Miami: quale futuro per l'ex quinto Slam?

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Miami: quale futuro per l’ex quinto Slam?

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Tra impianti che invecchiano, infinite cause legali e nuove realtà che reclamano tornei di prestigio, il Miami Open deve trovare in fretta il modo di reinventarsi se non vuole arrivare ad un bivio che conduce lontano dalla Florida

Non è passato molto tempo da quando si parlava del torneo di Miami (o Lipton International di Key Biscayne, come si chiamava una volta) come del quinto Slam, e nessuno aveva nulla da ridire a riguardo: dopo tutto si trattava dell’unico torneo al di fuori dei quattro Major che vedeva uomini e donne competere insieme, con tabelloni di singolare a 128 giocatori e con tutti gli incontri di singolare maschile disputati al meglio dei cinque set.
L’evento creato dall’ex tennista Butch Buchholz nel 1985 e stabilitosi sull’isola di Key Biscayne nel 1987 fu anche il primo ad istituire la pratica di avere 32 teste di serie anziché 16, per evitare incontri tra giocatori troppo forti già ai primi turni, pratica che poi è stata progressivamente copiata da tutti gli altri tornei dello Slam ed oggi è divenuta prassi comune.

 

Nel corso degli anni il Miami Open ha cambiato nome e sponsor diverse volte: si è passati dalla Lipton alla Ericsson, passando poi al NASDAQ-100 per poi arrivare alla Sony Ericsson, fino al main sponsor attuale rappresentato dalla banca sudamericana Itau, che ha firmato il contratto fino al 2019. Anche la formula si è leggermente modificata: con l’integrazione del torneo maschile nel novero degli ATP Super 9 e poi degli ATP Masters 1000 si è progressivamente passati dalla formula dei 3 set su 5 a quella standard di tutto il circuito dei 2 set su 3; inoltre i tabelloni di singolare (maschile e femminile) sono stati leggermente ridotti passando a 96 giocatori o giocatrici, ovvero con le 32 teste di serie avanzate di un turno, in un format che ha ispirato la formula attuale anche del torneo “gemello” di Indian Wells.

Ed è proprio quest’ultimo evento, che si disputa nel deserto della California un paio settimane prima dell’appuntamento di Miami, a mettere in risalto in maniera sempre più evidente le lacune strutturali ed organizzative che il Miami Open ormai non riesce più a nascondere dietro il fascino della sua relativamente recente ma gloriosa tradizione. Se infatti il BNP Paribas Open di Indian Wells, grazie al supporto degli sponsor, delle autorità locali e del patron del torneo, il miliardario Larry Ellison, riesce di anno in anno ad espandere e migliorare il proprio Indian Wells Tennis Garden, la sede del torneo di Miami invece non trova il modo di adeguare le proprie strutture alle esigenze di una grande competizione.

Già nel 2012 la IMG, che dal 2000 possiede i diritti del Miami Open, aveva presentato un progetto per l’ampliamento e il riammodernamento del Crandon Park Tennis Center di Key Biscayne: tre nuovi campi con tribune permanenti per ospitare rispettivamente 6.000, 4.000 e 3.000 spettatori, un area ristorazione permanente ed un allargamento della struttura del campo centrale che andrebbe a comprendere negozi, ristoranti ed uffici. Il costo dei lavori sarebbe di 50 milioni di dollari, interamente finanziati dagli introiti del torneo e da investimenti privati. Purtroppo però questi lavori non sono ancora iniziati in quanto non è ancora stato possibile ottenere le necessarie autorizzazioni.

L’ubicazione del Tennis Center all’interno del parco pubblico di Crandon Park, infatti, pone problemi burocratici di non poco conto per Butch Buchholtz e l’IMG. L’area infatti è ufficialmente adibita a parco naturale, a rispetto dell’accordo stretto negli anni ’40 tra la contea di Miami-Dade e la famiglia Matheson, originariamente proprietaria dell’isolotto di Key Biscayne. I Matheson acconsentirono a cedere Crandon Park alla contea in cambio della costruzione della Rickenbacker Causeway, l’autostrada che collega Key Biscayne con la terraferma, a patto che venisse conservato il suo stato di area naturalistica. Quando nel 1991 il torneo chiese il permesso di costruire una struttura permanente per il campo centrale (prima di allora, tutte le infrastrutture del torneo venivano costruite ad-hoc ogni anno e smontate subito dopo la fine dell’evento), i Matheson fecero causa alla Contea, chiedendo il rispetto dell’accordo originario. La causa si concluse con un patteggiamento tra le parti che permise la costruzione della struttura attuale (solo il primo “anello” del centrale con circa 8.000 posti è permanente, il resto è costruito ogni anno su strutture tubolari), ma che vide la costituzione di un comitato di quattro persone (tra cui un membro della famiglia Matheson) responsabile dell’approvazione di qualunque opera venga costruita all’interno di Crandon Park. Come se non bastasse, una modifica alla legislazione della Contea di Miami-Dade in materia di parchi naturali introdotta nel 1993 richiede che ogni cambiamento alle strutture permanenti situate all’interno di un parco venga approvato da almeno due terzi della popolazione residente.

Quest’ultimo requisito fu soddisfatto il 6 novembre 2012, quando il 73% della popolazione di Key Biscayne votò tramite referendum a favore del progetto di sviluppo del torneo.  Tuttavia il comitato di controllo descritto sopra vede tra i suoi membri anche un membro di una associazione non-profit che riceve regolari e robusti contributi da parte della famiglia Matheson, la quale in questo modo attraverso il proprio voto e quello del proprio “controllato” riesce a bloccare qualunque iniziativa degli organizzatori del torneo.
Matheson intanto ha intentato causa contro la contea per invalidare i risultati del referendum, in quanto a suo modo di vedere la formulazione della domanda scritta sulla scheda era fuorviante: la causa è stata respinta, ma è stato presentato un appello che è ancora in attesa di udienza. La IMG, che vuole proteggere i propri interessi e quelli del torneo, ha a sua volta citato in causa Matheson contestando la validità del suo diritto di veto tramite il comitato, ma il giudice Schumacher il settembre scorso ha ritenuto validi i termini dell’accordo raggiunto nel 1993 ed ha confermato l’autorità del comitato.

Sicuramente l’IMG si appellerà a sua volta contro questa decisione, ma mentre gli avvocati del Sud della Florida si arricchiscono in questa intricata faida legale, gli altri eventi del circuito non stanno certo a guardare e, modernizzando di anno in anno le loro strutture, aumentano il distacco su ciò che rimane dell’ex quinto Slam. Appare evidente come una soluzione alla questione sia ben lontana, con tutti questi ricorsi e contro ricorsi legali, ed il tempo non è dalla parte del Miami Open. Un accordo extra-giudiziale, che sbloccherebbe la situazione dando il via libera alle ruspe, sembra abbastanza improbabile, dal momento che i Matheson non sono certo alla ricerca dei soldi dell’IMG, ma sono spinti da auto-proclamate motivazioni naturalistiche.

Nell’esprimere il proprio disappunto per le decisioni avverse dei giudici, il vice presidente esecutivo dell’IMG Adam Barrett ha fatto sapere che se non si riuscirà ad iniziare quanto prima i lavori di allargamento, l’IMG prenderà in considerazione l’ipotesi di spostare il torneo in una città diversa da Miami, e con esso anche i 387 milioni di dollari di indotto generati dall’evento per le comunità del Sud della Florida. “Senza alcuna miglioria, non credo sia possibile mantenere a lungo l’evento a Miami –  ha dichiarato Barrett – Attualmente abbiamo un accordo in essere con Crandon Park fino al 2023, ma non credo arriveremo alla fine del contratto se non ci saranno sviluppi. Non si tratta di una minaccia, è semplicemente un fatto”.

Il Miami Open si trova dunque in una delicata situazione sia dal punto di vista organizzativo sia da quello tecnico, dal momento che nell’ambiente si comincia a dubitare della necessità di dedicare quasi interamente il mese di marzo a due soli tornei sul cemento, entrambi negli Stati Uniti, in un momento in cui ci sono altre realtà socio-economiche in grande crescita che reclamano a gran voce (ed a suon di moneta sonante) eventi tennistici di grande caratura.
Roger Federer diserterà la prossima edizione del torneo, per seconda volta nel giro di tre anni: la superficie in Laykold piuttosto lenta e il clima tropicale molto umido di Miami rendono le condizioni di gioco piuttosto lente, soprattutto durante le sessioni serali, risultando così piuttosto invise al campione svizzero che ha preferito così passare direttamente alla terra battuta europea (su cui ha programmato di giocare ben 5 eventi nel 2015) dopo l’inizio stagione sul cemento. Qualcuno aveva suggerito la possibilità di trasformare il Miami Open nell’unico Masters 1000 sulla terra verde: la superficie è molto popolare in Florida, il cambiamento dovrebbe essere relativamente semplice (Crandon Park possiede già diversi campi in terra verde, oltre che in terra rossa ed in erba) ed il torneo si posizionerebbe così come un evento di passaggio tra il cemento (indoor o outdoor) della prima parte dell’anno e la stagione sulla terra rossa europea.

Forse però nessun cambiamento è semplice per gli organizzatori del Miami Open, viste le restrizioni cui sono sottoposti, ed il tempo ormai inizia a scarseggiare. Durante l’edizione 2014, il tennista francese Paul Henri Mathieu etichettò Miami come “il torneo più peggiorato del circuito, davvero un bello smacco per un evento che comunque attira più di 300.000 spettatori ad ogni edizione e può vantarsi di essere stato votato come “miglior torneo del circuito” per nove volte negli ultimi 13 anni. E più le infrastrutture diventano inadeguate, tra lo stadio che ad ogni temporale rivela qualche perdita in più dai soffitti di uffici e spogliatoi e ristoranti che possono essere raggiunti solo con passerelle come nei giorni di acqua alta a Venezia, più cominciano a diventare meno sopportabili anche le altre lacune del torneo fino ad oggi tollerate. La “location” di Crandon Park è di fatto in un “cul de sac” con una sola strada di accesso attraverso cui devono passare tutte le persone e le merci che servono a far funzionare il torneo: atleti, ufficiali, personale di servizio, pubblico, ma anche cibo, bevande, merchandise e quant’altro. Per percorrere i circa otto chilometri che separano Key Biscayne dalla terra ferma ci si può impiegare a volte anche più di un’ora; i giocatori che possono permetterselo scelgono di alloggiare nell’unico hotel presente nel villaggio di Key Biscayne, il Ritz Carlton, ma chi non può sborsare gli almeno 600-700 dollari a notte necessari per pernottare lì deve necessariamente sciropparsi il calvario del traffico sulla Rickenbacker Causeway.

Il Miami Open è visto quasi come uno “Slam” dagli appassionati di tennis del Sud America: d’altra parte Miami è considerata come la capitale economica dell’America Latina, ed è abbastanza naturale che l’evento tennistico che vi si disputa abbia un fascino particolare per loro. Basti ricordare che Fernando Gonzalez scelse Miami come ultimo torneo della sua carriera prima di ritirarsi nel 2012.
La soluzione più naturale quindi potrebbe essere quella di una migrazione a sud dell’evento: il Brasile è una nazione in forte crescita economica, ha ottenuto l’ATP 500 di Rio e nella città carioca dopo le Olimpiadi del 2016 avranno a disposizione un impianto nuovo di zecca con campi in cemento che potrebbe fare giusto al caso dell’IMG. Tuttavia siamo certi che la Federazione Americana USTA farà di tutto per evitare di perdere un evento di così grande prestigio, dopo la moria di tornei che ha recentemente interessato la nazione a stelle e strisce (solo negli ultimi anni San Jose e Los Angeles sono scomparsi e Memphis è stato declassato da ‘500’ a ‘250’).

“Time will tell”, dicono da quelle parti, il tempo sarà galantuomo. Ma di tempo comincia a non essercene più molto, e la nostra tribù di zingari con racchetta potrebbe vedere le notti brave di Ocean Drive trasformarsi nelle sfilate di samba di Copacabana molto prima di quanto si pensi.

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Al femminile

Quanto vale Sofia Kenin?

I sorprendenti cambiamenti tecnico-tattici di una giocatrice in continua ascesa e con un ruolo nel circuito WTA ancora tutto da definire

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Sofia Kenin - Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Ci avviciniamo alla fine della stagione, e stanno per arrivare le classiche votazioni organizzate da WTA per celebrare le maggiori protagoniste del Tour. Da alcuni anni, ormai, le categorie dei WTA Awards sono definite: “Giocatrice dell’anno”, “Giocatrice più migliorata”, “Esordiente dell’anno”, etc. Magari sbaglio, ma penso che Sofia Kenin non vincerà in alcuna categoria, sopravanzata da qualche altro nome in ogni votazione. Come togliere a Gauff il titolo di esordiente dell’anno? O ad Andreescu (oppure ad Anisimova) quello di giocatrice più migliorata?

Ragionavo su questo dopo aver considerato l’ultima classifica WTA: Kenin questa settimana è numero 15. Davvero una posizione ragguardevole. Eppure Sofia non è ancora riuscita a sfondare in pieno nell’immaginario di media e appassionati. Nata nel novembre 1998, finora ha sempre trovato qualche altra nuova giocatrice che, per una ragione o per l’altra, è sembrata più meritevole di starle davanti in termini di considerazione.

Se per esempio ci limitiamo alle sue connazionali, troviamo nomi statunitensi più precoci di lei (Gauff, Anisimova). Se invece ci concentriamo sull’età, fra le coetanee del 1998 spicca Aryna Sabalenka che è già stata Top 10 e propone un gioco più di impatto rispetto al suo. Ecco perché, probabilmente, Kenin non ha finora ricevuto una attenzione proporzionata a quanto è riuscita a compiere di recente nel circuito.

 

Eppure nel 2019 ha lasciato una traccia da non sottovalutare. Ce lo dicono i dati. Tre tornei vinti in stagione (Hobart, Maiorca, Guanzhou), due Numero 1 del mondo sconfitte (Barty a Toronto, Osaka a Cincinnati), e una progressione nel ranking significativa. Questa la sua posizione in classifica dal 2015 in poi: 620, 212, 113, 52, 15.

Tenendo presenti questi risultati, forse è venuto il momento di provare a considerarla con più interesse. Riavvolgiamo il nastro, e cominciamo dal suo periodo da junior, perché ci sono aspetti che meritano di essere ricordati.

Gli inizi di Sofia Kenin
Prima di parlare di tennis, un paio di notazioni famigliari. Kenin è statunitense, ma è nata a Mosca, figlia di genitori russi emigrati negli USA. Il padre Alexander ha raccontato al New York Times il non semplice periodo di spostamento fra i due continenti: in Russia Alexander studia informatica di giorno e di notte fa l’autista, mentre la moglie Svetlana è infermiera.

Decidono di cercare fortuna in America alla fine degli anni ’80. Aspettano il visto per alcuni anni, prima di intraprendere un viaggio a tappe, che passa anche da Austria e Italia. Arrivano nel 1987 a New York (prima a Brooklyn e poi nel Queens), e gli inizi non sono facili. Per questo, quando sta per nascere la figlia tornano in patria, in modo che la famiglia di origine possa aiutarli ad allevare la nuova arrivata. (Scelta insolita, visto che la legge dello ius soli attira molte partorienti negli USA). Passano alcuni mesi e i Kenin si trasferiscono definitivamente negli USA, tanto che oggi Sofia ha solo il passaporto americano. Rimane però, come lascito europeo, la lingua, dato che in famiglia si parla russo.

Oltre a questi complicati andirivieni, a rendere le cose un po’ più difficili c’è la questione del nome di battesimo di Sofia: non utilizzato da parenti e amici più intimi, che in realtà la chiamano Sonya. In sostanza Kenin va aggiunta a quella schiera di tenniste che compaiono all’anagrafe con un nome, ma che sono abituate a identificarsi in un altro modo; ecco allora Jelena “Aljona” Ostapenko, Cori “Coco” Gauff, Sofia “Sonya” Kenin.

Sofia comincia a giocare a tennis a cinque anni, e spicca subito per le sue qualità. Stupisce vedere una bambina così piccola e così dotata, tanto che diventa rapidamente una mini-star, suscitando l’interesse di giornali, riviste e televisioni. E per questo viene fotografata insieme a Clijsters e Kournikova. A sette anni gioca tre ore al giorno, convinta di poter diventare la futura numero uno del mondo:

Per assecondare le sue qualità la famiglia si trasferisce in Florida, dove la allena il padre; ma Sofia è seguita anche da Rick Macci, che la ricorda così: “Era una piccola e spaventosa creatura. Era speciale per la coordinazione occhio-mano e per la capacità di colpire la palla di controbalzo. L’unica che ho visto così era Martina Hingis”.

Macci non è un signore qualsiasi visto che gestisce una Academy dove sono passate le sorelle Williams, Andy Roddick, Jennifer Capriati. Va però ricordato che dichiarazioni del genere le aveva rilasciate anche per Monique Viele, passata alla storia per essere stata descritta come una straordinaria enfant prodige, e che invece non ha mai sfondato a livello professionistico.

Kenin però dalla sua non ha solo gli elogi, ma anche i risultati, visto che è sempre fra le migliori per classi di età negli USA. A livello internazionale arriva in finale in un torneo importante come l‘Eddie Herr under 14: in quella occasione domina tutta la concorrenza (6/0 6/0; 6/3 6/1; 6/2 6/2; 6/3 6/0; 6/3 6/2), ma poi in finale perde in tre set dopo essere stata in vantaggio per 6-1, 5-2. Avversaria di quel giorno è l’ungherese Fanny Stollar, nata anche lei nel novembre 1998 (e best ranking 114 WTA), che finisce per prevalere 1-6, 7-5, 6-3.

Una grande amarezza, ma Kenin non è certo il tipo da farsi abbattere; del resto nelle interviste, quando le chiedono quale è la sua miglior qualità, non indica uno specifico colpo o una dote fisica, ma risponde sempre: “La combattività”. Lo spirito indomito aiuta molto nel tennis, ed è praticamente indispensabile in quei primi anni da ragazzina, visto che fatica a crescere in altezza: piccola e minuta, deve spesso misurarsi contro avversarie più alte e potenti di lei, e per questo è obbligata a mettere in campo superiori doti di resistenza e sagacia tattica.

Allungare gli scambi, variare le parabole, pungere con le smorzate: queste sono le armi a cui fa ricorso per sopperire al deficit fisico. Sotto questo aspetto ricorda gli inizi di Daria Kasatkina, che da giovanissima aveva lo stesso handicap di potenza rispetto alle coetanee, e per questo doveva affidarsi a un tipo di tennis molto simile per avere la meglio.

Poi con gli anni Kenin cresce di statura, sino all’attuale 1,70 e comincia a spiccare nei risultati da junior. Vince l’Orange Bowl 2014 e arriva in finale agli US Open 2015 dove perde da Dalma Galfi, ma dopo essersi presa la rivincita in semifinale contro Stollar. Il best ranking di Kenin da junior è numero 2, raggiunto nel novembre dello stesso anno.

a pagina 2: Il professionismo, il 2018 e l’esperienza di Fed Cup

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Italiani

Mosca e Lussemburgo: Giorgi fuori dopo mille occasioni, Petkovic vince al terzo

Camila spreca l’impossibile contro Andrea Petkovic e finisce per perdere un match che avrebbe potuto vincere in due set in Lussemburgo

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Camila Giorgi - Osaka 2019 (foto via Twitter, @torayppo)

LUSSEMBURGO – Sconfitta al limite dell’incredibile quella di Camila Giorgi contro Andrea Petkovic all’esordio nel torneo lussemburghese: la nostra N.1 vince il primo set con un perentorio 6-0. Poi ha avuto la palla break per andare a servire per il match sul 4-4 del secondo, salvo poi perderlo per 6-4. Nel terzo set si porta avanti 4-3 e servizio finendo per perdere 3 giochi consecutivi e l’incontro. Una sintesi perfetta di un 2019 non proprio memorabile per Camila tra infortuni e risultati deludenti.

La lucky loser olandese Bibiane Schoofs è entrata al posto di Voegele che aveva sostituito Bonaventure (rispettivamente, dolore addominale e infortunio alla spalla sinistra), ma la fortuna finisce lì perché si trova di fronte la prima testa di serie Elise Mertens. Un bagel nel primo set e la scontata distrazione belga all’inizio del secondo, poi Elise può chiudere 6-3.

Il tabellone completo e aggiornato

 

MOSCA – Kiki Bertens e Belinda Bencic si giocano l’accesso al Masters di Shenzen. Entrambe sorteggiate nella metà bassa del tabellone e omaggiate di un bye, conoscono finalmente i nomi delle prime avversarie. Belinda, terza testa di serie, troverà la slovena Polona Hercog, facile vinctrice di Katerina Siniakova, mentre la seconda favorita del seeding Kiki affronterà la qualificata Kaia Kanepi che ha regolato 6-1 6-3 Timea Babos. Con il posto garantito alla Finals, Elina Svitolina se ne sta tranquilla sulla prima riga del main draw in attesa del suo incontro con Veronika Kudermetova che ha rifilato un doppio 6-3 a Ons Jabeur.

Grazie alla vittoria in tre set (l’unica della giornata) contro Yulia Putintseva, Kristina Mladenovic diventa numero uno di Francia a pari punti con Caroline Garcia. Esordio sul velluto per Dayana Yastremska che supera 6-1 6-4 Daria Kasatkina. La ventiduenne russa n. 37 WTA era campionessa uscente, quindi perderà oltre trenta posizioni in classifica.

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ATP

Sinner brillantissimo, ad Anversa arriva la quarta vittoria nel tour. OK Murray

La rivincita su Majchrzak vale a Jannik il secondo turno contro Monfils. Murray non brilla ma vince

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Jannik Sinner - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

CHE SINNER! – In finale al Challenger di Ostrava il 5 maggio scorso, Kamil Majchrzak lo aveva annichilito. In quell’occasione autore di un match perfetto, al primo turno di Anversa il qualificato polacco non ritrova però lo stesso avversario un po’ a corto di energie, bensì la versione migliore di Jannik Sinner che onora la wild card superandolo in due set. Il sipario si apre su un Sinner davvero centrato e reattivo che comanda lo scambio, nel palleggio a ritmo sostenuto si dimostra più solido e capace di muovere il gioco, oltre che di chiudere con accelerazioni puntuali. Majchrzak, nei primi 100 dallo scorso luglio, è stordito da una partenza tanto aggressiva e muove finalmente il punteggio tenendo la battuta al quinto game.

Jannik concede qualche errore con il dritto, ma i suoi piedi sono sempre vicinissimi al campo e si guadagna un set point in risposta sul 5-1. Kamil però lo annulla, prende fiducia e brekka al gioco successivo approfittando di un paio di imprecisioni a rete del giovane azzurro che, viceversa, si irrigidisce un po’ e regala qualche errore di troppo. Di nuovo con la battuta a disposizione, al quarto set point Sinner riesce mettere al sicuro un parziale che si stava complicando.

L’essere arrivato così vicino a girare una partita dalla quale non vedeva via d’uscita fa perdere un po’ di grinta a Majchrzak, quanto basta perché praticamente regali il turno di battuta in apertura a uno Jannik che ritrova invece la tranquillità necessaria e delle percentuali con il servizio migliori rispetto a quelle del primo set. Con una splendida chiusura lungolinea di rovescio, Sinner si prende un altro break al settimo game e, stavolta senza affanni, vola al secondo turno dove lo attende la prima testa di serie, Gael Monfils. Dopo la semifinale Challenger della scorsa settimana, arriva la quarta vittoria nel circuito maggiore per Jannik che ha dominato l’incontro, con solo una piccola flessione nella seconda parte del primo parziale in cui era peraltro ampiamente in vantaggio. Una vittoria che, almeno virtualmente, gli vale un altro piccolo passo verso la top 100 (per ora, sarebbe n. 114) e al cut off dell’Australian Open.

MURRAY SENZA LODE – Rispetto alle ultime incoraggianti apparizioni, è una versione di Andy Murray decisamente sottotono quella che supera 6-4 7-6 la wild card Kimmer Coppejans. Andy arriva ad Anversa forte di una condizione in costante crescita e, per batterlo, ormai c’è bisogno di mettere in campo una prestazione di alto livello, come hanno recentemente dovuto fare Dominic Thiem e Fabio Fognini. Ecco, allora, che la sfida inedita contro il n. 158 ATP rischia di diventare quasi un allenamento per l’ex numero uno del mondo. Un rischio che sembra concretizzarsi dopo il 3-0 iniziale, ma tre doppi falli scozzesi rimettono subito in corsa l’avversario e diventa chiaro in fretta che non assisteremo a un incontro entusiasmante.

Coppejans mette in campo oltre l’80% di prime battute su cui però perde quasi la metà dei punti, il contrario di quello che avviene sul servizio di Andy, prefetto con la prima tranne la parte in cui ne mette dentro una ogni cinque minuti (sarà il 44% alla fine del primo set, per essere più precisi). Concede anche qualche errore di troppo nel palleggio con il dritto, ma resta comunque il più solido e, senza particolari emozioni, incamera il parziale brekkando al decimo gioco.

 

Il secondo set si apre con Kimmer che inizia a fare punti rispondendo al primo servizio e piazza vincenti tra dritto, rovescio e drop shot; insomma, non ci sono più certezze e arriva anche il doppio fallo di Murray sulla palla break. Il venticinquenne di Ostenda rientra in fretta nell’uniforme da Challenger cedendo subito il vantaggio; Andy non sa approfittarne per portare definitivamente l’inerzia dalla propria parte e, anzi, subendo nove punti di fila, deve ricorrere al servizio per evitare di finire sotto un 1-4 pesante. Tanti errori da parte di entrambi, pochi scambi tesi e qualche bella smorzata a catturare temporaneamente l’attenzione.

Il belga non ha le armi per fare davvero male e il suo gioco mal si sposa con quello di Murray che, in una serata tutt’altro che brillante, riesce ad alzare il livello quanto basta per arrivare al tie-break. Lì, un bel punto per uno e il resto sono errori, compreso lo smash finale di Coppejans su una difesa di Andy degna del suo nome. In ogni caso, per l’uomo dall’anca artificialmente rivestita si trattava come sempre di mettere nelle gambe un altro match e guadagnarsi l’opportunità di giocare ancora: missione compiuta. Un giorno di riposo e giovedì gli toccherà il vincente fra Pablo Cuevas e Hugo Dellien, non due assidui frequentatori del duro indoor.

GLI ALTRI MATCH – Passo falso di Richard Gasquet che si fa rimontare il 6-1 iniziale da Soonwoo Kwon, n. 88 ATP in rapida ascesa (era fuori dai 200 a febbraio). L’esperienza non mette Richard al riparo dalla classica reazione di inizio secondo set, ma il francese recupera sul 2 pari. Il ventunenne coreano ha però trovato il tempo sulla risposta e il suo rovescio bimane, piuttosto compatto, è solido ed efficace, come in occasione della palla break che gli permette poi di chiudere con il servizio. Gasquet perde la battuta all’inizio della partita decisiva aprendo con un doppio fallo – come se l’altro non fosse già abbastanza in fiducia – e Kwon mantiene senza problemi il vantaggio fino alla stretta di mano.

Feliciano Lopez torna in campo dopo il match teso con Daniil Medvedev allo US Open. Il trentottenne di Toledo salva tutte le sei palle break concesse e supera 7-6 6-4 Cameron Norrie, pareggiando così il risultato della sfida a Los Cabos dello scorsa anno. Al prossimo turno, se la vedrà con Stan Wawrinka, anch’egli al rientro dopo la sconfitta newyorchese patita dal russo del momento. Dopo quattro sconfitte consecutive, torna alla vittoria Jan-Lennard Struff; a pagare la voglia di riscatto tedesca è il qualificato Gregoire Barrere che raccoglie tre giochi.

Risultati:

[WC] J. Sinner b. [Q] K. Majchrzak 6-4 6-2
[7] J.L. Struff b. [Q] G. Barrere 6-2 6-1
F. Lopez b. C. NOrrie 7-6(2) 6-4
G. Simon b. S. Darcis 6-1 6-2
A. Murray b. [WC] K. Copejans 6-4 7-6(4)
[Q] M. Copil b. F. Delbonis 6-4 7-6(3)
S. Kwon b. R. Gasquet 1-6 6-3 6-4
U. Humbert b. J. Kovalik 6-4 7-5

Il tabellone di Anversa completo e aggiornato

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