Conoscete Anna-Lena Friedsam?

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Conoscete Anna-Lena Friedsam?

Alla scoperta di Anna-Lena Friedsam, giocatrice della nuova generazione del tennis tedesco

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Scusate se oggi comincio parlando di me. Lo faccio perché vorrei sommariamente spiegare con quali criteri decido gli argomenti che tratto ogni settimana: alcune volte i temi scelti sono quasi obbligatori, come ad esempio gli articoli che precedono gli Slam. Altre volte può essere che un torneo suggerisca una protagonista, che magari prima non ha avuto particolari attenzioni. Altre volte ancora, tratto idee che trovano spazio quando mi pare che non ci siano questioni di stretta attualità.
Ma poi ci sono anche alcuni argomenti su cui sono incerto, perché non sono convinto abbiano il giusto grado di maturazione. E allora rimangono in sospeso, mentre cerco di valutare se meritano davvero di essere approfonditi, magari grazie all’intervento di qualche fatto nuovo.

Ecco, il pezzo di oggi fa parte di quest’ultima categoria. Sempre in attesa che fosse il momento giusto, ho rinviato questo articolo almeno tre volte; ma alla fine ho deciso che la finale persa di Linz poteva essere sufficiente per parlare di Anna-Lena Friedsam. Certo, avesse vinto il torneo sarebbe apparso tutto più logico, ma in realtà cominciava a pesarmi continuare a rimandare la segnalazione di una giocatrice che penso meriti di essere seguita con una certa attenzione.

Il mio interesse per Anna-Lena Friedsam è nato per caso, per una semplice decisione della sorte. Ero al torneo di Wimbledon 2015 come inviato, e tra le cose che avevo in mente di fare c’era quella di seguire dal vivo per la prima volta Belinda Bencic.
Purtroppo però al primo turno mi era mancato il tempo; un vero peccato perché il match contro Pironkova appariva come uno dei più interessanti dei primi giorni (sappiamo tutti quanto valga Pironkova sui prati di Wimbledon). In questi casi si deve stare attenti a rimandare, perché nessuno può garantire che la giocatrice che ci interessa non perda prima del previsto. Deciso a non correre ulteriori rischi, mi sono presentato al campo 18 per il secondo turno. Avversaria di Belinda, Anna-Lena Friedsam; sulla carta un passo indietro rispetto a Pironkova, ma questo era il volere del tabellone.

 

Nel campo 18 i sedili per la stampa sono sul lato lungo, di fronte al giudice di sedia. Ci sono soltanto tre file da quel lato, questo significa che si segue la partita dal basso, praticamente alla stessa altezza dei giocatori. Da quel punto si faticavano a capire la profondità dei colpi e alcune geometrie, ma in compenso si individuavano con precisione la velocità e gli spin impressi alla palla. Ancora non potevo saperlo, ma anche questo stava congiurando per farmi rimanere stupito da Anna-Lena, perché proprio seguendola da lì venivano esaltate alcune delle sue migliori doti.

Come detto, Friedsam non sembrava un termine di paragone eccezionalmente stimolante. Numero 87 del mondo, la conoscevo superficialmente per averla seguita in qualche spezzone di match, compreso quello nell’ultimo Roland Garros contro Serena, ma confesso che non mi ero mai soffermato in particolare su di lei: giovane ma non giovanissima (è nata il primo febbraio 1994), soprattutto se paragonata a Bencic.
Ero partito quindi convinto di concentrarmi su Belinda, ma a poco a poco anche la sua avversaria si è conquistata la mia attenzione.

La prima cosa che mi ha colpito di Friedsam è stato il servizio: una bella prima potente, con la capacità di tirare teso ma anche di variare kick e slice. Velocità massima 120 miglia/ora: solo Hradecka, Lisicki e le Williams a Wimbledon 2015 hanno servito più veloce. Le stesse 120 miglia (193 Km/h) raggiunte anche da Garcia e Keys. Tutte le altre 121 giocatrici, avevano servito più lentamente.
Ma soprattutto quello che mi ha meravigliato è stata la pesantezza della seconda palla. Il campo 18 ha gli indicatori con la velocità del servizio, per cui lo spettatore può controllare le miglia orarie di tutte le battute. E gli indicatori confermavano ogni volta la sensazione diretta: Friedsam serviva seconde ad una velocità assolutamente superiore alla media del circuito. Il dato statistico di fine match lo avrebbe certificato: velocità media della seconda di servizio 102 miglia orarie, vale a dire 164 Km/h. Valori di primissimo livello. Eppure non me ne ero mai reso conto prima: colpa mia, senza dubbio, anche se dalla TV la velocità di palla è molto più difficile da percepire con precisione.

Stupito dal servizio, ho cominciato a considerare anche gli altri colpi.
E mi sono reso conto di avere di fronte una giocatrice molto, molto completa sul piano tecnico. Piuttosto sicura da entrambi i lati nel gioco da fondo, quello che mi meravigliava era la facilità con cui alternava il top spin allo slice: soprattutto di rovescio, naturalmente, ma anche con il dritto, se le esigenze lo richiedevano. Il rovescio in back eseguito ad una mano, con un movimento fluido, quasi più naturale del più consueto top spin a due mani. Grazie a questa base tecnica e alla discreta mobilità (è alta 1,74), era buono anche il gioco di contenimento.

L’altra sorpresa è stata la qualità del gioco di volo, considerando che tra le giovani tenniste l’esecuzione sicura e corretta delle volèe è diventata sempre più rara. Invece Friedsam mostrava un discreto controllo, che emergeva particolarmente nelle traiettorie sopra la testa: era capace di muoversi bene all’indietro per colpire gli smash e perfino per eseguire la veronica, cioè la volèe dorsale alta di rovescio, altro colpo che richiede grande controllo del corpo e una naturale capacità di coordinazione.

Man mano che la partita di Wimbledon si sviluppava, veniva spontaneo chiedersi perché una giocatrice con così tante qualità si ritrovava attorno alla centesima posizione. Una parte di risposte l’ho avuta il giorno stesso, una parte nei match seguiti successivamente.
A Londra, indietro di un set, Friedsam era riuscita a pareggiare i conti strappando il servizio a Bencic sul 5-4 secondo set. Un game con alternanza di buone giocate ed errori, e in cui il set point era stato deciso da un doppio fallo di Belinda. A quel punto il match era in equilibrio: 7-5, 4-6.
In quella fase si sono verificate due situazioni abbastanza sorprendenti: la prima è che Friedsam aveva lasciato il campo subito dopo aver vinto il secondo set, e si era fatta attendere a lungo. D’accordo, a volte una pausa è fisiologicamente necessaria, ma lasciava davvero perplessi il fatto che a fermare il gioco fosse stata la giocatrice in rimonta, che avrebbe dovuto fare di tutto per non interrompere il momento favorevole.
La seconda era il suo comportamento durante i game finali del secondo set: spesso negativa nel body language, malgrado il punteggio fosse ben lontano dall’essere compromesso, tanto è vero che si sarebbe poi andati al terzo set.
Fra le due giocatrici in campo quella che appariva molto più matura e positiva negli atteggiamenti era la diciottenne Bencic. Che infatti avrebbe finito per chiudere addirittura a zero il set decisivo.

Malgrado la sconfitta inglese, da allora il file “Friedsam” è entrato a far parte del mio archivio di argomenti in attesa; nel frattempo ho approfondito qualche dato biografico e l’ho seguita altre volte per cercare di capire perché una giocatrice con le sue qualità non fosse almeno tra le prime 50 del mondo.
Ho così scoperto che Anna-Lena si allena sin da giovanissima all’Andernacher Tennisclub.
Andernach è una cittadina di 30 mila abitanti della Renania Palatinato, circa 50 chilometri a sud di Bonn. Per dodici anni (da quando ne aveva nove, quindi) è stata seguita dallo stesso coach: Bijan Wardjawand, che collabora con la federazione tennis tedesca come capo allenatore nella regione renana.
Insieme a lui ha scalato tutti i gradini del tennis, prima quello giovanile e poi quello professionistico. Miglior ranking da junior: 18. Prima classifica WTA nel 2011: 655. Poi 189 nel 2012, 126 l’anno dopo e 87 a fine 2014, a venti anni. Nella seconda metà del 2014 vince un 125K WTA in Cina (a Suzhou) e raggiunge la semifinale a Linz.

Nella prima parte del 2015 qualcosa si inceppa nel percorso di crescita, i risultati latitano (3 vittorie e 8 sconfitte) e dopo dodici anni arriva la separazione dallo storico allenatore. Entrambi dichiarano che dopo così tanto tempo il rapporto si era semplicemente usurato, e c’era la necessità di cambiare. Anna-Lena non è più la bambina che segue le istruzioni del maestro: sempre più spesso vuole dire la sua e capita che metta in discussione i consigli del coach. Friedsam si rivolge ad un altro allenatore della Renania, Sascha Mueller; cambia, quindi, ma senza allontanarsi dal suo ambiente.

Il momento del cambio di tecnico è anche quello della partita persa a Roland Garros contro Serena Williams: una sconfitta sì, ma in tre set, per 5-7, 6-3, 6-3.
E’ vero che nel 2015 Serena ha vinto tanti match (diciotto) lasciando per strada un set. Però tutti i set concessi da Serena nel 2015 sono stati contro giocatrici come minimo classificate entro il 43mo posto del ranking, con tre sole eccezioni: Bethanie Mattek-Sands (numero 101) agli US Open, che ha una classifica sottostimata perché reduce da un lungo infortunio; Heather Watson (numero 59) a Wimbledon, spinta anche da un tifo casalingo straordinario; e appunto Anna-Lena Friedsam (a Parigi numero 105).

Per completare brevemente gli aspetti biografici mi rimane da ricordare l’infortunio subito a Bad Gastein in luglio durante un match in cui era avanti 6-1, 4-0 contro Klara Koukalova. A due game dalla vittoria si ritira per un problema al legamento crociato del ginocchio e deve rimanere a riposo fino agli US Open, dove perde, evidentemente fuori condizione, 6-1, 6-1 da Kaia Kanepi.

Prima di chiudere però, devo riprendere il discorso avviato durante il racconto della partita di Wimbledon: cosa le manca per essere già oggi una top 50? Ho accennato ai problemi di coach e fisici che l’hanno frenata in questa stagione, ma forse non sono solo quelli.
Un po’ in tutti i match che ho seguito è emersa la tendenza a sottolineare in modo plateale i propri errori, anche quando le situazioni di punteggio non lo giustificano, con un comportamento pessimista che finisce per rafforzare la convinzione dell’avversaria.

Ma mi pare vadano rivisti anche alcuni aspetti tecnici: innanzitutto a me lascia perplesso la poca capacità di capitalizzare in pieno la forza del servizio. Intanto perché a volte non lo spinge quanto ha dimostrato di saper fare. E poi perché spesso sul terzo colpo dello scambio (cioè in uscita dal servizio) fatica a trovare immediatamente l’assetto di gioco, e questo non le consente di essere subito del tutto efficace; e in questa fase anche gli errori gratuiti dovrebbero essere limitati.

Sottolineo questi elementi perché nel tennis contemporaneo è più facile emergere disponendo di un colpo killer, anche se con poche varianti di gioco, piuttosto che possedere quasi tutta l’enciclopedia dei colpi senza che però nessuno spicchi particolarmente. Per questo penso che Friedsam dovrebbe cercare di valorizzare il più possibile le sue qualità alla battuta, visto che con gli altri colpi base non mi pare altrettanto incisiva.
Un altro aspetto che non mi ha convinto è che a volte durante la partita attraversa fasi in cui, senza una ragione evidente, tende ad arretrare e a cedere campo alle avversarie.
Situazioni che non sono ancora riuscito a capire se derivano da qualche problema tecnico oppure, con maggiori probabilità, dalla difficoltà a mantenere sempre la giusta intensità mentale. Anche in riposta alterna game efficaci ad altri in cui non riesce ad approfittare a sufficienza di servizi non sempre trascendentali.
Ricordate la questione del punto di vista al campo 18 di Wimbledon? Seguita dalla TV in altri match, Friedsam mi è sembrata sempre molto dotata nel lavorare la palla, caricandola di spin diversi, ma probabilmente non altrettanto efficace sul piano delle geometrie e della profondità dei colpi.

A volte, di fronte al suo gioco tecnicamente completo ma non sempre produttivo, ho l’impressione di seguire una giocatrice di qualche anno fa, quando il tennis concedeva ancora la possibilità di utilizzare alcuni colpi di riflessione, interlocutori, senza che l’avversaria sistematicamente ne approfittasse per prendere il comando definitivo delle operazioni.
Oggi non è più così, il tennis è diventato uno sport ad alta intensità e chi si prende pause durante lo scambio finisce per essere punito dalle più forti. Se qualcuno ha seguito l’altro giorno la finale di Linz ha visto che probabilmente il match contro Pavlyuchenkova è stato deciso proprio dalla differente capacità di concretizzare le situazioni di vantaggio avute durante lo scambio.

Ma in fondo Anna-Lena ha solo 21 anni, ed è reduce da una stagione di cambiamenti tecnici e di problemi fisici: mi sembra presto per porre limiti alla sua crescita; per questo continuo a pensare che meriti di essere seguita con attenzione nel 2016.

https://www.youtube.com/watch?feature=player_detailpage&v=evMN0XS_G6U#t=34

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Wimbledon 2020 virtuale: fuori la numero 1 Barty, resistono Serena, Halep e Andreescu

Prima settimana dei Championships virtuali. Serena Williams, Bianca Andreescu o ancora Simona Halep. O forse una outsider: chi sarà la regina di Wimbledon?

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Simona Halep - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @Wimbledon)

Una delle particolarità del torneo di Wimbledon è che, anno dopo anno, è sempre diverso e sempre uguale a se stesso. Ogni stagione il tabellone è differente, le partite cambiano, e cambiano anche vincitori e vinti. Ma il quadro di insieme che li accoglie, le regole e i costumi che governano la manifestazione, sono quasi immutabili; e si conformano a una idea di tradizione che forse solo gli inglesi riescono ad applicare così profondamente, al limite della maniacalità.

Questo atteggiamento non è un semplice segno di rispetto verso il passato: è molto di più. È l’idea che passato, presente e futuro debbano scorrere mantenendosi uguali per tutto ciò che è possibile. In poche parole, la tradizione a Wimbledon è coltivata con tale puntiglio e ambizione da sfidare il concetto di eternità.

Questo non significa che gli organizzatori rimangano immobili. Nel tempo sono stati presi provvedimenti per adeguare le strutture: per esempio le coperture del Centre Court e del Court 1, oppure il prossimo allargamento dell’area dedicata ai campi. Ma si tratta di provvedimenti adottati per fare in modo che la sostanza non cambi. Che Wimbledon, cioè, continui a essere il tempio del tennis.

 

Come in ogni tempio, le regole di comportamento vanno seguite nei minimi dettagli, e questo trasforma il torneo in una liturgia sportiva. E quando per caso si esce dal canone prestabilito, lo si ricorda come una avvenimento eccezionale:

Di fronte a una liturgia, c’è chi segue l’evento con assoluta dedizione e chi prova un certo disincanto, a volte con punte di fastidio e irritazione. Sta di fatto che quest’anno il “rito” non si è potuto svolgere, a causa delle miserie terrene e della imperfezione umana: ai tornei non disputati durante le guerre mondiali, si è aggiunta l’edizione del 2020, cancellata della pandemia.

In mancanza di tennis vero, dobbiamo accontentarci di soluzioni alternative. In questi giorni, per esempio, il sito ufficiale (Wimbledon.com) offre la possibilità di rivedere integralmente grandi match del passato. Qui invece proviamo a svolgere il torneo virtualmente, secondo regole che eleggeranno una vincitrice che, forse, avrebbe potuto essere la reale trionfatrice di quest’anno. Se solo si fosse potuto giocare.

Rispetto a qualsiasi altro torneo virtuale, sicuramente Wimbledon offre un vantaggio: dato che tutto è così preciso e prestabilito, secondo regole scritte (ma anche non scritte), è più semplice definire il contesto, e immaginare aspetti di contorno che aiuteranno a descrivere le vicende e i match che seguiremo turno dopo turno.

Il torneo virtuale
Qualche indicazione su come è concepito il torneo virtuale. Quando leggerete le cronache tenete presente che prima vengono i risultati e poi il commento. In pratica lo svolgimento di Wimbledon 2020 sarà così: primo turno giocato, primo commento (e senza sapere cosa succederà al secondo turno). Secondo turno giocato, secondo commento (senza sapere cosa succederà più avanti). Proprio come avviene a un normale inviato sul posto.

Per questo non ho assolutamente voluto adeguare i risultati a desideri “letterari”. Una volta definiti gli input, accadrà quello che dovrà accadere. Tanto che al momento ancora non so chi vincerà i Championships, visto che si è appena conclusa la prima settimana e i match decisivi devono ancora arrivare. E attendo di scoprire se il vero meteo dei prossimi giorni a Londra (pioggia, caldo, etc.) potrà incidere sui risultati.

Cominciamo con il tabellone. Per approfondire come è stato costruito rimando a queste spiegazioni. Ecco il nostro punto di partenza:

Per quanto riguarda invece i criteri che indirizzano la sorte e influiscono sui risultati, rimando alla Appendice di questo articolo (pagine 5 e 6), che spiega nel dettaglio la procedura utilizzata.

a pagina 2: Day One e oltre, cadono le prime teste di serie

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I migliori colpi in WTA: capitolo finale

Quindicesima e ultima puntata della serie dedicata all’analisi dei colpi in WTA. Da Serena Williams a Bianca Andreescu, da Simona Halep ad Ashleigh Barty, ecco la classifica definitiva con il “meglio del meglio”

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Simona Halep - Australian Open 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Le puntate precedenti:
1. I migliori colpi in WTA: il servizio
2. I migliori colpi in WTA: la risposta
3. I migliori colpi in WTA: il dritto
4. I migliori colpi in WTA: il rovescio a due mani
5. I migliori colpi in WTA: i rovesci a una mano
6. I migliori colpi in WTA: la smorzata
7. I migliori colpi in WTA: il pallonetto
8. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di dritto
9. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di rovescio
10. I migliori colpi in WTA: le demivolée
11. I migliori colpi in WTA: smash, ganci, veroniche
12. I migliori colpi in WTA: la mobilità
13. I migliori colpi in WTA: lettura e costruzione del gioco
14. I migliori colpi in WTA: le qualità agonistiche


Siamo arrivati all’ultimo articolo della serie dedicata ai migliori colpi in WTA: è il momento di provare a tirare le fila di tutti i temi trattati, e di chiudere con qualche riflessione.

Prima riflessione. Proprio come nella suddivisione degli articoli, capita piuttosto spesso di pensare alle giocatrici isolando singoli colpi, nel tentativo di identificarne punti forti e punti deboli: servizio, risposta, dritto, rovescio, etc etc. Sicuramente è un approccio logico, ma non è privo di controindicazioni.

 

Con questo criterio, ogni esecuzione vista in campo viene fatta rientrare in una categoria definita di gesti tecnici (servizio, dritto, rovescio, etc.) che può essere anche analizzata sul piano numerico attraverso statistiche. L’approccio può risultare molto seducente perché in questo modo qualsiasi partita di tennis viene distillata, sezionata, e trasformata in qualcosa di più semplice e omogeneo. E quindi classificabile. Sembra tutto molto coerente, eppure ci si rende conto che non sempre questi numeri riescono davvero a descrivere un match. E parlo di descrivere, perché pretendere di spiegare sarebbe ancora più ambizioso. Come mai?

In parte per il sistema di punteggio del tennis, che fa sì che i singoli punti non pesino allo stesso modo. Ma secondo me ci sono anche ragioni tecniche. Pensiamo per esempio alla differenza tra un dritto colpito su una parabola alta sopra la spalla, e uno invece eseguito con la palla sfuggente a pochi centimetri da terra. Sono sempre due dritti, e quindi finiscono nella stessa categoria: ma quanto hanno in comune?

Dovremmo allora dividerli in sotto-categorie differenti? Potrebbe essere, ma in questo modo è come se aprissimo un vaso di Pandora, perché diventerebbe molto difficile identificare le nuove categorie e anche il modo di gestirle e analizzarle sul piano statistico.

E cosa dire dei colpi funzionali allo sviluppo di una combinazione, vale a dire che hanno un senso soprattutto in funzione del colpo successivo? Per esempio una volta si ragionava in termini di serve&volley; oggi qualcosa di affine accade, con la combinazione “servizio+dritto”.

Insomma, i colpi sono elementi fondamentali di un match, ma non lo descrivono completamente. E così, più si prova a definire un quadro completo, più ci si accorge che è quasi impossibile trovare un punto di vista capace di abbracciarlo per intero.

E poi c’è un secondo aspetto, che porta a un’altra riflessione fondamentale. Durante una partita di tennis, tra un colpo e l’altro, entrano in gioco altri elementi non meno importanti: un intero mondo di movimenti, di gesti, di pensieri che possono fare la differenza. Ecco perché (come ho spiegato alcune settimane fa) ho deciso di ampliare la serie provando a considerare alcune caratteristiche fisiche e mentali. Aggiungendo quindi una classifica dedicata alla mobilità, una alle qualità tattiche, e una alle doti agonistiche. Con la consapevolezza che si tratta comunque di un tentativo parziale che non sarà mai del tutto soddisfacente.

In sostanza credo che queste classifiche non vadano considerate un punto di arrivo, ma piuttosto un punto di partenza per continuare a sviluppare ragionamenti sul tennis giocato, anche in un periodo senza nuovi match. E proprio per continuare a discutere, a conclusione di tutto, è arrivato il momento di riepilogare “il meglio del meglio”.

Negli articoli precedenti, prima della classifica vera e propria, segnalavo qualche giocatrice esclusa in extremis. Questa volta, invece, cito i colpi sui quali sono stato più in dubbio nel definire le gerarchie. Sul servizio è stato facile: Serena Williams ha chiuso la questione prima ancora di aprirla. Anche per la risposta e per il rovescio, tutto sommato non è stato poi così difficile decidere le primissime (parere personale, naturalmente).

La classifica del dritto, invece è stata molto ardua. E confesso che riaprendo l’articolo a distanza di qualche settimana mi sono sorpreso, perché mi ricordavo il podio virtuale con un ordine diverso; a dimostrazione di quanto vicine percepisco le prime giocatrici.

L’altro colpo sul quale ho avuto le maggiori difficoltà è stata la demivolée. Qui di seguito troverete tre nomi con un ordine, giusto per non andare contro l’impostazione generale; ma rimango convinto di non avere argomenti sufficienti per definire una gerarchia definitiva. Ecco perché nell’articolo specifico mi ero limitato all’ordine alfabetico.

Partiamo quindi con il meglio di ogni tema. Ricordo che cliccando sul titolo di ogni classifica si aprirà l’articolo corrispondente, che prova a spiegare le ragioni delle scelte.

Per chi non fosse interessato a ripercorrere le classifiche, invito a dare una occhiata a pagina 4, dove è illustrata l’anteprima relativa ai prossimi articoli dedicati a Wimbledon 2020 virtuale.

a pagina 2: Le migliori nei colpi da fondo campo

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I migliori colpi in WTA: le qualità agonistiche

Penultima puntata della serie dedicata all’analisi dei colpi in WTA. Da Kvitova a Serena Williams, da Yastremska a Mertens e Andreescu: quale giocatrice riesce a mettere in campo il meglio di sé nelle occasioni più importanti?

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Sofia Kenin - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Le puntate precedenti:
1. I migliori colpi in WTA: il servizio
2. I migliori colpi in WTA: la risposta
3. I migliori colpi in WTA: il dritto
4. I migliori colpi in WTA: il rovescio a due mani
5. I migliori colpi in WTA: i rovesci a una mano
6. I migliori colpi in WTA: la smorzata
7. I migliori colpi in WTA: il pallonetto
8. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di dritto
9. I migliori colpi in WTA: volée e schiaffo di rovescio
10. I migliori colpi in WTA: le demivolée
11. I migliori colpi in WTA: smash, ganci, veroniche
12. I migliori colpi in WTA: la mobilità
13. I migliori colpi in WTA: lettura e costruzione del gioco


Con questo articolo si conclude l’analisi per parti delle qualità delle diverse giocatrici dell’attuale circuito WTA. Martedì prossimo è previsto ancora un articolo conclusivo che proverà a tirare le fila dei singoli temi.

Questa volta è il momento di affrontare l’aspetto agonistico, la tenuta mentale nei frangenti importanti. Ricordo che tutte le classifiche, inclusa questa, sono riservate alle tenniste in attività, comprese fra le prime 100 del ranking. Trovate la spiegazione completa sui criteri utilizzati per definire le graduatorie nella prima parte dell’articolo uscito il 31 marzo.

 

Le qualità agonistiche
Lo abbiamo sperimentato tutti, sia in prima persona come tennisti (più o meno dotati), sia come spettatori di match altrui: per quanto si possa giocare bene sul piano tecnico, per quanto si possa essere preparati sul piano fisico, per quanto si possa essere intelligenti e strateghi nell’interpretare il gioco, la vittoria rimarrà comunque un miraggio se “al dunque” ci si farà prendere dall’ansia e dal timore di vincere.

Questo problema nel tennis è così significativo che è stato coniato un termine onnicomprensivo: “braccino”, definizione che è diventata proverbiale anche in altri contesti. Ma se il riferimento è nato nel tennis è perché forse in nessun altro sport ci sono situazioni nelle quali diventa psicologicamente così difficile portare a termine la vittoria. E davvero “non è finita fino a che non è finita”.

La storia è piena di rimonte clamorose, di partite perse dopo match point non sfruttati, di errori incredibili compiuti nel momento più importante. E nessuno, neppure il più grande campione, è stato del tutto immune da attacchi di braccino: altrimenti non si sarebbe umani. Stabilito questo, si potrebbe dire che per la classifica di questa settimana ho provato a identificare i nomi tra chi, secondo me, tende a gestire meglio l’ansia che pervade nei frangenti decisivi dei match. Tenendo anche presente che la stessa giocatrice nel tempo può drasticamente cambiare le proprie condizioni agonistiche.

Nel 2017 Jelena Ostapenko aveva vinto il Roland Garros sbaragliando la concorrenza grazie a un atteggiamento spavaldo che sembrava non contemplare la paura: Ostapenko vinse quel titolo grazie a cinque successi in tre set e al termine di una finale (contro Simona Halep) conquistata recuperando break di ritardo sia nel secondo sia terzo set. In quella edizione Simona aveva tutto da perdere, mentre Jelena niente: e finì per vincere lo Slam da numero 47 del ranking.

L’anno successivo, da campionessa in carica, e con tutto il conseguente carico di attesa e responsabilità, Ostapenko sarebbe uscita al primo turno, battuta in due set dalla numero 67 del ranking Kateryna Kozlova.

La vicenda di Ostapenko è la dimostrazione che ogni giocatrice attraversa fasi di carriera differenti, e in linea generale è più facile affrontare i match da ragazzina, senza troppe aspettative e obblighi di vittoria. Ha scritto per esempio Agnieszka Radwanska a proposito del suo primo periodo in WTA: “Ripensando a quei momenti, mi meraviglio di come giocassi senza alcuna pressione. Semplicemente colpivo. Anche scendere in campo negli stadi principali non era un vero problema, e così all’inizio ho migliorato la mia classifica molto velocemente”.

Le difficoltà psicologiche crescono invece nel periodo successivo, quando si è salite in classifica e si devono confermare i traguardi raggiunti. Lo stesso meccanismo del ranking, con i punti che scadono settimanalmente, contribuisce ad aumentare lo stress. Ecco perché la fase della prima conferma è particolarmente impegnativa, e attende al varco qualsiasi giocatrice (ne avevo parlato QUI, definendola “Sindrome del Sophomore”).

Partendo dalla convinzione che ci sono situazioni psicologiche differenti a seconda del diverso status delle giocatrici, ho preferito suddividere la classifica in tre categorie differenti. La prima categoria comprende le tenniste esperte (vicino ai 30 anni e oltre), con alle spalle tanti anni di attività, che sono state in grado di rimanere sulla breccia malgrado i molti incontri macinati, e le vicende alterne inevitabili in ogni carriera. Tutte hanno vinto almeno due Slam, hanno affrontato anche l’esperienza della sconfitta in una finale Major, ma penso che vadano comunque segnalate per il rendimento agonistico complessivamente positivo nelle ultime stagioni.

La seconda categoria comprende tenniste che meritano di essere ricordate soprattutto per alcune prestazioni al di fuori delle partite decisive degli Slam. Non sono state le prime protagoniste nei tornei più prestigiosi, ma hanno lasciato una traccia con la loro personalità in diversi tornei del circuito WTA.

La terza categoria è quella delle giovani già in grado di vincere Slam. Per loro vale in gran parte il discorso fatto per Ostapenko: al momento i risultati sono tali da rendere “obbligatoria” la presenza in questa classifica, ma in realtà solo il tempo potrà dirci se la loro natura caratteriale è davvero vincente. Lasciamo passare qualche stagione, e capiremo se sono agonisticamente sopra la media o se stanno semplicemente vivendo la fase più entusiasmante e psicologicamente meno complessa di ogni carriera.

Prima di arrivare ai nomi, il solito capitolo riservato alle escluse. Tra le esperte che non hanno trovato posto, cito Garbiñe Muguruza. Finalista a Melbourne 2020, e in recupero dopo un lungo periodo di difficoltà. Probabilmente qualcuno non sarà d’accordo con questa esclusione considerando i tre nomi che le ho preferito; ma non si tratta di una scienza esatta, e quindi trovo perfettamente legittimo avere posizioni differenti.

Ricordo anche Barbora Strycova, semifinalista a Wimbledon a coronamento di una carriera spesso caratterizzata da grande combattività. Altre protagoniste che potevano meritare un posto sono Rebecca Peterson e soprattutto Jil Teichmann. Entrambe con un un record di 2 finali vinte e zero perse lo scorso anno, oltre che imbattute in carriera nelle finali. Malgrado l‘en plein del 2019, non ho ritenuto le loro prestazioni tali da scalzare qualcuna delle dieci elette.

a pagina 2: Le giocatrici più titolate ed esperte

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