dimitrov. Favorito il britannico, 4-2 nei precedenti, ma nell’unico Slam a Wimbledon 2014 fu il bulgaro a vincere in 3 set. A Bercy l’ultimo duello, vinto da Murray.
Chi vincerà se la vedrà con il vincitore tra Kyrgios (che Rafter ha voluto tenere lontano dal centrale temendo la pressione e “che si possa montare la testa”) e il nostro Seppi, rivincita dell’US Open dove l’australiano vinse in tre set set nei quali ci furono anche scintille (per colpa di Kyrgios ovviamente).
L’australiano potrebbe risentire delle grandi aspettative caricate dai media del suo Paese. Andreas ha entusiasmato contro Federer, ma non ha mai amato troppo chi non gli dà ritmo e gli si presenta a rete punto dopo punto. Vedremo. Vinca il migliore? “Sperem di no” usava dire il Paron Nereo Rocco quando il suo Padova affrontava gli squadroni con le maglie a strisce.

AI CRONISTI DI UBITENNIS E AI REDATTORI

Spero ve ne siate accorti, ma coordinati principalmente – ma non solo – da Roberto Salerno (i cronisti) e da Chiara Bracco (i traduttori), Ubitennis ha offerto un panorama pazzesco di cronache su decine e decine di match e decine e decine di traduzioni. Non ci saremmo mai riusciti senza l’apporto davvero straordinario, giorno dopo giorno, di tanti cronisti che hanno fatto in piena notte miracoli per seguire tutto e di più, con un’attenzione e uno scrupolo di cui mi auguro i lettori si siano accorti. Io so che sono a loro infinitamente grato. Oltre che orgoglioso per avere messo in piedi – e non il sottoscritto che c’entra pochissimo, ma la vicedirezione e il comitato dei “saggi” semmai – tutta questa mega-organizzazione.
Credo anche che la miglior grafica con il nuovo template studiato e organizzato da Claudio Giuliani, vi abbia permesso di leggere con più agio tutto quel che abbiamo pubblicato, con un lavoro enorme dei quattro bravissimi collaboratori che sono qui in Australia con me, ma anche di tutti i redattori che in Italia – e nell’ombra, con molta meno visibilità e quindi ancora più encomiabili – hanno compiuto questo sforzo davvero enorme. Io so che, nonostante tutto, quello che ho scritto dicendo la sacrosanta verità non esimerà i nostri lettori più critici dal sottolineare errori e manchevolezze del sito, di noi tutti, ma mi piacerebbe proprio – anche se non lo scriverete – che in cuor vostro apprezzaste quello che giorno e notte tutti insieme (20/30 persone) ci sforziamo di fare. Per voi. Per il tennis che tutti amiamo in modo esagerato.

P.S. Vorrei ricordare a chi legge in inglese e in spagnolo che anche in quelle pagine tanti redattori, a casa e qui, in America, Inghilterra, Argentina e Spagna, stanno facendo un gran lavoro. Perchè non ci date un’occhiata? Non vi dico invece di cliccare sui nostri banner perchè infrangerebbe la netiquette, anche se sarebbe un modo assai gradito per sostenerci e che a voi non costa nulla.

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Editoriali del Direttore

Per colpa di Schwartzman che batte Nadal, piccolo excursus statistico sulle serie vittoriose fra big

Ci aveva perso 9 volte! Con Berdych, Nadal era stato più continuo: le vittorie di fila furono 18. Rino Tommasi e Arthur Ashe vs Rod Laver…Tanti head to head a senso unico. Quiz su Berrettini, Sinner e Musetti

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Rafa Nadal - Internazionali di Roma 2020 (foto Giampiero Sposito)
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I nostri appassionati di tennis hanno dimostrato in tutti questi lunghi anni in cui i nostri tennisti di soddisfazioni ce ne hanno date pochine, che bastava tifare per Federer, Nadal o Djokovic per aver voglia comunque di seguire il tennis con immutata passione. Per poco più di un quinquennio (2010-2015) è stato motivo d’orgoglio patriottico soprattutto il tennis e i risultati delle nostre ragazze, ma per tre lustri sono stati quei tre a farci divertire più degli altri. A volte anche Murray, a volte anche Wawrinka e del Potro, ma sono stati meno continui.

A Roma, superata la delusione per le sconfitte dei quattro italiani che ci avevano un po’ illuso piazzandosi negli ottavi, ultimo in ordine di tempo colui sul quale era lecito puntare di più, Matteo Berrettini testa di serie n.4, erano tutti convinti che ci saremmo ritrovati con una finale disputata dai soliti due, Nadal e Djokovic.

Il direttore commenta la sconfitta di Berrettini (con un paragone irriverente)

 

Invece Nadal è già tornato a Maiorca. E non andrà a pescare, ma ad allenarsi più duramente del solito se non vorrà perdere anche a Parigi dove ha vinto tre volte più che a Roma: là sono 12, qua erano 9.

Nove erano anche le sue vittorie consecutive con il più piccolo dei grandi del circuito ATP, “El Peque”, il piccolo, l’argentino Diego Schwartzman. Chi non indovina perché si chiami Diego? Peggio per lui, io non glielo dico.

A fine match ho ricordato cosa disse Gerulaitis quando finalmente battè Connors, e lui si è messo a ridere: “Io posso avere anche sempre perso con certi giocatori, ad esempio con tutti i grandi tre, Rafa, Djokovic e Federer, ma quando entro in campo penso sempre che potrei farcela  rovesciare il pronostico. Oggi ho giocato la più bella partita della mia vita e sono contentissimo. Sì, forse lui non sarò al massimo, forse l’umidità della sera ha rallentato le palle che non prendevano più tanto lo spin, ma io ho giocato proprio bene. Gli ho fatto diversi break? Sì, ma io ho sempre fatto tanti break, la risposta è la parte migliore del mio repertorio…”.

Non solo il simpatico piccoletto di Buenos Aires, che era stato in semifinale al Foro anche un anno fa, non aveva mai battuto Nadal in 9 tentativi e – come mi ha detto lui. Nessuno dei celebri Fab 3, ma non era riuscito mai a battere uno dei primi 5 classificati del mondo in 22 duelli. Eppure un paio d’anni fa lui, l’11 giugno dopo aver raggiunto i quarti al Roland Garros, era arrivato a bussare alla porta dei top-ten. Si era fermato a n.11, come best ranking. Con quella classifica, fra i piccoletti, è stato probabilmente il n.2 di sempre. Harold Solomon, l’americano che perse da Panatta la finale del Roland Garros nel 1976, era alto 1m e 68 cm, vinse 22 tornei e salì fino al quinto posto delle classifiche ATP. Sul metro e 70 di Diego, detto fra noi, non ci giurerei. Deve essere stato misurato con un metro argentino. Secondo me è più piccolo. Ma tant’è.

Piuttosto, al di là del fatto che certamente quello visto ieri sera non era il miglior Nadal…e che la sua partita scopre un diverso scenario sia per Roma, dove il favorito diventa Djokovic a dispetto di una condizione non brillante, sia per Parigi dove gente come Thiem, lo stesso Djokovic e altri possono legittimamente pensare di avere molte più chance di quanto si potesse immaginare.

Rafa Nadal – Internazionali di Roma 2020 (foto Giampiero Sposito)

La vittoria di un tennista che aveva perso nove volte con un altro mi ha fatto ripensare a quelle frasi che dicono i giocatori e che sembrano sempre un esercizio di banalità: “Ogni volta si ricomincia da 0 a 0” è una delle più classiche. Altre? “I Vecchi incontrano non contano”, “Lui non è tipo che molli e ti regali la partita” e via dicendo.

Poi però mi è tornata in mente quella sera al Masters quando con Rino Tommasi  e Gianni Clerici (Roberto Lombardi non c’era ancora) commentavamo per Tele+ (o Telecapodistria?) dal Madison Square Garden e Vitas Gerulaitis battè finalmente Jimmy Connors e se ne uscì con quella frase rimasta storica: “Nessuno batte Viats Gerulaitis 17 volte di fila!”. Un capolavoro. Vitas era un ragazzo straordinario e straordinariamente simpatico. Ho avuto il piacere di partecipare a un paio di party organizzato da lui, a Dallas e New York, dove mi sono divertito da matti. Magnifici, nostalgici ricordi.

ALTRI DUELLI A SENSO UNICO

Sulla scia di quel ricordo ho ripensato ad altre serie di duelli a senso unico che poi improvvisamente venivano interrotti. Un altro “17 senza macchia” che mi viene in mente è quello di Roger Federer con Youzhny, perché tre anni fa all’US Open, secondo turno, il russo era avanti 2 set a uno e corremmo tutti sull’Arthur Ashe increduli.

Maestro Rino mi diceva sempre di quando Arthur Ashe lo incontrava e gli diceva: “Senza di te Rino non avrei mai saputo quante volte di fila ho perso  con Rod Laver!”. Erano 19, quando finalmente Arthur ne vinse una. E su 23 ne avrebbe vinte…addirittura 2. E Rino, che Gianni aveva ribattezzato “ComputeRino”, ne era tutto fiero. Finché arriva a dire un giorno: “Prima di Internet…Internet ero io!

In Australia cinque anni fa ricordo di aver visto Andreas Seppi battere Roger Federer sull’HiSense Arena: Andreas ci aveva perso dieci volte di fila. Giocò una partita magnifica in quel torneo in cui ha raggiunto gli ottavi ben quattro volte.

Sempre in Australia, in quello stesso 2015, si interruppe la striscia positiva di Rafa Nadal con Tomas Berdych: il ceco aveva vinto le prime tre partite, e sembrava che Rafa se ne fosse fatto un complesso. Ma poi ne perse ben 18 di fila! In Australia Berdych spezzò la maledizione. Poi ricominciò a perderci… Alla fine il bilancio sarebbe stato dunque 20 a 4 per il maiorchino.

Ricordo anche, più lontana, una serie di 17 vittorie consecutive di Ivan il Terribile Lendl su un Connors che, otto anni più anziano, sul finir di carriera accusava il peso dell’età. Il bilancio non sarebbe stato però umiliante, perché all’inizio il pur longevo Connors aveva bastonato il ceco tante volte: 22 a 13 i confronti diretti. Una di quelle vittorie di Jimbo venne a un Masters, sempre al Madison Square Garden quando Connors dette del vigliacco (Chicken! Non si traduce come pollo, ma proprio vigliacco) a Lendl che contro di lui nell’ultima giornata del round robin aveva perso apposta il secondo set perché, arrivando secondo nel gruppo dietro Jimbo, avrebbe affrontato in semifinale il ben più battibile Gene Mayer che aveva concluso al primo posto dell’altro gruppo nel quale Bjorn Borg si era piazzato secondo. Lendl fece meri calcoli. Jimbo, orgoglioso com’era, non li avrebbe mai fatti.

Lendl, quando diceva di essere più forte di un altro, non lasciava spiragli. Con Brad Gilbert, che pure è stato n.4 del mondo, ha battuto in Slam o Masters gente come Becker e McEnroe, Ivan è stato implacabile: 16 vittorie a zero. Le stesse di Rafa Nadal con Richard Gasquet che soltanto fra il 2004 e il 2008 è riuscito a strappargli un set in 4 occasioni, ma mai più d’uno.

WTA – Fra le donne le serie di vittorie consecutive fra tenniste di altissimo livello ne ricordo diverse: avevo visto la diciottenne Sharapova battere Serena a Wimbledon nel 2004 e quello stesso anno una mia amica che scriveva di spettacoli su USA Today mi ospitò a Los Angeles e mi portò a Holywood a intervistare nella sua camera d’hotel la bellissima Halle Berry (scrissi l’intervista per Panorama, mi pare) nella settimana in cui Masha ribatté Serena allo Staple Center. C’era papà Yuri Sharapov che faceva un tifo esagerato e fuori da ogni bon ton. Mai e poi mai avrei immaginato che da allora Maria non sarebbe più riuscita a battere Serena, lungo 19 sfide in 16 anni! In compenso Maria ha messo sotto Simona Halep sette volte di fila prima di perderci a Pechino tre anni fa e poi a Roma nel 2018.

Mentre quando vidi Steffi Graf, nella finale del Roland Garros 1988 dare 60 60 a Natasha Zvereva in 34 minuti, non mi sorpresi a constatare che il loro bilancio sarebbe stato 20 a 1 per Steffi, che peraltro poteva vantare anche un 21-0 con Nathalie Tauziat, un 17-0 con Manuela Maleeva, un 21-1 con Helenona Sukova. Uno schiacciasassi, Steffi.

Sono sicuro che i lettori ne ricorderanno altre, io mi sono distratto a scrivere di queste e… tutto per colpa di Nadal che ha perso da Schwartzmann dopo averlo battuto 9 volte di fila! Vabbè, scherzi a parte, abbiamo fatto un po’ di ripasso di storia, non senza aver ricordato che Filippo Volandri resta l’ultimo italiano ad aver raggiunto le semifinali dal Foro Italico 13 anni fa, anno 2017. Ad maiora. Chi secondo voi fra Berrettini, Sinner e Musetti sarà in grado di centrare l’obiettivo per primo? E chi più volte?

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Editoriali del Direttore

Il direttore Scanagatta dà ragione a Binaghi: “Il Paese ne esce male” però…

Insopportabile incoerenza di provvedimenti presi a distanza di una settimana. Anche se nessuno dovrebbe stupirsi più se nell’ambito delle autonomie regionali una Regione sposa il bianco e un’altra il nero

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Roma 2020 (via Twitter, @InteBNLdItalia)

Non appena ho saputo della pronuncia del ministro Spadafora e poi della reazione di Angelo Binaghi, ho chiesto alla redazione di fare subito quel titolo che abbiamo fatto in questa home page. Inclusa, ovviamente, la frase “e ha pure ragione”. Perché secondo me ce l’ha. Per quanto riguarda il mio preannunciato commento che compare nel sottotitolo, sapevo purtroppo che non sarei riuscito a farlo subito.

Ciò a causa delle varie partite in atto, Berrettini-Travaglia, Sinner-Dimitrov, Musetti con Koepfer, le interviste in rapida successione e i concitati colloqui con la redazione in remoto (con quella maledetta tendenza moderna alle chat che ti fanno perdere un sacco di tempo per obiezioni cui ti tocca rispondere e spiegare), con le pratiche e i protocolli COVID in continua evoluzione che arrivano dall’ufficio stampa del Roland Garros per procedere al completamento degli accrediti. Ovviamente a Parigi ho zero problemi, non è come a Roma dove vengono perfino censurate da Supertennis le domande che faccio ma non le risposte dei giocatori. Me lo hanno segnalato lettori che se ne sono accorti perché un paio di giocatori mi hanno chiamato per nome nel rispondermi… Io non avendo guardato le interviste mandate in onda su Supertennis non potevo saperlo.

Ho fatto titolare che Binaghi stavolta ha ragione, per tutta la prima parte delle sue dichiarazioni. In effetti mi chiedo che cosa possa essere mai cambiato in pochi giorni se quel che era stato negato in un primo momento (giusto o sbagliato che fosse quel provvedimento) viene concesso in un secondo. La figura internazionale che fa il nostro Paese è pessima. Sembriamo davvero un Paese poco serio. Per molta gente non è una novità, però non c’era bisogno di dare ragione a chi già lo pensava. Se i nostri politici, di qualunque partito, si preoccupassero maggiormente dell’immagine del Paese, degli interessi del Paese, anziché dei propri personali, non ci troveremmo a sottolineare criticamente quel che sta succedendo.

Io ho sempre sperato che fosse dato l’ok alla presenza del pubblico, ma ritenevo anche fosse impensabile che allo stadio Olimpico per Roma e Lazio, 80.000 posti a 200 metri dal Foro, si negasse l’accesso a uno spettatore e invece per il tennis si dovesse dare l’ok. O tutti e due gli impianti o nessuno, avrebbe detto chiunque dotato di un minimo di coerenza. Così come, per un minimo di coerenza, è inspiegabile contraddirsi a una settimana dall’altra. Ora si dice che alla base dell’ultimo intervento del ministro Spadafora ci sarebbe la considerazione che sia molto più facile controllare 1.000 presenze distribuite in un solo stadio, piuttosto che le stesse in libera circolazione fra un campo e l’altro.

 

Premessa: mi è stato detto da persone bene informate che le richieste a suo tempo avanzate da FIT sono state avanzate in modo poco diplomatico (arrogante?). Si pretendeva inizialmente dalle autorità competenti un ok a 5.000/6.000 spettatori. Solo in un secondo tempo, a un giorno dal sì o al no, si sarebbe accettato come minimo i 3.000 spettatori. Pareva infatti a Binaghi & Co. che aprire i cancelli per solo 1.000 avrebbe creato più costi economici in controlli e servizi piuttosto che vantaggi. Ciò premesso, però, perché adesso si può garantirne l’accesso e prima no? Così, all’ultimo tuffo?

Le domande non finiscono qui. Non si sapeva che le semifinali e le finali sono pochi incontri che quindi si possono programmare in un unico stadio? Eppoi – e qui capisco che la mia è una malignità di tipo andreottiano… ”A pensare male si fa peccato ma spesso ci si indovina”il provedimento ministeriale non sarà mica una conseguenza del grande risalto che hanno avuto in questi giorni e su tutti i media (anche quelli che al tennis dedicano poco o zero spazio) gli exploit record dei quattro azzurri in ottavi?Non sarà mica una conseguenza dell’aver avvertito il generale rimpianto per l’assenza di spettatori a celebrare le imprese dei nostri piccoli e grandi eroi, del duo Maravilha, di Berrettini (l’ho espresso più volte anch’io)?

Non sarà allora che il ministro Spadafora abbia pensato di ricavarsi una vetrina importante riaprendo al pubblico, sia pure soltanto a questi 1.000 spettatori, guadagnandosi così i pubblici ringraziamenti di Binaghi, quelli di tanti appassionati (oltre ai 1.000 che avranno accesso al Foro?) e magari di qualche elettore per le prossime scadenze? Mah, i veri motivi per i quali un ministro, un qualsiasi politico, decide qualcosa, li conosce solo lui. Che poi la situazione COVID sia in perenne osmosi, per cui ogni provvedimento è suscettibile di venire smantellato quasi da un giorno all’altro è certo vero e costituisce un bell’alibi per tutti. Consente di fare e disfare, su tutto. A scapito della serietà percepita.

A Parigi, abbiamo visto, siamo passati dall’ok per 11.500 presenze suddivise in tre zone non incrociabili a un ok ristretto per 5.000 spettatori che invece potrebbero incrociarsi. Questo a causa dell’intensificarsi dei contagi. Ma a Roma per la verità la situazione COVID non mi sembra sia granché cambiata fra una settimana fa e oggi. Credo sia piuttosto stazionaria. Quindi se ho detto che Binaghi ha ragione quando sostiene che il nostro Paese dà un’immagine da… ”roba da matti”, dico anche però che non si può scoprire solo oggi perché si parla di tennis e di sport, che in Italia le autonomie regionali sul discorso sanità si sono manifestate da marzo a oggi. Non è una novità. La si può discutere, contestare, ma non è una novità.

In Emilia Romagna c’è pubblico al circuito di Misano e in Lombardia a quello di Monza no. In Toscana al Mugello sì. In Emilia Romagna per il basket al chiuso sì e da un’altra parte no. A Palermo 300 persone hanno potuto seguire il torneo e a Roma, fino a oggi, no. Ma se usciamo dal terreno dello sport abbiamo visto anche nei protocolli sanitari sui tamponi, i test sierologici, l’obbligo delle mascherine nei locali chiusi, in quelli aperti, che ogni regione ha deciso autonomamente dalle autorità centrali. Quindi fare l’esempio, sentito mille volte per casistiche simili ma trattate diversamente da regione a regione, è un po’ demagogico, populista. O si cambiano le leggi di questo Paese rimettendo in discussione certe autonomie oppure si deve soltanto, con più o meno rassegnazione, prenderne atto. La Lombardia può fare e decidere una cosa, il Veneto che pure è amministrato da una compagine politica identica (la Lega) farne tutta un’altra.

Dire o lamentare “ma perché lui sì e io no?”si può farlo ma alla fine ha l’aria di una lamentazione quasi infantile, comunque vana. “Perché Petrucci e il basket sì a Bologna e io e il tennis no a Roma?” Uno che non sa nulla, dirà, “cavolo, ha proprio ragione!”. Ma se non si arriva a una revisione legislativa per la quale chissà quanto tempo ci vorrà, non serve a nulla sottolineare queste discrasie. Resta tuttavia un fatto: all’estero, perfino dove ci sono organizzazioni politiche federali e discretamente autonome (Svizzera, Germania, Stati Uniti per citare le prime tre che mi vengono a mente) penseranno le peggiori cose di noi, e prenderà sempre più corpo lo stereotipo dell’Italia Paese inaffidabile e incoerente (anche se poi ce ne sono tanti messi pure peggio!). Chi glielo va a spiegare come siamo messi noi nel nostro buffo Paese, se facciamo fatica a capirlo noi?

Sulla parte finale del discorso di Binaghi che dice “stiamo facendo quest’operazione quasi sicuramente in perdita”, beh mi sorprende il quasi. Spero abbiano fatto bene i loro calcoli. Fino a una settimana fa sembrava che sarebbe stata sicuramente in perdita.

Sul discorso “i primi 1000 che dalle 15 di oggi registreranno la loro mail sul nostro sito tra coloro che avevano i biglietti originali per semifinali o finali sul Centrale entreranno”, capisco che non era facile trovare una soluzione equa. Forse sarebbe stato più giusto rispettare un ordine cronologico nelle prenotazioni fatte a suo tempo. Ma magari sbaglio. Così penso che – anche se siamo in un’epoca in cui computer, telefonini e email siano ormai diventati il pane quotidiano della stragrande maggioranza degli italiani – quegli appassionati di una certa età non pratici di email, verranno danneggiati, insieme a quelli che oggi lavoravano e non sapevano nemmeno di poter attivarsi. Mica tutti sono obbligati a star sempre sulla notizia!

Infine: capisco bene che un giorno e mezzo per rimettere in sicurezza l’impianto costringa tutto lo staff organizzativo non sia una tempistica ideale, però che altro si può fare? Invece il ribadire che chi non sarà fra i 1.000 “privilegiati” non ha alternative al famigerato “supervoucher” riconferma l’ostinata volontà di Binaghi di distinguersi da tutti gli altri Masters 1000 che invece hanno provveduto a rimborsare i creditori dei biglietti. E continuo a non capire, anche se ormai è stato già rieletto presidente per i prossimi quattro anni e il sesto mandato, perché proprio non riesca a calarsi nei panni di quegli sfortunati acquirenti cui non offre neppure una seconda opzione. Pervicacemente.


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Editoriali del Direttore

41 anni dopo quattro italiani in ottavi e non c’è nessuno a vedere i nostri piccoli eroi: Musetti, Sinner e il derby azzurro

Una vera beffa. Cosa accadde nel ’79 agli Internazionali di Roma? Era l’era Panatta… Chi ha più ha chances di centrare i quarti fra Sinner (Dimitrov) e Musetti (Koepfer)? E perché?

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Lorenzo Musetti - Internazionali di Roma 2020 (foto torneo)
Questo spazio è sponsorizzato da BMW

È davvero uno scherzo del destino più beffardo. Ma come, e dopo 41 anni!, al Foro Italico ci sono nuovamente quattro tennisti italiani in ottavi di finale e a vederli… non c’è nessuno! Che jella. E c‘è pure, rischiavamo tutti di dimenticarlo, Rafa Nadal, il re della terra battuta, il mostro di Manacor, dominatore di 12 Roland Garros, di 9 Internazionali d’Italia. Scusate… e Djokovic? E che dire del fenomeno Azarenka che si permette di dare 6-0 6-0 a Sofia Kenin, campionessa d’Australia?

Allora, nel ’79, il centrale era un altro ed era lungi dal chiamarsi Pietrangeli. Tutt’al più la gente lo chiamava il Campo delle Statue. Statue di atleti giganteschi delle discipline più svariate e, chissà perché, tutti nudi. Quel campo nel giorno degli ottavi era pieno di gente, sui marmi bianchi la folla straboccava, molti erano rimasti fuori dai cancelli. Tre anni prima Adriano Panatta era diventato il re di Roma, dopo la leggendaria finale vinta con Vilas al termine di una cavalcata indimenticabile cominciata con un match vinto annullando 11 matchpoint al primo turno. L’anno prima, 1978, sempre Adriano si era arreso soltanto in finale e soltanto a Sua Maestà Bjorn Borg 6-3 al quinto, nel famoso – o famigerato? – match delle monetine (che aveva fatto seguito al clamoroso ritiro di Higueras in semifinale). Per chi è troppo giovane, o chi più vecchio è invece smemorato, ricorderò riprendendo dal mio racconto di quella finale quanto accadde.

Panatta, avanti 30-0 nel primo game del quinto set aveva perso otto punti di fila ed erano arrivate a cadere pericolosamente vicino a Bjorn Borg, più d’un paio di monetine. Lo svedese si era parecchio innervosito, comprensibilmente, per quei “diecini” lanciati da un branco di cafonissimi tifosi di Adriano. Ciò era incredibilmente accaduto nonostante che Bjorn, grandissimo signore, avesse restituito per ben tre volte all’amico Panatta un punto insolitamente strappatogli dai giudici di linea per solito affetti invece da miopia patriottica. Rivolgendosi al suo allenatore di sempre Lennart Bergelin, Bjorn aveva fatto capire che sarebbe uscito dal campo se la vergognosa vicenda fosse proseguita ancora. “Un’altra monetina e me ne vado”. La folla capì, e cominciò a gridare “Fuori! Fuori!”. All’indirizzo degli idioti lanciatori. Finché finalmente e tardivamente l’arbitro si decise a fare un appello al pubblico perché si comportasse civilmente pena la sospensione della partita.

 

In un articolo di Antonio Garofalo ritroviamo altri dettagli e queste righe finali: “Bjorn Borg è rimasto in buchetta all’inizio, ma ha poi fatto grande routine, dimostrando un controllo straordinario di se stesso e dei colpi, nel quinto set. Nemmeno decine di monete lanciate dagli artigli degli italopitechi gli impediranno di sommergere alla fine l’eroe de no’antri Adriano Panatta”. Non c’è bisogno di segnalarvi l’autore del meraviglioso affresco.

In quel ’79 del record il programma degli ottavi era quasi tutto… caviale, salmone e pernici. Non sarebbe forse bastato lo stadio Olimpico per accogliere tutti quelli che avrebbero voluto vedere Panatta-Higueras, dopo tutto quel che era successo l’anno prima, Bertolucci-Vilas, Barazzutti-Dibbs e, forse più di Ocleppo-Feigl, Lendl con Gene Mayer nonché Gerulaitis con Alexander e Solomon-Dibbs. Io ricordo che seguivo con attenzione – in mezzo a tanti campioni – anche l’americano Terry Moor, che sarebbe arrivato nei quarti, solo perché per l’appunto quella su Moor era stata una delle mie pochissime vittorie di prestigio quando avevo giocato i match fra college negli Stati Uniti, io nell’Oral Roberts, lui nella South Western Louisiana (se non ricordo male).

Per ricordare il comportamento dei quattro azzurri in quel giorno degli ottavi, Vilas battè Bertolucci 6-3 6-4, Panatta vinse su Higueras 6-4 7-6 e stavolta senza incidenti, Barazzutti perse da Dibbs 7-5 6-4, Ocleppo battè Feigl 6-4 3-6 7-5. Quel torneo del ’79 sarebbe poi stato vinto da Gerulaitis su Vilas dopo una maratona incredibile di 4 ore e 53 minuti 6-7 7-6 6-7 6-4 6-2 il cui racconto trovate qui.

I bagarini in quegli anni facevano affari d’oro. Era l’era Panatta, l’epoca d’oro del tennis italiano. Mai più vissuta. Ora, finalmente, sogniamo di riviverla, grazie a Berrettini e ai due ragazzini (e fa anche rima). Non è facile scrivere un editoriale dopo aver già realizzato un video che riassume le gesta di Lorenzo Musetti (lo trovate a fine articolo), capace di ripetersi ai danni di un Nishikori meno arrendevole di quanto fosse stato nel primo set Wawrinka. Due scalpi illustri, un triplo campione di Slam e un finalista dell’US Open, due ex top five.

Ho infatti aperto il mio intervento sul video, che registro alla meglio con i miei modesti mezzi – mica dispongo dei fondi di Supertennis! Anche se una ricerca della Bocconi sostiene che se avessi dovuto spendere in promozione pubblicitaria l’audience che raccolgo con questi video sarebbe roba che vale parecchi milioni – esclamando (solo per quei pochissimi che questa volta non l’avessero visto pur sapendo che ne faccio uno al giorno): “Altro che prova del 9! Lorenzo Musetti ha superato almeno quella del 18”. I successi conquistati nelle qualificazioni e nei due turni del Masters 1000 romano – primo diciottenne capace di tanto – gli hanno fatto guadagnare 70 posti in classifica ATP. Un balzo da numero 249 a 179. Numeri che devono far riflettere. Se si dice che Sinner, n.81, deve aver pazienza, e con lui i suoi tifosi, quanta ne deve avere Musetti?

Il suo tennis è più brillante di quello di Sinner, ma proprio per questo anche più rischioso. I bassi lo attendono minacciosi più degli alti, nell’immediato. Già il match con un (quasi) carneade tedesco che non è mai stato più su di n.83 del mondo, ma che è mancino – i mancini sono tipi… sinistri, dicevano nel MedioEvo – e qui ha battuto il tignoso De Minaur 7-6 al terzo e un meno tenace Monfils, si presenta tutt’altro che semplice. Bene o male il tedesco che vive in Florida, a Tampa, è tipo che l’anno scorso giunse agli ottavi dell’US Open, anche se noi quasi non ce accorgemmo perché tutti impegnati a seguire le prodezze di Berrettini. Il suo ranking lo deve soprattutto a quell’exploit. Eppure non fa mistero nel dire che la sua miglior superficie è la terra rossa. Uomo avvisato, mezzo salvato, caro Lorenzo Musetti.

Il rischio è che, dopo aver magari dormito pochino per l’impresa bis, ma stavolta senza 24 ore di decompressione, Lorenzo si trovi sulle spalle il peso di dover fare il tris… perché la gente che si è entusiasmata per il suo magnifico rovescio a una mano – ma l’avete visto quel passante che perfino Nishikori si è fermato ad applaudire? – quasi pretende che vinca ancora, anche se fra lui e il tedesco ci sono un centinaio di posti di gap in classifica.

Si ha un bel dire che la classifica non conta, ma invece qualcosa di solito significa. Non ho poi avuto tempo di vedere come Lorenzo se la cavi con i mancini. Ma certo non ne avrà incontrati a bizzeffe. Sarà un problemino in più, in aggiunta a quello di una inevitabile stanchezza per i match disputati a Roma e in tutte le ultime settimane senza sosta. Per tutti questi motivi forse il match di oggi è più difficile dei due che l’hanno preceduto. Non difficile come l’eventuale prossimo comunque… perché nei quarti gli toccherebbe Djokovic (più che Krajinovic, vero?).

Mi sono sbilanciato di più, invece, per il match Sinner-Dimitrov. E, sempre nel video… beh no, questa volta non ve lo dico, altrimenti che lo faccio a fare? Anzi, sapete che vi dico? In attesa delle immancabili scuse della FIT per il mio mancato accredito stampa, vado in salotto con brioche e cappuccino davanti alla tv a godermi il duello nazionale e mattutino (qui trovate il programma completo di oggi), Berrettini-Travaglia, per il quale posso sbilanciarmi in un pronostico sicuro: il match non sarà interrotto, come ieri sera, per un black-out elettrico piuttosto imbarazzante.

Smentisco infine, lieto così facendo di restituire un minimo di speranza ai creditori di sette milioni di biglietti, la fake news circolata ieri sera secondo la quale pareva che Angelo Binaghi non avesse pagato la bolletta all’Enel a seguito della mancata vendita degli altri biglietti. Con la previsione di un prossimo fatturato simile a quello della Federcalcio, la FIT ha fatto anche sapere di essere perfettamente in regola con le bollette: si è trattato di un semplice guasto tecnico.


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