Jimmy Connors mi ha salvato la vita: tennis e rock and roll

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Jimmy Connors mi ha salvato la vita: tennis e rock and roll

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Continua il nostro grande viaggio nella letteratura tennistica. Oggi recensiamo un libro su Connors, il campione che ha traghettato il tennis nella nuova era

Drucker J. (2004), Jimmy Connors mi ha salvato la vita, tr. it Di Falco D.,  Effepi Libri, 2006.

 

Se nella teoria evoluzionista di Darwin il grande problema è sempre stato trovare il famoso anello di congiunzione, nel tennis il problema non si pone. Il maschio alfa, che ha mandato in soffitta i gesti bianchi e ha catapultato il tennis nell’era contemporanea, ha un nome e un cognome preciso: Jimmy Connors. Se prima di lui il tennis era uno sport snob, elitario, da gentiluomini, in ultima analisi anglosassone, dopo di lui si è trasformato in uno sport di massa, competitivo, spettacolare e spietato. In una parola: americano.

Con Jimbo il tennis da hobby agonistico è diventato un misto ad alta tensione tra pugilato e rock and roll. Sport, più show. Business, più rissa da saloon. Ha cominciato a giocare con le racchette di legno e ha finito scontrandosi con giocatori che non erano nemmeno nati quando lui era già in cima al mondo. Mandò in soffitta Rosewall, sopravvisse a Borg e Mc e arrivò fino ad Agassi e Sampras. In mezzo 8 Slam, un record insuperabile di tornei vinti, un clamoroso fidanzamento mediatico con Chris Evert e soprattutto una semifinale a New York raggiunta all’incredibile età di 39 anni.

Lo stupendo libro di Drucker ci racconta questo enigma a stelle e strisce in maniera sorprendente. Non una biografia ma due. La storia di Connors viene intrecciata con quella dell’autore, consapevole di quanto la sua vita sarebbe stata diversa senza quella del campione americano. Destinato a un destino medio\alto borghese, Drucker trova il coraggio di abbandonare le certezze e i doveri familiari inseguendo la vita e la parabola tennistica di Connors. “Jimmy Connors mi ha salvato la vita. Con un ringhio, un grugnito, un rovescio e un cigolante paio di scarpe mi ha salvato: da cosa? Prevedibilità. Mediocrità. Ironia. Infelicità. Senza Connors avremmo un avvocato in più e un ottimo giornalista sportivo in meno. Tale doppio registro ci permette di penetrare dentro la vita privata dell’enigma Connors e ci restituisce uno spaccato della società americana di quegli anni “Quella miscela di successo e di solitudine, di desiderio e di paranoia tipica di Connors era simile a quella di un altro americano che riempì le pagine dei giornali del 1974: Richard Nixon”.

Il luogo dell’impatto delle due biografie è Los Angeles (Beverly Hills) e il quando sono gli anni ‘70. È lì che un ragazzo di provincia, senza padre, con una mostruosa etica del lavoro inculcata da una madre generale, sviluppa il suo essere irriducibilmente alieno da un contesto fatto principalmente di glamour e di alta società. Se Gerulaitis, McEnroe e lo stesso Borg diventarono velocemente delle star mediatiche in grado di relazionarsi con le lusinghe di un sistema sempre più holliwoodiano, Connors conservò quell’irriducibile estraneità provincialotta capace però di trasformarlo in un vero fenomeno sul campo. Con lui le partite assunsero una nuova dimensione agonistica ed emotiva. Seduti su quelle sedioline si veniva catapultati a bordo ring e si assisteva a un altro sport. Sfrontato, volgare, odioso sembrava nutrirsi di tutte quelle energie che riusciva a suscitare nel campo. Più che un fighter, un incredibile catalizzatore. Con quell’eretico rovescio a due mani, con quello scandaloso legame uterino in un mondo di soli uomini, la sua carica eversiva si sposò perfettamente con un sistema che virò verso il professionismo mandando in pensione quasi cento anni di tradizione e di eleganza. A impreziosire il libro c’è la vicinanza dell’autore a Connors che lo accompagna in tutti suoi momenti cruciali. E’ solo così che veniamo a sapere che l’uomo più odioso del circuito, l’americano che non giocava in coppa Davis, quello senza amici, quando si rese conto che Gerulaitis stava perdendo la battaglia con la droga, gli telefonò e lo prese con sé come compagno di allenamenti per tirarlo fuori da quel suicidio annunciato. Gli aneddoti, davvero notevoli si mescolano alle analisi delle personalità tennistiche che ha incontrato nella sua lunga carriera. C’è il rapporto con la vecchia guardia (un giornalista domanda ad Ashe “ma allora Connors è solo uno stronzo?” “Sì, ma il mio stronzo preferito”), c’è l’avvento messianico di Borg, la relazione di profondo odio con McEnroe (e Lendl), fino ad arrivare ad Agassi che quando sfrontatello disse “Connors? Potrebbe essere mio padre” lui rispose “Certo, potrei esserlo, sono stato molte volte da quelle parti…”. Come si può capire una personalità distante anni luce dal mantra politicamente corretto del tennis contemporaneo. All’interno di un’incredibile carriera durata 20 anni, il libro di Drucker, ci permette di leggere la trasformazione di uno sport e soprattutto quella di un mondo intero. Più che due biografie in una, un bellissimo romanzo ad alto contenuto sociologico che usa il tennis come materiale narrativo, aneddotico ed esistenziale.

P.S.

A me Connors non ha cambiato la vita. Però non vivrò mai più una settimana come quella. Quella in cui, a 39 anni, arrivò fino alle semifinali di New York. Non fu Mc, non è stato Federer e non sarà nessun altro. Mi ricordo ancora ragazzo, assistere su Telecapodistria al presunto requiem di un campione. Era il giorno del suo compleanno. L’avversario si chiamava Krickstein. Era 15 anni più giovane. Era un top 10. Jimbo era lì solo grazie a una wildcard. Era la sua ultima passerella. L’anno precedente solo infortuni e tre tornei giocati. Tre volte fuori al primo turno. L’anno in corso un paio di fiammate. Incredibile quella di Parigi (con Chang), ma sempre fiammate. Nessuno credeva potesse vincere quella partita. Nessuno. Tranne lui. Lo fissai dal mio schermo. Non avevo mai visto, e non vedrò mai più, uno sguardo così. Una presunzione così ostinata da risultare patetica. Povero Jimbo pensai. I grandi quando cadono fanno più rumore. Fui tentato di spegnere il televisore più volte. Non meritava l’umiliazione. L’ho visto sotto di un set. Poi l’ho visto incredibilmente vincere il secondo e crollare inevitabilmente nel terzo. La vittoria del quarto set è sembrato un miracolo. Il grande canto del cigno del vecchio campione. Sembrava aver già fatto molto più del suo dovere. Nessuno al mondo poteva chiedergli di più. Finalmente il vecchio antipatico, ormai adorabile, poteva uscire di scena con quegli applausi che si riservano solo ai più grandi. Aveva fatto molto di più di quello che gli si chiedeva. Ha fatto ballare ancora il rock and roll alla sua gente. Quando andò sotto di un break nel quinto qualcuno cominciò a intonare Happy Birthday, solo che quello sguardo non era cambiato. Era peggiorato. Recuperò non so come il break, insultò ripetutamente l’arbitro, ululò alla luna e approdò in piena trance agonistica al tie-break nella partita più lunga che avessi mai visto. La folla era letteralmente impazzita. Io a ogni recupero bimane saltavo sul mio divano con le lacrime che mi scendevano dalle guance. In un punto sembrava morto, in quello successivo un demonio. Quando trionfò, dopo più di cinque ore, mi sembrò un’impresa molto più grande di una semplice vittoria di uno Slam. Molti giocatori ne hanno vinto uno ma nessuno ha mai vinto partite così. Bene, per chi non ha avuto la fortuna di vederlo quello era Jimmy Connors, l’uomo che ha cambiato la vita a Joel Drucker e al tennis intero.

Sarebbe stato un finale perfetto per un film, solo che nel tennis dopo gli ottavi vengono i quarti. Tre giorni dopo dovette giocare contro Haarhuist. Dopo un mach di cinque ore. A 39 anni appena compiuti. Questa volta però non era il solo a crederci. Più o meno la partita può essere riassunta nella strofa stessa spiaggia stesso mare. Sotto di un set, a un passo da perdere il secondo, e inevitabilmente la partita, successe questo e approdò in semifinale, la quattordicesima in diciassette partecipazioni. Come sentenziò Clerici (o Tommasi) dal mio schermo di Telecapodistria “erezioni agonistiche”. Credo che l’enigma Connors possa essere risolto con una semplice equazione: Connors è stato al tennis come Elvis alla musica. Entrambi hanno imposto il proprio corpo all’interno di un mondo in cui non era stato previsto. Un viaggio di sola andata. Dalla provincia più profonda al centro del mondo. Non smetteremo mai di ringraziarli.

Prossimo libro: Clerici G., Erba rossa, Fazi Editore, 2004.

 

Pier Paolo Zampieri

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La Piccola Biblioteca: le memorie di Adriano

Recensiamo per La Piccola Biblioteca l’ultimo libro di Panatta. Una fotografia cinetica degli ultimi cinquanta anni di tennis, dei suoi campioni e inevitabilmente del mondo, o della musica, che gira intorno

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Panatta A. (con Azzolini D.), Il tennis è musica, Sperling & Kupfer, 2018

Dopo averci già regalato la sua visione del tennis, condita da un’aneddotica gioiosa e senza malinconia di quegli anni 70 che hanno rappresentato la Golden Age del tennis professionistico [1], Panatta torna alle stampe con un libro prezioso, quantomeno dal punto di vista metodologico. Partendo dal 1968, il vagito ufficiale del Tennis Open, Panatta (e Azzolini) ripercorre la storia recente di uno sport che in qualche maniera coincide con la sua. Il 1968 è l’anno zero in cui il tennis entra nella contemporaneità e l’anno in cui Adriano diventa maggiorenne. Ma è soprattutto l’anno in cui il mondo esplode di un’irripetibile rivoluzione culturale che vede nella musica dei Beatles l’epifanica sintesi. Perché come recita il sottotitolo il tennis è musica.

 

Sarà questo strano cocktail, unito al carattere sornione di Panatta, campione ma non campionissimo, consapevole e infinitamente grato di aver attraversato un’era irripetibile, a generare un libro anomalo da leggere tutto di un fiato. Ogni anno un capitolo. Ogni anno un focus. Ogni anno un personaggio. Dal 1968 al 2018. Da Laver a Federer. La storia circolare di una magia. La bellezza del libro sta nel posizionamento – non replicabile – dell’autore che evita di mettere al centro la sua vicenda (come farebbe un McEnroe o un qualsiasi big) e regala al lettore l’eccezionalità del suo punto di vista privilegiato. Lo scheletro cronologico dell’inesorabile sequenza degli anni unita all’assoluta libertà di scegliere il cosa dentro quello spazio bianco aiuta, e non di poco, l’operazione.

Con questi presupposti il libro diventa un romanzo visivo in grado di mettere in scena, e in sequenza, mezzo secolo di tennis con innesti mnemonici\relazionali che faranno la gioia di ogni appassionato. Accanto alla cronaca sportiva emergono i personaggi di uno sport ancora non alfabetizzato al professionismo. Tiriac che arriva senza soldi e per intrattenere e scroccare cene stupiva tutti mangiando vetro; Nastase che in campo chiama Ashe “Negroni” per poi mandargli un mazzo di rose per scusarsi, e presentarsi, non invitato, al suo matrimonio; Borg portato a spalle in albergo in piena notte dopo una sbornia colossale per poi ritrovarlo alle otto di mattina in campo come niente fosse successo; Vilas che chiede a Panatta “uno stipendiuccio” per rimanere in Europa durante la stagione sul rosso e lui che convince il suo circolo a stipendiare un mancino per “allenare gli italiani”.

In ogni capitolo c’è un aneddoto che da solo vale il libro, ma paradossalmente l’anima del libro non è lì. C’è il primo grande Slam, l’avvento del tie-break, il dominio di Connors, l’era Evert-Navratilova, e via via fino all’epoca Federer-Nadal ma l’anima è da ricercare dentro la personalità dei campioni che vengono restituiti con un chirurgico approfondimento tecnico-psicologico e soprattutto umano. Il grande vuoto rappresentato dall’omissione della carriera di Adriano viene sublimato dalla passione per le personalità che Panatta sente simili. La straordinaria vicenda di Vitas “Broadway” Gerulaitis, una vita spesa tra volée, party, Ferrari e generosità. La straripante personalità di Bum-Bum “spaccatutto” Becker, la lucida follia di Safin e di Yannick Noah, l’empatica ammirazione per Mc “il miglior attaccante di sempre” e per “mattocalmo” Borg la sua nemesi, l’altra pietra focaia che ha traghettato il tennis verso un’altra dimensione.

Una dimensione più professionale incarnata da Lendl il “robot visionario” che a posteriori costituisce il punto di non ritorno di un gioco che diventerà inesorabilmente sport, quasi solo sport. Ma come in una canzone di De Gregori non c’è mai malinconia nel racconto. È tutto risolto. Il rimpianto è semmai nel lettore, o nell’attuale appassionato di tennis, a cui suonano inimmaginabili episodi come quello di Nelson Mandela che, attaccato ad una radiolina mentre Ashe vince il primo Wimbledon nero della storia (maschile), immagina un futuro diverso per la sua gente, mimando volée perfette dentro una cella di quattro metri.

Per restare in musica il recente avvento dei “Fab Four” con la racchetta ha si ripristinato l’essenza del tennis, proiettandola a vette tecnicamente inimmaginabili ma ha blindato la sua anima dentro l’involucro impermeabile di un professionismo estremo. Se volete un paragone è la stessa differenza che corre tra Messi e Maradona. La differenza non è nel come si colpisce la palla ma nell’uomo che la colpisce. Da una parte c’è solo calcio dall’altra c’è anche il più bel coro mai sentito in uno stadio. Adriano ci parla di tutte e due le cose. Del tennis e della sua anima incarnata nei campioni. Lo ringraziamo per esserci stato quando il futuro era ancora da scrivere e per avercelo raccontato così bene.

[1] https://www.ubitennis.com/blog/2015/03/27/piu-dritti-che-rovesci-la-storia-di-adriano-panatta/ e più ancora https://www.ubitennis.com/blog/2015/10/16/i-meravigliosi-anni-settanta-lei-non-sa-chi-eravamo-noi/

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“Il vento contro”: quando guardi oltre, tutto è possibile

“La forza necessaria per superare i nostri limiti è già dentro di noi. L’importante è non perdere di vista l’obiettivo finale”. Un libro di Daniele Cassioli, edizione De Agostini

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Daniele Cassioli, “Il vento contro”, Editore De Agostini, 2018

Per leggere e comprendere fino in fondo “Il vento contro” è ideale partire dalla fine del libro, o meglio dalla lettera che l’autore, Daniele Cassioli, scrive al suo amore più grande: lo sport. Sette pagine che trasudano passione, emozione e gratitudine. Si perché Daniele con i suoi 25 ori europei, 22 mondiali e ben tre record del mondo è il campione paralimpico di sci nautico più grande di tutti i tempi. Il Federer della sua disciplina, insomma. Nato cieco 32 anni fa a Roma, proprio grazie allo sport ha superato ogni barriera e ogni difficoltà. La sua lettera d’amore parte dalla pratica dello sport che da sempre ha caratterizzato la sua vita, passando poi alle emozioni vissuto da tifoso:Ti ho sentito nel suono della pallina da tennis colpita prima da uno poi dall’altro giocatore. Quella di Sampras, Agassi o dei nostri Gaudenzi e Sanguinetti”. Ritrovarsi nelle parole d’amore che Daniele usa per parlare di sport mette i brividi e, mentre ci si lascia pervadere dall’emozione, è il momento di tornare alla prima pagina e iniziare a leggere il racconto vero e proprio.

 

“Il vento contro” è il primo libro pubblicato da Cassioli il quale attraverso un romanzo autobiografico ci racconta con ironia e leggerezza la disabilità e il suo percorso per superare gli ostacoli. La storia parte decisa, senza grandi preamboli, catapultando il lettore nell’emozione di un campionato del mondo: Florida 2003 per l’esattezza. Daniele decide di non iniziare da una delle sue innumerevoli vittorie, bensì da una sconfitta, forse una delle più dure della sua carriera dalla quale uscirà psicologicamente devastato e soprattutto con l’enorme timore di non essere più in grado di vincere. Ma un ragazzo nato cieco certo è abituato a fare i conti con la paura e a superarla, grazie alle proprie forze, ma potendo contare anche su una famiglia speciale e sugli amici più cari. Lo sport è il filo conduttore di una storia che scorre rapida e piacevole muovendosi nel tempo e raccontando con disarmante leggerezza episodi legati all’infanzia, alle trasferte e all’amore. Gli incontri decisivi che mutano la vita del protagonista vengono narrati con dovizia di particolari: nel capitolo 6 un allenatore argentino, Pablo, entra in scena e cambia completamente le carte sul tavolo di Daniele, portandolo a superare i propri limiti nello sci nautico. Lo sport sappiamo che è metafora della vita e alcune parole di Pablo restano scolpite nella mente del lettore mentre gli occhi corrono rapidi sulle pagine del libro: “Se tu vuoi la perfezione devi lottare per averla. Ogni giorno devi lottare per averla. Non c’è pace. Ogni giorno devi andare oltre, devi prima capire quali sono i tuoi limiti e poi sforzarti di superarli” (pag. 120).

Il secondo elemento fondamentale del romanzo è la fiducia. La storia accompagna il lettore attraverso un percorso al buio dove la fiducia nei propri mezzi e negli altri è fondamentale per Daniele. Egli racconta come nasce la decisione di affidare a uno dei suoi più cari amici, Giacomo, la scelta degli outfit da indossare, oppure descrive l’allegra collaborazione con i compagni di squadra con disabilità diverse nell’andare a fare la spesa durante una trasferta o nel cucinare un’amatriciana.

“Il vento contro” è un inno allo sport, alla vita e al coraggio di andare oltre le proprie paure. Si ride, ci si commuove, a tratti si resta senza parole, ma soprattutto al termine del romanzo ci si trova a riflettere e a guardare alla propria vita da una prospettiva totalmente differente. Non male per un romanzo, no?

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La Piccola Biblioteca. Tennis revolution: 100 anni di storie

Ritorna la Piccola Biblioteca con un volume speciale che riscrive la storia del Tennis

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Bottazzi L., Tennis. 100 anni di storie, Giunti Editore, 2018.

Il tennis andrebbe scorporato in tre linee essenziali: l’arte, la scienza e la storia. L’arte è il patrimonio misterioso incorporato nei grandi campioni. Un mix di colpo d’occhio, tecnica, sensibilità, visione di gioco e percezione drammaturgica dell’importanza del momento. Fondamentalmente una roba intrasmissibile. Nessuno al mondo può insegnare la risposta telepatica di Nole, la frustata liquida di Roger o l’uncinata da cinque quintali di Rafa. Loro meno di tutti. È una specie di dono che si rinnova come l’araba fenice in ogni campione. Magia più che sport. O meglio la magia dello sport.

 

La scienza del tennis è invece la conoscenza scientifica del gioco. Uno studio inaugurato da Bill Tilden, il “Leonardo del tennis”. Uno che non si accontentò di essere un campione immenso, forse il più grande di tutti, ma che ha lasciato studi, libri e visioni che hanno proiettato un semplice gioco in una dimensione superiore [1]. La scienza del tennis dovrebbe essere la base di ogni insegnante o allenatore. Trasmetterla dovrebbe essere un dovere. Dico dovrebbe perché è proprio nell’epoca di giocatori iperspecializzati in una sola zona del campo che dovrebbe essere necessario una visione più ampia del gioco del tennis e inevitabilmente una percezione più profonda della sua essenza. Questa questione porta inevitabilmente alla terza linea: la Storia del Tennis. Genere letterario innalzato da Clerici a semiotica dell’animo umano, o microstoria, al quale Luca Bottazzi aggiunge un prezioso tassello. Con una pubblicazione elegante, un superbo corredo fotografico e un’estesa bibliografia “Tennis. 100 anni di storie” fornisce gli strumenti necessari per allontanarsi dalla dittatura del presente e mettere il gioco dei Re, o il Re dei giochi in una prospettiva più ampia e, udite udite, unitaria. Se i 500 anni di Clerici sono un’irripetibile enciclopedia in prosa [2], i 100 anni di Bottazzi sono un romanzo da leggere tutto di un fiato. Dal Medioevo fino a Roger Federer con una preziosa porta aperta sul futuro che suona come una preghiera, o una sentenza: la chiave del futuro è radicata nel (la conoscenza del) passato.

Che il tennis non sia uno sport come gli altri è cosa abbastanza risaputa ma è quasi fantastico assistere a come questo emerga negli scritti di Erasmo da Rotterdam (1522), di Leonardo da Vinci o che sia stato il perimetro fisico che ha generato la Rivoluzione Francese. Una semplice palla colpita da due contendenti diventa rapidamente una cosa in grado di sintetizzare la condizione dell’essere umano nel mondo stretto tra competizione, regole e caos. Una metafora in movimento che ha attratto prima i Re, e i principi, poi gli spettatori, le televisioni fino a diventare un linguaggio universale.

Nella prima sezione del libro, Bottazzi ci restituisce la preistoria del tennis tra il primo tentativo di codifica del gioco (della pallacorda) di Antonio Scaino nel 1555 e il brevetto anglosassone del Lawn tennis che incorpora il gioco del Real tennis plasmando così il futuro. Credo però che il merito più grosso del libro sia la prospettiva adottata. Filologicamente devoto alla Storia del Tennis ma così irriducibilmente dentro il suo gioco da tradirla. Mi spiego, dal primo Wimbledon (1887) fino all’ultimo (2018) tutti campioni vengono posti sullo stesso piano con buona pace della grande diaspora tra dilettanti e professionisti. Nonostante il libro avanzi per capitoli che periodizzano le varie Ere, Bottazzi bypassa, direi finalmente, la questione delle questioni che ha falsato irreversibilmente la possibilità di comparare i campioni con parametri simili. Problemone irrisolvibile che tra le tante implicazioni ha sbilanciato la storia del tennis in avanti, quasi fosse incominciato nel 1968 con Rod Laver. Nella prospettiva di Bottazzi è il gesto tennistico a essere l’indiscusso protagonista e a scandire le varie epoche. Così facendo il circuito professionistico viene sovrapposto a quello ufficiale restituendo una Storia del Tennis probabilmente più incerta ma infinitamente più equilibrata. Una Storia che se ne infischia dell’eventuale GOAT ma che ha il merito di mettere sullo stesso piano Federer, Nadal, Laver e Borg con Donald Budge, Ken Rosewall, Bill Tilden, René Lacoste e Pacho Gonzales. Solo per fare alcuni nomi.

A impreziosire il volume ci sono le appendici finali dove accanto alle classifiche canoniche sul numero di Grande Slam vinti (1. Federer 20, 2. Nadal 17, 3. Sampras, Djokovic 14), ci sono quelle che integrano l’equivalente professionistico di quei tornei. La nuova classifica integrata suona così:

1) Ken Rosewall 23
2) Roger Federer 20
3) Rod Laver 19

Insomma si può discutere a lungo se i tornei Pro possono essere equiparati agli Slam, però escludere dal podio della storia del Tennis uno come Rosewall che dopo l’integrazione dei professionisti (Rosewall ha saltato la bellezza di 40 Slam, dal 1957 al 1967), ritorna in finale a Wimbledon a 39 anni suonati, che ha vinto tornei per 25 anni consecutivi e che nell’head to head con Laver ha vinto 62 incontri (su 149) è forse tecnicamente corretto ma sostanzialmente assurdo.

Una storia che così riscritta ha l’infinito merito di reintegrare campioni pazzeschi negli albi d’oro e a ben vedere suggerisce una strana, ma logica, linea di continuità. Gli immortali, non a caso quasi tutta gente che ha giocato e vinto quasi fino ai quaranta anni, sono stati, nelle rispettive epoche e all’interno delle varie evoluzioni dei gesti, interpreti di un gioco a tutto campo che dovrebbe essere l’essenza del tennis e la cosa più logica del mondo se non fossimo all’interno di un’epoca che con l’iperspecializzazione in una zona del campo la nega. Insomma, grazie a libri come questi, il futuro (e il passato) è ancora aperto.

[1] Per un approfondimento vedi qua
[2] 500 anni di tennis: “la bibbia” che tutti dovrebbero avere

Leggi tutte le recensioni della Piccola Biblioteca di Ubitennis

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