Ma che noia in questi primi giorni del Masters 1000 monegasco

Editoriali del Direttore

Ma che noia in questi primi giorni del Masters 1000 monegasco

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Vogliono più giorni, ma poi non riescono a programmare partite decenti. Né ieri, né oggi con Seppi-Robredo e Verdasco-Dimitrov ingiustamente declassati. La guerra Roma-Madrid che…nessuno vincerà. La situazione della stampa a Roma è da terzo, anzi quarto mondo
I Masters 1000 si scannerebbero fra loro per conquistare 2, 3, 4 giorni in più. Magari una settimana in più, sognando di avvicinare la durata degli Slam. Per un intuibile motivo. Allungando i giorni di gara aumentano anche i giorni d’incasso. E chi sogna di avere un tetto, come Roma, lo fa sia perchè teme la pioggia – rovinosa se decide di cadere nei giorni delle finali: saltano o slittano le tv e i contratti pubblicitari, l’audience del lunedì non è quella della domenica – sia perchè vuole garantirsi il doppio incasso con le sessioni pomeridiane e quelle serali. Con l’umido che c’è a Roma nei pressi del Tevere alla sera spesso non bastava il piumino per non restare intirizziti dal freddo e con il mal di gola.
Il calendario primavera-estate della brevissima stagione sulla terra rossa prima del Roland Garros è affollatissimo, si contendono le poche settimane di aprile e maggio, dopo i tornei d’assaggio di Casablanca e Houston, ben tre Masters 1000 (Montecarlo, Roma e Madrid) e tornei di notevole tradizione come Barcellona.
Pensare che, con Montecarlo che ha troppo pochi campi per ospitare un “combined” – e difatti è anche l’unico Master 1000 che non “obbliga” i top-ten a partecipare, gli assenti non vengono sanzionati – Roma o Madrid riescano a conquistare più giorni di quelli di cui oggi godono, mi sembra abbastanza improbabile, al di là dei vari proclami.
Da due anni Roma e Madrid si scambiano segnali di guerra. A Roma il presidente FIT Binaghi aveva fatto dichiarazioni ottimistiche, da Madrid Ion Tiriac aveva risposto per le rime. Roma invocava la maggior tradizione e la cornice decisamente più suggestiva della triste Caja Magica – tre campi coperti, certo, ma incassati in un gruppo di simil-container, una sorta di mega-scatoloni – ma Madrid diceva di poter vantare appunto i tre campi coperti, situazioni logistiche migliori, e il maggior gradimento dei giocatori. Insomma a sentir l’uno e l’altro l’esito pareva scontato, ma opposto.
Il povero Brad Drewett, CEO dell’Atp, è stato purtroppo stroncato da un male incurabile e tutti i discorsi sulla possibilità di formare 4 mini-Slam per avvicinare gli Slam sono stati rinviati a data da destinarsi.

L’altro giorno a Roma, durante la presentazione assai narcisistica degli Internazionali d’Italia, ho sentito parlare di quinto Slam, di affluenze immaginarie e raccontare tante di quelle balle che ho dovuto far finta di non sentire.
Peraltro il parlarsi addosso, l’autopromozione e l’autoreferenzialità è fenomeno tipico di tutte le presentazioni. Anche quando ci sono le gare per aggiudicarsi le Olimpiadi se vai a sentire i dirigenti che le presentano…le loro “offerte” sono sempre le migliori.
Non ce n’è un politico che non autoincensi la propria organizzazione, che non magnifichi i propri straordinari progressi, che non garantisca di essere sempre il migliore fra quelli della propria categoria. Se i dirigenti fossero altrettanto creativi nei fatti come lo sono nelle chiacchiere, beh vivremmo in un altro mondo.
Da anni -per dirne una – Roma ha la peggior situazione di tutti i Masters, e di molti Atp 500 e Premier Wta, per quanto riguarda la stampa. E la stampa è quella che di solito è preposta a far circolare l’immagine di un torneo. Beh, se chiedeste a colleghi stranieri cosa pensano di come è organizzata la logistica, rabbrividireste. La sala interviste si trova a 400 metri di distanza dai desk della sala dove si scrive. Diventano 800 metri (più una sessantina di scalini) se uno la deve percorrere avanti e indietro. E 8 km (e 600 scalini) se un giornalista che voglia fare bene il suo mestiere (e non restare soltanto davanti alla tv in sala stampa ad ascoltare le domande dei colleghi) decida di prendere parte a 10 conferenze stampa delle 30 che si possono svolgere in un giorno.
Chi decide di farlo – aspettando paziente i consueti ritardi delle star che dicono di arrivare ad un’ora ma arrivano 15 minuti dopo, e se fra una conferenza e l’altra se ci sono 10 minuti di “buco temporale” che fare? Tornare in sala stampa? Restare lì inerte? – lo fa a suo rischio e pericolo, perchè se succede qualcosa su qualche campo non saprà nulla. Soltanto l’anno scorso, e dietro mia pervicace insistenza si è riusciti finalmente a dotare la sala interviste di un monitor che mostrasse almeno i risultati dei campi.
I due tennisti che arrivano in finale a un Master 1000 giocano 5 incontri in 8 giorni, Quelli che perdono meno incontri. Perchè non dovrebbero essere i giocatori a raggiungere, una volta ogni due giorni, a raggiungere i giornalisti e non viceversa? Perchè, pare, agli atleti – che pure hanno le cart che li scarrozzano -non si può chiedere di prendere un ascensore o di fare degli scalini. Nè si trovano vie alternative e protette, per nasconderli ai cacciatori di autografi. A Wimbledon i tennisti fanno centinaia di metri dai campi agli spogliatoi, e poi alle sale stampa, e così negli altri tornei, ma a Roma il direttore del torneo ha le sue priorità: teme di non “servire al meglio” i viziatissimi tennisti e dei giornalisti chissenefrega…anche se nei tornei da sempre organizzati dal “rivale” di Madrid Ion Tiriac sono ospiti a pranzo e cena, e così anche ai Masters 1000 americani mentre negli altri Slam hanno una diaria di una ventina di dollari per potersi cibare visto che stanno anche 18 ore al tennis.
Secondo me non è necessario investire soldi per offrire pasti ai giornalisti, basterebbe che essi avessero un posto decente dove cibarsi e non un sgabuzzino con i panini dell’Autogrill e code interminabili per farl riscaldare o prendersi un caffè a pagamento (ma gratis negli altri tornei)…
Pazienza per il cibo – anche se una settimana così non è il massimo – ma consentir ai giornalisti di lavorare bene, in ambienti decorosi, con armadietti dove poter lasciare il computer se ci si allontana per due ore per seguire 4 interviste, dovrebbe essere un must. Soprattutto se si compiono battaglie d’immagine per assicurarsi consensi e …più giorni di torneo.

Scusate il lungo inciso, che può sembrare interessato, ma non lo è. Mi secca soltanto che si faccia nei confronti della stampa internazionale a figura d un’organizzazione da terzo mondo, quando poi si vantano progressi mirabolanti.

 

Tornando al discorso giorni e tornei Master 1000, beh, dopo aver visto questi primi giorni del torneo di Montecarlo che sembrano fatti apposta per vendere i biglietti a chi si illude di vedere qualche bella partita, mi chiedo: ma siamo sicuri che i Master 1000 meriterebbero più giorni di gara? Beh, certo, tanto per cominciare con qualche giorno in più avrebbero la possibilità di costringere anche le prime otto teste di serie a giocare una partita in più, con un tabellone di 64 tennisti. E per vincere questi tornei quindi occorrerebbero sei vittorie e non soltanto cinque.
Però il programma di domenica prevedeva solo tre primi turni (più gli incontri finali delle qualificazioni) e quello di lunedì 11 singolari senza grandi giocatori.
Tant’è che l’unico match decente è stato quello vinto in 3 set da Dolgopolov su Coric. Gli altri, a cominciare dal solito impresentabile Gulbis, che ha raccolto un game con Haider-Maurer, sono stati inguardabili. Quasi tutti conclusi in 2 set poco combattuti. Incluso il 63 61 con cui Fognini ha liquidato l’ex semifinalista di Wimbledon Janowicz, forse condizionato da un problema alla schiena (che però non gli ha suggerito di lasciare il posto, e i soldi, a un lucky loser). Interesse zero. Consolazione: dopo la sconfitta d Bolelli con Estrella Burgos, almeno un italiano, Fognini appunto, è al secondo turno. Giocherà contro il vincente di Dimitrov-Verdasco e non saranno rose e fiori.
Mah, speriamo meglio per un po’ di bel tennis per questo martedì, ma la programmazione esageratamente filo-francese e con scarsa attenzione a valori tecnici, mi è parsa sbagliata. Almeno Fernando Verdasco (ex finalista qui) e Grigor Dimitrov avrebbero dovuto andare sul centrale, e non soltanto terzo match sul Court des Princes. Sul centrale invece giocano Monfils-Kuznetsov e Tsonga-Struff (sebbene per Tsonga a lungo infortunato ci sia giustificato interesse). Poi Djokovic (che va certo rispettato in quanto n.1 del mondo e gran favorito)-Ramos Vinolas, sebbene non sia match che faccia correre la gente per vederli scambiare. Poi chiudono sul centrale Ferrer e Estrella Burgos, il simpatico ma modesto giustiziere dominicano di Simone Bolelli. Io mi vedrò Robredo-Seppi, anche se capisco che per chi non sia italiano o spagnolo, non sia neppure esso un match di cassetta. Ma quale lo è? Non ricordo di aver visto giocare Pouille, ma un’occhiata al suo avversario Thiem, che è sulla strada di Nadal, la voglio proprio dare. A me Thiem piace.
Ma il guaio del tennis di oggi è che salvo alcune star, gli altri tennisti non entusiasmano. Meglio liberarsene alla svelta allora. Meno giorni, quindi, non di più, semmai, in questi Masters 1000.

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Editoriali del Direttore

ATP Umago: adesso sono gli altri Paesi, Francia, USA e perfino la Spagna a invidiare il tennis italiano. I migliori siamo noi

In prospettiva l’avvenire è più azzurro che di altri colori grazie a Sinner, Berrettini, Musetti, Sonego, Zeppieri e altri. Alcaraz fra un po’ rischia di essere il solo spagnolo top-player

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Continua il periodo dei record del tennis italiano in pieno Rinascimento. Dopo che tre italiani erano giunti in finale la scorsa settimana, fra Gstaad, Amburgo e Palermo, ora tre italiani sono contemporaneamente in semifinale al torneo di Umago, come non era più successo da 35 anni.

Io c’ero a St.Vincent quell’anno, 1987 – ed era con me anche colei che due anni dopo sarebbe diventata mia moglie – quando Cane’, Cancellotti e Pistolesi fecero la fine, con il cileno Rebolledo, dei Curiazi con l’unico Orazio molti anni prima di Cristo.  

Il tabellone completo dell’ATP 250 di Umago

 

Il rischio che quella storia si ripeta a Umago, con Carlitos Alcaraz grande favorito del torneo, c’è tutto, sebbene lo spagnolo di Murcia e dintorni abbia nel frattempo maturato una sorta di complesso nei confronti dei tennisti italiani, avendo lui perso a Melbourne da Berrettini, a Wimbledon da Sinner e ad Amburgo da Musetti, pur essendo sempre partito con il favore dei pronostici. Ma se va in finale contro Sinner forse sarà un pochino meno favorito di altre volte, sebbene la terra rossa per lui sia forse superficie più congeniale rispetto all’erba.

In questo momento, con Rafa Nadal ancora in piena corsa, il tennis spagnolo sta meglio di quello italiano, visto che ha due tennisti compresi fra i top 10, mentre noi abbiamo al momento il solo Sinner top 10e all’ultimo dei dieci posti.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Jannik Sinner al microscopio

Però in prospettiva io credo si possa dire che il tennis italiano sta meglio di quello spagnolo. Se guardiamo la race, a partire dalla settimana prossima, abbiamo tre tennisti  fra i primi 20 e la loro età non può non farci ben sperare sul loro avvenire. Rafa Nadal è un fenomeno pazzesco, ma insomma il suo certificato anagrafico dice che fra un paio d’anni – anche se continuasse a vincere il Roland Garros – dovrà sventolare bandiera bianca. E anche Djokovic non è eterno. Idem Carreño Busta, Bautista Agut etcetera.

I nostri invece non potranno che migliorare. Tutti e tre. Berrettini, Sinner e Musetti. Tre giocatori così diversi che è un piacere che… lo siano. E che lascino curiosi i nostri appassionati su chi diventerà più forte fra loro.

Io non faccio che incontrare gente che mi chiede chi lo sia, ci abbia maggiori prospettive. Io rispondo che intanto siamo super fortunati ad avere questi dubbi. E poi anche che rispetto al passato, anche a quello glorioso degli anni Settanta, siamo fortunati a poter contare su questi ragazzi che sono di una serietà professionale, con il sostegno dei loro team, senza paragoni.

Sono tutti e tre veramente dedicati al tennis, impegnati a migliorarsi giorno per giorno, consapevoli che soltanto con un lavoro continuo per superare ì proprio limiti – che ancora ci sono ed è inevitabile che ci siano in conseguenza della loro giovane età – potranno fare quella carriera che sognano, aspirare legittimamente a diventare top 5, magari n.1. 

Chiaro che quei traguardi non dipendono solo da loro. Ci sono anche gli altri. Ed alcuni sono giovanissimi come Alcaraz, ma anche ancora giovani come Zverev, Tsitsipas, Rublev, o appena un po’ meno giovani come Medvedev, che non sono meno determinati e professionali dei nostri in rapporto ai medesimi obiettivi. Però, nessuna nazione ad oggi ha 3 giovani contemporaneamente in grado di sognare con qualche ragione quei traguardi.

Per questo ritengo che l’Italia stia meglio di tutti gli altri Paesi. E francamente non era mai successo. Infatti negli anni Settanta il tennis americano era ancora di un’altra categoria, e anche quello australiano. 

Riguardo alla risposta su chi sia in prospettiva il più forte dei nostri tre… oggi come oggi mi pare si possa dire che fra i primi due, Berrettini e Sinner (citati in ordine alfabetico) e il terzo c’è ancora una certa differenza, un mini-gap. E questo perché mentre i primi due sembrano in grado di essere oggettivamente competitivi su più superfici, per ora Lorenzo, che e’ peraltro il più giovane sia pur di poco, ha dimostrato di sapersi esprimere ai migliori livelli soprattutto sulla terra rossa (come spiegano anche i ‘Numeri’ di Ferruccio Roberti).

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Lorenzo Musetti al microscopio

Sono certo imparerà ad accorciare i movimenti di preparazione dei colpi anche per i campi duri. Sono cose che si imparano se non si commette l’errore commesso a suo tempo da alcuni nostri giocatori, Cancellotti e Volandri in primis, che quasi rifiutarono di credere in loro stessi su superfici diverse dalla tera battuta.

È anche vero, peraltro, che a quei tempi, sulla terra rossa si giocavano molti più tornei e si poteva quindi difendere la classifica meglio di oggi. Oggi infatti senza punti conquistati anche su altre superfici è praticamente impossibile conquistare le prime posizioni del ranking ATP.

Credo che tutti i nostri tre tennisti di punta, ma anche Sonego che è arrivato a ridosso dei primi 20 del mondo, e non c’è certo arrivato per caso, ma soltanto grazie a una notevole continuità di risultati – ultimamente venuta a mancare con alcune partite perse in modo quasi incredibile, come l’ultima da 4-0 nel terzo – meritino la nostra fiducia riguardo ai loro progressi. Ora poi sembra essersi aggiunti anche Zeppieri che ricordo tre anni fa in Australia avermi assai ben impressionato.

Io non ho paura a sbilanciarmi. Credo che fra un anno saranno tutti più in alto di dove si trovano oggi. Dico tutti, infortuni permettendo. Ma anche riguardo agli infortuni, sono certo che le loro esperienze, a volte dolorose, li aiuteranno a curarsi sempre meglio, a prevenire, a non ripetere certe possibili ingenuità. 

In conclusione, dopo che per anni hanno abbiamo guardato con una qual certa invidia, se non gelosia, al tennis francese prima, a quello spagnolo poi, oggi credo che siano gli altri a dover essere invidiosi, gelosi, del tennis italiano.

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Editoriali del Direttore

UniCredit Firenze Open, chi in campo? Dagli azzurri al sogno Djokovic, le ipotesi

Firenze avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon e metterà in palio punti preziosi per la qualificazione alle ATP Finals di Torino

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Jannik Sinner – Wimbledon 2022 (foto via Twitter @atptour)

Il grande tennis torna a Firenze. C’era stato, ma al C.T.Firenze 1898– lì nel 1910 era stata fondata la Federazione Italiana Tennis con Piero Antinori primo presidente – negli anni Cinquanta fino all’avvio del tennis Open del 1968 (open ai professionisti).

Lo svedese Sven Davidson vinse due edizioni ma i campioni visti sui campi delle Cascine furono tanti: Drobny, tre volte campione a Roma, i più grandi australiani, Newcombe che avrebbe vinto 3 volte Wimbledon, Cooper (3 Slam), Roche, Rose, gli americani Patty e Larsen, il cileno Ayala, il messicano Osuna, l’argentino Morea, e fra le donne Althea Gibson, Maureen Connolly, Esther Bueno una decina di Slam in tre e fra le più grandi tenniste di tutti i tempi, oltre ai nostri Pietrangeli, Gardini, Merlo, Sirola.

Per un club non era facile far fronte ai bilanci dei tornei professionistici, ma nel ’73 – e per 21 anni fino al ‘94 – ecco ricomparire il grande tennis internazionale a Firenze. C’erano più di 5.000 spettatori e centinaia fuori dai cancelli a tribune esaurite nel ’73 per 4 ore di tennis straordinario culminato con il successo 6-4 al quinto di Ilie Nastase, n.1 del mondo, su Adriano Panatta.

 

Negli anni in cui chi scrive fu direttore del Torneo di Firenze, trionfarono i nomi più belli e noti: da Panatta (1974) a Bertolucci (tre vittorie consecutive 1975-1977), Clerc, Ramirez, Gerulaitis, e poi anche Gomez, Larsson e tre volte un altro n.1 del mondo, Thomas Muster (’91,’92,’93) prima dell’ultima edizione del ’94 vinta dall’uruguagio Filippini.

Che livello avrà l’Unicredit Open Firenze, un ATP 250 del 10-17 ottobre 2022, 625.000 euro di montepremi, quasi due milioni di budget gestionale (che si accolla la FIT)?

Molti top-players saranno a caccia di punti per qualificarsi alla seconda edizione delle finali ATP di Torino a novembre. Zero punti a Wimbledon, zero nei cancellati tornei cinesi che ne distribuivano tanti (Shanghai era un Masters 1000, Pechino un 500).

Spesso nelle settimane degli ATP 250 ci sono tre tornei in concorrenza. Ma Firenze, per il torneo ospite del moderno PalaWanny di San Bartolo a Cintoia – si gioca al coperto e su cemento – avrà solo la concorrenza della città iberica di Gijon. Però la settimana dopo Firenze Napoli ospiterà un altro ATP 250. Se non foste spagnoli dove scegliereste di giocare? In questi giorni Ruud, n.6 ATP, sta giocando un ATP 250. Perché no a Firenze?

Se già partecipassero i migliori italiani, magari con entrambi i nostri leader Sinner e Berrettini, cui si aggiungessero Musetti, Sonego, Fognini, sarebbe già un bel vedere. Fra i 32 in tabellone ci saranno certamente anche tanti tennisti di ottimo ranking. L’entry list verrà definita solo dopo l’US Open. Ma anche se il nuovo ed esordiente direttore del torneo Paolo Lorenzi non ha voluto sbilanciarsi, io scommetterei invece che qualcuno fra Rublev, Ruud, Tsitsipas, Shapovalov, Cilic, Hurkacz, Schwartzman, Dimitrov, Bautista Agut, Rune, Khachanov, lo vedremo a Firenze. E Djokovic? E’ un sogno. Ha detto che non andrà a caccia di punti, ma da qualche parte dovrà pur giocare, almeno per allenarsi. Firenze tira. E sognare non costa niente.

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Editoriali del Direttore

ATP Firenze: quando ero il direttore del torneo… Aneddoti di fine anni Settanta con Clerc, Lendl, Ramirez, Panatta

Il direttore di Ubitennis Ubaldo Scanagatta ha anche diretto il Torneo delle Cascine negli Anni Settanta. Qui riprendiamo solo un paio di aneddoti vissuti (in parte già pubblicati), mentre ne ricerchiamo altri con Arthur Ashe, Jean Francois Cajolle, Jan Kodes, Guillermo Vilas, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci

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Nessuno conosceva Josè Luis Clerc… quando nella seconda settimana di maggio 1978 venne a giocare le qualificazioni del torneo internazionale di Firenze, che dopo tre anni di sponsor Vat 69 era diventato Lotto-Spalding per un paio di anni prima di diventare AlitaliaFirenze.


Per la verità nella terza settimana di aprile Josè Luis aveva battuto a Nizza Tonino Zugarelli prima di perdere – al terzo set peraltro – da Higueras, n.25 ATP, dopo aver vinto il primo al tiebreak. Il suo manager era Pato Rodriguez, un ex tennista cileno (classe 1938) che aveva giocato a lungo in Coppa Davis negli anni’60 e ‘70. Pato mi chiese – ero direttore del torneo ATP di Firenze, 50.000 dollari di montepremi – se potevo programmare Clerc come primo match del giorno (ore 13) “perché Josè Luis (un ragazzone pieno di tic…) è molto nervoso e nelle attese, come quando si deve aspettare che finisca il match sul campo dove è stato designato a giocare, si logora. Se puoi dargli una mano…”.

Bene: io gliela detti e, incuriosito da quel tipo, andai a vederlo. Tirava, sia di dritto sia di rovescio, bordate impressionanti. Senza tregua. Un ritmo da far paura. Tutte pallate senza paura e gli stavano quasi tutte dentro. Lo feci giocare per tre turni di qualificazione sempre alle 13. E scrissi subito sul quotidiano locale, La Nazione, dopo il primo match di “quali”, che credevo di avere intravisto un fenomeno. Ovviamente volevo anche promuovere il torneo. Ma ci credevo. Josè Luis vinse il torneo, primo “qualificato” della storia ATP capace di tanto. Fu il suo primo torneo vinto di 25. Batté al primo turno Peter Carter, l’australiano che sarebbe diventato il primo coach internazionale di Roger Federer (morì in un incidente automobilistico in Sud Africa), poi il colombiano Molina, l’ecuadoriano Ycaza, l’australiano John Alexander (n.8 del mondo nel ’75), il francese Patrice Dominguez in finale, tre set su cinque dominandolo per tre set a zero.

Nel corso dell’anno Clerc vinse altri due tornei, Buenos Aires e Santiago, dopo aver raggiunto finali a Gstaad, South Orange (perdendole entrambe con Vilas, ma battendo tennisti come Okker e McEnroe… dopo che a Parigi aveva lasciato sei game a un Ivan Lendl diciottenne, 6-3 6-0 6-3) e anche a Toronto e Aix en Provence: in quel torneo in Francia sapete chi batté? Noah, Smid e Lendl prima di perdere sul traguardo finale dal solito Vilas. Clerc sarebbe diventato n.4 del mondo nell’agosto dell’81, dopo aver vinto anche Firenze (finale su Ramirez), Roma (Panatta, Lendl e Pecci dai quarti in poi) e quattro tornei di fila negli USA: Boston, Washington, North Conway e Indianapolis. Due volte in finale batté finalmente Vilas… inimicandoselo per sempre! Qualcuno si potrebbe chiedere perché Jose Luis, con quel ranking avesse giocato (e vinto) anche il piccolissimo torneo di Firenze. La risposta è: me lo aveva promesso che sarebbe tornato quando aveva vinto nel ’78. Ma di solito quelle sono promesse che i tennisti che diventano forti non mantengono. Lui invece è stato coerente, serio e non lo dimenticherò. Ogni volta che ci vediamo ci abbracciamo!

Quando aspettammo Ivan Lendl oltre…il regolamento. E Roberto Lombardi non me lo perdonò

 

Ricordo in particolare un curioso episodio, avvenuto circa quarant’anni fa a Firenze. Io ero giovanissimo direttore del torneo ATP di Firenze. Roberto Lombardi giocava le qualificazioni di quel torneo. Lo zio di Peter Korda, mi pare si chiamasse Pavel, mi aveva chiesto di iscrivere alle qualificazioni un ragazzino che a suo dire era promettentissimo: si chiamava Ivan Lendl. Il problema fu che questo diciassettenne si era perso un treno, aveva viaggiato tutta la notte, non sarebbe arrivato in tempo per il check-in. Decidemmo di sorteggiarlo ugualmente, in considerazioni di quelle vicissitudini e dell’età del ragazzino. Era toccato in sorte a Roberto Lombardi. Pregai quindi Roberto, dieci anni più anziano (lui del ’50 e Ivan del ’60) di aspettarlo. Per convincerlo gli dissi: “Dai, non perderai mica da un ragazzino di 17 anni che è stato tutta la notte in un treno e arriverà suonato?”.

Lui accettò sportivamente di aspettarlo. Beh, potete immaginare come andò a finire. Vinse il ragazzino ceco. Facile facile. Per anni Roberto me l’ha scherzosamente rimproverato: “M’hai fregato, m’hai fregato… lo sapevi che era fortissimo!”. Ecco, io voglio ricordarmi sempre quel Roberto lì, quello che scherzava sempre, quello che al ristorante chiedeva sempre quello che non c’era (“Lombardi? Il peggior cliente di ristorante del mondo” era l’affettuosa definizione che di lui dava Maestro Rino), quello che amava sempre recarsi nei posti “più trend”. Non sono sicuro che Ivan Lendl si ricordi di quell’episodio. Non ho avuto occasione di ricordarglielo. Abbiamo riso insieme invece ricordando quella vota in cui lui aveva vinto il suo ennesimo Roland Garros (credo fosse il terzo…) e in sala stampa gli chiesi che cosa avesse pensato che avrebbe fatto a fine carriera… “Magari il giornalista? “ gli suggerii. E lui: “Di certo non sogno di diventare come certi giornalisti senza capelli!” rispose guardandomi fisso con il suo tipico humour freddo, lui che alcuni avevano ribattezzato Buster Keaton, perché la sua comicità non era quasi mai accompagnata da un sorriso, e altri doctor Frankestein per la sua maschera molto particolare. Di aneddoti vissuti in quegli anni ne ricordo tanti altri, con Arthur Ashe, con Jean Francois Caujolle, John Alexander, Adriano Panatta, Paolo Bertolucci e andrò a ripescarli meglio però nella mia memoria per pubblicarli prossimamente sperando che vi piacciano.

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