La splendida corsa di Flavia Pennetta

US Open

La splendida corsa di Flavia Pennetta

Ripercorriamo attraverso le cronache dei nostri inviati le splendide vittorie della prima finalista italiana della storia degli US Open: Flavia Pennetta

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Flavia Pennetta - QF US Open 2015

[26] F. Pennetta b J. Gajdosova 6-1 3-6 6-1 (Raffaello Esposito)

Dodicesima apparizione a New York per la Flavia nazionale, agli ultimi fuochi di una carriera strepitosa ma ancora capace di acuti come la vittoria su Sharapova a Indian Wells, dove le è stato dedicato un murale, e il Fed CupHeart Award 2015. Contro di lei sul court 1o ecco Jarmila Gajdosova, slovacca naturalizzata australiana dopo il matrimonio con Sam Groth. La brindisina, tds 26, è avanti due a uno nei precedenti ma ha perso l’ultimo a Wuhan 2014 in due set secchi. Flavia serve per prima e scatta perfettamente all’avvio e, aiutata dall’australiana che cede i primi due turni di battuta con tre doppi falli complessivi, in un battito d’ali va sul cinque zero. Il primo set potrebbe terminare subito dopo ma Gajdosova annulla il bagel-point con un ace e ottiene il punto della bandiera appena in tempo perché una Pennetta solida e concreta tiene la battuta a 15 e conquista il set. Dopo una tale corsa Flavia tira il fiato e la sua avversaria ne approfitta subito.L’australiana avanza di un metro nel campo, anticipa i colpi e con una risposta vincente di rovescio lungolinea strappa la battuta all’avversaria scappando sul tre a zero e poi sul quattro a uno. La brindisina si scuote, prova ad alzare la traiettoria dei colpi e si procura una palla break nel settimo game ma Jarmila fa sfracelli col suo rovescio baseball e annulla tenendo poi la battuta. Due giochi dopo Flavia spreca un’occasione colossale per rientrare. Va 0-40 sul servizio avverso e getta in modo orribile in risposta un totale di quattro palle break prima di essere punita dall’ennesimo rovescio lungolinea che pareggia il conto dei set. La tennista italiana non è gentile con sé stessa al cambio campo ma entra nel parziale decisivo come una tigre. Difende senza problemi la battuta e la strappa nel secondo game all’avversaria per poi portarsi sul tre a zero che di fatto indirizza l’esito della partita. Gajdosova oggi ha il doppio fallo facile (10 alla fine) e perde altre due volte la battuta conquistando l’unico game del set sul servizio di Flavia, che al prossimo turno affronterà la vincente di Panova-Niculescu in campo ora.

[26] F. Pennetta b. M. Niculescu 6-1 6-4 (da New York, Ruggero Canevazzi)

 

Flavia Pennetta sbriga la pratica Monica Niculescu in un match a lungo dominato e complicatosi solo nel finale, quando 3 match-point falliti sul 6-1 5-2 hanno messo un’inattesa pressione alla brindisina, che ha perso il primo di due break di vantaggio ma ha poi comunque chiuso due giochi più tardi al quarto match-point con un bel vincente di rovescio lungo linea al termine di uno scambio lunghissimo. Sul 5-3 30 pari, con la Niculescu al servizio, è passato sopra il campo un piccolo drone fuori controllo, che si è schiantato in una zona della tribuna fortunatamente vuota. Qualche attimo di paura e niente più, il match è continuato anche se gli uomini della Security hanno cominciato l’ispezione e l’identificazione dell’oggetto, recintando la zona e facendo defluire il pubblico dalle uscite lontane dalla zona dell’impatto.

Il match si disputa sul Louis Armstrong anziché sul campo 17 come da programma, a causa del protrarsi dei match precedenti (su tutti il primo, Konta-Muguruza, una maratona di 3 ore e 23 minuti) ed essendo ancora in pieno svolgimento alle 19:15 il match tra Berdych e Melzer. Il risultato è che la partita comincia con pochissime persone sugli spalti, saranno non più di un centinaio (ma è anche vero che sull’Arthur Ashe sta per scendere in campo Roger Federer). Il match comincia e ha da subitouna chiave tattica chiara: la Niculescu ricorre molto spesso al dritto in back, dei chop dal taglio esasperato nel tentativo di rallentare il ritmo imposto da Flavia. La tattica però non funziona: la Pennetta si piega benissimo sulle gambe, alzando la traiettoria della palla, giocando regolare e sbagliando pochissimo, in attesa degli errori dell’avversaria. In questo modo il break è inevitabile e arriva puntuale al quarto gioco: 3-1 e servizio Pennetta, che domina in lungo e in largo, tra errori dell’avversaria al termine di scambi piuttosto lunghi e qualche vincente da applausi, fino al 6-1 dopo appena 25 minuti.

Nel secondo parziale la musica non cambia: la tds n.26 si porta 2-0 e 0-40 sul servizio della Niculescu, che continua imperterrita a insistere col dritto giocato esclusivamente in back. Sembra quasi una “Roberta Vinci di dritto”: come Robertina gioca quasi sempre il rovescio in back, lei fa lo stesso con l’altro fondamentale. Se però i tagli della Vinci sono spesso efficaci, quelli della rumena non disturbano Flavia, che mette a segno un parziale di 7 game a 0 dall’1 pari del primo set al 2-0 del secondo. Poi si issa quasi indisturbata sul 5-2 e va a servire per il match. Qua la partita cambia all’improvviso: la brindisina fallisce 3 match-point e cede il servizio alla terza palla break, manifestando un po’ d’insofferenza. “Sei decisamente più forte!”, le gridano dal suo box. Al nono game, sul 5-3 Niculescu, avviene come sopra detto un episodio decisamente imprevisto: mentre le due lottano sul 30 pari, un ronzio avvolge il campo e sopra di esso un oggetto nero non ben identificato, se pur di piccole dimensioni, finisce per schiantarsi nelle tribune che danno sul lato lungo del campo. Seguono attimi di paura, ma non succede nulla, la Security si precipita a verificare di cosa si tratta e recinta la zona: era un drone fuori controllo. Il gioco riprende, ma certo se in quei posti ci fosse stato qualcuno staremmo a parlare non di una tragedia ma certamente di un brutto incidente. Flavia torna a servire sul 5-4, annulla una pericolosissima palla break costringendo la Niculescu all’errore e poi chiude al 4° match-point, procuratosi con un servizio vincente e trasformato con un bellissimo rovescio lungo linea vincente a chiudere uno scambio durissimo, dopo 1 ora e 19 minuti di partita. La Pennetta affronterà al terzo turno la sorprendente Petra Cetkovska, che ha eliminato la Wozniacki (finalista lo scorso anno) dopo 3 ore e 2 minuti di battaglia.

[26] F. Pennetta b. Cetkovska 1-6 6-1 6-4 (da New York, Ruggero Canevazzi)

Flavia Pennetta centra gli ottavi di finale degli US Open, dove affronterà Samantha Stosur, dopo un match che ha visto il dominio di Petra Cetkovska nel primo set, con l’italiana poco mobile e dai colpi troppo leggeri. Nel secondo parziale blackout della n.149 del mondo, che ha subito un parziale di 6 giochi a 0 dall’1-1 del secondo set allo 0-1 del terzo (break della brindisina). Nel terzo set il match ha avuto un andamento molto irregolare, con cinque break fino al 4-3 e servizio Pennetta, che ha poi chiuso in 1 ora e 31 minuti, sostenuta da un servizio diventato solido dal secondo set in poi. La Cetkovska ha alternato colpi profondi e vincenti a errori banali, mentre la Pennetta, pur senza brillare, ha saputo offrire maggiore regolarità e ha meritato la vittoria.

Nel primo pomeriggio locale, il Campo 17 si va riempiendo dopo che l’incontro iniziale della giornata si è concluso con la vittoria di Tomas Berdych su Guillermo Garcia-Lopez dopo quasi 3 ore e mezza di battaglia. Il sole ha nel frattempo reso roventi i comodi posti a sedere di questo che è di fatto il quarto campo del torneo dopo Arthur Ashe, Louis Armstrong e Grandstand. Mi accomodo vicino alla linea di fondo della parte del campo più vicino al Food Village, costante crocevia di appassionati che sperperano i loro dollari in pietanze a volte gustose altre volte molto meno, ma mai a buon mercato.

Il primo set, dopo il game di apertura a favore della Cetkovska, vede subito dopo tre break consecutivi, quello della ceca nel secondo gioco e quello immediatamente successivo della Pennetta, che però appare un po’ troppo statica e senza la potenza necessaria per affondare i colpi, che sono spesso corti e quindi aggrediti dalla n.149 del ranking, che gioca più profondo, con dritti e rovesci più incisivi che risultano spesso vincenti. Corrado Barazzutti, seduto accanto a me, non è sereno: “Flavia non si muove e tira troppo piano, perché non spinge?. Ha letto perfettamente la situazione, infatti dal 2-1 e servizio Pennetta l’azzurra cede altre due volte il servizio e perde il set dopo un pesante 6-1 in appena 25 minuti.

Il secondo set è opposto e speculare al primo nel punteggio e nella durata: finisce 6-1 per Flavia sempre in 25 minuti. La svolta avviene nel quarto gioco, con la Pennetta avanti 2-1, quando la Cetkovska cede il servizio alla seconda palla break, con un inopinato doppio fallo. È un match molto strano”, afferma Barazzutti, e in effetti i ruoli si invertono all’improvviso: ora Flavia gioca più cattiva, aumentando la forza e la profondità dei colpi, mentre la Cetkovska è molto calata di livello. Si decide tutto al terzo set. Sergio Palmieri della FIT, seduto accanto al capitano di Davis e Fed Cup, invita a non sottovalutare la ceca: “È incostante ma pericolosissima: quando gioca bene può battere chiunque (come la Wozniacki due giorni fa, ndA), mentre quando scende di livello è molto vulnerabile”.

Il terzo set è il più equilibrato, ma il copione è sempre lo stesso: con una Pennetta di medio livello, è la Cetkovska che fa e disfa, alternando errori e ottime soluzioni sia di dritto che di rovescio. Appenaperò Flavia ritrova solidità nel servizio, riesce a spostare l’inerzia dello scambio dalla sua parte e impedire alla ceca di trovare profondità e precisione. Sul 3 pari, la brindisina toglie il servizio all’avversaria che non controlla un rovescio, finito lungo. Sul 5-4 serve per il match e Barazzutti spera: “Serve la prima di servizio ora!”. La Pennetta si procura un primo match point con un lob al bacio ma chiude alla seconda palla match su errore della Cetkovska. L’ottavo di finale contro la Stosur è tutto da vedere!

In conferenza stampa, Flavia riconosce di non aver avuto sensazioni positive durante il match: “Mi ha salvata il servizio, grazie a quello ho ottenuto molti punti “gratuiti”, cioè immediati, perchè quando entravo nello scambio lei mi metteva in difficoltà“. Sull’impresa di Fognini nella serata americana di Venerdì: “Me la sono guardata dall’inizio alla fine, aveva senso secondo voi andare a dormire mentre giocavano il quinto set? Poi, finito il match, ho riposato come meglio non avrei potuto“, afferma sorridente.

[26] F. Pennetta b. [22] S. Stosur 6-4 6-4 (da New York, Ubaldo Scanagatta)

Sei volte in sette anni nei quarti di finale all’US Open. Una sola semifinale (2013) per ora, ma potrebbero diventare due per Flavia Pennetta se riuscisse a battere la vincente di Kvitova-Konta. “Rispetto tutte le giocatrici, ma è ovvio che preferirei giocare contro la Konta”, ha detto al microfono di Pam Shriver una Pennetta raggiante prima di avvicinarsi a decine di bambini imploranti un autografo e di dirmi, rispondendo ai miei complimenti ed ad un’annotazione relativa al servizio (“Flavia, hai perso solo 3 punti sul tuo servizio nel secondo set, e zero negli ultimi tre turni di battuta!”): “Sì, ho servito davvero bene oggi” con un sorriso fino alle orecchie.
Un minuto prima aveva detto alla Shriver che le aveva chiesto come spiegasse le sette vittorie consecutive sulla Stosur: “Forse perchè mi sono allenata tanto in Spagna contro giocatori che giocano con molto top-spin quindi le palle alte e liftate di Sam (“I topponi” avrebbe detto Francesca Schiavone, ndR) , che danno tanta noia alle altre ragazze, non mi danno troppo fastidio”.

Flavia non ha praticamente concesso nulla alla Stosur nel secondo set, mentre nel primo ha dovuto cancellare due palle break consecutive nel secondo game, e poi altre due (ma non consecutive) anche sul 5-4 quando serviva per il set.
Quando ha messo la prima Flavia ha fatto 29 punti su 34, un quasi incredibile 85 per cento. Direi che questo è il dato statistico più sorprendente, perchè che Flavia fosse più agile negli spostamenti e più regolare nei palleggi lo si poteva dare quasi per scontato. Ogni volta che scambiavano sulla diagonale dei rovesci non c’era gara. I punti li faceva tutti Flavia. Se guardiamo gli errori non forzati si vede che la Stosur ne ha fatti 35, quasi il triplo di Flavia che se ne è concessi appena 13, pur dovendo ribattere ad alcune terribili mazzate dell’australiano dal braccio ipermuscolato. Non sono sicuro che Serena Williams ce l’abbia più grosso.
Flavia, dopo quelle minime incertezze iniziali, ha giocato un match quasi perfetto. Sotto il profilo tattico soprattutto. Pur prevalendo negli scambi d rovescio incrociato Flavia è stata ben attenta e come la Stosur si muoveva per tentare di aggirare la palla e colpire di dritto dall’angolo sinistro, lasciando scoperto il fianco destro, la impallinava con il rovescio lungolinea. Tante volte davvero, con una rapidità e un timing sulla palla impressionante per una ragazza di 33 anni. Grande condizione fisica la sua, anche se per sua fortuna è scesa in campo quando oramai sull’Arthur Ashe era calata l’ombra, alle 16,05 locali (e 22,05 italiane) e l’aria era molto più respirabile che non nelle ore immediatamente precedenti. Va poi detto che la Stosur è tennista che gioca a strappi, o bene bene o male male, e quindi gli scambi prolungati sono stati abbastanza pochi.

Così Flavia ha potuto restare lucida e fresca per tutto il match durato appena 1h e 18 minuti. Il match avrebbe potuto girare male soltanto se Flavia si fosse fatta strappare il servizio sul 5-4 del primo set, quando è stata davvero brava ad arginare un paio di missili tirati dalla Stosur. L’australiana le aveva consentito di salire sul 3-2 e break quando era andata sotto 0-30 con un doppio fallo, poi aveva annullato una prima pallabreak sul 15-40 con un tracciante di dritto ma sul punto successivo Flavia aveva giocato una risposta anticipata e si era procurato il break che di fatto le ha consentito di vincere il primo set.
Quel primo set è durato 37 minuti. E nel secondo Flavia è cresciuta in fiducia tanto quanto la Stosur sembrava in preda alle sue angoscie. Già sul 2 a 2 avrebbe rischiato un break nell’esatta situazione di punteggio del primo set ma si sarebbe salvata con un ace esterno pieno di kick sulla prima palla break e con un doppio smash sulla seconda, ma niente sarebbe riuscita a fare due games più tardi. Sul 3 pari, quando con il doppio fallo numero 3 è andata sotto 0-15, poi 0-30 e 0-40 con l’ennesimo errore di rovescio, l’australiana amazzone dal cuor fragile, ha cancellato una palla break ma è stata poi sorpresa dauna straordinaria palla corta – la prima giocata da Flavia – che l’ha lasciata di sasso. Fantastica scelta di tempo, straordinaria esecuzione.

Come detto all’inizio dell’articolo dal 3-2 al 6-4 finale Flavia Pennetta non avrebbe più perso un solo punto sul proprio servizio, nemmeno fosse Karlovic!
Certo brava lei, ma la Stosur con la testa dov’era finita? Beh, se l’australiana fosse stata solida di testa avrebbe vinto molto di più che non uno Slam, l’US Open del 2011 quando battè Serena Williams in quella finale che viene ricordata anche per quell’alterco che Serena ebbe con il giudice di sedia in seguito ad un punto perso per “hindrance”.
Ad ogni modo adesso Flavia dovrà cominciare a preoccuparsi di Petra Kvitova con la quale ha un bilancio in parità, 3 a 3, ma con le ultime tre sfide tutte perse. Conta poco quella sull’erba, perché la Kvitova è bicampionessa a Wimbledon e sull’erba non c’è gara, e poi sono tutte molte datate. L’ultima al torneo olimpico di Wimbledon, 6-3 6-0, ma si parla di 3 anni e mezzo fa. Vero che il tempo avrebbe dovuto giocare a favore della mancina ceca, però – a parte il fatto che in questo momento in cui scrivo la ceca deve ancora battere la sorprendente Konta (con la quale Flavia non si è mai misurata) – la Kvitova non gioca sempre bene.
Flavia aveva raggiunto i quarti anche un anno fa, quindi scenderebbe forse a n.27 da n.26 se perdesse nei quarti, salirebbe a 23 o 24 se andasse in semifinale, fra 16 e 18 se andasse in finale, e – chiaro si teorizza – diventerebbe n.8 se vincesse l’US Open.

Mentre sto scrivendo l’articolo, uno degli altri inviati di Ubitennis ha incontrato Thanasi Kokkinakis, che su Flavia si è espresso in termini molto positivi, anche se non l’ha mai conosciuta personalmente. Il giovane aussie ha detto di averla vista ieri nel doppio che la Pennetta e la Errani hanno vinto ieri (accedendo ai quarti del torneo di doppio femminile), confermando che già ieri aveva messo in mostra un ottimo servizio, chiave oggi per avere ragione della Stosur. Sul resto del gioco di Flavia, ad esempio il rovescio che le ha permesso di portare a casa molti punti oggi sulla relativa diagonale, Kokkinakis non ha detto che cosa ne pensava precisando che un conto è giocare il singolare, un altro è giocare il doppio.

Concludo con una statistica più che rilevante: sempre negli ultimi 4 anni, dal 2012 a oggi, sono arrivate ai quarti degli USOpen due tenniste italiane:

  • nel 2012 ci fu il derby delle Cichis, Errani-Vinci, con la vittoria della prima 6-2 6-4
  • nel 2013 fu la volta di Pennetta-Vinci, con Flavia che raggiunse le semifinali col punteggio di 6-4 6-1 (perdendo poi da Vika Azarenka 6-4 6-2)
  • nel 2014 Flavia perse il proprio quarto con Serena Williams 6-3 6-2 e la Errani strappò un solo game alla Wozniacki (6-0 6-1)
  • quest’anno le due italiane ancora in corsa, Vinci e Pennetta, sfideranno rispettivamente la Mladenovic e la vincente di Kvitova-Konta.

Queste infine le dichiarazioni di Samantha Stosur a fine match:

“Credo che Flavia abbia giocato un’ottima partita. In realtà sono piuttosto contenta di come ho giocato, ho avuto un paio di occasioni per breakkarla, ma lei lì ha giocato molto bene. È stato nel secondo game del match che ho avuto la mia occasione migliore, ma non sono riuscita a sfruttarla”.

“Per qualche motivo Flavia riesce a rendere inoffensive tutte le mie migliori armi. Le mie rotazioni sembrano non darle alcun tipo di fastidio, sembra che abbia sempre tutto il tempo di cui ha bisogno per giocare i suoi colpi, e contro di me sembra sempre servire molto bene, anche se il servizio non è necessariamente il punto di forza del suo gioco”.

“Quando giochi contro una giocatrice con cui hai sempre perso, credi comunque di poter vincere. Altrimenti non scendi nemmeno in campo. Certo, se capita che vai subito sotto all’inizio, può accadere di demoralizzarsi. Ma non è stato questo il caso nel match di oggi”.

[26] F. Pennetta b. [5] P. Kvitova 4-6 6-4 6-2  (da New York, Ubaldo Scanagatta)

Una storica doppietta, due italiane in semifinale all’US Open. Non era mai successo in nessuno Slam.
L’exploit di Flavia Pennetta, che batte una bicampionessa di Wimbledon, n.4 del mondo anche se qui è testa di serie n.5, è ancora più significativo di quello di Roberta Vinci, perchè il suo tabellone non è stato per nulla semplice.
Sia detto ciò per amor di obiettività, senza nulla togliere naturalmente a Roberta che al suo 44mo Slam aveva pieno diritto anche di godere, per una volta, di un tabellone fortunato, di non battere nemmeno una testa di serie, di superare come l’avversaria di miglior classifica, n.40, la Mladenovic.
Negli ottavi Flavia aveva battuto una campionessa dell’US Open, Sam Stosur (regina a new York nel 2011), e nei quarti una che, come accennato ha vinto due volte Wimbledon!

Flavia ha vinto il match alla distanza in una giornata infuocata. Si potrebbe dire che nonostante i suoi 33 anni è stata lei a cuocere a fuoco lento la sua avversaria di 8 anni più giovane.
Non ho ancora parlato con Petra, che si è presentata in campo con una vistosa fasciatura elastica sulla coscia destra, ma è certo che già sul finire del secondo set l’ho vista arrancare, tanto che mi auguravo che l’interruzione fra secondo e terzo set fosse la più breve possibile – è stata di 8 minuti, in teoria la heat policy che viene applicata  prima di un terzo set femminile o di un singolare junior  quando ci sono temperature come quella odierna (32 gradi, percepiti come 35) consente un break di 10 minuti, non sono quindi certo che sia stata applicata – e quando Petra al rientro in campo ha annullato una palla break nel primissimo game, con un gran rovescio sulla riga, per poi riuscire a tenere il servizio, mi sono preoccupato fortemente. Flavia avrebbe potuto subire il contraccolpo psicologico, anche perchè il caldo era notevolissimo e lei non è più un bambina.
Invece non ha fatto una piega ed ha tenuto anzi il game di servizio successivo, per l’1 a 1 addirittura a zero….

LE PRIME DICHIARAZIONI DI FLAVIA PENNETTA
scusate lettori di Ubitennis interrompo la mia cronaca e le mie considerazioni sul match vinto da Flavia perchè – è il bello della diretta internet…- ci arrivano grazie al capufficio stampa Fit Angelo Mancuso, le prime dichiarazioni di Flavia Pennetta, che dovendo giocare il doppio con Sara Errani contro Martina Hingis e Sania Mirza, ha chiesto di effettuare la vera conferenza stampa dopo il doppio.
Pennetta: “Dopo aver perso il primo set non pensavo di poter vincere, ho continuato a lottare punto dopo punto…In campo contava tutto. Il caldo, la tensione , quello che volevi e che non dovevi fare…E’ un’ emozione incredibile vincere su un campo così“.

Riprendo cronaca e considerazioni. Flavia dall’1 pari finisce però sotto 3-1, dopo aver perso il servizio nel quarto gioco (contro sole) a 30.
Insomma non so cosa dicessero i bookies sulle scommesse on line, ma una Kvitova avanti 6-4,3-1 doveva essere diventata molto ma molto più che favorita.
Invece Flavia ha strappato sull’1-3 la battuta alla Kvitova che pure serviva all’ombra, addirittura a 0, per poi tenere il servizio a 15 e pareggiare il conto dei games. 3 pari.
Avrete notato, come quelli che mi seguono su Twitter, che sottolineo spesso la presenza del sole. Infatti nel primo set 9 games su 10 sono stati vinti da chi giocava all’ombra. Il sole era più basso,dava noia a chi serviva, e soprattutto le palle che uscivano dalla metà campo in ombra si vedevano male. La Kvitova ha vinto infatti il primo set per 6-4 in 52 minuti perchè suo è stato l’unico game vinto contro sole: quello del 3-2, nel quale ha comunque dovuto salvare una palla break (errore di rovescio di Flavia).
Flavia avrebbe potuto pareggiare il conto dei games, sia quelli effettivi per raggiungere il 5 pari, sia quelli contro sole per fare un 1 a 1, se sul 4-5 e contro sole avesse tenuto un servizio perso nonostante un 40-0 di vantaggio.  Tre palle per il 5 pari.

Lì la nostra si è disunita quando l’arbitro ha chiamato di sua iniziativa out un suo primo servizio che il giudice di linea aveva visto buono. Flavia ha chiesto subito l’Occhio di Falco che le ha dato torto, ha perso il ritmo del servizio ed è così arrivato il doppio fallo n.2 del suo match. Nessuna prima poi, ma tre servizi deboli, a 80 e  78 e ancora 78  miglia orarie hanno consentito alla Kvitova di attaccare con risposte possenti e quasi incontrollabili,  e poi di arrivare al set point. Dove Flavia ha commesso uno sciagurato secondo doppio fallo nel game.
L’aspetto più curioso del secondo set è stato che il sole non è stato più determinante: nel 6-4 vinto da Flavia cinque games sono stati vinti a favore di sole e cinque contro. Il sole si era alzato, non le accecava più, e poi ci si erano un po’ abituate. Inoltre la fascia d’ombra di una parte del campo si era accorciata, quindi dall’ombra uscivano molti meno colpi.

Eravamo rimasti al 3 pari del secondo set (e mi scuso per la ricostruzione un po’ farraginosa del match, ma così potete capire meglio come a volte, fra un’interruzione e l’altra, una intervista e l’altra,  ci si trova a lavorare con l’obbligo di privilegiare la tempestività).
Si arriva al 4 pari con la Penna che tiene la battuta a 15 (nonostante il sole contro), mentre la Kvitova aveva già faticato a tenere la sua dopo un 40 pari che ci aveva fatto sperare, ma senza pallebreak.
Il break alla Kvitova sarebbe arrivato sul 4 pari, un game di 10 punti in cui Petra commette un dopio fallo sul 15 pari ma lo fa seguire da un servizio vincente. Le prime due pallebreak la Kvitova le annullaprendendo righe da tutte le parti, coraggiose quanto incoscienti. Flavia gioca alcune risposte d’anticipo folgoranti ed entusiasmanti. E’ un match emozionantissimo.
Anche l’ultimo game del secondo set. Se la “Penna” aveva avuto 3 palle del 5-5 nel primo set, la Kvitova ne ha 2 per il 5 pari nel secondo. Ma Flavia di rovescio è un portento. E lì mi viene in soccorso Marco Lauria della redazione di Ubitennis con una statistica sulle tenniste mancine affrontate da Flavia dal 2013 a oggi: in 10 incontri ne ha persi solo 2. Nel 2013 da Lepchenko a Cincinnati e nel 2014 da Safarova a Madrid. Con il rovescio che si ritrova Flavia non ha paura di scambiare contro i dritti delle sue avversarie. “Mi alleno sempre con un tennista mancino!” ci aveva detto l’altro giorno alludendo al suo attuale coach Salvador Navarro. Ecco spiegato l’arcano.

Nel terzo set si è capito subito che Flavia era più fresca, più viva. Nessun break fino al 2 pari, ma da lì è cominciata lo sprint vittorioso di Flavia. Petra va sotto 0-30, 15-40, salva una prima palla break con uno splendido rovescio vincente in cross, ma non la seconda.
Un colpo decisivo per il morale di Petra e anche per Flavia che tiene il game de 4-2 a zero, poi strappa di nuovo la battuta alla Kvitova e dopo 2 ore e 18 va a a servire, all’ombra, sul 5-2. Poi il game dell’apoteosi, vinto a 30 con un filino di paura sul primo matchpoint, ma non sul secondo.
Flavia sembra quasi non crederci quando solleva le braccia al cielo. Arrivo giù in basso per complimentarmi, prima che Pam Shriver la intervisti, e lei allarga le braccia e dice “Non so come ho fatto” e scuote la testa.
Solo dopo – come avete visto – spiegherà che perso il primo set, e sotto 3-1 nel secondo,  non credeva più di farcela. L’abbraccio con Petra Kvtiova è stato affettuoso, nella succssiva conferenza stampa con Petra – di cui qui sotto vedete un estratto, eravamo con Ruggero Canevazzi i soli italiani presenti e praticamente tre quarti delle domande le ho fatte io – le ho chiesto se c’era un’amicizia più stretta che con altre tenniste. Leggete che cosa ha risposto. E’ stato andando lì, però, che – anche ascoltando alcune sue risposte – mi sono ricordato che a Petra Kvitova era stata diagnosticata subito dopo Parigi una forma di mononucleosi che spiega in parte perchè la sua condizione fisica, in termini di resistenza, non sia ottimale..
Sia chiaro che non voglio certo sottrarre niente a Flavia che ha disputato un grande match, intelligente, quasi perfetto tatticamente. Ma mi sembra giornalisticamente corretto farlo presente.
Dopo il Roland Garros Petra si era presentata a Wimbledon perchè – campionessa in carica –  proprio non voleva rinunciarvi. Ma aveva finito per perdere al terzo turno dalla Jankovic, cioè non una grande erbivora. Poi Petra si è fermata un mese e da agosto in poi ha giocato tre tornei, perdendo all’esordio da Azarenka a Toronto e da Garcia a Cincinnati, poi a New Haven ha vinto in finale con Safarova (…un match che è costato caro alla Safarova perchè si è prodotta uno stiramento muscolare all’addome che l’ha fortemente handicappata quando ha perso dalla Tsurenko qui al primo turno 6-4 6-1).

E’ chiaro che la Kvitova ha preso più rischi, 41 vincenti contro 21, e così ha commesso anche molti più errori gratuiti, 60 contro appena 16. Ma Flavia è stata eccezionale proprio nel riuscire a limitare gli errori contro una tennista che le tirava delle sassate spaventose: in tutto il match, durato 2 ore e 23 minuti, Flavia ha sbagliato due rovesci gratuiti. Capito? Lo riscrivo: due rovesci!!! E dieci dritti. Pochi anche questi. Servire ha servito un po’ meno bene che con la Stosur, ma comunque ha messo il 61% di prime palle, con 0 ace e 3 doppi falli, mentre la Kvitova hì messo a segno 4 aces ma ha commesso anche 9 doppi falli (3 nel nono game del primo set quando aveva servito per il set sul 5-3).
Mentre ci vorrebbe qualcosa più di un miracolo perchè Roberta Vinci riuscisse a fermare, dopo 4 sconfitte di fila, Serena Williams – più favorita che mai per aggiudicarsi questo torneo (mi sa che temesse soprattutto proprio la Kvitova, e poi forse la Azarenka)- Flavia potrebbe giocarsela alla pari in semifinale sia con la Halep sia con la Aazarenka (in questo momento in campo per il terzo set).
Con la Halep è avanti 3-1 negli scontri diretti, 1-1 sul cemento ma ha perso l’ultimo duello a Miami quest’anno 6-3, 7-5.  Con la Azarenka stanno 2 a 2, e 2-1 sul cemento per Flavia contro la bicampionessa dell’Open d’Australia che è stata anche due volte finalista all’US Open. In quello stesso torneo di Miami in cui Flavia ha poi perso dalla Halep aveva battuto la bielorussa 7-6, 7-6.

Sono le 16.20 ora locale, in questo momento ha iniziato a piovere a Flushing Meadows,  l’incontro tra Azarenka e Halep è stato sospeso sul 2-1 Akarenka, 40-15 Halep che è al servizio. Flavia attende di fare il suo ingresso in campo per il doppio con Sara Errani contro Mirza/Hingis. Con le semifinali femminili in programma domani a partire dalle 19 americane (una di notte in Italia) il rischio è che la Pennetta, già duramente provata dalle due ore e 23 minuti di oggi, possa risentire di uno sforzo magari eccessivo. Io mi augurerei che questo doppio venisse rinviato a dopo la sua semifinale di singolare. Per il momento, consentitemi solamente di ringraziare Flavia e Roberta per le emozioni che ci stanno regalando e facendo vivere.

Sempre in conferenza stampa, Flavia sottolinea la paura che ha provato appena dopo lo schianto del drone nel match contro la Niculescu (“Non mi è mai capitata una cosa del genere in carriera, per un attimo ho pensato al peggio”) e le motivazioni che solo i tornei dello Slam le danno in questa fase finale della carriera (“Soprattutto qui a New York, arrivo con sensazioni bellissime che non provo più molto spesso”). Sempre a tal proposito, Flavia fa una precisazione assolutamente sorprendente e inattesa: “Prima del Roland Garros ero in confusione totale, volevo non partecipare al torneo, pensavo non avesse senso farlo senza motivazioni, ma poi lo stesso torneo me la ha trasmesse!

Circa mezz’ora dopo il match, un comunicato ufficiale dell’USTA (la Federazione tennistica americana, responsabile dell’organizzazione degli Open), conferma che si è trattato di un drone e che non ci sono stati feriti, informando che il New York Police Department sta effettuando le verifiche necessarie per capire le origini del fatto.

 

[26] F. Pennetta b [2] S. Halep 6-1 6-3 (da New York, Ubaldo Scanagatta)

Pazzesco. Non avevo mai visto Flavia giocare così, da quando aveva annullato sei matchpoint alla Zvonareva (2009) su questo stesso Arthur Ashe Stadium!
Solo che oggi ha giocato così dal primo punto all’ultimo, ad eccezione di tre games del secondo set, quando dall’1-0 per lei con break è finita sotto 3-1 prima di infilare, sul 15 pari di quel game, 15 punti consecutivi e – più importante ancora 5 games per chiudere il match con un dritto vincente all’incrocio incredibile per uno storico 6-1, 6-3 in 59 minuti.
Flavia raggiunge la sua prima finale di uno Slam a 33 anni, contro l’unica under 30 delle 4 semiifinalista, visto che Roberta ha 32 anni e Serena quasi 34. E ci riesce prendendo a pallate la n.2 del mondo dopo aver battuto alla distanza, sul fisico, la Kvitova al turno precedente e la Stosur, campionessa dell’US Open nel 2011.

E’ la terza italiana a giocare una finale di Slam, che sono quattro in tutto adesso. Ma le altre tre di Francesca Schiavone nel 2010 (vinta) e nel 2011 (persa) e di Sara Errani nel 2012 (persa) erano state tutte al Roland Garros. Questa è la prima fuori di Parigi.
“Sto benissimo fisicamente – mi aveva rassicurato l’altro giorno – non ti preoccupare Ubaldo! “ – mi aveva detto quando io, tutto preoccupato, le chiedevo se non fosse uno sforzo troppo grande dopo le 2,23 minuti sotto il sole con Petra, dover giocare anche il doppio con Sara Errani contro Hingis e Mirza.Un doppio che Flavia non avrebbe mai voluto perdere, soprattutto dopo il “divorzio” abbastanza sorprendente da Martina Hingis con la quale aveva giocato proprio qui lo scorso anno.

Certamente un giorno di riposo in più, dovuto alla pioggia, non ha guastato. Flavia oggi è stata assolutamente straordinaria. Da n.26 sale a n.16 (e, va detto per amor di cronaca toccando legno quando ancora Roberta Vinci deve scendere in campo contro Serena Williams e nemmeno Matteo Renzi oseerebbe dirle “Stai… Serena”, se vincesse il torneo salirebbe a n.8…).

Flavia oggi ha giocato quasi ancor meglio di dritto che di rovescio. La Halep ha provato a sfondarla lì, io temevo – poiché Simona un tantino più vicino all riga di fondo e spingeva molto – che Flavia potesse (di nuovo!) soffrire una eventuale maratona. La Halep, si sa, in genere non molla mai.

In genere…ma non sempre però, perchè come mi ricordava l’attentissimo Luca Baldissera, a Melbourne quest’ann0 contro la Makarova la Halep si era come bloccata per la  tensione ed aveva perso 6-4 6-0 nei quarti di finale. Anche lì, come oggi, aveva fatto soltanto 4 games.
Difatti dal 3-1 15-15, come dicevo sopra, la tennista rumena di cui per anni si era parlato soprattutto perchè si era sottoposta ad un’operazione per ridursi il seno, avrebbe perso 15 punti di fila. Con il secondo doppio fallo a fine game avrebbe ceduto il servizio subito dopo averlo strappato per la seconda volta consecutiva a Flavia. Su quell’abbrivio Flavia teneva a zero la propria battuta e proseguiva su quella scia: ma ancora la Halep non si era arresa.

Il colpo per lei …mortale, una botta psicologica da cui non si sarebbe ripresa, sarebbe arrivato sul sul suo servizio e sul 3 pari  0-15: la rumena ha giocato una smorzata, credendo ovviamente si sorprendere Flavia con un colpo per lei non consueto. Beh, Flavia c’è arrivata e le ha giocato una controsmorzata imprendibile che l’ha lasciata di stucco!

Beh, avresto dovuto vedere la faccia della Halep, dopo quella mazzata. E’ come se da un precedente knock-down avesse subito un k.o.
Flavia non le ha più dato tregua, vincenti da tutte le parti e zero errori. Sarebbero stati 6 di dritto e  6 di rovescio. Totale 16: nei quali c’è un unico doppio fallo, un paio di volee, nel secondo. Ma , insomma, è stato un match perfetto, via!
Grandissima Flavia e grandissima l’emozione di trovarsi lì a due passi da lei mentre quasi incredula levava le braccia al cielo e salutava il suo angolo, e tutti quelli che scorgeva in tribuna, ai quattro lati del campo. Non sono riuscito a trattenere un luccicone. Non so se lei l’abbia visto, ma i due bacini che mi ha dato (ah se l’avesse visto Fabio chissà che scenate di gelosia!) in quel momento per me sono stati beh no…non come il milione e 600.000 dollari che ha vinto lei, però anch’io mi sono sentito per un attimo in Paradiso!

Come certo doveva sentirsi lei. E’ stato bellissimo, non solo per i due bacini eh, e ringrazio ancora una volta Flavia per le emozioni che ha saputo dare a questo vecchio malato di tennis. Che ha 66 anni, esattamente il doppio degli anni di Flavia! E ora vado alla sua intervista, anche se non vorrei perdere un punto di Roberata con Serena. Ma dobbiamo fare gioco di squadra qui. Siamo in tanti per Ubitennis, quattro per la home page italiana, due per quella inglese, ci siamo divisi i compiti. Insieme alla redazione dall’Italia che via via pubblica articoli e foto con grande impegno (e risultati… visto che ogni giorno battiamo i nostri record di visite e affluenza)
Decisamente questo resterà, comunque vada a finire, uno Slam memorabile per il tennis italiano. Non solo per Flavia Pennetta.

Salvador Navarro, coach di Flavia Pennetta, in esclusiva per Ubitennis, ha rilasciato le seguenti dichiarazioni a Ruggero Canevazzi:
Il giorno più bello della nostra vita professionale, anche meglio della vittoria a Indian Wells. Siamo tutti superorgogliosi di lei. All’inizio del secondo set Flavia ha sentito un po’ di tensione, ma poi è tornata a spingere. Oggi era superiore. Sul break di Flavia, 3-1 nel primo set,la Halep che è una lottatrice è calata mentalmente. Il giorno di riposo è stato un bene per noi ma anche per la Halep, stanca dopo la Azarenka.   Anche se giocavano ieri sera erano fisicamente a posto tutte due. In finale, anche se ci sarà Serena, se Flavia gioca così può vincere!”

Dopo Navarro, è stata la volta di Massimo Tosello, fisioterapista della brindisina, anche lui disponibilissimo e al settimo cielo: “È un sogno che diventa realtà, Flavia si è fatta e ci ha fatto un regalo, arrivare a 33 anni alla finale di un Grande Slam è meraviglioso, poi in questo modo, giocando così bene lungo tutto il torneo. La giornata di pausa ieri per la pioggia ci ha aiutato perché Flavia mercoledì aveva giocato sia il singolo che il doppio, detto questo oggi c’è stata una differenza sostanziale nel gioco e nel modo in cui ha gestito la partita, tale per cui probabilmente il risultato sarebbe stato lo stesso. Se poi Roberta fa il colpaccio sarebbe favoloso, due ragazze cresciute insieme a partire da junior, poi la vittoria in Fed Cup, sarebbe il coronamento per entrambe di una vita dedicata al tennis. Se invece ci sarà Serena… beh, giunti a questo punto non ci poniamo limiti e vedremo di farle lo sgambetto prima del traguardo”.

Entrambi, al momento dell’intervista cioè quando Roberta Vinci era appena scesa in campo per il riscaldamento, non potevano immaginare, come noi del resto, che l’auspicio di Tosello sulla Vinci si sarebbe concretizzato. Il miracolo di due italiane in una finale del Grande Slam è realtà.

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La finale dello US Open con i numeri: i meriti di Medvedev

Contrariamente a quanto si possa pensare leggendo i giornali, la finale dello US Open non è stata solo persa da Novak Djokovic

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Daniil Medvedev - US Open 2021 (via Twitter, @usopen)

La conversazione nei giorni immediatamente successivi alla finale dello US Open 2021 ha avuto una direzione molto precisa. Si è parlato di come Djokovic abbia sprecato il Grande Slam, di come abbia perso la finale e di come abbia giocato sottotono. Non si è però parlato di come il suo avversario, Daniil Medvedev, l’abbia battuto conquistando il suo primo Slam (nonché il secondo vinto da un giocatore nato dopo il 1988 e il primo conquistato battendo uno dei Big Three); anzi, a volte sembrava quasi che ci si dimenticasse addirittura di citare chi ha vinto il torneo, praticamente il processo Mills ai tempi del Lodo Alfano – lì c’era il corrotto ma non il corruttore, qui c’era lo sconfitto ma non il vincitore.

Le ragioni sono molteplici: da un lato, Nole era evidentemente lungi dal suo miglior tennis; dall’altro, sembrava tutto pronto al Grande Slam, ed è difficile spostare la conversazione da un avvenimento storico quando questo non si realizza, peraltro scordando che chi impedisce ad un altro di fare la storia… fa a sua volta la storia, soprattutto se si tratta del suo primo Slam; infine, è innegabile che buona parte dei principali giornalisti della racchetta (in Italia ma non solo) e la gran parte dell’opinione pubblica tennistica abbiano posizioni Big Three-centriche – viene in mente la barzelletta secondo la quale se Federer, Djokovic e Nadal devono svitare una lampadina non hanno bisogno di fare niente, il mondo gira attorno a loro.

Per questo motivo non si è sostanzialmente parlato della performance di un giocatore che dall’estate del 2019, ma in particolare da ottobre 2020, potrebbe tranquillamente essere considerato il più forte di tutti sul cemento, vale a dire Daniil Medvedev. E in effetti sembra che di lui si parli sempre troppo poco, come conferma Google mettendo a confronto le ricerche relative ai quattro finalisti di Flushing Meadows, tre decisamente glamour per vari motivi, uno un po’ meno:

 

La percezione del valore del russo era chiaramente distorta dalla netta sconfitta riportata nella finale dell’Australian Open, che aveva fatto dire a tutti, “può vincere tutti i match che vuole, ma quando conta è Nole a portare i pantaloni”. Sta di fatto, però, che da Bercy 2020 Medvedev ha vinto 45 match su 50 sul cemento, un record straordinario che può dare un’idea di quali siano le gerarchie al momento: nello stesso lasso di tempo, Djokovic ha le stesse sconfitte ma con 24 partite in meno.

E in fondo, se il suo avversario non si fosse chiamato Novak Djokovic, il percorso dei due non avrebbe lasciato dubbi su chi fosse il favorito: il serbo aveva passato cinque ore e 35 minuti in più in campo (quasi la finale di Melbourne 2012) e aveva perso ben sei set (la media dei vincitori Slam nell’Era Open è 3,4, che scende a 3,3 nelle edizioni dello US Open sul cemento). Nole era provato da un tabellone certamente più complesso (Zverev, Berrettini, ma anche un giovane in rampa di lancio come Brooksby), ma allo stesso tempo si era trovato in situazioni di difficoltà anche con avversari che in altri frangenti avrebbe sconfitto facilmente quali Rune e la sua vittima prediletta Kei Nishikori. Medvedev, da par suo, aveva dominato il suo lato del tabellone, soffrendo un pochino solo nella seconda parte del match con Van De Zandschulp, e veniva da una preparazione di gran livello fra Canada (titolo) e Cincinnati (semi).

Sembra quindi doveroso cercare di capire dove e come Medvedev abbia girato i bulloni giusti per conquistare il suo primo Slam in carriera, un compito che ci pone davanti ad una curiosa aporia: la vittoria è stata molto netta, persino al di là del punteggio, e quindi è naturale che Daniil abbia sostanzialmente prevalso in tutte le categorie di gioco. D’altro canto, però, la grande differenza con la finale australiana (a cui i due, va ricordato, erano arrivati con percorsi rispettivamente molto simili a quelli di Flushing Meadows, per certi versi ridimensionando l’aspetto della stanchezza di Djokovic) sembra richiedere un minimo di analisi per capire cosa sia successo e come improvvisamente il tennis maschile potrebbe aver inaugurato una nuova era grazie al brutto anatroccolo tramutatosi in… pesce morto. Ci affideremo quindi a Tennis Abstract per fare chiarezza.

PRIMA DI SERVIZIO

Su una superficie estremamente rapida come il Laykold dello US Open 2021 (e viene da chiedersi se ci sia un collegamento fra lo Slam più divertente degli ultimi anni ed un campo più veloce, spoiler: sì), la battuta era destinata ad essere una condizione necessaria per la vittoria finale. Come sempre quest’anno, Djokovic ha fatto molto bene con la prima quando l’ha messa in campo (percentuali piuttosto basse, 54%, ma Medvedev non ha fatto molto meglio, assestandosi al 58): basti pensare che la metà dei punti giocati su questo colpo (25/50) si è chiusa con un punto rapido in suo favore e che ha chiuso con l’80% di conversione. Medvedev ha fatto meglio in queste specialità (29 dei 52 punti giocati sulla sua prima si sono conclusi con punti rapidi a suo favore, in crescita netta rispetto al 21/49 di Melbourne, e la conversione è stata dell’80,8%, con 15 ace su 16 totali), ma non abbastanza da giustificare il punteggio finale, per la verità quasi generoso nei confronti di Nole.

Come notato dal sempre bravissimo Matt Willis, tuttavia, Djokovic non aveva mai vinto meno del 20% dei punti in risposta alla prima in una finale Slam sul cemento, e quindi il fatto che Medvedev sia riuscito a trovare così tanti punti diretti ha sicuramente avuto una sua importanza, soprattutto nel primo set, quando una volta ottenuto il break Daniil non ha letteralmente lasciato giocare il serbo sul suo servizio, vincendo 15 punti su 15 con la prima. In particolare, la botta non ha lasciato scampo a Nole: Medvedev ha chiuso con 9/10 al servizio esterno e con 13/16 a quello centrale da destra, e con 7/9 a uscire e 12/15 al centro da sinistra. Djokovic è sembrato impacciato sulle gambe, colpendosi ripetutamente per trovare un po’ di energia, ma questi sono comunque dati di tutto rispetto, e chi ha visto il primo set ricorderà un senso quasi di ineluttabilità nelle continue catapultate vincenti del neo-campione Slam, in chiara trance agonistica.

SECONDA DI SERVIZIO

Come detto, però, il duello sulla prima non è necessariamente stato dirimente. Qui ci viene in aiuto un altro dato: l’unica finale in cui Djokovic aveva vinto meno punti in ribattuta era stata la sua prima, altresì persa per tre set a zero sul medesimo campo, quella volta contro Federer, nel 2007 (29% domenica, 27% allora). Decisiva è quindi stata la seconda: come scritto nella preview della finale, a Melbourne questo era stato il grande tallone d’Achille di Daniil, che aveva vinto appena il 32% dei punti. Nel precedente articolo si era scritto: “Con la seconda, invece, era stato disastroso da destra, vincendo appena tre punti su quattordici e soffrendo in particolare sul kick al centro che va ad impattare il rovescio alto di Djokovic. Da quel lato potrebbe quindi trovarsi fra l’incudine e il martello, e chissà che non decida di giocare spesso due prime come nella semifinale vinta a Cincinnati nel 2019“.

Ne “Il segno dei quattro”, romanzo che lanciò Conan Doyle dopo un esordio in sordina, Sherlock Holmes diceva: “Una volta eliminato l’impossibile, ciò che resta, per quanto improbabile, deve essere la verità“. E si può dire che Medvedev abbia decisamente seguito questa logica, individuando in una seconda spintissima la soluzione per tenere in mano il pallino dello scambio in ogni momento. Questa tattica non è sempre sostenibile, un po’ perché stancante un po’ perché difficile da applicare in momenti di grande pressione, ma ha funzionato alla grande quando utilizzata: nel primo set la velocità media della sua seconda è stata di 167km/h, poi scesa a 159 nel secondo e a 154 nel terzo, valori comunque elevati. La scelta ha pagato: nei primi due set Medvedev ha vinto il 62,5% dei punti con la seconda.

In generale, Daniil ha frustrato la volontà di dominazione dell’avversario, il quale ha vinto più punti contro la seconda grazie a doppi falli di Medvedev che a sforzi propri: dei 16 punti persi dal russo su questo colpo, solo sette sono arrivati nello scambio, sincopando quel ritmo tanto caro a Nole. L’extrema ratio ha anche avuto il merito di togliere al serbo la profondità in risposta: a Melbourne, Djokovic aveva avuto l’80% di risposte profonde e il 20% di risposte profondissime, percentuali crollate rispettivamente al 65 e al 6 – Nole ha messo in campo solo tre risposte negli ultimi centimetri, e come vedremo successivamente Medvedev ha saputo cosa fare.

Djokovic è invece andato piuttosto male con la seconda, anche perché le sue velocità sono scese di molto rispetto alla finale dell’Australian Open: a Melbourne la sua seconda viaggiava a 156km/h, mentre a New York è scesa a 143. Rispetto alla scorsa finale, Nole ha cercato di mischiare maggiormente le carte con questo colpo, soprattutto da destra, dove è passato da un servizio quasi sempre esterno (anche perché l’impatto di questo colpo era stato decisamente sopravvalutato) ad una distribuzione piuttosto equa fra servizio slice e al corpo, soffrendo in particolare su quest’ultimo (cinque punti persi su otto), facilmente disinnescato dalla posizione arretrata di un Medvedev che è stato bravissimo a far partire lo scambio per poi avanzare immediatamente. Da sinistra, il numero uno al mondo ha usato indifferentemente servizio alla T, esterno e al corpo, ma non è mai riuscito a mettere in difficoltà il rivale, che ha avuto successo soprattutto con la risposta di dritto (6/8 in ribattuta alla seconda al centro da sinistra per la tds N.2).

DURATA SCAMBI E DIREZIONE COLPI

Pur servendo benissimo, quindi, Medvedev ha prevalso negli scambi entro i tre colpi solo per 54-52, perché come detto entrambi hanno servito la prima molto bene. La vera differenza fra i due si è quindi vista negli scambi dai quattro colpi in su, in cui la tds N.2 ha prevalso 45-31, e in particolare in quelli sopra i dieci: lì ha addirittura più che doppiato l’avversario per 17-8 (già a Melbourne aveva prevalso in questa categoria, ma solo per 13-12).

Come si spiega un tale dominio contro un avversario che ha fatto della pressione da dietro e della pertinacia nello scambio un romanzo in provetta di Zola? Questa tabella sul piazzamento dei colpi può fornire qualche barlume di risposta:

Il piazzamento dei colpi di Medvedev durante la finale (Credit: @tennisnerdsblog and Shane Liyanage on Twitter)

In piena fiducia sulla propria diagonale migliore (ha vinto il 62% dei punti quando ha colpito il rovescio in cross), Medvedev ha colpito molto di più verso il colpo bimane di Djokovic, seguendo due strade. Da un lato, ha tirato un quarto dei propri dritti lungolinea, aspetto di cui avevamo parlato anche nella nostra preview sottolineando come il colpo fosse stato uno dei pochi raggi di sole a Melbourne. Il tema si è confermato: se allora il russo aveva conquistato 15 punti su 21 quando aveva colpito il dritto in verticale o a sventaglio, a New York la percentuale si è alzata, dandogli il 75% dei punti con il lungolinea e il 56% fra lungolinea e inside-out.

La seconda strada, decisamente più battuta, è stata quella dello scambio al centro: più della metà dei colpi giocati Medvedev sono finiti nel corridoio centrale, negando gli angoli a Djokovic (soprattutto con il dritto in corsa) e obbligandolo a cercare di fare gioco in un match in cui spingere gli risultava difficile. Gli errori si sono quindi impilati per Nole, soprattutto su quella che dovrebbe essere la sua diagonale di riferimento: con il rovescio ha tirato sette vincenti a dispetto di venti unforced, e non avendo troppe aperture anche lo slice l’ha abbandonato, dandogli solo sette punti su ventiquattro.

A MALI ESTREMI

Soggiogato da fondo, Djokovic si è quindi affidato al gioco a rete, forse memore di quanto fatto da Nadal nella finale del 2019, quando Rafa scese ben 66 volte con 20 serve-and-volley (17 vinti): Nole è a sua volta sceso dietro al servizio 20 volte (un dato elevatissimo, se consideriamo che la finale del 2019 durò cinque set mentre questa solo tre), una scelta logica vista la posizione profonda di Medvedev, portando a casa 18 punti, e in totale ha giocato 47 punti a rete (40 secondo Tennis Abstract), aumentando le discese progressivamente (9, 16 e 22 nei tre set) e vincendo 31 punti.

Questa scelta testimonia la straordinaria completezza del giocatore serbo e anche il suo coraggio, perché affidarsi in modo così estremo alla parte meno sicura del proprio gioco non è da tutti, anzi. Il problema è che questa tattica, nel 2021, non può sopperire a mancanze negli altri dipartimenti del gioco, almeno non a lungo termine, e infatti la sua efficacia sotto rete è scesa in maniera inversamente proporzionale al numero degli attacchi, funzionando quasi solo dietro al servizio: dopo l’8/9 del parziale d’apertura, Djokovic ha conquistato solo il 60,5% dei punti a rete. Resosi conto della situazione, Medvedev ha forse pensato troppo, giocando una serie di palle corte una più orrida dell’altra per attirarlo a rete, ma i continui errori di Nole gli hanno dato ragione, e alla fine il russo ha vinto cinque punti su otto quando ha giocato la smorzata.

LE FORCHE CAUDINE, STAVOLTA SOLO DEGLI ALTRI

Alla fine, però, nonostante i numeri, la forma, il tennis rimane un dibattito (violento e decisamente argomentativo) fra due persone. La natura del gioco, con le sue pause, la sua distanza fisica fra i due contendenti e la sua enfasi sulla ripetizione accretiva del gesto atletico, fa sì che ci sia il tempo per lasciar entrare i cattivi pensieri; nel tennis, quindi, le personalità dei due giocatori tracimano nell’altro campo a momenti alterni, dando il là a battaglie psicologiche che possono far girare anche il più a senso unico degli incontri. Questo preambolo serve a richiamare i dieci-quindici minuti in cui anche un Djokovic sbiadito come quello di domenica avrebbe potuto quantomeno far virare temporaneamente il timone della finale nella sua direzione.

Nelle quattro partite precedenti, infatti, Djokovic aveva sempre rimontato un set di svantaggio, ed era quindi naturale che il primo allungo di Medvedev venisse preso con una certa filosofia, anche perché il russo aveva servito ad un livello che non sembrava sostenibile. Ed in effetti all’inizio del secondo il copione sembrava pronto ad una peripeteia di una prevedibilità degna dell’MCU quando Djokovic si è portato sullo 0-40 nel secondo game, e poi due volte a palla break nel turno di battuta successivo di Medvedev.

Ed è qui, quando la temperatura è salita, che i temi dell’incontro e gli stati d’animo dei due si sono incrociati, ed è qui che il campione uscente delle ATP Finals ha dimostrato, più di tutti i suoi coevi, di meritare lo Slam: al di là del famigerato music gate (quando il DJ dello stadio ha obbligato l’arbitro a far rigiocare una palla break dando così a Medvedev la possibilità di rigiocare la prima, peraltro sbagliata), sulle cinque chance concesse il russo ha vinto un altro scambio al centro e infilato un ace, un passante vincente in controbalzo, una eccellente volée con sidespin incorporato su cui Djokovic non è riuscito a recuperare, e soprattutto questo rovescio lungolinea all’incrocio delle righe, un colpo difficilissimo che sembra quasi segnare il passaggio di un’epoca, perché con questa risposta senza peso ma profondissima il 20 volte campione Major ha mandato in crisi tutti i suoi avversari in passato:

Detto questo, è innegabile che Nole gli abbia dato una mano, reggendo poco lo scambio e aprendo la porta al rivale soprattutto sulla prima palla break, quando Medvedev ha giocato una malaccorta smorzata che aspettava solo di essere fagocitata; l’attacco di Nole è però stato fiacco, prestando il fianco al passante, comunque complicato vista la posizione avanzata sul campo, del poi vincitore.

E su questa nota sembra opportuno concludere, tornando al punto iniziale: Djokovic ha indubbiamente commesso più errori del solito e concesso più opportunità all’avversario in circostanze che non potevano non pesargli, ma i meriti di Medvedev non vanno (non andrebbero) dimenticati.

Il classe 1996 ha conquistato il suo primo Slam con pieno merito, rimanendo fedele ad un piano partita preciso e razionale, e l’ha fatto rimanendo lucido di fronte ad uno dei più grandi sempre nonché ad un pubblico eufemisticamente ostile. Sembra quindi necessario rimodellare la narrativa attorno a questo anti-divo che, pur sgraziato e alle volte scostante, potrebbe aver traghettato il tennis verso il futuro per la prima volta da tanto tempo.

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Dylan Alcott e Diede de Groot hanno completato il Golden Slam allo US Open (nel giro di poche ore)

I due campioni del tennis in carrozzina hanno ripetuto l’impresa di Steffi Graf (nel 1988). Per Alcott, volto noto nel Tour, non è da escludere un ritiro dalle gare

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Dylan Alcott con il trofeo - US Open 2021 (via Twitter, @usopen)

Nella stagione in cui Novak Djokovic è arrivato a una sola vittoria dal completare uno storico Grande Slam nel singolare maschile, c’è chi – nel mondo della racchetta – invece ci è riuscito. I nomi dei due campioni non sono soliti finire sulle prime pagine dei giornali e dei siti d’informazione. Parliamo di Dylan Alcott e Diede De Groot, le due brillanti stelle del tennis in carrozzina. Entrambi non solo hanno messo in bacheca tutti e quattro i titoli Major della stagione 2021, ma hanno anche trionfato alle Paralimpiadi di Tokyo, centrando due Golden Slam.

L’unico essere umano capace di centrare questo traguardo, prima di qualche giorno, fa rispondeva al nome di Steffi Graf – che nel 1988 vinse i quattro Slam e poi si impose anche ai Giochi di Seoul. Son serviti 33 anni per festeggiare il secondo Golden Slam – ha scritto Victor Mather per il New York Times domenica 13 settembre. Poi è bastata solo qualche altra ora per assistere al terzo. Due frasi che raccontano al meglio ciò che è successo sui campi di Flushing Meadows.

Diede De Groot, 24 anni e originaria di Woerden in Olanda, sabato 12 settembre ha superato 6-3 6-2 Yui Kamiji – numero 2 del mondo – nella finale del torneo femminile di weelchair tennis (categoria Open) allo US Open. Contro Kamiji iniziò la sua cavalcata verso il Golden Slam in febbraio: vinse 7-6 al terzo set la finale dell’Open d’Australia, mettendo le basi per lo straordinario traguardo tagliato poi sui campi di New York.

 
Diede De Groot con il trofeo – US Open 2021

Son bastate poche ore però per vedere un altro atleta riuscirci. L’australiano Dylan Alcott, che compete nella disciplina del quad, ha trionfato sul Louis Armstrong di Flushing Meadows, realizzando il sogno della sua carriera tennistica. Era andato vicino al Grande Slam nel 2019, ma dopo aver vinto a Melbourne, Parigi e Londra, giocò una pessima finale a New York contro Andy Lapthorne, che si aggiudicò il trofeo col punteggio di 6-1 6-0. Stavolta si è ritrovato di fronte il 18enne Niels Vink, olandese come De Groot. Alcott ha vinto 6-2 7-5, sollevando il suo 15esimo titolo dello Slam.

Nonostante le due vittorie di Alcott e De Groot rientrino – semplicisticamente – nella categoria “tennis in carrozzina”, in realtà sono arrivate in due specialità diverse. De Groot gareggia nella classe ‘Open’, che racchiude tutti gli atleti che non hanno mobilità in una o entrambe le gambe. Alcott invece gareggia nella classe ‘Quad’, riservata agli atleti con paralisi agli arti inferiori e mobilità limitata negli arti superiori (difficoltà quindi nel spostare la carrozzina e impugnare la racchetta).

“Tutti mi chiedevano ‘Stai pensando al Golden Slam?” ha detto Alcott dopo la vittoria. “E io rispondevo ‘No, davvero non mi importa’. Così per tutto l’anno. Ma certo che mi importava. È bello non dover fingere più”. L’australiano è un volto piuttosto noto all’interno del panorama sportivo. La sue presenze in TV e nelle radio sono aumentate ogni anno di più. Oltre al suo talento in campo e agli straordinari risultati raggiunti, il carisma e la positività di Alcott sono ben noti agli sportivi. In conferenza stampa, dopo il trionfo allo US Open, si è detto orgoglioso della sua disabilità e ha specificato che non gli interessa ‘andare là fuori con Djokovic e Medvedev’, ma che vuole essere semplicemente Dylan Alcott. Se queste parole non sono sufficienti a trasmettere la personalità di questo ragazzo, ecco un video in cui beve una birra dal trofeo dello US Open appena conquistato.

Tuttavia la sua carriera – a 30 anni – potrebbe essere già conclusa dopo questo incredibile traguardo: “Sarò onesto con voi” si è rivolto al pubblico dello US Open. “Non so se tornerò a giocare qui. Grazie per aver accolto così questo giovane, grasso ragazzo disabile con un brutto taglio di capelli”.

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US Open, Medvedev tra i Grandi, ma Djokovic non ha ancora finito di vincere

Il russo può diventare una minaccia su tutte le superfici. Sebbene il numero uno al mondo non abbia espresso il suo miglior tennis per assicurarsi il Grande Slam, ha conquistato la folla come mai prima d’ora

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Daniil Medvedev - US Open 2021 (Darren Carroll/USTA)

Era da un paio d’anni ormai che gli intenditori del tennis aspettavano di veder comparire il nome di Daniil Medvedev fra i campioni Slam; il russo si trovava da tempo sull’orlo di questo traguardo. Tra l’estate e l’autunno 2019, infatti, aveva fatto passi da gigante nel ranking: in questo lasso di tempo era arrivato alla finale di tutti e sei i tornei a cui aveva partecipato, ma soprattutto era arrivato terribilmente vicino a diventare il vincitore dello US Open. Sfidando niente meno che Rafael Nadal, Medvedev, in svantaggio per due set a zero e sotto di un break nel terzo set, per poco non aveva vinto il match e rivendicato il titolo.

Medvedev aveva trascinato Nadal al quinto set in un match tortuoso, che, iniziato nel tardo pomeriggio, si era protratto fino a sera inoltrata. Era riuscito a rimontare dai due break di svantaggio nel quinto set e a salvare due match point prima che Nadal risalisse 30-40 dell’ultimo game di questo avvincente match, vincendolo 7-5 6-3 5-7 4-6 6-4. Medvedev aveva concluso il 2018 al numero 16 del ranking, ma l’impeto del 2019 l’aveva portato a raggiungere il quinto posto.

Il russo di 1,98 ha poi proseguito la sua ascesa con una stagione 2020 stellare. Ha tentato di nuovo la corsa allo US Open, raggiungendo le semifinali senza perdere nemmeno un set: è qui che è stato sconfitto da un ispirato Dominic Thiem. Per nulla turbato da questo piccolo incidente di percorso, verso la fine dell’anno ha conquistato due titoli consecutivi al Masters 1000 di Parigi e alle ATP Finals di Londra, dov’è imbattuto e ha sbaragliato le prime tre teste di serie del torneo – Novak Djokovic, Rafael Nadal e Dominic Thiem – in un’impresa senza precedenti. Nello spazio di questi due tornei e delle dieci vittorie consecutive ottenute, Medvedev ha battuto ben sette giocatori della Top 10. Quando Medvedev, all’inizio del 2021, ha raggiunto la finale del suo secondo Slam, l’ha fatto con 20 vittorie consecutive alle spalle. Diversi esperti si aspettavano che Medvedev sfondasse proprio sul palco di Melbourne, rivendicando il suo posto tra i campioni. Ma Djokovic ha negato questo prestigioso trofeo a Medvedev, giocando un match magistrale e vincendo il suo nono Australian Open con un trionfante punteggio di 7-5 6-2 6-2.

 

La sconfitta ha finito per rallentare non poco la corsa tennistica di Medvedev. Le modifiche apportate al suo gioco si possono però interpretare come dei passi nella direzione giusta. Arrivato al Roland Garros con un record personale di 0-4, Medvedev ha trovato un po’ di fiducia sulla terra rossa e raggiunto i quarti di finale, dove però, con un certo disappunto, è stato sonoramente sconfitto da Stefanos Tsitsipas. La sconfitta deve avergli bruciato parecchio, considerato che aveva battuto il greco in sei dei loro sette match incontri prima del Roland Garros. Medvedev si è incamminato poi verso Wimbledon, e ancora una volta è arrivato agli ottavi di uno Slam, facendosi però sfilare dalle mani un vantaggio di due set a uno con Hubert Hurkacz in un incontro giocato su due giorni.

Ciononostante, durante l’estate Medvedev si rimette in forma e vince il Masters 1000 in Canada. Arrivato allo US Open da testa di serie numero due, con una silenziosa sicurezza di sé e un cauto ottimismo, Medvedev è un uomo con una missione da compiere. Approfittando di un tabellone favorevole, non perde un set fino ai quarti di finale, ma fatica leggermente contro il qualificato olandese Botic Van de Zandschulp prima di chiudere la partita con un favorevole 7-5 nel quarto set. Poi disintegra la testa di serie numero 12, Felix Auger-Aliassime, in tre set. Questa vittoria contro l’atletico canadese traghetta Medvedev alla sua terza finale Major e la seconda a New York. Per gli osservatori più attenti, l’occasione è quella giusta per pareggiare i conti con un uomo sull’orlo di un’ineffabile, storica missione, che risponde al nome di Novak Djokovic.

Il numero uno al mondo si trova a fronteggiare il tipo di pressione che solo un collega della sua straordinaria caratura può comprendere. Conquistato a giugno il suo secondo French Open, Djokovic si era portato a metà strada del Grande Slam e aveva la mente concentrata sull’ambizioso obiettivo. Ha partecipato a Wimbledon non soltanto per aggiudicarsi la vittoria del più prestigioso torneo al mondo, ma anche per vincere il terzo Slam consecutivo. A New York cercava l’ultimo pezzo del puzzle. Nessun tennista del circuito maschile dopo Rod Laver, che ottenne il suo secondo Grande Slam nel 1969, era stato in grado di aggiudicarsi i primi tre Major della stagione e posizionarsi ad un solo Major dal Grande Slam.

Rod Laver

I media e i colleghi di Djokovic l’avevano sicuramente informato che solo cinque atleti nella storia del tennis avevano vinto tutti e quattro gli Slam dell’anno, aggiudicandosi il Grande Slam. Accadde per la prima volta nel 1938, quando il californiano Don Budge – proprietario, probabilmente, del miglior rovescio che il tennis abbia mai visto – realizzò questa impresa memorabile. Poi venne il turno di Maureen Connolly nel 1953; ebbe successo principalmente perché aveva i colpi migliori del mondo tennistico femminile e per il suo footwork esemplare. Il mancino Laver – un colpitore australiano impareggiabile – conquistò il suo primo Grande Slam nel 1962 da dilettante e il suo secondo da professionista sette anni più tardi. Venne poi il turno di Margaret Smith Court, che realizzò il sogno del Grand Slam nel 1970. Diciotto anni più tardi fu la volta di Steffi Graf: la tedesca dai piedi veloci e dal dritto esplosivo rimase imbattuta ai tornei dello Slam nel 1988.

Ed eccoci all’epilogo. Nessuno dai tempi di Graf aveva più ottenuto il Grande Slam, a riprova del fatto che sia un compito estremamente arduo sia per il tennis maschile che per quello femminile. Teniamo presente anche che diversi tra i tennisti più talentuosi non sono arrivati nemmeno vicini a compiere questa impresa.

Certo, Roger Federer in tre stagioni (2004, 2006 and 2007) ha vinto tre dei quattro Slam, ma senza avvicinarsi al Grande Slam, non riuscendo in quegli anni a fare l’ultimo passo al Roland Garros. L’anno in cui vinse l’Open di Francia (2009) aveva già perso la finale dell’Austrialian Open, sconfitto da Nadal. Rafa ha conquistato gli ultimi tre Slam a Parigi, Londra e New York nel 2010, ma solo dopo aver perso nei quarti all’Australian Open. Quando nel 2009 Nadal vinse l’Australian Open, perse per la prima volta al Roland Garros contro Robin Soderling, e così le sue chance di completare il Grande Slam svanirono. Lo stesso Djokovic è riuscito nell’impresa di conquistare quattro Slam di fila, da Wimbledon del 2015 al Roland Garros del 2016. Si trovava in effetti a metà dalla conquista del Grande Slam nel 2016, perdendo tuttavia al terzo turno di Wimbledon contro Sam Querrey, e così l’opportunità è scomparsa nel nulla.

C’è anche un piccolo gruppo di giocatori che ha vinto i primi tre Slam dell’anno, avvicinandosi al traguardo del Grande Slam. Il primo di questi, dall’Australia, fu Jack Crawford nel 1933. Vinse i primi tre Slam e poi raggiunse la finale degli US Championships a Forest Hills. Ad appena un set dall’aggiudicarsi il Grande Slam, perse contro il talentuoso britannico Fred Perry. Simile il caso di un altro australiano, Lew Hoad, che si trovava a un match dal Grand Slam nel 1956 quando il suo connazionale Ken Rosewall lo sconfisse nella finale di Forest Hills. Nel 1984, Martina Navratilova vinse il French Open, Wimbledon e lo US Open. All’epoca l’Australian Open era l’ultimo Slam della stagione, e Navratilova venne battuta a Kooyong da Helena Sukova nelle semifinali. Nel 2015, infine, Serena Williams perse clamorosamente contro Roberta Vinci nella semifinale di Flushing Meadows.

E così, arrivando allo US Open quest’anno, Djokovic si è trovato circondato da tutte queste informazioni storiche. Il trentaquattrenne mirava ad affermarsi come il giocatore più anziano a vincere il Grande Slam, e nelle sue prime due ardue settimane a New York si è districato bene nel suo lato del tabellone. La sua ansia è stata palpabile sin dall’inizio, ma ad ogni match è riuscito a superare le proprie difficoltà e alzare l’asticella del suo gioco quando necessario. Nel primo round, dopo una breve crisi nel secondo set, Djokovic chiude facilmente il match per 6-1 6-7(5) 6-2 6-1 contro il qualificato danese Holger Vitus Nodskov Rune, che termina la partita con i crampi. L’olandese Tallon Griekspoor affronta Djokovic nel secondo round, dove la prima testa di serie gli concede solo sette games nel corso dei tre set. Il finalista dello US Open 2014 Kei Nishikori strappa il primo set a Djokovic prima di farsi battere per la diciassettesima volta di fila per 6-7(4) 6-3 6-3 6-2. Nei sedicesimi di finale, la giovane wild card americana Jenson Brooksby si presenta con un’alta intensità di gioco che disturba leggermente Djokovic, ma nel secondo set il trentaquattrenne ritrova il proprio passo e non lo perde più, vincendo 1-6 6-3 6-2 6-2.

Giunto ai quarti di finale, Djokovic affronta la testa di serie numero sette del torneo Matteo Berrettini. L’italiano aveva perso contro Djokovic nei quarti del Roland Garros e ancora nella finale di Wimbledon. Djokovic ha quindi la meglio per la terza volta di fila contro questo tennista dall’ottimo servizio con il punteggio di 5-7 6-2 6-2 6-3. Il palco è dunque pronto per la sfida tra Djokovic e la testa di serie numero quattro Sascha Zverev, in grande forma. Il teutonico aveva vinto 16 match di fila prima del suo rendez-vous con Djokovic, conquistando la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Tokyo e poi vincendo il Masters 1000 a Cincinnati. A Tokyo, Zverev è riuscito a rimontare un set e un break di svantaggio dal 6-1 3-2 aggiudicandosi otto game di fila, e dieci degli ultimi undici, fino a vincere 1-6 6-3 6-1. Ma a New York Djokovic gioca il miglior match del suo torneo, pressando ferocemente fino a guadagnarsi una palpitante vittoria in cinque set per 4-6 6-2 6-4 4-6 6-2 in tre ore e 34 minuti di gioco. Nel quinto set, Djokovic colleziona 24 dei primi 30 punti, scappando sul 5-0. Anche se Zverev vince con onore i successivi due game, Djokovic chiude il match con aggiudicandosi un terzo break nel set durante l’ottavo e ultimo game.

Alexander Zverev e Novak Djokovic – US Open 2021 (Pete Staples/USTA)

In tanti ci aspettavamo che a New York Djokovic replicasse la vittoria della finale dell’Australian Open contro Medvedev, non perché si sottovalutassero le capacità di Medvedev o si supponesse che non avrebbe combattuto con tutte le sue forze, ma perché secondo gli esperti sarebbero state l’abilità di Djokovic nei grandi match e la sua esperienza a prevalere. Dopotutto, questa sarebbe stata la sua trentunesima finale Slam, un numero da record che condivide con Federer. In aggiunta, negli ultimi anni, Djokovic è cresciuto in maniera incredibile nella sua capacità di dare il meglio nelle grandi occasioni. Prima di arrivare allo US Open, aveva vinto 12 delle sue ultime 14 finali Slam. Il record di Djokovic verso metà 2014 era di 6-7 in questi incontri, ma aveva poi vinto 14 delle successive 17 finali giocate, attestandosi a 20-10 prima di domenica. Questa percentuale di successo l’ha reso il favorito per la vittoria del ventunesimo Slam e per la realizzazione dell’obiettivo più ambizioso della sua carriera – la conquista del Grande Slam.

Ma quel che emerge già all’inizio della sfida con il venticinquenne russo è che Djokovic è ben distante dal necessario stato fisico, mentale ed emotivo. Il primo segno rivelatore l’abbiamo visto nel game di apertura. Djokovic conduce 40-15, ma poi commette quattro errori consecutivi subendo subito un break. Medvedev, chiaramente rassicurato da questo inizio, tiene il servizio portandosi 2-0 con due ace. Djokovic poi sprofonda in un 15-40, commettendo il suo ottavo errore non forzato del match. Pur vincendo quattro punti di fila e chiudendo il terzo game con due ace, Djokovic non è entrato in gara con il livello adeguato all’occasione. A Medvedev bastano solo 47 secondi per aggiudicarsi il 3-1 grazie a due ace, un servizio e un dritto vincenti. Nei successivi tre game al servizio, Medvedev concede solo due punti. Djokovic non riesce minimamente a leggere il servizio del suo avversario e, quando ci riesce, reagisce troppo lentamente. Medvedev, sicuro di sé, porta a casa il set per 6-4.

Siamo agli inizi secondo set quando Djokovic si procura delle occasioni che, se sfruttate, gli permetterebbero di alterare il corso del match. Raggiunge il punteggio di 0-40 sul servizio di Medvedev, ma manovra malamente un recupero di dritto su una palla smorzata, lasciandosi superare dal passante lungolinea del russo. Medvedev trova un ace sul 30-40, poi Djokovic sbaglia uno slice in back, buttando la palla a rete e infuriandosi. Medvedev si prende l’1-1 con un ace a cui fa seguire un servizio vincente. Djokovic salva un break point sulla strada del 2-1 e poi ottiene altre due palle break nel quarto game, ma Medvedev produce una volée smorzata bassa che provoca l’errore nel passante di dritto del serbo e poi salva la seconda con un rovescio lungo linea all’incrocio delle righe a cui Djokovic non riesce a rispondere. Medvedev raggiunge il 2-2, breakkando Djokovic nel quinto game; il russo gli concede solo due punti nei suoi ultimi tre game di servizio, chiudendo il set con un 6-4.

Djokovic è chiaramente sconfortato. Non è semplicemente fuori forma, come spiegherà dopo; sta giocando male sotto tutti i punti di vista. Medvedev arriva al 4-0 nel terzo set e presto raggiunge il 5-1. Il pubblico dell’Arthur Ashe Stadium è pieno di tifosi di Djokovic che lo incoraggiano a gran voce, senza aver però molto per cui esultare durante il match. Medvedev si guadagna un match point sul 5-2 ma commette un doppio fallo, mandando in rete una seconda a 193 km/h mentre la folla applaude per il suo errore. Commette poi un altro doppio fallo, portando Djokovic a breakkarlo. Quando Djokovic riesce a tenere nel nono game, l’applauso del pubblico, per un uomo che raramente aveva ottenuto il suo sostegno, è sorprendente e visibilmente apprezzato dal numero uno al mondo.

Al cambio campo Djokovic si commuove, asciugandosi le lacrime con l’asciugamano. Medvedev va a servire una seconda volta per il match commettendo nuovamente un doppio fallo sul 40-15. All’insaputa di tutti il russo sta combattendo contro i crampi, cosa che nasconde molto bene al suo avversario e al pubblico. Per sua fortuna, sul 40-30 la sua prima di servizio è abbastanza buona da impedire a Djockovic di rispondere, e così Medvedev sventa una potenziale crisi e con un triplo 6-4 batte il rivale per la quarta volta delle nove in cui i due si sono confrontati in carriera.

Medvedev ha gestito la situazione straordinariamente bene, isolandosi dal rumore della folla con grande disciplina. Per Djokovic la situazione dev’essere stata triste e al contempo esasperante. Avere il pubblico così fortemente schierato dalla sua parte in uno Slam è un’esperienza che non aveva forse mai vissuto. Eppure, ha faticato molto per trovare anche solo un briciolo di quello che è il suo miglior tennis. È andato a rete 47 volte nei tre set e vinto 31 di quei punti. Ha giocato sorprendentemente bene il serve-and-volley, approfittando della posizione di Medvedev nel campo, ben dietro la linea di fondo nelle sue risposte.

Novak Djokovic – US Open 2021 (Garrett Ellwood/USTA)

Ma Djokovic non ha avuto né la pazienza né la tenuta fisica né l’indole di rimanere a fondo campo a palleggiare con Medvedev, come aveva invece sempre fatto in passato. Le sue gambe erano affaticate, la mente affollata. Alla fine, ha fatto il gioco di Medvedev: il russo è tra i giocatori più astuti di questo sport nel leggere la direzione che sta prendendo la partita e adattare la propria strategia di conseguenza. La scelta dei colpi di Medvedev, la variazione della velocità e del ritmo, sono state di prima categoria. Medvedev sapeva bene di non star giocando contro il miglior Djokovic, ma si trovava di fronte ad un pubblico che gli tifava contro e stava tentando di vincere il suo primo titolo Slam. È stato capace di gestire queste circostanze tutto fuorché semplici. Medvedev ha fatto tutto quel che gli è stato richiesto e molto di più. È stato estremamente professionale. A fine match, Djokovic è stato molto signorile e non si è lasciato andare all’autocommiserazione. Ha lodato Medvedev e non ha cercato scuse per la sua sesta sconfitta sulle nove finali dello US Open giocate contro cinque avversari diversi.

Non si ripresenterà un’occasione simile a Djokovic. È lodevolmente arrivato a soli tre set dal completare il Grande Slam, e questo non può certo essere visto come un fallimento. La sconfitta di New York renderà Djokovic ancora più motivato per il 2022 e per la corsa al ventunesimo slam a Melbourne, titolo che gli permetterebbe di staccare Federer e Nadal. A maggio compirà trentacinque anni, ma continua ad essere in forma per la sua età. Certo, è parso ben più vecchio di Medvedev, ma questo è da imputare alle circostanze specifiche di questo match. Ha ancora tante partite da vincere.

Per quanto riguarda Medvedev, questo trionfo lo porterà a molte alte vittorie importanti. Nei prossimi sette anni può sperare di ottenere almeno altri cinque o sei titoli Slam, se non di più. Dove arriverà dipende parecchio da quanto riuscirà a adattarsi. Medvedev ha ampiamente dimostrato di essere un giocatore prodigioso sui campi veloci, cosa che lo avvantaggerà a Melbourne e a New York, anno dopo anno. Ma riuscirà a migliorare sull’erba e sulla terra rossa? Certo, ha fatto bene nelle sue presenze ai quarti del Roland Garros, ma dovrà riuscire a dare più filo da torcere ai suoi avversari sulla terra rossa di Parigi o sui prati dell’All England Club. Se fosse riuscito a sconfiggere Hurkacz quest’anno a Londra, Medvedev avrebbe quasi sicuramente raggiunto la finale e giocato contro Djokovic. Se avesse superato Tsitsipas a Parigi, sarebbe potuto arrivare alla finale anche lì.

Il mio punto di vista è che Medvedev si farà spazio sulle altre superfici, diventando pericoloso ovunque nei prossimi anni. Lo US Open 2021 farà da trampolino di lancio per un atleta con un ampio spettro di obiettivi e una forte determinazione. Raggiungerà nuove vette nel 2022 e anche dopo.

Traduzione a cura di Giulia Bosatra

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