US Open femminili: tre storie concluse e un futuro tutto da definire

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US Open femminili: tre storie concluse e un futuro tutto da definire

Gli US Open 2015 sono stati un’edizione memorabile per il tennis femminile, e non solo per quello italiano: da Flavia Pennetta a Roberta Vinci, da Serena Williams alle altre top ten, molti sono stati gli spunti di riflessione

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Flavia Pennetta e Roberta Vinci - US Open 2015 (foto di Art Seitz)

Non è facile decidere che cosa raccontare degli US Open 2015, un torneo memorabile per il tennis femminile. Forse mi manca la necessaria capacità di sintesi, ma faccio davvero fatica a contenere nello spazio di un articolo tutto quanto meriterebbe. Tanto che anticipo sin da ora che martedì prossimo ritornerò ad occuparmene con un approfondimento del match tra Serena Williams e Roberta Vinci.
Perchè gli US Open femminili non sono stati uno Slam qualsiasi, e non solo per le Italiane? Perché solitamente il tennis ha il calendario scandito dai quattro Major, ma questa volta storie e vicende di durata superiore hanno vissuto a New York il loro spettacolare epilogo.

1. La fine della corsa al Grande Slam

Dopo oltre un quarto di secolo (1988) si ripresentava per una giocatrice la possibilità di raggiungere il Grande Slam. Oggi si deve specificare: “calendar year Grand Slam” perché sono stati inventati dei surrogati (di valore più o meno significativo) che però, secondo me, non possono essere paragonati all’originale. E se qualcuno aveva dei dubbi sul perché, penso lo abbia capito seguendo giorno dopo giorno il torneo di Serena: il meccanismo del vero Grande Slam è una specie di crescendo infernale, una sequenza di eventi che obbliga la protagonista a subire una pressione che aumenta sino al limite della sostenibilità.
Già dopo sette partite, quelle australiane, si identifica un’unica possibile candidata. Se per caso la prescelta riesce a vincere a Parigi, il discorso comincia a farsi serio. E se poi resiste anche a Londra, ecco allora che l’attenzione dei media, degli appassionati, del mondo tennistico intero, si concentra ossessivamente su un unico concetto. Un martellamento al quale è impossibile sfuggire, che agli US Open si associa al conto alla rovescia delle partite che mancano per arrivare all’apoteosi.
E dato che nel tennis più si passano turni più si ha probabilità di trovare un’avversaria forte, in forma, in fiducia, si capisce come il tutto produca una situazione di stress mostruosa.

 

Che la candidata si chiamasse “Serena” è apparso paradossale soprattutto per gli italiani, che ben conoscono il significato della parola, e che alla fine hanno rubato la scena alla prescelta.
Williams in questa stagione ha mostrato un dominio nei confronti delle avversarie come molto raramente era accaduto prima. Eppure non è bastato. Logorata psicologicamente, è caduta al penultimo ostacolo.

Una sequenza identica a quella del 1984 vissuta da Martina Navratilova. Anche Martina, protagonista di una stagione assolutamente dominante (una sola sconfitta a gennaio nel torneo di Oakland da Mandlikova) era caduta nel quarto Slam, in Australia (che allora era l’ultimo in calendario e si disputava in novembre).
Anche quella volta era caduta in semifinale, per mano di Helena Sukova. E anche quella volta la favorita aveva vinto nettamente il primo set prima di crollare perdendo gli ultimi due: 6-1, 3-6, 5-7 il risultato di allora. 6-2, 4-6, 4-6, la sconfitta subita da Serena pochi giorni fa.

Nel 1984 Navratilova aveva 28 anni (compiuti il 18 ottobre). Serena compirà 34 anni tra pochi giorni (26 settembre). L’ultima a riuscire ad ottenere il Grande Slam è stata Steffi Graf, nel 1988, a 19 anni. Mi viene da pensare che l’età sia un fattore importante, e che in questi casi più si è giovani più si è incoscienti, e meno si sente la pressione. Williams a quasi 34 anni era forse troppo consapevole del valore enorme dell’impresa per non rimanerne schiacciata.

2. La conclusione della carriera di Flavia Pennetta

E così, alla fine, la scena predisposta per Serena Williams è stata occupata dalle giocatrici italiane. Un successo imprevedibile e sorprendente ma direi del tutto legittimo, specie se si considera che le due finaliste hanno sconfitto tre delle prime quattro giocatrici del mondo (Williams, Halep, Kvitova) e che l’unica che non hanno incontrato non era al via per infortunio (Sharapova).

Come ho già detto, sulla partita di Roberta Vinci conto di tornare martedì prossimo, per cui oggi mi limito a dire che con quella vittoria Roberta ha tolto ogni argomento ai suoi detrattori, che avevano esclusivamente sottolineato come fosse approdata al match contro Serena senza aver affrontato teste di serie, usufruendo in più anche del ritiro della sfortunatissima Bouchard. Dati assolutamente inconfutabili, solo che certi giudizi espressi come sentenze andrebbero pronunciati a torneo finito; per cui chi si era affrettato a bollare Vinci come una specie di intrusa delle semifinali, una sicura vittima sacrificale arrivata sin lì solo per fortuna, ha mostrato quanto meno un po’ troppa precipitazione.

Il match tra Vinci e Williams ha assunto un valore storico, visto che sicuramente verrà citato per decenni (esattamente come ho fatto qui con quello tra Navratilova e Sukova), ma  in Italia si parlerà altrettanto a lungo di questo Slam, in cui una generazione di tenniste ha raggiunto il suo culmine. Con due protagoniste in finale, per la prima volta in uno Major al di fuori di Roland Garros.

A questo si deve aggiungere la decisione di Pennetta di annunciare a sorpresa e in diretta mondiale il ritiro al termine della stagione, mettendo così la parola fine ad una carriera lunga, ricca di soddisfazioni ma anche di difficoltà (soprattutto fisiche) conclusa proprio con il successo più importante.
“Fla, benvenuta nel club” le ha twittato Francesca Schiavone subito dopo la vittoria, e in questo modo ha ricordato molto sportivamente il “pareggio” di titoli maggiori tra le due. Un pareggio che probabilmente darà il via a un diatriba che potrebbe diventare un classico per gli appassionati italiani: meglio i risultati raggiunti da Flavia o quelli di Francesca?

E se la finale tutta italiana è stata un evento imprevedibile ed eccezionale, il cammino di Pennetta nel resto del torneo è stato invece il tipico, impegnativo percorso che si ipotizza per uno Slam: in cui le partite crescono progressivamente di difficoltà e il successo passa attraverso gli scontri contro avversarie sempre più importanti (le teste di serie numero 22, 5 e 2). Ricordo che non sono poi così rare vittorie di Major in cui chi prevale non affronta nemmeno una top ten, o al massimo una sola. Flavia invece ha superato due top five e una ex vincitrice a New York. Vale a dire:

– 6-4, 6-4 a Samantha Stosur, sconfitta in un match estremamente solido, senza passaggi a vuoto e senza mai perdere il servizio; anzi, con una battuta che l’ha tratta di impaccio nei momenti chiave.

– 4-6, 6-4, 6-2 a Petra Kvitova, giocatrice molto ostica per Pennetta (da quando Petra è entrata nell’elite del tennis le aveva concesso solo un set), ma che questa volta ha saputo sconfiggere tenendo duro inizialmente soprattutto di carattere, riuscendo così ad allungare un match disputato in condizioni ambientali difficili e finendo per prevalere alla distanza grazie ad una condizione fisica superiore.

– 6-1, 6-3 a Simona Halep, sconfitta (come già nel 2013 a Flushing Meadows in due set), giocando forse il miglior tennis della carriera. Halep probabilmente era entrata in campo troppo tesa, ma il grande merito di Flavia è stato quello di spegnere sul nascere ogni tentativo di reazione dell’avversaria, giocando cinque game al limite della perfezione per rimontare da 1-3 a 6-3, con un parziale conclusivo addirittura di 19 punti a 2.
L’essere riuscita a produrre il proprio miglior tennis nella partita più importante e impegnativa è stato un segno di maturità decisivo, che in ultima analisi si può dire le abbia consentito di vincere lo Slam.

Un successo di questa portata stimolerebbe valutazioni più ampie sulla generazione di tenniste italiane dell’ultimo periodo; ricordo anche che questa è stata la finale degli US Open con le giocatrici complessivamente più anziane.
Ma il tema è troppo complesso per essere liquidato in poche righe, per cui su Flavia Pennetta chiudo piuttosto con un giudizio del tutto personale: secondo me con il suo ritiro perdiamo uno dei più bei rovesci bimani del tennis femminile contemporaneo. Sotto questo aspetto aver dovuto rinunciare nel giro di dodici mesi al rovescio di Li Na (per me il più bello degli ultimi anni) e poi a quello di Flavia, è proprio una brutta botta. Il tennis è fatto di tante componenti, e non credo che sia un aspetto secondario la bellezza del gesto.
Una delle caratteristiche che accomunavano Li Na e Pennetta (nate ad un solo giorno di distanza l’una dall’altra) era la capacità, anche negli scambi più incalzanti, di mantenere uno straordinario ed elegante dinamismo, che era davvero uno spettacolo per chi ama il tennis ben giocato.

3. Gli ultimi US Open senza copertura

Gli US Open 2015 si sono disputati utilizzando un campo centrale in fase di trasformazione, dato che c’era il tetto in costruzione. Qualche maligno potrebbe suggerire che nessuno più di un italiano avrebbe potuto trovarsi bene in uno scenario costituito da una grande opera incompiuta (considerate le nostre “abitudini” nazionali), ma poi si allargherebbe il discorso a questioni extratennistiche; anche se per la verità in questi giorni in Italia è stato il tennis stesso ad uscire dai soliti ambiti, conquistando le prime pagine dei giornali e dei siti generalisti.
Era davvero difficile ipotizzare che uno sport quasi di nicchia potesse diventare improvvisamente tanto popolare; e come sempre in questi casi, sono spuntati esperti e cantori del tennis femminile che prima si erano ben guardati dal venire allo scoperto…
Sono fasi temporanee che, naturalmente, passeranno; mi auguro che questa straordinaria occasione possa avere contribuito a far aumentare almeno un po’ il numero di appassionati a lungo termine.

Così come una fase temporanea è quella della costruzione del tetto dell’Arthur Ashe, che l’anno prossimo dovrebbe essere completato; a quel punto, la pioggia non sarà più un fattore negli ultimi giorni del torneo.
Ricordo che in questa edizione nel giovedì in cui erano previste le semifinali femminili la pioggia ha obbligato alla cancellazione dell’intero programma (rinviato di un giorno), facendo quindi disputare gli ultimi due turni a distanza di 24 ore. Probabilmente una programmazione che ha penalizzato Roberta, reduce dal match epico contro Serena: tre set sul piano fisico e psicologico più impegnativi rispetto ai due di Flavia, molto brava a eliminare la numero due del mondo Halep in soli 59 minuti.

Ma la pioggia ha fatto la sua comparsa anche al termine della finale femminile, senza però sostanzialmente cambiare gli eventi. Le prime gocce, leggere, sono infatti arrivate quando ancora si giocava l’ultimo game, ma sono diventate intense solo a premiazione terminata.
Avere un Centrale con la possibilità di copertura non significherà solo certezza di calendario per gli spettatori e gli organizzatori (e per le televisioni), ma anche minore stress e più equità di trattamento per i giocatori nelle fasi decisive del torneo.

Il prezzo da pagare è, come già a Wimbledon e a Melbourne, la fine del tennis esclusivamente outdoor che contraddistingueva i Major fino a qualche anno fa.
In particolare per l’Arthur Ashe, sembra che la struttura del tetto (già ora, per quanto incompleta) abbia ridotto l’influenza del vento, che era storicamente un fattore importante nel grande catino da oltre 23 mila posti. C’era chi si sapeva adattare meglio e chi peggio, e quindi anche di questo aspetto, se davvero le forti correnti sono state mitigate, andrà tenuto conto quando si ragionerà sulle condizioni di gioco.

4. Ma il tennis continua

Alcune storie sono così arrivate al termine, ma naturalmente il tennis continua, e per chiudere mi pare obbligatorio un rapido ragionamento sui risultati delle giocatrici di vertice agli US Open.
Al di là del caso tutto particolare di Serena, direi che a New York le altre top ten hanno complessivamente deluso. Senza Sharapova (infortunata) quattro sono addirittura uscite al primo turno, e solo Halep e Kvitova hanno saputo andare avanti (entrambe sconfitte da Pennetta).
E se non mi sorprende molto l’uscita di Kvitova nelle condizioni di gioco più calde sin lì incontrate (anche l’anno scorso aveva perso quando era stata programmata come primo incontro della giornata, con oltre 30 gradi), mi pare differente il caso di Simona Halep, la numero due del mondo.
Personalmente mi sono fatto l’idea che per Simona il problema di tutto il 2015 negli Slam abbia avuto una fondamentale componente psicologica. A Melbourne aveva perso da Makarova mostrando una grande difficoltà ad entrare nel match e a mettere in campo la solita grinta. Come bloccata, si era quasi arresa senza combattere.

Dopo il flop dei due Slam europei, sicuramente gli US Open hanno costituito un passo avanti. Ma contro Lisicki l’inizio del match mi aveva ricordato pericolosamente quello di Melbourne (tanti errori gratuiti, servizio incerto, body language remissivo), come se il peso del pronostico cominciasse di nuovo a farsi sentire troppo.
Anche contro Pennetta secondo me il fatto di partire favorita ha contributo a farle iniziare il match molto contratta. Solo che invece di avere di fronte l’incostante Sabine ha trovato un’avversaria in giornata di grazia e questo ha significato sconfitta con punteggio severo.
Rimane come segnale positivo l’ottimo successo contro Azarenka; ricordo però che, malgrado la differenza di ranking, Simona non partiva come sicura favorita (per i bookmaker la seconda forza del torneo era Vika), e quindi si è trovata con meno pressione addosso.

Temo quindi che il suo problema sia proprio imparare a gestire lo stress nei grandi tornei, considerando anche che dietro di lei c’è una intera nazione di cui è diventata un idolo e che la segue con enorme interesse: una aspettativa che in alcuni casi diventa un peso difficile da sopportare, soprattutto quando è “obbligata” a vincere.

Sta di fatto che, a parte Sharapova a Melbourne, nessuna altra top ten quest’anno è riuscita a raggiungere una finale Slam per provare ad arginare il dominio di Serena.
Dietro il primato di Williams si sta vivendo una situazione in cui le gerarchie sono costantemente in movimento. A questo proposito cito una dato: non accadeva dal 2004 che nella stessa stagione cinque nuove giocatrici riuscissero ad entrare tra le prime dieci.
Allora il circuito era stato investito dall’ondata russa, composta da quattro giocatrici (Sharapova, Petrova, Kuznetsova, Zvonareva), più un’argentina (Paula Suarez). Quest’anno sono diventate top ten Makarova, Suarez Navarro, Muguruza, Safarova e Pliskova; e la stagione non è ancora finita.

In sostanza sembra che dietro Serena, e con Sharapova infortunata, i valori siano diventati estremamente fluttuanti, in costante evoluzione.
Ma sul ruolo di Serena per il circuito, di quello delle altre giocatrici di vertice e delle possibili alternative (giovani o meno) conto di tornare con un nuovo articolo prossimamente.

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Grande Slam 2021, la classifica femminile

Chi sono state le giocatrici che hanno fatto meglio nei quattro tornei più importanti dell’anno? Un bilancio di fine stagione più una analisi sugli Slam di Serena Williams in occasione dei suoi 40 anni

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Barbora Krejcikova - Roland Garros 2021 (via Twitter, @rolandgarros)

Da alcuni anni propongo una classifica particolare, basata esclusivamente sui quattro tornei più importanti della stagione: Australian Open, Roland Garros, Wimbledon, US Open. Ho deciso di farlo perché, ancora più che in passato, nel tennis contemporaneo gli Slam si stagliano nella considerazione di tutti come qualcosa di superiore, a sé stante, ed è su questi palcoscenici che si costruiscono le grandi carriere.

Tanto è vero che oggi, quasi in automatico, per misurare il valore di una tennista gli appassionati cominciano sempre valutando cosa ha saputo fare negli Slam: vittorie, finali, continuità nei “piazzamenti”, sono il riferimento che alla fine determina la categoria di chi viene analizzata.

Ma sappiamo che non è sempre stato così. In altre epoche i più forti tennisti, per esempio, hanno rinunciato a giocare l’Australian Open perché la trasferta presentava disagi logistici e il montepremi non era sufficientemente appetibile.

 

Ma ci sono state altre rinunce che oggi ci appaiono inconcepibili. Prendiamo il caso di Chris Evert, che negli anni ‘70 era di gran lunga la più forte giocatrice sulla terra rossa. Evert ha saltato alcuni Roland Garros perché impegnata in altri eventi organizzati negli USA. Parliamo di una giocatrice capace di vincere 125 partite consecutive sulla terra, dall’agosto 1973 al maggio 1979. Nemmeno Nadal è mai riuscito a dominare così tanto. Eppure Chris non ha disputato i Roland Garros del 1976, 1977, 1978, oltre che i sei Australian Open dal 1975 al 1980. Detto tra parentesi: quando si fanno i calcoli degli Slam vinti da Serena Williams o da Steffi Graf, spesso si dimentica quanto avrebbero potuto vincere tenniste come Evert o Navratilova se le priorità della loro epoca fossero state simili a quelle odierne.

Oggi le cose sono cambiate: gli Slam sono il fulcro del calendario di ogni tennista di vertice. Per questo possiamo dire senza alcun dubbio che Serena Williams continua a giocare con l’unico scopo di provare a vincere nuovi Slam, mentre utilizza come impegni di preparazione gli altri tornei del circuito, o non li affronta proprio.

Ecco le ragioni di una classifica basata esclusivamente sui quattro Major. Il criterio adottato per costruire la classifica è sempre lo stesso, ed è molto semplice: la somma dei punti ottenuti in ogni Slam secondo i valori stabiliti da WTA. Questa è la ripartizione dei punti prevista:

2000 punti (vittoria)
1300 (finale)
780 (semifinale)
430 (quarti)
240 (4° turno)
130 (3° turno)
70 (2° turno)
10 punti (sconfitta al primo turno)

Veniamo dunque alla Classifica Slam del 2021. Classifica sino alla posizione numero 32, con in più le tre giocatrici che sono attualmente comprese fra le prime 20 del ranking WTA ufficiale, ma che sono rimate staccate nei Major:

Un piccolo chiarimento per evitare equivoci. In questa tabella nelle prime tre colonne ci sono diverse graduatorie. La prima a sinistra, in grassetto, indica la posizione nella nostra Classifica Slam. La seconda colonna corrisponde all’attuale ranking ufficiale WTA (stabilito il 4 ottobre 2021). La terza colonna denominata “Race” fa riferimento a tutti i punti raccolti dalle giocatrici nell’anno 2021. Tenendo presenti questi numeri, si possono sviluppare alcuni ragionamenti di un certo interesse.

a pagina 2: Il livellamento al vertice. Delusioni e sorprese

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US Open 2021: Sakkari, Sabalenka, Barty e Osaka

Terzo e ultimo articolo dedicato allo US Open 2021: il percorso delle semifinaliste Sakkari e Sabalenka e la speciale condizione nella attuale WTA di Barty e Osaka

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Naomi Osaka - 2021 US Open (Garrett Ellwood/USTA)

La vittoria di Emma Raducanu allo US Open ha rappresentato per l’attuale tennis femminile contemporaneamente una sorpresa e una conferma. Sembra una affermazione inconciliabile, un ossimoro, ma in realtà non lo è. Vediamo come mai.

Perché una sorpresa. Nessuno poteva immaginarsi che una qualificata, che mai aveva giocato a New York e che in tutta la carriera aveva disputato un solo Slam (l’ultimo Wimbledon, grazie a una wild card), potesse arrivare a vincere il titolo. Il successo di Raducanu, numero 150 del ranking, costituisce un risultato non solo imprevedibile, ma anche senza precedenti.

Ma la vittoria di Raducanu ha anche rappresentato una conferma, dato che il suo successo rimane nel solco tracciato dai risultati Slam più recenti. Nelle ultime stagioni, infatti, i Major si sono trasformati in un obiettivo quasi sempre riservato alle nuove generazioni. Ad eccezione di Simona Halep a Wimbledon 2019, il successo è sempre andato a tenniste al massimo di 25 anni, spesso anche molto più giovani. Le giocatrici esperte, al dunque, hanno dovuto cedere il passo.

 

Non solo. Nelle ultime finali Slam, fra le due contendenti ha sempre vinto la giocatrice più giovane. Senza risalire alle quattro sconfitte di Serena Williams post maternità, nel biennio 2020-2021 abbiamo avuto: in Australia il successo di Kenin su Muguruza e di Osaka su Brady; in Francia quello di Swiatek su Kenin e di Krejcikova su Pavlyuchenkova. A Wimbledon quello di Barty su Pliskova (nel 2020 non si era giocato). Infine a New York la vittoria di Osaka su Azarenka e poi di Raducanu su Fernandez. Insomma, che sia per pochi mesi o per molti anni, chi è nata dopo ha sempre prevalso.

Però l’anagrafe non ci dice tutto: a mio avviso sarebbe sbagliato considerare i nomi delle ultime vincitrici come equivalenti. Nel ventaglio delle ultime campionesse Slam, due giocatrici spiccano perché sono state capaci di partire alla vigilia del torneo con lo scomodo ruolo di favorite, e poi di aggiudicarsi effettivamente il titolo.

Credo non sia una differenza da poco, perché più passano le edizioni dei Major, più ci accorgiamo di quanto stia diventando difficile, in un contesto di notevole equilibrio come la attuale WTA, scendere in campo da favorite. Le avversarie si ritrovano con la mente più leggera e con meno da perdere, e spesso questo si traduce in un vantaggio decisivo. Le due protagoniste di questa difficile impresa sono Ashleigh Barty e Naomi Osaka. Ecco perché le ritroveremo nella parte conclusiva dell’articolo.

Dunque, per chiudere con l’analisi dello US Open, dopo il pezzo dedicato alla vincitrice Emma Raducanu, e quello dedicato alla finalista Leylah Fernandez, cominciamo ragionando sulle altre due semifinaliste, Aryna Sabalenka e Maria Sakkari.

a pagina 2: Aryna Sabalenka

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Lo straordinario US Open di Leylah Fernandez

Come una teenager, numero 73 del ranking, è stata capace di sconfiggere in un solo torneo tre delle prime cinque giocatrici del mondo e una pluricampionessa Slam

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Leylah Fernandez - US Open 2021 (Darren Carroll/USTA)

La scorsa settimana Emma Raducanu si è presa tutto lo spazio dell’articolo dedicato allo US Open. Tante questioni stimolanti, tanti temi da approfondire: le vicende di una giocatrice quasi sbucata dal nulla hanno reclamato un articolo esclusivo. Del resto l’attenzione suscitata da Raducanu non ha colpito solo il mondo del tennis, ma sembra avere superato i confini più stretti degli appassionati per coinvolgere un pubblico più ampio e meno specialistico.

Ma descrivere Raducanu come protagonista assoluta dello Slam newyorchese sarebbe non solo sbagliato, ma anche ingeneroso nei confronti di Leylah Fernandez. La giocatrice canadese ha avuto un ruolo decisivo nell’alimentare l’interesse che ha circondato il torneo femminile. A conferma di questo ci sono anche i dati televisivi statunitensi. Su ESPN, che deteneva i diritti del torneo, sia la finale che le semifinali femminili hanno avuto un seguito di spettatori superiore alle corrispondenti partite maschili. Non era facile immaginare che due tenniste classificate fuori dalle prime 70 del mondo avrebbero raccolto più pubblico di Djokovic e Medvedev; ma evidentemente il modo di giocare e la personalità di Emma e Leylah hanno “bucato” lo schermo.

Raducanu e Fernandez, entrambe nate nel 2002, hanno vissuto un torneo simile e parallelo, ma nelle singole partite gli andamenti sono stati molto diversi: la giocatrice inglese ha vinto tutti i match con margine e senza perdere set, la canadese invece ha affrontato un percorso ben più battagliato.

 

Lehlah Fernandez allo US Open 2021
L’avventura di Fernandez allo US Open è caratterizzata dalla continua lotta. Una vera e propria costante che non ha conosciuto eccezione in alcun match. Sette partite affrontate, e nessuna che sia filata via semplice. Anzi, spesso Leylah ha dovuto fronteggiare situazioni difficili. Sin dal primo turno.

Eppure Fernandez, fuori dalle teste di serie, non parte con un sorteggio sfortunato: il primo turno le riserva una qualificata. Ma quando vengono definiti gli accoppiamenti si scopre che si tratta di Ana Konjuh. Ana nel 2021 sta costantemente risalendo la classifica. Dopo il lunghissimo periodo di stop a causa dei ripetuti problemi al gomito, ha cominciato la stagione da numero 476 del ranking, ma al momento del match è già numero 88: quasi quattrocento posti scalati nel giro di otto mesi. Non ha avuto accesso diretto allo Slam americano solo perché la entry list si definisce con sei settimane di anticipo, e in quel momento era ancora fuori dalle prime cento. In più c’è un precedente recente di cui tenere conto: Konjuh ha sconfitto Fernandez nel torneo di Madrid 2021.

Il primo set tra Fernandez e Konjuh vede Ana partire meglio; grazie al break di vantaggio Konjuh serve per il set sul 5-4. Conquista anche due set point, però in entrambe le occasioni Fernandez si salva: strappa a sua volta la battuta a Konjuh, e così si procede in equilbrio sino al 6-6. Al tiebreak Leylah riesce a spuntarla. Il braccio di ferro del primo set si rivela decisivo per indirizzare anche il secondo set. Il match termina 7-6, 6-2.

In base alle premesse del tabellone, al secondo turno Fernandez dovrebbe incrociare la sua prima testa di serie, la numero 31 Yulia Putintseva. Ma Kaia Kanepi è riuscita ad avere la meglio al primo turno, e dunque Leylah si trova di fronte una giocatrice ben più potente, anche se decisamente meno mobile di Putinsteva. E di nuovo ne esce un confronto tiratissimo. Fernandez vince il primo set strappando la battuta a Kanepi all’ultima occasione utile (7-5), ma Kaia non ha affatto intenzione di lasciare strada.

Nel secondo set Kanepi reagisce e si porta avanti 5-3. È un passaggio complicatissimo per Fernandez, che prima salva due set point sul proprio turno di servizio, e poi ne salva altri due con Kanepi alla battuta sul 5-4. Scampato il pericolo, sullo slancio Leylah conquista quattro game di fila e riesce a chiudere 7-5, 7-5. Due match disputati, 6 set point salvati in due partite diverse: non male come inizio.

Ma questa è solo l‘ouverture, perché al terzo turno il sorteggio propone come avversaria un ostacolo apparentemente invalicabile: la campionessa in carica Naomi Osaka. Dopo Kanepi, il “peso leggero” Fernandez trova così un’altra big hitter che metterà alla prova la sua capacità di confrontarsi con tenniste ben più strutturate fisicamente di lei.

Luogo di confronto: l’Arthur Ashe Stadium. Per Fernandez non è la prima volta in assoluto in una arena importante di Flushing Meadow, perché nel 2020 ha già giocato (e perso) contro Sofia Kenin sul Luis Armstrong. Ma lo scorso anno non c’era la presenza del pubblico; questa volta contro Osaka la programmazione è la più eccitante possibile: primo match del serale nello stadio per il tennis più grande del mondo.

Forse perché sulla carta non ha nulla da perdere, fatto sta che nel primo set Leylah tiene molto bene testa a Naomi. Almeno sino al 5-4 per Fernandez. Poi Osaka inserisce una marcia in più, sfodera una serie di punti da fuoriclasse e con un parziale di 12 punti a 1 chiude il set in proprio favore sul 7-5.

Leylah ha perso il primo set del torneo, ma ha progressivamente conquistato le simpatie del pubblico, ammirato dalla sua combattività ma anche dalla qualità dei suoi colpi. Malgrado la pesantezza di palla di Osaka, infatti, Fernandez riesce quasi sempre a rimanere con i piedi attaccati alla linea di fondo e da quella posizione incalza Naomi sul ritmo, impedendole di sprigionare con tranquillità la potenza di cui dispone.

Secondo set. La partita scorre rapida, senza alcuna palla break sino all’approdo nei game decisivi. Esattamente come nel primo parziale, Osaka alza il livello quando più conta. Ed esattamente come nel primo parziale, sul 5-5 strappa la battuta a Leylah e va a servire per il set (e il match).

Sembrerebbe quasi una formalità, anche perché Naomi nello stesso frangente del primo set ha tenuto la battuta a zero. E invece l’incontro non solo non è vicino alla fine, ma sta per attraversare la fase decisiva del totale ribaltamento. Da una parte l’improvvisa ansia di Osaka, dall’altra la straordinaria voglia di combattere di Fernandez, producono l’inatteso: sul 7-5, 6-5 Naomi perde la battuta a 30 (primo break subito nel match), e poi in preda allo sconforto è quasi travolta nel tiebreak, che perde 7-2.

La sconfitta inopinata del secondo set lascia un pesante strascico su Osaka in avvio di terzo parziale: di nuovo perde la battuta e da quel momento non riesce più a recuperare. Con una grinta e con una decisione impressionanti, Leylah non lascia speranze a Naomi, che non riesce nemmeno a sfiorare il recupero, visto che non arriva mai neanche a conquistare palle break. Fernandez chiude dunque 5-7, 7-6, 6-4, ed è autrice di una delle più grandi sorprese del torneo.

E così, dopo la sconfitta alle Olimpiadi di Tokyo contro Vondrousova, di nuovo Osaka perde contro una giocatrice mancina, dotata di una battuta non potente, ma che Naomi non è comunque riuscita a decrittare. In più sia Vondrousova che Ferndandez hanno saputo consolidare i vantaggi ottenuti con il colpo di inizio gioco sviluppando con grande efficacia lo scambio.

Altro parallelismo tra Tokyo e New York: al momento della eliminazione, le sconfitte di Osaka sembrano arrivate contro giocatrici di secondo piano, ma a conti fatti sia Vondrousova che Fernandez sarebbero state capaci di raggiungere la finale del torneo, offrendo tennis di altissima qualità. Anche i numeri del match americano lo confermano: Osaka ha chiuso il match con un saldo fra vincenti ed errori non forzati di +1 (37/36), Fernandez di +4 (28/24)

a pagina 2: I match contro Kerber e Svitolina

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