Mardy Fish, il peso dell'ansia e la storia della sua vita in una lettera per dire addio al tennis

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Mardy Fish, il peso dell’ansia e la storia della sua vita in una lettera per dire addio al tennis

Mardy Fish si è congedato dal tennis in questi US Open, il suo torneo preferito. Lo ha fatto scrivendo per ‘The players Tribune’ della sua malattia, che gli ha portato via il suo lavoro e la tranquillità. Lo ha fatto per sensibilizzare il mondo sportivo e per aiutare gli altri

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“Non giocare”.
Sono lontano ore dal giocare la partita di tennis più importante della mia vita: quarto turno agli US Open … nel Labor Day … nel giorno del compleanno di mio padre … sull’Arthur Ashe … sulla CBS … contro Roger Federer. Sono lontano ore dal giocare contro il tennista più grande di tutti i tempi, con la possibilità di raggiungere il mio miglior risultato, nel mio torneo preferito nel mondo. Sono lontano ore dal giocare la partita per cui hai lavorato, hai fatto sacrifici, per un’intera carriera.
Non posso farlo.
Davvero, non posso.
È primo pomeriggio; mi trovo sulla macchina che mi sta portando ai campi.
E sto avendo un attacco d’ansia.

In realtà, sto avendo una serie di attacchi d’ansia, prima ogni 15 minuti, molto presto ogni 10. La mia mente inizia ad entrare in una spirale. Sto diventando pazzo.
Mia moglie mi chiede, “Cosa possiamo fare? Cosa possiamo fare? Come possiamo migliorare le cose?”
E io le dissi la verità: “L’unica cosa che potrebbe farmi sentire meglio in questo momento, è l’idea di non giocare quella partita”.
Lei esitò, mi guardò solo un secondo, per assicurarsi che fossi serio. Sono serio. Questo non sono io che pensa – questo sono io che reagisce, che sente, che prova a sopravvivere. Mi rispose chiaramente: “Bene, allora non dovresti giocare. Non devi giocare. Non giocare.”

I miei disturbi d’ansia iniziarono nel 2012, durante quello che sarebbe dovuto essere il punto più alto della mia carriera. Ero alla fine di un lungo percorso, lungo pochi anni, dove le cose iniziavano a funzionare davvero per me.

 

Nel 2009, attraversai questa sorta di esperienza che mi aprì gli occhi, arrivai a questo punto di svolta. Avevo 27 anni. Fino ad allora avevo avuto una buona carriera. Era una carriera di cui, sotto molti aspetti, sarei potuto andare fiero: avevo vinto la medaglia d’argento ai Giochi Olimpici del 2004, qualche buon risultato negli Slam, avevo visto il mondo, fatto una bella vita. Ma non era durato a lungo.

Ero sposato da poco, e le mie prospettive stavano cambiando, crescendo. E credo che in quel momento avessi realizzato, in un modo in cui non avevo mai fatto prima che una “buona” carriera per me non fosse abbastanza. Che non ero ancora finito. Che volevo ancora fare qualcosa di importante in questo sport. E, cosa più importante, doveva essere ora o mai più.
Cambiai la mia dieta, il mio stile di vita, il mio atteggiamento. Scesi da 91 Kg a 78, trovai il mio “peso da battaglia”. Non ero sicuro al 100% di dove questo mi avrebbe portato ma sapevo che dovevo scoprirlo.

Nel 2010 iniziarono ad arrivare i risultati. Riuscii a battere Andy Murray a Miami in 2 set, un risultato che non avrei mai raggiunto qualche anno prima. Giocai consecutivamente 5 set al Roland Garros – perdendo il secondo match 10-8 al quinto contro la testa di serie n. 14 Ivan Ljubicic, ma giocando ad un livello fisico che non ero stato mai in grado di raggiungere prima. Vinsi due tornei di seguito quell’estate, Newport e Atlanta – riuscendo a battere John Isner in finale ad Atlanta nel bel mezzo di un’ondata di caldo, su un campo su cui c’erano 50°. Persi la finale a Cincinnati contro Federer 6-4 al terzo, un match che avrei potuto vincere facilmente. E sconfissi Andy Roddick – che mi aveva sempre percosso come una batteria, otto volte di fila – un paio di volte.

Il 2011 fu anche meglio. Raggiunsi i migliori risultati al Roland Garros e a Wimbledon. Passai Andy, uno dei miei migliori amici, per diventare l’americano n.1 del ranking. E poi, forse la cosa migliore di tutte, diventai ufficialmente un top10. Dal momento che il 2012 si avvicinava ero n.8 del mondo. Era tutto ciò per cui avevo lavorato, che avevo costruito per me quasi dal nulla, in quegli ultimi anni. Non ero più solo un altro ragazzo nel tour. Ero nell’elite di alto livello.

E fu lì che gli attacchi d’ansia iniziarono. L’ansia è difficile da definire da un punto di vista di causa ed effetto, ma quando penso al suo inizio per me, un paio di cose mi saltano in mente.

La prima è che le mie aspettative cambiarono, sia esternamente che internamente, di conseguenza con il mio ranking. Guardando indietro, questa non è stata necessariamente la cosa più salutare. La mia insoddisfazione con lo status quo, che era stata così d’aiuto quando c’erano 20 giocatori posizionati davanti a me in classifica, divenne qualcosa di molto più stressante, e poi distruttiva, credo, quando quel numero si ridusse a sette.
L’idea di non essere abbastanza bravo era forte, e mi guidò, ad un’età in cui le carriere di molti giocatori entrano in fase calante, verso queste vette incredibili. Ma divenne anche un interruttore difficile da spegnere. Io stavo giocando oggettivamente bene. E guardandomi indietro, lo avrei voluto dire al me stesso di allora. Ma quel fare bene era qualcosa che il mio spirito non aveva avuto il tempo di gestire. Tutto ciò su cui riuscivo a concentrarmi era fare ancora meglio. Era una lama a doppio taglio.
La seconda cosa è che iniziai a sperimentare queste aritmie cardiache. Un’aritmia è di base l’elettricità attorno al cuore che non funziona correttamente. Il mio cuore divenne un po’ pazzo, e non ero in grado di fermarlo. Ero davvero spaventato. Mi presi del tempo, quindi mi sottoposi ad una procedura correttiva chiamata ablazione, dopo la quale stavo verosimilmente ‘bene’.

Ma quando tornai in campo quell’estate, nel periodo di Wimbledon … fu allora che iniziai ad avere questi strani e nuovi pensieri. Ansiosi ed inquieti pensieri. Come se fossi nervoso per qualcosa che doveva accadere, anche se poi questa non accadeva. E credo che ciò che il mio cuore ha dovuto attraversare fu sotto molti aspetti dovuto al trauma nascosto nelle ombre di quei pensieri.
Iniziai ad avere problemi d’insonnia; non riuscivo a dormire solo. Doveva esserci mia moglie con me, sempre. Doveva esserci qualcuno nella mia stanza, sempre. Ero un ragazzo che amava stare con se stesso. Mi piaceva viaggiare da solo e quel tipo di solitudine. Quella sensazione di spegnere il telefono ed avere davanti a te un lungo volo … quello mi dava pace. Ma non potevo più viaggiare da solo. I miei genitori dovettero venire a Wimbledon. Avevo bisogno di persone attorno a me costantemente, punto.

Ed in tutto questo, continuavo ad avere questi pensieri. Quest’ansia. Questa paura confusa e spossante iniziò a consumarmi.

E gli attacchi iniziarono a peggiorare.

Ironicamente, a quel punto non mi era mai successo in campo. Continuavo ad ottenere risultati: quarto turno a Wimbledon, quarti in Canada e a Cincinnati. Continuavo a giocare bene.

Era solo lontano dal campo che quei problemi esistevano, e prendevano forma. Che quei pensieri continuavano ad infiltrarsi. E quindi a diventare sempre più frequenti: da una o due volte al giorno, ad un mucchio di volte al giorno, fino ad ogni 10, 15 minuti, quando tutto peggiorò verso la fine di quell’estate. Ansia, sovrastanti attacchi al pensiero. Quando tornai in hotel, cercai su google “disturbo d’ansia”, “disturbo da attaco di panico”, “depressione”, “salute mentale” … ma non ne sapevo nulla di tutto questo. Non sapevo cosa fare. Non ne avevo idea.

Almeno, dissi a me stesso, non succede in campo.

E allora successe in campo.

Erano gli US Open del 2012, verso la fine dell’estate. Dovevo giocare un match in notturna, terzo turno contro Gilles Simon – una testa di serie più alta di me, ma io stavo giocando meglio di quanto non dicesse la mia classifica. Sentivo di poter avere delle possibilità.
È una bella posizione in cui trovarsi. Le partite in notturna in uno Slam sono riservate per i migliori accoppiamenti, ma anche per i tennisti preferiti, quelli che il pubblico vuole vedere. Ed io ero uno di loro. Dopo anni passati a guardare da fuori, adesso ne facevo parte. Non stavo giocando il match di qualcun altro. Era sera agli US Open e io stavo giocando “la partita di Mardy Fish”.

Questo è speciale ma anche stressante. La partita andò avanti tra alti e bassi, davvero emozionante. Mi trovai in bilico per tutto il tempo: un pugno in aria, una racchetta a terra, e la sensazione … d’ansia. Ero guidato dall’ansia. E non dimenticherò mai quando successe, il primo ed unico attacco d’ansia su un campo da tennis.
Ero in vantaggio due set ad uno, eravamo 3-2 al quarto. Con la coda dell’occhio vedo l’orologio. Segna l’1:15 del mattino. E quello, per non so quale ragione, fu troppo.

Quello fu il mio grilletto.

La mia mente iniziò a vagare sempre più giù in quella spirale di pensieri. 1:15. Oh mio Dio – è così tardi. Domani starò malissimo. Dobbiamo ancora finire di giocare questa partita … e poi dovrò andare in sala stampa … dopo dovrò fare stretching e mangiare … mi sentirò malissimo dopo tutto questo.

E continuò così a peggiorare fino ad un punto in cui non riuscivo più a controllarlo. Non ho idea di quello che successe dal punto di vista tennistico. Per nulla. Non ricordo niente. In qualche modo riuscii a vincere i successivi tre game, poi il set e la partita. Ma non ricordo nulla.
Tutto ciò che ricordo è l’intervista post partita. Justin Gimelstob mi stava intervistando, è un buon amico. Ricordo solo di averlo guardato prima che iniziasse e di avergli detto con incredibile urgenza, “Per favore, fa presto”. Justin non aveva idea di ciò che stavo dicendo. Ma continuai a dirgli, “ Per favore, fa in fretta. Per favore, fa in fretta”. Dovevo andarmene. Dovevo uscire dal campo.

Quando mi successe in campo, sapevo. Niente sarebbe più stato lo stesso.
Quindi, due giorni dopo, tutto venne a capo.

Eravamo in macchina, guidavamo verso il mio match successivo contro Roger – e i miei pensieri erano colmi di paura. Mi succederà ancora in campo? Avrò un attacco d’ansia ancora di fronte a migliaia di persone? Avrò un attacco d’ansia mentre provo a fare il mio lavoro?
Quei pensieri continuarono e non si fermavano. Continuarono ancora e ancora. Ero davvero in brutta situazione.

E mia moglie continuava a guardarmi e a ripetere a se stessa: Non devi giocare. Non devi giocare. Non giocare. Ed io ascoltavo … ma non ascoltavo. Pensavo, Riesci ad immaginarlo? Riesci ad immaginare il fatto di non giocare questa partita? Non riuscivo a pensarci. In quel momento non riuscivo a pensare a nulla.
Ma poi finalmente la ascoltai. Non devi giocare. Non devi giocare. Non giocare. E così, mi colpì. Lo ricordo così chiaramente, così potente. Oh mio Dio, pensai. Io … non lo farò. Non andrò lì fuori, con l’ansia, di fronte a 22mila persone. Non giocherò contro Roger.
Non giocherò.
E non giocai.
Prima non giocai contro Roger. E poi, non giocai più.

Tre anni dopo, sono ancora una volta agli US Open. E anche se penso di essere ancora in grado di giocare ad un buon livello, questo sarà il mio ultimo torneo. Dopo l’Open, mi ritirerò dal tennis.

Questo non è un film sullo sport, ovviamente, e non ci sarà una fine da film sullo sport. Non cavalcherò verso il tramonto, sollevando un trofeo. Non vincerò il torneo.
Ma va bene – perché onestamente questa non è una storia di sport. E credo sia importante che la mia storia non abbia un vocabolario sportivo. Non “soffocherò” nel secondo atto, e non “vincerò” nel terzo.

Questa è la storia di una vita.

È una storia su come un problema di salute mentale mi abbia portato via il lavoro. Su come tre anni dopo, sto ancora facendo quel lavoro, e lo faccio bene. Ho giocato di nuovo lo US Open.
È una storia su come, con la giusta educazione, conversazione, cura e mentalità, le cose che una malattia ci porta via, possiamo riprendercele.

Dieci milioni di americani ogni anno devono far fronte a problemi legati alla salute mentale. Ed il viaggio di dovervi avere a che fare, di doverci convivere è lungo. Può durare per sempre. O peggio, può essere mortale.
E con questo voglio essere d’aiuto.

Voglio essere una storia di successo, a mio modo. E credo che ritirarmi secondo i miei termini, nel torneo che amo di più, è parte della mia capacità di poterlo fare.

Parlare di questo, e far andare avanti la conversazione, è parte di questo. La salute mentale è qualcosa di difficile da affrontare nello sport. Non è percepita come una cosa molto mascolina. Siamo così abituati a dover essere mentalmente forti nello sport. Mostrare debolezza, ci viene detto spesso, significa meritare la vergogna.

Ma io sono qui a mostrare la mia debolezza. E non me ne vergogno.

Ed infatti ho scritto tutto questo, con l’intento di mostrare la debolezza. Scrivo tutto questo per dire alle persone che essere debole è okay. Sono qui per dire alle persone che è normale.

E che la forza, si può mostrare sotto molti aspetti.

Parlare della tua salute mentale, vuol dire essere forti. Cercare informazioni, e aiuto e una cura, vuol dire essere forti. E prima del match più importante della tua carriera, dare priorità alla tua salute mentale, dire, Non devi giocare. Non devi giocare. Non giocare …
Anche quello vuol dire essere forti.

E per quello che verrà dopo, non ne sono sicuro. Ho 33 anni, e so che non farò mai nulla bene come giocare a tennis.

Convivo ancora con l’ansia giornalmente. Mi curo giornalmente. È nella mia testa giornalmente. Ci sono giorni che passano, in cui sarò in grado di dire a me stesso, di notte, quando sono a letto: Hey, oggi non ci ho pensato neanche una volta. E quello significa che avrò avuto una bella giornata.

Quelle sono vittorie per me.

Ma non c’è alcun torneo da vincere per la salute mentale. Non ci sono quarti, semifinali o finali. Non concluderò questo pezzo con una metafora sportiva.

Perché lo sport si conclude con un risultato. La vita va avanti.

La mia, spero, è solo iniziata.

 

Traduzione di Chiara Bracco

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ATP

ATP Lione, quarti di finale: de Minaur terraiolo? Vincono anche Norrie, Rune e Molcan

Due quarti in lotta e due sul velluto nel giovedì francese, con l’australiano che non è più un bye sulla terra battuta

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Alex de Minaur – ATP Lione 2022 (foto via Twitter @OpenParcARA)

Nella giornata in cui l’attenzione è rivolta a ben altri tabelloni, quello dell’Open Parc Auvergne-Rhone-Alpes di Lione si è allineato alle semifinali. Il programma si è aperto con il successo per 6-3 6-2 di Alex Molcan su Federico Coria, incapace di ripetere la prestazione offerta al turno precedente che gli era valsa la vittoria su Carreño Busta, finora il suo scalpo più prestigioso.

Il ventiquattrenne mancino slovacco, nel momento migliore della carriera, se la vedrà con Alex de Minaur, il cui avversario, il lucky loser Yosuke Watanuki, si è ritirato dopo aver perso il primo set 6-4. L’inedito scontro fra i due Alex costituisce un buon banco di prova per le velleità australiane sulla terra battuta in vista di Parigi, superficie su cui in questa stagione sta ammucchiando più vittorie ATP (nove) che nel resto della carriera.

A separare questi due quarti c’è stata la conclusione dell’ultimo ottavo del mercoledì. Dopo tre ore e un quarto di battaglia, infatti, Manuel Guinard e Michael Mmoh sono stati rimandati in albergo per oscurità. Alla ripresa, sul 5 pari al terzo, il francese è partito meglio e… basta: 4-6 6-4 7-5 il punteggio finale. Guinard è tornato in campo contro Holger Rune, ha vinto il primo parziale, ma si è arreso alla rimonta danese con un principio di crampi – per Holger.

 

Il suo avversario in semifinale sarà Cameron Norrie, vincitore di Sebastian Baez con il punteggio di 6-4 4-6 7-5. Non poteva non essere lotta fra i due, e appunto due ore e quaranta sono servite al britannico per avere ragione di Baez che è pure risalito da 3-5 nel terzo annullando tre match point – il primo con un lob strepitoso. Un doppio fallo argentino sul 5 pari è costato un nuovo break e Norrie ha poi chiuso con la battuta.

Il tabellone completo di Lione

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Flash

WTA Rabat: Martina Trevisan e Lucia Bronzetti volano in semifinale

Venerdì sarà derby azzurro in Marocco: Trevisan regola Rus in due set, Lucia la spunta al tie-break del terzo su Parrizas Diaz

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Martina Trevisan – WTA 1000 Madrid (foto via Twitter @MutuaMadridOpen)

Le notizie che ci porta il vento d’Africa non possono che farci sorridere, quest’oggi ancora. Infatti Martina Trevisan, dopo l’opera d’arte della vittoria contro Garbine Muguruza, continua il suo gran cammino nel Grand Prix SAR La Princesse Lalla Meryem, torneo di categoria 250 che si gioca a Rabat: ottima vittoria contro l’olandese Arantxa Rus, tds n.7, che aveva tra l’altro vinto l’unico precedente della coppia sulla terra, l’anno scorso in quel di Belgrado. Prova convincente, specie dal punto di vista mentale per la n.85 al mondo, che ha portato a casa il match per 7-6(4) 6-3, in una partita molto dura e intensa, con il primo set da quasi 1h e 30. I meriti veri non stanno tanto nei numeri e nelle statistiche però, quanto nella forza di volontà, nel rimanere sempre aggrappata alla partita: spreca un vantaggio di 3-0 nel primo set, portando addirittura Rus a servire per il set sul 6-5…ma lì dopo una serie di vari break e contro-break impatta sul 6-6 andandosi a prendere il tie-break di governo, con forza. Nel secondo parziale si segue un copione abbastanza simile: 4 break fino al 3-3, fino a quello che crea il solco a favore di Trevisan nel settimo gioco, bissato poi nel nono che vorrà anche dire match vinto per Martina, brava a non perdere mai la concentrazione e tenere sempre sotto controllo l’avversaria. Cerca la prima finale WTA superiore a un 125, e si conferma una specialista della terra (quarti al Roland Garros 2020) l’ex n.66 al mondo. Sarà un derby tra due esordienti in una semifinale del Tour a decidere chi arriverà all’atto conclusivo nella parte alta del tabellone perché anche Lucia Bronzetti ha superato il suo ostacolo –6-1 3-6 7-6(5) a Nuria Parrizas Diaz, n. 48 della classifica.

Nel quarto game arriva il break per Bronzetti, brava a scambiare da fondo e tessere la rete con pazienza, mai frettolosa e questo alla fine ha fatto la differenza con la spagnola. Continua il ritmo impressionante di Lucia, che da fondo si trasforma in un vero e proprio martello e non si accontenta di un break, ma va a conquistarsi pure il secondo, mandando a destra e a sinistra Parrizas Dias, non concedendole neanche un po’ di iniziativa. E si va a concludere così un primo set che dopo i primi 3 game non ha più visto gioco, ma solo una serie di giocate e di dominio di Lucia Bronzetti, che ha letteralmente malmenato la tds n.3, chiudendo 6-1 un primo set in cui la lingua spagnola è stata cancellata dalla forza del tricolore.

Nonostante un primo set da dimenticare, Parrizas Diaz sembra riuscire subito a ripartire al massimo nel secondo parziale: break nel secondo game, ottenuto dopo uno scambio da 20 e passa colpi durissimo e chiuso con una delicatissima smorzata, punto del match. In realtà Lucia, nonostante tutto, di impegno e vogliosa riesce a recuperare il break e portarsi sul 2-1, contando sulle folate che ogni tanto assalgono la spagnola; peccato che duri poco questa rimonta, subito gettata al vento da Bronzetti subendo il break a 0, addirittura con un doppio fallo. Eppure prosegue questa sorta di maratona psichedelica, con il quarto game di fila in cui la giocatrice al servizio perde, e anche abbastanza male: in questo caso Parrizas Dias, anche grazie alla spinta di Bronzetti, paga qualche errore di troppo da fondo, ancora con la discontinuità protagonista. Sul 3-3 del secondo set lo strappo decisivo da parte di Parrizas Diaz, che dopo aver portato a casa un game combattuto ai vantaggi infila un parziale di 10 punti a 2 che manda il match al terzo set.

 

Il dritto di Parrizas muove molto bene il gioco, viaggia filante in lungolinea che sembra quello di Bautista Agut e apre il campo con l’incrociato stretto a stremare le gambe azzurre che tuttavia non si arrendono. Gli scambi si allungano, la fatica è palpabile, mentre neanche Bronzetti accenna a calare, anzi, il livello è molto buono e i vincenti non mancano.

Lo schiaffo troppo centrale viene punito dal passante romagnolo e il doppio fallo significa 15-40. Brava Nuria a risalire, ma si rimane nel game e un’altra seconda fuori bersaglio seguita dalla risposta aggressiva valgono il 4-2 per Lucia. Ma è solo il primo di quattro break consecutivi, con il dritto spagnolo che a volte dà e a volte toglie. Soprattutto dà, perché si arriva a 5 pari, con la nostra che, in battuta, si è fermata a due punti dal match. Servendo per arrivare al 6 pari, Parrizas Diaz affossa due palle per un promettente 30-30, ma si accaparra il game con Lucia che non ha saputo o voluto approfittare di un’occasione per spingere in entrambi i punti.

Nel tie-break equilibrato, Nuria ha l’occasione per salire 5-3, le basterebbe piazzare un smorzata appena decente dopo aver ben condotto lo scambio; invece le esce un mezzo lob e Lucia si prende quel punto e i successivi due, gentili omaggi andalusi. Parrizas si ripiglia in tempo per annullare il primo match point, ma sul secondo, dopo 2 ore e 43 minuti, Bronzetti sfodera un ace che la porta in semifinale.

Nella parte bassa, saranno Claire Liu e Anna Bondar a giocarsi un posto in finale. La ventunenne statunitense ha battuto 6-4 6-1 Astra Sharma, mentre l’ungherese ha approfittato del ritiro di Ajla Tomljanovic quando l’australiana era sotto 1-5 nel primo set.

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ATP

Numeri: le mille vittorie di Djokovic a confronto con quelle di Nadal e Federer

Il campione serbo ha raggiunto l’importante traguardo a Roma, battendo Casper Ruud. Quando ce l’hanno fatta gli altri due assi? E qual è il bottino che “pesa” di più? L’approfondimento di Ferruccio Roberti

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1000 – Le vittorie nel circuito ATP ottenute da Novak Djokovic grazie alla vittoria su Casper Ruud la scorsa settimana nella semifinale degli Internazionali d’Italia. Un traguardo importante per l’attuale numero 1 al mondo, divenuto il quinto tennista dell’Era Open a raggiungere un tale numero di successi, dietro a Jimmy Connors (1274), Roger Federer (1251), Ivan Lendl (1068) e Rafael Nadal (1051). Un record impreziosito da un’altra importante statistica: la sua percentuale di vittorie nel circuito maggiore è seconda solo a quella di Nadal, che ha vinto l’83.2% (1051-212) delle partite da lui giocate, giusto un centesimo meglio di quanto fatto da Nole. Djokovic è a sua volta seguito in questa speciale graduatoria dall’82,4% di Bjorn Borg (ottenuto grazie a 654 vittorie e 140 sconfitte ), dalll’82% di Roger Federer (1251-275) e dall’81.8% di Jimmy Connors (1274-283). 

La millesima vittoria dell’attuale numero 1 ATP ci ha stimolato a cercare di ripercorrere in qualche modo tutti i successi ottenuti dal serbo nei suoi diciassette anni di presenza nel tour. Non ci siamo soffermati sul numero di titoli vinti o di settimane di permanenza al primo posto della classifica, ma abbiamo piuttosto scomposto le sue vittorie in categorie meno conosciute al grande pubblico. Le mille partite vinte dal campione serbo le abbiamo così divise tra quelle giocate al meglio dei tre o dei cinque set, tra le superfici di gioco sulle quali sono state ottenute, per la categoria di tornei nella quale sono arrivate e a seconda delle varie fasce di classifica degli avversari superati. Ne sono così venute fuori le tabelle che potete consultare, all’interno delle quali abbiamo anche indicato -per ciascuna categoria – la percentuale di vittorie raggiunta.


Età prima vittoria nel circuito (info sul match)
Età millesima vittoria nel circuito (info sul match)Bilancio complessivo W-L alla millesima vittoria (percentuale successi)Bilancio W-L partite giocate sulla distanza breve nel periodo che ha portato alla 1000 vittoria(percentuale successi)Bilancio W-L partite giocate sulla distanza lunga nel periodo che ha portato alla 1000 vittoria (percentuale successi)
Djokovic16 anni e 10 mesi (RR Coppa Davis 2004: b J. Skoderis 6-2 6-2)34 anni 11 mesi (QF Roma 2022: b. C. Ruud 6-4-6-3)1000-202 (83.2%)649-149 (81.3%)351-53(86.9%)
Federer17 anni e 1 mese (1°T Tolosa 1998: b. G. Raoux 6-2 6-2)33 anni  5 mesi(F. Brisbane 2015: b. M.Raonic 6-4 6-7 6-4)1000-227(81.5%)668-166 (81%)332-61 (84.4%)
Nadal15 anni e 10 mesi ( 1°T Maiorca 2002: b R. Delgado 6-4 6-4)34 anni 5 mesi (2°T Bercy 2020 4-6 7-6 6-4)1000-200 (83.3%)687-160 (81.1%)313-41 (88.4%)

Presi dalla curiosità abbiamo poi recuperato anche il cammino percorso da due campioni della stessa grandezza di Djokovic – Federer e Nadal- tra l’altro accomunati dall’aver frequentato il circuito grossomodo negli stessi anni dell’attuale numero uno al mondo. Anche per Roger e Rafa abbiamo considerato le loro prime mille vittorie nel circuito, raggruppandole poi in sottocategorie, così come fatto per Nole. Un modo di approfondire l’immensa grandezza delle loro carriere, ben consci che qualche statistica parziale non può certo ordinare le loro gloriose carriere in vane classifiche. Anche perché i numeri contenuti nelle quattro tabelle non fanno altro che confermare in buona parte notizie ormai risapute dagli appassionati: Federer dà il meglio di sè ed è il più forte di tutti sull’erba (87.3% di successi, l’unico dato molto parziale in controtendenza a tale affermazione è rappresentato dai 3 successi a 1 di Djokovic negli scontri diretti contro di lui), Nadal è nettamente il più forte sulla terra rossa, Djokovic, a sua volta, è il migliore quando la partita si disputa sul cemento all’aperto. Quando si gioca sulle superfici veloci in condizioni indoor il rendimento migliore è nuovamente quello di Roger, di un pizzico sul serbo (e in effetti Federer ha vinto 24 titoli contro i 13 di Djokovic, sebbene Nole conduca sullo svizzero per 6-4 i confronti diretti in queste condizioni di gioco). Anche leggendo altri dati relativi alle superfici i numeri sui punti deboli (sarebbe più corretto definirli di minor dominanza nel circuito) confermano che Nadal abbia avuto una certa difficoltà sul duro indoor (68.1% di vittorie) e che Federer abbia un buonissimo 76.2 % sul rosso (del resto Roger ha vinto 11 titoli, raggiunto altre 15 finali e ha un bilancio in positivo di 32 vittorie e 29 sconfitte contro i top ten) ma non in linea con le altre superfici. Così come, leggendo i dati contenuti nelle tabelle da noi preparate, si ricava un segreto che tale non è: Nole ha un rendimento di altissimo livello su qualsiasi tipo di campo si disimpegni, uno dei grandi motivi del suo grande successo. Tutti e tre sono arrivati alla millesima vittoria con percentuali di successo superiori all’80%, che mantengono sia nei match giocati al meglio dei tre set, che in quelli disputati sulla lunga distanza. 

 

Match vinti sulla Terra rossa
 (% vittorie su partite giocate)
Match vinti sull’Erba (% vittorie su partite giocate)Match vinti sul Cemento outdoor (% vittorie su partite giocate)Match vinti sul Cemento indoor (% vittorie su partite giocate)
Djokovic253 (80,3%)102 (85%)504 (86,3%)132 (81%)
Federer198 (76.2%)131 (87.3%)439 (83.6%)232 (84.9%)
Nadal445 (81.8%)71 (78%)407 (79.8%)77 (68.1%)

Magari era notizia meno nota che tra i tre per raggiungere le 1000 vittorie sia stato Djokovic a contare su più successi nelle partite che maggiormente contano durante la stagione: quelle degli Slam, ma anche dei Masters 1000 e delle ATP Finals (e Olimpiadi, mai vinte però dal serbo che in quattro partecipazioni ha ottenuto al massimo la medaglia di bronzo, conquistata nel 2008 a Pechino sconfiggendo James Blake). Sommando i match portati a casa in queste tipologie di tornei scopriamo che Nole ha ricavato i tre quarti dei suoi successi da partite giocate quando i tornei sono i più importanti della stagione tennistica: e del resto è l’unico tra i tre- leggiamo dalle nostre tabelle- ad aver ottenuto oltre il 20% dei suoi successi contro colleghi nella top ten (ad essere precisi il 23,1%, quasi una su quattro) e che contro giocatori non compresi nella top 20 abbia perso solo 70  delle 720 volte (il 9%) che li ha incontrati.


Slam
Masters 1000/ATP Finals/OlimpiadiATP 500-250Coppa Davis/Atp Cup
Djokovic323/369 (87.5%)434/540 (80.3%)197/240 (82.2%)46/53 (86.8%)
Federer279/324 (86.1%)372/478 (77.8%)311/379 (82.1%)38/46 (82.6%)
Nadal282/321 (87.9%)417/514 (81.1%)268/330 (81.2%)33/36 (91.7%)

Ma scavando si trovano dati impressionanti su tutti e tre questi grandi campioni: davvero ad esempio lascia senza parole il numero di 454 successi sul rosso che ha portato Nadal nel novembre 2020 a raggiungere la sua 1000°vittoria nel circuito. Per il campione maiorchino, indiscutibilmente -questo sì- il più grande di sempre sulla terra rossa una dote di successi che oltre ad aver portato all’incredibile record di 13 Roland Garros vinti, gli ha regalato un’incredibile bacheca (sempre fermandoci a novembre 2020) di 60 titoli complessivi ottenuti sulla terra battuta, tra i quali ben 25 Masters 1000). Anche i numeri di Federer sono incredibilmente buoni, come confermato senza che ce ne fosse bisogno dalle nostre tabelle. Anche rileggendo i numeri da noi raccolti è difficile pensare che ci possa essere qualcuno nel breve periodo capace di raggiungere i livelli di questi campioni immensi. Le curiosità da trarre da queste statistiche sono comunque tante, lasciamo ai lettori le considerazioni che riterranno più opportuno estrapolare.

W-L Vs top  5W-LVs 6-10W-LVs 11-20W-LVs 21-50W-LVs 51-100W-LVs 101 +
Djokovic108-73 (59.6%)123-32(79.3%)117-27(81.2%)310-43(87.8%)217-15(93.5%)123-12(91.1%)
Federer87-62 (58.3%)96-35(73.2%)120-33(78.4%)324-54(85.7%)240-31(88.5%)133-12(91.7%)
Nadal86-58 (59.7%)86-35(77.4%)137-31(81.5%)286-45(86.4%)269-17(94%)136-15(90.0%)

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