US Open femminili: tre storie concluse e un futuro tutto da definire

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US Open femminili: tre storie concluse e un futuro tutto da definire

Gli US Open 2015 sono stati un’edizione memorabile per il tennis femminile, e non solo per quello italiano: da Flavia Pennetta a Roberta Vinci, da Serena Williams alle altre top ten, molti sono stati gli spunti di riflessione

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Flavia Pennetta e Roberta Vinci - US Open 2015 (foto di Art Seitz)

Non è facile decidere che cosa raccontare degli US Open 2015, un torneo memorabile per il tennis femminile. Forse mi manca la necessaria capacità di sintesi, ma faccio davvero fatica a contenere nello spazio di un articolo tutto quanto meriterebbe. Tanto che anticipo sin da ora che martedì prossimo ritornerò ad occuparmene con un approfondimento del match tra Serena Williams e Roberta Vinci.
Perchè gli US Open femminili non sono stati uno Slam qualsiasi, e non solo per le Italiane? Perché solitamente il tennis ha il calendario scandito dai quattro Major, ma questa volta storie e vicende di durata superiore hanno vissuto a New York il loro spettacolare epilogo.

1. La fine della corsa al Grande Slam

Dopo oltre un quarto di secolo (1988) si ripresentava per una giocatrice la possibilità di raggiungere il Grande Slam. Oggi si deve specificare: “calendar year Grand Slam” perché sono stati inventati dei surrogati (di valore più o meno significativo) che però, secondo me, non possono essere paragonati all’originale. E se qualcuno aveva dei dubbi sul perché, penso lo abbia capito seguendo giorno dopo giorno il torneo di Serena: il meccanismo del vero Grande Slam è una specie di crescendo infernale, una sequenza di eventi che obbliga la protagonista a subire una pressione che aumenta sino al limite della sostenibilità.
Già dopo sette partite, quelle australiane, si identifica un’unica possibile candidata. Se per caso la prescelta riesce a vincere a Parigi, il discorso comincia a farsi serio. E se poi resiste anche a Londra, ecco allora che l’attenzione dei media, degli appassionati, del mondo tennistico intero, si concentra ossessivamente su un unico concetto. Un martellamento al quale è impossibile sfuggire, che agli US Open si associa al conto alla rovescia delle partite che mancano per arrivare all’apoteosi.
E dato che nel tennis più si passano turni più si ha probabilità di trovare un’avversaria forte, in forma, in fiducia, si capisce come il tutto produca una situazione di stress mostruosa.

 

Che la candidata si chiamasse “Serena” è apparso paradossale soprattutto per gli italiani, che ben conoscono il significato della parola, e che alla fine hanno rubato la scena alla prescelta.
Williams in questa stagione ha mostrato un dominio nei confronti delle avversarie come molto raramente era accaduto prima. Eppure non è bastato. Logorata psicologicamente, è caduta al penultimo ostacolo.

Una sequenza identica a quella del 1984 vissuta da Martina Navratilova. Anche Martina, protagonista di una stagione assolutamente dominante (una sola sconfitta a gennaio nel torneo di Oakland da Mandlikova) era caduta nel quarto Slam, in Australia (che allora era l’ultimo in calendario e si disputava in novembre).
Anche quella volta era caduta in semifinale, per mano di Helena Sukova. E anche quella volta la favorita aveva vinto nettamente il primo set prima di crollare perdendo gli ultimi due: 6-1, 3-6, 5-7 il risultato di allora. 6-2, 4-6, 4-6, la sconfitta subita da Serena pochi giorni fa.

Nel 1984 Navratilova aveva 28 anni (compiuti il 18 ottobre). Serena compirà 34 anni tra pochi giorni (26 settembre). L’ultima a riuscire ad ottenere il Grande Slam è stata Steffi Graf, nel 1988, a 19 anni. Mi viene da pensare che l’età sia un fattore importante, e che in questi casi più si è giovani più si è incoscienti, e meno si sente la pressione. Williams a quasi 34 anni era forse troppo consapevole del valore enorme dell’impresa per non rimanerne schiacciata.

2. La conclusione della carriera di Flavia Pennetta

E così, alla fine, la scena predisposta per Serena Williams è stata occupata dalle giocatrici italiane. Un successo imprevedibile e sorprendente ma direi del tutto legittimo, specie se si considera che le due finaliste hanno sconfitto tre delle prime quattro giocatrici del mondo (Williams, Halep, Kvitova) e che l’unica che non hanno incontrato non era al via per infortunio (Sharapova).

Come ho già detto, sulla partita di Roberta Vinci conto di tornare martedì prossimo, per cui oggi mi limito a dire che con quella vittoria Roberta ha tolto ogni argomento ai suoi detrattori, che avevano esclusivamente sottolineato come fosse approdata al match contro Serena senza aver affrontato teste di serie, usufruendo in più anche del ritiro della sfortunatissima Bouchard. Dati assolutamente inconfutabili, solo che certi giudizi espressi come sentenze andrebbero pronunciati a torneo finito; per cui chi si era affrettato a bollare Vinci come una specie di intrusa delle semifinali, una sicura vittima sacrificale arrivata sin lì solo per fortuna, ha mostrato quanto meno un po’ troppa precipitazione.

Il match tra Vinci e Williams ha assunto un valore storico, visto che sicuramente verrà citato per decenni (esattamente come ho fatto qui con quello tra Navratilova e Sukova), ma  in Italia si parlerà altrettanto a lungo di questo Slam, in cui una generazione di tenniste ha raggiunto il suo culmine. Con due protagoniste in finale, per la prima volta in uno Major al di fuori di Roland Garros.

A questo si deve aggiungere la decisione di Pennetta di annunciare a sorpresa e in diretta mondiale il ritiro al termine della stagione, mettendo così la parola fine ad una carriera lunga, ricca di soddisfazioni ma anche di difficoltà (soprattutto fisiche) conclusa proprio con il successo più importante.
“Fla, benvenuta nel club” le ha twittato Francesca Schiavone subito dopo la vittoria, e in questo modo ha ricordato molto sportivamente il “pareggio” di titoli maggiori tra le due. Un pareggio che probabilmente darà il via a un diatriba che potrebbe diventare un classico per gli appassionati italiani: meglio i risultati raggiunti da Flavia o quelli di Francesca?

E se la finale tutta italiana è stata un evento imprevedibile ed eccezionale, il cammino di Pennetta nel resto del torneo è stato invece il tipico, impegnativo percorso che si ipotizza per uno Slam: in cui le partite crescono progressivamente di difficoltà e il successo passa attraverso gli scontri contro avversarie sempre più importanti (le teste di serie numero 22, 5 e 2). Ricordo che non sono poi così rare vittorie di Major in cui chi prevale non affronta nemmeno una top ten, o al massimo una sola. Flavia invece ha superato due top five e una ex vincitrice a New York. Vale a dire:

– 6-4, 6-4 a Samantha Stosur, sconfitta in un match estremamente solido, senza passaggi a vuoto e senza mai perdere il servizio; anzi, con una battuta che l’ha tratta di impaccio nei momenti chiave.

– 4-6, 6-4, 6-2 a Petra Kvitova, giocatrice molto ostica per Pennetta (da quando Petra è entrata nell’elite del tennis le aveva concesso solo un set), ma che questa volta ha saputo sconfiggere tenendo duro inizialmente soprattutto di carattere, riuscendo così ad allungare un match disputato in condizioni ambientali difficili e finendo per prevalere alla distanza grazie ad una condizione fisica superiore.

– 6-1, 6-3 a Simona Halep, sconfitta (come già nel 2013 a Flushing Meadows in due set), giocando forse il miglior tennis della carriera. Halep probabilmente era entrata in campo troppo tesa, ma il grande merito di Flavia è stato quello di spegnere sul nascere ogni tentativo di reazione dell’avversaria, giocando cinque game al limite della perfezione per rimontare da 1-3 a 6-3, con un parziale conclusivo addirittura di 19 punti a 2.
L’essere riuscita a produrre il proprio miglior tennis nella partita più importante e impegnativa è stato un segno di maturità decisivo, che in ultima analisi si può dire le abbia consentito di vincere lo Slam.

Un successo di questa portata stimolerebbe valutazioni più ampie sulla generazione di tenniste italiane dell’ultimo periodo; ricordo anche che questa è stata la finale degli US Open con le giocatrici complessivamente più anziane.
Ma il tema è troppo complesso per essere liquidato in poche righe, per cui su Flavia Pennetta chiudo piuttosto con un giudizio del tutto personale: secondo me con il suo ritiro perdiamo uno dei più bei rovesci bimani del tennis femminile contemporaneo. Sotto questo aspetto aver dovuto rinunciare nel giro di dodici mesi al rovescio di Li Na (per me il più bello degli ultimi anni) e poi a quello di Flavia, è proprio una brutta botta. Il tennis è fatto di tante componenti, e non credo che sia un aspetto secondario la bellezza del gesto.
Una delle caratteristiche che accomunavano Li Na e Pennetta (nate ad un solo giorno di distanza l’una dall’altra) era la capacità, anche negli scambi più incalzanti, di mantenere uno straordinario ed elegante dinamismo, che era davvero uno spettacolo per chi ama il tennis ben giocato.

3. Gli ultimi US Open senza copertura

Gli US Open 2015 si sono disputati utilizzando un campo centrale in fase di trasformazione, dato che c’era il tetto in costruzione. Qualche maligno potrebbe suggerire che nessuno più di un italiano avrebbe potuto trovarsi bene in uno scenario costituito da una grande opera incompiuta (considerate le nostre “abitudini” nazionali), ma poi si allargherebbe il discorso a questioni extratennistiche; anche se per la verità in questi giorni in Italia è stato il tennis stesso ad uscire dai soliti ambiti, conquistando le prime pagine dei giornali e dei siti generalisti.
Era davvero difficile ipotizzare che uno sport quasi di nicchia potesse diventare improvvisamente tanto popolare; e come sempre in questi casi, sono spuntati esperti e cantori del tennis femminile che prima si erano ben guardati dal venire allo scoperto…
Sono fasi temporanee che, naturalmente, passeranno; mi auguro che questa straordinaria occasione possa avere contribuito a far aumentare almeno un po’ il numero di appassionati a lungo termine.

Così come una fase temporanea è quella della costruzione del tetto dell’Arthur Ashe, che l’anno prossimo dovrebbe essere completato; a quel punto, la pioggia non sarà più un fattore negli ultimi giorni del torneo.
Ricordo che in questa edizione nel giovedì in cui erano previste le semifinali femminili la pioggia ha obbligato alla cancellazione dell’intero programma (rinviato di un giorno), facendo quindi disputare gli ultimi due turni a distanza di 24 ore. Probabilmente una programmazione che ha penalizzato Roberta, reduce dal match epico contro Serena: tre set sul piano fisico e psicologico più impegnativi rispetto ai due di Flavia, molto brava a eliminare la numero due del mondo Halep in soli 59 minuti.

Ma la pioggia ha fatto la sua comparsa anche al termine della finale femminile, senza però sostanzialmente cambiare gli eventi. Le prime gocce, leggere, sono infatti arrivate quando ancora si giocava l’ultimo game, ma sono diventate intense solo a premiazione terminata.
Avere un Centrale con la possibilità di copertura non significherà solo certezza di calendario per gli spettatori e gli organizzatori (e per le televisioni), ma anche minore stress e più equità di trattamento per i giocatori nelle fasi decisive del torneo.

Il prezzo da pagare è, come già a Wimbledon e a Melbourne, la fine del tennis esclusivamente outdoor che contraddistingueva i Major fino a qualche anno fa.
In particolare per l’Arthur Ashe, sembra che la struttura del tetto (già ora, per quanto incompleta) abbia ridotto l’influenza del vento, che era storicamente un fattore importante nel grande catino da oltre 23 mila posti. C’era chi si sapeva adattare meglio e chi peggio, e quindi anche di questo aspetto, se davvero le forti correnti sono state mitigate, andrà tenuto conto quando si ragionerà sulle condizioni di gioco.

4. Ma il tennis continua

Alcune storie sono così arrivate al termine, ma naturalmente il tennis continua, e per chiudere mi pare obbligatorio un rapido ragionamento sui risultati delle giocatrici di vertice agli US Open.
Al di là del caso tutto particolare di Serena, direi che a New York le altre top ten hanno complessivamente deluso. Senza Sharapova (infortunata) quattro sono addirittura uscite al primo turno, e solo Halep e Kvitova hanno saputo andare avanti (entrambe sconfitte da Pennetta).
E se non mi sorprende molto l’uscita di Kvitova nelle condizioni di gioco più calde sin lì incontrate (anche l’anno scorso aveva perso quando era stata programmata come primo incontro della giornata, con oltre 30 gradi), mi pare differente il caso di Simona Halep, la numero due del mondo.
Personalmente mi sono fatto l’idea che per Simona il problema di tutto il 2015 negli Slam abbia avuto una fondamentale componente psicologica. A Melbourne aveva perso da Makarova mostrando una grande difficoltà ad entrare nel match e a mettere in campo la solita grinta. Come bloccata, si era quasi arresa senza combattere.

Dopo il flop dei due Slam europei, sicuramente gli US Open hanno costituito un passo avanti. Ma contro Lisicki l’inizio del match mi aveva ricordato pericolosamente quello di Melbourne (tanti errori gratuiti, servizio incerto, body language remissivo), come se il peso del pronostico cominciasse di nuovo a farsi sentire troppo.
Anche contro Pennetta secondo me il fatto di partire favorita ha contributo a farle iniziare il match molto contratta. Solo che invece di avere di fronte l’incostante Sabine ha trovato un’avversaria in giornata di grazia e questo ha significato sconfitta con punteggio severo.
Rimane come segnale positivo l’ottimo successo contro Azarenka; ricordo però che, malgrado la differenza di ranking, Simona non partiva come sicura favorita (per i bookmaker la seconda forza del torneo era Vika), e quindi si è trovata con meno pressione addosso.

Temo quindi che il suo problema sia proprio imparare a gestire lo stress nei grandi tornei, considerando anche che dietro di lei c’è una intera nazione di cui è diventata un idolo e che la segue con enorme interesse: una aspettativa che in alcuni casi diventa un peso difficile da sopportare, soprattutto quando è “obbligata” a vincere.

Sta di fatto che, a parte Sharapova a Melbourne, nessuna altra top ten quest’anno è riuscita a raggiungere una finale Slam per provare ad arginare il dominio di Serena.
Dietro il primato di Williams si sta vivendo una situazione in cui le gerarchie sono costantemente in movimento. A questo proposito cito una dato: non accadeva dal 2004 che nella stessa stagione cinque nuove giocatrici riuscissero ad entrare tra le prime dieci.
Allora il circuito era stato investito dall’ondata russa, composta da quattro giocatrici (Sharapova, Petrova, Kuznetsova, Zvonareva), più un’argentina (Paula Suarez). Quest’anno sono diventate top ten Makarova, Suarez Navarro, Muguruza, Safarova e Pliskova; e la stagione non è ancora finita.

In sostanza sembra che dietro Serena, e con Sharapova infortunata, i valori siano diventati estremamente fluttuanti, in costante evoluzione.
Ma sul ruolo di Serena per il circuito, di quello delle altre giocatrici di vertice e delle possibili alternative (giovani o meno) conto di tornare con un nuovo articolo prossimamente.

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Ancora su Wimbledon: Pliskova, Sabalenka, Jabeur e Muchova

Gli ultimi Championships hanno rafforzato il primato di Ashleigh Barty, ma il torneo ha messo in luce anche altre protagoniste

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Karolina Pliskova - Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)

Secondo articolo del martedì dedicato a Wimbledon 2021. Dopo il pezzo della scorsa settimana sulla vincitrice Ashleigh Barty, questa volta è il momento di occuparsi di alcune delle protagoniste che non hanno soltanto fatto più strada nel torneo, ma hanno anche offerto tennis di qualità. E se, come credo, lo Slam sull’erba ha regalato match di livello superiore rispetto al Roland Garros, una parte dei meriti va ricondotta proprio a queste giocatrici.

Prima di entrare nel tema, anticipo che il prossimo martedì uscirà un terzo articolo dedicato ai Championships, orientato all’approfondimento statistico. E ora cominciamo con Pliskova.

 

Karolina Pliskova
Karolina Pliskova si è presentata al via dell’ultimo Wimbledon con parecchi dubbi, alimentati da diversi fattori. Innanzitutto nella settimana che precedeva i Championships, per la prima volta dopo molte stagioni, si era trovata fuori dalle prime 10 della classifica WTA; non le capitava dall’agosto 2016.

Ma anche i risultati più recenti non erano incoraggianti: in giugno, nei match sull’erba di preparazione allo Slam aveva raccolto zero vittorie e due sconfitte (contro Pegula a Berlino e contro Giorgi a Eastbourne). E perfino la finale raggiunta a Roma in maggio si era trasformata in un ricordo negativo, a causa del 6-0, 6-0 subito da Swiatek. Un punteggio che in meno di un’ora aveva cancellato tutto quanto di buono le era accaduto nella settimana italiana.

Alla vigilia di Wimbledon, per non farsi travolgere dal pessimismo, erano due gli elementi positivi a cui aggrapparsi. Il primo era la poca aspettativa che la circondava: con poco da perdere, poteva scendere in campo più serena. Il secondo era la sicura attitudine nei confronti della superficie. Ecco cosa avevo scritto nell’articolo di presentazione dello Slam: “La situazione di Karolina Pliskova per certi aspetti ricorda quelli di Barty: in passato ha dimostrato di trovarsi bene sull’erba, ma… Ecco perché: a livello WTA vanta 5 finali, di cui 2 vinte, e una ottima percentuale di vittorie sui prati, superiore a quella sulle altre superfici. Però a Wimbledon le cose sono andate meno bene: mai oltre il quarto turno. Il suo 2021 sinora è stato deludente: saprà sorprenderci invertendo la tendenza a Londra?”

A conti fatti, nella finale di Wimbledon, si sono ritrovate proprio Barty, la più attesa, e Pliskova, che la gran parte degli osservatori considerava pochissimo. Insomma, Karolina ha smentito tutti. E questo malgrado al primo turno la partenza fosse stata preoccupante: subito sotto 2-5 contro Tamara Zidansek. A questo punto Pliskova ha improvvisamente alzato il livello: cinque game di fila le sono valsi il primo set (da 2-5 a 7-5), e da quel momento ha continuato a offrire dell’ottimo tennis, che le ha permesso di vincere le prime cinque partite senza concedere set alle avversarie. 7-5, 6-2 a Zidansek, 6-2, 6-2 a Vekic, 6-3, 6-3 a Martincova. Ma se dovessi indicare il match che mi ha fatto rivalutare il ruolo di Pliskova nel torneo, sceglierei il quarto turno contro Liudmila Samsonova (6-2, 6-3).

Samsonova era reduce dal successo a Berlino, dove partendo dalle qualificazioni aveva finito per vincere il torneo superando Vondrousova, Kudermetova, Keys, Azarenka e Bencic. Sull’onda di quella impresa, Liudmila aveva continuato a vincere a Wimbledon sconfiggendo Kanepi, Pegula e Stephens. Dieci successi consecutivi, che l’avevano trasformata nella giocatrice più vincente sull’erba del 2021.

Dunque l’ostacolo per Pliskova non era affatto semplice, anche se forse per Karolina era comunque preferibile rispetto a un’altra avversaria tra quelle che la porzione di tabellone avrebbe potuto offrirle. Mi riferisco alla testa di serie numero 22 Jessica Pegula che nel 2021 ha incontrato 4 volte Pliskova battendola 4 volte. Una autentica bestia nera.

Contro Samsonova, Pliskova ha disputato un match molto lineare, nel quale ha scavato il solco decisivo non soltanto grazie al servizio dei tempi migliori (7 ace e il 44% di battute non ritornate, mentre Samsonova si è fermata al 26%), ma forse ancora di più grazie a una ritrovata mobilità. Una volta entrata nello scambio, infatti, Karolina ha mostrato di saper manovrare come non la si vedeva da parecchio, riuscendo a prevalere anche nei punti di lunghezza media (11 vinti e appena 5 persi negli scambi fra 5 e 8 colpi). 

E così il 6-2, 6-3 rifilato alla giocatrice più “on fire” sull’erba ha permesso a Pliskova di superare per la prima volta in carriera lo scoglio del secondo lunedì di Wimbledon. Finalmente oltre gli ottavi di finale, e con un pronostico da favorita nel turno successivo, i quarti di finale. Pronostico rispettato; non poteva essere Viktorija Golubic a fermarla: troppo leggera per prevalere sull’erba (6-2, 6-2).

a pagina 2: La semifinale contro Sabalenka

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La conferma di Ashleigh Barty

Al via dei Championships c’era una giocatrice che partiva come numero uno per i pronostici ma anche per le gerarchie ufficiali. E questa volta è stata all’altezza delle aspettative

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Ashleigh Barty con il trofeo - Wimbledon 2021 (credit to AELTC_Thomas Lovelock)

Il Roland Garros e Wimbledon, i due Slam che si disputano in Europa nel giro di poche settimane, nelle stagioni più recenti si sono trasformati nei due Major più lontani fra loro, al punto da apparire quasi agli antipodi. Infatti se scorriamo i nomi delle ultime vincitrici, ci troviamo di fronte a risultati opposti. Nelle ultime sei edizioni, a Parigi ha sempre vinto una giocatrice con un passato senza titoli Slam, alcune volte addirittura classificata fuori delle teste di serie. Nelle ultime sette edizioni di Wimbledon, invece, ha sempre vinto una giocatrice con almeno già uno Slam nel palmarès, e mai al di fuori delle prime 16 teste di serie.

Anche nel 2021 è andata così: il Roland Garros è finito nelle mani dalla numero 33 del ranking Krejcikova, Wimbledon in quelle della numero 1 Barty. In sostanza i recenti albi d’oro dei due Major suggeriscono concetti opposti: imprevisto contro previsto, novità contro conferma, rivoluzione contro tradizione. Del resto a Londra la monarchia governa, mentre a Parigi le teste coronate sono finite alla ghigliottina.

Sembrerebbe tutto molto semplice, e ci scappa perfino la banalizzazione sulla storia delle delle due nazioni come condimento del tennis. Invece se approfondiamo la questione, entrando nel dettaglio dei nomi, scopriamo che le cose sono più complesse di così, e che fra i due tornei c’è anche un sorprendente intreccio. Infatti è come se il Roland Garros si facesse carico di fare da apripista per quanto accadrà nella edizione successiva dei Championships. Negli ultimi quattro Wimbledon, per ben tre volte si è aggiudicata il titolo una giocatrice che aveva cominciato a vincere Slam proprio a Parigi. Muguruza: Roland Garros 2016 + Wimbledon 2017. Halep: Roland Garros 2018 + Wimbledon 2019. Barty: Roland Garros 2019 + Wimbledon 2021.

 

C’è infine un altro aspetto da sottolineare: per quanto queste tre giocatrici abbiano vinto molti tornei anche sul cemento, tanto da diventare numero della classifica 1 WTA (più o meno a lungo), al momento nessuna delle tre è riuscita a vincere un Major sul duro. Terra più erba sì, ma anche il cemento no. Faccio fatica a capire se si tratta di un caso, o se esiste una qualche spiegazione logica, che però al momento mi sfugge: sono aperto ai suggerimenti dei lettori.

Ultima curiosità: per tutte e tre due vittorie Slam contro avversarie della stessa nazione. Statunitensi per Muguruza (Serena e Venus Williams) e Halep (Stephens e Serena). Ceche per Barty (Vondrousova e Pliskova).

Dovessi trarre un bilancio complessivo di questo Wimbledon direi che è stato uno Slam piuttosto ben giocato, a mio avviso ampiamente superiore al Roland Garros, e questo malgrado anche a Londra ci siano state assenze e forfait pesanti: mancavano due delle prime tre giocatrici del ranking (Osaka e Halep, che oltretutto era la campionessa in carica), a cui si è aggiunta l’uscita per infortunio di Serena Williams, dopo pochi game della partita di esordio. Eppure rispetto a Parigi penso di aver visto più tennis di qualità con tanti bei match distribuiti nel corso delle due settimane. Naturalmente lo dico tenendo presente che non è mai possibile seguire tutto il tennis giocato in un torneo a 128 partecipanti, per cui rimane un forte elemento di aleatorietà (e soggettività) nei giudizi.

In ogni caso il torneo ha offerto moltissimi spunti e diverse protagoniste. Questa volta mi limito alla vincitrice, ma ci sarà tempo di tornare ancora su Wimbledon nelle prossime settimane.

a pagina 2: Barty e le pressioni di Wimbledon

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Wimbledon, lo Slam dell’esperienza?

Dopo la cancellazione del 2020, il tennis torna finalmente a giocare sull’erba: tantissime incognite e poche certezze alla vigilia dei Championships femminili

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Simona Halep e Serena Williams - Wimbledon 2019

Ad appena due settimane dalla fine del Roland Garros, e con una preparazione alla superficie più limitata del solito, è già il momento di giocare a Wimbledon. Sfogliando l’albo d’oro con i nomi delle vincitrici delle ultime edizioni, ci si rende conto che il più importante torneo su erba sta diventando una eccezione in WTA. Infatti mentre negli altri Slam la generazione più giovane è sempre riuscita a prevalere, a Londra ultimamente le cose sono andate in modo diverso.

Se per esempio si confrontano le vincitrici dei Championships con quelle del Roland Garros emergono due tendenze opposte. A Parigi da sei anni consecutivi si afferma sempre una giocatrice al primo titolo Slam della carriera. A Wimbledon accade l’opposto: dal 2014 hanno vinto solo giocatrici che già vantavano successi in precedenti Major. Per ritrovare una “esordiente” occorre risalire al 2013, con Marion Bartoli, che pure al momento della vittoria aveva 28 anni compiuti, e comunque vantava una finale a Wimbledon raggiunta nel 2007 (sconfitta da Venus Williams, ma dopo aver eliminato Justine Henin).

 

Quale potrebbe essere la spiegazione? La più logica mi sembra questa: l’erba richiede una certa esperienza, soprattutto perché durante la stagione si gioca pochissimo sui prati e quindi le tenniste con qualche anno in più di carriera riescono meglio a interpretare la superficie di gran lunga meno praticata nel circuito.

Sotto questo aspetto lo spostamento in avanti del Roland Garros 2021, che ha ridotto a sole due settimane la distanza tra i due Slam, non ha agevolato la preparazione alla nuova superficie, e sicuramente metterà a dura prova il rendimento tecnico di tutte le protagoniste, specie nei primi turni. Insomma: le sorprese potrebbero aumentare ulteriormente.

A fronte di questa compressione di calendario, le scelte di programmazione delle tenniste di vertice sono state le più disparate: c’è chi si è iscritta a entrambi i WTA 500 previsti (Berlino ed Eastbourne), chi ha optato per un solo impegno (la prevalenza è per il secondo, Eastbourne), e chi proprio non scenderà in campo. E non si tratta di nomi da poco: Barty, Halep, Williams per esempio, hanno preso questa strada, e si presenteranno ai Championships senza aver disputato alcun match dopo il Roland Garros.

Aspettiamoci anche diversi ritiri precauzionali dai tornei in corso questa settimana (Eastbourne e il WTA 250 di Bad Homburg), proprio perché la vicinanza con lo Slam consiglia massima prudenza. Decisioni in tal senso sono già arrivate, per esempio, da Stephens, Keys e Vekic, che si sono cancellate all’ultimo momento dal tabellone.

Insomma, per il tennis sono ancora tempi non facili. Si naviga a vista, e tutte queste complicazioni logistiche (più o meno direttamente collegate alla pandemia) non favoriscono uno svolgimento lineare dei grandi tornei.

Non è finita: dopo l’esperienza del Roland Garros, con le prime tre giocatrici del mondo (Barty, Osaka, Halep) fermate da ritiri o forfait, ci ritroviamo in una situazione molto simile. Esattamente come a Parigi, prima ancora che si cominci una assenza è già sicura. In Francia era assente Simona, in Inghilterra mancherà Naomi, ma rimangono comunque dubbi sulla piena efficienza fisica di Barty e di Halep. E, lo ricordo, Halep è la campionessa del 2019, oltre che campionessa in carica, visto che nel 2020 Wimbledon non si è disputato.

Le prime sedici teste di serie
Una premessa indispensabile: nel momento in cui scrivo non sono ancora state rese note le teste di serie ufficiali. Non si possono escludere ulteriori forfait e in più a Wimbledon, per quanto riguarda le donne, esiste la possibilità di aggiustamenti nelle teste di serie a discrezione degli organizzatori. Per esempio nel 2018 Serena Williams era oltre il numero 180 del ranking, ma venne accreditata della testa di serie numero 25 (e poi arrivò in finale). Non credo che quest’anno ci saranno interventi, ma naturalmente la certezza l’avremo solo a tabelloni sorteggiati.

Prima di entrare nel dettaglio dei singoli nomi, ecco una tabella che spero possa aiutare nella valutazione delle prime sedici giocatrici, perché non tutte vantano rendimenti su erba paragonabili a quelli ottenuti sulle altre superfici. La differenza tra percentuale di vittorie in carriera e percentuale di vittorie su erba dovrebbe evidenziare se a Wimbledon vanno considerate più o meno forti rispetto al loro rendimento complessivo.

A titolo di curiosità: queste sono le teste di serie delle giocatrici che hanno vinto a Wimbledon dal 2010 in poi. Tra parentesi il numero di testa di serie: Serena W. (1) Kvitova (8), Serena (6), Bartoli (15), Kvitova (6), Serena (1), Serena (1), Muguruza (14), Kerber (11), Halep (7). In sostanza la vincitrice è sempre uscita dal gruppo delle prime sedici.

a pagina 2: La situazione delle teste di serie da 1 a 8

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