Più dritti che rovesci, la storia di Adriano Panatta

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Più dritti che rovesci, la storia di Adriano Panatta

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Nuova puntata da aggiungere alla nostra biblioteca sul tennis. Abbiamo recensito per voi “Più dritti che rovesci”, il libro che racconta la storia di Adriano Panatta, entrato di diritto nell’empireo dei numeri uno d’Italia al fianco di Nicola Pietrangeli

Panatta A. (con Azzolini D.), Più dritti che rovesci, RCS Libri, 2009

Basta mettere vicini i due volumi e ti accorgi delle differenze. Le 210 pagine di “Più dritti che rovesci” di Panatta quasi scompaiono di fronte alle oltre 500 di “Open” di Agassi. Scritti in anni non distanti tra loro, i due libri hanno vissuto fortune diverse: apprezzamento e diffusione limitati, e solo tra gli appassionati, il primo, gloria e diffusione “mondiale” per l’altro. Da una parte i confini del tennis che nasce dai campioni degli anni ’60, come Laver, Hoad, e tutti gli altri allievi di “Geppetto” Hopman, dall’altra gli orizzonti che si sarebbero aperti al tennis globale del secolo 21°.

 

“Più dritti che rovesci” è la storia di un campione italiano, Adriano Panatta, che afferma: “Ho vissuto i miei anni da professionista senza angosce, convinto che troppo tennis facesse male, e che poco non sarebbe servito granché” (p. 175). Questo gli è stato sufficiente per scrivere pagine importanti nella storia del tennis mondiale (basta ricordare i tornei vinti e la 4° posizione nel ranking raggiunta nel 1976) per affiancare Pietrangeli nell’empireo dei numeri uno d’Italia e per portare l’Italia tennistica sulla vetta del mondo.

Negli anni ’70 cooptato per affinità tecnico-stilistiche dal clan degli australiani (all’epoca i migliori), ha vissuto quello che può essere considerato il punto di svolta del tennis moderno, legato alle vittorie di Borg, il primo che ha esasperato l’importanza della preparazione atletica e del top spin.

Il campione svedese che ha aperto una strada poi malamente battuta da tanti tecnici che “con pochi consigli e quattro frasi mandate giù a memoria “, e grazie all’avvento di nuovi materiali, “si potevano ottenere giocatori solidi, da circuito …” (pag. 74).

La ricetta per la vittoria? Equilibrio psicofisico e un fondo di magia. Quando la magia si metteva in moto la captavo nell’aria”, sembra di sentire le descrizioni delle arene o dei ring degli anni ’30. D’altra parte è opinione comune che il tennis, oltre la bellezza del gesto stilistico, oggi più che altro atletico, e della interpretazione strategica del gioco, sia uno sport da “killer” dove non può esistere pareggio a nessun livello. In due, solitari, le racchette come spade o guantoni, solo uno può uscire vincitore.

Intriganti i capitoli in cui si raccontano i colleghi Borg, Nastase, Connors, così come il capitolo “Storie di Coppa”, ma sono innumerevoli le “figurine” di personaggi (assolutamente originali) ed i “siparietti” di situazioni inseriti nei diversi capitoli che rendono decisamente gradevole la lettura. Alcuni esempi: Borg e la ciucca “andata e ritorno”, la mamma di Connors che lascia affettuosi bigliettini nelle tasche del figlio del tenore “se perdi non tornare a casa”, la semplicità dei grandi come Federer e l’ammirazione per Lew Hoad, le trasferte di Coppa Davis viste come epopee: “Partivamo con le masserizie, come un esercito antico, con i carri delle cibarie al seguito”, Paolo Canè ed il suo “Ma se io vinco, tu non mi meni vero? E allora Kepiteino io vinco”.

La mano leggera, disincantata e divertente della narrazione accompagna fino all’ultima pagina, ricordando che alla fine l’obiettivo del tennis giocato è divertire e far divertire.

 

C.G. New-house

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Premio “Gianni Mura”: vince Giorgia Mecca con “Serena e Venus Williams, nel nome del padre” come miglior libro sul tennis

Il libro sulle sorelle Williams si aggiudica, alla prima edizione, il premio “Gianni Mura” a Palazzo Madama e riceve la menzione speciale della giuria

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Sabato 12 novembre, una settimana prima che anche il direttore Ubaldo Scanagatta varcasse la soglia di Palazzo a Madama per chiudere la rassegna stampa di 8 giorni di ATP Finals, prendeva vita la prima edizione del premio Gianni Mura. Un premio intitolato a uno dei più illustri giornalisti sportivi italiani, storica firma del giornale Repubblica, scomparso a Senigallia nel marzo del 2020.

Giorgia Mecca, nata a Torino nel 1989, scrive per il quotidiano “Il Foglio”, per l’edizione torinese del “Corriere della Sera” e con il suo libro “Serena e Venus Williams, nel nome del padre” edito da 66thand2nd si è aggiudicata il premio con la menzione speciale della giuria come miglior libro sul tennis. Un libro che racconta la storia di due giovani tenniste di colore e del sogno di loro padre: farle diventare le più grandi.

Diciassette capitoli racchiudono in questo libro la forza, la paura, la tenacia e anche la vergogna di credere in un sogno. Un sogno che il padre di Serena e Venus aveva già in serbo per loro ancor prima che nascessero e che ha ispirato la giovane giornalista torinese a farne un libro di successo. Giorgia Mecca nei suoi capitoli ci racconta come queste due tenniste un giorno abbiano dovuto smettere di essere sorelle e siano dovute diventare avversarie. Ripercorre numerose sfide, la prima di tante nel capitolo intitolato “18 gennaio 1998 – Venus 7-6 6-1” dove racconta il giorno in cui Venus e Serena, al secondo turno degli Australian Open, hanno iniziato a giocare una contro l’altra. Ma ripercorre anche un’infanzia a tratti molto difficile e una storia di famiglia, più unica che rara. Questa la citazione più celebre del libro premiato: “Sono state nere in un mondo di bianchi, potenti in uno sport elegante, urlanti in un campo che richiede silenzio. Sempre dalla parte sbagliata. Per provocazione (loro), e per pregiudizio (altrui). Nel nome del padre due figlie sono state le prime afroamericane con la racchetta in mano, per non essere le ultime”.

 

Dopo aver elogiato il famoso giornalista sportivo Gianni Mura, la giornalista torinese, commossa e felice, ha chiuso così il discorso di ringraziamenti per aver ricevuto il premio: “Se anche loro si sono concesse di cadere qualche volta, forse dovremmo imparare a concedercelo tutti ogni tanto”.

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Esce oggi “Il Grande Libro di Roger Federer”, 542 pagine con il racconto (e i dati) dei giorni più memorabili del fenomeno svizzero

Stagione per stagione l’autore Remo Borgatti ripercorre tutta la sua straordinaria carriera. Tutti i suoi incontri, curiosità e statistiche, anche in rapporto alle caratteristiche tecniche degli avversari, da Nadal a Djokovic, Murray e Wawrinka, a seconda delle superfici

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Roger Federer - Laver Cup 2022, Londra (twitter @LaverCup)

IL GRANDE LIBRO DI ROGER FEDERER

AUTORE: REMO BORGATTI

PAGINE:  542

 

EURO:  24,00

EDITORE:  ULTRA SPORT

Autore del libro è Remo Borgatti, uno dei primissimi collaboratori di Ubitennis. Suo è il racconto ‘Uno contro tutti’ che ripercorre l’avvicendarsi di tutti i numeri 1 della storia del tennis, pubblicato a puntate su Ubitennis. Lo potete trovare a questo link.
Tra le sue rubriche c’è anche ‘Mercoledì da Leoni’, racconti di imprese più o meno grandi compiute da tennisti non particolarmente noti al grande pubblico. La serie la potete trovare a questo link.

Di Roger Federer, nel corso della sua lunga e meravigliosa carriera, si è detto e scritto di tutto. Il ritiro ufficiale, avvenuto durante lo svolgimento della Laver Cup di Londra, ha soltanto messo la parola fine a una vicenda umana e agonistica che ha cambiato per sempre la storia del tennis e più in generale dello sport. Nel volume dal titolo “IL GRANDE LIBRO DI ROGER FEDERER” (Ultra Edizioni, 542 pagine, 24 Euro), Remo Borgatti ha raccolto ed elaborato tutti i risultati e i numeri fatti registrare dal campione elvetico. Il libro è sostanzialmente diviso in due parti. Nella prima, ricca di testo, viene passata in rassegna tutta la carriera di Federer stagione per stagione e nei suoi 150 giorni più significativi. Nella seconda, vengono elencati in ordine cronologico tutti gli incontri disputati nel circuito e negli slam, con tanto di statistiche e percentuali, oltre a una serie di tabelle analitiche che vanno a sviscerare anche gli aspetti più curiosi ed inediti, come ad esempio il bilancio vinte-perse in base alla superficie e alla categoria del torneo, o in base al seeded-player degli avversari o dello stesso Federer, o ancora in base alla mano (destro o mancino) e al rovescio (una o due mani) degli avversari. Poi c’è altro, molto altro. Probabilmente c’è tutto quello che un tifoso o un appassionato vorrebbe sapere su “King Roger” e che forse nemmeno Federer conosce così bene. Certo, nell’era di internet e del web molti di questi dati (ma non tutti) si trovano anche in rete e vien da chiedersi quale sia lo scopo di un lavoro del genere. Ma pensiamo che la risposta sia semplice e venga dalla passione e dalla volontà da parte dell’autore di analizzare e svelare il fenomeno-Federer mediante le sue cifre, data l’evidente impossibilità di spiegarlo attraverso i numeri che ha fatto sui campi di tennis di tutto il mondo.

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John Lloyd, intervistato da Scanagatta, presenta l’autobiografia “Dear John” [ESCLUSIVA]

Intervistato in esclusiva per Ubitennis, l’ex-tennista britannico Lloyd si racconta tra aneddoti e ricordi. “Avrei dovuto vincere quel match” a proposito della finale all’Australian Open con Gerulaitis

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L’ex tennista britannico John Lloyd, presentando la sua autobiografia “Dear John”, viene intervistato in esclusiva dal direttore Ubaldo Scanagatta e racconta tanti aneddoti relativi alla sua carriera, inclusi i faccia a faccia con l’Italia in Coppa Davis. Le principali fortune di Lloyd arrivarono in Australia dove raggiunse la finale dello Slam nel 1977: “All’epoca era un grande torneo ma non come adesso” ricorda il 67enne Lloyd. “Mancavano molti tennisti perché si disputava a dicembre attorno a Natale, ma ad ogni modo sono arrivato in finale. Avrei dovuto vincerlo quel match– ammette con franchezza e una punta di rammarico –ho perso in cinque set dal mio amico Vitas (Gerulaitis). Fu una grande delusione ma se dovevo perdere da qualcuno, lui era quello giusto. Era una persona fantastica”.

Respirando aria di Wimbledon, era impossibile tralasciare l’argomento. Lo Slam di casa fu tuttavia quello che diede meno soddisfazioni a Lloyd, infatti il miglior risultato è il terzo turno raggiunto tre volte.Sentivo la pressione ma era davvero auto inflitta, da me stesso, perché giocavo bene in Davis e lì la pressione è la stessa che giocare per il tuo paese” ha spiegato l’ex marito di Chris Evert. “Ho vinto in doppio misto (con Wendy Turnbull, nel biennio ’83-’84) ed è fantastico ma sono sempre rimasto deluso dalle mie prestazioni lì. Ho ottenuto qualche bella vittoria: battei Roscoe Tunner (nel 1977) quando era testa di serie n.4 e tutti si aspettavano che avrebbe vinto il torneo. Giocammo sul campo 1. Ma era una caratteristica tipica delle mie prestazioni a Wimbledon, fare un grande exlpoit e poi perdere il giorno dopo. In quell’occasione persi contro un tennista tedesco, Karl Meiler”. In quel match di secondo turno tra i due, Lloyd si trovò due set a zero prima di perdere 2-6 3-6 6-2 6-4 9-7. Insomma cambieranno anche le tecnologie, gli stili di gioco, i nomi dei protagonisti… ma certe dinamiche nel tennis non cambieranno mai.

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