US Open uomini: Djokovic annichilisce Cilic, Federer stende Wawrinka

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US Open uomini: Djokovic annichilisce Cilic, Federer stende Wawrinka

Il numero uno del mondo domina la semifinale contro il campione in carica Marin Cilic, superandolo in appena un’ora e mezza e lasciandogli la miseria di tre game, 6-0 6-1 6-2. Si tratta della sesta finale a Flushing Meadows per Djokovic, che ha vinto soltanto nel 2011 contro Nadal. Roger Federer senza problemi su Stan Wawrinka, 6-4 6-3 6-1. Ci attende una grande finale

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[2] R. Federer b. [5] S. Wawrinka 6-4 6-3 6-1  (da New York, Luca Baldissera)

Fed-Waw-stats

Anche la seconda semifinale del singolare maschile dello US Open è andata via in modo estremamente veloce, con lo svizzero Roger Federer che ha superato in tre rapidi set il connazionale Stan Wawrinka. L’Arthur Ashe al tramonto, pieno di gente, è sempre un bello spettacolo: ancor più bello è stato lo spettacolo offerto dal fuoriclasse di Basilea.
Stan Wawrinka è un tipo tosto, difficile da intimidire, ma davanti allo straripante tennis a tutto campo offerto da Roger stasera non ha potuto fare assolutamente nulla. I due partono subito tirando molto forte, inizia Stan al servizio, da subito però l’impressione è che a questi ritmi Wawrinka sia al limite, Federer abbia ancora margini. Un game di servizio laborioso per Roger sull’1-0 per Stan, diciamo una fase di rodaggio della battuta, poi nel gioco successivo Federer piazza l’affondo, provando anche due “SABR”, attacchi di sorpresa rispondendo dalla riga del servizio: la prima volta va male, la seconda è punto, e poco dopo break.

 

Sul 3-2 e battuta Federer, tre game dopo, Wawrinka va 0-40, tre palle del contro-break: la reazione di Roger è, nell’ordine, ace, volée vincente, serve & volley vincente con la seconda, ace, ace. Si può dire che il set sia finito lì, Stan tiene ancora un paio di servizi ma deve cedere il parziale 6-4. Roger gioca sempre meglio, e non è che fosse partito male.
Primo game del secondo, comincia Stan, palla break mancata da Roger, poi si seguono i servizi fino al 2-2. Qui Wawrinka annulla tre palle break non consecutive, poi dopo altri due vantaggi pareggia 3-3. Dopodichè, a partire dalla bella volée di dritto che dà il 4-3 a Roger nel game successivo, Federer piazza un terrificante parziale di 14 punti consecutivi, fatti in ogni modo possibile, vincenti da qualsiasi parte del campo, Stan frastornato, e match praticamente concluso. 6-3 Roger, due set a zero, braccio scioltissimo e piedi che vanno a mille all’ora (alcuni smash in elevazione laterale/arretrata sono stati autentici gioielli di condizione fisica oltre che di classe).

Wawrinka regge fino all’1-1 nel terzo, poi il crescendo di Federer è inarrestabile, con perle assortite di classe e, lo ribadisco, una condizione atletica fantastica. Roger brekka altre due volte, Stan ha un ultimo sussulto di orgoglio sul 5-1 per Roger, al servizio, annullando un match point con un gran passante di rovescio lungolinea, e infine Federer chiude con un ace.
6-4 6-3 6-1, prestazione scintillante, colpi che sembrano centratissimi, gioco di gambe di rapidità incredibile, e soprattutto davvero poca fatica fatta per arrivare in finale. Dove contro l’altrettanto scintillante Djokovic che lo attende sarà una battaglia da lustrarsi gli occhi.
Per Federer, siamo a 28 set di fila vinti (l’ultimo perso proprio da Nole in finale a Wimbledon, poi via come un treno a Cincinnati e ora qui fino adesso), ventisettesima finale Slam (17 vinte), e un gradito ritorno in finale qui a New York dove mancava dal 2009 (persa da Juan Martin Del Potro).

 

[1] N. Djokovic b. [9] M. Cilic 6-0 6-1 6-2 (da New York, Vanni Gibertini)

Difficile commentare una partita che essenzialmente non c’è stata. Novak Djokovic ha letteralmente nascosto la palla ad uno spaesato Marin Cilic, che tutto sembrava là fuori nell’immenso Arthur Ashe fuorchè il campione uscente degli US Open. Certo le premesse non lasciavano grandi margini a Cilic: 13 sconfitte in 13 precedenti incontri per lui contro il n.1 del mondo, e solamente 21 giochi vinti negli ultimi 10 set disputati. Ma dopo la strepitosa affermazione di Roberta Vinci contro Serena Williams, a New York ormai non ci si stupisce più di nulla.

Il miracolo c’è stato nella seconda semifinale femminile, non si è ripetuto nella prima semifinale maschile. Ci sono voluti 35 minuti a Marin Cilic per vincere il primo game, altri 28 per vincere il secondo dopo che allo scoccare della prima ora di gioco il tabellone segnava già due set a zero per Djokovic.
Impossibile trovare una zona del gioco in cui Nole non abbia dominato: il suo servizio è stato solidissimo, al contrario di quello del croato, più attaccabile che mai; nello scambio da fondocampo era sempre Cilic che per primo andava fuori giri; Djokovic ha sbagliato pochissimo in tutta la serata (appena 13 errori gratuiti, contro i 37 dell’avversario) macinando punti su punti davanti ad un Cilic apparso parzialmente menomato da un infortunio alla caviglia patito nel match con Tsonga, ma che non può certo giustficare una stesa di questo tipo.

Mentre la ESPN si accalorava ad annunciare trionfalmente che si stava profilando la semifinale più a senso unico nella storia dell’US Open (cosa puntualmente accaduta), tra gli addetti ai lavori italiani, impegnatissimi in interviste con tutte le televisioni e radio del mondo per commentare la vittoria di Roberta Vinci, si paragonava la partita odierna con la semifinale del Roland Garros del 1978. Allora uno spietato Bjorn Borg brutalizzò il nostro Corrado Barazzutti con il punteggio di 6-0, 6-1, 6-0, con il nostro “soldatino” che alla stretta di mano ringraziò l’”orso” svedese per avergli lasciato un game.

Qui non siamo arrivati a quegli estremi, ma nemmeno ci siamo andati troppo lontani. Nel primo set Cilic si è aggiudicato solamente 11 punti, riuscendo a far soltanto poco meglio nel secondo e nel terzo parziale con 14. La sua percentuale di punti vinti sulla seconda di servizio è sempre rimasta sotto il 30%, attestandosi su una media del 22% con la quale non si può sperare di battere nessuno a questi livelli, men che meno il n.1 Djokovic.

Il serbo quindi accede alla sua quarta finale stagionale nei tornei del Grande Slam, e se non fosse stato per una clamorosa vittoria contro pronostico nell’atto conclusivo del Roland Garros da parte di Stan Wawrinka, si starebbe parlando di un possibile Grande Slam nel settore maschile, dopo uno appena sfumato nel settore femminile. Se Djokovic dovesse andare in campo contro l’uomo che ha fermato la sua corsa verso lo slam, lo farà forte delle 20 vittorie su 24 precedenti scontri diretti (l’ultima delle quali proprio qualche settimana fa a Cincinnati sul duro). Altrimenti, si troverà di fronte colui che ancora una volta insegue i suoi record per riscriverli, quel Roger Federer da lui battuto a Wimbledon, ma che è sembrato in forma come non mai in tutti i suoi impegni in questo torneo.

 

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Guarda il videocommento di Ubaldo Scanagatta

Guarda il videocommento di Ubaldo Scanagatta con Steve Flink (in inglese)

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Gli outfit dello US Open 2022

Slam newyorkese a tinte scure per i grandi campioni, poche scelte estrose per gli altri giocatori

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Serena Williams, sfilata Vogue 2022 (Instagram @serenawilliams)

Ultima fermata New York. La grande mela, la città che non dorme mai. Quella con le luci accese anche di notte. Quella del melting pot e di Wall Street. Ma anche quella delle nuove tendenze in fatto di moda. Lo sanno anche le grandi marche di abbigliamento da tennis che hanno fatto spesso indossare ai loro atleti i completi più stravaganti e controversi proprio durante gli US Open. Come dimenticarsi ad esempio degli short di jeans di Agassi o degli stivali da pantera di Serena. E anche quest’anno i brand non si sono smentiti, a colpi di scelte cromatiche vistose e tagli particolari.

Serena Williams – Nike

Serena Williams – US Open 2022 (foto: twitter @usopen)

Questo US Open era per Serena la “last dance”, l’ultimo torneo prima del ritiro, davanti al proprio pubblico, quello dell’Arthur Ashe Stadium. E forse non è un caso che per l’occasione, la più giovane e più vincente delle sorelle Williams ha indossato un abito ispirato alla disciplina sportiva che più si avvicina la danza, ovvero il pattinaggio artistico: gonna a tutu, parte superiore stretta e maniche coperte. Il colore è il nero, quello più volte indossato dalla campionessa statunitense durante le sue vittorie serali a Flushing Meadows. Ad arricchire (nel vero senso della parola) questo look ci sono le paillette nel vestito, 400 (!!!) diamanti nelle scarpe e qualcuno anche nei capelli, lacci delle scarpe placcati in oro. Con questo outfit Serena non ha voluto però solo mettere in mostra la quantità di zeri nel suo conto in banca ma anche celebrare la sua straordinaria carriera ed esperienza di vita. I sei veli nella gonna sono un riferimento ai 6 US Open vinti, i diamanti nelle scarpe servono a formare le parole “Queen” e “Mama”. Insomma, più che davanti ad un semplice completo di tennis siamo di fronte ad uno statement a tutto tondo, che ribadisce come Serena sia un icona che trascende il mondo del tennis e, forse, persino quello dello sport in generale. (Valerio Vignoli)

 

Rafa Nadal – Nike

Rafael Nadal – US Open 2022 (foto Twitter @rolandgarros)

Luci e ombre su Rafa quest’anno a New York e non solamente perché è uscito per mano di Tiafoe agli ottavi di finale, ma anche per gli outfit indossati. Promosso infatti a pieni voti il completo diurno con pantaloncino rosso magenta e maglia bianca, scarpe intonate al pantaloncino. Una scelta estiva, elegante che si sposa perfettamente con l’esplosività di Nadal. Bocciato invece l’outfit serale. Se infatti possiamo apprezzare la scelta del rosa per fascia e polsini, il color “vino” di maglietta e pantaloni è spento, triste, inadatto a un campo da tennis. Un colore simile, seppur in tonalità più chiara, era già stato portato a Flushing Meadows da Roger Federer nel 2018, quando proprio durante una sessione serale venne sconfitto inaspettatamente da John Millman. Apprezziamo, però, sempre ad ogni Slam il tocco di classe sulle scarpe dove Nike, oltre a scrivere il nome di Rafa, incide gli anni delle sue vittorie a New York: 10, 13, 17 e 19. Come dire, per non dimenticare… (Chiara Gheza)

Collezione Nike

Carlos Alcaraz – US Open 2022 (foto Twitter @atptour)
Aryna Sabalenka – US Open 2022 (foto via Twitter @WTA)

Una collezione grintosa ma poco entusiasmante al tempo stesso. Appropriato il rosso acceso della t-shirt di ‘Carlitos’ Alcaraz che, del resto, simboleggia il “fuego” in campo dello spagnolo, nuovo campione di New York, nonché n. 1 del mondo più giovane della storia. Tuttavia, le fasce laterali color vinaccia non si sposano al meglio con il rosso, così come le maniche bianche rendono il tutto un po’ banale.

Forse sarebbe da rivedere la scelta degli abbinamenti cromatici, anche per quanto riguarda l’outfit indossato da Aryna Sabalenka, semifinalista allo US Open. La fascia rossa laterale del top altera decisamente l’estetica della canotta – bianca e classica – e del gonnellino – di un bel color rosa ciclamino e dalle pieghe leggere. (Laura Guidobaldi)

Iga Swiatek – Asics

Iga Swiatek – US Open 2022 (foto Twitter @rolandgarros)

Iga Swiatek vince gli US Open a soli 21 anni, compiuti lo scorso 31 Maggio, e diventa il nuovo volto del tennis femminile dopo una stagione trionfale. Asics nella sua collezione autunnale scegli per lei un leggero color Tiffany, niente di più in linea con New York ammettiamolo, che si sposa perfettamente con il tessuto impalpabile del gonnellino. La canotta fin troppo classica sul davanti, recupera con un gioco di tessuto sulla schiena. L’outfit di Iga insomma ci piace molto e si adatta perfettamente a lei: sobrio, ma incisivo. Forse le scarpe azzurro chiaro non si sposano granché ma è solo un dettaglio. Infine il cappellino è ormai parte integrante di Iga, tanto che senza diventa quasi difficile riconoscerla. Asics dovrebbe quindi pensare a questo e sbizzarirsi nel disegnarne di speciali per la sua campionessa. (Chiara Gheza)

Casper Ruud – Yonex

Casper Ruud – US Open 2022 (foto Twitter @daviscup)

Casper Ruud, neofinalista dello US Open, dall’atteggiamento sempre classy, avrebbe forse meritato un completo più raffinato. Certo, la maglietta evoca l’energia del suo tennis ma il color vinaccia dominante, che sfuma verso il beige e il rosa nelle strisce oblique, non è tra i più adatti per l’atmosfera frizzante di Flushing Meadows. Il bianco, comunque, viene ad “addolcire” questo outfit geometrico e chiassoso al tempo stesso, conferendogli quel tocco di eleganza che tanto dona al 23enne norvegese. (Laura Guidobaldi)

Matteo Berrettini – Hugo Boss

Matteo Berrettini – US Open 2022 (foto Twitter @atptour)

Hugo Boss e Berrettini: che dire? Sono ormai una garanzia su ogni campo da tennis. Anche a New York Matteo è perfetto in bianco e nero con un dettaglio beige. Elegante, classico, esclusivo. Su di lui anche il cappellino portato con la visiera all’indietro, che potrebbe fare Jovanotti anni 80, è invece perfetto. Hugo Boss ha compreso le potenzialità di Berrettini e le sta usando magistralmente. Il suo outfit di questo US Open entra di diritto negli outfit più raffinati che si possano indossare per praticare un qualsiasi sport. Complimenti. (Chiara Gheza)

Daniil Medvedev – Lacoste

Lacoste è sinonimo di polo. Per non dire che la polo è sinonimo di Lacoste. E allora c’è di che stupirsi a vedere Daniil Medvedev, tennista di punta del marchio francese, indossare una t-shirt in campo. E che t-shirt, verrebbe da dire. Probabilmente quello visto a New York è il miglior outfit indossato dal russo in questa per lui non semplice stagioni 2022. La maglietta è blu avio con diversi panelli e un motivo geometrico tono su tono, che dà un tocco di originalità e modernità. Impeccabile l’accostamento con pantaloncino navy. Per la sessione notturna il moscovita ha sfoggiato lo stesso completo a colori invertiti, con maglietta navy e pantaloncino avio. Ma il risultato non era altrettanto buono (Valerio Vignoli).

Collezione adidas

Jessica Pegula – US Open 2022 (foto via Twitter @usopen)

Per questo US Open, Adidas ha creato una collezione con l’emergente fashion designer sudafricano Thebe Magugu. I completi rimandano all’africa per via dei loro colori sgargianti (fucsia, bianco panna e arancione) e per il profilo di una donna di colore, con una folta chioma di capelli e il rossetto. L’intenzione, più che lodevole, è quella di mandare un messaggio di inclusività e di amore, in un periodo in cui se ne sente molto il bisogno. Gli outfit però nel loro complesso non convincono del tutto tra tagli piuttosto basilari e accostamenti di colori azzardati. In definitiva, meglio nella teoria che nella pratica questa collezione del brand delle tre strisce per l’ultimo slam dell’anno.

Venus Williams – Eleven by Venus Williams

Venus Williams non si smentisce nemmeno quest’anno e a New York regala una lezione di classe ed eleganza con un outfit verde, complicato da indossare per chiunque tranne che per Venere, come la ribattezzò Gianni Clerici. Top cortissimo e gonnellino hanno un sapore quasi vintage per via delle righe bianche che attraversano il total green. Il colpo di classe però è nello scaldacuore candido, con le maniche lunghe, con il quale Venus inizia il match di doppio. Ancora una volta inarrivabile. (Chiara Gheza)

Coco Gauff – New Balance

Cori Gauff - Us Open 2022 (Twitter @usopen)
Cori Gauff – Us Open 2022 (Twitter @usopen)

Coco Gauff e i suoi outfit, un binomio vincente. La New Balance, infatti, con i suoi outfit esprime sempre al meglio il carisma e la bella personalità della 18enne americana. Inoltre, non manca mai l’eleganza unita all’originalità. Per questo US Open, il tocco d’eleganza è dato dal gonnellino a scacchi neri, leggero ed etereo nel tessuto, ma grintoso nella tinta e nella fantasia. Peccato, però, che, in questa occasione, la maglietta non sia all’altezza delle aspettative. Tanti elementi eterogenei messi insieme creano un mélange un po’ troppo chiassoso: le maniche bianche bucherellate, le fasce laterali rosse, disegni obliqui color lilla, verde chiaro e azzurrino che ricordano petali di fiori sullo sfondo a scacchi neri, i polsini gialli e la fascia per i capelli a scacchi neri e bianchi… Insomma, sono decisamente too much. Peccato. (Laura Guidobaldi)

Ajla Tomljanovic – Original Penguin

Per la prima volta in carriera, la dolce e graziosa Ajla ha raggiunto i quarti di finale allo US Open. E ha brillato non solo grazie al suo tennis ma anche per l’eleganza che ha sfoggiato in campo. Tomljanovic ha sempre e comunque un portamento aggraziato e il brand americano Original Penguin, con i dettagli dello stile per golfisti, realizza sempre completi di gran classe. E a lei stanno a pennello, proprio come il vestitino indossato a Flashing Meadows, raffinato e sbarazzino al tempo stesso, grazie all’eleganza del blu elettrico, vivacizzata quanto basta dalla fantasia bianca e rosa del corpetto e della gonna. Leggero, etereo e fresco, proprio come Ajla. (Laura Guidobaldi)

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US Open, l’edizione 2022 è da record anche sugli spalti

Le due settimane di main draw hanno fatto registrare 776.120 spettatori, mentre sono stati 888.044 includendo anche la Fan Week. Per lo US Open è record assoluto

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US Open 2022 - foto: twitter @usopen

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Il video-commento di Ubaldo che compare qui continua sul sito di Intesa Sanpaolo nella sezione “Sottorete” curata in collaborazione con Ubitennis, che potrete trovare al seguente link.

Clicca qui per guardare il video-commento completo di Ubaldo Scanagatta sulla finale maschile dello US Open 2022 sul sito di Intesa Sanpaolo

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Iga Swiatek e Carlos Alcaraz – 40 anni in due! – si sono aggiudicati l’ultima, recentissima edizione dello US Open 2022. Un torneo che certamente resterà indimenticabile per le tante storie proposte: Serena Williams ha definitivamente salutato il tennis e lo stesso Alcaraz ha vinto il suo primo Major in assoluto, diventando il più giovane n°1 del mondo nella storia del tennis.

Lo spagnolo, nella conferenza stampa dopo la finale, ha sostenuto più volte come l’aiuto del pubblico sia stato fondamentale per lui, che si è sentito amato e supportato fin dal primo giorno. Proprio sugli spalti lo US Open 2022 ha fatto registrare un altro record, diventando l’edizione con il numero di fan più elevato nella storia di questo torneo.

I precedenti primati, stabiliti nel 2019, erano di 737.872 spettatori per quel che riguarda le due settimane di main draw e di 853.227 tifosi allargando il conteggio alle tre settimane di US Open, includendo la Fan Week. Quest’anno entrambi sono stati sbriciolati: nell’arco delle due settimane è stato stabilito un nuovo record con 776.120 spettatori, mentre allargando il discorso alle tre settimane e alla Fan Week il conteggio sale a 888.044 tifosi. Va detto che il primato assoluto – tenendo conto esclusivamente delle due settimane in cui si disputano i tabelloni principali – appartiene all’Australian Open 2019, quando furono addirittura 796.435 i fan ad essere presenti sugli spalti.

Come se non bastasse, per la prima volta nei suoi 25 anni di storia l’Arthur Ashe Stadium è sempre andato sold out in tutte le sue sessioni, tanto pomeridiane quanto serali. Insomma, abbiamo assistito ad uno US Open storico sotto tutti i punti di vista.

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US Open, i campioni a New York annullando match point

Orantes-Vilas, Djokovic-Federer, Navratilova-Graf. Alcune delle più grandi partite di sempre, delle rivalità più importanti della storia, teatri di tali imprese

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Manuel Orantes allo US Open 1975

L’ultimo Slam dell’anno, che ha segnato l’inizio di una nuova era, – anche rappresentata dal fatto che per la prima volta nella storia dell’ATP hanno detenuto il primo posto della classifica, nella stessa stagione, tre giocatori nati in altrettanti decenni differenti: Djokovic classe ’87, Medvedev classe ’96 e Alcaraz generazione Z – è stato ormai salutato. Prima però di concentrare tutte le attenzioni sui gironi di Coppa Davis, con la squadra azzurra pronta ad incendiare gli spalti della Unipol Arena di Casalecchio di Reno, è tempo di autoinfliggersi un’ulteriore “coltellata” riesumando i freschissimi ricordi scaturiti da quella strabiliante, magnifica, dirompente, sublime – scegliete gli aggettivi che più vi aggradano – sfida, che è stata la quinta puntata della saga Val Pusteria versus Murcia, destinata in futuro ad occupare le prime pagine delle cronache sportive per diverse stagioni. Un duello che tuttavia ha delineato una vasta e profonda ferita nel cuore “tennistico” di Sinner, raffigurata da quel match point mancato sul 5-4 del quarto set con l’aggravante del servizio a diposizione.

La speranza è che quel lacerante dolore possa presto affievolirsi, cicatrizzando la ferita e facendo ripartire il nostro Pel di Carota più forte di prima. Per aiutare, e consolare, il giocatore italico nel suo percorso di ripresa; ci addentriamo in una disamina statistica che dimostra come Jan non sia stato l’unico nella storia di Flushing Meadows – e Forrest Hill prima ancora -, ad essere vittima del perfido sacrilegio di dover perdere contro un avversario che poi avrebbe alzato al cielo la coppa di New York. Nel tennis per un giocatore questa è la punizione peggiore, che lascia quel senso di incompiutezza e di rimpianto difficilmente scalfibile, al contrario è il sollievo più grande nonché la gioia più limpida per chi riesce ad uscirne incolume. Due facce di una stessa medaglia che, a seconda di dove si collochino i protagonisti assume sfumature diverse, il tutto in questo caso enfatizzato dal raggiungimento dell’Eldorado tennistico.

In 142 edizioni dello Slam di scena nella Grande Mela, fondato nel 1881, sono stati ben sette, prima di Alcaraz, i tennisti capaci di ottenere il “colpo grosso” del trionfo all’Open degli Stati Uniti, raggiungendo tale traguardo dopo aver cancellato almeno un match ball durante il loro cammino nel torneo. Sette atleti della racchetta, per un totale complessivo di 15 punti partita frantumati – 16 considerando anche quello non sfruttato dal 21enne di San Candido. Svisceriamo, dunque, tutti i nomi di quelle leggende che hanno mostrato sangue freddo e abilità nel raffreddare l’emozioni e la tensione, nel momento per antonomasia in cui sono più palpabili, cominciando dal tennis maschile e seguendo pedissequamente l’ordine cronologico.

 

M. Orantes b. G. Vilas, semifinale US Open 1975 (cinque match point)

Il primo di sei a compiere un’impresa di cotale importanza e rilevanza fu un altro spagnolo, in quella circostanza un andaluso, nativo di Granada: Manuel Orantes. Correva l’anno 1975, semifinale dello US Open, Manolo incrociava la racchetta con l’argentino Guillermo Vilas, di tre anni più giovane. L’albiceleste da Mar de Plata, si portò avanti di due set con lo score 6-4 6-1. Ma ecco materializzarsi l’imponderabile, il sudamericano – testa di serie n. 2 del torneo – dopo la reazione di Orantes che aveva vinto il terzo parziale per 6-2, non sazio decise che era arrivato il momento di azzannare la partita: così salì ferocemente sul 5-0, 0-40 con tre match point consecutivi sulla racchetta per chiudere la contesa. Ad un solo punto dalla vittoria, però, il mancino inventore del tweener subì una surreale ed inspiegabile rimonta cedendo il passo per 7-5 6-4, e mancando oltre ai tre match ball in fila del sesto game anche due nel successivo settimo gioco. Nonostante in seguito dichiarò di aver sofferto di una lesione addominale accusata alla fine della terza frazione, quella remuntada rimane tutt’ora una delle più grandi imprese della storia del tennis. In finale Manolo sublimò un torneo eccezionale sconfiggendo la prima forza del tabellone, un altro mancino, Jimbo Connors per 6-4 6-3 6-3. Il tennista di casa nel penultimo atto aveva estromesso l’orso svedese Bjorn Borg con un triplice 7-5. Per Orantes quella fantastica cavalcata si concluse con il suo primo titolo Major, l’unico di tutta la carriera.

B. Becker b. D. Rostagno, 2°T US Open 1989 (due match point)

Compiamo un balzo di quattordici anni, e voliamo al 1989. La cornice è sempre la stessa, ma questa volta il “più grande spauracchio che esista per un tennista” giunse già nei primi giorni dell’evento: 2°T, in campo il tre volte vincitore di Wimbledon Boris Becker. Dall’altra parte della rete lo statunitense Derrick Rostagno, di famiglia italiana che dopo il tennis ha abbracciato la vocazione di avvocato. Bum Bum, anche se per Clerici era una definizione da incompetenti, partì a rilento andando sotto 6-1 7-6. Tuttavia riuscì a ritrovarsi in tempo per completare la rimonta, vincendo gli ultimi tre set dell’incontro 6-3 7-6 6-3. Quel successo, arrivato dopo essere stato sull’orlo del baratro, diede lo slancio necessario al tedesco per raggiungere la finale, dove superò in quattro set Ivan Lendl – il ceco era alla sua ottava finale consecutiva dello US Open, record a pari merito con Bill Tiden – e conquistò il quarto Major della carriera.

P. Sampras b. A. Corretja, quarti di finale US Open 1996 (un match point)

Passano altre sette stagioni, prima che la storia si ripeta. Quarti di finale dell’edizione del 1996, uno di fronte all’altro Pete Sampras e Alex Corretja. Colui in possesso del servizio più devastante di sempre aveva già messo in bacheca la metà dei suoi 14 titoli Slam, trionfando in tre occasioni nello Slam casalingo – ’90, ’93, ’95 -. Un match point salvato da Pistol Pete, che s’impose sul catalano 7-6(5) 5-7 5-7 6-4 7-6(7). In seguito l’ex n. 1 del mondo si aggiudicò l’ottavo successo in un torneo del Grande Slam, il quarto a New York, maramaldeggiando in tre partite sul campione del Roland Garros 1989 Michael Chang, in un confronto a tinte states tra un greco e un taiwanese.

A. Roddick b. D. Nalbandian, semifinale US Open 2003 (un match point)

Chiuso il capitolo degli anni novanta, entriamo nel nuovo millennio e l’anno da evidenziare con il circoletto rosso è il 2003. Ancora semifinale, David Nalbandian ha fatto il carico di fiducia eliminano il n. 2 del seeding Roger Federer – che arrivava dal primo trionfo Major, nonché primo di 8 Wimbledon -. E questa piena consapevolezza nei propri mezzi lo fa partire a razzo, scaraventando Andy Roddick ad un solo set dalla sconfitta – 7-6(4) 6-3 -. Ma l’allora 21enne del Nebraska non ci sta, e dà fondo a tutte le sue energie per compiere il rimontone portandolo a compimento con il punteggio di 7-6(7) 6-1 6-3, regalandosi grazie a quel match point sventato la su prima finale Slam. Ultimo atto che lo vide vittorioso su Juan Carlos Ferrero, che in semifinale eliminando Andre Agassi aveva impedito lo scontro tra connazionali in un derby generazionale.

N. Djokovic b. R. Federer, semifinale US Open 2011 (due match point)

Arriviamo ad un’epoca tennistica più recente, undici stagioni orsono: si danno battaglia per la 24esima volta, in un romanzo che finora – e probabilmente ormai giunto ai titoli di coda – conta un cinquantello di capitoli, Novak Djokovic e Roger Federer. Una delle grandi classiche del nostro sport, in quella che è stata forse una delle versioni più al cardiopalma. Nel penultimo atto dell’Open americano del 2011, il cannibale serbo che in quella stagione si era già assicurato due titoli Slam in Australia e a Londra, dominando in lungo e largo il circuito in quei mesi, con la sua solita resilienza mentale annichilì alla distanza il Re svizzero. Roger vinse 7-6(7) 6-4 i primi due set, per poi subire la furia da Belgrado che rimontò per 6-3 6-2 7-5 in quasi quattro ore di match frantumando le due possibilità di mettere la parola fine avute a disposizione da Federer. Si trattò del quarto titolo Slam per l’uomo di gomma.

S. Wawrinka b. D. Evans, 3°T US Open 2016 (un match point)

L’ultimo prima di Alcaraz a potersi fregiare di una simile “navigata” negli Slam, è Stan Wawrinka. Il 37enne di Losanna si laureò campione per la terza volta in una prova Major nel 2016, quando superò Nole Djokovic (1)6-7 6-4 7-5 6-3, tuttavia la vera impresa di Stan The Man fu quella messa a segno nel 3°T quando uscì indenne da una maratona, e un match ball contro, al cospetto di Dan Evans perdendo il tie-break del terzo per 7 punti a 5 ma facendo suo quello del quarto per 12 a 10 – 4-6 6-3 (6)6-7 7-6(8) 6-2, il punteggio finale.

M. Navratilova b. S. Graf, semifinale US Open 1986 (tre match point)

Tra le donne, una sola regina è stata capace di vincere lo US Open riuscendo a fronteggiare abilmente una palla della partita per l’avversaria senza rimanerci scottata. Il suo nome è Martina Navratilova, a 30 anni aveva già trionfato per 14 volte in un torneo del Grande Slam, due anche a Ne York nel biennio ’83-’84. Ma dall’altra parte del campo si presenta una rampante 17enne tedesca, “miss dritto” Steffi Graf, tuttavia Martina è implacabile e rifila alla collega un ko per il secondo anno consecutivo nella semifinale dello US Open. Tre i match point cancellati dalla ceca, naturalizzata statunitense, che vinse 6-1 (3)6-7 7-6(8) prima di sigillare il suo terzo trionfo nella Grande Mela sulla connazionale Sukova

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