Robonole raccontato da Nole

Racconti

Robonole raccontato da Nole

Nole e RoboNole sono la stessa persona oppure no? Che cosa succede nella testa di Novak Djokovic quando domina qualunque avversario? E quando scopre il sapore della sconfitta?

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La prima volta che lo incontrai, capii subito che razza di tipo era. “Tu sei il più forte e ancora non lo sai”, mi disse. E invece sì che lo sapevo, solo che non riuscivo ad aggiustare il puzzle e quei due là mi complicavano maledettamente le cose. Ma per lui non erano loro il problema, ero io. Mi fidai. Era così sicuro di sé, così fiducioso, così sfrontato: impossibile guardarlo negli occhi e non provare della riverenza. Quando mi guardò dritto negli occhi e aggiunse: “Io e te diventeremo i più forti di tutti” non potei far altro che dire: “Sì”.

Aveva ragione lui. Eravamo i più forti. Cominciammo a lavorare. Dall’alba al tramonto, a volte anche oltre, il tennis e il numero uno erano sopra ad ogni pensiero. Costruivo, mattone dopo mattone, il Novak Djokovic che avevo sempre sognato. Vincente, dominante, imbattibile. Quando cominciai a vincere con così tanta facilità, rimasi sorpreso. Non mi aspettavo che le vittorie fossero a portata di mano. Avevo dimenticato quanto fosse facile. Ma lui non era affatto sorpreso. Anzi, era sorpreso della mia sorpresa e me lo rimproverava: “Queste vittorie non sono l’eccezione, sono la normalità. Ti ci dovrai abituare”. E vittoria dopo vittoria, settimana dopo settimana, mi cominciai davvero ad abituare. Scendevo in campo e il mio avversario sapeva già che avrebbe perso. Anzi, sapeva già che io avrei vinto. E anche quei due là si dovettero adeguare. Furono cinque mesi che scivolarono via velocemente. Lui mi diceva cosa dovevo fare e io lo facevo. Era tutto così facile, così perfettamente chiaro e limpido che scendere in campo diventava rilassante.

Quello che lui non mi aveva spiegato – e che io avevo colpevolmente dimenticato – è che non si può vincere sempre, nemmeno se sei Novak Djokovic. Forse lui nemmeno concepiva questa opzione, tanto era accecato dalla voglia di primeggiare. Però accadde. E accadde in una maniera così violenta ed inspiegabile che per qualche giorno non riuscivo nemmeno a sentire cosa mi diceva. Fu quella la svolta del nostro rapporto: perché quell’anno continuai a vincere a ripetizione ed erano finalmente quegli altri due a dovermi guardare mentre mi specchiavo nei miei amati trofei, ma da settembre mi dovetti praticamente fermare perché il peso di quelle vittorie mi stava schiacciando pian piano. Non osavo dirglielo, ma vincere era stancante per il fisico e per la testa. Lui non avrebbe mai capito quello che provavo e perciò non mi rimase altra opzione che riprendere a vincere.

 

In Australia, dove tutto era cominciato, chiusi un cerchio lungo dodici mesi. Non erano stati dodici mesi di sole vittorie, naturalmente, ma quando guardai il mio avversario, mentre sedevamo stremati dopo la partita più lunga della nostra vita, vidi nei suoi occhi un’ombra di rassegnazione e me ne rallegrai perché quell’ombra, io, l’avevo messa nel dimenticatoio. Lui me l’aveva detto: “Quando comincerai a vincere, non vorrai più smettere. E se gli altri non si faranno da parte, sarai tu a prenderti quello spazio”. L’unico spazio che mi mancava, ormai, era quello rosso parigino. Quasi uno spazio vitale. Lui mi continuava a dire che Parigi sarebbe stata mia e che gli altri non avrebbero potuto farci nulla. Ma Parigi è una città infida. È una città affascinante e misteriosa, sfuggevole e maliziosa. Non l’ho mai capita, Parigi, e forse lei non ha mai capito me, gli dissi, dopo una sconfitta che non avevo messo in conto. “Tutte scuse!” mi disse lui, incazzatissimo come non l’avevo mai visto, fuori di sé per colpa di una variabile impazzita che lui non riesce a calcolare nell’equazione della sua mentalità: un avversario più forte. Io, con il cervello ancora cotto, non riuscivo nemmeno a rispondere e non avevo coraggio di dirgli perché avevo perso. Lo sapevo, ma lui non lo avrebbe mai capito.

Da allora, Parigi è stata al centro dei miei pensieri come nessun’altra città. Io e lui abbiamo lavorato con quel solo obiettivo in testa. Mi ripeteva che non avrei più sbagliato, che il mio tempo sarebbe arrivato e che finalmente avrei avuto quello che già mi apparteneva di diritto.  Non ha mai contemplato l’errore, la debolezza e la rassegnazione. Ed è per questo che ogni volta che torno a Parigi sento che qualcosa mi opprime. È lui: la sua immensa voglia di vincere, il suo irresistibile bisogno di sopraffare l’avversario, l’irrinunciabile richiamo a completare una bacheca che si fa sempre più pesante, pesante quanto il dovere di vincere Parigi, opprimente quanto il rifiuto di fallire. L’ultima volta, a Parigi, è stata la più dolorosa. Per i primi giorni, lui ha cambiato tattica: se n’è rimasto in un angolo, roso dalla tensione e dalla consapevolezza che questa era la volta buona. Quando ho rimosso l’incubo che mi aveva fermato negli ultimi tre anni, però, non fu più possibile metterlo da parte. Da quel giorno fino alla finale, si insinuò nella mia testa come mai aveva fatto prima. Forse io ero più debole, fiaccato dal dovere di vincere, o forse lui era più forte, rinvigorito dalla fine delle maledizione. Fatto sta che per me fu impossibile liberarmene. E poi lo sappiamo benissimo entrambi che senza di lui non riuscirei a vincere.

Dopo aver vinto il primo set, come l’anno scorso, il frastuono di RoboNole diventa assordante. Lo sa che siamo vicini all’obiettivo ed è fuori di sé. La vittoria lo dopa come nessun altro stimolante riuscirebbe a fare. I suoi occhi si dilatano, il respiro diventa più pesante, i muscoli si gonfiano. Comincia a ricordarmi incessantemente che cosa stiamo raggiungendo e che cosa abbiamo fatto per ottenerlo. Provo a tapparmi le orecchie e a chiudere gli occhi, pensando solo a colpire la palla più forte, sempre più forte. Quello che ho dimenticato, però, è che c’è un altro tennista dall’altra parte della rete. E mentre io provo a schiacciare sull’acceleratore per non sentire il peso delle mie responsabilità, il mio avversario gioca sempre più sciolto. Il dubbio, che in queste due settimane non mi ha nemmeno sfiorato, comincia a fare capolino. Conosco quella sensazione perché qui a Parigi è diventata la compagna delle mie sconfitte, eppure non riesco a sconfiggerla. RoboNole urla sempre più forte, così come i colpi di Stan diventano sempre più veloci. Sembra un brutto sogno ed è invece realtà, come tutte le altre volte. Provo a ribellarmi, faccio di tutto per annullare quella sgradevole sensazione di ineluttabilità, eppure alla fine, come l’anno scorso e quello prima ancora, perdo. Lui è una furia, schiuma di rabbia come poche ore prima schiumava per una vittoria che gli sembrava di toccare e che è invece si è volatilizzata di nuovo. Ma io non lo sento.

Di quel giorno non mi è restata l’amarezza. Perché io, Nole, mi sono goduto quell’interminabile applauso che Parigi mi ha tributato. L’ho ripagata nell’unico modo che mi era possibile in quel momento, sorridendo mentre piangevo, rialzandomi invece di crollare. Mi sono goduto quell’ombra di successo perché so che la sconfitta non è un disonore e sebbene anche questa volta non abbia il trofeo con me, porto con me il calore di Parigi. Se anche RoboNole imparerà ad apprezzare la dolcezza di una sconfitta, la prossima volta vinceremo. Insieme.

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Flash

Roland Garros: i set decisivi da ricordare insieme a Nadal, Djokovic, Schiavone, Graf, Capriati…

Dal più lungo in assoluto all’invasione di Nole, dall’appena maggiorenne Clijsters contro Hingis alla sfida tra Steffi e Arantxa, una carrellata di match decisi a oltranza

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Stefanos Tsitsipas e Novak Djokovic - Roland Garros 2021 (via Twitter, @atptour)

Che siano o meno i più pazzi come suggerisce l’Equipe, si tratta senza dubbio di incontri che hanno scritto una pagina importante nella storia dell’ultimo quarto di secolo del Roland Garros. Sfide caratterizzate da partite finali che non vedremo più nemmeno a Parigi, ultimo baluardo dell’oltranza, dopo la decisione di uniformare i quattro Slam adottando il “metodo Melbourne”. Partiamo allora con questa breve ma succulenta carrellata.

1996, finale: S. Graf b. A. Sanchez 6-3 6-7(4) 10-8

Arantxa Sanchez gira l’inerzia della 35a e penultima sfida (otto vinte) contro una Steffi Graf avanti di un set e 4-1 nel secondo, andando poi due volte a servire per chiudere nel corso della partita finale, ma alla fine vince Steffi.

 

2001, finale: J. Capriati b. K. Clijsters 1-6 6-4 12-10

Con il trofeo dell’Australian fresco in bacheca, le vittorie su Serena Williams e Martina Hingis nei due turni precedenti, Jennifer Capriati incassa subito un 6-1 da una Kim Clijsters che solo il giorno prima ha soffiato sulle diciotto candeline. Il punteggio parziale non prelude a un match che va via in un soffio, anzi, il terzo set sarà il più lungo nella storia delle finali femminili.

Il tabellone femminile del Roland Garros 2022

2004, 1° turno: F. Santoro b. A. Clement 6-4 6-3 6-7 3-6 16-14

Con sei ore e 33 minuti, il derby tra Fabrice Santoro e Arnaud Clement è l’incontro più lungo della storia del torneo, con ottime probabilità di rimanere tale. Interrotto sul 5 pari al quinto dopo che Santoro aveva salvato un match point, l’incontro ha richiesto un altro paio d’ore e un secondo match point annullato prima di finire nelle mani di Fabrice “The Magician“.

2012, 2° turno: P-H. Mathieu b. J. Isner 6-7 6-4 6-4 3-6 18-16P

oteva forse mancare John Isner? Due anni dopo lo storico match Nico Mahut a Wimbledon, il lungo statunitense esce stavolta sconfitto da Paul-Henri Mathieu, sceso al n. 261 ATP dopo l’intero 2011 lontano dai campi in seguito all’intervento chirurgico di osteotomia tibiale per limitare la progressione dell’artrosi al ginocchio sinistro. Con il vantaggio non di poco conto di servire per primo nella frazione decisiva, sul 7 pari salva due palle break. Isner salva invece match point a ripetizione, ma si arrende al settimo.

Il tabellone maschile del Roland Garros 2022

2013, semifinale: R. Nadal b. N. Djokovic 6-4 3-6 6-1 6-7 (3) 9-7

La semifinale del “tocco”, non nel senso di mano delicata – almeno nell’episodio in questione – bensì di Novak Djokovic che tocca la rete quando la palla colpita (che sarebbe stata vincente) è ancora in gioco. È 4-3 al quinto e servizio, e il vantaggio sfuma definitivamente al punto successivo e alla fine vince Rafa Nadal.

2015, 2° turno: F. Schiavone b. S. Kuznetsova 6-7 7-5 10-8

Le due campionesse del Roland Garros – Francesca Schiavone nel 2010, Svetlana Kuznetsova l’anno precedente avevano già dato vita a una maratona a Melbourne: 4 ore e 44 minuti per l’incontro femminile più lungo dell’Happy Slam. Vinse l’azzurra 16-14 al terzo. Si ripete, Francesca, annullando un match point al dodicesimo gioco per poi chiudere dopo 3 ore e 50.


2020, 1° turno: L. Giustino b. C. Moutet 0-6 7-6 7-6 2-6 18-16

Non sarà una finale, anzi, è il primo turno, e al momento di entrare in campo i due non possono nemmeno immaginare che stanno per dare vita a un incontro che resterà nella storia dell’Open di Francia. Lorenzo Giustino, proveniente dalle qualificazioni, batte Corentin Moutet che ha inutilemente servito per chiudere. Tre volte. Sei ore e cinque minuti su due giorni. Un azzurro che batte un francese in un duello epico a Parigi non ha prezzo. Non ce l’ha per chi si è limitato a guardare, mentre Lorenzo paga la fatica sulla pesante terra ottobrina al turno successivo contro Schwartzman. Ma la sua pagina Slam l’ha già scritta.

Il tabellone maschile del Roland Garros 2022

Il tabellone femminile del Roland Garros 2022

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ATP

Non fatevi ingannare dalla faccia seria, questo raccattapalle di 57 anni si sta divertendo un sacco

Iniziata quasi per gioco, raccontiamo la storia di Jim Novak, uno dei ballboy fuoriquota di Miami

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Ballboy Jim Novak - Miami 2022 (foto @shad_powers ANDY ABEYTA/THE DESERT SUN)

Traduzione dell’articolo di di Shad Powers, pubblicato sul Desert Sun il 17 marzo 2022

Ha sentito tutte le battute, è stato paragonato a Kramer in un famoso episodio di “Seinfield” (famosa sit-com americana, in cui il personaggio era un raccattapalle adulto allo US Open, ndt), ma il cinquantasettenne Jim Novak prende molto seriamente il suo lavoro di raccattapalle al BNP Paribas Open. “Sì, ho sentito gente dire cose tipo «Sicuro di avere diciott’anni?»” ha detto Novak, uno dei circa sedici raccattapalle adulti presenti al torneo di Indian Wells quest’anno. “Capisco che sia qualcosa che non si vede tutti i giorni e i miei amici pensano che io sembri troppo serio, e in effetti serio lo sono, ma mi diverto anche un mondo.” Novak è andato in pensione da poco, Lavorava come Vice-Sovrintendente alle Finanze dei Distretti Scolastici di Palm Springs e Desert Sands e racconta che la sua storia come ballboy è nata da spettatore allo scorso BNP Paribas Open, tenutosi in ottobre.

A causa di molteplici fattori, tra cui obblighi vaccinali e restrizioni negli spostamenti, il torneo si era trovato a corto di raccattapalle. Era facile notare sui campi di gioco che molti incontri avevano a disposizione solamente quattro raccattapalle, anziché i consueti sei. L’età richiesta, che nel 2019 andava dai 14 ai 21 anni, è stata dunque ampliata per tappare i buchi. “Io e mio marito Luke stavamo guardando una partita ad ottobre e c’erano soltanto tre raccattapalle, così un supervisor aveva dovuto dare una mano. Gli ho detto, un po’ per scherzo, che se avessero avuto bisogno di volontari li avremmo potuti aiutare.” racconta Novak. “E in gennaio in effetti il torneo ha fatto sapere tramite una mail che avrebbero preso anche gli adulti. Così gli ho detto: «Lo vuoi fare?» e lui: «No, non direi.» allora ho detto: «Ti spiace se vado io?» mi ha risposto di provarci e così ho fatto.”

 

Juan Garrido, uno dei coordinatori dei raccattapalle del torneo, ha detto che l’inserimento di adulti tra i ballkids era necessario: nel 2019, l’ultimo anno in cui l’evento non aveva avuto carenza di personale, c’erano circa 330 raccattapalle in lista, mentre ad ottobre il numero era quasi dimezzato. Quest’anno sono tornati nuovamente intorno ai 200, il che garantisce sempre la possibilità di avere sei raccattapalle su ogni campo. Gli adulti che si sono fatti avanti hanno contribuito a riempire il vuoto, oltre al fatto che sia a loro sia agli spettatori la cosa è piaciuta; quindi, Garrido ha valutato la soluzione come estremamente positiva. Con due eventi ravvicinati a cinque mesi di distanza l’uno dall’altro e senza sapere quali obblighi vaccinali ci sarebbero potuti essere, il coordinatore aveva previsto che sarebbero stati nuovamente a corto di ragazzi, così aveva aperto il reclutamento anche volontari adulti con la mail che Novak aveva appunto letto a gennaio.

“Nell’arco di tre giorni avevamo avuto oltre cento richieste, quando ce ne aspettavamo dieci.” si è stupito Garrido. “E non arrivavano solo dalla California, ma anche da New York e un po’ dappertutto, al che ci siamo detti che erano troppe!” Garrido ha dovuto contattare alcuni dei potenziali volontari per chiarire alcuni punti fondamentali: non è un invito aperto al quale asta rispondere per entrare automaticamente a far parte dello staff. C’è un provino rigoroso e solo alcuni hanno tutti i requisiti. Inoltre Garrido non voleva che arrivassero persone al di fuori dello stato, le quali avrebbero dovuto comprare un biglietto aereo e affittare una stanza per due settimane con l’idea che ogni sera sarebbero state sul campo principale per un match di Nadal. Una volta spiegata la situazione reale, gli interessati si sono ridotti a circa quaranta. E di quel gruppo, dopo una fase di training di due weekend, solo sedici sono risultati avere tutti i requisiti necessari. Uno di loro era Novak e a detta sua non era stato affatto facile.

“È stata sorprendentemente dura. Mi sono preparato esercitandomi a lanciare a far rotolare le palline: ero convinto che il compito del raccattapalle consistesse solo in quello e mi ero allenato nel cortile dietro casa, dove ero veramente bravo. Pensavo di andare là e fare un figurone! ricorda Novak. “Ciò di cui non ti accorgi sono tutte le complessità della cosa e del fatto che se ti trovi fuori posizione rischi di fare una figuraccia alla Kramer.” Il Kramer a cui si riferiva faceva parte della famosa sit-com “Seinfeld”, nel quale il personaggio era un raccattapalle adulto allo US Open di New York. In un’occasione Kramer era troppo zelante e finiva per provocare un infortunio a un tennista. Novak ha aggiunto che la preparazione fisica rappresentava un altro requisito: “Sostanzialmente si tratta di fare scatti molto brevi e adesso mi sveglio ogni mattina col mal di schiena: nonostante uno sia in forma, ci sono piccoli movimenti a cui non si è avvezzi e repentini cambi di direzione con le ginocchia in torsione. Alla fine tutto questo lo paghi.”

Ma ora che sta facendo il raccattapalle da dieci giorni la cosa più difficile è lo stress mentale per rimanere sempre concentrato. “Durante ogni singolo punto e persino in allenamento il cervello è focalizzato al 100% su dove lanciare la pallina, dove posizionarsi, come aiutare gli altri anche a seconda di quello che stanno facendo.” spiega Novak. “E non puoi metterti a pensare alla cena o altro, poiché nel momento in cui lo fai il giudice di sedia assegna il game e rimani interdetto: «Ora cosa devo fare? Devo lanciare la pallina o farla rotolare?» mentre ti guardi in giro in cerca di un aiuto.”

Dopodiché Novak ha sottolineato che è stato un piacere lavorare fianco a fianco e fare squadra con dei teenager, un gruppo a rotazione che cambiava ogni giorno. In un incontro tra Elise Mertens e Daria Seville si è trovato a fare il raccattapalle con quattro ragazze e un ragazzo, tutti sotto i venti anni. “A essere onesti mi hanno trattato come uno qualsiasi, anche se al primo impatto pensavano che fossi il loro coordinatore o roba del genere.” dice ridendo. “Una volta che hanno capito che ero uno di loro, mi hanno incluso nel gruppo.” Novak ha aggiunto che il suo sguardo severo mentre è in azione non deve trarre in inganno: è la sua tipica espressione di quando è in campo, ma fidatevi, si sta divertendo.

I suoi amici, molti dei quali sono andati a vederlo di persona, oppure si sono abbonati a Tennis Channel, gli hanno fatto diverse osservazioni critiche: “Mi dicono che sono troppo serio, ma io rispondevo: «Ehi, cosa vi aspettavate?! Che dessi il cinque ai giocatori?!»” Gli ha fatto molto piacere essere riconosciuto dalla gente. Diversi conoscenti gli hanno inviato screenshot di lui in TV. Veniva riconosciuto perfino da persone che non conosceva non quando girava tra i campi. Racconta di quando un giorno stava mangiando a un tavolo e tre donne si sono avvicinate e gli hanno chiesto quale lavoro facesse. Una volta saputo, lo hanno tempestato di domande. Gli hanno chiesto quale sarebbe stato il suo incontro successivo e poi sono andate a vederlo far rimbalzare e passare le palline. “La parte buffa della storia è stata il giorno dopo, quando sono arrivato al torneo con una coppia di amici e mio marito, e non appena siamo entrati le tre donne hanno iniziato a urlare come se fossi una celebrità” ricorda divertito Novak. “Mi sono sentito importante in mezzo ai miei amici e loro ci hanno riso su.” A quanto afferma Garrido, Novak ha ricevuto solo ottimi feedback. “Sin dal primo giorno di allenamento, Jim è stato il più positivo tra tutti. Dicevi «Salta!» e chiedeva quanto in alto, dicevi «Corri!» e chiedeva quanto veloce. I ragazzi adorano lavorare con lui. Ho sentito solo un gran bene sul suo conto e quando poteva aiutava e guidava i più giovani. È stata una piacevole scoperta per il nostro team, qualcuno di cui su cui puoi far sempre conto”.

Garrido ha aggiunto che è ancora presto per dire se saranno necessari raccattapalle adulti per l’edizione 2023, in quanto in un mondo perfetto sarebbero già al completo con il gruppo di ragazzi tra i 14 e i 21 anni. Tuttavia dopo questo esperimento durato due tornei, Garrido non esiterà a chiamare adulti se dovesse servire. Per quanto riguarda Novak, ovviamente sa di dare una mano in qualità di sostituto, ma adesso che ha avuto un primo assaggio sarà felice di dare il suo contributo finché potrà. “Ho detto agli organizzatori che sono qui per aiutare se serve e posso sempre migliorare. Se invece non hanno bisogno di me, basta dirlo. Se sono a corto di ragazzi lo faccio volentieri e mi diverto.” ha detto Novak. “Qualora dovesse esserci maggior affluenza di giovani e fossi di troppo, andrebbe bene lo stesso.” E ha concluso che l’esperienza ha avuto solo un aspetto negativo: “Sfortunatamente non potrò più guardare con gli stessi occhi di prima un incontro di tennis, perché passerò tutto il tempo a seguire i raccattapalle”.

Traduzione di Lorenzo Andorlini

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Challenger

Vita da Challenger: la scommessa abruzzese

Cronache dell’altro tennis dalle tribune di Roseto degli Abruzzi

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Tennis Club Roseto (foto via Instagram tennisclubroseto)

Dal nostro inviato Andrea Negro

E poi succede che ci troviamo a Silvi Marina durante il challenger di Roseto, anzi i challenger, perché sono due, uno in fila all’altro. Siamo qui per scrivere, non solo di racchette: il mare d’inverno è come un film in bianco e nero visto alla tivvù – cantava Ruggeri – e il sottofondo ideale per recuperare l’ispirazione, aggiungiamo noi.

Appena sappiamo che a meno di mezz’ora di 500 si gioca il tennis che conta, poggiamo la penna e imbocchiamo la SS16. Nel risalire l’Abruzzo verso nord, l’Adriatica – questo il nome romantico della statale – esibisce uno dei tratti più suggestivi: finite le case di Silvi s’incrocia la Torre di Cerrano a guardia di una spiaggia immensa che pare di stare in Normandia, poi si attraversano Pineto e la sua profumata distesa di pini marittimi, infine ci si immerge in un lungo canneto con l’acqua a destra, le colline a sinistra e, dietro, il Gran Sasso, una gigantesca meringata di neve.

 

Roseto ci accoglie viva, i suoi 25.000 abitanti ne fanno il centro più popoloso delle cosiddette “sette sorelle”, i comuni costieri che scorrono dal confine con le Marche fino ai bordi di Pescara. Il tempo di un paio di rotonde ed entriamo nel parcheggio condiviso dal Tennis Club Roseto e dal palazzetto del basket – la squadra locale gioca in B. Il circolo è sorprendentemente grande per le dimensioni del paese, 200 soci e 10 campi, quattro in terra outdoor, quattro coperti, due di padel. E ottimamente organizzato: come spendiamo il nome di Ubitennis, gli addetti all’ingresso ci consegnano a Elisabetta Di Berardino, figlia del fondatore e ambasciatrice del club. In un attimo ci stampano il pass e veniamo presentati prima al presidente Luigi Bianchini, poi al direttore del torneo, Luca Del Federico. L’accoglienza è quella calda, confidenziale e vagamente accorta degli abruzzesi, di cui chi scrive conosce bene la consistenza, avendo avuto mamma e nonna aquilane.

Del Federico ci racconta la genesi dei challenger Roseto 1 e Roseto 2, al loro primo anno di vita. La scintilla è scoccata con il tennis tour “I love Abruzzo” dell’estate scorsa, una kermesse di tornei di seconda categoria culminata in quattro ITF internazionali, giocati tutti sul territorio abruzzese. Un format concepito da Del Federico e sviluppato grazie al supporto della Regione, attenta a rilanciare economia e turismo locali anche attraverso lo sport. Da quell’esperienza, che nell’arco di quattro mesi ha coinvolto nove città e portato in Abruzzo 2.300 tennisti, e dalla sospensione del challenger di Francavilla, ormai fermo da tre anni, è nata l’idea di sfruttare la struttura del Tennis Club Roseto per un nuovo challenger sull’Adriatico. Risultato: due main draw di prestigio – tra i 32 al nastro di partenza anche Vesely, Mager, Cobolli, Taberner, Rosol, Trungelliti, Haase – un montepremi di 45.000 € e un bel successo di pubblico.

Uno degli aspetti più gratificanti di un challenger è la possibilità di mescolarsi a tennisti e addetti ai lavori senza le barriere del circuito maggiore: rispetto ai tornei ATP infatti mancano infrastrutture e bodyguard a protezione dei giocatori, capita perciò di incontrarli facilmente. Ci succede con Luciano Darderi, passaporto italo-argentino, col quale chiacchieriamo amabilmente dei margini, dei sacrifici, delle ambizioni di un ventenne n. 210 del ranking mondiale (lo vedremo anche allenarsi, gran servizio, buone prospettive). Ci succederà più tardi con Federico Gaio.

Poco prima delle 11 ci uniamo ai già numerosi spettatori sugli spalti, ci sono due semifinali di livello, la seconda con Cobolli. Non stupisce la presenza di tanti appassionati, da queste parti c’è antica tradizione tennistica, si gioca e si guarda giocare, perfino nei 9° di un marzo anomalo che costringe al giaccone quando a fine inverno qui di solito si gira in pullover. Taberner e Sanchez Izquierdo iniziano puntuali, altra prova della buona organizzazione del torneo, che all’arbitro affianca cinque giudici di linea in divisa, medici di supporto, tabelloni digitali con nome, nazionalità, punteggio e misuratore del servizio.

Ai primi scambi subentra lo straniamento di quando si assiste dal vivo alla performance di un vero tennista. Non è come vedere un match su Challenger TV, dove il filtro dello schermo appiattisce e rallenta i colpi; dalle tribune si colgono la velocità di palla e di gamba, la coordinazione, le rotazioni, si chiarisce il significato di una prima a 190 all’ora. E sfuma in un attimo quella sorta di illusoria condivisione che, a causa della vicinanza, ci piazza in campo coi campioni, come se insieme giocassimo la partitella della domenica. La verità è che, a guardare chi sa come usare una racchetta, viene voglia di darsi agli scacchi.

Mentre i due spagnoli randellano, un uomo si accorge che prendiamo appunti e ci scambia per un coach. Lo informiamo del nostro umile lavoro di scribacchini, il che determina una serie di rivelazioni da parte di colui che, essendone socio, si fa testimone dall’interno delle dinamiche del circolo. La prima riguarda la carenza di talenti tra i tennisti di Roseto, pare che chi vuole emergere emigri a Mosciano S. Angelo, lontana 18 km e pronta ad investire sui giovani più promettenti. Poi si passa all’invadenza della Scuola Tennis che intasa i campi, soprattutto d’inverno, obbligando gli iscritti a litigarsi le poche ore libere. La nostra gola profonda chiude con un accenno polemico al propagarsi del padel. Ci segniamo tutto, non è propriamente cronaca sportiva, tuttavia la deposizione del socio merita attenzione, gli umori della piazza spesso nascondono verità inconfessabili da parte degli organi ufficiali.

Intanto Taberner ha tamponato in due set l’esuberanza di Sanchez. In attesa che attacchino Cobolli e Borges, ci concediamo una delle svariate eccellenze gastronomiche locali: insieme agli arrosticini, il panino con la porchetta rende totalmente inutile la presenza di McDonald sul territorio abruzzese. Con la squisitezza tra le mani, vediamo Cobolli gestire malissimo il primo set, riprendersi nel secondo ma poi smarrirsi definitivamente nel terzo, lasciando al portoghese una vittoria ampiamente alla sua portata. Forse al romano servirebbe un pellegrinaggio a Mosciano S. Angelo.

Aspettiamo che Flavio smaltisca la sconfitta avvicinando e conoscendo Federico Gaio, infagottato a studiare l’allenamento di Giustino, lunedì parte Roseto 2 e sono entrambi iscritti in tabellone. Gaio ha buone parole per l’organizzazione, l’unico appunto è sul freddo, davvero molesto, nei primi turni si è giocato sotto la neve: forse sarebbe stato opportuno spostare la coppia di challenger ad aprile o maggio. Annuisce anche Fabio Colangelo, coach di Gaio dalle chiare origini abruzzesi. Fatti i doverosi auguri a Federico, intercettiamo Cobolli per una piacevole intervista, già riassunta in calce alla cronaca su Ubitennis della partita con Borges.

Il programma delle semifinali ora è terminato e con lui il nostro compito di umili scribacchini. Rimane soltanto da ringraziare Elisabetta, Del Federico e Bianchini per la cordialissima ospitalità; e rifiutare l’invito al ricevimento nel giardino del circolo da parte dell’altrettanto cordiale direttore sportivo, Emiliano Aloisi: non è il caso di farci la reputazione di chi sfrutta il pass giornalisti per imbucarsi ai party, e pazienza se ciò comporta la rinuncia alla sicura grigliata di arrosticini e porchetta.

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