US Open femminili: tre storie concluse e un futuro tutto da definire

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US Open femminili: tre storie concluse e un futuro tutto da definire

Gli US Open 2015 sono stati un’edizione memorabile per il tennis femminile, e non solo per quello italiano: da Flavia Pennetta a Roberta Vinci, da Serena Williams alle altre top ten, molti sono stati gli spunti di riflessione

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Flavia Pennetta e Roberta Vinci - US Open 2015 (foto di Art Seitz)
 
 

Non è facile decidere che cosa raccontare degli US Open 2015, un torneo memorabile per il tennis femminile. Forse mi manca la necessaria capacità di sintesi, ma faccio davvero fatica a contenere nello spazio di un articolo tutto quanto meriterebbe. Tanto che anticipo sin da ora che martedì prossimo ritornerò ad occuparmene con un approfondimento del match tra Serena Williams e Roberta Vinci.
Perchè gli US Open femminili non sono stati uno Slam qualsiasi, e non solo per le Italiane? Perché solitamente il tennis ha il calendario scandito dai quattro Major, ma questa volta storie e vicende di durata superiore hanno vissuto a New York il loro spettacolare epilogo.

1. La fine della corsa al Grande Slam

Dopo oltre un quarto di secolo (1988) si ripresentava per una giocatrice la possibilità di raggiungere il Grande Slam. Oggi si deve specificare: “calendar year Grand Slam” perché sono stati inventati dei surrogati (di valore più o meno significativo) che però, secondo me, non possono essere paragonati all’originale. E se qualcuno aveva dei dubbi sul perché, penso lo abbia capito seguendo giorno dopo giorno il torneo di Serena: il meccanismo del vero Grande Slam è una specie di crescendo infernale, una sequenza di eventi che obbliga la protagonista a subire una pressione che aumenta sino al limite della sostenibilità.
Già dopo sette partite, quelle australiane, si identifica un’unica possibile candidata. Se per caso la prescelta riesce a vincere a Parigi, il discorso comincia a farsi serio. E se poi resiste anche a Londra, ecco allora che l’attenzione dei media, degli appassionati, del mondo tennistico intero, si concentra ossessivamente su un unico concetto. Un martellamento al quale è impossibile sfuggire, che agli US Open si associa al conto alla rovescia delle partite che mancano per arrivare all’apoteosi.
E dato che nel tennis più si passano turni più si ha probabilità di trovare un’avversaria forte, in forma, in fiducia, si capisce come il tutto produca una situazione di stress mostruosa.

 

Che la candidata si chiamasse “Serena” è apparso paradossale soprattutto per gli italiani, che ben conoscono il significato della parola, e che alla fine hanno rubato la scena alla prescelta.
Williams in questa stagione ha mostrato un dominio nei confronti delle avversarie come molto raramente era accaduto prima. Eppure non è bastato. Logorata psicologicamente, è caduta al penultimo ostacolo.

Una sequenza identica a quella del 1984 vissuta da Martina Navratilova. Anche Martina, protagonista di una stagione assolutamente dominante (una sola sconfitta a gennaio nel torneo di Oakland da Mandlikova) era caduta nel quarto Slam, in Australia (che allora era l’ultimo in calendario e si disputava in novembre).
Anche quella volta era caduta in semifinale, per mano di Helena Sukova. E anche quella volta la favorita aveva vinto nettamente il primo set prima di crollare perdendo gli ultimi due: 6-1, 3-6, 5-7 il risultato di allora. 6-2, 4-6, 4-6, la sconfitta subita da Serena pochi giorni fa.

Nel 1984 Navratilova aveva 28 anni (compiuti il 18 ottobre). Serena compirà 34 anni tra pochi giorni (26 settembre). L’ultima a riuscire ad ottenere il Grande Slam è stata Steffi Graf, nel 1988, a 19 anni. Mi viene da pensare che l’età sia un fattore importante, e che in questi casi più si è giovani più si è incoscienti, e meno si sente la pressione. Williams a quasi 34 anni era forse troppo consapevole del valore enorme dell’impresa per non rimanerne schiacciata.

2. La conclusione della carriera di Flavia Pennetta

E così, alla fine, la scena predisposta per Serena Williams è stata occupata dalle giocatrici italiane. Un successo imprevedibile e sorprendente ma direi del tutto legittimo, specie se si considera che le due finaliste hanno sconfitto tre delle prime quattro giocatrici del mondo (Williams, Halep, Kvitova) e che l’unica che non hanno incontrato non era al via per infortunio (Sharapova).

Come ho già detto, sulla partita di Roberta Vinci conto di tornare martedì prossimo, per cui oggi mi limito a dire che con quella vittoria Roberta ha tolto ogni argomento ai suoi detrattori, che avevano esclusivamente sottolineato come fosse approdata al match contro Serena senza aver affrontato teste di serie, usufruendo in più anche del ritiro della sfortunatissima Bouchard. Dati assolutamente inconfutabili, solo che certi giudizi espressi come sentenze andrebbero pronunciati a torneo finito; per cui chi si era affrettato a bollare Vinci come una specie di intrusa delle semifinali, una sicura vittima sacrificale arrivata sin lì solo per fortuna, ha mostrato quanto meno un po’ troppa precipitazione.

Il match tra Vinci e Williams ha assunto un valore storico, visto che sicuramente verrà citato per decenni (esattamente come ho fatto qui con quello tra Navratilova e Sukova), ma  in Italia si parlerà altrettanto a lungo di questo Slam, in cui una generazione di tenniste ha raggiunto il suo culmine. Con due protagoniste in finale, per la prima volta in uno Major al di fuori di Roland Garros.

A questo si deve aggiungere la decisione di Pennetta di annunciare a sorpresa e in diretta mondiale il ritiro al termine della stagione, mettendo così la parola fine ad una carriera lunga, ricca di soddisfazioni ma anche di difficoltà (soprattutto fisiche) conclusa proprio con il successo più importante.
“Fla, benvenuta nel club” le ha twittato Francesca Schiavone subito dopo la vittoria, e in questo modo ha ricordato molto sportivamente il “pareggio” di titoli maggiori tra le due. Un pareggio che probabilmente darà il via a un diatriba che potrebbe diventare un classico per gli appassionati italiani: meglio i risultati raggiunti da Flavia o quelli di Francesca?

E se la finale tutta italiana è stata un evento imprevedibile ed eccezionale, il cammino di Pennetta nel resto del torneo è stato invece il tipico, impegnativo percorso che si ipotizza per uno Slam: in cui le partite crescono progressivamente di difficoltà e il successo passa attraverso gli scontri contro avversarie sempre più importanti (le teste di serie numero 22, 5 e 2). Ricordo che non sono poi così rare vittorie di Major in cui chi prevale non affronta nemmeno una top ten, o al massimo una sola. Flavia invece ha superato due top five e una ex vincitrice a New York. Vale a dire:

– 6-4, 6-4 a Samantha Stosur, sconfitta in un match estremamente solido, senza passaggi a vuoto e senza mai perdere il servizio; anzi, con una battuta che l’ha tratta di impaccio nei momenti chiave.

– 4-6, 6-4, 6-2 a Petra Kvitova, giocatrice molto ostica per Pennetta (da quando Petra è entrata nell’elite del tennis le aveva concesso solo un set), ma che questa volta ha saputo sconfiggere tenendo duro inizialmente soprattutto di carattere, riuscendo così ad allungare un match disputato in condizioni ambientali difficili e finendo per prevalere alla distanza grazie ad una condizione fisica superiore.

– 6-1, 6-3 a Simona Halep, sconfitta (come già nel 2013 a Flushing Meadows in due set), giocando forse il miglior tennis della carriera. Halep probabilmente era entrata in campo troppo tesa, ma il grande merito di Flavia è stato quello di spegnere sul nascere ogni tentativo di reazione dell’avversaria, giocando cinque game al limite della perfezione per rimontare da 1-3 a 6-3, con un parziale conclusivo addirittura di 19 punti a 2.
L’essere riuscita a produrre il proprio miglior tennis nella partita più importante e impegnativa è stato un segno di maturità decisivo, che in ultima analisi si può dire le abbia consentito di vincere lo Slam.

Un successo di questa portata stimolerebbe valutazioni più ampie sulla generazione di tenniste italiane dell’ultimo periodo; ricordo anche che questa è stata la finale degli US Open con le giocatrici complessivamente più anziane.
Ma il tema è troppo complesso per essere liquidato in poche righe, per cui su Flavia Pennetta chiudo piuttosto con un giudizio del tutto personale: secondo me con il suo ritiro perdiamo uno dei più bei rovesci bimani del tennis femminile contemporaneo. Sotto questo aspetto aver dovuto rinunciare nel giro di dodici mesi al rovescio di Li Na (per me il più bello degli ultimi anni) e poi a quello di Flavia, è proprio una brutta botta. Il tennis è fatto di tante componenti, e non credo che sia un aspetto secondario la bellezza del gesto.
Una delle caratteristiche che accomunavano Li Na e Pennetta (nate ad un solo giorno di distanza l’una dall’altra) era la capacità, anche negli scambi più incalzanti, di mantenere uno straordinario ed elegante dinamismo, che era davvero uno spettacolo per chi ama il tennis ben giocato.

3. Gli ultimi US Open senza copertura

Gli US Open 2015 si sono disputati utilizzando un campo centrale in fase di trasformazione, dato che c’era il tetto in costruzione. Qualche maligno potrebbe suggerire che nessuno più di un italiano avrebbe potuto trovarsi bene in uno scenario costituito da una grande opera incompiuta (considerate le nostre “abitudini” nazionali), ma poi si allargherebbe il discorso a questioni extratennistiche; anche se per la verità in questi giorni in Italia è stato il tennis stesso ad uscire dai soliti ambiti, conquistando le prime pagine dei giornali e dei siti generalisti.
Era davvero difficile ipotizzare che uno sport quasi di nicchia potesse diventare improvvisamente tanto popolare; e come sempre in questi casi, sono spuntati esperti e cantori del tennis femminile che prima si erano ben guardati dal venire allo scoperto…
Sono fasi temporanee che, naturalmente, passeranno; mi auguro che questa straordinaria occasione possa avere contribuito a far aumentare almeno un po’ il numero di appassionati a lungo termine.

Così come una fase temporanea è quella della costruzione del tetto dell’Arthur Ashe, che l’anno prossimo dovrebbe essere completato; a quel punto, la pioggia non sarà più un fattore negli ultimi giorni del torneo.
Ricordo che in questa edizione nel giovedì in cui erano previste le semifinali femminili la pioggia ha obbligato alla cancellazione dell’intero programma (rinviato di un giorno), facendo quindi disputare gli ultimi due turni a distanza di 24 ore. Probabilmente una programmazione che ha penalizzato Roberta, reduce dal match epico contro Serena: tre set sul piano fisico e psicologico più impegnativi rispetto ai due di Flavia, molto brava a eliminare la numero due del mondo Halep in soli 59 minuti.

Ma la pioggia ha fatto la sua comparsa anche al termine della finale femminile, senza però sostanzialmente cambiare gli eventi. Le prime gocce, leggere, sono infatti arrivate quando ancora si giocava l’ultimo game, ma sono diventate intense solo a premiazione terminata.
Avere un Centrale con la possibilità di copertura non significherà solo certezza di calendario per gli spettatori e gli organizzatori (e per le televisioni), ma anche minore stress e più equità di trattamento per i giocatori nelle fasi decisive del torneo.

Il prezzo da pagare è, come già a Wimbledon e a Melbourne, la fine del tennis esclusivamente outdoor che contraddistingueva i Major fino a qualche anno fa.
In particolare per l’Arthur Ashe, sembra che la struttura del tetto (già ora, per quanto incompleta) abbia ridotto l’influenza del vento, che era storicamente un fattore importante nel grande catino da oltre 23 mila posti. C’era chi si sapeva adattare meglio e chi peggio, e quindi anche di questo aspetto, se davvero le forti correnti sono state mitigate, andrà tenuto conto quando si ragionerà sulle condizioni di gioco.

4. Ma il tennis continua

Alcune storie sono così arrivate al termine, ma naturalmente il tennis continua, e per chiudere mi pare obbligatorio un rapido ragionamento sui risultati delle giocatrici di vertice agli US Open.
Al di là del caso tutto particolare di Serena, direi che a New York le altre top ten hanno complessivamente deluso. Senza Sharapova (infortunata) quattro sono addirittura uscite al primo turno, e solo Halep e Kvitova hanno saputo andare avanti (entrambe sconfitte da Pennetta).
E se non mi sorprende molto l’uscita di Kvitova nelle condizioni di gioco più calde sin lì incontrate (anche l’anno scorso aveva perso quando era stata programmata come primo incontro della giornata, con oltre 30 gradi), mi pare differente il caso di Simona Halep, la numero due del mondo.
Personalmente mi sono fatto l’idea che per Simona il problema di tutto il 2015 negli Slam abbia avuto una fondamentale componente psicologica. A Melbourne aveva perso da Makarova mostrando una grande difficoltà ad entrare nel match e a mettere in campo la solita grinta. Come bloccata, si era quasi arresa senza combattere.

Dopo il flop dei due Slam europei, sicuramente gli US Open hanno costituito un passo avanti. Ma contro Lisicki l’inizio del match mi aveva ricordato pericolosamente quello di Melbourne (tanti errori gratuiti, servizio incerto, body language remissivo), come se il peso del pronostico cominciasse di nuovo a farsi sentire troppo.
Anche contro Pennetta secondo me il fatto di partire favorita ha contributo a farle iniziare il match molto contratta. Solo che invece di avere di fronte l’incostante Sabine ha trovato un’avversaria in giornata di grazia e questo ha significato sconfitta con punteggio severo.
Rimane come segnale positivo l’ottimo successo contro Azarenka; ricordo però che, malgrado la differenza di ranking, Simona non partiva come sicura favorita (per i bookmaker la seconda forza del torneo era Vika), e quindi si è trovata con meno pressione addosso.

Temo quindi che il suo problema sia proprio imparare a gestire lo stress nei grandi tornei, considerando anche che dietro di lei c’è una intera nazione di cui è diventata un idolo e che la segue con enorme interesse: una aspettativa che in alcuni casi diventa un peso difficile da sopportare, soprattutto quando è “obbligata” a vincere.

Sta di fatto che, a parte Sharapova a Melbourne, nessuna altra top ten quest’anno è riuscita a raggiungere una finale Slam per provare ad arginare il dominio di Serena.
Dietro il primato di Williams si sta vivendo una situazione in cui le gerarchie sono costantemente in movimento. A questo proposito cito una dato: non accadeva dal 2004 che nella stessa stagione cinque nuove giocatrici riuscissero ad entrare tra le prime dieci.
Allora il circuito era stato investito dall’ondata russa, composta da quattro giocatrici (Sharapova, Petrova, Kuznetsova, Zvonareva), più un’argentina (Paula Suarez). Quest’anno sono diventate top ten Makarova, Suarez Navarro, Muguruza, Safarova e Pliskova; e la stagione non è ancora finita.

In sostanza sembra che dietro Serena, e con Sharapova infortunata, i valori siano diventati estremamente fluttuanti, in costante evoluzione.
Ma sul ruolo di Serena per il circuito, di quello delle altre giocatrici di vertice e delle possibili alternative (giovani o meno) conto di tornare con un nuovo articolo prossimamente.

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Wimbledon, le lacrime di Katie Boulter e il segreto rivelato a fine partita

Boulter ha confidato che sua nonna è venuta a mancare martedì, il giorno della sua vittoria al primo turno. Ora punta alla seconda settimana

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Katie Boulter (GBR), Wimbledon. Credit: AELTC/Ian Walton

La 25enne Katie Boulter sta vivendo in assoluto il suo miglior Wimbledon, dove alla sua sesta partecipazione (qualificazioni incluse) ha raggiunto il terzo turno per la prima volta. Tuttavia per certi versi questo non si può definire il suo torneo più felice. Ieri infatti, dopo la vittoria in rimonta su Karolina Pliskova per 3-6 7-6(4) 6-4, la tennista britannica visibilmente commossa ha spiegato, nell’intervista rilasciata in campo davanti al pubblico del Campo Centrale, la situazione di lutto familiare che l’ha toccata. Il successo su Pliskova, finalista della passata edizione infatti, è stato dedicato da Boulter a sua nonna venuta a mancare martedì, proprio il giorno in cui lei ha disputato il primo turno (vinto in due set con Burel). La madre della tennista ha deciso di non informarla della cosa fino al termine del match, per assicurarsi che la sua prestazione non venisse influenzata emotivamente. “Non sapevo nulla fino a dopo il mio primo incontro in cui mia madre mi ha praticamente preso da parte e me lo ha detto” ha spiegato Boulter.

Come si legge su The Thelegraph, anche suo nonno in lutto Brian Gartshore, visibilmente commosso, ha viaggiato da Leicestershire per essere nel box giocatori sugli spalti ed esultare per il match della nipote vinto ieri. L’impatto della famiglia, e soprattutto dei nonni, è stato fortissimo nella formazione di Boutler. Basti pensare che sua nonna era una campionessa regionale di tennis, e viveva vicino al club di tennis dove Katie ha colpito le sue prime palline da bambina; mentre il nonno – un inventore che ha inventato il cartellino dei negozi antifurto – è un punto di riferimento per lei. “È letteralmente il mio idolo, qualcuno che ammiro” ha spiegato poi Boutler. “Ha installato le luci degli aeroporti di Gatwick e Heathrow, è un tipo dannatamente intelligente. E abbiamo delle conversazioni davvero fantastiche su cose che non hanno nulla a che fare col tennis. È una piccola opportunità di distrazione”.

A contribuire a rendere serena l’atmosfera attorno alla n.118 del mondo c’è anche il suo fidanzato Alex de Minaur, anche lui tennista che ieri ha battuto sul campo 1 il britannico Jack Draper dopo un match palpitante. Tutta questa serenità sta spingendo la 25enne Katie Boulter avanti nel torneo, e anche le imprese di certe sue connazionali fungono da sprone. “Quello che ha fatto [Raducanu] è stato sorprendente. È scesa in campo, ha sorpreso tutti e ha giocato a tennis senza paura. Questa è la cosa così impressionante. Spero di poter andare là fuori e fare lo stesso. Mi piacerebbe fare quello che ha fatto lei. Non si sa mai, un giorno potrebbe succedere”. Il prossimo avversario di Boulter sabato sarà Harmony Tan, la francese che ha sconfitto la sette volte campionessa Serena Williams al primo turno.

 

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La coppia Monfils-Svitolina aspetta una bambina. Anche Konta incinta

I due tennisti Gael Monfils e Elina Svitolina annunciano via social la lieta notizia. La settimana scorsa era stato il turno di Johanna Konta

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Gael Monfils e Elina Svitolina (foto Twitter @Gael_Monfils)

Mentre gli Internazionali BNL d’Italia giungono all’appuntamento conclusivo di questa edizione con due finali non troppo incerte, il mondo del tennis extra-campo si ravviva con la notizia divulgata via social dalla coppia composta da Elina Svitolina e Gael Monfils. I due infatti hanno annunciato di aspettare una bambina, il cui parto è previsto per ottobre. “Con il cuore pieno di amore e felicità, siamo lieti di annunciare che aspettiamo una bambina ad ottobre” queste le parole con le quali si sono espressi sia l’ucraina sia il francese, il quale è alle prese con un anno ricco di novità anche per quanto riguarda il piano professionale, visto il passaggio ad Artengo, il brand di Decathlon, per quanto riguarda la racchetta.

L’ultimo match disputato da Svitolina è il primo turno di Miami del 24 marzo perso al tiebreak del terzo set da Heather Watson, mentre la sua ultima vittoria risale al 4 marzo a Monterrey contro la bulgara Tomova. Attualmente n.27 del mondo, non rivedremo la 27enne Elina in campo per un po’.

Risale alla settimana scorsa invece – per la precisione al 9 maggio – la notizia simile diffusa da Johanna Konta. “Sono impegnata a cuocere il mio piccolo muffin in questo momento”, aveva scherzato la britannica sui social, sposatasi a dicembre 2021 poco dopo il ritiro dal tennis professionistico a 30 anni.

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Come Barty solo Henin: le reazioni dei colleghi. E n.1 chi diventa?

Barty seconda regina del tennis femminile ad abdicare. Chiude con lo Slam di casa come Sampras, si ritira ad un anno da Borg

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Ashleigh Barty - Australian Open 2022 (foto Twitter @AustralianOpen)

Stamani, 23 marzo 2022, il tennis si è svegliato con un colpo al cuore. Un fulmine a ciel sereno che si è abbattuto contro il mondo della racchetta, una data che sicuramente non dimenticheremo. La numero 1 del mondo, nonché campionessa Slam per tre volte, Ashleigh Barty ha annunciato ufficialmente il suo ritiro dal tennis professionistico; affermando di aver dato tutto e di essere pronta ad inseguire nuovi sogni. Una notizia shock, Ash infatti è solo la seconda regina del tennis femminile su 27 che, sedendo sul trono WTA, annuncia la propria decisione di porre fine all’attività agonistica a stagione in corso.

COME LEI SOLO HENIN – L’unico precedente si è avuto nel maggio 2008, quando l’allora n.1 del mondo Justine Henin annunciò la fine della propria carriera – salvo poi cambiare idea e comunicare il 22 settembre 2009 il ritorno alle competizioni a 27 anni – e seppur anche in quel caso lo scalpore fu tanto, Justine aveva avuto un pessimo avvio di stagione perdendo malamente all’Open d’Australia con Maria Sharapova. Dunque il ritiro della belga arrivò a termine di un periodo difficile, differentemente dalla tennista australiana che ha iniziato invece la nuova stagione con una striscia di 11 vittorie e 0 sconfitte mettendo in bacheca tre titoli, (trionfo in singolare e in doppio al torneo di Adelaide) compreso il primo Major dell’anno. Effettivamente, però la belga non riuscì più a rientrare nel circuito ad alti livelli a causa di un infortunio al gomito, annunciando il suo ritiro definitivo nel gennaio 2011. Ricordiamo, inoltre che Barty aveva deciso di non prendere parte al Sunshine Double; motivando tale scelta con il fatto di non aver recuperato pienamente dalle fatiche di Melbourne, che gli erano valse il suo terzo titolo Slam.

IL PRIMO RITIRO, COME JORDAN – Probabilmente, invece questo periodo di pausa tra Melbourne e Indian Wells è stato propedeutico per maturare la decisione finale di appendere la racchetta al chiodo. In realtà però se analizziamo nel dettaglio la carriera della 25enne di Ipswich ci si accorge che questa presa di coscienza fulminea e ai più inimmaginabile fino a qualche ora fa, non è proprio discostante dal personaggio, anzi; l’australiana si era già presa una pausa dall’attività agonistica nel settembre del 2014 quando si ritirò una prima volta per cercare d’intraprendere la carriera professionistica come giocatrice di cricket. Ma due anni più tardi ritornò sui suoi passi, riallacciando i legami con il suo primo grande amore sportivo. In un certo senso ci sono molte similitudini con quello che accadde al leggendario Michael Jordan, il quale dopo il primo three-peat (tre titoli NBA consecutivi: 1991, 1992, 1993) con i Chicago Bulls, annunciò il ritiro nel 1993 per cercare fortuna nella Major League baseball; per poi successivamente rientrare in NBA nel 1995.

 

AL SUO POSTO? – Il 2021 e l’inizio del 2022 erano stati a tratti dominati dalla talentuosa tennista australiana, e la sua permanenza in cima al ranking – escluse le settimane di congelamento della classifica a causa della pandemia – si è esteso a 112 settimane consecutive che la portano al quinto posto della striscia più lunga della storia dopo Steffi Graf e Serena Williams a 186 settimane, Martina Navratilova a 156, e Chris Evert a 113. Nel conteggio totale invece è al settimo posto con 119. Nel precedente datato 2008, Henin chiese di rimuovere il suo nome dal ranking e se Barty dovesse fare altrettanto ci sarà gran battaglia alle sue spalle per accaparrarsi la prima posizione mondiale. Al momento in testa a questa corsa c’è Iga Swiatek, circa 700 punti davanti alla ceca Krajcikova, e con l’andare avanti della stagione potranno trovare spazio anche Badosa, Sabalenka e Kontaveit. Tutte tenniste che non hanno mai ricoperto questo ruolo. In ogni caso si potrebbe avere una nuova leader già dopo Miami.

PRECEDENTI ILLUSTRI – A livello di gioco invece quello della 25enne sarà una perdita di proporzioni incolmabili. Il suo tennis sopraffino, paragonabile per tecnica a quello di Ons Jabeur incantava gli occhi degli appassionati, e abbinare al suo tocco delicato un servizio e un gioco da fondo così potente ed efficace la rendeva unica e speciale. Sfumano dunque tutti i sogni di possibili rivalità con tenniste dallo stile complementare al suo come Osaka e soprattutto Swiatek. Barty chiude la carriera trionfando nello Slam di casa come accadde a Pete Sampras nel 2002, ma per trovare un altro ritiro altrettanto sconvolgente si deve tornare indietro a quello di Bjorn Borg che lasciò il tennis un anno più anziano di Barty. Ovviamente lo svedese all’epoca era un’icona mondiale molto di più di quanto non lo sia ora Barty, ma il vuoto a livello tennistico che hanno lasciato entrambi è paragonabile.

LE REAZIONI DEI COLLEGHI – Ovviamente, questa notizia ha scosso i cuori di tutti gli appassionati e gli addetti aI lavori del mondo del tennis. Numerose sono state le reazioni al ritiro di Barty, soprattutto tra le giocatrici ma non solo.  Fra le testimonianze che hanno pullulato Twitter dall’alba, ci sono state quelle di altre campionesse dei Major; come Simona Halep che ha ricordato il rapporto speciale che la lega ad Ash: “ Ash, cosa posso dire, sai che ho le lacrime giusto? Amica mia, mi mancherai in tour. Eri diversa e speciale, abbiamo condiviso alcuni momenti incredibili. Qual è il tuo prossimo passo? Campione del Grande Slam nel golf? Sii felice e goditi la vita al massimo, tua Simona.”– o come Petra Kvitova, che invece è sembrata non aver ancora realizzato; ma ciò nonostante ha sottolineato le incredibili peculiarità di un personaggio unico nel tennis: “Ash, non ho parole… in realtà stai mostrando la tua vera classe lasciando il tennis in questo modo bellissimo. Sono così felice di aver potuto condividere il campo con te .. il tennis non sarà mai più lo stesso senza di te! Ti ammiro come giocatrice e come persona.. ti auguro solo il meglio!”. Come detto non solo tennisti, ma anche dirigenti; dalle dichiarazioni del CEO della WTA Steve Simon: “Auguriamo ad Ash solo il meglio e sappiamo che continuerà a essere una straordinaria ambasciatrice per il tennis, mentre inizierà un nuovo capitolo della sua vita. Ci mancherà”– fino alle parole del CEO di Tennis Australia e direttore degli Australian Open; Craig Tiley: “Congratulazioni Ash per la tua brillante carriera. Sei stata un modello incredibile, sia in campo che fuori e la comunità del tennis, specialmente in Australia sentirà molto la tua mancanza. Goditi il tuo ritiro dal professionismo ed il prossimo capitolo della tua vita. Non vediamo l’ora di supportarti in qualsiasi cosa tu scelga di fare”.

Nonostante il periodo complicato che sta vivendo, non ha voluto far mancare la sua voce anche Elina Svitolina: “Nient’altro che RISPETTO per te!!! Ti auguro il meglio per quello che verrà dopo e congratulazioni per la tua illustre carriera”. Infine concludiamo con il commento di Andy Murray, molto più laconico, ma altrettanto pieno di significato: “Felice per Ash Barty, distrutto per il tennis, che giocatrice”. Lo scozzese ci è già passato; con la differenza che il suo ritiro non è stata una scelta consenziente ma forzata dai problemi all’anca, tanto è vero che grazie alla sue tenacia è riuscito a rientrare nel tour.

Ma Ashleigh sembra aver preso questa decisione, con molta consapevolezza e serenità d’animo. Si vede che questa scelta la rende felice. E allora noi non possiamo solo che augurarle il meglio per i prossimi sogni che ha intenzione di raggiungere. Poi chissà, se mai dovesse ripensarci noi saremmo pronti a riaccoglierla a braccia aperte, e intanto ci gustiamo a ripetizione il suo ultimo punto giocato.

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