US Open, italiani: bene Fognini avanti con Seppi e Vinci. Fuori Cecchinato, male Bolelli

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US Open, italiani: bene Fognini avanti con Seppi e Vinci. Fuori Cecchinato, male Bolelli

Andreas Seppi e Roberta Vinci sono i primi azzurri a qualificarsi per il secondo turno, entrambi senza perdere un set. Fuori dopo un’ora e mezza Simone Bolelli, che gioca alla pari il primo parziale ma poi cede di schianto i due successivi contro un ottimo David Goffin. Marco Cecchinato vince il primo set al tiebreak contro Mardy Fish prima di subire la rimonta dello statunitense che continua la sua avventura a New York per l’ultima volta in carriera. Avanza invece Fabio Fognini, che recupera un set a Johnson portando a casa la partita in 4 set

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[32] F. Fognini b. S. Johnson 2-6 6-3 6-4 7-6 (2) (da New York, Vanni Gibertini)

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Porta a casa una gran partita il nostro Fabio Fognini, che riesce a ribaltare un match iniziato veramente male e ad interrompere così un digiuno di vittorie sul veloce che durava da quasi 10 mesi, ovvero dal primo turno del torneo di Valencia 2014, quando aveva sconfitto lo spagnolo Ramos prima di fermarsi davanti a Murray.

 

Nonostante gli inevitabili drammi che una partita di Fognini inevitabilmente propone, il ligure è stato bravo a non andare via di testa dopo un primo set giocato in maniera quasi perfetta da Johnson (22 vincenti e solo 2 errori gratuiti) e nel quale in servizio non lo ha per nulla sostenuto (un misero 38% di prime palle e 27% di punti vinti sulla seconda). Volato via il primo parziale in soli 23 minuti, il Fabio nazionale ha beneficiato dell’atteso calo di Johnson, che ha iniziato a sbagliare qualcosa soprattutto con il rovescio tagliato, ed ha iniziato a patire molto il fatto di palleggiare piuttosto lontano dalla riga di fondo, venendo costretto spesso e volentieri a correre da una parte all’altra del campo dalle accelerazioni di un Fognini ben posizionato dentro al campo.

Steve Johnson, in ogni modo, ha le sue colpe per la sconfitta subita: il californiano ha avuto numerose occasioni per staccare l’avversario, ma spesso e volentieri non ne ha saputo approfittare, come sul 2-0 nel secondo set, quando ha restituito immediatamente il break a Fognini perdendo il game da 40-15 con un doppio fallo e ben tre gratuiti. Oppure come nel terzo set, quando è stato per ben due volte in vantaggio di un break, e si è sempre lasciato riacciuffare, finendo poi per cedere il parziale per 6-4 subendo sempre di più la risposta di Fognini che man mano che passavano i minuti riusciva a contrastare in maniera sempre più efficace il servizio di Johnson.

Pazzesco anche il quarto set, nel quale Johnson è andato avanti subito di un break sul 2-1, sfruttando un calo di tensione di Fognini, che ha commesso due doppi falli, uno all’inizio ed uno alla fine del game; poi però è mancato sul più bello, quando servendo per il set sul 5-4 (dopo essersi visto annullare un set point sul 5-3 da un ace dell’italiano), Johnson ha ceduto il servizio a zero con tre doppi falli consecutivi, un paio dei quali con servizi fuori di diversi metri. A quel punto Fognini si è arrabbiato con l’arbitro, reo di non aver ammonito Johnson per abuso di racchetta (sarebbe stato un penalty-point, dal momento che l’americano era già stato ammonito nel secondo set per aver scagliato una palla fuori dalle tribune del campo 17). La sfuriata però probabilmente gli ha fatto bene, perché non solo ha annullato con grande brillantezza le due palle break nel gioco successivo, ma soprattutto perché nel tie break ha sfoderato alcuni colpi da cineteca che lo hanno mandato subito 5-0 per poi chiudere 7-2 dopo 2 ore e 40 minuti di match.

A parte l’ammonizione rimediata per aver lanciato la racchetta contro i teloni di fondo sul 2-4 nel quarto set, Fognini ha comunque fatto vedere progressi comportamentali in una partita difficile, giocata “fuori casa” contro un americano, con parecchio rumore intorno (c’era la cerimonia di inaugurazione del tetto del centrale in corso, e la musica si poteva sentire distintamente sul campo 17), e con tante situazioni nelle quale avrebbe potuto “sbroccare”. Forse è merito di “Carlo”, l’alter ego che Fognini si è inventato in modo da poter urlare un nome a caso invece di imprecare e rischiare l’ammonizione. “Carlito Perez di Pordenone Terme” è il suo pseudonimo, creato da Bolelli, che viene usato da Fognini per sfogare la sua rabbia senza sconfinare nel turpiloquio. Se funziona, noi siamo tutti con Carlito.

[25] A. Seppi b. [Q] T. Paul 6-4 6-0 7-5 (da New York, Vanni Gibertini)

Stats Seppi-Paul

La prima vittoria italiana dell’US Open 2015 arriva per mano di Andreas Seppi, che passa al secondo turno senza perdere un set superando, non senza qualche patema, il qualificato americano Tommy Paul, classe 1997, campione in carica del Roland Garros junior. Il match, programmato sul campo 6, ha offerto a protagonisti e pubblico l’”esperienza Flushing Meadows” in tutte le sue sfaccettature: caldo umido appiccicaticcio nonostante il cielo a tratti coperto, grande trambusto di sottofondo dovuto alla prossimità della South Plaza e del campo 5 sul quale era impegnato Dimitrov prima e Tommy Haas poi, palle che piovono dai campi adiacenti e gente che si muove con grande disinvoltura durante il gioco.

Seppi ha fatto leva sul suo grande mestiere per venire a capo di un match che avrebbe anche potuto complicarsi più del dovuto, dato che nel primo parziale l’italiano ha dovuto rimontare da 1-4, dopo aver salvato due palle per lo 0-4 ed altre due chance del 2-5. La partenza “diesel” di Andreas era stata contrata magnificamente dall’esuberanza giovanile di Paul, che senza alcun timore reverenziale aveva iniziato con l’acceleratore a tavoletta e non aveva perso tempo ad avvantaggiarsi dell’atteggiamento attendista di Seppi. Dall’1-4 però il giovane yankee comincia ad irrigidirsi troppo, andando sopra giri in diverse occasioni e cedendo la battuta dal 40-15 sul 4-2 in suo favore. Da lì Seppi mette a segno una sequenza di 11 giochi consecutivi che gli consentono di riacciuffare il primo set per 6-4 ed il secondo per 6-0 dopo meno di un’ora di gioco.

Si poteva pensare che il match sarebbe proseguito senza scossoni verso la fine, ma Seppi si concede un’altra pausa, soprattutto con il diritto, che nella giornata lo ha spesso tradito (ha ripetutamente dato segno di non essere contento della tensione delle corde), e si fa breakkare per lo 0-2 in apertura di set. Saranno ben 12 gli errori gratuiti per Andreas dalla parte destra nel terzo set, vinto anche questo in rimonta, anche se in maniera molto meno agevole. Paul infatti è molto più abile a mantenere lo scambio, riuscendo a tenere molto bene con il rovescio bimane e trovando anche qualche pregevole conclusione vincente al termine di scambi prolungati. Andreas è comunque molto concreto nei due game nei quali ottiene il break, prima per impattare e poi per andare a servire per il match sul 5-4. Qui però l’alto-atesino si incarta in diversi errori piuttosto banali, tra cui un diritto a campo aperto in rete ed un doppio fallo su uno dei due match point avuti a disposizione, e concede il 5-5. Il giovane Paul però anche lui sente la pressione del momento e non approfitta dei diritti di Seppi sempre piuttosto corti, concede quattro errori gratuiti da fondo e dà il via libera ad Andreas, il quale chiude al quarto match point, non senza aver commesso un altro doppio fallo sul terzo.

Ascolta Seppi e Paul nelle interviste post-match

Ascolta coach Sartori su Seppi e sul suo giovane avversario di oggi

M. Fish b. M. Cecchinato 6-7(5) 6-3 6-1 6-3 (da New York, Luca Baldissera)

Stats Cecchinato-Fish

Il grandstand adiacente al vecchio centrale, il Louis Armstrong stadium, insieme al “court” 17 è forse il campo dove si crea l’atmosfera più coinvolgente per spettatori e giocatori qui a Flushing Meadows. E’ probabile che la scelta di programmare il match tra Mardy Fish (attualmente 581 ATP, ma ex numero 7), all’ultimo torneo della carriera e amatissimo dal pubblico, e Marco Cecchinato (106 ATP), esordiente assoluto in un tabellone Slam, in un catino del genere, dove il tifo può fare la differenza, non sia stata casuale.

La mattinata è calda, con cielo velato e umidità notevole, gli spalti si vanno rapidamente riempiendo mentre Cecchinato, comprensibilmente contratto, cede il servizio d’apertura. Fish al contrario entra subito in partita, in particolare con i colpi di inizio gioco, si porta sul 2-0, ma l’italiano è bravissimo a scrollarsi la tensione di dosso, mette a segno un bel passante lungolinea di rovescio, tiene la battuta e rimane in scia. Sul 3-2 Fish con l’americano al servizio manca una palla break, poi si procede seguendo i turni di battuta fino al 5-4 Fish, quando Mardy, nel momento di chiudere, concede altre due palle break, la seconda delle quali viene sfruttata da Marco: 5 pari. Qui l’italiano annulla bene col servizio il primo break point dal game d’esordio, e completa il sorpasso andando 6-5 sopra.

Fish sembra perdere sicurezza, concede e annulla tre set point (il terzo con una grande demi-volée), e grazie a una risposta di rovescio steccata da Cecchinato si rifugia nel tie-break. Dopo uno scambio di minibreak, Fish sul 5 pari con due gratuiti cede il parziale. Ottimo Marco in particolare a livello di solidità mentale, Mardy brillante ma discontinuo (24 gratuiti non sufficientemente bilanciati da 18 vincenti), primo set meritatamente azzurro. Curiosamente, il giudice di sedia continua a pronunciare il nome dell’italiano come “Ceccinato“. Corrado Barazzutti, seduto a lato della tribuna stampa, sembra soddisfatto, così come coach Cristian Brandi.

A inizio secondo set, Fish grazie a un calo di tensione di Cecchinato, si porta sul 2-0, ma viene subito ripreso dall’italiano. Mardy ora sembra distratto, alza spesso gli occhi al tabellone del punteggio, l’impressione è che anche fisicamente Marco ne abbia nettamente di più. Si procede seguendo i servizi, finchè un po’ a sorpresa Cecchinato si incarta in due errori di rovescio, cede la battuta, e manda Fish a servire sul 5-3: arrivano due setpoint consecutivi annullati, due palle break, e poi alla terza occasione l’americano chiude 6-3. Un secondo parziale più concesso dall’italiano che conquistato da Mardy, ma tant’è.

Comincia il terzo, e mentre Fish sembra rinato Marco appare sempre più bloccato, va sotto 3-0 con due break, e chiama il fisioterapista per un fastidio alla parte bassa della schiena. La qualità del gioco non è alta ora, molti errori da parte di entrambi, ma Cecchinato sembra aver perso lucidità prima ancora che brillantezza fisica, e il modo con cui cede il terzo set per 6-1 ne è la dimostrazione. Stesso andamento, purtroppo, anche nel quarto: tutta la solidità che aveva permesso a Marco di contenere alla grande, e mettere anche sotto, l’esperto americano, è scomparsa. Tanti, troppi rovesci sbagliati, poca continuità – che sarebbe l’arma migliore di Marco, che si rimprovera ad alta voce per le poche prime palle messe in campo, qualche bella cosa di Fish, e dopo aver annullato match-point sul 2-5, Cecchinato cede per 6-3 al quarto set. Peccato per il risultato, ma bellissima esperienza per il nostro giocatore, con l’augurio che sia un punto di partenza importante per il futuro.

Ascolta Cristian Brandi, allenatore di Cecchinato ed ex allievo di Riccardo Piatti, elogia il suo pupillo: “E’ da primi 50 del mondo”.

 [14] D. Goffin b. S. Bolelli 6-4 6-1 6-2  (da New York, Ruggero Canevazzi)

Stats Bolelli-Goffin

Simone Bolelli resiste un set contro un ottimo Goffin, l’italiano è partito bene con colpi profondi e servizi potenti, ma si è spento alla distanza subito dopo aver perso il primo set, carico di rimpianti per non aver sfruttato una palla-break a suo favore che lo avrebbe mandato sul 4-2, ma soprattutto per non aver raccolto i regali del belga nel sul 4-3 e servizio Goffin, dopo che la tds n.14 aveva strappato lui il servizio all’italiano nell’ottavo game. Gli altri due set sono stati un monologo di Goffin, che ha alternato ottime giocate, ace e servizi convincenti, a fronte degli errori e dei colpi leggeri dell’azzurro, davvero in cattiva giornata. Dopo 1 ora e 33 minuti di partita un azzurro è già fuori dagli Open.

La giornata di Bolelli comincia alle 11 sul campo 13, ma il clima tropicale con relativa umidità rende forte la tentazione di seguire il match dalla TV della sala stampa. Come se non bastasse, il chiasso proveniente dagli altri campi è enorme: “Lockdown of Heaven” di Bruno Mars è solo la prima canzone di una playlist che non finirà mai se non alla fine della giornata… Finita qui? Niente affatto, perché le urla dell’inserviente che dà indicazioni a chi deve entrare sembrano, anzi sono, ininterrotte: “Go back, on your right”, come se fosse un mantra. Come facciano i giocatori a giocare in questo contesto è un mistero che amplifica l’ammirazione verso i protagonisti della racchetta.

Simone parte bene con topponi profondi ma Goffin è in palla e si arriva al 3-2 Bolelli molto velocemente. Qui l’azzurro parte si procura una palla-break grazie a una gran risposta di dritto lungo linea in anticipo, ma non riesce a sfruttarla. Nel gioco successivo è allora il belga a brekkare il tennista di Budrio, che chiude mestamente con un doppio fallo. Sul 4-3 e servizio Goffin, c’è subito l’occasione di restituire il break, ma sul 15-40 Goffin annulla la prima palla-break e sulla seconda una pessima risposta lunga dell’azzurro su una seconda non irresistibile del n.14 del mondo fanno svanire l’opportunità. Goffin chiude 6-4 dopo 37 minuti di partita.

Il match è comunque gradevole, ma non la pensa così un’attempata coppia alla mia destra in tribuna, serenamente assopita tra le braccia di Morfeo. Si riveleranno degli intenditori formidabili, dato che i due set successivi sono un monologo di David Goffin, che chiude il secondo parziale 6-1 al primo set-point, strappando tre violte la battuta a Bolelli. Nel terzo Simone accenna una reazione, ma il belga oggi è troppo superiore e chiude 6-2 dopo poco più di un’ora e mezza. Brutta giornata per Bolelli, apparso dopo il primo set dimesso e impotente. Goffin affronterà al secondo turno il vincente di Berankis-Sousa.

In conferenza stampa, Bolelli ha ammesso di non aver giocato bene, specificando che dopo Wimbledon i problemi alle ginocchia lo hanno costretto a stare fermo un mese. Si è poi espresso sulla Davis in Russia e sul doppio che qui lui e Fognini giocheranno contro il filippino Huey e il britannico Fleming.

R. Vinci b. V. King 6-4 6-4 (da New York, Luca Baldissera)

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Una dote fondamentale per un professionista di alto livello, nel tennis, è la capacità di ricavare il massimo da quello che si ha a disposizione in ogni singolo momento: calma, testa e tattica, insomma, e Roberta Vinci ne ha da vendere.

Opposta alla “rediviva” Vania King (attualmente 414, ma ex 50 WTA), sul campo 13, l’azzurra è incappata in una giornata storta con il dritto, tanti errori gratuiti, steccate, palle affossate in rete. Capita. Ma senza perdere di vista il piano tattico del match, Roberta ha capitalizzato al massimo il gioco sulla diagonale sinistra, seppellendo l’avversaria di slice micidiali con il rovescio, e costringendo la King ad autentiche fughe in avanti quasi sempre concluse con goffi tentativi di tirare su da sottorete le rasoiate bassissime della Vinci.

Sotto di un break in entrambi i set (4-2 nel primo, 3-0 e poi ancora 4-2 nel secondo), Roberta ha saputo reagire subito, ed è bastato tenere qualche scambio in più sulla diagonale del dritto, che l’americana era costretta a cercare per evitare i terribili tagli dell’azzurra, per recuperare e poi superare definitivamente la King. 6-4 6-4, ed ora la ceca Denisa Allertova (77 WTA, 22 anni, nessun precedente con la Vinci) per provare a farsi strada in una parte del tabellone molto alleggerita dalle sconfitte di numerose teste di serie.

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La finale dello US Open con i numeri: i meriti di Medvedev

Contrariamente a quanto si possa pensare leggendo i giornali, la finale dello US Open non è stata solo persa da Novak Djokovic

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Daniil Medvedev - US Open 2021 (via Twitter, @usopen)

La conversazione nei giorni immediatamente successivi alla finale dello US Open 2021 ha avuto una direzione molto precisa. Si è parlato di come Djokovic abbia sprecato il Grande Slam, di come abbia perso la finale e di come abbia giocato sottotono. Non si è però parlato di come il suo avversario, Daniil Medvedev, l’abbia battuto conquistando il suo primo Slam (nonché il secondo vinto da un giocatore nato dopo il 1988 e il primo conquistato battendo uno dei Big Three); anzi, a volte sembrava quasi che ci si dimenticasse addirittura di citare chi ha vinto il torneo, praticamente il processo Mills ai tempi del Lodo Alfano – lì c’era il corrotto ma non il corruttore, qui c’era lo sconfitto ma non il vincitore.

Le ragioni sono molteplici: da un lato, Nole era evidentemente lungi dal suo miglior tennis; dall’altro, sembrava tutto pronto al Grande Slam, ed è difficile spostare la conversazione da un avvenimento storico quando questo non si realizza, peraltro scordando che chi impedisce ad un altro di fare la storia… fa a sua volta la storia, soprattutto se si tratta del suo primo Slam; infine, è innegabile che buona parte dei principali giornalisti della racchetta (in Italia ma non solo) e la gran parte dell’opinione pubblica tennistica abbiano posizioni Big Three-centriche – viene in mente la barzelletta secondo la quale se Federer, Djokovic e Nadal devono svitare una lampadina non hanno bisogno di fare niente, il mondo gira attorno a loro.

Per questo motivo non si è sostanzialmente parlato della performance di un giocatore che dall’estate del 2019, ma in particolare da ottobre 2020, potrebbe tranquillamente essere considerato il più forte di tutti sul cemento, vale a dire Daniil Medvedev. E in effetti sembra che di lui si parli sempre troppo poco, come conferma Google mettendo a confronto le ricerche relative ai quattro finalisti di Flushing Meadows, tre decisamente glamour per vari motivi, uno un po’ meno:

 

La percezione del valore del russo era chiaramente distorta dalla netta sconfitta riportata nella finale dell’Australian Open, che aveva fatto dire a tutti, “può vincere tutti i match che vuole, ma quando conta è Nole a portare i pantaloni”. Sta di fatto, però, che da Bercy 2020 Medvedev ha vinto 45 match su 50 sul cemento, un record straordinario che può dare un’idea di quali siano le gerarchie al momento: nello stesso lasso di tempo, Djokovic ha le stesse sconfitte ma con 24 partite in meno.

E in fondo, se il suo avversario non si fosse chiamato Novak Djokovic, il percorso dei due non avrebbe lasciato dubbi su chi fosse il favorito: il serbo aveva passato cinque ore e 35 minuti in più in campo (quasi la finale di Melbourne 2012) e aveva perso ben sei set (la media dei vincitori Slam nell’Era Open è 3,4, che scende a 3,3 nelle edizioni dello US Open sul cemento). Nole era provato da un tabellone certamente più complesso (Zverev, Berrettini, ma anche un giovane in rampa di lancio come Brooksby), ma allo stesso tempo si era trovato in situazioni di difficoltà anche con avversari che in altri frangenti avrebbe sconfitto facilmente quali Rune e la sua vittima prediletta Kei Nishikori. Medvedev, da par suo, aveva dominato il suo lato del tabellone, soffrendo un pochino solo nella seconda parte del match con Van De Zandschulp, e veniva da una preparazione di gran livello fra Canada (titolo) e Cincinnati (semi).

Sembra quindi doveroso cercare di capire dove e come Medvedev abbia girato i bulloni giusti per conquistare il suo primo Slam in carriera, un compito che ci pone davanti ad una curiosa aporia: la vittoria è stata molto netta, persino al di là del punteggio, e quindi è naturale che Daniil abbia sostanzialmente prevalso in tutte le categorie di gioco. D’altro canto, però, la grande differenza con la finale australiana (a cui i due, va ricordato, erano arrivati con percorsi rispettivamente molto simili a quelli di Flushing Meadows, per certi versi ridimensionando l’aspetto della stanchezza di Djokovic) sembra richiedere un minimo di analisi per capire cosa sia successo e come improvvisamente il tennis maschile potrebbe aver inaugurato una nuova era grazie al brutto anatroccolo tramutatosi in… pesce morto. Ci affideremo quindi a Tennis Abstract per fare chiarezza.

PRIMA DI SERVIZIO

Su una superficie estremamente rapida come il Laykold dello US Open 2021 (e viene da chiedersi se ci sia un collegamento fra lo Slam più divertente degli ultimi anni ed un campo più veloce, spoiler: sì), la battuta era destinata ad essere una condizione necessaria per la vittoria finale. Come sempre quest’anno, Djokovic ha fatto molto bene con la prima quando l’ha messa in campo (percentuali piuttosto basse, 54%, ma Medvedev non ha fatto molto meglio, assestandosi al 58): basti pensare che la metà dei punti giocati su questo colpo (25/50) si è chiusa con un punto rapido in suo favore e che ha chiuso con l’80% di conversione. Medvedev ha fatto meglio in queste specialità (29 dei 52 punti giocati sulla sua prima si sono conclusi con punti rapidi a suo favore, in crescita netta rispetto al 21/49 di Melbourne, e la conversione è stata dell’80,8%, con 15 ace su 16 totali), ma non abbastanza da giustificare il punteggio finale, per la verità quasi generoso nei confronti di Nole.

Come notato dal sempre bravissimo Matt Willis, tuttavia, Djokovic non aveva mai vinto meno del 20% dei punti in risposta alla prima in una finale Slam sul cemento, e quindi il fatto che Medvedev sia riuscito a trovare così tanti punti diretti ha sicuramente avuto una sua importanza, soprattutto nel primo set, quando una volta ottenuto il break Daniil non ha letteralmente lasciato giocare il serbo sul suo servizio, vincendo 15 punti su 15 con la prima. In particolare, la botta non ha lasciato scampo a Nole: Medvedev ha chiuso con 9/10 al servizio esterno e con 13/16 a quello centrale da destra, e con 7/9 a uscire e 12/15 al centro da sinistra. Djokovic è sembrato impacciato sulle gambe, colpendosi ripetutamente per trovare un po’ di energia, ma questi sono comunque dati di tutto rispetto, e chi ha visto il primo set ricorderà un senso quasi di ineluttabilità nelle continue catapultate vincenti del neo-campione Slam, in chiara trance agonistica.

SECONDA DI SERVIZIO

Come detto, però, il duello sulla prima non è necessariamente stato dirimente. Qui ci viene in aiuto un altro dato: l’unica finale in cui Djokovic aveva vinto meno punti in ribattuta era stata la sua prima, altresì persa per tre set a zero sul medesimo campo, quella volta contro Federer, nel 2007 (29% domenica, 27% allora). Decisiva è quindi stata la seconda: come scritto nella preview della finale, a Melbourne questo era stato il grande tallone d’Achille di Daniil, che aveva vinto appena il 32% dei punti. Nel precedente articolo si era scritto: “Con la seconda, invece, era stato disastroso da destra, vincendo appena tre punti su quattordici e soffrendo in particolare sul kick al centro che va ad impattare il rovescio alto di Djokovic. Da quel lato potrebbe quindi trovarsi fra l’incudine e il martello, e chissà che non decida di giocare spesso due prime come nella semifinale vinta a Cincinnati nel 2019“.

Ne “Il segno dei quattro”, romanzo che lanciò Conan Doyle dopo un esordio in sordina, Sherlock Holmes diceva: “Una volta eliminato l’impossibile, ciò che resta, per quanto improbabile, deve essere la verità“. E si può dire che Medvedev abbia decisamente seguito questa logica, individuando in una seconda spintissima la soluzione per tenere in mano il pallino dello scambio in ogni momento. Questa tattica non è sempre sostenibile, un po’ perché stancante un po’ perché difficile da applicare in momenti di grande pressione, ma ha funzionato alla grande quando utilizzata: nel primo set la velocità media della sua seconda è stata di 167km/h, poi scesa a 159 nel secondo e a 154 nel terzo, valori comunque elevati. La scelta ha pagato: nei primi due set Medvedev ha vinto il 62,5% dei punti con la seconda.

In generale, Daniil ha frustrato la volontà di dominazione dell’avversario, il quale ha vinto più punti contro la seconda grazie a doppi falli di Medvedev che a sforzi propri: dei 16 punti persi dal russo su questo colpo, solo sette sono arrivati nello scambio, sincopando quel ritmo tanto caro a Nole. L’extrema ratio ha anche avuto il merito di togliere al serbo la profondità in risposta: a Melbourne, Djokovic aveva avuto l’80% di risposte profonde e il 20% di risposte profondissime, percentuali crollate rispettivamente al 65 e al 6 – Nole ha messo in campo solo tre risposte negli ultimi centimetri, e come vedremo successivamente Medvedev ha saputo cosa fare.

Djokovic è invece andato piuttosto male con la seconda, anche perché le sue velocità sono scese di molto rispetto alla finale dell’Australian Open: a Melbourne la sua seconda viaggiava a 156km/h, mentre a New York è scesa a 143. Rispetto alla scorsa finale, Nole ha cercato di mischiare maggiormente le carte con questo colpo, soprattutto da destra, dove è passato da un servizio quasi sempre esterno (anche perché l’impatto di questo colpo era stato decisamente sopravvalutato) ad una distribuzione piuttosto equa fra servizio slice e al corpo, soffrendo in particolare su quest’ultimo (cinque punti persi su otto), facilmente disinnescato dalla posizione arretrata di un Medvedev che è stato bravissimo a far partire lo scambio per poi avanzare immediatamente. Da sinistra, il numero uno al mondo ha usato indifferentemente servizio alla T, esterno e al corpo, ma non è mai riuscito a mettere in difficoltà il rivale, che ha avuto successo soprattutto con la risposta di dritto (6/8 in ribattuta alla seconda al centro da sinistra per la tds N.2).

DURATA SCAMBI E DIREZIONE COLPI

Pur servendo benissimo, quindi, Medvedev ha prevalso negli scambi entro i tre colpi solo per 54-52, perché come detto entrambi hanno servito la prima molto bene. La vera differenza fra i due si è quindi vista negli scambi dai quattro colpi in su, in cui la tds N.2 ha prevalso 45-31, e in particolare in quelli sopra i dieci: lì ha addirittura più che doppiato l’avversario per 17-8 (già a Melbourne aveva prevalso in questa categoria, ma solo per 13-12).

Come si spiega un tale dominio contro un avversario che ha fatto della pressione da dietro e della pertinacia nello scambio un romanzo in provetta di Zola? Questa tabella sul piazzamento dei colpi può fornire qualche barlume di risposta:

Il piazzamento dei colpi di Medvedev durante la finale (Credit: @tennisnerdsblog and Shane Liyanage on Twitter)

In piena fiducia sulla propria diagonale migliore (ha vinto il 62% dei punti quando ha colpito il rovescio in cross), Medvedev ha colpito molto di più verso il colpo bimane di Djokovic, seguendo due strade. Da un lato, ha tirato un quarto dei propri dritti lungolinea, aspetto di cui avevamo parlato anche nella nostra preview sottolineando come il colpo fosse stato uno dei pochi raggi di sole a Melbourne. Il tema si è confermato: se allora il russo aveva conquistato 15 punti su 21 quando aveva colpito il dritto in verticale o a sventaglio, a New York la percentuale si è alzata, dandogli il 75% dei punti con il lungolinea e il 56% fra lungolinea e inside-out.

La seconda strada, decisamente più battuta, è stata quella dello scambio al centro: più della metà dei colpi giocati Medvedev sono finiti nel corridoio centrale, negando gli angoli a Djokovic (soprattutto con il dritto in corsa) e obbligandolo a cercare di fare gioco in un match in cui spingere gli risultava difficile. Gli errori si sono quindi impilati per Nole, soprattutto su quella che dovrebbe essere la sua diagonale di riferimento: con il rovescio ha tirato sette vincenti a dispetto di venti unforced, e non avendo troppe aperture anche lo slice l’ha abbandonato, dandogli solo sette punti su ventiquattro.

A MALI ESTREMI

Soggiogato da fondo, Djokovic si è quindi affidato al gioco a rete, forse memore di quanto fatto da Nadal nella finale del 2019, quando Rafa scese ben 66 volte con 20 serve-and-volley (17 vinti): Nole è a sua volta sceso dietro al servizio 20 volte (un dato elevatissimo, se consideriamo che la finale del 2019 durò cinque set mentre questa solo tre), una scelta logica vista la posizione profonda di Medvedev, portando a casa 18 punti, e in totale ha giocato 47 punti a rete (40 secondo Tennis Abstract), aumentando le discese progressivamente (9, 16 e 22 nei tre set) e vincendo 31 punti.

Questa scelta testimonia la straordinaria completezza del giocatore serbo e anche il suo coraggio, perché affidarsi in modo così estremo alla parte meno sicura del proprio gioco non è da tutti, anzi. Il problema è che questa tattica, nel 2021, non può sopperire a mancanze negli altri dipartimenti del gioco, almeno non a lungo termine, e infatti la sua efficacia sotto rete è scesa in maniera inversamente proporzionale al numero degli attacchi, funzionando quasi solo dietro al servizio: dopo l’8/9 del parziale d’apertura, Djokovic ha conquistato solo il 60,5% dei punti a rete. Resosi conto della situazione, Medvedev ha forse pensato troppo, giocando una serie di palle corte una più orrida dell’altra per attirarlo a rete, ma i continui errori di Nole gli hanno dato ragione, e alla fine il russo ha vinto cinque punti su otto quando ha giocato la smorzata.

LE FORCHE CAUDINE, STAVOLTA SOLO DEGLI ALTRI

Alla fine, però, nonostante i numeri, la forma, il tennis rimane un dibattito (violento e decisamente argomentativo) fra due persone. La natura del gioco, con le sue pause, la sua distanza fisica fra i due contendenti e la sua enfasi sulla ripetizione accretiva del gesto atletico, fa sì che ci sia il tempo per lasciar entrare i cattivi pensieri; nel tennis, quindi, le personalità dei due giocatori tracimano nell’altro campo a momenti alterni, dando il là a battaglie psicologiche che possono far girare anche il più a senso unico degli incontri. Questo preambolo serve a richiamare i dieci-quindici minuti in cui anche un Djokovic sbiadito come quello di domenica avrebbe potuto quantomeno far virare temporaneamente il timone della finale nella sua direzione.

Nelle quattro partite precedenti, infatti, Djokovic aveva sempre rimontato un set di svantaggio, ed era quindi naturale che il primo allungo di Medvedev venisse preso con una certa filosofia, anche perché il russo aveva servito ad un livello che non sembrava sostenibile. Ed in effetti all’inizio del secondo il copione sembrava pronto ad una peripeteia di una prevedibilità degna dell’MCU quando Djokovic si è portato sullo 0-40 nel secondo game, e poi due volte a palla break nel turno di battuta successivo di Medvedev.

Ed è qui, quando la temperatura è salita, che i temi dell’incontro e gli stati d’animo dei due si sono incrociati, ed è qui che il campione uscente delle ATP Finals ha dimostrato, più di tutti i suoi coevi, di meritare lo Slam: al di là del famigerato music gate (quando il DJ dello stadio ha obbligato l’arbitro a far rigiocare una palla break dando così a Medvedev la possibilità di rigiocare la prima, peraltro sbagliata), sulle cinque chance concesse il russo ha vinto un altro scambio al centro e infilato un ace, un passante vincente in controbalzo, una eccellente volée con sidespin incorporato su cui Djokovic non è riuscito a recuperare, e soprattutto questo rovescio lungolinea all’incrocio delle righe, un colpo difficilissimo che sembra quasi segnare il passaggio di un’epoca, perché con questa risposta senza peso ma profondissima il 20 volte campione Major ha mandato in crisi tutti i suoi avversari in passato:

Detto questo, è innegabile che Nole gli abbia dato una mano, reggendo poco lo scambio e aprendo la porta al rivale soprattutto sulla prima palla break, quando Medvedev ha giocato una malaccorta smorzata che aspettava solo di essere fagocitata; l’attacco di Nole è però stato fiacco, prestando il fianco al passante, comunque complicato vista la posizione avanzata sul campo, del poi vincitore.

E su questa nota sembra opportuno concludere, tornando al punto iniziale: Djokovic ha indubbiamente commesso più errori del solito e concesso più opportunità all’avversario in circostanze che non potevano non pesargli, ma i meriti di Medvedev non vanno (non andrebbero) dimenticati.

Il classe 1996 ha conquistato il suo primo Slam con pieno merito, rimanendo fedele ad un piano partita preciso e razionale, e l’ha fatto rimanendo lucido di fronte ad uno dei più grandi sempre nonché ad un pubblico eufemisticamente ostile. Sembra quindi necessario rimodellare la narrativa attorno a questo anti-divo che, pur sgraziato e alle volte scostante, potrebbe aver traghettato il tennis verso il futuro per la prima volta da tanto tempo.

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Dylan Alcott e Diede de Groot hanno completato il Golden Slam allo US Open (nel giro di poche ore)

I due campioni del tennis in carrozzina hanno ripetuto l’impresa di Steffi Graf (nel 1988). Per Alcott, volto noto nel Tour, non è da escludere un ritiro dalle gare

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Dylan Alcott con il trofeo - US Open 2021 (via Twitter, @usopen)

Nella stagione in cui Novak Djokovic è arrivato a una sola vittoria dal completare uno storico Grande Slam nel singolare maschile, c’è chi – nel mondo della racchetta – invece ci è riuscito. I nomi dei due campioni non sono soliti finire sulle prime pagine dei giornali e dei siti d’informazione. Parliamo di Dylan Alcott e Diede De Groot, le due brillanti stelle del tennis in carrozzina. Entrambi non solo hanno messo in bacheca tutti e quattro i titoli Major della stagione 2021, ma hanno anche trionfato alle Paralimpiadi di Tokyo, centrando due Golden Slam.

L’unico essere umano capace di centrare questo traguardo, prima di qualche giorno, fa rispondeva al nome di Steffi Graf – che nel 1988 vinse i quattro Slam e poi si impose anche ai Giochi di Seoul. Son serviti 33 anni per festeggiare il secondo Golden Slam – ha scritto Victor Mather per il New York Times domenica 13 settembre. Poi è bastata solo qualche altra ora per assistere al terzo. Due frasi che raccontano al meglio ciò che è successo sui campi di Flushing Meadows.

Diede De Groot, 24 anni e originaria di Woerden in Olanda, sabato 12 settembre ha superato 6-3 6-2 Yui Kamiji – numero 2 del mondo – nella finale del torneo femminile di weelchair tennis (categoria Open) allo US Open. Contro Kamiji iniziò la sua cavalcata verso il Golden Slam in febbraio: vinse 7-6 al terzo set la finale dell’Open d’Australia, mettendo le basi per lo straordinario traguardo tagliato poi sui campi di New York.

 
Diede De Groot con il trofeo – US Open 2021

Son bastate poche ore però per vedere un altro atleta riuscirci. L’australiano Dylan Alcott, che compete nella disciplina del quad, ha trionfato sul Louis Armstrong di Flushing Meadows, realizzando il sogno della sua carriera tennistica. Era andato vicino al Grande Slam nel 2019, ma dopo aver vinto a Melbourne, Parigi e Londra, giocò una pessima finale a New York contro Andy Lapthorne, che si aggiudicò il trofeo col punteggio di 6-1 6-0. Stavolta si è ritrovato di fronte il 18enne Niels Vink, olandese come De Groot. Alcott ha vinto 6-2 7-5, sollevando il suo 15esimo titolo dello Slam.

Nonostante le due vittorie di Alcott e De Groot rientrino – semplicisticamente – nella categoria “tennis in carrozzina”, in realtà sono arrivate in due specialità diverse. De Groot gareggia nella classe ‘Open’, che racchiude tutti gli atleti che non hanno mobilità in una o entrambe le gambe. Alcott invece gareggia nella classe ‘Quad’, riservata agli atleti con paralisi agli arti inferiori e mobilità limitata negli arti superiori (difficoltà quindi nel spostare la carrozzina e impugnare la racchetta).

“Tutti mi chiedevano ‘Stai pensando al Golden Slam?” ha detto Alcott dopo la vittoria. “E io rispondevo ‘No, davvero non mi importa’. Così per tutto l’anno. Ma certo che mi importava. È bello non dover fingere più”. L’australiano è un volto piuttosto noto all’interno del panorama sportivo. La sue presenze in TV e nelle radio sono aumentate ogni anno di più. Oltre al suo talento in campo e agli straordinari risultati raggiunti, il carisma e la positività di Alcott sono ben noti agli sportivi. In conferenza stampa, dopo il trionfo allo US Open, si è detto orgoglioso della sua disabilità e ha specificato che non gli interessa ‘andare là fuori con Djokovic e Medvedev’, ma che vuole essere semplicemente Dylan Alcott. Se queste parole non sono sufficienti a trasmettere la personalità di questo ragazzo, ecco un video in cui beve una birra dal trofeo dello US Open appena conquistato.

Tuttavia la sua carriera – a 30 anni – potrebbe essere già conclusa dopo questo incredibile traguardo: “Sarò onesto con voi” si è rivolto al pubblico dello US Open. “Non so se tornerò a giocare qui. Grazie per aver accolto così questo giovane, grasso ragazzo disabile con un brutto taglio di capelli”.

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US Open, Medvedev tra i Grandi, ma Djokovic non ha ancora finito di vincere

Il russo può diventare una minaccia su tutte le superfici. Sebbene il numero uno al mondo non abbia espresso il suo miglior tennis per assicurarsi il Grande Slam, ha conquistato la folla come mai prima d’ora

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Daniil Medvedev - US Open 2021 (Darren Carroll/USTA)

Era da un paio d’anni ormai che gli intenditori del tennis aspettavano di veder comparire il nome di Daniil Medvedev fra i campioni Slam; il russo si trovava da tempo sull’orlo di questo traguardo. Tra l’estate e l’autunno 2019, infatti, aveva fatto passi da gigante nel ranking: in questo lasso di tempo era arrivato alla finale di tutti e sei i tornei a cui aveva partecipato, ma soprattutto era arrivato terribilmente vicino a diventare il vincitore dello US Open. Sfidando niente meno che Rafael Nadal, Medvedev, in svantaggio per due set a zero e sotto di un break nel terzo set, per poco non aveva vinto il match e rivendicato il titolo.

Medvedev aveva trascinato Nadal al quinto set in un match tortuoso, che, iniziato nel tardo pomeriggio, si era protratto fino a sera inoltrata. Era riuscito a rimontare dai due break di svantaggio nel quinto set e a salvare due match point prima che Nadal risalisse 30-40 dell’ultimo game di questo avvincente match, vincendolo 7-5 6-3 5-7 4-6 6-4. Medvedev aveva concluso il 2018 al numero 16 del ranking, ma l’impeto del 2019 l’aveva portato a raggiungere il quinto posto.

Il russo di 1,98 ha poi proseguito la sua ascesa con una stagione 2020 stellare. Ha tentato di nuovo la corsa allo US Open, raggiungendo le semifinali senza perdere nemmeno un set: è qui che è stato sconfitto da un ispirato Dominic Thiem. Per nulla turbato da questo piccolo incidente di percorso, verso la fine dell’anno ha conquistato due titoli consecutivi al Masters 1000 di Parigi e alle ATP Finals di Londra, dov’è imbattuto e ha sbaragliato le prime tre teste di serie del torneo – Novak Djokovic, Rafael Nadal e Dominic Thiem – in un’impresa senza precedenti. Nello spazio di questi due tornei e delle dieci vittorie consecutive ottenute, Medvedev ha battuto ben sette giocatori della Top 10. Quando Medvedev, all’inizio del 2021, ha raggiunto la finale del suo secondo Slam, l’ha fatto con 20 vittorie consecutive alle spalle. Diversi esperti si aspettavano che Medvedev sfondasse proprio sul palco di Melbourne, rivendicando il suo posto tra i campioni. Ma Djokovic ha negato questo prestigioso trofeo a Medvedev, giocando un match magistrale e vincendo il suo nono Australian Open con un trionfante punteggio di 7-5 6-2 6-2.

 

La sconfitta ha finito per rallentare non poco la corsa tennistica di Medvedev. Le modifiche apportate al suo gioco si possono però interpretare come dei passi nella direzione giusta. Arrivato al Roland Garros con un record personale di 0-4, Medvedev ha trovato un po’ di fiducia sulla terra rossa e raggiunto i quarti di finale, dove però, con un certo disappunto, è stato sonoramente sconfitto da Stefanos Tsitsipas. La sconfitta deve avergli bruciato parecchio, considerato che aveva battuto il greco in sei dei loro sette match incontri prima del Roland Garros. Medvedev si è incamminato poi verso Wimbledon, e ancora una volta è arrivato agli ottavi di uno Slam, facendosi però sfilare dalle mani un vantaggio di due set a uno con Hubert Hurkacz in un incontro giocato su due giorni.

Ciononostante, durante l’estate Medvedev si rimette in forma e vince il Masters 1000 in Canada. Arrivato allo US Open da testa di serie numero due, con una silenziosa sicurezza di sé e un cauto ottimismo, Medvedev è un uomo con una missione da compiere. Approfittando di un tabellone favorevole, non perde un set fino ai quarti di finale, ma fatica leggermente contro il qualificato olandese Botic Van de Zandschulp prima di chiudere la partita con un favorevole 7-5 nel quarto set. Poi disintegra la testa di serie numero 12, Felix Auger-Aliassime, in tre set. Questa vittoria contro l’atletico canadese traghetta Medvedev alla sua terza finale Major e la seconda a New York. Per gli osservatori più attenti, l’occasione è quella giusta per pareggiare i conti con un uomo sull’orlo di un’ineffabile, storica missione, che risponde al nome di Novak Djokovic.

Il numero uno al mondo si trova a fronteggiare il tipo di pressione che solo un collega della sua straordinaria caratura può comprendere. Conquistato a giugno il suo secondo French Open, Djokovic si era portato a metà strada del Grande Slam e aveva la mente concentrata sull’ambizioso obiettivo. Ha partecipato a Wimbledon non soltanto per aggiudicarsi la vittoria del più prestigioso torneo al mondo, ma anche per vincere il terzo Slam consecutivo. A New York cercava l’ultimo pezzo del puzzle. Nessun tennista del circuito maschile dopo Rod Laver, che ottenne il suo secondo Grande Slam nel 1969, era stato in grado di aggiudicarsi i primi tre Major della stagione e posizionarsi ad un solo Major dal Grande Slam.

Rod Laver

I media e i colleghi di Djokovic l’avevano sicuramente informato che solo cinque atleti nella storia del tennis avevano vinto tutti e quattro gli Slam dell’anno, aggiudicandosi il Grande Slam. Accadde per la prima volta nel 1938, quando il californiano Don Budge – proprietario, probabilmente, del miglior rovescio che il tennis abbia mai visto – realizzò questa impresa memorabile. Poi venne il turno di Maureen Connolly nel 1953; ebbe successo principalmente perché aveva i colpi migliori del mondo tennistico femminile e per il suo footwork esemplare. Il mancino Laver – un colpitore australiano impareggiabile – conquistò il suo primo Grande Slam nel 1962 da dilettante e il suo secondo da professionista sette anni più tardi. Venne poi il turno di Margaret Smith Court, che realizzò il sogno del Grand Slam nel 1970. Diciotto anni più tardi fu la volta di Steffi Graf: la tedesca dai piedi veloci e dal dritto esplosivo rimase imbattuta ai tornei dello Slam nel 1988.

Ed eccoci all’epilogo. Nessuno dai tempi di Graf aveva più ottenuto il Grande Slam, a riprova del fatto che sia un compito estremamente arduo sia per il tennis maschile che per quello femminile. Teniamo presente anche che diversi tra i tennisti più talentuosi non sono arrivati nemmeno vicini a compiere questa impresa.

Certo, Roger Federer in tre stagioni (2004, 2006 and 2007) ha vinto tre dei quattro Slam, ma senza avvicinarsi al Grande Slam, non riuscendo in quegli anni a fare l’ultimo passo al Roland Garros. L’anno in cui vinse l’Open di Francia (2009) aveva già perso la finale dell’Austrialian Open, sconfitto da Nadal. Rafa ha conquistato gli ultimi tre Slam a Parigi, Londra e New York nel 2010, ma solo dopo aver perso nei quarti all’Australian Open. Quando nel 2009 Nadal vinse l’Australian Open, perse per la prima volta al Roland Garros contro Robin Soderling, e così le sue chance di completare il Grande Slam svanirono. Lo stesso Djokovic è riuscito nell’impresa di conquistare quattro Slam di fila, da Wimbledon del 2015 al Roland Garros del 2016. Si trovava in effetti a metà dalla conquista del Grande Slam nel 2016, perdendo tuttavia al terzo turno di Wimbledon contro Sam Querrey, e così l’opportunità è scomparsa nel nulla.

C’è anche un piccolo gruppo di giocatori che ha vinto i primi tre Slam dell’anno, avvicinandosi al traguardo del Grande Slam. Il primo di questi, dall’Australia, fu Jack Crawford nel 1933. Vinse i primi tre Slam e poi raggiunse la finale degli US Championships a Forest Hills. Ad appena un set dall’aggiudicarsi il Grande Slam, perse contro il talentuoso britannico Fred Perry. Simile il caso di un altro australiano, Lew Hoad, che si trovava a un match dal Grand Slam nel 1956 quando il suo connazionale Ken Rosewall lo sconfisse nella finale di Forest Hills. Nel 1984, Martina Navratilova vinse il French Open, Wimbledon e lo US Open. All’epoca l’Australian Open era l’ultimo Slam della stagione, e Navratilova venne battuta a Kooyong da Helena Sukova nelle semifinali. Nel 2015, infine, Serena Williams perse clamorosamente contro Roberta Vinci nella semifinale di Flushing Meadows.

E così, arrivando allo US Open quest’anno, Djokovic si è trovato circondato da tutte queste informazioni storiche. Il trentaquattrenne mirava ad affermarsi come il giocatore più anziano a vincere il Grande Slam, e nelle sue prime due ardue settimane a New York si è districato bene nel suo lato del tabellone. La sua ansia è stata palpabile sin dall’inizio, ma ad ogni match è riuscito a superare le proprie difficoltà e alzare l’asticella del suo gioco quando necessario. Nel primo round, dopo una breve crisi nel secondo set, Djokovic chiude facilmente il match per 6-1 6-7(5) 6-2 6-1 contro il qualificato danese Holger Vitus Nodskov Rune, che termina la partita con i crampi. L’olandese Tallon Griekspoor affronta Djokovic nel secondo round, dove la prima testa di serie gli concede solo sette games nel corso dei tre set. Il finalista dello US Open 2014 Kei Nishikori strappa il primo set a Djokovic prima di farsi battere per la diciassettesima volta di fila per 6-7(4) 6-3 6-3 6-2. Nei sedicesimi di finale, la giovane wild card americana Jenson Brooksby si presenta con un’alta intensità di gioco che disturba leggermente Djokovic, ma nel secondo set il trentaquattrenne ritrova il proprio passo e non lo perde più, vincendo 1-6 6-3 6-2 6-2.

Giunto ai quarti di finale, Djokovic affronta la testa di serie numero sette del torneo Matteo Berrettini. L’italiano aveva perso contro Djokovic nei quarti del Roland Garros e ancora nella finale di Wimbledon. Djokovic ha quindi la meglio per la terza volta di fila contro questo tennista dall’ottimo servizio con il punteggio di 5-7 6-2 6-2 6-3. Il palco è dunque pronto per la sfida tra Djokovic e la testa di serie numero quattro Sascha Zverev, in grande forma. Il teutonico aveva vinto 16 match di fila prima del suo rendez-vous con Djokovic, conquistando la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Tokyo e poi vincendo il Masters 1000 a Cincinnati. A Tokyo, Zverev è riuscito a rimontare un set e un break di svantaggio dal 6-1 3-2 aggiudicandosi otto game di fila, e dieci degli ultimi undici, fino a vincere 1-6 6-3 6-1. Ma a New York Djokovic gioca il miglior match del suo torneo, pressando ferocemente fino a guadagnarsi una palpitante vittoria in cinque set per 4-6 6-2 6-4 4-6 6-2 in tre ore e 34 minuti di gioco. Nel quinto set, Djokovic colleziona 24 dei primi 30 punti, scappando sul 5-0. Anche se Zverev vince con onore i successivi due game, Djokovic chiude il match con aggiudicandosi un terzo break nel set durante l’ottavo e ultimo game.

Alexander Zverev e Novak Djokovic – US Open 2021 (Pete Staples/USTA)

In tanti ci aspettavamo che a New York Djokovic replicasse la vittoria della finale dell’Australian Open contro Medvedev, non perché si sottovalutassero le capacità di Medvedev o si supponesse che non avrebbe combattuto con tutte le sue forze, ma perché secondo gli esperti sarebbero state l’abilità di Djokovic nei grandi match e la sua esperienza a prevalere. Dopotutto, questa sarebbe stata la sua trentunesima finale Slam, un numero da record che condivide con Federer. In aggiunta, negli ultimi anni, Djokovic è cresciuto in maniera incredibile nella sua capacità di dare il meglio nelle grandi occasioni. Prima di arrivare allo US Open, aveva vinto 12 delle sue ultime 14 finali Slam. Il record di Djokovic verso metà 2014 era di 6-7 in questi incontri, ma aveva poi vinto 14 delle successive 17 finali giocate, attestandosi a 20-10 prima di domenica. Questa percentuale di successo l’ha reso il favorito per la vittoria del ventunesimo Slam e per la realizzazione dell’obiettivo più ambizioso della sua carriera – la conquista del Grande Slam.

Ma quel che emerge già all’inizio della sfida con il venticinquenne russo è che Djokovic è ben distante dal necessario stato fisico, mentale ed emotivo. Il primo segno rivelatore l’abbiamo visto nel game di apertura. Djokovic conduce 40-15, ma poi commette quattro errori consecutivi subendo subito un break. Medvedev, chiaramente rassicurato da questo inizio, tiene il servizio portandosi 2-0 con due ace. Djokovic poi sprofonda in un 15-40, commettendo il suo ottavo errore non forzato del match. Pur vincendo quattro punti di fila e chiudendo il terzo game con due ace, Djokovic non è entrato in gara con il livello adeguato all’occasione. A Medvedev bastano solo 47 secondi per aggiudicarsi il 3-1 grazie a due ace, un servizio e un dritto vincenti. Nei successivi tre game al servizio, Medvedev concede solo due punti. Djokovic non riesce minimamente a leggere il servizio del suo avversario e, quando ci riesce, reagisce troppo lentamente. Medvedev, sicuro di sé, porta a casa il set per 6-4.

Siamo agli inizi secondo set quando Djokovic si procura delle occasioni che, se sfruttate, gli permetterebbero di alterare il corso del match. Raggiunge il punteggio di 0-40 sul servizio di Medvedev, ma manovra malamente un recupero di dritto su una palla smorzata, lasciandosi superare dal passante lungolinea del russo. Medvedev trova un ace sul 30-40, poi Djokovic sbaglia uno slice in back, buttando la palla a rete e infuriandosi. Medvedev si prende l’1-1 con un ace a cui fa seguire un servizio vincente. Djokovic salva un break point sulla strada del 2-1 e poi ottiene altre due palle break nel quarto game, ma Medvedev produce una volée smorzata bassa che provoca l’errore nel passante di dritto del serbo e poi salva la seconda con un rovescio lungo linea all’incrocio delle righe a cui Djokovic non riesce a rispondere. Medvedev raggiunge il 2-2, breakkando Djokovic nel quinto game; il russo gli concede solo due punti nei suoi ultimi tre game di servizio, chiudendo il set con un 6-4.

Djokovic è chiaramente sconfortato. Non è semplicemente fuori forma, come spiegherà dopo; sta giocando male sotto tutti i punti di vista. Medvedev arriva al 4-0 nel terzo set e presto raggiunge il 5-1. Il pubblico dell’Arthur Ashe Stadium è pieno di tifosi di Djokovic che lo incoraggiano a gran voce, senza aver però molto per cui esultare durante il match. Medvedev si guadagna un match point sul 5-2 ma commette un doppio fallo, mandando in rete una seconda a 193 km/h mentre la folla applaude per il suo errore. Commette poi un altro doppio fallo, portando Djokovic a breakkarlo. Quando Djokovic riesce a tenere nel nono game, l’applauso del pubblico, per un uomo che raramente aveva ottenuto il suo sostegno, è sorprendente e visibilmente apprezzato dal numero uno al mondo.

Al cambio campo Djokovic si commuove, asciugandosi le lacrime con l’asciugamano. Medvedev va a servire una seconda volta per il match commettendo nuovamente un doppio fallo sul 40-15. All’insaputa di tutti il russo sta combattendo contro i crampi, cosa che nasconde molto bene al suo avversario e al pubblico. Per sua fortuna, sul 40-30 la sua prima di servizio è abbastanza buona da impedire a Djockovic di rispondere, e così Medvedev sventa una potenziale crisi e con un triplo 6-4 batte il rivale per la quarta volta delle nove in cui i due si sono confrontati in carriera.

Medvedev ha gestito la situazione straordinariamente bene, isolandosi dal rumore della folla con grande disciplina. Per Djokovic la situazione dev’essere stata triste e al contempo esasperante. Avere il pubblico così fortemente schierato dalla sua parte in uno Slam è un’esperienza che non aveva forse mai vissuto. Eppure, ha faticato molto per trovare anche solo un briciolo di quello che è il suo miglior tennis. È andato a rete 47 volte nei tre set e vinto 31 di quei punti. Ha giocato sorprendentemente bene il serve-and-volley, approfittando della posizione di Medvedev nel campo, ben dietro la linea di fondo nelle sue risposte.

Novak Djokovic – US Open 2021 (Garrett Ellwood/USTA)

Ma Djokovic non ha avuto né la pazienza né la tenuta fisica né l’indole di rimanere a fondo campo a palleggiare con Medvedev, come aveva invece sempre fatto in passato. Le sue gambe erano affaticate, la mente affollata. Alla fine, ha fatto il gioco di Medvedev: il russo è tra i giocatori più astuti di questo sport nel leggere la direzione che sta prendendo la partita e adattare la propria strategia di conseguenza. La scelta dei colpi di Medvedev, la variazione della velocità e del ritmo, sono state di prima categoria. Medvedev sapeva bene di non star giocando contro il miglior Djokovic, ma si trovava di fronte ad un pubblico che gli tifava contro e stava tentando di vincere il suo primo titolo Slam. È stato capace di gestire queste circostanze tutto fuorché semplici. Medvedev ha fatto tutto quel che gli è stato richiesto e molto di più. È stato estremamente professionale. A fine match, Djokovic è stato molto signorile e non si è lasciato andare all’autocommiserazione. Ha lodato Medvedev e non ha cercato scuse per la sua sesta sconfitta sulle nove finali dello US Open giocate contro cinque avversari diversi.

Non si ripresenterà un’occasione simile a Djokovic. È lodevolmente arrivato a soli tre set dal completare il Grande Slam, e questo non può certo essere visto come un fallimento. La sconfitta di New York renderà Djokovic ancora più motivato per il 2022 e per la corsa al ventunesimo slam a Melbourne, titolo che gli permetterebbe di staccare Federer e Nadal. A maggio compirà trentacinque anni, ma continua ad essere in forma per la sua età. Certo, è parso ben più vecchio di Medvedev, ma questo è da imputare alle circostanze specifiche di questo match. Ha ancora tante partite da vincere.

Per quanto riguarda Medvedev, questo trionfo lo porterà a molte alte vittorie importanti. Nei prossimi sette anni può sperare di ottenere almeno altri cinque o sei titoli Slam, se non di più. Dove arriverà dipende parecchio da quanto riuscirà a adattarsi. Medvedev ha ampiamente dimostrato di essere un giocatore prodigioso sui campi veloci, cosa che lo avvantaggerà a Melbourne e a New York, anno dopo anno. Ma riuscirà a migliorare sull’erba e sulla terra rossa? Certo, ha fatto bene nelle sue presenze ai quarti del Roland Garros, ma dovrà riuscire a dare più filo da torcere ai suoi avversari sulla terra rossa di Parigi o sui prati dell’All England Club. Se fosse riuscito a sconfiggere Hurkacz quest’anno a Londra, Medvedev avrebbe quasi sicuramente raggiunto la finale e giocato contro Djokovic. Se avesse superato Tsitsipas a Parigi, sarebbe potuto arrivare alla finale anche lì.

Il mio punto di vista è che Medvedev si farà spazio sulle altre superfici, diventando pericoloso ovunque nei prossimi anni. Lo US Open 2021 farà da trampolino di lancio per un atleta con un ampio spettro di obiettivi e una forte determinazione. Raggiungerà nuove vette nel 2022 e anche dopo.

Traduzione a cura di Giulia Bosatra

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