WTA Roma, statistiche: Navratilova sta a Federer come Evert a Nadal

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WTA Roma, statistiche: Navratilova sta a Federer come Evert a Nadal

Nella storia degli Internazionali d’Italia al femminile, Martina Navratilova non è mai riuscita ad imporsi nonostante quattro finali disputate. Regina assoluta Chris Evert, con cinque edizioni vinte. Ma non è il solo record detenuto dalla fortissima tennista americana

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A partire dal 1969, il torneo più importante d’Italia si è sempre disputato a Roma, tranne che in 6 occasioni sulle 45 totali. Difatti, nel periodo compreso tra il 1980 ed il 1984, le atlete si sono contese il titolo a Perugia e nel 1985 è stata la volta di Taranto.

Diverse tenniste hanno alzato più di una volta il trofeo, ma chi ha trionfato più di tutte è stata Chris Evert, con cinque edizioni vinte, seguita da Gabriela Sabatini e Conchita Martinez, con quattro titoli ciascuna. Sembra incredibile ma una campionessa come Martina Navratilova non si è mai aggiudicata il torneo italiano, uscendo sconfitta dalle 4 finali disputate in un arco temporale di 20 anni (dal 1974 al 1994). Serena Williams è a quota 3 titoli: riuscirà quest’anno a raggiungere Sabatini e Martinez? Oppure sarà affiancata da Maria Sharapova o da Jelena Jankovic, che la tallonano a quota 2? L’unica italiana che figura nell’albo d’oro è Raffaella Reggi, che vinse a Taranto.

 

Tutte le edizioni del torneo si sono disputate sulla distanza breve (2 set su 3); 35 volte la finale si è conclusa in due set. Delle 10 volte in cui si è dovuti ricorrere al terzo set, la metà di queste ha visto la giocatrice sconfitta vincere il primo parziale, per poi perdere gli altri due. L’ultima volta è capitata nell’anno 2012, quando Li Na è stata sconfitta al terzo set da Maria Sharapova per 4-6, 6-4, 7-6. Quello è anche l’atto conclusivo con il maggior numero di giochi disputati: ben 33. Le finali conclusesi con il minor numero di  games  sono invece quelle del 1975 (Evert – Navratilova 6-1, 6-0) e del 1985 (Temesvari – Gadusek 6-1, 6-0).

Una curiosità: agli spettatori del torneo è toccata la fortuna di non aver mai dovuto  assistere ad una finale terminata per ritiro o per maltempo.
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Le giocatrici in grado di trionfare nell’Italian Open sono poi riuscite a vincere, nella stessa annata, almeno uno fra i 4 Major e/o WTA Finals in 17 occasioni (36,96% del totale). La donna che è riuscita più volte ad abbinare l’Italian Open con uno di questi 5 eventi è Chris Evert, ben 5 volte (1974, ’75, ’80, ’81 e ’82), seguita da Serena Williams a quota 3 (2002, ’13 e ’14).

Il torneo che ha più correlazione con l’Italian Open sono le WTA Finals: per 9 volte (20,93%, del totale), infatti, chi ha vinto Roma e stato poi in grado di vincere anche il torneo di fine stagione. Colei che ha collezionato più doppiette è Serena Williams, unica in grado di ripetersi più di una volta, peraltro nelle ultime due annate, 2013 e ’14. Troviamo poi il Roland Garros, che ha avuto lo stesso albo d’oro nella medesima stagione con l’Italian Open per 8 volte (17,39%): in questo caso primeggia Chris Evert a 3 (1974, ’75, ’80), seguita sempre dalla maggiore delle sorelle Williams, a quota 2 (2002 e ’13). A seguire Parigi c’è lo US Open: 7 doppiette con l’IO (15,22%): a comandare anche questa graduatoria sono Chris Evert e Serena Williams, entrambe a quota 3 (1975, ’80 e ’82 la prima e 2002, ’13 e ’14 la seconda). A quota 4 “double” ci sono i Championships (8,7%): anche qui, Chris Evert è l’unica ad esserseli aggiudicata due volte e nella stessa annata: nel 1974 e nell’81. L’evento che presenta il minor numero di correlazioni con l’Italian Open è l’Australian Open, bis avvenuto solo due volte nell’era Open (4,3%): nel 1982 con la solita Chris Evert e nel ’98 con Martina Hingis.

Così come nel campo maschile, sono state realizzate, in totale, 10 fra “triplette” e “poker”, sommando cioè almeno due o più Slam e/o /WTA Finals all’IO. I casi di “tripletta” sono 7, di “poker” 3: per quanto riguarda i “tris”, quelli maggiormente ripetuti sono IO+RG+USO e IO+RG+WTA FINALS, entrambe le combinazioni accadute in 4 occasioni.

Per quanto concerne i “poker”, due di essi, sui tre complessivi, sono identici: Chris Evert nel 1975 e Serena Williams nel 2013 hanno ambedue conquistato, nella stessa annata, IO+RG+USO+WTA FINALS. Le giocatrici che sono riuscite a compierne di più, complessivamente, sono sempre le solite due: Chris Evert è prima a quota 4 (1974, ’75, ’80 e ’82) seguita da Serena Williams, a 3 (2002, ’13 e ’14). L’attuale No.1 del mondo è l’unica giocatrice in grado di realizzare più di un “poker” in carriera (2002 e ’13).

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Chris Evert è la pluricampionessa degli Internazionali d’Italia. Con 5 successi si aggiudica anche la classifica di torneo. Ottima anche la sua media punti che la conferma al primo posto. Sorprendemente seconda nella classifica assoluta Conchita Martinez capace di imporsi in ben 4 occasioni: per un solo punto precede la Sabatini (4 i successi anche per l’ argentina). La media punti vede invece prevalere Gabriela in virtù di un minor numero di tornei disputati. Al momento Serena Williams vanta 3 vittorie ma la sua media risulta essere abbastanza distante dalle prime. Ottimi gli score anche per Mauresmo, Jankovic e Seles mentre la grande Navratilova senza alcun successo in 8 edizioni  è solo decima nella classifica di torneo preceduta da Maria Sharapova.

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In 12 occasioni  la vincitrice si è imposta senza cedere un set; solo la Martinez è riuscita a bissare l’impresa vincendo nel  1993 e nel 1994. Evert nel 1975 e Sabatini  nel 1991 vantano invece  la miglior percentuale di games vinti. Bisogna invece risalire al 1972 per registrare la vittoria più “faticosa”: Linda Tuero si aggiudica il torneo aggiudicandosi solo il 59.5 % dei games da lei giocati.

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Particolarmente significativo è  il risvolto anagrafico del torneo italiano. Addirittura 15 edizioni su 45 sono state vinte da teenagers Under 20. Per Tracy Austin e Monica Seles il successo è arrivato quando erano poco più che sedicenni. Anche Temesvari, Manuela Maleeva, Hingis e Graf si sono aggiudicate il titolo prima del diciottesimo anno di età. Sul fronte opposto registriamo i successi “over 30” di Serena Williams nelle ultime due edizioni del Foro Italico.

 

Guido Tirone, Marco Zara, Michele Gasperini

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Medvedev, Berrettini e Tsitsipas hanno le migliori prime del circuito

Il guru dei numeri Craig O’Shannessy ha analizzato i servizi dei Top 10 per vedere chi ne trae più punti diretti e chi è più bravo nello scambio

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Matteo Berrettini - ATP Queen's 2021 (via Twitter, @QueensTennis)

Qui l’articolo originale

Quando Matteo Berrettini scaglia una prima di servizio da sinistra, è questione di un lancio di moneta se la palla tornerà indietro oppure no. Quando il ribattitore riesce a tenere in gioco la pallina, invece, è Stefanos Tsitsipas che la fa da padrone, vincendo quasi due punti su tre con la prima da destra.

Un’analisi dei Top 10 nella stagione 2021 da parte di Infosys ATP Beyond The Numbers svela chi vince più punti diretti al servizio e chi, invece, vince la maggior parte dei punti quando la prima di servizio torna indietro, sia sul lato destro sia su quello sinistro. Informazioni dettagliate sulla fonte dei dati possono essere trovate alla fine dell’articolo.

 

Lato destro: punti diretti

Daniil Medvedev conduce in questa categoria con una percentuale del 44.3% (227/512), ricavando il maggior numero di errori in risposta dal lato destro. Questo totale comprende 103 ace e 124 risposte che non hanno trovato il campo. 65 ace sono stati segnati al centro, mentre 38 sono stati direzionati esternamente. Matteo Berrettini (44.2%) e Alexander Zverev (43.8%) sono a distanza di un punto percentuale dal N.2 ATP.

Punti diretti con la prima da destra, ATP Top 10 2021 (Credit: ATP.com)

Lato sinistro: punti diretti

Berrettini balza in testa alla classifica quando si tratta di causare errori in risposta dal lato sinistro del campo con una percentuale pari al 46.3% (195/421). L’italiano ha messo a segno 80 ace (47 esterni, 33 all’incrocio), collezionando inoltre 115 errori in ribattuta grazie alla sua potente prima di servizio. Gli unici altri due giocatori a trovarsi sopra la soglia del 40% sono Denis Shapovalov (42.7%) e Medvedev (42.6%).

Punti diretti con la prima da sinistra, ATP Top 10 2021 (Credit: ATP.com)

Lato destro: punti vinti quando parte lo scambio

Quando la prima di servizio torna indietro, il ribattitore ha guadagnato un certo vantaggio nel punto. Stefanos Tsitsipas conduce questa particolare classifica quando si tratta di servire da destra e vincere il punto, vincendo il 65% degli stessi (241/596). Il N.1 ATP Novak Djokovic (63.5%), Christian Ruud (62.0%) e Andrey Rublev (61.4%) sono gli unici giocatori a posizionarsi al di sopra dei 60 punti percentuali quando la palla torna in gioco.

Punti vinti con la prima da destra quando parte lo scambio, ATP Top 10 2021 (Credit: ATP.com)

Lato sinistro: punti vinti quando parte lo scambio

Il ventiduenne mancino canadese, Shapovalov, conduce la Top 10 dei punti vinti servendo da sinistra, con la palla che torna indietro, assestandosi ad un 63.5% (139/219). Medvedev (62.5%), Tsitsipas (61.8%) e Rublev (61.5%) sono quelli che superano la soglia del 60%.

Punti vinti con la prima da sinistra quando parte lo scambio, ATP Top 10 2021 (Credit: ATP.com)

Nel tennis statistiche tradizionali come la percentuale di prime in campo e i relativi punti vinti ci consentono di iniziare a capire il rendimento di un giocatore sulla base della prima di servizio. L’Infosys Serve Tracker getta nuova luce su quante prime di servizio non tornano indietro e su chi gioca meglio quando invece succede. In questa stagione Berrettini e Tsitsipas, per il momento, sono arrivati al top di questi mini-classifiche.

Le fonti dei dati includono le partite giocate nel 2021 nella ATP Cup, negli ATP Master 1000 e alcune tra quelle giocate negli ATP 500 e ATP 250 dove presente la tecnologia Hawk-Eye. I Top 10 (alla data del 23 Agosto) devono aver giocato 20 partite su campi con copertura Hawk-Eye per essere considerati ai fini di questa graduatoria. Il N.11 Christian Ruud e il N.12 Pablo Carreno Busta prendono il posto degli infortunati Dominic Thiem (18 partite) e Roger Federer (13 partite).

Nota di editore: Craig O’Shannessy è lo strategy analyst per la Federazione Italiana Tennis e per i suoi giocatori, incluso Matteo Berrettini

Traduzione a cura di Massimiliano Trenti

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La finale dello US Open con i numeri: i meriti di Medvedev

Contrariamente a quanto si possa pensare leggendo i giornali, la finale dello US Open non è stata solo persa da Novak Djokovic

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Daniil Medvedev - US Open 2021 (via Twitter, @usopen)

La conversazione nei giorni immediatamente successivi alla finale dello US Open 2021 ha avuto una direzione molto precisa. Si è parlato di come Djokovic abbia sprecato il Grande Slam, di come abbia perso la finale e di come abbia giocato sottotono. Non si è però parlato di come il suo avversario, Daniil Medvedev, l’abbia battuto conquistando il suo primo Slam (nonché il secondo vinto da un giocatore nato dopo il 1988 e il primo conquistato battendo uno dei Big Three); anzi, a volte sembrava quasi che ci si dimenticasse addirittura di citare chi ha vinto il torneo, praticamente il processo Mills ai tempi del Lodo Alfano – lì c’era il corrotto ma non il corruttore, qui c’era lo sconfitto ma non il vincitore.

Le ragioni sono molteplici: da un lato, Nole era evidentemente lungi dal suo miglior tennis; dall’altro, sembrava tutto pronto al Grande Slam, ed è difficile spostare la conversazione da un avvenimento storico quando questo non si realizza, peraltro scordando che chi impedisce ad un altro di fare la storia… fa a sua volta la storia, soprattutto se si tratta del suo primo Slam; infine, è innegabile che buona parte dei principali giornalisti della racchetta (in Italia ma non solo) e la gran parte dell’opinione pubblica tennistica abbiano posizioni Big Three-centriche – viene in mente la barzelletta secondo la quale se Federer, Djokovic e Nadal devono svitare una lampadina non hanno bisogno di fare niente, il mondo gira attorno a loro.

Per questo motivo non si è sostanzialmente parlato della performance di un giocatore che dall’estate del 2019, ma in particolare da ottobre 2020, potrebbe tranquillamente essere considerato il più forte di tutti sul cemento, vale a dire Daniil Medvedev. E in effetti sembra che di lui si parli sempre troppo poco, come conferma Google mettendo a confronto le ricerche relative ai quattro finalisti di Flushing Meadows, tre decisamente glamour per vari motivi, uno un po’ meno:

 

La percezione del valore del russo era chiaramente distorta dalla netta sconfitta riportata nella finale dell’Australian Open, che aveva fatto dire a tutti, “può vincere tutti i match che vuole, ma quando conta è Nole a portare i pantaloni”. Sta di fatto, però, che da Bercy 2020 Medvedev ha vinto 45 match su 50 sul cemento, un record straordinario che può dare un’idea di quali siano le gerarchie al momento: nello stesso lasso di tempo, Djokovic ha le stesse sconfitte ma con 24 partite in meno.

E in fondo, se il suo avversario non si fosse chiamato Novak Djokovic, il percorso dei due non avrebbe lasciato dubbi su chi fosse il favorito: il serbo aveva passato cinque ore e 35 minuti in più in campo (quasi la finale di Melbourne 2012) e aveva perso ben sei set (la media dei vincitori Slam nell’Era Open è 3,4, che scende a 3,3 nelle edizioni dello US Open sul cemento). Nole era provato da un tabellone certamente più complesso (Zverev, Berrettini, ma anche un giovane in rampa di lancio come Brooksby), ma allo stesso tempo si era trovato in situazioni di difficoltà anche con avversari che in altri frangenti avrebbe sconfitto facilmente quali Rune e la sua vittima prediletta Kei Nishikori. Medvedev, da par suo, aveva dominato il suo lato del tabellone, soffrendo un pochino solo nella seconda parte del match con Van De Zandschulp, e veniva da una preparazione di gran livello fra Canada (titolo) e Cincinnati (semi).

Sembra quindi doveroso cercare di capire dove e come Medvedev abbia girato i bulloni giusti per conquistare il suo primo Slam in carriera, un compito che ci pone davanti ad una curiosa aporia: la vittoria è stata molto netta, persino al di là del punteggio, e quindi è naturale che Daniil abbia sostanzialmente prevalso in tutte le categorie di gioco. D’altro canto, però, la grande differenza con la finale australiana (a cui i due, va ricordato, erano arrivati con percorsi rispettivamente molto simili a quelli di Flushing Meadows, per certi versi ridimensionando l’aspetto della stanchezza di Djokovic) sembra richiedere un minimo di analisi per capire cosa sia successo e come improvvisamente il tennis maschile potrebbe aver inaugurato una nuova era grazie al brutto anatroccolo tramutatosi in… pesce morto. Ci affideremo quindi a Tennis Abstract per fare chiarezza.

PRIMA DI SERVIZIO

Su una superficie estremamente rapida come il Laykold dello US Open 2021 (e viene da chiedersi se ci sia un collegamento fra lo Slam più divertente degli ultimi anni ed un campo più veloce, spoiler: sì), la battuta era destinata ad essere una condizione necessaria per la vittoria finale. Come sempre quest’anno, Djokovic ha fatto molto bene con la prima quando l’ha messa in campo (percentuali piuttosto basse, 54%, ma Medvedev non ha fatto molto meglio, assestandosi al 58): basti pensare che la metà dei punti giocati su questo colpo (25/50) si è chiusa con un punto rapido in suo favore e che ha chiuso con l’80% di conversione. Medvedev ha fatto meglio in queste specialità (29 dei 52 punti giocati sulla sua prima si sono conclusi con punti rapidi a suo favore, in crescita netta rispetto al 21/49 di Melbourne, e la conversione è stata dell’80,8%, con 15 ace su 16 totali), ma non abbastanza da giustificare il punteggio finale, per la verità quasi generoso nei confronti di Nole.

Come notato dal sempre bravissimo Matt Willis, tuttavia, Djokovic non aveva mai vinto meno del 20% dei punti in risposta alla prima in una finale Slam sul cemento, e quindi il fatto che Medvedev sia riuscito a trovare così tanti punti diretti ha sicuramente avuto una sua importanza, soprattutto nel primo set, quando una volta ottenuto il break Daniil non ha letteralmente lasciato giocare il serbo sul suo servizio, vincendo 15 punti su 15 con la prima. In particolare, la botta non ha lasciato scampo a Nole: Medvedev ha chiuso con 9/10 al servizio esterno e con 13/16 a quello centrale da destra, e con 7/9 a uscire e 12/15 al centro da sinistra. Djokovic è sembrato impacciato sulle gambe, colpendosi ripetutamente per trovare un po’ di energia, ma questi sono comunque dati di tutto rispetto, e chi ha visto il primo set ricorderà un senso quasi di ineluttabilità nelle continue catapultate vincenti del neo-campione Slam, in chiara trance agonistica.

SECONDA DI SERVIZIO

Come detto, però, il duello sulla prima non è necessariamente stato dirimente. Qui ci viene in aiuto un altro dato: l’unica finale in cui Djokovic aveva vinto meno punti in ribattuta era stata la sua prima, altresì persa per tre set a zero sul medesimo campo, quella volta contro Federer, nel 2007 (29% domenica, 27% allora). Decisiva è quindi stata la seconda: come scritto nella preview della finale, a Melbourne questo era stato il grande tallone d’Achille di Daniil, che aveva vinto appena il 32% dei punti. Nel precedente articolo si era scritto: “Con la seconda, invece, era stato disastroso da destra, vincendo appena tre punti su quattordici e soffrendo in particolare sul kick al centro che va ad impattare il rovescio alto di Djokovic. Da quel lato potrebbe quindi trovarsi fra l’incudine e il martello, e chissà che non decida di giocare spesso due prime come nella semifinale vinta a Cincinnati nel 2019“.

Ne “Il segno dei quattro”, romanzo che lanciò Conan Doyle dopo un esordio in sordina, Sherlock Holmes diceva: “Una volta eliminato l’impossibile, ciò che resta, per quanto improbabile, deve essere la verità“. E si può dire che Medvedev abbia decisamente seguito questa logica, individuando in una seconda spintissima la soluzione per tenere in mano il pallino dello scambio in ogni momento. Questa tattica non è sempre sostenibile, un po’ perché stancante un po’ perché difficile da applicare in momenti di grande pressione, ma ha funzionato alla grande quando utilizzata: nel primo set la velocità media della sua seconda è stata di 167km/h, poi scesa a 159 nel secondo e a 154 nel terzo, valori comunque elevati. La scelta ha pagato: nei primi due set Medvedev ha vinto il 62,5% dei punti con la seconda.

In generale, Daniil ha frustrato la volontà di dominazione dell’avversario, il quale ha vinto più punti contro la seconda grazie a doppi falli di Medvedev che a sforzi propri: dei 16 punti persi dal russo su questo colpo, solo sette sono arrivati nello scambio, sincopando quel ritmo tanto caro a Nole. L’extrema ratio ha anche avuto il merito di togliere al serbo la profondità in risposta: a Melbourne, Djokovic aveva avuto l’80% di risposte profonde e il 20% di risposte profondissime, percentuali crollate rispettivamente al 65 e al 6 – Nole ha messo in campo solo tre risposte negli ultimi centimetri, e come vedremo successivamente Medvedev ha saputo cosa fare.

Djokovic è invece andato piuttosto male con la seconda, anche perché le sue velocità sono scese di molto rispetto alla finale dell’Australian Open: a Melbourne la sua seconda viaggiava a 156km/h, mentre a New York è scesa a 143. Rispetto alla scorsa finale, Nole ha cercato di mischiare maggiormente le carte con questo colpo, soprattutto da destra, dove è passato da un servizio quasi sempre esterno (anche perché l’impatto di questo colpo era stato decisamente sopravvalutato) ad una distribuzione piuttosto equa fra servizio slice e al corpo, soffrendo in particolare su quest’ultimo (cinque punti persi su otto), facilmente disinnescato dalla posizione arretrata di un Medvedev che è stato bravissimo a far partire lo scambio per poi avanzare immediatamente. Da sinistra, il numero uno al mondo ha usato indifferentemente servizio alla T, esterno e al corpo, ma non è mai riuscito a mettere in difficoltà il rivale, che ha avuto successo soprattutto con la risposta di dritto (6/8 in ribattuta alla seconda al centro da sinistra per la tds N.2).

DURATA SCAMBI E DIREZIONE COLPI

Pur servendo benissimo, quindi, Medvedev ha prevalso negli scambi entro i tre colpi solo per 54-52, perché come detto entrambi hanno servito la prima molto bene. La vera differenza fra i due si è quindi vista negli scambi dai quattro colpi in su, in cui la tds N.2 ha prevalso 45-31, e in particolare in quelli sopra i dieci: lì ha addirittura più che doppiato l’avversario per 17-8 (già a Melbourne aveva prevalso in questa categoria, ma solo per 13-12).

Come si spiega un tale dominio contro un avversario che ha fatto della pressione da dietro e della pertinacia nello scambio un romanzo in provetta di Zola? Questa tabella sul piazzamento dei colpi può fornire qualche barlume di risposta:

Il piazzamento dei colpi di Medvedev durante la finale (Credit: @tennisnerdsblog and Shane Liyanage on Twitter)

In piena fiducia sulla propria diagonale migliore (ha vinto il 62% dei punti quando ha colpito il rovescio in cross), Medvedev ha colpito molto di più verso il colpo bimane di Djokovic, seguendo due strade. Da un lato, ha tirato un quarto dei propri dritti lungolinea, aspetto di cui avevamo parlato anche nella nostra preview sottolineando come il colpo fosse stato uno dei pochi raggi di sole a Melbourne. Il tema si è confermato: se allora il russo aveva conquistato 15 punti su 21 quando aveva colpito il dritto in verticale o a sventaglio, a New York la percentuale si è alzata, dandogli il 75% dei punti con il lungolinea e il 56% fra lungolinea e inside-out.

La seconda strada, decisamente più battuta, è stata quella dello scambio al centro: più della metà dei colpi giocati Medvedev sono finiti nel corridoio centrale, negando gli angoli a Djokovic (soprattutto con il dritto in corsa) e obbligandolo a cercare di fare gioco in un match in cui spingere gli risultava difficile. Gli errori si sono quindi impilati per Nole, soprattutto su quella che dovrebbe essere la sua diagonale di riferimento: con il rovescio ha tirato sette vincenti a dispetto di venti unforced, e non avendo troppe aperture anche lo slice l’ha abbandonato, dandogli solo sette punti su ventiquattro.

A MALI ESTREMI

Soggiogato da fondo, Djokovic si è quindi affidato al gioco a rete, forse memore di quanto fatto da Nadal nella finale del 2019, quando Rafa scese ben 66 volte con 20 serve-and-volley (17 vinti): Nole è a sua volta sceso dietro al servizio 20 volte (un dato elevatissimo, se consideriamo che la finale del 2019 durò cinque set mentre questa solo tre), una scelta logica vista la posizione profonda di Medvedev, portando a casa 18 punti, e in totale ha giocato 47 punti a rete (40 secondo Tennis Abstract), aumentando le discese progressivamente (9, 16 e 22 nei tre set) e vincendo 31 punti.

Questa scelta testimonia la straordinaria completezza del giocatore serbo e anche il suo coraggio, perché affidarsi in modo così estremo alla parte meno sicura del proprio gioco non è da tutti, anzi. Il problema è che questa tattica, nel 2021, non può sopperire a mancanze negli altri dipartimenti del gioco, almeno non a lungo termine, e infatti la sua efficacia sotto rete è scesa in maniera inversamente proporzionale al numero degli attacchi, funzionando quasi solo dietro al servizio: dopo l’8/9 del parziale d’apertura, Djokovic ha conquistato solo il 60,5% dei punti a rete. Resosi conto della situazione, Medvedev ha forse pensato troppo, giocando una serie di palle corte una più orrida dell’altra per attirarlo a rete, ma i continui errori di Nole gli hanno dato ragione, e alla fine il russo ha vinto cinque punti su otto quando ha giocato la smorzata.

LE FORCHE CAUDINE, STAVOLTA SOLO DEGLI ALTRI

Alla fine, però, nonostante i numeri, la forma, il tennis rimane un dibattito (violento e decisamente argomentativo) fra due persone. La natura del gioco, con le sue pause, la sua distanza fisica fra i due contendenti e la sua enfasi sulla ripetizione accretiva del gesto atletico, fa sì che ci sia il tempo per lasciar entrare i cattivi pensieri; nel tennis, quindi, le personalità dei due giocatori tracimano nell’altro campo a momenti alterni, dando il là a battaglie psicologiche che possono far girare anche il più a senso unico degli incontri. Questo preambolo serve a richiamare i dieci-quindici minuti in cui anche un Djokovic sbiadito come quello di domenica avrebbe potuto quantomeno far virare temporaneamente il timone della finale nella sua direzione.

Nelle quattro partite precedenti, infatti, Djokovic aveva sempre rimontato un set di svantaggio, ed era quindi naturale che il primo allungo di Medvedev venisse preso con una certa filosofia, anche perché il russo aveva servito ad un livello che non sembrava sostenibile. Ed in effetti all’inizio del secondo il copione sembrava pronto ad una peripeteia di una prevedibilità degna dell’MCU quando Djokovic si è portato sullo 0-40 nel secondo game, e poi due volte a palla break nel turno di battuta successivo di Medvedev.

Ed è qui, quando la temperatura è salita, che i temi dell’incontro e gli stati d’animo dei due si sono incrociati, ed è qui che il campione uscente delle ATP Finals ha dimostrato, più di tutti i suoi coevi, di meritare lo Slam: al di là del famigerato music gate (quando il DJ dello stadio ha obbligato l’arbitro a far rigiocare una palla break dando così a Medvedev la possibilità di rigiocare la prima, peraltro sbagliata), sulle cinque chance concesse il russo ha vinto un altro scambio al centro e infilato un ace, un passante vincente in controbalzo, una eccellente volée con sidespin incorporato su cui Djokovic non è riuscito a recuperare, e soprattutto questo rovescio lungolinea all’incrocio delle righe, un colpo difficilissimo che sembra quasi segnare il passaggio di un’epoca, perché con questa risposta senza peso ma profondissima il 20 volte campione Major ha mandato in crisi tutti i suoi avversari in passato:

Detto questo, è innegabile che Nole gli abbia dato una mano, reggendo poco lo scambio e aprendo la porta al rivale soprattutto sulla prima palla break, quando Medvedev ha giocato una malaccorta smorzata che aspettava solo di essere fagocitata; l’attacco di Nole è però stato fiacco, prestando il fianco al passante, comunque complicato vista la posizione avanzata sul campo, del poi vincitore.

E su questa nota sembra opportuno concludere, tornando al punto iniziale: Djokovic ha indubbiamente commesso più errori del solito e concesso più opportunità all’avversario in circostanze che non potevano non pesargli, ma i meriti di Medvedev non vanno (non andrebbero) dimenticati.

Il classe 1996 ha conquistato il suo primo Slam con pieno merito, rimanendo fedele ad un piano partita preciso e razionale, e l’ha fatto rimanendo lucido di fronte ad uno dei più grandi sempre nonché ad un pubblico eufemisticamente ostile. Sembra quindi necessario rimodellare la narrativa attorno a questo anti-divo che, pur sgraziato e alle volte scostante, potrebbe aver traghettato il tennis verso il futuro per la prima volta da tanto tempo.

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US Open, cosa deve fare Medvedev per evitare un’altra imbarcata contro Djokovic

Daniil Medvedev è l’ultimo ostacolo fra Novak Djokovic e il Grande Slam. Cosa può cercare di cambiare rispetto alla finale dell’Australian Open?

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Daniil Medvedev e Novak Djokovic - Finale Australian Open 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Battuti Matteo Berrettini e Sascha Zverev, Novak Djokovic è arrivato al boss finale in termini di progressiva difficoltà sulla sua strada per il Grande Slam, visto che lo attende il N.2 ATP Daniil Medvedev. Occhio con le metafore, però, perché se nel tennis del 2021 c’è qualcuno che potrebbe sentire il bisogno di un tutorial (probabilmente creato da un virgulto molto più giovane di lui come da regola aurea di YouTube) questo è proprio Daniil, ancora in cerca del primo titolo Slam della carriera dopo essere stato perentoriamente rimbalzato proprio da Nole durante la finale dell’Australian Open (la sua seconda in un Major) dello scorso febbraio per 7-5 6-2 6-2, con l’incontro che era virtualmente finito dopo il primo set.

All’epoca Medvedev era reduce da una striscia di venti vittorie di fila in cui aveva battuto dodici Top 10 (incluso lo stesso Djokovic), ma dopo un torneo sostanzialmente dominato si era imbattuto in quel glitch del sistema tennis che da lì in avanti ha avviato una campagna senza precedenti per diventare il primo uomo a vincere ogni Major della stagione dal 1969, nonché il primo a farlo su tre superfici differenti.

Per certi versi, le condizioni in cui due arrivano alla finale non sono troppo dissimili da quelle di Melbourne: Medvedev non ha mai sofferto, perdendo un solo set, mentre Djokovic ha dovuto faticare di più (a febbraio in virtù principalmente di un problema agli addominali smaltito definitivamente fra i quarti e le semi) ma alla lunga è riuscito a piegare la resistenza di ogni avversario, la vera cifra stilistica di tre dei suoi quattro Slam del 2021 (a Wimbledon non ha praticamente mai avuto problemi) che l’hanno visto diventare un emulo di John Wick.

 

Con questo non si vuole indurre il russo a scongiuri di alcun tipo, ovviamente; anzi, le lezioni del passato non potranno che aiutarlo. Da un lato il percorso dei due, che all’epoca aveva equilibrato di molto i favori del pronostico, stavolta non verrà preso in considerazione dall’opinione pubblica, togliendo parecchia pressione dalle sue spalle; dall’altro quanto appreso durante quel match gli tornerà sicuramente utile durante la partita di domani.

Ed è di questi due aspetti che vogliamo occuparci in vista del match. Aiutandoci con l’ottima analisi di quella partita fatta da Damiano Verda e con il match charting di Tennis Abstract, andremo a vedere sotto quali aspetti Djokovic fosse riuscito a radere al suolo le certezze di un giocatore che di solito quando inizia a vincere smantella gli avversari in totale atarassia, e soprattutto proveremo a vedere cosa potrà fare Medvedev per far sì che la situazione non si ripeta e per mettersi di traverso sui binari della storia.

SERVIZIO

“Giocò in modo diverso tatticamente rispetto ai match che avevamo giocato in precedenza. Non ero pronto a quel tipo di partita, ma ora lo sono. Sento che non ho dato tutto quello che avevo in campo a Melbourne. Qualcosa non si è acceso. Darò tutto sull’Arthur Ashe stavolta“. Queste sono le parole con cui Medvedev ha certificato la pesante sconfitta subita alla Rod Laver Arena.

E la prima arma spuntata era stata il suo generalmente efficacissimo servizio, con cui aveva vinto il 69% sulla prima (dato non disprezzabile ma nettamente inferiore al 79 che ha fatto registrare sul cemento nell’ultimo anno) e un miserrimo 32% sulla seconda (mediamente fa il 53,5). Il dato su quest’ultima era stato particolarmente sconsolante perché non solo il dato complessivo era basso, non solo perché Djokovic aveva fatto addirittura il 58% con la sua, ma anche perché non c’era stata nemmeno una tipologia in cui Daniil fosse riuscito a raggiungere il 40%: non ci era riuscito con i punti diretti né con gli scambi lunghi né con quelli intermedi, segno di una resa totale e dato sconfortante in prospettiva, visto che Medvedev non è noto per essere uno che mette tante prime in campo.

In quella partita aveva avuto una percentuale di prime in campo media (64%); stavolta il primo aspetto su cui dovrà cercare di migliorare, quindi, sarà di giocare più prime o, in mancanza di queste, di cercare di essere più competitivo con la seconda. Finora Medvedev ha servito alla grande durante lo US Open (82 con la prima, 57 con la seconda): starà a lui far sì che quanto di buono fatto finora non si disperda.

Ormai è il segreto di Pulcinella che Djokovic sia diventato uno dei migliori battitori del circuito (ha finito con più punti vinti con la prima sia nel match con Berrettini che in quello con Zverev ed è sesto nel Serve Rating sul cemento delle ultime 52 settimane). Durante quella partita, infatti, aveva vinto la stessa percentuale di punti al servizio sotto i tre colpi (32% ciascuno) contro un avversario molto più alto di lui e quindi teoricamente favorito in questa categoria. Dove aveva fatto ancora di più la differenza, poi, era sui punti lunghi giocati alla battuta: aveva infatti chiuso con 28 punti di questo tipo contro i 18 di Medvedev – in sostanza, quando lo scambio si allungava sul suo servizio, il russo andava subito in ambasce.

Medvedev dovrà quindi cercare o di fare molti più punti diretti (non facilissimo contro una delle migliori risposte di sempre) o di costruire meglio il punto in uscita. Guardando alla prima opzione, a Melbourne aveva reso decisamente di più con la botta centrale, con la quale aveva totalizzato il 71% dei punti, mentre con quella esterna era rimasto al 65. Con la seconda, invece, era stato disastroso da destra, vincendo appena tre punti su quattordici e soffrendo in particolare sul kick al centro che va ad impattare il rovescio alto di Djokovic. Da quel lato potrebbe quindi trovarsi fra l’incudine e il martello, e chissà che non decida di giocare spesso due prime come nella semifinale vinta a Cincinnati nel 2019.

RISPOSTA

In Australia Djokovic aveva messo in campo l’80% di risposte profonde (percentuale calcolata sui soli servizi “giocabili”, escludendo quindi ace e prime vincenti); Medvedev aveva fatto addirittura meglio, toccando l’82%, ma il dato che aveva favorito e non di poco Nole riguardava le risposte negli ultimi centimetri di campo – il serbo aveva raggiunto il 20%, Medvedev solo il 9%.

Non ci sono dubbi sul fatto che la posizione molto profonda di quest’ultimo sia stato un fattore da questo punto di vista: Medvedev è della scuola Nadal dei ribattitori, scommette sulla sua abilità di far partire lo scambio quasi sempre per fiaccare il nerbo dei rivali, ma contro un avversario eccezionale nei colpi di controbalzo quale Djokovic potrebbe trovarsi costretto a cambiare strategia.

La necessità di un cambio di paradigma sembra essere giustificata dal poco equilibrio negli scambi sopra i tre colpi: Djokovic aveva prevalso sia sul proprio servizio (per 21-18) che su quello di Medvedev (17-12), e, mentre non è strano che il risponditore prevalga in questo tipo di punti, lo è invece che lo faccia il battitore, segno della poca incisività di quel giorno di Daniil in uno dei suoi dipartimenti preferiti. L’unico servizio su cui era riuscito a creare qualche problema a Nole, infatti, era stato la seconda da destra, vincendo più della metà dei punti contro la curva a uscire.

Finora il russo ha risposto benissimo ad entrambi i servizi: 36 break con il 53% di palle break sfruttate, 135 punti vinti sia contro la prima che contro la seconda, una media di 7,1 a set, mentre Djokovic ha vinto più punti totali in risposta ma solo perché ha giocato cinque set in più. Va anche detto però che prima della semifinale con Auger-Aliassime non si era trovato a fronteggiare esattamente dei bombardieri, e quindi il dato potrebbe essere messo a dura prova durante la finale.

ERRORI NON FORZATI

Questo è un aspetto che nella finale australiana si era manifestato chiaramente: i dati di Tennis Abstract ci raccontano di 32 errori da fondocampo contro i 19 di Djokovic, un disavanzo che era diventato incolmabile dalla parte del dritto, dove Djokovic aveva finito con un saldo di +5 fra vincenti e non forzati mentre Medvedev si era trovato a -6.

Damiano Verda aveva peraltro sottolineato come, nella parte calda del primo set (durante la quale si è col senno di poi decisa la partita), Djokovic avesse azzerato gli errori non forzati negli ultimi cinque game, mentre Medvedev ne aveva commessi quattro (tre con il suo generalmente infallibile rovescio, peraltro) nello stesso frangente – nemmeno tantissimi, ma più che sufficienti per perdere terreno dall’automa della città bianca. Di seguito il grafico dei loro errori nel primo set della sfida di Melbourne (sempre a cura di Verda):

Figura 9. Andamento cumulativo degli errori non forzati, al procedere dei game

Va da sé, quindi, che se Medvedev vorrà fare partita pari dovrà cercare di contenere al minimo i gratuiti, o quantomeno dovrà cercare di controbilanciarli con un grado di proattività superiore – all’Australian Open aveva messo a segno solo 15 vincenti nello scambio, uno in più del decisamente più efficiente rivale.

DIREZIONE DEI COLPI E LORO TIPOLOGIA

E che Medvedev debba provare a fare qualcosa in più offensivamente lo conferma la distribuzione dei colpi dei due: in quella finale, il russo aveva giocato solo il 24% dei suoi colpi fra lungolinea, sventaglio e inside-in (i colpi che generalmente cambiano l’inerzia dello scambio in uscita dalle diagonali), mentre Djokovic era arrivato al 30%, risultando particolarmente efficace sia con il dritto a sventaglio che con il rovescio lungolinea.

Quest’ultimo colpo è stato particolarmente negativo per Medvedev, che ha vinto solo uno degli otto scambi in cui ne ha colpito uno, perdendo fiducia rapidamente in una delle sue armi principali). Il serbo aveva quindi potuto giocare molto più tranquillamente sull’incrociato, rinfrancato da un avversario restio ad osare. L’ultimo dato che fa pensare che Medvedev possa provare a verticalizzare di più è legato al dritto lungolinea: nelle 21 circostanze in cui ne aveva tentato uno aveva fatto il punto 15 volte, una delle sole due categorie di scambi in cui fosse riuscito a prevalere nettamente.

L’altra è invece quella dei rovesci tagliati di Djokovic: quando Nole aveva provato a staccare la mano, Medvedev aveva prevalso per 18-11, incluso un netto 9-3 nelle circostanze in cui il numero uno ATP aveva cercato di addormentare lo scambio con uno slice al centro. Si può quindi supporre che Medvedev cercherà di essere più aggressivo, mentre Djokovic proverà a limitare la soluzione in back, anche se i campi molto rapidi di questo US Open potrebbero diventare a loro volta un fattore nell’eventuale utilizzo di ambo le soluzioni.

CONCLUSIONE

Questo è quindi ciò che ci raccontano i dati, come sempre parziali e come sempre soggetti a fattori incalcolabili. Viene però da dire che difficilmente Medvedev (che ha lavorato tanto con l’amico di Ubitennis e guru dei numeri Fabrice Sbarro) non avrà rivisto la sconfitta di febbraio da più angolazioni, inclusa quella tattico-statistica, e conseguentemente viene da pensare che arriverà con un piano partita molto chiaro e volto a rubare la scena a Nole in una partita in cui le pressioni saranno tutte su quest’ultimo. Questo sarà un match storico a prescindere: l’auspicio è che lo spettacolo in campo sia all’altezza delle attese.

Il tabellone maschile dello US Open con tutti i risultati aggiornati

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