Miami: quale futuro per l'ex quinto Slam?

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Miami: quale futuro per l’ex quinto Slam?

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Tra impianti che invecchiano, infinite cause legali e nuove realtà che reclamano tornei di prestigio, il Miami Open deve trovare in fretta il modo di reinventarsi se non vuole arrivare ad un bivio che conduce lontano dalla Florida

Non è passato molto tempo da quando si parlava del torneo di Miami (o Lipton International di Key Biscayne, come si chiamava una volta) come del quinto Slam, e nessuno aveva nulla da ridire a riguardo: dopo tutto si trattava dell’unico torneo al di fuori dei quattro Major che vedeva uomini e donne competere insieme, con tabelloni di singolare a 128 giocatori e con tutti gli incontri di singolare maschile disputati al meglio dei cinque set.
L’evento creato dall’ex tennista Butch Buchholz nel 1985 e stabilitosi sull’isola di Key Biscayne nel 1987 fu anche il primo ad istituire la pratica di avere 32 teste di serie anziché 16, per evitare incontri tra giocatori troppo forti già ai primi turni, pratica che poi è stata progressivamente copiata da tutti gli altri tornei dello Slam ed oggi è divenuta prassi comune.

 

Nel corso degli anni il Miami Open ha cambiato nome e sponsor diverse volte: si è passati dalla Lipton alla Ericsson, passando poi al NASDAQ-100 per poi arrivare alla Sony Ericsson, fino al main sponsor attuale rappresentato dalla banca sudamericana Itau, che ha firmato il contratto fino al 2019. Anche la formula si è leggermente modificata: con l’integrazione del torneo maschile nel novero degli ATP Super 9 e poi degli ATP Masters 1000 si è progressivamente passati dalla formula dei 3 set su 5 a quella standard di tutto il circuito dei 2 set su 3; inoltre i tabelloni di singolare (maschile e femminile) sono stati leggermente ridotti passando a 96 giocatori o giocatrici, ovvero con le 32 teste di serie avanzate di un turno, in un format che ha ispirato la formula attuale anche del torneo “gemello” di Indian Wells.

Ed è proprio quest’ultimo evento, che si disputa nel deserto della California un paio settimane prima dell’appuntamento di Miami, a mettere in risalto in maniera sempre più evidente le lacune strutturali ed organizzative che il Miami Open ormai non riesce più a nascondere dietro il fascino della sua relativamente recente ma gloriosa tradizione. Se infatti il BNP Paribas Open di Indian Wells, grazie al supporto degli sponsor, delle autorità locali e del patron del torneo, il miliardario Larry Ellison, riesce di anno in anno ad espandere e migliorare il proprio Indian Wells Tennis Garden, la sede del torneo di Miami invece non trova il modo di adeguare le proprie strutture alle esigenze di una grande competizione.

Già nel 2012 la IMG, che dal 2000 possiede i diritti del Miami Open, aveva presentato un progetto per l’ampliamento e il riammodernamento del Crandon Park Tennis Center di Key Biscayne: tre nuovi campi con tribune permanenti per ospitare rispettivamente 6.000, 4.000 e 3.000 spettatori, un area ristorazione permanente ed un allargamento della struttura del campo centrale che andrebbe a comprendere negozi, ristoranti ed uffici. Il costo dei lavori sarebbe di 50 milioni di dollari, interamente finanziati dagli introiti del torneo e da investimenti privati. Purtroppo però questi lavori non sono ancora iniziati in quanto non è ancora stato possibile ottenere le necessarie autorizzazioni.

L’ubicazione del Tennis Center all’interno del parco pubblico di Crandon Park, infatti, pone problemi burocratici di non poco conto per Butch Buchholtz e l’IMG. L’area infatti è ufficialmente adibita a parco naturale, a rispetto dell’accordo stretto negli anni ’40 tra la contea di Miami-Dade e la famiglia Matheson, originariamente proprietaria dell’isolotto di Key Biscayne. I Matheson acconsentirono a cedere Crandon Park alla contea in cambio della costruzione della Rickenbacker Causeway, l’autostrada che collega Key Biscayne con la terraferma, a patto che venisse conservato il suo stato di area naturalistica. Quando nel 1991 il torneo chiese il permesso di costruire una struttura permanente per il campo centrale (prima di allora, tutte le infrastrutture del torneo venivano costruite ad-hoc ogni anno e smontate subito dopo la fine dell’evento), i Matheson fecero causa alla Contea, chiedendo il rispetto dell’accordo originario. La causa si concluse con un patteggiamento tra le parti che permise la costruzione della struttura attuale (solo il primo “anello” del centrale con circa 8.000 posti è permanente, il resto è costruito ogni anno su strutture tubolari), ma che vide la costituzione di un comitato di quattro persone (tra cui un membro della famiglia Matheson) responsabile dell’approvazione di qualunque opera venga costruita all’interno di Crandon Park. Come se non bastasse, una modifica alla legislazione della Contea di Miami-Dade in materia di parchi naturali introdotta nel 1993 richiede che ogni cambiamento alle strutture permanenti situate all’interno di un parco venga approvato da almeno due terzi della popolazione residente.

Quest’ultimo requisito fu soddisfatto il 6 novembre 2012, quando il 73% della popolazione di Key Biscayne votò tramite referendum a favore del progetto di sviluppo del torneo.  Tuttavia il comitato di controllo descritto sopra vede tra i suoi membri anche un membro di una associazione non-profit che riceve regolari e robusti contributi da parte della famiglia Matheson, la quale in questo modo attraverso il proprio voto e quello del proprio “controllato” riesce a bloccare qualunque iniziativa degli organizzatori del torneo.
Matheson intanto ha intentato causa contro la contea per invalidare i risultati del referendum, in quanto a suo modo di vedere la formulazione della domanda scritta sulla scheda era fuorviante: la causa è stata respinta, ma è stato presentato un appello che è ancora in attesa di udienza. La IMG, che vuole proteggere i propri interessi e quelli del torneo, ha a sua volta citato in causa Matheson contestando la validità del suo diritto di veto tramite il comitato, ma il giudice Schumacher il settembre scorso ha ritenuto validi i termini dell’accordo raggiunto nel 1993 ed ha confermato l’autorità del comitato.

Sicuramente l’IMG si appellerà a sua volta contro questa decisione, ma mentre gli avvocati del Sud della Florida si arricchiscono in questa intricata faida legale, gli altri eventi del circuito non stanno certo a guardare e, modernizzando di anno in anno le loro strutture, aumentano il distacco su ciò che rimane dell’ex quinto Slam. Appare evidente come una soluzione alla questione sia ben lontana, con tutti questi ricorsi e contro ricorsi legali, ed il tempo non è dalla parte del Miami Open. Un accordo extra-giudiziale, che sbloccherebbe la situazione dando il via libera alle ruspe, sembra abbastanza improbabile, dal momento che i Matheson non sono certo alla ricerca dei soldi dell’IMG, ma sono spinti da auto-proclamate motivazioni naturalistiche.

Nell’esprimere il proprio disappunto per le decisioni avverse dei giudici, il vice presidente esecutivo dell’IMG Adam Barrett ha fatto sapere che se non si riuscirà ad iniziare quanto prima i lavori di allargamento, l’IMG prenderà in considerazione l’ipotesi di spostare il torneo in una città diversa da Miami, e con esso anche i 387 milioni di dollari di indotto generati dall’evento per le comunità del Sud della Florida. “Senza alcuna miglioria, non credo sia possibile mantenere a lungo l’evento a Miami –  ha dichiarato Barrett – Attualmente abbiamo un accordo in essere con Crandon Park fino al 2023, ma non credo arriveremo alla fine del contratto se non ci saranno sviluppi. Non si tratta di una minaccia, è semplicemente un fatto”.

Il Miami Open si trova dunque in una delicata situazione sia dal punto di vista organizzativo sia da quello tecnico, dal momento che nell’ambiente si comincia a dubitare della necessità di dedicare quasi interamente il mese di marzo a due soli tornei sul cemento, entrambi negli Stati Uniti, in un momento in cui ci sono altre realtà socio-economiche in grande crescita che reclamano a gran voce (ed a suon di moneta sonante) eventi tennistici di grande caratura.
Roger Federer diserterà la prossima edizione del torneo, per seconda volta nel giro di tre anni: la superficie in Laykold piuttosto lenta e il clima tropicale molto umido di Miami rendono le condizioni di gioco piuttosto lente, soprattutto durante le sessioni serali, risultando così piuttosto invise al campione svizzero che ha preferito così passare direttamente alla terra battuta europea (su cui ha programmato di giocare ben 5 eventi nel 2015) dopo l’inizio stagione sul cemento. Qualcuno aveva suggerito la possibilità di trasformare il Miami Open nell’unico Masters 1000 sulla terra verde: la superficie è molto popolare in Florida, il cambiamento dovrebbe essere relativamente semplice (Crandon Park possiede già diversi campi in terra verde, oltre che in terra rossa ed in erba) ed il torneo si posizionerebbe così come un evento di passaggio tra il cemento (indoor o outdoor) della prima parte dell’anno e la stagione sulla terra rossa europea.

Forse però nessun cambiamento è semplice per gli organizzatori del Miami Open, viste le restrizioni cui sono sottoposti, ed il tempo ormai inizia a scarseggiare. Durante l’edizione 2014, il tennista francese Paul Henri Mathieu etichettò Miami come “il torneo più peggiorato del circuito, davvero un bello smacco per un evento che comunque attira più di 300.000 spettatori ad ogni edizione e può vantarsi di essere stato votato come “miglior torneo del circuito” per nove volte negli ultimi 13 anni. E più le infrastrutture diventano inadeguate, tra lo stadio che ad ogni temporale rivela qualche perdita in più dai soffitti di uffici e spogliatoi e ristoranti che possono essere raggiunti solo con passerelle come nei giorni di acqua alta a Venezia, più cominciano a diventare meno sopportabili anche le altre lacune del torneo fino ad oggi tollerate. La “location” di Crandon Park è di fatto in un “cul de sac” con una sola strada di accesso attraverso cui devono passare tutte le persone e le merci che servono a far funzionare il torneo: atleti, ufficiali, personale di servizio, pubblico, ma anche cibo, bevande, merchandise e quant’altro. Per percorrere i circa otto chilometri che separano Key Biscayne dalla terra ferma ci si può impiegare a volte anche più di un’ora; i giocatori che possono permetterselo scelgono di alloggiare nell’unico hotel presente nel villaggio di Key Biscayne, il Ritz Carlton, ma chi non può sborsare gli almeno 600-700 dollari a notte necessari per pernottare lì deve necessariamente sciropparsi il calvario del traffico sulla Rickenbacker Causeway.

Il Miami Open è visto quasi come uno “Slam” dagli appassionati di tennis del Sud America: d’altra parte Miami è considerata come la capitale economica dell’America Latina, ed è abbastanza naturale che l’evento tennistico che vi si disputa abbia un fascino particolare per loro. Basti ricordare che Fernando Gonzalez scelse Miami come ultimo torneo della sua carriera prima di ritirarsi nel 2012.
La soluzione più naturale quindi potrebbe essere quella di una migrazione a sud dell’evento: il Brasile è una nazione in forte crescita economica, ha ottenuto l’ATP 500 di Rio e nella città carioca dopo le Olimpiadi del 2016 avranno a disposizione un impianto nuovo di zecca con campi in cemento che potrebbe fare giusto al caso dell’IMG. Tuttavia siamo certi che la Federazione Americana USTA farà di tutto per evitare di perdere un evento di così grande prestigio, dopo la moria di tornei che ha recentemente interessato la nazione a stelle e strisce (solo negli ultimi anni San Jose e Los Angeles sono scomparsi e Memphis è stato declassato da ‘500’ a ‘250’).

“Time will tell”, dicono da quelle parti, il tempo sarà galantuomo. Ma di tempo comincia a non essercene più molto, e la nostra tribù di zingari con racchetta potrebbe vedere le notti brave di Ocean Drive trasformarsi nelle sfilate di samba di Copacabana molto prima di quanto si pensi.

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Roland Garros: la nuova copertura del Philippe Chatrier

Vi sveliamo i segreti architettonici del ‘nuovo’ centrale del Roland Garros, sperando che possa essere inaugurato già quest’anno. Non solo il tetto, ma tante altre innovazioni

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Tetto Philippe Chatrier (via Twitter, @rolandgarros)

Il 2020 sarebbe dovuto essere l’anno in cui tutti e quattro i tornei del Grande Slam si sarebbero infine dotati di un campo centrale coperto, da utilizzare in caso di maltempo. La Rod Laver Arena è provvista di tetto retraibile fin dalla sua costruzione nel 1987; il Centre Court di Wimbledon dal 2009 e l’Arthur Ashe Stadium lo installò nel 2016. Mancava solo il mitico Court Philippe-Chatrier del Roland Garros, che avrebbe presentato al mondo la sua nuova copertura mobile se non fosse arrivato l’ondata epidemica a stravolgere e rinviare tutti i calendari sportivi di questa annata. C’è ancora speranza che il torneo francese possa disputarsi a settembre e le ultime dichiarazioni di Bernard Giudicelli a riguardo sono sembrate possibiliste. Si rimane in attesa di conferme, e inevitabilmente di buone notizie.

Sin dal 1891 lo Slam parigino si è sempre svolto sugli stessi campi del XVI Arrondissement, evolvendosi e allargandosi in quasi 130 anni di storia interrotta solo dalle due Guerre Mondiali. Il nuovo Philippe-Chatrier aveva già debuttato durante l’edizione 2019 del torneo e il primo match giocato nella nuova cornice vide la sconfitta di Kerber contro la russa Potapova. Nei giorni successivi al match point che ha consegnato a Rafa Nadal la sua dodicesima Coppa dei Moschettieri nell’atto conclusivo contro Thiem, è stato riaperto il cantiere del colossale progetto di rimordernizzazione dell’intera area in cui svolge il torneo che comprende la nuova Place des Mousquetaires dove sorgeva il Court 1, il nuovo Village Roland Garros, il Court Simonne-Mathieu (un vero gioiello tra le serre d’Auteuil), e una nuova sistemazione dei campi al Fonds des Princes.

Secondo il sito ufficiale dedicato al progetto l’intero costo dell’investimento della Féderation Francaise de Tennis raggiungerebbe i 380 milioni di Euro. L’intero edificio ha aumentato la sua larghezza di 10 metri ed di 15 metri più alto di prima, la capacità del campo Centrale è stata mantenuta a 15.000 posti, ma le nuove tribune offrono una migliore visuale agli spettatori e un miglior comfort a giocatori e media attraverso nuovi spazi ricavati al di sotto delle tribune.

 

Il progetto è stato affidato agli studi di architettura parigini ACD Girardet & Associates in partnership con Daniel Vaniche & Associates che hanno concepito un tetto composto da 11 travi a cassone in acciaio con un profilo che ricordano le ali di un aeroplano, in omaggio al pioniere che dell’aviazione che dà il nome al torneo.

Ognuna di queste “ali” pesa 350 tonnellate, ha un’altezza di circa 3 metri e copre una luce di oltre 100 metri. Collegate l’una con l’altra sono innestate su due rotaie principali sui lati lunghi dello stadio permettendo il loro scorrimento. Il sistema di apertura e chiusura è alimentato da motori elettrici e azionando il meccanismo da un computer è possibile di coprire l’intera superficie di 10.000 metri quadrati in quindici minuti, in modo tale da non raffreddare eccessivamente gli atleti impegnati in un match.

Nella realizzazione di questa struttura vi è anche un’importante presenza italiana di cui essere orgogliosi: gli elementi della copertura sono stati studiati e pre-fabbricati dall’azienda italiana Cimolai, azienda impegnata in tutto il mondo in progetti di ingegneria metallica con sede in Friuli-Venezia-Giulia. Ognuna delle undici ali è stata suddivisa in sette tronconi realizzati in Italia, in seguito consegnati e assemblati nell’allée centrale del Roland Garros e infine issate sui carrelli sopra le tribune tramite due gru comandate via joystick.


Pietro Tovaglieri, architetto

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Intervista a Elisabetta Cocciaretto: “Mi piacerebbe entrare in top 10 e vincere Roma”

Classe 2001, Elisabetta è la tennista italiana più promettente. Dopo l’esordio Slam dello scorso gennaio, vediamo quali sono le sue ambizioni

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Abbiamo incontrato la giovane tennista marchigiana Elisabetta Cocciaretto, nata ad Ancona il 25 gennaio del 2001. Avevamo già avuto modo di scoprire la sua vivacità, intervistandola a Melbourne lo scorso gennaio.

Elisabetta è allenata da Fausto Scolari ed è attualmente tesserata per il Circolo ‘’Tennis Italia’’ (Forte dei Marmi). Nata da padre informatore medico e una madre dottore commercialista e consigliera regionale, ha un fratello di 16 anni che frequenta il secondo anno di un istituto tecnico. Elisabetta ha vinto da Juniores i campionati italiani U11, U12, U13 e U14, e per ben due volte il noto torneo ‘’Lemon Bowl’’. Da U18 ha vinto un torneo di grado 1 in Austria, ha ottenuto una semifinale all’Australian Open Juniores e al torneo ‘’Bonfiglio’’, e ha partecipato alle Olimpiadi giovanili nell’ottobre 2018, ultimo torneo della sua carriera juniores in cui vanta un best ranking di numero 12. Ha inoltre vinto gli europei di doppio in coppia con Federica Rossi.

Tra le vittorie prestigiose della sua giovane carriera ricordiamo quella contro Cori Gauff (classe 2004, attuale numero 52 del ranking WTA) al primo turno dell’Australian Open junior 2018, l’edizione in cui l’italiana ha raggiunto la semifinale. Alle qualificazioni dell’Australian Open 2020 ha battuto con il punteggio di 6-2 6-1 Tereza Martincova (classe 1994, attuale numero 133 WTA), per entrare nel main draw. Si era precedentemente imposta contro Allie Kiick (classe 1995, attuale numero 160 WTA) in Cile all’ITF 01A con il punteggio di 5-7 6-2 6-2 e contro Sara Errani (classe 1987, ex numero 5 del mondo in singolare e finalista del Roland Garros), vittoria che l’ha portata alla conquista del W60 Asuncion del 2019. Sempre ad Asuncion ha battuto anche Conny Perrin (classe 1990, ex numero 134 WTA), già sconfitta due volte di fila a Torino e Palermo quando la giovane marchigiana aveva appena fatto il suo ingresso tra le prime 700 giocatrici del mondo.

 

Attualmente numero 157 del ranking WTA, Elisabetta quest’anno ha fatto il suo esordio assoluto a livello Slam all’Australian Open, sconfitta al primo turno da Angelique Kerber.

In esclusiva ci ha gentilmente raccontato la sua storia e le sue ambizioni.

Quando e come nasce la tua passione per il tennis?
La mia passione per il tennis nasce fin da piccolissima perché i miei giocavano a livello amatoriale. Vicino casa c’era il torneo ‘Tennis Europe’ under 12 di Porto San Giorgio e un giorno andai a vedere qualche partita con mio padre. Mi chiese se volevo iniziare a giocare a tennis, risposi di sì. Ho quindi iniziato i corsi gratuiti del maestro storico del circolo e da lì mi sono appassionata sempre di più.

Qual è il momento della tua ancora giovanissima carriera che, in generale, ricordi con maggior piacere?
Di sicuro è stata la qualificazione al Foro Italico, era sempre stato il mio sogno giocare su quei campi un giorno. Un altro bel ricordo è stata la vittoria contro Sara Errani in Paraguay, perché oltre ad essere sempre stata il mio idolo, quella vittoria significava l’accesso nelle prime 200 al mondo e quindi l’ingresso alle qualificazioni dell’Australian Open assicurato.

Nella tua gioventù vissuta nelle Marche, c’è invece un episodio tennistico che è stato particolarmente significativo per la giocatrice che sei e stai cercando di diventare?
Sicuramente la finale vinta al Lemon Bowl under 10 contro Olga Danilovic: ero troppo felice dopo quella partita!

Quale torneo, a prescindere dalla levatura internazionale, sogni di vincere?
Sogno fin da piccola di vincere il torneo di Roma, vincerlo davanti al pubblico italiano sarebbe il coronamento di un sogno.

Come giudichi la tua esperienza all’Australian Open di quest’anno?
È stata bellissima. Mi sono confrontata con le giocatrici più forti al mondo e ho potuto capire su cosa avrei dovuto lavorare per arrivare un giorno ad essere come loro. La qualificazione è stato un sogno diventato realtà.

Come stanno procedendo la tua preparazione e gli allenamenti in attesa della ripresa del circuito WTA?
Attualmente sono a Matelica (Marche, provincia di Macerata, ndr) a casa della suocera del mio allenatore Fausto Scolari: ha un campo privato e quindi ho avuto la possibilità di riprendere ad allenarmi. In attesa di sapere quando potrò andare al centro tecnico di Formia.

Obiettivi e ambizioni per il futuro?
Sicuramente il mio obiettivo principale è diventare un’atleta a tutti gli effetti e dare il massimo tutti i giorni. Facendo così raggiungerò il massimo del mio potenziale. Un giorno mi piacerebbe però entrare nelle prime 10 del mondo!

Intervista realizzata da Edoardo Diamantini

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Opinioni

L’isolamento nel doppio, un doppio isolamento

Per i doppisti questo periodo di pausa dalle competizioni presenta ancora più difficoltà. Ma Melo scherza sulla distanza dal suo compagno Kubot: “A volte fa bene anche nei matrimoni!”

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Marcelo Melo e Lukasz Kobot

Dal punto di vista finanziario, i tennisti sono tra gli atleti che hanno subito di più l’impatto del Covid-19. Come è ben noto, gli introiti dei professionisti della racchetta, e soprattutto quelli che non possono contare su contratti di sponsorizzazione di peso, dipendono in maniera considerevole dai loro risultati sul campo. Se non si gioca, non si vince. E se non si vince non si guadagna.

Dal punto di vista prettamente sportivo, i tennisti non si possono lamentare. Tanti giocatori, anche in paesi molto colpiti dal virus, hanno avuto un’interruzione relativamente breve dell’attività. Alcuni professionisti, grazie alle decisioni dei politici locali o di scelte particolarmente azzeccate, sono riusciti addirittura a continuare regolarmente gli allenamenti. Ha aiutato tanto che il tennis sia uno sport senza contatto, in cui la distanza necessaria per evitare la propagazione del virus può essere rispettata. Certo prepararsi senza avere un obiettivo non è il massimo. Ma almeno si può tornare ad una sorta di normalità e chissà, magari sfruttare l’occasione per affinare meglio i propri colpi. 

Ci sono alcuni tennisti che hanno faticato molto di più per riuscire ad allenarsi regolarmente. E che in certi casi ancora non lo possono ancora fare. Si tratta dei doppisti. Innanzitutto, nel doppio è molto più difficile mantenere la distanza di sicurezza. Si pensi solo a quanto debbono stare vicini due doppisti per difendere al meglio la rete dai passanti avversari. Non a caso nei circoli italiani sono stati inizialmente aperti solo per partite di singolare mentre quelle di doppio, tanto amate dai soci più anziani, hanno dovuto attendere qualche giorno in più.

 

Inoltre, nel caso di tante coppie di vertice del tennis mondiale, c’è anche stato il fondamentale problema della distanza fisica. Come si può riuscire ad allenarsi al meglio quando il tuo compagno è a migliaia di chilometri di distanza? Certo se ne possono trovare altri, si può comunque lavorare sui colpi. Ma non su elementi chiave nel doppio come il sincronismo dei movimenti e le tattiche. Insomma, i doppisti, categoria da anni figlia di un Dio minore nei grandi circuiti, hanno vissuto un isolamento doppiamente difficile. Un quarantena con i problemi finanziari di uno sport individuale e quelli logistici degli sport di squadra. 

Dall’alto dei suoi oltre 7 milioni di dollari guadagnati in carriera, ci può scherzare su il brasiliano Marcelo Melo, star della specialità, che ormai da tre anni fa coppia fissa con il polacco Lukasz Kubot. “Il doppio è come un matrimonio, quindi ogni tanto fa bene avere un piccolo break”, dice tra il serio e il faceto Melo, attuale n.5 al mondo e due volte campione Slam, l’ultima volta proprio con Kubot, a Londra.

“Non so quando ci vedremo di nuovo. Naturalmente da quando ricominceranno i tornei e quando potremmo allenarci. Un periodo di lontananza può avere anche i suoi risvolti positivi per i doppisti”, ha sottolineato lo specialista carioca. I due provano a tenersi in contatto come possono in questo periodo passato a distanza. Una distanza umana oltreché tecnica. “Abbiamo una chat di gruppo con il nostro team, ci teniamo in contatto lì. Parliamo dei nostri allenamenti, dei programmi. Ci chiediamo come vanno le cose. Ma di questi tempi non ci sono così tante cose da dire”, ha proseguito Melo. 

Quantomeno il brasiliano in questi ultimi mesi si è potuto allenare e anche con un avversario di altissimo livello, il n.7 del mondo, di singolare, Alexander Zverev, in Florida. “Siamo stati molto fortunati ad essere lì”, ha raccontato. Nonostante i 13 anni di differenza, i due sono molto amici e passano tanto tempo insieme, come si può evincere dai rispettivi profili social. “È una bella persona con cui uscire e divertirsi. Ha una bella famiglia, un bel team. Vado molto d’accordo con loro”, ha spiegato il doppista sudamericano.

Ora però Melo è tornato a casa sua, in Brasile, uno dei pochi paesi in cui l’emergenza coronavirus è ancora in pieno svolgimento, dove spera di potersi presto allenare con un altro specialista. Ma non uno a caso. Proprio quel Bruno Soares con cui ha fatto per anni coppia alla fine degli anni dieci e con il quale inevitabilmente spesso gioca in Davis. A proposito di matrimoni, che questo coronavirus non faccia nascere un ritorno di fiamma? Staremo a vedere. La distanza a volte può fare male alle coppie, appunto.

UN ALTRO PROBLEMA… DOPPIO – Hanno meno di che scherzare i doppisti che si trovano più in basso in classifica e non hanno conti in banca con tanti zeri da parte. Per loro è difficile vedere qualcosa di positivo nell’interruzione del circuito. Oltre alle maggiori difficoltà negli allenamenti, questa categoria di tennisti è spesso meno tutelata dalle grandi istituzioni del tennis e federazioni nazionali. Pare infatti che l’ATP adotterà criteri diversi nella distribuzione dei sussidi ai giocatori tra singolaristi e doppisti. Mentre il cut-off per ottenere gli aiuti è fissato alla 500esima posizione per i singolaristi, per i doppisti è al 175. Inoltre, i doppisti dovrebbero prendere la metà della somma (circa 8mila dollari) destinata ai singolaristi. E chissà che non si apra l’annosa disputa sul fatto che siano tennisti di “serie b” o, come sostengono altri, “singolaristi che non ce l’hanno fatta”. 

In ogni caso, il COVID-19 sembra aver avuto un impatto differenziato anche sui tennisti oltreché sulle nostre società, tracciando una linea tra fortunati e meno fortunati. Tra chi è in alto nella classifica e chi è in basso nella classifica. E anche tra singolaristi e doppisti, con questi ultimi leggermente più penalizzati. Il loro è stato un isolamento doppio, in ogni senso.

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