Matteo Donati, ora tutti parlano di lui. Un ragazzo che si è fatto (quasi) da solo

Editoriali del Direttore

Matteo Donati, ora tutti parlano di lui. Un ragazzo che si è fatto (quasi) da solo

E’ una vittoria importante quella ottenuta dall’alessandrino, erede di Roberto Lombardi e Corrado Barazzutti. Ma non nel gioco. Il suo tennis è più simile a quello di Andy Murray. Magari…

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Ho sempre avuto simpatia per i ragazzi di personalità. E Matteo Donati l’ha sempre avuta. In tutte le sue scelte, fin da ragazzino. Ben consigliato anche da sua madre, persona saggia ed educata, per bene, senza tanti grilli per la testa. Mi lasciò una buona impressione, tutto il clan Donati, quando Matteo non si sentì di andare a fare il pollo di allevamento e andare a Tirrenia, da dove non è mai uscito nessuno a livello di primi 150 del mondo (salvo la fugace meteora Giannessi), ma qualcuno è semmai ogni tanto invece… uscito dalle mura del Centro Tecnico in piena notte per far baldoria.
Poi, come sempre accade, una volta che un tennista ottiene con la sua equipe – si chiami Errani, Donati o Quinzi – ottiene buoni risultati, allora (ma più che legittimamente sia chiaro) la Federtennis “sale sul carro dei vincitori” e allunga proposte di…“pregiati servizi” che chiunque voglia fare il tennista professionista in Italia non può permettersi di respingere. Perché fra quelli ci sono anche benefit di vario tipo, wild card, rimborsi, convocazioni, assistenze varie.

Ha fatto bene quindi Donati ad accordarsi con la FIT, pur restando fedele al suo “coach” di Bra, Massimo Puci – lo stesso che seguiva Golubev – così come fa bene la FIT, visto che non riesce (dal 2004 a oggi) a tirar fuori nessuno di suo, a cercare di utilizzare al meglio il lavoro degli altri.
Alla fine conviene a tutti. Incluso il tennis italiano. Il fine ultimo quindi viene rispettato. Anche se all’italiana.
Del resto in tutti i campi della vita la “politica” è maestra nel fare suoi meriti non completamente propri, ma questo è sempre successo. E non si comporta così soltanto la nostra Federtennis. Anche altre, a dire il vero, lo fanno. Inclusa quella americana che ha tratto vantaggio per anni della Tennis Academy di Bollettieri come altre. Una delle poche Federtennis a tirarsi su i propri ragazzi è quella francese, brava nello scegliere con cura i coach più professionali, motivati (e ben pagati).
A casa nostra si è sempre preferito accollarsi i meriti di chi si era fatto quasi tutto per conto suo. Penso in questi anni a Sara Errani e Flavia Pennetta, emigrate in Spagna con i loro allenatori spagnoli, penso ai primi anni di Bolelli e Fognini (i cui entourages nei confronti dei pochi aiuti ricevuti erano parecchio critici, ma oggi sono diventati tutto tarallucci e vino) ma anche a Francesca Schiavone che sì, frequentò Barazzutti e un pochino Tirrenia nei mesi che precedettero il suo trionfo a Parigi 2010… e tanto bastò perché la FIT salisse in cattedra sostenendo soprattutto i propri meriti. Ovvio che quando questo accade, e il tutto viene accompagnato da soldi, automobili, ingaggi per esibizioni di vario tipo e convocazioni, i ragazzi e le ragazze un tempo “snobbati” o comunque poco coltivati, apprezzano e… calorosamente ringraziano.

Non è più il caso di far polemiche perché non conviene. Quelle le facciamo noi giornalisti quando non accettiamo di essere presi per il naso… come, ad esempio, quando la tv di Stato FIT (che peraltro sta facendo un ottimo lavoro e va detto) finge di trovarsi per caso con il suo vicedirettore (e mio ex vicedirettore!) davanti ai botteghini dove il presidente Angelo Binaghi sta per l’appunto in coda – ma che caso! – per comprarsi i biglietti come un qualsiasi ordinario aficionado sprovvisto di Santi in Paradiso.
“Sto comprando i biglietti, non costano molto, per mio padre che ha 88 anni, viene qui per la prima volta in tanti anni e resta solo due giorni”.
Così ne approfitta – grazie alla casualissima intervista assolutamente non preordinata – per indire la battaglia contro gli omaggi. “L’anno prossimo se Malagò consente li aboliremo”.
Capito? Insomma è il presidente del Coni Malagò che a quegli omaggi non vuole rinunciare, anche se alla presentazione degli Internazionali disse ridendo: “Chi vuole biglietti omaggio si rivolga non a me ma a Nicola Pietrangeli!”. E Nicola naturalmente si schernì.
Dicevo sopra che, insomma, alla fine prevale per tutti la “Realpolitik”. Inutile fare battaglie di principio. Chi ancora le fa è un …”ubidinosauro“.

 

Ora però è giusto tornare a Matteo Donati che a me era piaciuto tantissimo fin da quando lo avevo visto giovanissimo al torneo pasquale di Firenze, dove finisco per vedere – e non solo Rosset, Murray o Federer – tanti ragazzini che poi diventano campioni. Scrissi allora che mi era piaciuta la sua esplosività, il suo innato senso dell’anticipo e anche del rischio, tutte doti innestate su un corpo ancora gracilino.
Così mi ha fatto piacere sapere che quest’anno il ragazzo di Alessandria avesse deciso di rinunciare a tre mesi di tennis intensivo per “lavorare sul fisico, per rafforzarmi, costruirmi un po’ più di spalle, qualche muscolo in più… me lo dicevano tutti!”.
Ecco, ci vuole anche umiltà e intelligenza per seminare alla maniera giusta e poi raccogliere il seminato. È vero che può essere meno difficile lavorare sul proprio corpo, sul fisico, che non sulla tecnica, ma siamo proprio sicuri che tanti dei nostri giocatori non avrebbero potuto fare scelte anche tecniche diverse?
Lo dico fin dai tempi di Cancellotti (1984 e 1985 negli ottavi al Roland Garros) che non voleva saperne di andare a giocare sui campi veloci e si accontentava di far bene sulla terra battuta, come tanti altri suoi connazionali. Uno dei primi che si impose di seguire la sua strada “tecnica” fu Gianluca Pozzi, l’unico che andava all’estero a cercarsi i tornei sui quali il suo tennis aveva più chances. Mentre Canè scoprì di avere un tennis adatto all’erba soltanto dopo aver “rischiato” di battere Lendl a Wimbledon, ma fino a quell’anno aveva sempre fatto di tutto per evitare di andarci! Quante volte, ed invano, mi ero raccomandato a Filippo Volandri (e al suo allenatore e “padre putativo” Fabrizio Fanucci) perché andassero negli Stati Uniti dai due più grandi “tecnici” capaci di insegnare il servizio, Pete Fisher (per Sampras e anche Spadea, più la Davenport), ma anche un coach che lavorava a Saddlebrook con Rusedski e poi Capriati aveva competenze tecniche eccezionali. Naturalmente Volandri non c’è mai andato. E Sara Errani neppure. Chi volete che dia retta ad un giornalista quando ci sono in Italia e più vicino fior di professionisti che sanno il fatto loro?

Beh, qualcosa mi dice che se Donati avesse bisogno di una “consulenza” esterna al proprio coach, insieme al proprio coach la prenderebbe in esame.
Ora contro Berdych sarà molto dura, ma aver rimontato Giraldo è già stato un gran bel test. Il pubblico ha certo contribuito ad esaltarlo, ma anche a Napoli, nella finale del challenger perduto piuttosto malamente, Matteo aveva tutto il pubblico dalla sua parte, eppure l’emozione lo aveva attanagliato. Chissà che proprio quell’esperienza non sia stata utile.
Le sue risposte di rovescio, insieme ad un eccellente servizio, oggi hanno impressionato più d’uno. Leggete il pezzo di Carlo Carnevale. Io penso soltanto che forse anche lassù, un altro alessandrino d.o.c. Roberto Lombardi, avrà esultato insieme a noi. Lui, come anche Corrado Barazzutti, erano cresciuti sotto gli occhi del maestro Cornara (lo stesso che aveva scoperto un altro talento mandrogno, tal Gianni Rivera che esordì a 16 anni con la maglia dei grigi, ma poi un anno dopo con quella dei rossoneri di cui sarebbe diventato la bandiera fino… all’avvento di Berlusconi). Per la verità il tennis di Donati non mi ricorda né quello di Lombardi – anche se pure Roberto aveva un gran bel rovescio ed un tennis leggerino, per via di un fisico tutt’altro che statuario… ma Donati è quasi 25 cm più alto con il suo 1,88) né quello di “Barazza”, ultimo italiano tra i top-ten, n.7 nel ’78 e grande regolarista ma di certo più difensivo. Non era davvero un attaccante dal fondo Corrado, il corri e tira sarebbe nato negli anni anni Novanta con Agassi e soci. Non mi stupisce che dei 4 Fab Four Matteo abbia scelto come proprio modello quello che “viene scelto di meno” ma che più gli assomiglia e non solo per l’efficacia della risposta di rovescio: Andy Murray. Magari ottenesse anche la metà dei risultati dello scozzese. Intanto Matteo si goda il bagno di folla e di popolarità al Foro Italico. Anche se Tomas Berdych dovesse bastonarlo.

Intanto segnalo con grande piacere che a seguito della vittoria anch’essa piuttosto inattesa di Fabbiano sul “peperino” russo Rublev che non ha fatto che lamentarsi del campo (chissà in quali campi lui è abituato a giocare nella sua Russia!) e di quella di Arnaboldi “re del drop-shot” su Napolitano (ragazzo di Biella cresciuto praticamente insieme a Matteo Donati, i due sono molto legati e vedrete che i successi di Donati favoriranno anche quelli di Napolitano…), i giocatori italiani nel tabellone maschile degli Internazionali erano ben 8 (anche se Vanni con Almagro e Gaio con Leo Mayer hanno già perso).
Non ne avevamo avuti più così tanti dal ’93, quando furono dieci (come potete verificare se aprite in basso a Ubitennis i dati statistici relativi agli Internazionali d’Italia con tutti i tabelloni fino al 2012… Da quell’anno in poi non sono più riuscito ad aggiornarli) e cioè Furlan, Canè, Nargiso, Pozzi, Gaudenzi, Pistolesi, Cierro, Camporese, Caratti, Pescosolido.
Nel ’90 e nel’92 ne avevamo avuti 7, così come nel 2006 e nel 2014: un anno fa erano stati Volandri, Lorenzi, Seppi, Bolelli, Cecchinato, Travaglia e Fognini.
Questo lunedì si fa sul serio, non più solo sei incontri di main-draw ma 25 partite! Con 9 italiani in campo. Buon tennis a tutti, come dico anche tutti i giorni nei collegamenti su Radio Montecarlo alle 10:57 e alle 16:57.

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EDITORIALE – Azzurro cupo per Montecarlo. Sono pessimista

Non avendo mai immaginato che Fognini potesse vincere il torneo del Principato (era quasi k.o. con Rublev…), spero di sbagliarmi di nuovo. Se Berrettini e Fognini fossero in forma… Ma il sorteggio di Sinner, Musetti e Sonego è stato pessimo

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Jannik Sinner - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

IL TABELLONE DI MONTECARLO


Speravo francamente in un sorteggio migliore, per sognare almeno un italiano dei cinque in tabellone, nei quarti o addirittura in semifinale. Ora, visto il tabellone, mi parrebbe un miracolo. Fossero stati in piena forma i due di miglior classifica, Berrettini e Fognini, avrei avuto maggior fiducia. Ma temo che non lo siano. Chi parla già di oggi di Sinner al secondo turno con Djokovic commette forse un errore che spero Jannik non commetta.
Dimentica forse che quattro anni fa a Montecarlo Ramos-Vinolas arrivò in finale per arrendersi al solito Nadal.

Non è più quel Ramos-Vinolas, d’accordo, ma Jannik arriva dagli USA senza un torneo sulla terra alle spalle, un po’ come capitava alle star americane d’un tempo… che poi incappavano in clamorose figuracce e faccio i debiti scongiuri. Tengo presente infatti anche che Jannik è uscito un tantino traumatizzato dalla finale di Miami, nella quale – secondo me – pensava di uscirne vittorioso dopo uno splendido torneo. Non è mai facile riprendersi da una sconfitta, a meno che i primi game si mettano subito bene. I giocatori dicono, e sembrano banali: “Un passo alla volta, mai guardare più in là”.

Ma noi giornalisti siamo diversi, il tabellone invece lo guardiamo, lo dobbiamo guardare. E allora ci chiediamo: che Djokovic sarebbe quello che scenderebbe in campo contro Sinner al primo match dopo l’infortunio addominale che lo colpì in Australia? Chissenefrega oggi se era stiramento come sostengono in tanti oppure strappo come ha sempre dichiarato lui. Un fatto solo è incontrovertibile: Novak non ha più giocato un match di gara da quando ha dato una lezione di tennis a Daniil Medvedev nella finale dell’Open d’Australia, due mesi fa. E se dovesse affrontare in quello che sarà il suo primo match uno Jannik Sinner emerso vittoriosamente dal duello con Ramos-Vinolas (che giocherà oggi la semifinale di Marbella contro Carreno Busta), beh Novak giocherà da favorito ma non da vincitore in partenza anche se, come Sinner del resto, gioca quasi in casa su campi che conosce benissimo e sui quali ha trionfato due volte.

A Musetti è toccato Karatsev, il russo emergente del 2021, ma del quale si sono fin qui potute apprezzare le qualità tennistiche sul cemento outdoor mentre per quanto riguarda la terra rossa bisogna andare a ripescare soprattutto nel circuito challenger, quando ad agosto dello scorso anno vinse 15 partite su 16 e conquistò i titoli di Praga e Ostrava. Va detto che Musetti, al di là del tennis vario e piacevole, sembra ancora fragilino ai massimi livelli. E Karatsev, n.27 del mondo, è già un giocatore che si è affermato ad alti livelli. Insomma fiducia sì, ma senza illudersi. E comunque, se anche Musetti facesse un exploit ai danni di Karatsev, al secondo turno ci sarebbe Tsitsipas. Insomma, è stato fortunato a conquistarsi una wild card rifiutata a giocatori meglio classificati di lui, ma non è stato per nulla fortunato nel sorteggio.

L’altro Lorenzo, Sonego, ha in Fucsovics un bruttissimo pesce. Ci perse 7-6 al terzo due anni fa a Monaco di Baviera e l’ungherese che quest’anno ha perso tre volte da Rublev ma fatto ottimi risultati qua e là. Al Roland Garros era giunto negli ottavi, battendo Medvedev, Ramos-Vinolas, Monteiro prima di perdere dal solito Rublev, la sua bestia nera. Se Lorenzo superasse il primo turno avrebbe Sasha Zverev. Insomma anche per lui poteva andare meglio, molto meglio.

Arrivo così ai due top-ranked italiani. Un Fognini che non fosse stato dominato da Munar a Marbella mi avrebbe dato fiducia contro Kecmanovic e anche contro Paire o Thompson. Ma in questo stato voglio fare come San Tommaso: prima lo vedo giocare e poi mi sbilancio in un pronostico. Stessa cosa mi sento di dire sul conto di Matteo Berrettini. Anche lui, come Djokovic, ha sofferto di un problema addominale a Melbourne. Ma probabilmente peggiore perché lui è stato costretto a ritirarsi, non ha potuto portare a termine l’Open. E il fatto che due mesi dopo non si sia sentito di “rischiare” nel singolare di Cagliari che avrebbe potuto essere un bel test, ma sia sceso in campo solo nel doppio in coppia con il fratello Jacopo mi lascia molti dubbi. Vero che in doppio si serve un game ogni quattro, mentre in singolo ogni due, però preparare un Masters 1000 in singolare giocando solo un paio di partite in doppio non mi sembra una scelta strategica tranquillizzante.

Sono sempre stato ottimista. Lo ero ad esempio prima di Miami e mi ero sbilanciato prima ancora che Sinner affrontasse Khachanov al secondo turno quando dissi in radio che secondo me Sinner aveva chances di fare molta strada, fino anche alla semifinale (non dissi finale perché pensavo che Medvedev sarebbe arrivato in finale in quella metà di tabellone). Ma non riesco ad essere ottimista prima di questo torneo di Montecarlo. E spero tanto di sbagliarmi. Devo dire che non avrei mai pensato, due anni fa, che Fognini sarebbe riuscito a vincere il torneo. Lo avevo visto contro Rublev a un passo dalla sconfitta. Rimasi lì fino a venerdì, ma avevo fissato un viaggio di famiglia – che ringrazio di aver potuto fare visto tutto quel che è successo dopo con la pandemia – e non vidi il weekend finale di Montecarlo. Mi auguro quindi, di veder smentito anche questa volta il mio pessimismo.

Aggiungo però che anche se le cose dovessero andare come me le aspetto, continuerei a ritenere che questo è il miglior momento per il tennis italiano negli ultimi 40 anni. Soprattutto in prospettiva, magari, perché la miglior generazione azzurra per ora resta quella degli Anni Settanta. Lo dice il ranking ATP che vide Panatta salire a n.4, Barazzutti a n.7, Bertolucci a n.12, Zugarelli a n.24. Gli attuali nostri top-players ancora quei traguardi non li hanno raggiunti. Penso che li raggiungeranno, però, perché giovani come Sinner e Musetti così competitivi non li abbiamo mai avuti. Ma va dato tempo al tempo. E guai a chi non ha pazienza.

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Editoriali del Direttore

Sinner in finale a Miami: può diventare il più forte italiano di sempre? [VIDEO]

Una prova di sicurezza e maturità raramente vista prima in un teenager. Già n. 7 della race, forse le ATP Finals di Torino non sono solo un sogno

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Jannik Sinner - ATP Miami 2021 (via Twitter, @atptour)

Pazzesco Jannik Sinner, davvero. Giocava la sua prima semifinale di un Masters 1000, contro un avversario molto più esperto di lui, ancorché battuto già tre settimane fa a Dubai, lo spagnolo Bautista Agut, n.12 del mondo ma da anni sempre compreso fra il n.8 e il n.12, e lo ha ribattuto. Ancora in tre set, ancora rimontandolo. 5-7 6-4 6-4 in 2 h e 29 minuti, dopo essere stato in svantaggio di un set ed essersi trovato sul 3 pari del secondo sotto per 0-40, e aver lì salvato quattro pallebreak che lo avrebbero probabilmente tramortito… se non fosse che questo ragazzo di 19 anni e mezzo e solido come lo sono certi montanari della sua valle, la Val Pusteria, non muore mai, non si arrende mai.

In tutta la partita Sinner si è concesso un unico passaggio a vuoto, dall’1 a 0 per lui sullo 0-15. Li ha ceduto quattro punti a fila e sull’1 pari del terzo set ha perso il servizio a zero. Sotto 2-1 ha subito a zero anche il successivo game di battuta di Bautista Agut. 3-1 e 0-15, 12 punti consecutivi volati via in un attimo. Roba da matare un toro. Niente affatto. Come se nulla fosse Sinner ha ricominciato a sparare bordate di dritto e rovescio e sul 2-3 è stato lui a strappare a zero la battuta allo spagnolo che pure non mollava un centimetro. Per un set e mezzo, all’inizio, sembrava lo spagnolo quello che comandava il gioco, e se Sinner si sentiva costretto a prendere dei rischi, una, due, tre pallate vicino alla riga non gli bastavano a fare il punto, finché arrivava quasi inevitabilmente l’errore.

Ci sono stati due game interlocutori dal 3 a 3, con chi batteva che ha tenuto il servizio senza troppi patemi. E sul 4 pari Sinner ha giocato un game spettacolare contro Bautista Agut che ha dato per la prima volta la sensazione di essere come intimidito contro un giovane che non aveva più paura di niente e pareva incredibilmente centrato. Probabilmente ha immaginato di poter fare la stessa fine che a Dubai. E proprio questo è quello che successo, perché Sinner sul 5-4 ha risposto con una aggressività paurosa vincendo 4 punti su 4 e lasciando trasecolato, come colpito da una serie di pugni da k.o. il suo ben più esperto avversario

 

Eh sì che Bautista (32 anni) non ha davvero perso il match. È stato Sinner a vincerlo. Nei quarti lo spagnolo aveva battuto il grande favorito del torneo, il russo Medvedev, n.2 del mondo (e primo n.2 ad essersi inserito così in alto dal 20’05 a oggi quando le prime due posizioni erano sempre state tenute da qualcuno dei Fab Four). E lo aveva battuto per la terza volta. Una bestia nera per il russo. Così come bestia nera sembra essere diventato adesso Sinner per Bautista Agut. Battere una volta un giocatore di quella forza ci sta, batterlo due volte è molto più difficile. In finale giocherà domani contro Hurkacz, il polacco giunto a sorpresa in finale dopo aver battuto Tsitsipas e Rublev.

Jannik è il secondo italiano capace di arrivare in finale a un Masters 1000. Il primo era stato Fabio Fognini a Montecarlo nel 2019 (torneo poi vinto sul serbo Lajovic: ma in precedenza Fabio aveva battuto Nadal), e tutti e due sono curiosamente riusciti a compiere l’impresa durante la settimana di Pasqua e sconfiggendo uno spagnolo in semifinale (Fognini aveva battuto addirittura Rafael Nadal).

È incredibile, sono contentissimo – dichiarava sul campo Jannik che all’inizio della settimana aveva raggiunto il suo best ranking, n.31 ATP e che ora è già virtualmente n.21 comunque finisca la finale domenica –. Alla fine sul 5-4 e suo servizio ho deciso di prendere rischi e ha pagato”. Lucidissimo anche fuori dal campo, un minuto dopo il più grande traguardo fin qui centrato in carriera.

Ma Jannik è un fenomeno e ormai l’hanno capito tutti. Di traguardi ne centrerà sicuramente tanti altri. Per il momento è diventato solamente il quarto giocatore nella storia del tennis a raggiungere la finale di un Masters 1000 prima del compimento del ventesimo anno di età: gli altri tre si chiamano Andre Agassi, Rafael Nadal e Novak Djokovic.

A 19 anni e mezzo ho visto soltanto Rafa Nadal giocare a questi livelli e con altrettanta solidità. Ma Rafa era un mostro e lo ha dimostrato in 20 anni di straordinaria carriera. Il tennis di Sinner assomiglia di più a quello di Djokovic, e non solo perché anche lui è destro, ha il rovescio più sicuro del dritto, viene a rete proprio quando è necessario – ma il più delle volte non lo è perché fa il punto da fondocampo – e non è mancino come Rafa.

Ma quando vidi per la prima volta Djokovic, diciottenne a Montecarlo – e da teenager era l’unico fra i primi 100 del mondo (classe 1987 il serbo era n.83 a fine 2005) – Novak non mi dette la stessa impressione di solidità, soprattutto mentale, che mi dà oggi Sinner, capace di rovesciare match che sembrano persi e di giocare gli ultimi game di match importantissimi come se ne avesse giocati mille. Tutti questi grandi giocatori, campioni anche in precocità, hanno continuato a migliorare anno dopo anno, tanto che a 34 anni Novak e a 35 Rafa sono tennisti più completi di quanto lo fossero una quindicina di anni prima.

Mi chiedo dove potrà arrivare Sinner nel pieno della sua maturità fisica, fra 7 o 8 anni, se già adesso è capace di giocare così. Di ragionare così. Se vince Miami entra fra i primi 20 del mondo, ma intanto è già fra i primi 7 della ATP Race se si guardano i risultati di quest’anno. Vorrebbe dire che sarebbe già qualificato per le finali ATP che si giocheranno per la prima volta a Torino a novembre. Djokovic chiuse il 2006 a n. 16. Sinner gli sta avanti. In Italia uno così non lo abbiamo mai avuto.

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Editoriali del Direttore

Lorenzo Musetti diventerà un campione con la C maiuscola

Il direttore Scanagatta si sbilancia. Si legge di “Simil-Gasquet”, “Simil-Djokovic”, “Simil-Roddick”. I n.1 che non avevano dritto e servizio. Nella newsletter di Ubitennis il confronto tra Sinner e Musetti

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Lorenzo Musetti - Acapulco 2021 (foto AMT2021)

Abbiamo già la certezza di aver trovato un campione in Lorenzo Musetti ? 

Lasciatemi rispondere, sperando che lui e il suo clan non mi leggano: sì, quasi.

Fra essere top-40/50 quanto lui è già adesso e fra esser Campioni con la C maiuscola ce ne corre. E per questo dico quasi. E poi guai a lasciarsi abbacinare soltanto dai primi lampi, dal bel gioco, dal talento. Anni fa quanti avremmo scommesso sull’avvenire di Simone Bolelli fra i fortissimi? Ricordo che dopo una sua grandissima partita contro del Potro al Roland Garros mi ero decisamente sbilanciato nei suoi confronti. Guai a non essere prudenti, dunque.

 

Preciso, indirizzandomi a chi ci legge e che non sia un habitué, tutte cose che ai lettori invece più informati appariranno informazioni stranote e considerazioni banali: Lorenzo, come del resto tutti coloro che erano fuori dai top-100 (e quindi la stragrande maggioranza dei giovani e giovanissimi) non ha davvero avuto un vantaggio dalla classifica “congelata” dal COVID-19 per il biennio 2019-2020. Ne ha anzi patito le nefaste conseguenze. Per lui la classifica era ed è ancora fondamentale. Era numero 120 fino a questo lunedì; fuori dal posto 104 – notoriamente – non hai certezze di entrare nei tabelloni dello Slam, devi passare attraverso le forche caudine delle qualificazioni.

Anche per partecipare ai Masters 1000, agli ATP 500, agli ATP 250 hai necessità di avere una classifica che ti consenta di entrare. In questo caso non basta neppure essere n.94 come sarà da lunedì. E non basterà neppure essere n.77 come sarebbe stato se avesse battuto Tsitsipas. Neanche essere n. 46 ti mette al riparo dall’obbligo di fare le qualificazioni per un Masters 1000 tipo Montecarlo, Madrid o Roma. Nelle settimane degli ATP 500 i tornei sono due, per cui magari devi essere fra i primi 30 a Dubai e fra i primi 23 a Acapulco, ma poi all’atto pratico entri in un torno se sei n. 49 (Thompson a Dubai) o n.64 (Tiafoe a Acapulco). Però partecipare a un torneo piuttosto che a un altro dipende pur sempre dalla tua classifica, e infatti per entrare nel main draw di Miami – alla fine ce l’ha fatta – gli sono servite una trentina di defezioni, l’ultima (decisiva) quella di Millman.

Jannik Sinner, dall’alto del suo ranking top-30/35, non ha in pratica più quel problema. Non si guarda indietro. E può dire legittimamente a chi gli chiede quali obiettivi di classifica si ponga, top-20, top 10, top 5: “La classifica per me non è importante come imparare a giocare sempre meglio”. E in effetti quando avrà imparato, anno dopo anno, sempre di più quel che ha da imparare (nello sbucciare patate e carote e poi nel preparare i piatti sapendo la ricetta), la classifica sarà una conseguenza.

Torno ab ovo. Musetti campione con la C maiuscola. Beh, battere 3 top 20 in soli quattro tornei è un gran bel segnale. Il potenziale c’è tutto. Gli aspetti tecnici sono confortanti?

Tanti hanno intravisto somiglianze tecniche fra Richard Gasquet e Lorenzo Musetti.Fra questi anche io che ho letto il primo articolo su Gasquet quando Richard comparve a 9 anni sulla prima pagina del mensile Tennis Magazine diretto dal mio amico Jean Couvercelle. All’epoca quella copertina fu considerato un mezzo scandalo in Francia: “Facendo così ‘brucerete’ questo ragazzino caricandolo di chissà quali aspettative!” fu scritto da più parti. All’interno della rivista c’erano diverse  fotografie del bambino di Beziers che, allenato dal papà maestro fin dall’età di 4 anni, colpiva rovesci a una mano che tutti definivano assolutamente straordinari. A Tarbes, dove si gioca il Les Petit As, ricordano ancora un duello epico fra i coetanei Gasquet e Nadal…

Gasquet ruppe il ghiaccio tra i “pro” a casa nostra, nei challenger di Barletta e Napoli. Poco dopo avrei visto giocare Richard dal vivo quando nel 2005 fece semifinale a Montecarlo e, se non mi confondo con un altro torneo del Principato, mi pare che nei quarti aveva annullato match point a Roger Federer. Richard aveva solo 18 anni perché i 19 li avrebbe compiuti il 18 giugno. Il rovescio era magnifico già allora, il dritto no, il servizio neppure. Un po’ come Lorenzo, che però di dritti è già capace di farne almeno un paio e secondo me ha maggior mano del francese. L’ho visto nelle palle corte, in alcuni cross stretti, in certi affondi. Luca Baldissera ha già analizzato certi aspetti tecnici collegandoli ad alcune foto.

Di Gasquet oggi Musetti ha la tendenza a giocare molto dietro alla riga di fondocampo, troppo vicino ai teloni. Naturalmente Tsitsipas ne ha approfittato. Sia venendo a rete spesso e volentieri (mi pare 17 punti a rete su 18 nel primo set), sia sorprendendolo spesso con i drop-shot.

Allora, chi ha visto il mio video pubblicato in giornata, sa già come la penso. Fossi Musetti firmerei per una carriera alla Gasquet, anche se niente gli impedirà di sognare di salire anche più su. Il francese, pur con i limiti sopra descritti, è arrivato ad essere N.7 del mondo del mondo a 21 anni e di restare sempre sulla breccia ad altissimi livelli, con due semifinali a Wimbledon, un quarto allo US open e al Roland Garros, ottavi ripetuti più volte in tutti gli Slam. Finali di Davis e chi più ne ha più ne metta, insieme a una ventina di milioni di dollari di soli premi. Non noccioline. Ecco perché firmerei per avere una carriera come la sua.

Ciò detto Lorenzo potrebbe fare ancora meglio. Troppe presto per dirlo? Certo che sì. Come troppo presto per escluderlo. Il talento c’è ed è indiscutibile. La varietà di colpi, la solidità atletica e mentale a 19 anni sono fuori dal comune. Il rovescio magnifico, il tocco di palla superbo, l’attitudine splendida, la famiglia fantastica, l’equipe tecnica che lo segue ottima. Altrimenti non sarebbe l’unico 2002 fra i primi 100 con un curriculum da top 40/50.

ESEMPI CHE FANNO BEN SPERARE

C’è chi ha osservato che la storia insegnerebbe che quasi tutti i tennisti più forti del mondo avevano un gran servizio e un gran dritto. Ma non è stato sempre vero. Anche nel caso in cui – come Gasquet – Lorenzo non riuscisse malauguratamente a diventare fluido nel dritto come lo è nel rovescio, beh voglio ricordarvi che certi n.1 del mondo non erano assolutamente dei fenomeni quando dovevano colpire la palla con il dritto.

Quali? I primi che mi vengono in mente sono Jimmy Connors, Stefan Edberg, Guga Kuerten, Lleyton Hewitt, Andy Murray. Erano decisamente più forti con il rovescio che con il dritto. Su Jim Courier non saprei. Questa apparente debolezza sul lato destro non ha loro impedito di diventare n.1 del mondo. Nel caso di Connors, Kuerten e Hewitt non c’era nemmeno un gran servizio a sostenerli. Passando a considerare i top 10 di oggi beh un gran servizio – la “prima” eh, non la “seconda” quand’è nervoso… – lo ha certo Zverev, un altro tennista cui si predice un possibile futuro da n.1 sebbene il dritto non sia davvero all’altezza del rovescio. E lo stesso vale per Medvedev, neo n.2 del mondo.

Eppoi, suvvia, non esageriamo. Il dritto di Musetti, ancorchè certo migliorabilissimo, non è quello di Quinzi che proprio non ha mai camminato. Non sarà forse mai il suo colpo, ma già il fatto che sappia colpirlo con due movimenti diversi, alla Nadal e non, è già un ottimo punto di partenza.

La lezione inflittagli da Tsitsipas – pur con la premessa che è arrivata su un tennista stanco da 13 ore e mezzo di tennis in 7 giorni con battaglie assai stressanti anche sotto il profilo mentale – servirà certamente al “secondo padre” Tartarini e a Lorenzo per imparare ad allenarsi giocando più vicino alla riga di fondocampo, quando non addirittura dentro. Soprattutto quando si deve rispondere a una seconda di servizio due o tre passi in avanti si dovrebbe cercare di farli. Si sbaglieranno tante risposte all’inizio, ma prima o poi si imparerà. Il dato di soli TRE break dopo aver avuto 14 palle break contro Dimitrov che non serviva tutte prima, deve far riflettere.

Lorenzo Musetti – Acapulco 2021 (foto AMT 2021)

Non dimentichiamo, a proposito del lavoro da fare sul dritto, che nei primi anni di carriera anche Novak Djokovic ha dovuto sistemare il dritto che non era efficace come oggi. Teneva il gomito alto. Correzioni ne ha dovute fare eccome, con il gran lavoro impostato da Marian Vajda. Idem sul servizio. Oggi, anche con l’aiuto dei video, è più facile – o meno difficile – lavorare su certi punti deboli.

Ho detto di Musetti “simil-Gasquet”, così come potrei dire – esagerando un po’ perché il fisico è ben diverso e anche in questo caso i risultati per ora sono più onirici che realisti – Sinner “simil- Djokovic” per l’intensità del suo gioco da fondo con due colpi altrettanto solidi (il rovescio un po’ più sicuro, ma lo era anche per Nole) e Berrettini “simil-Roddick”, bombardiere di servizio e dritto e rovescio altrettanto modesto se rapportato ai migliori del mondo.

Rimpiango, con i giocatori che abbiamo adesso – a breve mi aspetto che possano essere 5 fra i primi 30/40, Berrettini, Fognini, Sinner, Sonego, Musetti – il tramonto della vecchia Coppa Davis. Con la Davis tradizionale saremmo stati da finale quasi assicurata anno dopo anno, dovendo lottare soltanto con Russia e Canada, e prima o poi un’altra vittoria ci sarebbe scappata. Non a caso siamo andati in finale nell’ATP Cup, dove però i singolari sono solo due. Ma in questo momento anziché rimpiangere ciò che non potrà essere voglio godere al pensiero di ciò che potrà essere. Abbiamo due ragazzi di 19 anni che il mondo del tennis ci invidia e un movimento complessivo importante. Evviva.

POST SCRIPTUM

P.S. Il più lungo post scriptum della storia è un copia e incolla estratto dalla newsletter alla quale i lettori di Ubitennis dovrebbero assolutamente iscriversi. Potete leggerne un assaggio qui, e sappiate che vi siete persi un sacco di altre “chicche” scritte da Claudio Giuliani con il suo stile super-brioso. Ha trattato oltre al confronto Sinner-Musetti altri sette argomenti da leggere tutti di un fiato!

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Sinner è monotono, Musetti sa giocare“. Dopo ogni partita, dell’uno o dell’altro, parte la litania. Sempre uguale, pronunciata dal maestro del circolo come dal commentatore famoso. L’irresistibile fascino del giudizio affrettato, l’incapacità di stabilire dei canoni di discussione e provare ad elaborare quindi un pensiero più articolato. Fatica sprecata imbastire un confronto, questa gente andrebbe praticamente ignorata.

Che Sinner e Musetti sono due giocatori diversi è noto anche a chi sta sveglio di notte a vedere le barche a vela, come è vero che hanno e avranno tifosi diversi. Per quanto riguarda il giudizio nei loro riguardi adesso non è neanche una questione di età e di ranking, considerato che Jannik è avanti in entrambi. Fra qualche anno, quando i due avranno giocato un centinaio di partite nel Tour, potremo iniziare a capire quanto valgono realmente. In questa fase, sembra che a fare la differenza nel giudizio di questi due
golden boy del tennis azzurro siano più le loro personalità e la maniera con la quale colpiscono la palla.

Musetti dà l’idea di essere uno di quei giocatori che amano i match importanti e i campi centrali. Cioè lui gioca su un terreno sgarrupato alle Canarie contro un indiano che di solito fa il doppio ed è capace che perde giocando pure male, poi però sul centrale di Acapulco riesce a battere Schwartzman avendo modo di fare tutta la sua mimica, le braccia larghe à la Kyrgios dopo un hot shot e lo sdraiarsi a terra manco fosse Rafa dopo l’ennesimo Roland Garros vinto.

Non che a Sinner non piaccia giocare sul campo centrale contro un top 10, solo che Jannik in questa fase ci dà la percezione di un tennista inquadrato nello stare concentrato sui suoi colpi e sulla partita sempre e comunque e in qualsiasi condizione. Riesce a eliminare condizionamenti esterni, da questo punto di vista è avanti non solo a Musetti ma anche a tanti altri giocatori.

Quando lui dice che ha imparato di più allenandosi con Nadal prima di Melbourne di questo parla, di mindset. E questo la dice lunga su quanto Jannik stia lavorando in prospettiva. Dopo la vittoria contro Bautista, rispondendo ad una domanda che chiedeva della differenza di cento posizioni nel ranking fra lui e Musetti, ha detto che secondo lui “uno a 19 anni non deve preoccuparsi della classifica ma fare solo esperienza”. Parole che sembrano più di Riccardo Piatti, il suo coach, che di Jannik, ma che dicono molto.

Ma ai tifosi amanti dell’estetica, del bel gesto, Sinner non piacerà mai, e pazienza se il tennis moderno esige una solidità da fondo campo e una costanza di rendimento al servizio per stare nei piani alti della classifica. Non c’è molto posto per amanti delle volée sotto la rete o per i professionisti dell’hot shot, anche perché fosse così avremmo molti più fuoriclasse nelle prime posizioni.

Ecco quindi che il brio di Musetti, la sua personalità, il sorriso contagioso ma soprattutto il suo rovescio lungolinea sono gli sguardi che fanno innamorare, perché è in quelli che alcuni tifosi vedono la bellezza. Questo è forse meglio o peggio del saper tirare 10 dritti in pressione senza sbagliare mai? No, è solo diverso.

Non è mica un peccato innamorarsi della bellezza, del più bello della scuola, tanto vedrete che anche il nerd esperto di computer troverà l’amore, e la loro storia magari durerà più a lungo di un flirt.

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