Hampton, Robson e Co; smarrite, ritrovate e disperse. La dura legge della WTA

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Hampton, Robson e Co; smarrite, ritrovate e disperse. La dura legge della WTA

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Protagoniste a Monterrey e Kuala Lumpur, Timea Bacsinszky e Alexandra Dulgheru sono riemerse dopo anni difficilissimi. Ma chi sono le giocatrici che stanno vivendo oggi difficoltà simili?

Nei tornei di Monterrey e Kuala Lumpur sono state protagoniste Timea Bacsinszky e Alexandra Dulgheru; due giocatrici praticamente sparite per tre anni dagli appuntamenti WTA, ma che sono state capaci di riemergere dopo aver superato periodi complicatissimi.
Ogni tanto il tennis offre ritorni inaspettati, e così capita che gli spettatori ritrovino a distanza di anni giocatrici che sembravano essersi smarrite. Ricordate l’anno scorso Mirjana Lucic? O nel 2011 Jelena Dokic?

Riflettendo sulle loro storie ho pensato però di dedicarmi non a chi vince, ma a chi è in difficoltà e sta vivendo oggi, in questi momenti, le situazioni critiche che hanno affrontato negli anni scorsi Bacsinszky e Dulgheru.
Purtroppo giocatrici in crisi, per ragioni differenti, ce ne sono molte, e un solo articolo non avrebbe potuto raccontarle tutte; allora mi sono dato un limite entro cui stare: tenniste capaci di entrare tra le prime trenta del mondo dal 2011 in poi, e che oggi sono fuori dalle prime cento.

 

Ogni giocatrice attraversa vicende particolari, ma ci sono cause più frequenti che provocano il calo di rendimento; il più delle volte sono gli infortuni a determinare l’uscita dai palcoscenici principali e la caduta nel cono d’ombra dell’anonimato. Parlo di anonimato perché i media privilegiano chi vince; chi perde viene facilmente dimenticato.
Qualcuna, come Su-Wei Hsieh, (numero 23 nel febbraio 2013, oggi 143 in singolare), la vediamo comunque giocare spesso, grazie al doppio. Ma le altre?

Comincio con due nomi: Vera Zvonareva e Nadia Petrova
Sono due esempi che mostrano quanto fare la tennista professionista sia un mestiere che ad alti livelli è molto ben pagato ma non concede défaillance. Eppure sono state due tenniste di primissimo piano, con un passato da top five e finali Slam.

Vera Zvonareva (ranking attuale: 154)
Sta cercando di ritornare ai suoi livelli dopo infinite tribolazioni fisiche, culminate in una operazione alla spalla. Si era fermata subito dopo le Olimpiadi di Londra (luglio 2012); e da allora ha avuto bisogno di tanta pazienza per recuperare. Nel frattempo si è laureata in studi internazionali.
Senza di lei in campo sono venute a mancare tante partite ricche di pathos e di emotività, visto che Zvonareva era capace di arrivare a giocare scambi con le lacrime agli occhi.
Nessun incontro disputato nel 2013, e appena otto nella prima parte del 2014. In pratica è solo dal 2015 che ha ripreso con una certa continuità. Riuscirà a 30 anni compiuti a risalire la china?

Nadia Petrova (ranking attuale: 514)
Negli ultimi anni Petrova aveva avuto stagioni in cui il logorio delle tante partite disputate aveva cominciato a farsi sentire. Ma è stata la morte della madre in un incidente d’auto nel dicembre 2013 a spingerla a sospendere l’attività (temporaneamente, secondo quanto scrive), a metà 2014. Tra qualche settimana scadranno gli ultimi punti utili per avere una classifica.
A quasi 33 anni, Nadia è ancora ferma e viene il dubbio che come tennista ormai abbia dato il meglio; una inversione di tendenza sembrerebbe davvero ardua.

Un’altra giocatrice che temo dovrà sottostare alla logica del declino naturale è Zheng Jie.

Zheng Jie (ranking attuale: 120)
Best ranking numero 15, prima semifinalista in uno Slam nella storia del tennis cinese (Wimbledon 2008), è stata una giocatrice dalle caratteristiche davvero particolari. Nelle sue giornate migliori mi ricordava l’Ariel di questo storico allestimento teatrale:

Rapida, scattante e reattiva come nessuna, quando era in forma praticava un tennis mercuriale che mi incantava, e che più volte ha fatto soffrire Serena Williams. Ma forse, proprio tenendo presente su quali doti fisico-tecniche faceva conto per emergere, per lei l’età (è nata il 5 luglio 1983) potrebbe essere un nemico particolarmente difficile da contrastare.
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Le giocatrici che ho citato hanno vissuto una parabola tutto sommato comprensibile: con l’età e il logorio agonistico sono aumentati i problemi. Ma ci sono anche tenniste che sono calate in fasi di carriera meno prevedibili. Comincio da due giocatrici capaci di arrivare in top ten (o quasi): Kirilenko e Peer.

Maria Kirilenko (ranking attuale: 187)
Kirilenko (best ranking numero 10 nel giugno 2013) non ha fatto in tempo a raggiungere la migliore classifica di sempre che sono cominciati i problemi fisici; ultimamente ha lasciato tracce di sé solo per vicende extratennistiche. Dopo aver rotto con il suo fidanzato hockeista, a sorpresa ha annunciato il matrimonio con nuovo fidanzato, e di lei su twitter si hanno notizie non per il tennis ma per la luna di miele.
Al momento non so cosa abbia in mente per il futuro, ma nel frattempo il computer continua a fare i conti: e nel suo caso sono sottrazioni. Ritirata a Wimbledon 2014 per un infortunio al ginocchio, non gioca una partita dal settembre scorso. Come tennista non attraversa un periodo felice, ma almeno dovrebbe esserlo la vita privata.

Shahar Peer (ranking attuale: 115)
Shahar Peer, best ranking numero 11 nel gennaio 2011. La giocatrice israeliana aveva fatto della continuità di rendimento il suo punto di forza. Molto difficilmente regalava partite ad avversarie di classifica inferiore, e qualche volta era anche capace di togliersi soddisfazioni con vittorie importanti.
Grande lottatrice, vendeva sempre carissima la pelle e per questo credo che anche le migliori fino a qualche anno fa preferissero evitarla. E’ vero che era stata piuttosto precoce nell’ascesa, ma non so quanti avrebbero potuto immaginare il suo declino a soli 25 anni. Senza che sia successo nulla di particolare (a quanto mi risulta, magari qualcuno può fornire ulteriori informazioni), ha cominciato a perdere sempre più spesso; non sconfigge una top 30 dal gennaio 2012.

Sorana Cirstea (ranking attuale: 144)
Al contrario di Peer, Cirstea non è mai stata un mostro di continuità, però sino al 2014 era sempre riuscita a trovare le settimane giuste durante le quali raccogliere i risultati che compensavano le giornate di scarso rendimento. Non dimentichiamo che Sorana è ancora giovane (è nata nell’aprile 1990) e dopo la crescita del 2013 penso che nessuno avrebbe immaginato la crisi del 2014.

Entro un po’ nel dettaglio del suo 2014, per mostrare quanto in fretta si possa uscire dai piani alti della WTA. Lo racconto perché per tanti aspetti la sua storia è esemplare, con molti punti in comune con le crisi attraversate da altre giocatrici.

A gennaio 2014 Cirstea è numero 22 del mondo. Però comincia male la stagione, con alcune sconfitte ai primi turni. Le cose migliori le fa in Fed Cup in aprile, quando batte Ana Ivanovic e contribuisce alla promozione della Romania. Ma proprio durante quel week-end accusa dei fastidi alla spalla che la penalizzano al servizio; fra l’altro in termini di ranking vincere in Fed Cup non serve a nulla, visto che le partite valgono zero punti.
Nella stagione su terra i risultati faticano ad arrivare, e poi è obbligata ad uno stop che le impedisce di prendere parte ai tornei di preparazione su erba: segno che la spalla non è del tutto a posto. A Wimbledon gioca, però perde da Victoria Duval (164 del ranking).

Ma la cosa più preoccupante è che si stanno avvicinando le cambiali pesanti dell’anno precedente: la finale di Stanford (200 punti), i quarti di Washington e soprattutto la finale di Toronto (620 punti, torneo Premier) miglior risultato in carriera, dove aveva sconfitto Wozniacki, Jankovic, Kvitova, Li. Era stata una grande gioia nel 2013 che nel 2014 si trasforma in una emorragia. Emorragia perché in tutti i tornei perde sempre al primo turno.
Arriva il crollo in classifica: scaduti i punti del 2013, si ritrova ottantesima in agosto.

Cambia racchetta (passa dalla Wilson alla Babolat), ma i risultati continuano a latitare
Piccola soddisfazione agli US Open: 6-1 6-1 a Heather Watson al primo turno e una sconfitta lottatissima contro la nuova stella Bouchard al secondo (2-6, 7-6, 4-6). Una partita che ricordo di avere seguito: programmata sul campo centrale in una serata ventosa e con momenti di buon tennis, vinta da Eugenie nei game finali soprattutto per la maggiore sicurezza mentale.
Per una notte Cirstea riconquista il centro del palcoscenico, e il match risveglia anche l’attenzione dei giornalisti, che approfondiscono la sua vita privata. Si scopre una novità: si è fidanzata con Santiago Giraldo e così i suoi tifosi a volte per avere notizie su di lei vanno a verificare anche i tweet del tennista colombiano.


Ma in sostanza a New York ha raccolto solo i punti di un secondo turno, e una sconfitta lottata contro una top ten come Bouchard non raddrizza certo il ranking.

Nei tornei cinesi di fine stagione la classifica ormai la obbliga alle qualificazioni. Sorana chiude l’anno con 22 sconfitte e 16 vittorie, e il 94 mo posto al mondo.
Nel 2015 gioca solo due match (persi) in gennaio. Da allora è ferma, sempre per problemi alla spalla.
Forse rientrarà a Miami con una wild card. Temo non sarà facile per una giocatrice  dal tennis estremamente aggressivo come il suo riprendere a spingere con coraggio e convinzione quando si è reduci da momenti difficili e diverse sconfitte.

Tamira Paszek (ranking attuale: 166)
Giocatrice di grande talento tecnico ma con un fisico troppo fragile, che fatica a reggere i ritmi intensi di una intera stagione professionistica. Si sente parlare di lei da tanto tempo perché è stata precocissima, ma in realtà è ancora molto giovane, visto che è nata nel dicembre 1990. Capace di vincere il primo torneo WTA addirittura a 15 anni (Portorose, settembre 2006), e di diventare numero 35 a 16 anni.

Ogni volta che gioca davvero sana e con un minimo di continuità, raccoglie ottimi risultati; ma il problema è che troppo spesso deve convivere con acciacchi di vario genere. Nel 2009, si deve fermare per problemi alla schiena (sprofonda oltre il 300mo posto). Risale progressivamente sino al best ranking: numero 26 all’ inizio del 2013.

https://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=EMh8SD-_0uk#t=1114

Ma poi precipita di nuovo oltre il centesimo posto dopo una stagione in cui è tormentata da differenti infortuni e da un virus ghiandolare che le viene diagnosticato in ritardo.

Non sono in grado di enumerare tutti i problemi fisici che ha passato negli ultimi anni (braccio, schiena, costole, ginocchio…). Se non sbaglio l’ultimo serio guaio è stato all’adduttore di una gamba; fatto sta che nel 2015 non ha ancora disputato un match.
E tutto questo è un vero peccato, perché un timing sulla palla come quello di Tamira si vede raramente. Davvero un braccio superiore, capace di colpi pulitissimi e di grande controllo anche su rimbalzi insidiosi come quelli su erba.

Alisa Kleybanova (ranking attuale: 186)
La storia di Alisa ha colpito tutto il mondo tennistico, visto che a 22 anni quando era in piena ascesa (luglio 2011) le viene diagnosticata una forma tumorale, il linfoma di Hodgkin.
In quel momento cambiano le priorità e l’attività agonistica passa in secondo piano; c’è da superare la malattia. Dopo il periodo di chemioterapia e radioterapia arriva la guarigione; ma un conto è essere tornata sana, un conto è essere pronta per il tennis ad alto livello.

Rientrata una prima volta nel 2012 (a Miami, con una wild card), Kleybanova si è resa conto di aver bisogno di più tempo per affrontare gli sforzi del circuito professionistico e ha quindi rimandato all’anno successivo il rientro.
Ha cominciato a giocare con regolarità nella seconda metà del 2013 e in circa un anno (partendo da zero) era riuscita a tornare numero 80.

https://www.youtube.com/watch?v=TUyfytfGQto

Ma dopo Wimbledon 2014 ha dovuto operarsi alla spalla. Da allora inevitabilmente i punti hanno cominciato a scadere e la classifica peggiora; ma il ritorno non dovrebbe essere lontano.
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Concludo con tre giocatrici ferme da più di dodici mesi e quindi senza più nemmeno un punto nella classifica WTA.

Aravane Rezai (ranking attuale: ==)
Prima parlavo del tennis super aggressivo di Sorana Cirstea; ma la maggiore “sparatutto” del tennis femminile è stata forse Aravane Rezai.
Capace di vincere Madrid nel 2010 sconfiggendo in un solo torneo Henin, Koukalova, Petkovic, Jankovic, Safarova e Venus Williams, e di issarsi al numero 15 del ranking a 23 anni.

https://www.youtube.com/watch?v=92g-Zu3azWQ

La sua carriera è andata in pezzi non per ragioni di salute, ma per le difficili relazioni personali: prima con il padre (accusato di violenza nei suoi confronti), poi con la federazione francese. Da quel momento è cominciato un vortice di avvenimenti negativi che avrebbero bisogno di molto più spazio per essere ripercorsi. Sta di fatto che le è venuta a mancare  la serenità necessaria per giocare come negli anni precedenti. Era visibilmente ingrassata, scesa in classifica e poi definitivamente sparita dai radar del tennis ad alto livello.
Cosa le è successo nell’ultimo periodo?
Se si va sul suo account Twitter si scopre che è reduce da un viaggio in Iran, forse alla ricerca delle sue radici, e che malgrado non giochi dal febbraio 2014 si ritiene sempre una giocatrice professionista, e prepara il ritorno. Ma nel frattempo il ranking si è azzerato.

Infine due giocatrici ancora giovani  che stanno vivendo un momento molto difficile sul piano della salute, visto che hanno dovuto subire operazioni molto impegnative e ora sono in convalescenza. Mi riferisco a Laura Robson e Jamie Hampton (21 e 25 anni).

Laura Robson (ranking attuale: ==)
La storia di Laura è terribilmente semplice. Partita benissimo nel circuito professionistico, a meno di vent’anni vantava già vittorie di grande importanza negli Slam, come quella ottenuta a Melbourne (contro Kvitova) e soprattutto a Flushing Meadows 2012: è lei che pone fine alla striscia di vittorie di Clijsters nello Slam americano (non perdeva dal 2003), e con quel match diventa l’ultima avversaria della carriera di Kim, che si ritira. Due giorni dopo sconfigge anche Li Na. Il tutto a soli 18 anni.


Nel 2013 arriva il best ranking (27ma) e di lei si parla come di una delle possibili leader del tennis femminile futuro.

Ma nel gennaio 2014 gioca due soli incontri, persi, e poi è costretta ad operarsi al polso. Da allora si attende il momento del completo recupero; nel frattempo, dopo oltre dodici mesi di inattività, non ha più nemmeno un punto valido per la classifica; la data del rientro agonistico sembra vicina, ma già diverse volte è stata rinviata.

Jamie Hampton (ranking attuale: ==)
Jamie Hampton: una delle mie tenniste preferite sul piano dell’esecuzione dei colpi. Un mix di eleganza e naturalezza che fa di lei forse la giocatrice con i gesti più belli del circuito (parere personale, naturalmente). Seguire i suoi match quando era in forma era uno spettacolo indipendentemente dall’avversaria.

Anche Jamie manca dai tornei da oltre dodici mesi, visto che si è dovuta operare a entrambe le anche.

Polso, spalla, anca; forse i tre punti più critici per il tennista contemporaneo, quelli che più frequentemente si infortunano e richiedono operazioni per cercare di recuperare la piena efficienza.
Tempi relativi al rientro? Dal suo account twitter si hanno notizie dei primi allenamenti nel gennaio 2015; ma sembrano essere solamente gli inizi, e ancora non è stata resa nota una data della possibile ripresa agonistica.
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Mi fermo qui. Sinceramente il tutto mi lascia un po’ depresso, e immagino che non sarà tanto felice nemmeno chi avrà letto l’articolo. Ma almeno per una volta mi è sembrato giusto provare a non dimenticare chi sta passando le fasi difficili della propria carriera sportiva.

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Osorio e Fruhvirtova, teenager a Charleston

Nel torneo in South Carolina vinto da Astra Sharma si sono messe in luce protagoniste giovanissime

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Linda Fruhvirtova - WTA Charleston 2021 (via Twitter, @VolvoCarOpen)

Il secondo torneo disputato sulla terra verde di Charleston, un WTA 250, sembrava dovesse rispettare le gerarchie delle teste di serie. Infatti la numero 1 in tabellone, Ons Jabeur, era approdata in finale contro Astra Sharma dopo avere vinto con margine i turni precedenti. Quattro successi in due set, lasciando al massimo cinque game a match. Invece in finale è arrivata la sorpresa.

Jabeur ha vinto il primo set 6-2, e anche nel secondo set sembrava fosse imminente lo strappo decisivo per chiudere la partita e conquistare il titolo. Ma nei game finali Ons ha cominciato a sbagliare di più, e ha perso il parziale 5-7. Poi alla distanza è calata drasticamente, subendo un inatteso 1-6. E così la numero 27 del ranking ha lasciato strada alla numero 167. Con questa controprestazione Jabeur deve ancora rimandare l’appuntamento con il primo successo in un torneo a livello WTA.

 

Dalla stagione 2020, pur tra le difficoltà della pandemia, Jabeur ha compiuto un notevole salto di qualità, certificato anche dal best ranking in carriera: numero 25 raggiunto proprio questa settimana. Ma c’è ancora qualcosa da aggiustare nel suo tennis, tanto spettacolare quando gira al meglio. Forse pecca nella tenuta fisica alla distanza, ma forse è soprattutto un problema di convinzione in alcuni frangenti dei match importanti. La metterei in questo modo: il suo tennis è creativo ed efficace quando tutto funziona, ma tende a diventare forzato e un pochino cervellotico quando le cose non girano a dovere. E i colpi diventano poco produttivi.

Ma va dato merito anche alla avversaria in finale, Astra Sharma. Con i nuovi meccanismi di calcolo del ranking, Sharma aveva appena visto scadere i punti della finale ottenuta a Bogotà nel 2019, e questo le aveva causato un arretramento di oltre 30 posti. Ma il successo di Charleston le ha permesso di risalire sino alla posizione 120. E così dopo la sconfitta di due anni fa contro Amanda Anisimova in Colombia, Sharma ha conquistato alla seconda occasione il suo primo titolo a livello WTA.

Malgrado la finale abbia offerto il confronto tra due giocatrici in piena maturità (Jabeur ha 26 anni e Sharma 25), a mio avviso l’aspetto più interessante di Charleston “bis” è legato alla presenza di ben tre teenager nei quarti di finale: Clara Tauson, Maria Camila Osorio Serrano e Linda Fruhvirtova.

Di Tauson (nata nel dicembre 2002) ho già scritto in occasione del suo successo nel WTA 250 di Lione, all’inizio di marzo (vedi QUI). Allora aveva vinto partendo dalle qualificazioni, e quella vittoria non aveva solo significato il primo titolo in carriera a livello WTA, ma anche l’ingresso in Top 100. Questa volta è il momento di parlare di Osorio Serrano e Fruhvirtova.

Maria Camila Osorio Serrano
La semifinale raggiunta dalla giovane tennista colombiana in South Carolina segue di pochi giorni il suo trionfo a Bogotà: anche per lei primo titolo in carriera a livello WTA, da profeta in patria. La classica settimana da sogno, conclusa come meglio non poteva, con la vittoria in finale su Tamara Zidansek.

A livello tecnico, però, probabilmente vale di più la semifinale nordamericana rispetto al successo sudamericano. Facciamo due conti: in Colombia la giocatrice sconfitta più alta in classifica era stata la numero 93 Zidansek. In South Carolina invece, Osorio ha battuto la numero 51 Linette al primo turno e la numero 91 McHale al secondo. Poi ha avuto la meglio su Tauson (ma con un successo per ritiro), prima di fermarsi contro la futura vincitrice Sharma in semifinale. Mettendo in fila le partite di Bogotà con quelle di Charleston, Osorio ha vinto otto partite consecutive, e questo le ha permesso di ottenere il best ranking della sua breve carriera: numero 118 WTA. 

A 19 anni compiuti (è nata il 22 dicembre 2001), Osorio nei prossimi mesi proverà a sfondare la barriera della Top 100, cercando di avvicinare i risultati ottenuti nel recente passato da altre due colombiane: Mariana Duque Marino (best ranking numero 66 e un titolo vinto, anche lei a Bogotà) e soprattutto Fabiola Zuluaga (best ranking numero 16 nel 2005 e semifinalista all’Australian Open 2004). Zuluaga ha vinto 5 titoli a livello WTA, e 4 di questi a Bogotà: nel 1999, 2002, 2003, 2004.

Sorprende fino a un certo punto che per tre giocatrici colombiane il torneo di casa si sia trasformato nel “terreno di caccia” preferito: dato che la capitale della Colombia si trova a oltre 2600 metri sul livello del mare, le condizioni di gioco sono molto particolari, e probabilmente chi è cresciuta in un contesto del genere riesce a esprimersi meglio rispetto a chi deve adattarsi in pochi giorni al tennis in altura.

Maria Camila proviene da una famiglia di sportivi, ma non di tennisti: infatti sia il nonno che il fratello sono arrivati a giocare nella nazionale di calcio colombiana. Lei invece ha scelto il tennis dopo che da bambina aveva incrociato per caso in televisione un match di Federer. È rimasta stregata dal gioco in generale ma anche da Roger, tanto da averlo “inseguito” nei tornei dello Slam che ha affrontato da junior. È riuscita ad agganciarlo e a farsi fotografare insieme a Roger proprio nell’ultima occasione, a New York 2019. Osorio infatti ha vinto il suo titolo Slam (US Open 2019) quando stavano per scadere i limiti di età.

Anche se in WTA non ha ancora raggiunto i livelli di Duque Marino e Zuluaga, è comunque la prima colombiana della storia a essere arrivata alla posizione numero 1 della classifica junior; raggiunta il lunedì successivo alla vittoria nello Slam (9 settembre 2019). Forse non è stata precocissima nei risultati (ricordo per esempio che sono nate nel 2001 Amanda Anisimova e Iga Swiatek), ma ha dimostrato di avere cominciato con il piede giusto il passaggio al professionismo: numero 478 a fine 2018, numero 184 a fine 2019, con il primo successo a livello ITF nel 15K di Cucuta, che è la sua città natale.

Nelle partite di Charleston Maria Camila ha dato prova di possedere alcune tipiche doti di chi è cresciuta sulla terra rossa: due buoni fondamentali da fondo, ma anche la capacità di utilizzare il drop-shot e di misurarsi con i frequenti corpo a corpo che la palla corta può innescare. D’altra parte non dispone di una potenza devastante, e difficilmente può fare la differenza con i colpi di inizio gioco. Per questo penso che per crescere in futuro dovà trovare i giusti equilibri che le permettano di valorizzare il pià possibile gli aspetti tattici e agonistici.

a pagina 2: Linda Fruhvirtova

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Kudermetova a Charleston: una vittoria molto esclusiva

Veronika Kudermetova ha vinto a Charleston il suo primo torneo WTA sulla terra verde, la superficie meno praticata nel circuito professionistico contemporaneo

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Per la prima volta dopo undici anni nel Tour femminile si disputano due tornei sulla terra verde. Sui campi di Charleston Veronika Kudermetova ha vinto il primo appuntamento, l’ormai classico “Charleston Open” impegno di livello WTA 500. Ma in più, rispetto al solito, in questi giorni è in corso un secondo torneo sugli stessi campi, anche se di livello inferiore (WTA 250). Non accadeva dal 2010 che due eventi del circuito professionistico femminile si disputassero sulla terra verde.

Allora come oggi si era in aprile, e nel 2010 per due settimane consecutive si giocò su questa superficie particolare: dal 5 aprile a Ponte Vedra Beach, Florida, un torneo paragonabile agli attuali WTA 250 (allora definiti International); e dal 12 aprile a Charleston, South Carolina, il torneo che continua ancora oggi, paragonabile all’attuale WTA 500. A vincere furono Caroline Wozniacki in Florida e Samantha Stosur in South Carolina.

 

La terra verde è una superficie tipica del tennis statunitense, ma nel tempo a livello professionistico è stata progressivamente abbandonata dai tornei del circuito maggiore, sino a ridursi alla presenza limitatissima, quasi di pura testimonianza, di oggi. Quest’anno però, la pandemia ha causato la cancellazione della Fed Cup (rinominata Billie Jean King Cup), liberando uno “slot” che ha permesso di raddoppiare l’appuntamento a Charleston.

Cosa è, e come si gioca sulla terra verde? In inglese è classificata come “clay”, cioè “argilla” ma in realtà non è composta da argilla (terracotta tritata) come i campi europei, quanto piuttosto da pietra tritata. È definita anche Har-Tru, denominazione data dal suo inventore, il costruttore Henry Alexander Robinson (HAR) che alle iniziali del proprio nome aggiunse TRU, abbreviazione di “true green”. Il primo campo realizzato con questo materiale risale al 1931 e inizialmente come materia prima veniva utilizzata una pietra cavata in Pennsylvania. Ma se oggi ci si rivolge alla impresa “Har-Tru”, ancora esistente, si otterrà un campo realizzato con una pietra che proviene dalla Virginia, la cui definizione geologica è “Pre-Cambrian metabasalt”.

Primo campo del 1931: quindi sono passati 90 anni esatti dalla sua introduzione. Nel corso del tempo la terra verde ha avuto un successo crescente negli Stati Uniti, sino a diventare la superficie di tre US Open negli anni ‘70 (1975-1977); ma poi è iniziato il declino, quanto meno nei tornei del circuito professionistico, ed è stata soppiantata dal cemento, che oggi monopolizza gli eventi nordamericani.

Come superficie la terra verde è considerata più veloce rispetto alla media dei campi europei in terra rossa, ma produce condizioni tecniche affini, soprattutto perché su entrambe si scivola facilmente, e sappiamo che la scivolata determina specifiche conseguenze nello sviluppo del gioco. Ne avevo parlato due settimane fa nell’articolo dedicato a Naomi Osaka e le superfici: “La scivolata è la vera arma in più di chi interpreta al meglio la terra, perché se prima si scivola e poi si colpisce si è subito pronti a invertire la direzione di corsa, avendo già assorbito l’inerzia dello spostamento. Un vantaggio che nelle fasi difensive permette di rimanere nello scambio recuperando attacchi in successione, che su altre superfici risulterebbero indifendibili”.

Anche per questo normalmente siamo abituati ad associare la terra rossa agli scambi lunghi, in cui spesso (ma non sempre) prevale la qualità difensiva su quella offensiva. Le cose sono un po’ differenti per la terra verde: dato che è mediamente più rapida, si dovrebbe ottenere un maggiore equilibrio tra tennisti di impronta difensiva e tennisti di impronta offensiva.

Insomma, si tratta di una superficie ricca di interesse, con peculiarità degne di nota. Purtroppo però, l’esiguità dei tornei disputati non consente di individuare una tipologia di giocatrice specifica, in grado di primeggiare. Come detto, dal 2012 si gioca esclusivamente a Charleston: un solo torneo a stagione, con nemmeno tutte le più forti presenti: un riferimento troppo limitato per consentire analisi approfondite. Però qualcosa si può dire, a partire dalla edizione appena conclusa.

a pagina 2: La delusione delle tenniste con il ranking più alto

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Da Konjuh a Barty, otto protagoniste di Miami

I differenti problemi di Venus Williams e Bianca Andreescu, le soddisfazioni parziali di Elina Svitolina e Maria Sakkari e altro ancora nel secondo WTA 1000 della stagione 2021

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Bianca Andreescu e Ashleigh Barty - Miami 2021

Malgrado la finale sotto tono, compromessa dalle condizioni fisiche precarie di Bianca Andreescu, e vinta da Ashleigh Barty per ritiro, il WTA 1000 di Miami ha offerto diverse partite di alto livello e parecchi spunti interessanti. Ho scelto otto giocatrici che mi sembrano adatte per parlare del torneo da punti di vista differenti.

Venus Williams
Venus Williams ha perso al primo turno, sconfitta 6-2, 7-6 da Zarina Diyas, attuale numero 89 della classifica WTA. A 41 anni da compiere fra due mesi (il 17 giugno), Venus è reduce da un periodo di risultati poco incoraggianti e oggi è scesa alla posizione 90 del ranking.

Nel 2020 aveva disputato 9 partite, perdendone 8. L’unica vittoria era arrivata contro Victoria Azarenka a Lexington, ma va ricordato che Vika era al primo match dopo il lockdown, e dall’agosto 2019 era scesa in campo una sola volta (nel marzo 2020), dopo avere anche pensato al ritiro; quindi era comprensibilmente arrugginita.

 

Rispetto al bilancio di 1/8 del 2020, nel 2021 per Williams le cose sono andate un po’ meglio: 2 vittorie e 3 sconfitte. Al momento è riuscita a superare Arantxa Rus (attuale numero 74 WTA) e Kirsten Flipkens (numero 90). Il successo contro Flipkens le era valso il secondo turno all’Australian Open, dove poi aveva incrociato Sara Errani. Nel primo set contro Sara, Venus aveva avuto un problema al ginocchio ma aveva deciso comunque di non ritirarsi, finendo per perdere 6-1 6-0, giocando praticamente da ferma.

È sempre molto difficile, e anche presuntuoso, giudicare queste situazioni da fuori. Naturalmente il primo pensiero che viene, è associare il calo di rendimento all’età. Perché se è vero che i progressi della medicina e dei sistemi di preparazione atletica hanno allungato la carriera di molti sportivi, a un certo punto la carta di identità reclama comunque i propri diritti. Nel caso di Venus va aggiunto il problema determinato dalla sindrome di Sjögren, che le era stata diagnosticata dieci anni fa e che le aveva procurato un calo di rendimento per alcune stagioni, prima che riuscisse a trovare le contromisure adeguate (farmacologiche e dietetiche).

Chissà cosa pensa Venus del proprio futuro sportivo, soprattutto in una stagione nella quale ogni programmazione è messa a rischio dalle incertezze causate dalla pandemia. Per una grandissima campionessa, capace di raggiungere ancora nel 2017 due finali Slam (Australian Open e Wimbledon) e una semifinale (US Open), non deve essere facile decidere di smettere, quando farlo e come farlo. Mettiamo che abbia in mente di ritirarsi a Wimbledon, lo Slam che ha vinto ben cinque volte in carriera. Nel 2020 non si è svolto per pandemia, e la sicurezza assoluta che si giochi nel 2021 non possiamo averla. E se si disputasse senza pubblico, che saluto sarebbe di fronte a uno stadio vuoto? D’altra parte, varrebbe la pena continuare a giocare ed allenarsi, affrontando oltretutto le diverse quarantene, se i risultati continuano a latitare?

Per come la vedo io, i grandi atleti degli sport individuali hanno però una fortuna: rispetto a chi pratica sport di squadra, non hanno compagni da penalizzare in caso di calo di rendimento. Nel tennis gli alti e bassi si vivono interamente sulla propria pelle, e questo dà ai giocatori il diritto di decidere in piena autonomia come, e quando, dire basta.

Ana Konjuh
Ho quasi timore a dirlo, ma sembra davvero che Ana Konjuh sia di nuovo nella condizione di poter giocare a tennis ad alti livelli. Dopo quattro operazioni al gomito, distribuite nell’arco di cinque anni (dal 2014 al 2019, trovate QUI le date precise), e praticamente tre stagioni intere perse per problemi fisici, Konjuh è tornata a far parlare di sé per i risultati sul campo.

È ancora sulla strada del pieno recupero atletico, con il peso forma da ritrovare, ma il talento tecnico è già emerso evidentissimo. Numero 338 del ranking, presente a Miami da wild card, ha sconfitto all’esordio la numero 70 Siniakova. Vittoria non impossibile, considerando che Siniakova non è in un buon momento. Ma poi ha superato in due set Madison Keys (che sul cemento americano è comunque una avversaria tosta), numero 19 del ranking, e quindi in tre set Iga Swiatek, numero 16 WTA sottostimata per i meccanismi di salvaguardia della classifica introdotti la scorsa stagione.

Purtroppo del match contro Keys ho visto solo gli highlights, ma ho seguito la prestazione contro Swiatek: 6-4, 2-6, 6-2 con un saldo finale di +22 (40 vincenti/18 errori non forzati). Una partita eccezionale, ai livelli delle due disputate contro Radwanska nel 2016: una vinta allo US Open (6-4 6-4), una persa a Wimbledon, anche a causa di un infortunio alla caviglia nei game finali (6-2 4-6 9-7).

Delle cinque giocatrici nate nel 1997 e capaci tutte di entrare in Top 50 WTA ad appena 18 anni (Bencic, Ostapenko, Kasatkina, Osaka, Konjuh), Ana era la più giovane (è nata il 27 dicembre) e la più precoce: numero 1 del mondo da Junior ad appena 15 anni, e con due titoli Slam vinti. Di Konjuh stupiva la straordinaria facilità nel coordinarsi: elastica nei movimenti, sempre in controllo del corpo, era capace di colpire in controbalzo o slice con la stessa facilità con cui eseguiva i suoi due ottimi colpi base, dritto e rovescio in topspin.

Rispetto a quella giocatrice, a me sembra che oggi abbia modificato il movimento del dritto, forse per salvaguardare il gomito. Ma non sono sicuro che questo sia un limite, anzi potrebbe risolversi in un progresso. A questo proposito racconto un piccolo retroscena, relativo a Wimbledon 2017. Ero sul posto come inviato insieme a Luca Baldissera. Siccome non mi convinceva del tutto lo swing di Konjuh dalla parte del dritto (particolarmente ampio, forse un po’ troppo), e volevo un parere di Luca, lo avevo strappato ai suoi impegni e trascinato per qualche game sul Court 12. Era il match ideale nello stadio ideale: contro una avversaria forte come Dominika Cibulkova (quarti di finale a Wimbledon nel 2016 e 2018) e con i posti stampa a bordo campo, dunque perfetti per vedere da vicino i singoli gesti atletici. Quel giorno Konjuh avrebbe finito per vincere (7-6, 3-6, 6-4), dimostrando che, al di là dei miei dubbi, il suo dritto era comunque efficace.

Oggi Ana non gioca più il dritto con quel movimento: tende a colpire la palla più vicina al corpo, con il gomito meno disteso. La mia impressione è che ci abbia guadagnato in termini di stabilità e omogeneità nello swing. A Miami 2021 la sua avventura si è conclusa contro Anastasija Sevastova, più che per la forza dell’avversaria (non proprio nel suo momento migliore) per i problemi alla schiena emersi durante il match, che l’hanno menomata al servizio (6-1, 7-5). Probabilmente un guaio determinato dalla desuetudine nell’affrontare più match di alto livello nell’arco di pochi giorni.

Dopo questo sorprendente torneo in Florida, Konjuh è risalita di 98 posizioni in classifica: numero 240. Al di là del ranking, però, non si può che ripetere la cosa più ovvia: ciò che conta davvero è che si mantenga in salute, e i frutti del suo talento arriveranno di sicuro.

a pagina 2: Sara Sorribes Tormo e Maria Sakkari

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