Il caso Vilas ne apre altri. Database ATP gruviera. Nadal “ricusa” Bernardes? Per me è inaccettabile

Editoriali del Direttore

Il caso Vilas ne apre altri. Database ATP gruviera. Nadal “ricusa” Bernardes? Per me è inaccettabile

Guillermo Vilas non ha torto nei numeri (esclusiva Ubitennis). Ma nella sostanza. Novak Djokovic e la richiesta di Rafa Nadal (che ricorda quella delle squadre di calcio più potenti). Il serbo: “Io non ci ho mai pensato. L’arbitro è umano e può sbagliare”

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Ho già parlato nel video dei risultati degli italiani, con il piccolo eroe Arnaboldi che rimonta due set e Francesca Schiavone l’irriducibile che a 35 ne rimonta uno – solo perchè le donne due non ne possono rimontare… – nonché delle illustri cadute di due teste coronate. Sia della n.6 Bouchard, semifinalista un anno fa e battuta dalla Mladenovic (giustiziera della Errani a Genova prima in singolo e poi nel doppio di Fed Cup). Sia del tonfo ai piedi (…con calzino) di Sock del bulgaro Grigor Dimitrov che da Maria Sharapova ha sicuramente qualcosa da imparare riguardo alla terra rossa dopo aver perso al primo turno qui per due anni di fila, da Karlovic e appunto da Sock senza aver conquistato lo straccio di un solo set.

Mi stanno a cuore adesso due argomenti qui. La questione di Guillermo Vilas, che reclama con 40 anni di ritardo il suo diritto a fregiarsi di ex n.1 del mondo, e curiosamente reclama di esserlo stato nel 1975 e non nel 1977 quando probabilmente lo meritava ancora di più… e la vicenda della richiesta di Rafa Nadal che dopo l’episodio di Rio de Janeiro con l’arbitro Bernardes reo di avergli chiamato time violation, ha domandato all’ATP e all’ITF di non averlo come arbitro. Ho chiesto io lumi a Nadal, perchè non mi pare ammissibile che un giocatore possa ricusare un arbitro. Così come non mi pareva ammissibile che una squadra di calcio lo facesse a suo tempo. Le più forti, un tempo, avevano un diritto di ricusazione nei confronti dell’arbitro: era un’arma di ricatto insopportabile ai miei occhi… Le più piccole non avevano gli stessi diritti. Era inevitabile che gli arbitri ne venissero condizionati.

 

Il caso ha voluto che più tardi, stasera, io mi sia imbattuto proprio in Carlos Bernardes e gli abbia chiesto cosa fosse esattamente successo a Rio de Janeiro nel match vinto da Fognini su Nadal.

Ma comincio da Vilas, dopo che il New York Times e Christopher Clareyleggete l’articolo ripreso da Giulio Fedele – gli hanno dato ampio spazio e oggi tutti ne parlano.

Conosco talmente bene – un amico – il giornalista Eduardo Puppo che ha fatto una ricerca enorme per dimostrare che Vilas non ha torto. Non a caso Puppo è stato il direttore della home page spagnola di Ubitennis.com fino a quando doversi occupare estensivamente del caso Vilas e di 3 volumi che pesano 25 chili non lo ha sottratto al suo impegno con Ubitennis.

Mi ha scritto oggi una lunga lettera con tutti i dati, dopo uno studio su circa 12.000 risultati.

Qui in basso pubblico alcuni di quei dati e le ragioni di Vilas. Ma scusatemi se non ho proprio il tempo di tradurli… sono sicuro che potete capire tutto.

Ma il punto fondamentale, a mio avviso, resta un altro. E cioè che il data base dell’ATP (e non parlo per carità di patria di quello della WTA) fa acqua da tutte le parti. E non esiste che non venga considerata una vera priorità il rimetterlo a posto. L’unico che ha fatto capire che si sarebbe dovuto farlo è stato Nicola Arzani, media manager ATP, ma sempre nell’indifferenza dei suoi capi che sono capaci di chiedere 4 milioni di dollari a Emirates che li sponsorizza e a Fed Express, sostenendo la credibilità delle proprie statistiche, quando invece non lo sono affatto. Ma non pensano minimamente ad investire nella ricerca. Chiunque la faccia.

Nessuno altro major sport americano, baseball, football, hockey e basket, versa in queste disastrose condizioni. Ma nessuno pare lamentarsene al punto da costringere ATP e WTA a rimettere a posto un gruviera simile.

Ubitennis.com, grazie al suo duo Rosato e Tirone ha rintracciato 750 errori e li ha comunicati all’ATP, ma gli interventi che si dovrebbero fare sono molti di più. Migliaia.

Fra non molto grazie anche alla passione di due altri valenti ricercatori statistici, appassionati lettori di Ubittennis – ma anche collaboratori adesso, prendete esempio cari amici – pseudonimo No Mercy e Topspin85, dovremmo essere in grado di presentare un lavoro pazzesco che potrebbe colmare tantissime lacune. Ma l’ATP lo riconoscerà?

Accetterà l’idea che un Jimmy Connors non abbia mai vinto davvero 109 veri tornei, sebbene questo dato venga da sempre spacciato per buono? Accetterà di considerare tornei mai considerati tali, o di declassare ad esibizioni finti tornei che non avrebbero mai dovuto avere lo status di tornei ATP? Ad oggi l’ATP ha mostrato assoluto terrore nel compiere certe revisioni invece assolutamente improcrastinabili.

Beh questa di Connors è solo una chicca. Ce ne sono decine di altre.

Nadal del caso Vilas è stato informato oggi. Non sapeva nulla. Mentre io ricordo che tre anni o quattro anni fa all’Australian Open approcciai per un’intervista il “poeta del tennis” presentandolo come l’ex numero due del mondo e lui per poco non mi insultò!

Da te Ubaldo non me lo aspettavo, almeno tu devi sapere che mi hanno defraudato del titolo di numero uno!”. Avevo toccato un tasto debolissimo, senza saperlo. Guillermo di quella storia ne ha fatta una malattia. Fui costretto a rifare la domanda, cambiandola.

Oggi Nadal ha detto cose apparentemente sensate sul caso Vilas: “ Le classifiche computerizzate sono complicate oggi ma lo erano molto di più allora….credo che Guillermo abbia avuto una sufficientemente grande carriera per ritrovarsi a reclamare oggi quel che è sucesso tanti anni fa…oggi dovrebbe avere una bella vita, godersi la figlia che ha, probablmente non è così importante se è stato o se non è stato n.1 anni fa. Ha avuto comunque una grande carriera, una delle più grandi…”.

Mah, chi può sapere se a Nadal avessero tolto qualcosa… se anche lui non se la sarebbe legata al dito anche dopo molti anni.

Rios è stato il primo sudamericano a diventare n.1 del mondo. A Vilas questa cosa non è mai andata giù. E, ripeto, secondo me ha ragione. Anche se l’ATP non vuole dargliela perchè significherebbe mettere a soqquadro non solo quella classifica ma chissà quante altre. Chi può dire che il numero uno o il numero due del mondo non avrebbero cambiato la programmazione dei loro tornei se avessero saputo esattamente quale era la loro posizione? Fino al 1979 l’ATP non pubblicava classifiche settimanali.

Solo dal 1979 inizia ad essere una classifica stilata tutti i lunedì.

Quindi e’ possibile, per non dire probabile, che dal ’73 al ’78 i ranking sarebbero potuti cambiare molto piu’ spesso di quanto non risulti dalle classifiche ufficiali.

Ma ha ragione anche Chris Kermode – mi scrive No Mercy – , non si puo’ cambiare la storia adesso, i giocatori sapevano che quello era il ranking e su quello si basavano.

Se io so che sono numero uno gioco determinati tornei, se so che sono numero due vicino al numero uno, magari gioco tornei diversi, o in numero maggiore.

Orami la classifica è quella, c’è poco da fare. I tornei che l’ATP ha modificato sono Virginia Beach ’77, Toronto ’74 e ’76.

Ma ha cambiato solo superficie. Prima erano sotto “cemento”, adesso sono giustamente sotto “terra battuta”. Ci saranno almeno 30 tornei in cui ci sono errori del genere.

IL CASO NADAL-BERNARDES

C’è una nostra ultima ora che riassume quello che ha detto, a seguito di mia precisa domanda, Rafa Nadal. Non sto qui a ripeterlo, leggetelo lì. Ma ne ha parlato anche Djokovic che, al contrario di Nadal che ha ammesso di aver chiesto che Bernardes non arbitri i suoi match quando l’ho incalzato, Djokovic ha detto: “Io non ho mai detto che preferisco un arbitro piuttosto che un altro. Non credo sia normale, gli arbitri sono essere umani, possono fare errori, a volte un arbitro in un frangente della stagione può essere più sicuro di sé e prendere una decisione… hanno molta pressione su di sé, devono decidere da un momento all’altro, a volte non sono stato contento di una decisione, di un arbitraggio, ma non sarebbe giusto chiedere a qualcuno di avere un arbitro o l’altro”.

Nadal invece ha ammesso di aver fatto presente, dopo aver detto che rispetta Bernardes, “che se c’è un problema con lo stesso arbitro a volte è meglio starsi lontani per un po’ di tempo, no? È meglio per tutti e due dopo quello che è accaduto a Rio. Non ho problemi personali con lui”.

Poi però Nadal ha detto che Bernardes non era stato rispettoso nei suoi confronti perché “quando mi sono messo i pantaloni all’incontrario e gli ho chiesto se mi dava il tempo di cambiarli, lui mi ha detto sì ma riceverai un time-warning…Questo per me non è giusto. Non posso giocare un intero game con i pantaloni messi al contrario…così, insomma, è meglio che stiamo lontani l’uno dall’altro per un po’”

Beh, come vi ho anticipato ho avuto la chance di incontrare Bernardes e con lui ho ricostruito i fatti di quel giorno.

Era un match con Fognini, due set su tre. E Nadal aveva giù usufruito dell’unico permesso consentito per andare in toilette. Finisce il secondo set, perduto, e Nadal chiede di andare di nuovo in bagno mentre stanno annaffiando il campo prima del terzo set. Bernardes gli dice: “Il regolamento non lo consente, puoi farlo nel rispetto del tempo…”. Nadal corre negli spogliatoi e nella fretta si mette i pantaloni all’incontrario. A quel punto Nadal chiede di poter andare a cambiarseli. E Bernardes gli risponde quel che ha detto Nadal.

Insomma nell’occasione Bernardes è stato un po’ rigido, ma i time-violations di Nadal, si sa, sono nell’occhio del ciclone. Tanti ne parlano, qualcuno deve pur fare qualcosa. Forse Bernardes ha tentato di farlo. E Nadal non glielo ha perdonato.

Ciò detto, come dice Arzani a difesa di Nadal, “uno chiede, le richieste si possono fare, come per i campi, per gli orari…poi sta agli altri decidere se venirgli incontro o no”.

Io ho subito detto ad Arzani che non sono per nulla d’accordo con lui. Un conto è chiedere un campo, un orario, altre cose, un altro è chiedere di non avere più un arbitro. Secondo me un giocatore non dovrebbe mai chiederlo. Perchè vi immaginate il casino se ciascun giocatore dicesse “quello sì, quello no?”

Sicuramente si verificherebbero casi di due pesi e due misure. Di giocatori che… possono e di giocatori che non possono. E anche nel tennis finiremmo per arrivare alla famosa dipendenza psicologica degli arbitri di cui tanto si è parlato nel calcio quando a ricusare questo o quell’arbitro erano i grandi squadroni, la Juventus, il Milan, l’Inter, per non fare nomi. Ma non solo loro.

LA STORIA DEL RECORD “NASCOSTO” DI GUILLERMO VILAS

La storia del record delle cinque settimane in cui Guillermo Vilas nel 1975 era stato n.1 del mondo senza che venisse mai ufficializzato.

Septiembre 16, 1975 (ufficiale)
1. Jimmy Connors – 832 – 18 torneos – 46,222 promedio

  1. Guillermo Vilas – 927 – 21 torneos – 44,143 promedio Ma questi valori non sono corretti. Ecco le correzioni dopo l’analisi di 12.000 risultati incrociati. Septiembre 16, 1975 (ERRORES CORRETTI):
    1. Jimmy Connors – 812 – 18 – 45,111
  2. Guillermo Vilas – 929 – 21 – 44,238 La continuità del ranking settimanale – non pubblicato da l’Atp dopo il 16 settembre è il seguente: Septiembre 22, 1975 (NO PUBLICADO):
    1. Guillermo Vilas – 929 – 21 – 44,238
    2. Jimmy Connors – 772 – 18 – 42,889- Guillermo Vilas conquista il n.1 perchè Jimmy Connors perde 82 punti di Los Angeles 1974 (categoría C, campeón) e ottiene 40 punti per vincere un torneo in Bermude 1975 (categoría E) con 2 punti di bonus.
    – Connors: 812 – 82 + 42 = 772 / 18 = 42,889 di media, più bassa che quella di Vilas, che non cambia il totale dei suoi punti.Septiembre 29, 1975 (NO PUBLICADO):
    1. Guillermo Vilas – 991 – 22 – 45,045
    2. Jimmy Connors – 750 – 17 – 44,118-Vilas rimane come Nº 1 per aver ottenuto 60 punti nella finale di San Francisco 1975 (categoría C) con 2 punti di buono.
    -Vilas: 929 + 62 = 991 / 22 = 45,045
    -Connors perde 22 punti di quarti a San Francisco 1974 (categoría C).
    -Connors: 772 – 22 = 750 / 17 = 44,118

    Ottobre 6, 1975 (NO PUBLICADO):
    1. Guillermo Vilas – 991 – 22 – 45,045
    2. Jimmy Connors – 790 – 18 – 43,889

    -Vilas rimane Nº 1 con lo stesso punteggio.
    -Connors guadagna 40 puntis perchè vince a Maui 1975 (categoría E).
    Connors: 750 + 40 = 790 / 18 = 43,889

    Ottobre 13, 1975 (NO PUBLICADO):
    1. Guillermo Vilas – 972 – 22 – 44,182
    2. Jimmy Connors – 790 – 18 – 43,889

    -Vilas retsa n. 1 dopo aver perso 34 punti delle semifinali di Madrid 1974 (categoría D) e guadagna 15 punti per i quarti di final a Madrid 1975 (categoría D)
    -Vilas: 991 – 34 + 15 = 972 / 22 = 44,182
    -Connors è Nº 2 con 43,889

    Ottobre 20, 1975 (NO PUBLICADO):
    1. Guillermo Vilas – 997 – 22 – 45,318
    2. Jimmy Connors – 790 – 18 – 43,889

    -Vilas mantiene il Nº 1 dopo che cede 7 punti per il R16 di Barcelona 1974 (categoría D) e ottiene 30 punti per la semifinale di Barcelona 1975 (categoría D) con 2 punti di bonus.
    -Vilas: 972 – 7 + 32 = 997 / 22 = 45,318
    -Connors nº 2 con 43,889

    Ottobre 27, 1975 (NO PUBLICADO):
    1. Jimmy Connors – 790 – 18 – 43,889
    2. Guillermo Vilas – 955 – 22 – 43,409

    -Connors torna nº 1 con 43,889 de promedio después de que Vilas deja caer 82 puntos por su victoria en Teherán 1974 (categoría C) y adosar 40 puntos por las semifinales de Teherán 1975 (categoría C).
    -Vilas: 997 – 82 + 40 = 955 / 22 = 43,409

    Aunque los puntos no sean equivalentes, se puede regresar a partir de aquí a las clasificaciones oficiales, que fueron publicadas sólo dos días más tarde y que no tienen las correcciones de errores en cuenta. Aparecen de esta forma:

Octubre 29, 1975 (OFICIAL):
1. Jimmy Connors – 810 – 18 – 45,000
2. Guillermo Vilas – 968 – 22 – 44,000

Sólo en este escenario es necesario pasar al 5 de enero de 1976, debido a que allí se produce otro cambio en la posición de Nº 1 mundial. Antes, estos son los valores del 15 de diciembre de 1975, la clasificación final oficial de 1975:

Diciembre 15, 1975 (OFICIAL):
1. Jimmy Connors – 769 – 18 – 42,722
2. Guillermo Vilas – 893 – 21 – 42,523

Otra vez, desde aquí, se aplican correcciones de errores a esos valores y se obtiene lo siguiente:

Diciembre 15, 1975 (ERRORES CORREGIDOS):
1. Jimmy Connors – 771 – 18 – 42,833
2. Guillermo Vilas – 897 – 21 – 42,714

El 5 de enero de 1976 se abandonan los valores del Abierto de Australia 1975. El torneo era categoría D y Connors había sido finalista en 1975, por lo tanto, pierde 45 puntos.
– Los resultados permanecen igual el 12 de enero, porque ningún torneo se resta o suma para cualquiera de los dos jugadores.

Enero 5, 1976 (NO PUBLICADO):
1. Guillermo Vilas – 897 – 22 – 42,714
2. Jimmy Connors – 726 – 17 – 42,706

Enero 12, 1976 (NO PUBLICADO):
1. Guillermo Vilas – 897 – 22 – 42,714
2. Jimmy Connors – 726 – 17 – 42,706

El 19 de enero Connors deja caer los 20 puntos que ganó en Bahamas 1975 (torneo organizado por la IPA, categoría F) y recobra el Nº 1. A partir de ese momento lo mantiene el resto de 1976 hasta agosto de 1977:

Enero 19, 1976 (NO PUBLICADO):
1. Jimmy Connors – 706 – 16 – 44,125
2. Guillermo Vilas – 897 – 22 – 42,714

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Coppa Davis

Coppa Davis: quell’annuncio tardivo di qualcosa che sapevamo tutti… Anche Berrettini out

L’Italia si ritrova outsider a Malaga nell’anno che ci faceva sognare una seconda insalatiera. Storia di una stagione falcidiata dagli infortuni

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Gli infortuni di Berrettini

Gli infortuni di Sinner

Mentre a Torino, a poche ore dalla finale ATP Djokovic-Ruud (3-0 i precedenti, tutti italiani e tutti a favore di Djokovic che non ha mai perso un set con il norvegese), Angelo Binaghi tirava la giacchetta ai tre ministri presenti, Abodi, Zangrillo e Santanchè, invocando più soldi per la sua già ricca federazione, arrivava da Malaga la notizia ufficiale più scontata e che colpevolmente non abbiamo dato prima pur conoscendola benissimo: dopo Jannik Sinner anche Berrettini non scenderà in campo contro gli Stati Uniti di Fritz, Tiafoe, Sock e Paul giovedì 24 novembre.

Matteo non si era quasi più allenato e lo si sapeva. Non si capiva che senso avesse continuare a mantenere una cortina di silenzio riguardo alla sua partecipazione.  Da Napoli in poi, quando si erano manifestati i primi sintomi di una (supposta) fascite alla vigilia della finale poi persa con Musetti tutti sapevamo che non era praticamente più riuscito ad allenarsi seriamente.

Su quanto accaduto a Napoli era venuta fuori una ridda di voci. Compresa quella che gli sarebbe stata praticata una iniezione che avrebbe procurato del pus e un’infezione. Voce smentita ma che aveva preso piede (è il caso di dire…). Chi aveva parlato di vesciche era stato smentito da alcuni, ma non da tutti. Il rigonfiamento del piede pareva garantito, stando ad alcune voci di spogliatoio. Ma alla fine, quale che fosse il fastidio, per almeno due settimane Matteo non era stato in grado di allenarsi. Poi era andato a Barcellona, dalla equipe medica del quale lui molto si fida togliendo inevitabilmente altro spazio agli allenamenti che relativamente agli arti inferiori non conveniva neppure fare per non compromettere ulteriormente la possibilità di recupero. Un’Odissea.

 

Poiché Ubitennis aveva dato in anteprima la notizia del forfait di Sinner, mi sembrava spocchioso – e quasi malaugurante – arrivare primi anche nel segnalare i malanni di Matteo, ma da giorni ci si chiedeva soltanto che cosa si aspettasse ad annunciarlo.

E oggi ci si può forse chiedere, pur apprezzando il gesto, che senso abbia che Matteo vada a Malaga. Forse che se l’Italia di Musetti e Sonego facesse il miracolo contro gli USA, da qui a sabato prossimo Matteo potrebbe recuperare per giocare la semifinale contro chi vincerà fra Canada e Germania? Onestamente non mi sembra pensabile. Né ragionevole. Solidarietà da teammate quindi? Forse. Ma a Sinner non è passato neppure per l’anticamera del cervello.

E’ inevitabile che a giocare i singolari siano adesso i due Lorenzo, Musetti e Sonego, sebbene anche quest’ultimo, giulivo reduce da una settimana alle Maldive laddove pensava che la sua annata tennistica si fosse conclusa, non sarà certo al massimo.

Sonego è stato convocato in fretta e furia quando Sinner ha detto che non ce l’avrebbe fatta. L’abbiamo visto allenarsi in recupero a Torino, allo Stampa Sporting, in maniera decisamente blanda, quasi temesse di potersi far male lui pure. Però una volta che Volandri gli ha chiesto di mettersi a disposizione soltanto un Sonego fuori condizione potrebbe essere accantonato per far posto a Fognini, reduce da un’annata no. Per la verità nel 2022 non ha brillato nessuno dei due: Sonego oggi è n.46 del mondo e aveva chiuso il 2021 a n.27, Fognini si trova 10 posti più giù, n.56 e 10 posti più giù era anche a fine anno rispetto a Sonego: n.37. Insomma hanno perso una trentina di posti ciascuno, mentre gli americani hanno visto salire vertiginosamente sia il ranking di Fritz, da n.23 a n.9, sia di Tiafoe da n.38 a n.19. Fino a due mesi fa era migliore il ranking dei due azzurri rispetto a quello dei tennisti “Made in USA” e senza sottovalutare le chances di Fognini e Bolelli, quasi quasi si riteneva che il punto più difficile da sostenere fosse quello del doppio, chiunque degli americani giocasse al fianco dello specialista Sock, anche se non è stato convocato da capitan Mardy Fish Ram che ha appena trionfato con l’inglese Salisbury nelle finali ATP superando il duo olimpionico e croato, Pavic e Mektic 7-6,6-4.

Insomma da squadra superfavorita che era, quella azzurra adesso è certamente un outsider alla fine di quest’annata che non ha davvero risparmiato nessuno dei due tennisti meglio classificati d’Italia, il n.15 Atp Sinner e il n.16 Berrettini. Due ex top-ten, best ranking n.6 Matteo e n.9 Jannik, che hanno giocato troppo pochi tornei per potersi mantenere sui livelli di un top-10. E traditi entrambi da Wimbledon: Jannik perché i punti ATP che avrebbe meritato non glieli hanno dati, Matteo perché si è beccato il COVID alla vigilia dei Championships nei quali l’anno prima aveva fatto finale.

Lorenzo Musetti ha dato il meglio di sé in Coppa Davis ma contro questo Fritz che ha giocato alla pari con tutti i più forti dei “Maestri” a Torino, cedendo solo dopo un doppio tiebreak al cospetto di Djokovic (dopo essere stato un break avanti nel finale del secondo set), il suo compito sarà durissimo. Per non parlare di quello di Sonego contro Tiafoe. Insomma, l’unica Coppa Davis vinta dall’Italia nel 1976, 46 anni fa, con tutta probabilità resta ancora…l’unica. E invece io quest’anno ci speravo proprio in una seconda.

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ATP

Intesa Sanpaolo ATP Next Gen. Questo penso sul torneo di Milano. Che cosa farei fra un anno… sapendo i conti economici di queste 5 edizioni milanesi

Sei incontri al giorno, due di doppio, due di Next Gen, due di top-players. E under 19, non più under 21. Il diffuso gusto del talent scout. La crisi dei Carneadi del doppio

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Jiri Lehecka e Brandon Nakashima - 2022 Next Gen ATP Finals (Foto Giampiero Sposito/FIT)

Sono cominciate le ATP Finals e magari arrivo fuori tempo, ma vorrei dire quel che penso del torneo under 21 di Milano, le Intesa Sanpaolo Next Gen ATP che si sono appena concluse con la netta vittoria dell’imbattuto Brandon Nakashima.

Per prima cosa ricordo che questa quinta edizione è l’ultima che era prevista a Milano. E per seconda cosa che il calendario ATP del 2023 prevede che il torneo Next Gen si disputi nella stessa settimana delle ATP Finals.

Ritenere che la Federtennis riesca ad organizzare i due eventi nella stessa settimana in due città diverse, Torino e Milano, è abbastanza improbabile, se non proprio impossibile.

 

E non si potrebbe allora giocare tutto a Torino in 8 giorni, con le partite del round robin spalmate in sei giorni, al ritmo di due al giorno? Semifinali il sabato, finale la domenica.

Vorrebbe dire, mantenendo in vita il doppio cui l’ATP è praticamente obbligata non abbandonare – anche se i nomi di molti doppisti sono del tutto sconosciuti alla massa degli spettatori che non pagherebbero il biglietto per vederli  giocare  sebbene lo spettacolo sia in sé  tutt’altro che disprezzabile – che si dovrebbero giocare nei primi 6 giorni e ogni giorno 2 match next gen, due match di doppio, due match dei magnifici otto.

Sei partite al giorno, insomma, tre a partire dalle 10,30 per cercare di mettere in campo la partita di due potenziali “Maestri”, entro le 14.30. E dare il via alla sessione serale per gli altri tre match intorno alle 18.30.

Mediamente gli incontri di doppio e quelli dei Next Gen si concludono nell’ambito dell’ora mezzo, un’ora  e tre quarti. Il derby Passaro-Arnaldi durato 2h e 38 m, o i 5 set di Nakashima Arnaldi per 5 set è durato di più, 2 ore e mezzo, ma sono state eccezioni.

Per fare un ragionamento valido bisognerebbe conoscere quali siano esattamente le spese affrontate dalla FIT per Next Gen (montepremi, affitto Palalido, macchina organizzativa, con tantissime persone, personale) e quali siano gli incassi derivanti da biglietteria, diritti tv, vari sponsor.

Ricordo che mi fu detto che le prime edizioni (Due? Tre?) del Next Gen non furono… – se non proprio un bagno di sangue – certamente non un successo economico.

E queste ultime? Mah.

Sarebbe giusto, credo, avere informazioni precise, se non dettagliate voce per voce, di che cosa esce e che cosa entra nel bilancio federale del torneo. Per poi prendere una posizione ragionata e ragionevole.

Perché se uno pensa che rinunciare a un incasso della biglietteria e dei diritti tv, fosse antieconomico (ma non credo…) allora perderlo per trasferire tutto a Torino potrebbe risultare poco intelligente.

Di certo la Federtennis non darà queste infos al sottoscritto, perché Ubitennis può continuare a promuovere il tennis con 18 articoli al giorno, 5.000 l’anno facendo sforzi considerevoli e – consentitemi di dire – regalando agli appassionati prodotti giornalistici di buona qualità, ma per la FIT Ubitennis resta un nemico pubblico da ostacolare, negandogli con varie scuse poco credibili un congruo numero di accrediti stampa  che servirebbero soltanto a promuovere ancor meglio lo sport della racchetta, attraverso il nostro sito che ha numeri davvero importanti. Pazienza. Vero che non facciamo sviolinate a nessuno, ma farle mi sembrerebbe un tradimento professionale e deontologico. Io non dispero di poter contare, un giorno o l’altro, sull’intelligenza dei miei interlocutori. Prima o poi ci arriveranno.

Il torneo Intesa Sanpaolo Next Gen è certamente piaciuto tantissimo ai ragazzini. Fondamentalmente per un problema di concentrazione. Tenerla per un set e magari per più di un’ora è chiedere troppo a ragazzi delle SAT e di scuola compresi fra i 10 e i 14 anni.

Per loro venire al tennis è una festa con la musica a palla, le scritte cubitali che ricordano il setpoint, il matchpoint, l’ace al rullar di tamburi, l’out gridato dal giudice elettronico, la close call, il breakpoint, il no-ad, la palla game che è game-point per entrambi gli avversari.

Impossibile per i ragazzi sugli spalti, quando si ritrovano in quell’atmosfera rovente,  non prendere le parti di uno dei due tennisti, anche quando nessuno dei due è italiano.

E anche i tennisti, sebbene dicano tutti (o quasi) che prediligono il tennis classico, si ritrovano in un’atmosfera diversa, unica, mai sperimentata altrove. Alla fine si divertono alla grande, anche se lo stress procurato da quei ritmi concitati è davvero notevole.

Ma vale la pena subirlo se un Nakashima può mettersi in tasca 430.000 dollari quando per aver vinto il torneo ATP 250 di San Diego, la sua home town, aveva dovuto accontentarsi di 92 mila dollari. Meno di un quarto. E ragazzi come Passaro che ha vinto 108 mila dollari o come Arnaldi (80.000) si mettono in tasca soldi che consentono loro di pagarsi tutta una stagione per loro e il loro team.

La validità tecnica di questi match del Palalido è abbastanza discutibile, anche se abbiamo visto che a vincere il torneo sono in passato sempre stati signor giocatori, tennisti che poi sono diventati top-10. Tranne Chung, alludo a Tsitsipas, Sinner, Alcaraz. E vedremo che cosa farà Nakashima che ha dimostrato di essere di una solidità nervosa impressionante. Superiore. A Lehecka non gli ha fatto vincere un set su 6 manches.

Vi ricordo quanto ho già sottolineato nel video finale domenica scorsa: da Wimbledon (dove è arrivato negli ottavi dopo aver battuto Shapovalov) Nakashima ha vinto la bellezza di 16 tiebreak su 17!

Però se non si registra una netta superiorità la conclusione più frequente di queste partite, se il match è equilibrato, approda al tiebreak sul 3 pari.

Mentre nei set tradizionali c’è la possibilità di vincere un set arrivando a 6 con due game di scarto, e solo sul 6 pari si va al tiebreak, nella formula NextGen chi arriva per primo a 3-1 non ha vinto un bel nulla, mentre se ciascuno dei due contendenti tiene 3 turni di servizi si arriva al 3 pari e all’inevitabile, quasi scontato tiebreak.

E’ certo vero che in termini di promozione il torneo Next Gen avvicina al tennis tanti giovanissimi, glielo fa scoprire, li entusiasma, anche quando fanno quasi soltanto la caccia agli autografi… Si formano anche così i tennisti di domani. In termini di pura promozione del nostro sport il torneo Next Gen funziona alla grande. I ragazzini che sono stati a vedere quelle partite tornano a casa entusiasti e chiedono ai genitori di prendere lezioni e cominciare a giocare a tennis.

Un altro punto da discutere è il limite anagrafico. Si riapre un discorso già fatto all’epoca in cui i diciassettenni Wilander, Becker, Chang vincevano gli Slam adulti pur essendo under 18.

Che senso aveva un torneo junior vinto anche da alcuni nostri tennisti, Pistolesi, Galimberti e altri, quando i più forti junior vincevano già gli Slam?

Mi sono molto divertito a vedere a Milano la lotta furibonda fra i due grandi amiconi  Passaro e Arnaldi, entrambi ventunenni. Alle loro casse ha certo giovato partecipare alle Intesa Sanpaolo Next Gen – buon per loro! – però mi avrebbe più incuriosito osservare dei ragazzi del 2003 (o 2004) per poter intravedere le loro prospettive.

Quelli sono davvero Next Gen, mentre i 21nenni sono “current” Gen. Forse con minor avvenire anche se è vero che i “nostri prodotti locali” sono spesso maturati con qualche ritardo, ad eccezione di Sinner e Musetti.

Ma gente come Draper, come Nakashima, non sono più “future prospect. Sono realtà contemporanee. Hanno già vinto montepremi importanti, giocano nel circuito ATP ai più alti livelli. Nakashima ha fatto terzo turno a Parigi e New York, ottavi a Wimbledon…

Insomma io abbasserei il limite di età. A 19 anni.

Nel caso di un torneo Next Gen che si disputasse insieme al Masters finale dell’ATP per i magnifici 8, forse metterei in campo per primi al mattino i giocatori del doppio. Alle 10,30 del mattino. E poi i Next Gen verso mezzogiorno. E poi le mega star, intorno alle 14 o 14,30. Stesso iter per la sessione serale, a partire dalle 18 circa. Sì, perché gli appassionati di tennis hanno il gusto del talent scout, gli piace “scoprire” qualche talento per poter dire un giorno: “Io l’avevo detto che Tizio diventava davvero forte…!”

Mi chiedo oggi chi conosca e riconoscerebbe per strada, Heliovaara, Glasspool, Arevalo, Salisbury, giusto per citarne alcuni dal cognome più improbabile…, ma perfino la coppia n.1 del mondo formata da Skupski e Koolhof quanti sono gli appassionati che li riconoscono? Che sanno se uno è mancino oppure destro?

E allora capisco bene che l’associazione dei tennisti, ATP, voglia proteggere in qualche modo la specie in estinzione dei panda-doppisti, perché si tratta di tanti posti di lavoro per giocatori che a volte hanno anche più di 40 anni…

Io sono stato sempre un fanatico del doppio perché lo giocavo molto meglio del singolare. Ho vinto due volte i campionati italiani di seconda Categoria, nel ’72 e nel ’75 con due compagni diversi (Maurizio Bonaiti e Pullino Pellegrini) e sono stato finalista una terza volta. E quando al torneo ATP di Firenze ho visto Sonego e Vavassori giocare un grande match contro Dodig e Krajicek mi sono divertito moltissimo. E così il pubblico che naturalmente faceva un tifo pazzesco per i due azzurri (sconfitti solo al tiebreak del terzo set).

Però secondo me l’ATP deve preoccuparsi primariamente di sostenere la nuova linfa. Più i ragazzi promettenti che i doppisti.

Un ragazzo tipo Nardi, e suoi coetanei del 2003 – mica sono tutti come Rune – va sostenuto e incoraggiato anche economicamente. Non ho niente contro due bravissimi ragazzi come Passaro, Arnaldi e loro coetanei, ma difficilmente questi ragazzi diventeranno top-ten. O top 20.  Ovvio che io lo auguri a entrambi. I progressi straordinari che hanno fatto in un anno – Passaro da 600 ATP a ridosso dei primi 100 – la dicono lunga sulle qualità che comunque hanno messo in mostra.

E scommetterei che se accadrà che questi due salgano ancora alla grande, inserendosi fra i top20, o nei pressi, non vedranno l’ora – insieme ai loro coach – di incrociarmi per dirmi: ”Hai visto Ubaldo, tu che non credevi in me?”.

E allora a questo punto devo aggiungere – per onestà intellettuale – che quando vidi per le prime volte Andreas Seppi, ma anche Renzo Furlan che non aveva davvero un fisico da marcantonio né colpi che strappavano la racchetta dalle mani dei loro avversari – nessun power tennis – onestamente non pensavo davvero che sarebbero arrivati fra i primi 20 del mondo e avrebbero fatto l’eccellente carriera che invece hanno fatto.

Quindi guai se coach Tarpani e coach Petrone si arrendessero di fronte alle mie previsioni non troppo ottimistiche. Spero proprio di sbagliarmi. 

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Editoriali del Direttore

“Tiafoe e Sock due veri trogloditi per sparare addosso a Federer e Nadal”. Lo ha detto Panatta. Non sono d’accordo, ma Panatta è Panatta…

Le parole di Adriano Panatta, che trovo “populiste” anche se può dire quello che vuole, pesano più della mia opinione. Totalmente contraria. Forse sbaglio, ma credo che Roger Federer la pensi come me

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Roger Federer (destra) con Rafael Nadal (sinistra) - Laver Cup 2022 Londra (foto Twitter @lavercup)

L’addio di Roger Federer al tennis giocato – anche se solo a quello agonistico – ha fatto scrivere fiumi di parole. (Non era il titolo di una canzone che vinse il festival di Sanremo?). Più mari che fiumi, a dire il vero. Era inevitabile che fosse così trattandosi del personaggio tennistico più carismatico del terzo millennio. E probabilmente non solo di quello.

Pensare di poter scrivere ancora qualcosa di originale, di inedito, su Roger, sulla sua carriera e su quello che ha significato per il tennis sarebbe estremamente presuntuoso. E io, pur tirato per la giacchetta da diversi affezionati lettori che mi hanno rimproverato di aver scritto poco dacché Roger ha dato il suo fatidico annuncio – questo però l’ho scritto – non credo sia il caso di aggiungere tante altre parole, tanti altri elogi più o meno scontati.

L’importante era dare spazio al suo ritiro, pubblicare molti articoli, scritti anche meglio del mio, su Ubitennis. E quando me l’hanno chiesto, ho accettato di rispondere a varie radio e TV che hanno voluto interpellarmi.

 

Posso semmai dire quel che potevate intuire anche se non ve l’avessi detto io: e cioè che ogni partita di Federer faceva schizzare i live di Ubitennis in termini di commenti. Ogni giorno in cui giocava lui registravamo molte ma molte più visite che per gli altri match. Era facilissimo rendersene conto guardando i dati delle visite negli Slam, quando lui giocava un giorno sì e uno no.

 Ogni articolo che lo riguardava, nei giorni buoni come quelli meno buoni, veniva – e viene – più letto di quasi tutti gli altri. Anche dei tennisti italiani. È stato un campione transnazionale. Salvo quando ha giocato in Spagna contro Nadal, ha giocato sempre in casa. Perfino a Londra contro Andy Murray, in certe occasioni.

Quando dico, di conseguenza, che Roger ci mancherà, e ci mancherà molto, è una constatazione certamente sentimentale e ricca di sincero affetto. Ma non solo.

Devo però anche confessare in tutta onestà che se nel 2016, quando lui per via dei suoi primi seri guai fisici ebbe una pessima annata dominata nella prima parte da Djokovic e nella seconda da Murray, temevo che l’inevitabile declino di Federer avrebbe avuto pesanti ripercussioni sugli indici di presenze dei lettori su Ubitennis, poi invece mi sono potuto tranquillizzare. 

E non solo perché il tennis ha sempre dimostrato di essere sempre più forte di tutti i suoi campioni, anche quelli più straordinari e di non risentire poi eccessivamente della scomparsa agonistica di Laver e Newcombe, di Nastase e Smith, di Borg e McEnroe, di Lendl e Connors, di Becker e Edberg, di Sampras e Agassi. Quindi reagirà anche alla “scomparsa” agonistica di Federer, Nadal, Djokovic.

Infatti fra il 2017 del suo grande e certamente abbastanza inatteso ritorno di Federer insieme a quello di Nadal (in quell’anno hanno vinto 2 Slam ciascuno) e poi il 2018 con la semifinale al Roland Garros di Cecchinato che – l’ho scritto mille volte – ha dato l’abbrivio alla rinascita del tennis italiano caratterizzata dagli exploit di Berrettini, Sinner e poi Sonego e Musetti, ho capito che Ubitennis sarebbe sopravvissuto persino all’abbandono di Federer.

Anche sulla celebrazione federeriana di venerdì notte durante la prima giornata di Laver Cup avrete visto e letto e di tutto. Su Ubitennis e altrove.

Io voglio accennare soltanto a una serie di commenti che mi sono giunti all’orecchio, prima da un amico tifoso di Federer che stimo, ma il cui commento non condivido, anche se poi a quello si è accodato uno assai più pesante, firmato Adriano Panatta.

Questo caro amico mi ha scritto sul mio whatsapp: ”Ma io dico… organizzi tutto per dare l’addio a uno dei più grandi giocatori della storia del tennis e gli fai perdere l’ultima partita con Tiafoe che gli tirava addosso a lui e a Nadal??? Da tifoso di Federer trovo che abbia rovinato la serata… in una esibizione come quella di venerdì credo che possa essere abbastanza normale e non disdicevole mettersi d’accordo… soprattutto per una occasione così.

Sui social ho poi trovato una miriade di commenti sullo stesso tono e assai critici nei confronti di Frances Tiafoe, reo di aver centrato Federer con una pallata e di non essersi risparmiato con le sue bombe di risposte. mettendo in difficoltà evidente sia Federer sia Nadal. Come del resto Jack Sock che sul matchpoint per il World Team (che avrebbe poi vinto 13-8 la sua prima Laver Cup su Team Europe grazie alla rimonta compiuta nell’ultima giornata quando le 3 vittorie valevano 3 punti ciascuna) ha infilato Rafa Nadal, reo di essersi mosso dal lungolinea con troppo anticipo.

A un certo punto, durante un cambio di campo, ho sentito Nadal che confessava ai suoi compagni di squadra: “Gioco poco il doppio e ho giocato poco ultimamente, ma non riesco a vedere in tempo dove va il dritto di Sock!” 

Io, prima di sapere che cosa avesse detto Panatta, avevo risposto così a questo mio amico: “Rispetto il tuo parere, ma resto dell’idea che il miglior modo di rispettare lo sport e uno sportivo è quello di dare in ogni occasione il meglio di se stessi. E vincere se si può. È un po’ il discorso di chi era solito consigliare a un giocatore molto più forte di non dare 6-0 all’avversario ma di fargli fare un game per non umiliarlo. Secondo me regalargli quel game – anche sapendo nasconderlo – era una umiliazione ancor peggiore.

Tieni poi presente, amico mio, che Roger è il co-organizzatore della Laver Cup – lo sarà anche negli anni prossimi – e si è sempre esposto per dimostrare che il suo evento è vera competizione, che i giocatori si battono fino all’ultimo per orgoglio e prestigio. Non giocano la Laver Cup, sebbene non ci siano punti e soldi al di fuori degli ingaggi, come se fosse una esibizione. Al suo primo avvento la Laver Cup fu considerata da molti opinionisti una mezza baracconata. Se il doppio americano avesse perso apposta, ecco che il discorso avrebbe potuto riaprirsi. E Federer più di chiunque altro non lo avrebbe voluto. Avrebbe semmai voluto trasformare il matchpoint con un ace, questo sì e di sicuro. Ma non ne è stato capace e il matchpoint è sfumato. Lui stesso, parlando con i propri compagni al cambi campo ha ironizzato: ‘Avete visto come sono stato lento?’ e ci ha fatto una risata sopra”.

Ciò scritto e sostenuto a chiare lettere, anche se io ritengo che Federer (e nessuno del suo team organizzativo) mai avrebbe potuto invitare (e neppure suggerire) Tiafoe a “non tirargli addosso” – vi immaginate se un giorno quello scavezzacollo avesse rivelato un imbarazzante retroscena del genere? – forse se Tiafoe avesse un tennis meno di potenza e più di tocco nella risposta magari sia lui sia Sock avrebbero sparato meno cannonballs. Tiafoe un gran tocco ce l’ha solo a rete (ma anche in qualche lob): ha fatto drop-volley fantastiche. Altro che troglodita!

Ma quando si gioca, e soprattutto in doppio quando si ha pochissimo tempo per riflettere e reagire e perfino in doppio misto si impara a indirizzare i proprio colpi più violenti sulla donna pur rischiando l’accusa di scarso fair-play, i casi sono due: o si gioca per vincere oppure no.

Al mio amico ha fatto eco, assai più pesante e meno delicato, anche Adriano Panatta al meeting organizzato dalla Gazzetta a Trento. Adriano ha detto:

“Ho trovato di cattivo gusto, volgare e villano che quei due americani tirassero a tutta forza in faccia a Federer e Nadal… Lo fanno solo perché non sono capaci di fare altro.  Non sanno minimamente cos’è il tennis. Nemmeno lo possono capire. Sono dei trogloditi del tennis, ma soprattutto due villani nei confronti di due campioni del calibro e dell’educazione di Federer e Nadal. Ho pensato: Dio perché non mi dai la possibilità di entrare in campo come quando avevo 25 anni…”.

Secondo me sono commenti… populisti. Che troveranno un mare di consensi fra i tifosi di Federer. E fra gli estimatori a scatola chiusa di Adriano Panatta. Ma che, mi permetto di ipotizzare, non troverebbero il consenso dello stesso Federer.

Il tennis della Laver Cup non doveva trasformarsi nel… wrestling, sport nel quale i protagonisti sul ring si mettono d’accordo nel fare più spettacolo possibile, ma il vincitore è già deciso in partenza. E di solito vince l’attore più apprezzato, più amato dal pubblico, perché così vuole lo show.

Federer avrebbe preferito vincere, questo è sicuro, perché non c’è campione che ami perdere. Ma non avrebbe preferito vincere grazie a un gentile omaggio degli avversari.

Jack Sock – vorrei dire a Panatta – è un campione, non un troglodita. Panatta è stato ingeneroso e ingiusto, o forse disinformato

Nonostante mille infortuni abbiano danneggiato la sua carriera, fermandolo per più anni, Jack Sock è stato n.8 del mondo in singolare e n.2 in doppio: ha vinto in questa specialità due volte Wimbledon, 2014 e 2018, una l’US Open 2018 in mezzo a 17 tornei… più i 4 da singolarista incluso un Masters 1000… e alle finali ATP 2017 lui è giunto in semifinale. Quando nessun italiano era riuscito a vincerci un match prima di Berrettini e Sinner. Nei doppi Sock ha anche conquistato una medaglia d’oro e una di bronzo alle Olimpiadi di Rio. Insomma, magari l’Italia avesse avuto trogloditi come lui. Che non tira solo forte, anche se il suo dritto fa paura, ma ha dimostrato anche pregevolissimi colpi di tocco sottorete. Nessun tennista, se non erro, ha procurato tanti punti al proprio team quanti Jack Sock nei 5 anni di Laver Cup… tanto che forse Europe Team, che pure schierava i Fab Four (a mezzo servizio…) in futuro dovrebbe probabilmente pensare a selezionare almeno un grande doppista del suo stesso livello.

Quanto a Frances Tiafoe, che ha procurato al World Team nella Laver Cup, la vittoria decisiva annullando 4 matchpoint a Tsitsipas e vincendo tutti i tiebreak giocati, è giovanissimo, è fresco reduce da una semifinale all’US open dove ha costretto al quinto set (vincendo due tiebreak su due) il n.1 del mondo Carlos Alcaraz, tennista che Panatta ha mostrato di apprezzare più di ogni altro.

Che doveva fare il giovane Tiafoe, chiamato all’ultimo tuffo a rappresentare Team World? Tirare più piano quando lui è abituato a anticipare a tutta forza le risposte e le palle che gli arrivano corte a metà campo?

Frances ha dimostrato, nei recuperi sulle palle corte e a rete, di avere non solo gambe e potenza, ma anche straordinarie doti di tocco. Doveva giocare più piano quando poteva tirare forte? Ma allora tanto valeva arrendersi subito all’idea che, per malinteso senso del rispetto nei confronti di Roger Federer, bisognava perdere.

Ribadisco: a Federer per primo, e non solo a McEnroe o al sottoscritto, non sarebbe piaciuto. E anche se a pronunciare parole in libertà nel corso di un incontro organizzato non costa nulla, non condivido per nulla quel che ha detto Adriano e mi piacerebbe sentire prossimamente che cosa  pensano sull’argomento altri campioni che non si preoccupassero soltanto di mostrarsi “politically correct”. Sarei curioso di sentire anche Paolo Bertolucci, l’amico inseparabile di Adriano. La pensa come lui? Glielo chiederò, sperando che mi risponda.

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