Mardy Fish, il peso dell'ansia e la storia della sua vita in una lettera per dire addio al tennis

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Mardy Fish, il peso dell’ansia e la storia della sua vita in una lettera per dire addio al tennis

Mardy Fish si è congedato dal tennis in questi US Open, il suo torneo preferito. Lo ha fatto scrivendo per ‘The players Tribune’ della sua malattia, che gli ha portato via il suo lavoro e la tranquillità. Lo ha fatto per sensibilizzare il mondo sportivo e per aiutare gli altri

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“Non giocare”.
Sono lontano ore dal giocare la partita di tennis più importante della mia vita: quarto turno agli US Open … nel Labor Day … nel giorno del compleanno di mio padre … sull’Arthur Ashe … sulla CBS … contro Roger Federer. Sono lontano ore dal giocare contro il tennista più grande di tutti i tempi, con la possibilità di raggiungere il mio miglior risultato, nel mio torneo preferito nel mondo. Sono lontano ore dal giocare la partita per cui hai lavorato, hai fatto sacrifici, per un’intera carriera.
Non posso farlo.
Davvero, non posso.
È primo pomeriggio; mi trovo sulla macchina che mi sta portando ai campi.
E sto avendo un attacco d’ansia.

In realtà, sto avendo una serie di attacchi d’ansia, prima ogni 15 minuti, molto presto ogni 10. La mia mente inizia ad entrare in una spirale. Sto diventando pazzo.
Mia moglie mi chiede, “Cosa possiamo fare? Cosa possiamo fare? Come possiamo migliorare le cose?”
E io le dissi la verità: “L’unica cosa che potrebbe farmi sentire meglio in questo momento, è l’idea di non giocare quella partita”.
Lei esitò, mi guardò solo un secondo, per assicurarsi che fossi serio. Sono serio. Questo non sono io che pensa – questo sono io che reagisce, che sente, che prova a sopravvivere. Mi rispose chiaramente: “Bene, allora non dovresti giocare. Non devi giocare. Non giocare.”

I miei disturbi d’ansia iniziarono nel 2012, durante quello che sarebbe dovuto essere il punto più alto della mia carriera. Ero alla fine di un lungo percorso, lungo pochi anni, dove le cose iniziavano a funzionare davvero per me.

 

Nel 2009, attraversai questa sorta di esperienza che mi aprì gli occhi, arrivai a questo punto di svolta. Avevo 27 anni. Fino ad allora avevo avuto una buona carriera. Era una carriera di cui, sotto molti aspetti, sarei potuto andare fiero: avevo vinto la medaglia d’argento ai Giochi Olimpici del 2004, qualche buon risultato negli Slam, avevo visto il mondo, fatto una bella vita. Ma non era durato a lungo.

Ero sposato da poco, e le mie prospettive stavano cambiando, crescendo. E credo che in quel momento avessi realizzato, in un modo in cui non avevo mai fatto prima che una “buona” carriera per me non fosse abbastanza. Che non ero ancora finito. Che volevo ancora fare qualcosa di importante in questo sport. E, cosa più importante, doveva essere ora o mai più.
Cambiai la mia dieta, il mio stile di vita, il mio atteggiamento. Scesi da 91 Kg a 78, trovai il mio “peso da battaglia”. Non ero sicuro al 100% di dove questo mi avrebbe portato ma sapevo che dovevo scoprirlo.

Nel 2010 iniziarono ad arrivare i risultati. Riuscii a battere Andy Murray a Miami in 2 set, un risultato che non avrei mai raggiunto qualche anno prima. Giocai consecutivamente 5 set al Roland Garros – perdendo il secondo match 10-8 al quinto contro la testa di serie n. 14 Ivan Ljubicic, ma giocando ad un livello fisico che non ero stato mai in grado di raggiungere prima. Vinsi due tornei di seguito quell’estate, Newport e Atlanta – riuscendo a battere John Isner in finale ad Atlanta nel bel mezzo di un’ondata di caldo, su un campo su cui c’erano 50°. Persi la finale a Cincinnati contro Federer 6-4 al terzo, un match che avrei potuto vincere facilmente. E sconfissi Andy Roddick – che mi aveva sempre percosso come una batteria, otto volte di fila – un paio di volte.

Il 2011 fu anche meglio. Raggiunsi i migliori risultati al Roland Garros e a Wimbledon. Passai Andy, uno dei miei migliori amici, per diventare l’americano n.1 del ranking. E poi, forse la cosa migliore di tutte, diventai ufficialmente un top10. Dal momento che il 2012 si avvicinava ero n.8 del mondo. Era tutto ciò per cui avevo lavorato, che avevo costruito per me quasi dal nulla, in quegli ultimi anni. Non ero più solo un altro ragazzo nel tour. Ero nell’elite di alto livello.

E fu lì che gli attacchi d’ansia iniziarono. L’ansia è difficile da definire da un punto di vista di causa ed effetto, ma quando penso al suo inizio per me, un paio di cose mi saltano in mente.

La prima è che le mie aspettative cambiarono, sia esternamente che internamente, di conseguenza con il mio ranking. Guardando indietro, questa non è stata necessariamente la cosa più salutare. La mia insoddisfazione con lo status quo, che era stata così d’aiuto quando c’erano 20 giocatori posizionati davanti a me in classifica, divenne qualcosa di molto più stressante, e poi distruttiva, credo, quando quel numero si ridusse a sette.
L’idea di non essere abbastanza bravo era forte, e mi guidò, ad un’età in cui le carriere di molti giocatori entrano in fase calante, verso queste vette incredibili. Ma divenne anche un interruttore difficile da spegnere. Io stavo giocando oggettivamente bene. E guardandomi indietro, lo avrei voluto dire al me stesso di allora. Ma quel fare bene era qualcosa che il mio spirito non aveva avuto il tempo di gestire. Tutto ciò su cui riuscivo a concentrarmi era fare ancora meglio. Era una lama a doppio taglio.
La seconda cosa è che iniziai a sperimentare queste aritmie cardiache. Un’aritmia è di base l’elettricità attorno al cuore che non funziona correttamente. Il mio cuore divenne un po’ pazzo, e non ero in grado di fermarlo. Ero davvero spaventato. Mi presi del tempo, quindi mi sottoposi ad una procedura correttiva chiamata ablazione, dopo la quale stavo verosimilmente ‘bene’.

Ma quando tornai in campo quell’estate, nel periodo di Wimbledon … fu allora che iniziai ad avere questi strani e nuovi pensieri. Ansiosi ed inquieti pensieri. Come se fossi nervoso per qualcosa che doveva accadere, anche se poi questa non accadeva. E credo che ciò che il mio cuore ha dovuto attraversare fu sotto molti aspetti dovuto al trauma nascosto nelle ombre di quei pensieri.
Iniziai ad avere problemi d’insonnia; non riuscivo a dormire solo. Doveva esserci mia moglie con me, sempre. Doveva esserci qualcuno nella mia stanza, sempre. Ero un ragazzo che amava stare con se stesso. Mi piaceva viaggiare da solo e quel tipo di solitudine. Quella sensazione di spegnere il telefono ed avere davanti a te un lungo volo … quello mi dava pace. Ma non potevo più viaggiare da solo. I miei genitori dovettero venire a Wimbledon. Avevo bisogno di persone attorno a me costantemente, punto.

Ed in tutto questo, continuavo ad avere questi pensieri. Quest’ansia. Questa paura confusa e spossante iniziò a consumarmi.

E gli attacchi iniziarono a peggiorare.

Ironicamente, a quel punto non mi era mai successo in campo. Continuavo ad ottenere risultati: quarto turno a Wimbledon, quarti in Canada e a Cincinnati. Continuavo a giocare bene.

Era solo lontano dal campo che quei problemi esistevano, e prendevano forma. Che quei pensieri continuavano ad infiltrarsi. E quindi a diventare sempre più frequenti: da una o due volte al giorno, ad un mucchio di volte al giorno, fino ad ogni 10, 15 minuti, quando tutto peggiorò verso la fine di quell’estate. Ansia, sovrastanti attacchi al pensiero. Quando tornai in hotel, cercai su google “disturbo d’ansia”, “disturbo da attaco di panico”, “depressione”, “salute mentale” … ma non ne sapevo nulla di tutto questo. Non sapevo cosa fare. Non ne avevo idea.

Almeno, dissi a me stesso, non succede in campo.

E allora successe in campo.

Erano gli US Open del 2012, verso la fine dell’estate. Dovevo giocare un match in notturna, terzo turno contro Gilles Simon – una testa di serie più alta di me, ma io stavo giocando meglio di quanto non dicesse la mia classifica. Sentivo di poter avere delle possibilità.
È una bella posizione in cui trovarsi. Le partite in notturna in uno Slam sono riservate per i migliori accoppiamenti, ma anche per i tennisti preferiti, quelli che il pubblico vuole vedere. Ed io ero uno di loro. Dopo anni passati a guardare da fuori, adesso ne facevo parte. Non stavo giocando il match di qualcun altro. Era sera agli US Open e io stavo giocando “la partita di Mardy Fish”.

Questo è speciale ma anche stressante. La partita andò avanti tra alti e bassi, davvero emozionante. Mi trovai in bilico per tutto il tempo: un pugno in aria, una racchetta a terra, e la sensazione … d’ansia. Ero guidato dall’ansia. E non dimenticherò mai quando successe, il primo ed unico attacco d’ansia su un campo da tennis.
Ero in vantaggio due set ad uno, eravamo 3-2 al quarto. Con la coda dell’occhio vedo l’orologio. Segna l’1:15 del mattino. E quello, per non so quale ragione, fu troppo.

Quello fu il mio grilletto.

La mia mente iniziò a vagare sempre più giù in quella spirale di pensieri. 1:15. Oh mio Dio – è così tardi. Domani starò malissimo. Dobbiamo ancora finire di giocare questa partita … e poi dovrò andare in sala stampa … dopo dovrò fare stretching e mangiare … mi sentirò malissimo dopo tutto questo.

E continuò così a peggiorare fino ad un punto in cui non riuscivo più a controllarlo. Non ho idea di quello che successe dal punto di vista tennistico. Per nulla. Non ricordo niente. In qualche modo riuscii a vincere i successivi tre game, poi il set e la partita. Ma non ricordo nulla.
Tutto ciò che ricordo è l’intervista post partita. Justin Gimelstob mi stava intervistando, è un buon amico. Ricordo solo di averlo guardato prima che iniziasse e di avergli detto con incredibile urgenza, “Per favore, fa presto”. Justin non aveva idea di ciò che stavo dicendo. Ma continuai a dirgli, “ Per favore, fa in fretta. Per favore, fa in fretta”. Dovevo andarmene. Dovevo uscire dal campo.

Quando mi successe in campo, sapevo. Niente sarebbe più stato lo stesso.
Quindi, due giorni dopo, tutto venne a capo.

Eravamo in macchina, guidavamo verso il mio match successivo contro Roger – e i miei pensieri erano colmi di paura. Mi succederà ancora in campo? Avrò un attacco d’ansia ancora di fronte a migliaia di persone? Avrò un attacco d’ansia mentre provo a fare il mio lavoro?
Quei pensieri continuarono e non si fermavano. Continuarono ancora e ancora. Ero davvero in brutta situazione.

E mia moglie continuava a guardarmi e a ripetere a se stessa: Non devi giocare. Non devi giocare. Non giocare. Ed io ascoltavo … ma non ascoltavo. Pensavo, Riesci ad immaginarlo? Riesci ad immaginare il fatto di non giocare questa partita? Non riuscivo a pensarci. In quel momento non riuscivo a pensare a nulla.
Ma poi finalmente la ascoltai. Non devi giocare. Non devi giocare. Non giocare. E così, mi colpì. Lo ricordo così chiaramente, così potente. Oh mio Dio, pensai. Io … non lo farò. Non andrò lì fuori, con l’ansia, di fronte a 22mila persone. Non giocherò contro Roger.
Non giocherò.
E non giocai.
Prima non giocai contro Roger. E poi, non giocai più.

Tre anni dopo, sono ancora una volta agli US Open. E anche se penso di essere ancora in grado di giocare ad un buon livello, questo sarà il mio ultimo torneo. Dopo l’Open, mi ritirerò dal tennis.

Questo non è un film sullo sport, ovviamente, e non ci sarà una fine da film sullo sport. Non cavalcherò verso il tramonto, sollevando un trofeo. Non vincerò il torneo.
Ma va bene – perché onestamente questa non è una storia di sport. E credo sia importante che la mia storia non abbia un vocabolario sportivo. Non “soffocherò” nel secondo atto, e non “vincerò” nel terzo.

Questa è la storia di una vita.

È una storia su come un problema di salute mentale mi abbia portato via il lavoro. Su come tre anni dopo, sto ancora facendo quel lavoro, e lo faccio bene. Ho giocato di nuovo lo US Open.
È una storia su come, con la giusta educazione, conversazione, cura e mentalità, le cose che una malattia ci porta via, possiamo riprendercele.

Dieci milioni di americani ogni anno devono far fronte a problemi legati alla salute mentale. Ed il viaggio di dovervi avere a che fare, di doverci convivere è lungo. Può durare per sempre. O peggio, può essere mortale.
E con questo voglio essere d’aiuto.

Voglio essere una storia di successo, a mio modo. E credo che ritirarmi secondo i miei termini, nel torneo che amo di più, è parte della mia capacità di poterlo fare.

Parlare di questo, e far andare avanti la conversazione, è parte di questo. La salute mentale è qualcosa di difficile da affrontare nello sport. Non è percepita come una cosa molto mascolina. Siamo così abituati a dover essere mentalmente forti nello sport. Mostrare debolezza, ci viene detto spesso, significa meritare la vergogna.

Ma io sono qui a mostrare la mia debolezza. E non me ne vergogno.

Ed infatti ho scritto tutto questo, con l’intento di mostrare la debolezza. Scrivo tutto questo per dire alle persone che essere debole è okay. Sono qui per dire alle persone che è normale.

E che la forza, si può mostrare sotto molti aspetti.

Parlare della tua salute mentale, vuol dire essere forti. Cercare informazioni, e aiuto e una cura, vuol dire essere forti. E prima del match più importante della tua carriera, dare priorità alla tua salute mentale, dire, Non devi giocare. Non devi giocare. Non giocare …
Anche quello vuol dire essere forti.

E per quello che verrà dopo, non ne sono sicuro. Ho 33 anni, e so che non farò mai nulla bene come giocare a tennis.

Convivo ancora con l’ansia giornalmente. Mi curo giornalmente. È nella mia testa giornalmente. Ci sono giorni che passano, in cui sarò in grado di dire a me stesso, di notte, quando sono a letto: Hey, oggi non ci ho pensato neanche una volta. E quello significa che avrò avuto una bella giornata.

Quelle sono vittorie per me.

Ma non c’è alcun torneo da vincere per la salute mentale. Non ci sono quarti, semifinali o finali. Non concluderò questo pezzo con una metafora sportiva.

Perché lo sport si conclude con un risultato. La vita va avanti.

La mia, spero, è solo iniziata.

 

Traduzione di Chiara Bracco

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Le università americane sono diventate una grande opportunità per i tennisti del Maghreb e del Medioriente

Riproponiamo un pezzo del 2019 del Guardian, che racconta come gli USA siano un canale fondamentale verso il professionismo per giocatori provenienti da Paesi privi di un movimento solido

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Skander Mansouri

Qui il link all’articolo originale

C’è stato un periodo in cui scegliere di giocare a tennis nelle università americane veniva percepito come una rinuncia alla carriera professionistica, ricorda il tunisino Skander Mansouri, che ha capitanato Wake Forest alla vittoria del campionato NCAA nel 2018. Ora, però, questa opzione si sta trasformando in un’ancora di salvezza per molti promettenti giocatori di origine araba che in patria hanno pochi sbocchi verso il professionismo. Mansouri, originario di Tunisi, ha avuto un incoraggiante primo anno nel circuito Futures dopo essersi laureato in matematica finanziaria (sempre nel 2018) alla Wake Forest University, in North Carolina. Ha di recente raggiunto il suo best ranking di 303 del mondo dopo aver vinto sei titoli ITF nella sua prima stagione [al momento è N.383, ndr].

Anche l’egiziana Mayar Sherif sta vivendo una notevole transizione dal tennis universitario al tour professionistico. L’ex studentessa della Pepperdine University – semifinalista nel campionato NCAA di singolare nel 2018 – ha scalato la classifica WTA nel 2019, passando da non classificata a top 200 nel giro di 10 mesi (solo tre donne sono riuscite nell’impresa quell’anno) [ora è N.119]. Sia Mansouri che Sherif erano ragazzini di talento classificati tra i primi 50 del mondo nel circuito junior; anche se avrebbero voluto intraprendere la carriera da tennisti professionisti ad una più giovane età, hanno ritenuto che la strada del tennis universitario fosse l’opzione più intelligente e adesso la decisione di studiare negli Stati Uniti sta dando i suoi frutti.

 

Vogliamo tutti giocare a tennis da professionisti, è questo che sogniamo fin da bambini”, ha detto Mansouri in un’intervista telefonica con il Guardian. “In Tunisia, la gente considera andare a giocare a tennis nei college come una sconfitta, perché così facendo si sceglie di non andare subito sul tour. Per anni la gente ha parlato di me come se avessi rinunciato a giocare a tennis, come se avessi smesso”. Ma, visto il successo che Mansouri ha avuto con la Wake Forest University, i suoi connazionali hanno iniziato a riconsiderare la sua decisione, e ciò ha incoraggiato sempre più giocatori tunisini a seguire il suo esempio. “La gente ha iniziato a vederla diversamente, e ora i giovani in Tunisia vogliono andare al college molto più di prima. Penso che sia la strada giusta da seguire, specialmente per chi proviene dai Paesi arabi”, ha spiegato Mansouri. Secondo i dati raccolti dalla NCAA, 36 studenti arabi hanno giocato a tennis in Division I nel 2018 e 18 in Division II – questi numeri sono in costante aumento negli ultimi anni.

Trasformare giovani di talento in giocatori professionisti competitivi è sempre stato un tallone d’Achille per la maggior parte dei Paesi di quell’area, che non hanno né le risorse né i sistemi adeguati a portare gli adolescenti ad alti livelli. Il tennis universitario è ora visto come un rifugio per molti giovani, che cercano di sfruttare le loro capacità e acquisire esperienza mentre ricevono un’istruzione adeguata. “Nei nostri Paesi non esiste la transizione da junior a pro. Un sacco di ragazzi si perdono e non sanno come fare”, dice il saudita Omar Abdo, all’epoca studente senior [al quarto anno, ndr] per la Sacred Heart University in Connecticut. “Il tennis universitario è come un’altra chance per noi, rappresenta un altro modo per arrivare fra i professionisti o per continuare a giocare a tennis ad alto livello. Se rimani in patria e vai al college lì, continuerai a giocare sempre con le stesse due persone – o almeno, questo era il mio caso in Arabia Saudita”.

Per Sherif, giocare a tennis nelle università americane era l’unica opzione dopo aver finito la scuola superiore al Cairo. Dopo essere entrata tra le prime 50 al mondo junior all’età di 16 anni, ha smesso di competere negli eventi junior perché non poteva permettersi i viaggi; le difficoltà economiche l’hanno anche costretta a rinunciare al soggiorno presso l’Academy di Alicante (Spagna). Ha quindi raggiunto la sorella alla Fresno State University, prima di trasferirsi a Pepperdine [sempre in California].

Mi è piaciuto giocare a squadre. Ho imparato tanto a livello tattico, perché il coach siede accanto a te per tutto il tempo durante i match, cosa che non accade nel circuito ITF”, dice Sherif. “Ma la differenza più grande è che si impara ad essere più maturi, più responsabili e a gestire meglio il proprio tempo (di questo Ubitennis ha parlato qualche tempo fa con Niccolò Fraia, esempio italiano di successo nel mondo dei college americani, ndr), ancor di più perché la mia era una specializzazione difficile e la Pepperdine è una scuola dura. Ho studiato medicina dello sport, e quindi seguivo le lezioni base di medicina e non era per niente facile”. Ha poi aggiunto: “All’università, le cose più importanti che si imparano riguardano la sfera privata, come ad esempio saper trattare con le persone, come fare buon viso a cattivo gioco anche quando le cose vanno male, e in generale come parlare con le persone mantenendo un buon atteggiamento. Anche quando le cose non vanno bene, continui ad allenarti; quando fai fatica perché ci sono gli esami, continui ad allenarti e dai il 100 percento. Queste cose ti aiutano a crescere come persona. Quando poi arrivi al circuito WTA, e tutto quello che devi fare è concentrarti sul tennis, è tutto più facile”.

Mayar Sherif

Anche per Mansouri la gestione del tempo è una delle cose più importanti apprese durante gli anni a Wake Forest, come anche il senso di responsabilità, che ora gli sta tornando utile nel circuito professionistico, dal momento che vola da solo e si prende cura personalmente di ogni aspetto della sua carriera. Il nordafricano crede che un grande vantaggio di giocare per un’università come Wake sia che il college ti fornisce ogni risorsa necessaria per eccellere. “Il coach c’era sempre, e potevo andare ad allenarmi in qualsiasi momento. Potevo allenarmi in gruppo, ma, se poi volevo allenarmi individualmente da mezzanotte alle tre, lui era lì con me anche a quell’ora. L’unica sfida era riuscire a non perdere di vista i miei obiettivi, perché in università ci sono un sacco di cose di cui preoccuparsi, e quindi è facile smarrirsi. Ma se sei determinato hai ogni risorsa per farcela. E penso sia una bellissima esperienza, che tu ce la faccia o meno, anche se penso che con questo percorso aumentino le possibilità di farcela”.

L’età media dei tennisti al vertice aumenta ogni anno, e i giovani non sentono più l’urgenza di diventare subito professionisti.Penso che il tennis ora stia diventando uno sport dove la maturità è importante, e lo si può vedere nella Top 100, dove l’età media è vicina ai 30. Quindi si ha tempo in abbondanza per andare a fare esperienza in un college, affrontare un sacco di situazioni diverse, imparare a conoscersi meglio, a gestire il tempo, imparare un sacco di cose su sé stessi, e solo poi unirsi al circuito. Penso che il college aiuti a prepararsi – questo è ciò che mi ha insegnato la mia esperienza”, dice Mansouri.

Kareem Allaf, un ventunenne siriano, all’epoca senior dell’Università dell’Iowa, crede che non sarebbe sopravvissuto al tour ITF se fosse passato al professionismo direttamente dopo la scuola superiore. Uno dei due arabi tra i primi 60 della classifica della Intercollegiate Tennis Association (ITA) – insieme al libanese Hady Habib di Texas A&M – Allaf dice che non era pronto né fisicamente né mentalmente per competere a livello pro a quell’età, ed è felice di aver preso la decisione di andare al college. “Giochiamo partite ogni fine settimana. Ci sono un sacco di giocatori forti a livello universitario, quindi ti rafforzi mentalmente settimana dopo settimana e ti prepari un po’ a come sarà sul tour”, spiega Allaf.

Anche Abdo, che non proseguirà con la carriera da professionista dopo la laurea alla Sacred Heart, cita la frequenza delle partite come la parte più stimolante della sua esperienza al college. “Mi ha permesso di continuare a giocare ancora a tennis, perché non volevo smettere ma sapevo che non sarei diventato un pro. Quindi era il mio unico modo per continuare a giocare ad un livello che mi soddisfa e allenarmi ogni giorno”, dice il saudita. “È stata una vera fortuna”.

Dei 110 nordafricani o mediorientali che hanno giocato in Division I fra il 2016 e il 2019, 41 sono egiziani. Nativa di Alessandria d’Egitto, Nada Zaher, che ha giocato a tennis alla Columbia e si è laureata nel 2016, ha fondato una compagnia in Egitto chiamata Pass-Sport, che aiuta a mettere in contatto gli atleti internazionali con gli allenatori dei college e guida gli studenti durante il processo per ottenere una borsa di studio per meriti sportivi nelle università americane. Zaher dice che deve tutto al tennis, anche perché l’ha aiutata ad accedere all’università dei suoi sogni. “Non sapevo cosa aspettarmi quando sono arrivata alla Columbia, ma poi ho trovato un sistema incredibile, agli atleti viene offerto tutto. Tutor, consulenze per la carriera, fisioterapista, nutrizionista, mental e fitness coach. Sono arrivata lì dall’Egitto, dove tutto era un po’ raffazzonato; a volte ero pigra, e di colpo mi sono ritrovata catapultata in un sistema perfetto”, dice Zaher.

Nel primo anno di lavoro della sua compagnia, Zaher ha aiutato 17 egiziani, sei dei quali tennisti, ad andare al college negli States. “Specialmente partendo da Paesi come l’Egitto, dove davvero non c’è un sistema, ti ritrovi poi ad andare in un college che ha un sistema perfetto e ti offre tutto il possibile per metterti sulla strada giusta e diventare un professionista”, afferma Zaher. “Si matura davvero come atleti. Un tennista di 16 anni non è maturo per niente. Come comportarsi sul campo, come si affrontano vittorie e sconfitte, sono cose che non sai gestire a 16 anni. Penso che giocare in squadra, anche se il tennis è uno sport individuale, ti aiuti molto a maturare come giocatore. Ti aiuta anche a seguire un regime rigoroso, una disciplina, che è qualcosa a cui non siamo abituati da dove veniamo. Tutto ciò che ti serve ti viene offerto, mentre qui in Egitto, se rimani, devi lavorare come un pazzo e potresti usurarti molto prima. In più, se non riesci a mantenere il tuo livello al college non riuscirai mai a farlo da pro, quindi è veramente un buon test per i tuoi limiti”.

Le storie di successo di Mansouri e Sherif fanno da modello agli aspiranti tennisti dei paesi arabi, e dimostrano come ricevere un’educazione universitaria e avanzare nella carriera tennistica non siano più strade incompatibili tra loro. Di sicuro molti altri seguiranno le loro orme.

Traduzione a cura di Claudia Marchese

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ATP

Il rientro di Nadal è una battaglia: tre ore per battere Sock a Washington

Esordio memorabile per il maiorchino al Citi Open: supera l’ex top 10 al tie-break decisivo. “Quando la partita è entrata nel vivo anche il dolore al piede si è fatto sentire” ha fatto sapere Rafa

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Rafael Nadal - ATP Washington 2021 (Mike Lawrence_Citi Open)

[1] R. Nadal b. [WC] J. Sock 6-2 4-6 7-6(1)

L’esordio assoluto di Rafael Nadal all’ATP 500 di Washington si è concluso con una vittoria al tie-break decisivo contro Jack Sock, e il folto pubblico del campo centrale del Rock Creek Park Tennis Center non poteva chiedere una partita migliore. Il programma si è concluso infatti con la testa di serie n. 1 opposta alla wild card americana e non era affatto scontato che in campo ci fosse così tanto equilibrio. I due sono rimasti in campo per oltre tre ore e Nadal ha dovuto sudare sette camicie già per aggiudicarsi il primo set (6-2), nel quale addirittura il primo a rischiare di subire il break era stato lui. Alla fine, con una dimostrazione di grande superiorità con il dritto mancino, Rafa ha preso il largo dal 2-2 ed è passato in vantaggio.

Nel secondo set, l’ex top 10 Sock ha tentato di sfruttare al massimo l’euforia del pubblico e il suo gioco potente ha continuato a mettere in difficoltà Nadal il quale, forse stuzzicato dai numerosi serve-and-volley tentati da Djokovic a Tokyo, si è cimentato anche lui in questa soluzione con risultati altalenanti. Sul 3-3 c’è stato il break che ha deciso il parziale in favore di un agguerritissimo Sock; sull’onda dell’entusiasmo del pareggio appena agguantato, è stato proprio Sock a passare in vantaggio ad inizio di terzo set.

 

Nadal però non si è scomposto e si è affidato ancora una volta alla sua arma principale: il dritto. Gli scambi hanno continuato a restare lunghi e faticosi, e giunti al tie-break decisivo il n. 3 del mondo ha lasciato un solo punto al suo avversario, prima di chiudere con l’ennesimo dritto vincente. Al di là della sconfitta, questa prestazione per Sock è sicuramente un segnale positivo in vista del proseguo della sua carriera: il ritorno in top 100 entro la fine dell’anno sembra alla sua portata se continuerà ad esprimersi su questi livelli.

Questa la disamina sulla partita da parte del maiorchino: “Non è stato facile. Penso di aver iniziato più o meno bene il primo set. Poi ho giocato un brutto secondo set. Va detto che quando la partita è entrata nel vivo anche il dolore al piede ha iniziato a farsi sentire. Ho iniziato a soffrire un po’ troppo. Poi Jack ha giocato dei grandi punti. Non sono riuscito a metterlo in difficoltà con i miei colpi e non sono riuscito a rifarmi sotto negli scambi quando lui aveva l’iniziativa. È stata dura, ma ho finito la partita giocando meglio.”

Per Nadal questo è stato il primo match dopo due mesi di pausa a seguito della stagione sulla terra rossa, ma tre ore in campo non sembrano aver pesato più di tanto, anzi. “La mia forma fisica va bene. Ho solo bisogno di sentire un po’ meno dolore al piede, onestamente. Ma fisicamente mi sento più o meno bene. Partite come questa sono necessarie per essere più in forma dopo un mese senza gareggiare. Ma questo fa parte del processo e so come funziona. Ho affrontato tutte queste cose molte volte nella mia carriera, quindi è qualcosa di cui non mi preoccupo. Vincere questo tipo di partite ti aiuta a migliorare. Poi, se il dolore al piede diminuisce, penso che il resto delle cose verrà passo dopo passo“.

Rafa sarà in campo per gli ottavi di finale di nuovo in chiusura di programma, quindi all’una di notte italiana, e il suo avversario sarà il sudafricano Lloyd Harris – un incrocio inedito nel circuito maggiore. Ma a prescindere dal prossimo avversario, un amante della competizione come Nadal non può che rinvigorirsi di fronte a sfide del genere, le cui difficoltà vanno crescendo; il problema al piede non è così grave da tenerlo fermo. Mi sono già riposato abbastanza. […] Domani è un altro giorno, un’altra occasione per giocare davanti a questo pubblico fantastico. Voglio godermi di nuovo l’esperienza.”

Il tabellone completo

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ATP

ATP Washington 500: Sinner si rialza contro Ruusuvuori e torna a vincere dopo due mesi

Jannik Sinner interrompe la serie di quattro sconfitte consecutive e sfiderà Korda per un posto nei quarti. I due stanno disputando anche il doppio insieme

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Sinner b. Ruusuvuori 6-2 6-4

L’ATP 500 di Washington è il teatro del ritorno alla vittoria di Jannik Sinner, che supera in due set il finlandese Emil Ruusuvuori. L’unico precedente tra i due risaliva agli ottavi del 1000 di Miami, con Sinner che lasciò cinque game a Ruusuvuori sulla strada verso la finale poi persa contro Hubert Hurkacz. Non un avversario imbattibile quindi per il tennista italiano, e forse anche un tipo di giocatore che ne esalta le qualità, ma Sinner ha mostrato miglioramenti rispetto alle ultime uscite.

Nota positiva sicuramente per Sinner i colpi da fondo, apparsi molto più potenti e ordinati e meno fallosi delle ultime uscite. Continua a tentennare un po’ il servizio. Nonostante l’85% di punti vinti con la prima, il tennista di San Candido ha messo in campo solo il 41% di prime. “Sì, so che sono un po’ poche ma l’importante è aver vinto anche in queste condizioni” ha commentato Jannik in conferenza. E senza concedere palle break. Per Sinner è solamente la terza partita a livello di main draw ATP chiusa con una percentuale di prime in campo inferiore al 50%; l’unica altra vittoria era arrivata ad Anversa contro Monfils nel 2019.

 

L’inizio di partita di Jannik ricorda quello deciso e penetrante di inizio stagione. Il tennista italiano prende subito il comando da fondo e appare molto più centrato rispetto alle scorse partite. La diagonale di dritto sembra fare particolarmente male a Ruusuvuori oggi, che cede il servizio in avvio e si trova sotto 3-0. Sinner non molla la presa e un doppio fallo del finlandese crea l’opportunità di un doppio break, vanificata da Ruusuvuori dall’aiuto del servizio. L’occasione per chiuderla prima del previsto si ripresenta nell’ottavo game, con il tennista finlandese che si trova spalle al muro a servire per restare nel set. Sinner è chirurgico nell’approfittare delle incertezze al servizio del suo avversario e si prende il primo set in maniera molto convincente.

Molto più equilibrato il secondo set, con Ruusuvuori che è molto più attento sul suo servizio e Sinner che continua a non concedere la minima occasione all’avversario nei suoi turni di battuta. Il primo a rischiare è di nuovo il finlandese, che nel sesto game si aggrappa ancora una volta alla sua prima di servizio per cacciarsi fuori dai guai. Tutto cambia quando Ruusuvuori va a servire per restare nel match, e qui la tensione gioca un brutto scherzo al finlandese. Prima il dominio da fondo di Sinner e poi un doppio fallo generano tre palle break a favore del tennista italiano. Il finalista di Miami non si fa sfuggire l’occasione e chiude la partita con un dritto incrociato che non lascia repliche al suo avversario, abbandonato completamente dal servizio nel momento decisivo.

Per Jannik una vittoria che sa di liberazione, la prima dopo due mesi esatti di digiuno. “Sono felice, anche se una vittoria non significa che sono uscito dal periodo negativo. Dopo la partita ho subito parlato con Riccardo, per analizzare le cose che non ho fatto nel modo migliore“. Questo il commento di Jannik, la cui ultima vittoria era arrivata al terzo turno del Roland Garros contro Mikael Ymer, il 5 giugno scorso, seguita da quattro sconfitte consecutive su tre superfici diverse.

Al prossimo turno una sfida molto interessante per Sinner, che affronterà uno dei migliori giovani del circuito nonché suo partner di doppio in questo torneo, lo statunitense Sebastian Korda, vincitore in due set sul canadese Vasek Pospisil. “In realtà non ho mai avuto occasione di allenarmi con lui, nelle scorse settimane me lo aveva chiesto ma ero già impegnato. Poi ci siamo accordati per provare a giocare il doppio insieme, e abbiamo scelto Washington. Se questo mi aiuterà per la nostra sfida lo scopriremo in campo; lui è un giocatore molto solido“. I due sono anche il numero 1 e il numero 3 della Race to Milano, la classifica che qualifica per le Next Gen Finals, nella quale Korda è preceduto in classifica solo da Felix Auger-Aliassime e dal tennista italiano. “Ma per il momento non ci penso, siamo ancora troppo lontani” ha tagliato corto Jannik sull’argomento.

Il tabellone completo

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