Intervista a Meloccaro, il volto di Sky per il tennis, già "stalker di Federer e Navratilova"

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Intervista a Meloccaro, il volto di Sky per il tennis, già “stalker di Federer e Navratilova”

Qualcuno lo chiama “il signore di Sky”. Lui è Stefano Meloccaro, volto di SkySport per il tennis, e a Wimbledon abbiamo colto l’occasione di fargli una intervista, parlando di McEnroe, Clerici e Tommasi come Borg e Connors e di come abbia fatto lo stalker a Federer e Navratilova

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Stefano Meloccaro

Stefano Meloccaro è uno dei volti storici di Sky e del tennis in tv. Approfittando della pausa pranzo e della sua cortesia abbiamo scambiato due chiacchiere (prima della finale femminile). È venuta fuori una conversazione piacevole tra un vero appassionato di tennis e un qualsiasi scribacchino.

Stefano, sono 15 anni di Wimbledon…
Sai da che cosa lo capisco? Una di queste telecamere avveniristiche di cui hai parlato l’altra volta mi ha ripreso da dietro. Se fai attenzione vedi il diradamento posteriore. Speriamo che non diventino come quelli di Nadal…

Cosa è cambiato in questi 15 anni?
Tutto e niente. Wimbledon ha questo di incredibile, è sempre tutto uguale ed è sempre tutto diverso. Tu c’eri l’anno scorso? Il ristorante ti ricordi che era sopra la sala stampa? I fiori sempre uguali e sempre diversi… Parlano sempre di tradizione tradizione… ma chi l’ha fatto il tetto? Ma la cosa assurda sai qual è? Che resta sempre lo stesso “family feeling”, il fascino antico non ti cambia. Io vengo qui e ancora non ci credo che ci posso venire ogni anno.

 

Com’erano i giocatori di 15 anni fa?
Bah, dovevo accontentarmi di Henman. Sampras era ormai alla fine, io c’ero quando ha perso con Bastl, ti ricordi?

Si (mento); ma erano più avvicinabili di ora o no?
È cambiato il codazzo. Tu magari li incontravi nei corridoi, davanti alla sala stampa, ti avvicinavi e chiedevi di fare due chiacchiere. Ma prova ora a intervistare Djokovic o Serena; devi chiedere ai loro agenti che magari ad un certo punto ti chiamano e ti dicono “ok, facci un paio di domande”.

Come va con gli italiani? Loro hanno qualche problema con la carta stampata…
Con la televisione è diverso, tendono a fidarsi di più. Lo diceva anche Panatta: preferisco rilasciare un’intervista alla tv, lì sono io che parlo; se qualcuno scrive chissà cosa scrive. In effetti se tu provi a scrivere “Fognini ha un tabellone facile” questa cosa resta scritta sulla carta, lui la legge e magari ci resta male e se lo ricorda la volta successiva che ti vede. Ma se gli porgi il microfono e gli chiedi “allora Fabio tabellone agevole..” quello magari ti dice “boh, guarda che Pospisil è forte sull’erba” e tutto finisce lì. La parola scritta, carta o web che sia, mantiene una certa solennità, che la televisione non ha.

Seppi? Con noi è sempre stato cortesissimo quindi immagino che anche con voi…
È il cugino altoateasino che vorremmo avere tutti, ragazzo straordinario. Devi considerare poi che io ormai comincio a diventar vecchio, quando li ho intervistati la prima volta erano ragazzini poi non è che diventano altezzosi. Ma poi con Seppi magari ti incontri in vacanza e scambi persino due palle.

Ci sono giocatori con cui vai d’accordo, con cui è più semplice entrare in contatto?
Mah, credo che almeno Federer ricordi vagamente la mia faccia. Se mi incontra mi saluta. Ma quello, così educato, saluta tutti… Poi lui è incredibile, l’hai sentito in conferenza stampa? Ricordava di aver messo otto prime nel primo game contro Murray. Non si scorda nulla. Ho fatto pure da stalker a lui e alla Navratilova. Arrivo al campo in cui si allena, vestito di bianco, con la racchetta in mano, pantaloncini… il prototipo del bravo tennista di Wimbledon insomma. Mi avvicino e gli dico “Roger, facciamo due scambi. A te non ti cambia niente, a me regali un ricordo meraviglioso”. Quello mi guarda in faccia, la racchetta, le scarpe, pare perplesso. Mi mette una mano sulla spalla e mi fa “le scarpe sono ok, la racchetta ce l’hai… vabbè continua ad allenarti, magari un giorno o l’altro facciamo due tiri”. Stessa scena con la Navratilova. Io sempre impeccabile nel mio completino bianco, da perfetto stalker ripeto la formuletta “a te non cambia niente ecc. ecc.” Lei mi guarda come Federer, però mi dice “e vabbè, facciamo ‘sti due scambi”. Ti rendi conto? Ho fatto due scambi con la Navratilova.

A questo punto pare inutile chiederti la soddisfazione più grande…
La soddisfazione più grande è sempre l’ultima in ordine di tempo. Ti faccio vedere (tira fuori il telefonino). Lo sai di chi è questo numero? (Sulla rubrica c’è scritto: John McEnroe).  Cioè ti rendi conto? Ho il cellulare di John McEnroe. Per intervistarlo ho pregato Sergio Palmieri, suo manager storico, di fare da tramite. Sergio mi richiama e mi fa: ti do il suo numero, ha detto che è ok, chiamalo. Gli ho scritto e mi ha risposto. Vedi questo sms? È suo. Quasi quasi me lo tatuo sul braccio…

Ma gli aspetti faticosi nel tuo lavoro ci saranno no?
Chiaro, come tutti i lavori ha anche i suoi momenti duri. Ma sono molti di più quelli belli, fidati. E poi abbiamo un gruppo ottimo. Tu hai parlato solo di quelli che sono qui a Londra, ma a Milano abbiamo cinque sale di montaggio. Una redazione tennis è una squadra di telecronisti e voci tecniche professionali e appassionati. Esempio: realizziamo l’intervista, i ragazzi la mandano a Milano dove la “lavorano” montatori bravissimi. L’intervista diventa un file da inserire in una scaletta. Assieme a mille altre cose. E poi, magicamente, 3, 2, 1… in onda! Ci vuole una squadra preparata e attenta perché tutto questo funzioni senza errori e risulti interessante per il pubblico. Che peraltro, nel tennis, è spesso composto di “studiosi” molto competenti, pronti a beccare ogni sbavatura…! E poi, fammi dire una cosa: i “famosi” – cioè quelli che vanno in onda, mi ci metto pure io – saranno pure bravi. Ma i “non famosi” – tutti quelli che lavorano dietro le telecamere: regia, coordinamento, tecnici, truccatori e parrucchieri,  devono esserlo altrettanto, se non di più. E fanno un lavoro delicato e mai abbastanza celebrato.

Ma come vivete questo cambiamento nel modo di comunicare? Sai che tanti rimpiangono Tommasi e Clerici.
Si, certo che lo so, figurati se non li amo anch’io. È stato un grande onore poter lavorare con loro. Ma rimpiangere Rino e Gianni è come rimpiangere Borg e Connors. Anche se io li ritengo delle colonne, e infatti qui abbiamo anche riportato Gianni al microfono, per parlare di Serena. Ma il passare del tempo va accettato.  Quindici anni fa si accendeva la telecamera e partivi con i convenevoli: “Buongiorno Roberto, come stai?” e magari aspettavi la risposta ecc. Oggi dopo 10 secondi devi già essere sulla prima notizia. Il ritmo è incalzante, della tua opinione frega poco, vogliono sapere cosa pensa Federer o Djokovic o Nadal. Che poi neanche decidi tu quando ascoltarli, ma ti chiama il loro staff e ti dice “due domande, fatteli bastare”.

Ma la qualità in qualche modo ne risente?
Credo sia cambiato il concetto stesso di qualità. Che un tempo era prevalentemente nel contenuto “giornalistico”. Oggi, parlo di TV, è nella qualità delle immagini, montaggio serrato, racconto senza troppi fronzoli e asciutto al massimo. Ma di tennis se ne sai, viene fuori comunque. E anche il contrario, chiaro…!

Stefano ne approfitto per una cosa che mi pare divertente. Visto che sono qui, i lettori – ma anche qualche nostro cronista, anche noi abbiamo una squadra folta – mi dicono: “ma scusa non puoi dire a Meloccaro” e partono con tutte le richieste del mondo. “Perché Sky non ha trasmesso Seppi? Perché i rumori di fondo del campo sono così attutiti?” Insomma Meloccaro, prenditi le tue responsabilità, migliora quegli effetti sonori!
Ma è ancora niente. Un giorno mi incontra una signora e mi dice “ma lei è il signore di Sky?”. Ti lascio immaginare. Io tutto contento “ma certo signora c’est moi. Sono io”. Quasi preparandomi per l’autografo… “Ah senta, volevo dirle… a casa mia Sky non si vede bene, forse c’è un problema con l’antenna ma lei non può fare nulla?”. Che dovevo dirle? Ma certo signora, adesso vengo a sistemare l’antenna.

Cosa ti ha divertito di più a Wimbledon?
La vuoi sapere una cosa? Io non so se te ne sei accorto ma ci sono queste signore, diciamo non più giovani, che si aggirano per i campi laterali. Se trovano posto si siedono e si guardano una partita per 2, 3 ore. Se ci fai caso ai cambi di campo bevono. Ma lo sai che quella non è acqua? E manco te. È vino bianco! Cioè se la partita si prolungano escono dal campo ubriache, credimi!

Ma sì, mi ero accorto di qualcosa… Mi ero insospettito quando avevo chiesto un sorso d’acqua ad una di queste signore e loro avevano cominciato a tergiversare imbarazzate… A proposito: un tuo momento imbarazzante?
Arriva Stich in studio. Io con la mia brava domandina ad un certo punto chiedo “cos’è che ricordi più intensamente della tua vittoria del 1991 a Wimbledon?” Lui con tranquillità mi risponde “quando l’arbitro disse Game, Set e Match Becker”. “Cavolo”, penso… “Ho sbagliato l’anno”. Però vedo che lui continua come se niente fosse. Ci ho messo un po’ a capire che mi stava raccontando dell’errore dell’arbitro che appunto chiamò Game, Set e Match per Becker invece che per Stich, solo che col boato del pubblico nessuno se ne accorse mai. Un’altra volta comincio un’intervista con Krajicek – per fortuna registrata – e parto. “Dopo la tua vittoria a Wimbledon del 1997…” “Ah bello”, mi interrompe, “guarda che era il 1996”. E pensa che io l’avevo detto in italiano….

Stefano, prima di andarci a vedere Serena che si mangia la Muguruza (copyright Melo durante LjuboTime) che farai adesso? Scriverai un libro?
Vedi che li hai anche tu i momenti imbarazzanti? Io un libro l’ho già scritto: Braccio d’oro. Ovviamente dedicato al grande Capitano, Paolo Bertolucci. Però dai, sei giustificato. Dopotutto l’hanno comprato solo i miei parenti intimi, e forse i suoi. Ah, la casa editrice è fallita subito dopo, non ho mai visto un centesimo. Anzi, sono andato in totale perdita, comprai il mio primo portatile per scriverlo…

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Coppa Davis, i rimpianti di Sonego dopo il ko: “Una lezione, l’emozione mi ha tradito”

Le parole del tennista azzurro dopo la deludente sconfitta contro Gojo: “Sono stato troppo precipitoso. Io dispiaciuto”

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TORINO, ITALY - NOVEMBER 29: Davis Cup by Rakuten Madrid Finals 2021 at Pala Alpitour on November 29, 2021 in Torino, Italy. (Photo by Jose Manuel Alvarez / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)
TORINO, ITALY - NOVEMBER 29: Davis Cup by Rakuten Madrid Finals 2021 at Pala Alpitour on November 29, 2021 in Torino, Italy. (Photo by Jose Manuel Alvarez / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

Visibilmente dispiaciuto e amareggiato, Lorenzo Sonego si è presentato in conferenza stampa dopo il match di Coppa Davis perso contro il croato Borna Gojo provando a spiegare le cause di un’implosione vera e propria, quella che lo ha visto protagonista sul campo del Pala Alpitour. Dopo aver vinto il secondo set, in molti si sarebbero aspettati una vittoria al terzo in rimonta, come con il colombiano Meija due giorni prima, ma il tennista torinese ha avuto un evidente cedimento nervoso.

“Ho perso un brutto primo set, e quando parti male vedi tutto in salita – ha spiegato Sonego -. Ho sentito la pressione, ma fa parte del gioco e bisogna saperla gestire. Cosa non ha funzionato? Ero lento, non riuscivo a giocare veloce. Ho avuto troppi passaggi a vuoto. Non ho avuto continuità. Sono partito bene ma poi sono calato. Poi mi sono ripreso nel secondo set ma sono calato di nuovo. Troppi alti e bassi. Da un lato ci sta, perché non ho grande esperienza di Coppa Davis. Tanta emozione e un po’ di stanchezza mi hanno tradito. Ho fatto due grandi partite, la seconda meno buona della prima… E poi ho perso questa. Una lezione che mi servirà per il futuro”. Per Sonego vittorie contro Opelka e Meija, poi un ko contro Gojo, attuale 279 ATP, che sicuramente ha colto di sorpresa tutti. “Che cosa mi dava noia del suo gioco? Il suo servizio, sicuramente – ha detto Sonego analizzando quanto è accaduto in campo -. Ma il problema è stato che tendevo a esagerare, avevo troppa fretta, e invece di stare lì tranquillo a palleggiare, ero precipitoso e sbagliavo”.

Sonego: “Bellissimo giocare a Torino, mi spiace ancora di più per questo”

Sonego fa poi un bilancio della sua esperienza in Davis a casa sua, Torino: “E’ stata una grande emozione giocare queste tre partite in casa, bellissimo giocare davanti ad amici, familiari… spero di avere altre occasioni per rigiocare qui… Mi sono divertito – dice Sonego con aria per la verità triste e sconsolata – ho lasciato l’anima in campo, mi dispiace ancora più perdere una partita in questa situazione”. A Lorenzo, infine, viene chiesto un parere sulla partita di doppio contro Mektic e Pavic, che sarebbe decisiva solo se Sinner battesse Cilic (la conferenza si tiene proprio mentre i due numeri uno sono in campo). Alle Olimpiadi Tokyo, Sonego e Musetti andarono vicini a battere i due croati poi medaglie d’oro: “Mektic e Pavic non sono fenomeni in risposta, ma giocano molto bene a rete. A Tokyo c’è mancato poco. In generale penso che due singolaristi forti possano battere anche i migliori doppisti, soprattutto in condizioni così lente. Non so se giocherò io, siamo cinque giocatori, tutti pronti e competitivi”.

 

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Lleyton Hewitt si scaglia contro il trasloco della Coppa Davis ad Abu Dhabi: “Sarebbe la fine”

Il capitano australiano non usa mezzi termini: “Hanno già gettato fuori dalla porta tutto ciò che rendeva affascinante la Davis, adesso vogliono distruggere la porta e anche la casa”

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Lleyton Hewitt, capitano dell'Australia, alla Davis Cup by Rakuten 2021 (Credit: Giampiero Sposito, Torino, 23 Novembre 2021)

Da quando si è accomodato sulla panchina della nazionale aussie, Lleyton Hewitt ha addomesticato gli impulsi più focosi che ne avevano caratterizzato le gesta nel rettangolo di gioco, ma l’istinto è l’istinto, e il personaggio rimane poco incline a chinare la testa di fronte ai soprusi. L’ex ragazzaccio di Adelaide si presenta un po’ abbacchiato in conferenza stampa dopo la secca sconfitta patita contro la Croazia nell’esordio Davis a Torino, ma la delusione sportiva, cocente ma pur sempre figlia di questioni di campo e comunque calmierata da una matematica che ancora non condanna nessuno, diventa lucida rabbia quando i cronisti lo incalzano sull’hot topic del momento, vale a dire l’ulteriore mutamento a cui starebbe andando incontro la cara, vecchia manifestazione.

Come noto, il board dell’ITF la prossima settimana dovrebbe prendere in esame la possibilità di un trasloco della grande kermesse per nazionali, con gli Emirati Arabi come destinazione finale per i prossimi cinque anni. Gerard Piqué, l’ideologo della rivoluzione, sembra notevolmente spaventato dal bagno di sangue economico registrato nell’edizione d’esordio nel 2019, e dopo l’apprezzato stop imposto dalla pandemia gradirebbe evitare di incamerare altri debiti che si presumono ingenti. Il processo assomiglia in modo sinistro a quello conclusosi con l’assegnazione del mondiale di calcio 2022 al Qatar: poche garanzie rispetto alla reale affluenza di pubblico ma una montagna di soldi utili a rincuorare chi dello sport non sembra avere una concezione particolarmente popolare. Hewitt, già più volte critico nel corso degli ultimi quattro anni con la radicale riforma della Coppa, rompe gli argini e dice la sua, scegliendo parole discretamente lontane dal concetto di mediazione. “Nessuno mi ha interpellato in merito – esordisce -, ho solo sentito qualche voce a riguardo, ma se ciò dovesse accadere sarebbe ridicolo, la Coppa Davis non esisterebbe più“.

Assecondando il Lleyton-pensiero, gran parte del fascino che il mondiale per nazioni aveva costruito in oltre cento anni di storia si è già spento, insieme all’atmosfera incendiaria di un evento che si cibava del feroce entusiasmo del pubblico di casa e della necessità di sopravvivere al clima da corrida nelle trasferte più disparate. “Guardate per esempio al bellissimo, ampio, meraviglioso palazzetto in cui abbiamo giocato oggi“, continua il capitano australiano, “non era esattamente pieno, non abbiamo ricevuto un grande supporto. Penso che in passato gran parte della magia fosse garantita dalla gente, non importava ci trovassimo in Australia o alle Hawaii. Essere letteralmente trascinati dal nostro pubblico quando giocavamo in casa era magico, ma era magico anche giocare in trasferta, con tutti contro, perché dovevi trovare il modo di venire fuori da situazioni complicate cementando il gruppo. A volte io e Tony Roche raccontiamo ai ragazzi delle vecchie avventure in nazionale, e sono triste per loro, deluso perché non le possono vivere. Penso ad Alex De Minaur, amerebbe ritrovarsi in quelle situazioni. La Davis rappresentava il momento più alto del nostro sport, con partite in cinque set come solo negli Slam. Hanno gettato tutto questo fuori dalla porta, e adesso vogliono distruggere la porta e la casa. Dovessero davvero trasferire tutto ad Abu Dhabi per cinque anni sarebbe la fine, una cosa ridicola, ucciderebbero definitivamente la competizione“.

 

Naturalmente, vista la piega presa dalla situazione, sono esistite ed esistono campane discordanti e opposte, suonate da chi ritiene che un cambiamento, Abu Dhabi o meno, sarebbe stato in ogni caso ineludibile. Novak Djokovic, recentemente espressosi sull’argomento, ha sottolineato come la vecchia versione della Coppa non fosse più sostenibile, auspicando però rilevanti modifiche di quella corrente. La principale, secondo il numero uno ATP, dovrebbe riguardare la collocazione delle partite: un’ipotesi consisterebbe nel raddoppiare il numero delle sedi ospitanti, al fine di promuovere lo sport della racchetta. I grandi fautori della riforma, inoltre, solevano foraggiare le loro tesi battendo su un tasto a loro dire dolente: la vecchia Coppa, sparpagliata durante l’anno ai quattro angoli del globo, non attirava più i grandi giocatori. Nemmeno in questo caso, tuttavia, Lleyton Hewitt ha mai notato un reale problema.

Le stelle giocavano eccome la Coppa Davis. Forse Roger Federer qualche volta si è negato, ma anche lui ha fatto di tutto per iscrivere il proprio nome dell’albo d’oro, e lo ha fatto quando era il più grande giocatore di tutti i tempi. Novak Djokovic è stato presente ogniqualvolta contasse per la Serbia, e sappiamo cosa abbia passato Andy Murray per consentire alla Gran Bretagna di vincere. Sascha Zverev ha sempre giocato, è venuto a sfidarci a Brisbane e ha significato qualcosa di immenso per lui. Adesso c’è anche l’ATP Cup: non vorrei sembrare di parte perché si gioca in Australia, ma tutti i migliori giocatori ne hanno preso parte e la cornice di pubblico è sempre stata clamorosa. Un grande servizio non solo per il nostro Paese, ma per il nostro sport“.

Come sempre, voci pure autorevoli come quella di Hewitt verranno ascoltate il giusto, questioni di tale portata purtroppo decidendosi ai piani alti, e stavolta non dovrebbe andare diversamente. “Nessuno mi ha interpellato quattro anni fa e non vedo perché dovrebbero farlo adesso. Le decisioni vengono prese da un calciatore e dalla compagnia che lo sostiene, ma non credo che queste persone conoscano a fondo il tennis e quello che sarebbe utile a renderlo migliore. Boicottare la Davis in caso davvero si trasferisse negli Emirati? Questo mai, ogni volta che ci sarà data la possibilità di indossare la nostra maglia saremo in prima linea, e daremo tutto“. Povero Lleyton, povera Davis. Sperando che nella stanza dei bottoni qualcuno accenda la luce. Ammesso non siano già stati venduti i bottoni e le lampadine.

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Novak Djokovic sulla Coppa Davis: “Aggiungiamo altre tre città ospitanti”

Il suggerimento di Nole per avere più pubblico arriva proprio mentre circola la notizia del trasloco ad Abu Dhabi

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Novak Djokovic - Finals Davis Madrid 2019 (Photo by Fran Santiago / Kosmos Tennis)

Sfiorata l’impresa del Grande Slam, deluso ai Giochi Olimpici e messe le mani sul numero 1 di fine stagione per la settima volta con tanto di record, Novak Djokovic si appresta a dare l’assalto all’ultimo degli obiettivi che di volta in volta gli sono capitati a tiro in questa stagione particolarmente lunga – forse non per lui che ha saltato parecchi eventi del Tour, ma che in ogni caso non lascerà molto spazio alla off season, soprattutto per chi arriverà in fondo alle Finali di Coppa Davis. Dopo la prima edizione con il nuovo formato nel 2019 alla Caja Mágica, almeno in parte salvata dalla trionfante Spagna di Rafa Nadal, l’anno scorso Piqué e soci hanno preso al balzo la palla pandemica per cancellare anzitempo le Finali. Disinfettatisi le mani, l’atto conclusivo dell’edizione 2021 sta per andare in scena non in una, non in due, bensì in tre differenti location con lo scopo di avvicinare almeno un altro paio di squadre al proprio pubblico.

La questione pubblico – oltre al mero eppure mai secondario aspetto economico – è centrale per una manifestazione a squadre per Nazioni e la fase finale in sede unica a cui si è passati con l’ingresso del Gruppo Kosmos aveva da subito sollevato perplessità anche per questo motivo. Appena arrivato a Torino per le ATP Finals, Djokovic si era espresso a favore di un più frequente cambio di sede, pensiero che in qualche modo applica anche a questo evento. “La Coppa Davis è passata da un estremo all’altro un paio di anni fa quando l’intera competizione si è tenuta in una sola città, cosa che non mi piaceva affatto” ha poi detto Nole al giornalista Saša Ozmo, come riportato su TennisMajors. “D’altra parte, credo che nemmeno il vecchio formato fosse la soluzione migliore. Il mio voto va a qualcosa nel mezzo, qualcosa di simile a quello che stanno cercando di fare ora”.

Ecco allora quale cambiamento si potrebbe apportare per migliorare il formato secondo l’opinione del 20 volte campione Slam. “Aggiungerei altre tre nazioni ospitanti, in modo che che ci sia un Gruppo in ogni città [ora abbiamo due gironi per sede], seguiti da una fase a eliminazione direttua in una città. Inoltre, cambierei le sedi ogni due anni, così come farei con le ATP Finals”. 18 squadre in 6 città, dunque: il formato originale è a sole altre tre di distanza. Risuardo al Mastersi aveva in realtà suggerito un cambio ogni tre o quattro anni, ma l’idea di base è la stessa: “Sento che queste due competizioni rappresentano una grande opportunità di portare il nostro sport in luoghi dove non è popolare al momento, il che sarebbe ottimo per promuoverlo”.

Vedremo quale sarà la reazione di Novak se verrà confermato il trasloco ad Abu Dhabi negli Emirati Arabi Uniti, per i prossimi cinque anni: una scelta non esattamente in linea con i suggerimenti del numero uno del mondo e, molto probabilmente, con l’opinione di di diversi giocatori e appassionati. A questo proprosito, Leon Smith, capitano della squadra britannica, ha dichiarato che “sarebbe giusto che se ne potesse parlare prima che venga presa una decisione definitiva. Se parli con qualunque dei giocatori o dei capitani che hanno vissuto l’atmosfera [del formato originale]”, il contesto è davvero importante. Che sia in casa o in trasferta, lo stadio è pieno ed è la cosa migliore per i giocatori e il programma”.

 

Tornando a Djokovic, la Serbia, inserita nel Gruppo D di Innsbruck, esordirà venerdì 26 alle 16 contro l’Austria. Dominic Thiem non sarà l’unico assente, perché a causa delle recenti restrizioni adottate dal governo di Vienna in seguito alla nuova impennata di contagi, “la brutta notizia è che giocheremo tra le tribune vuote, ma la Serbia è nei nostri cuori e cercheremo di portare gioia al nostro popolo a casa”. E conclude spiegando di non aver ancora deciso la sua programmazione dopo la Coppa Davis e ne parlerà con il proprio team, ma di sicuro si prenderà un periodo di riposo.

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