Grande Flavia Pennetta anche nell'addio. Ci mancherai, ma il tuo esempio resterà

Editoriali del Direttore

Grande Flavia Pennetta anche nell’addio. Ci mancherai, ma il tuo esempio resterà

Fra interviste in italiano e inglese, Flavia Pennetta ripercorre una vita trascorsa nel tennis. 20 anni, mica uno.Le vittorie più belle, ma non solo. Un esempio anche di fair-play. Se avesse accennato a Maria Sharapova che…ma non l’ha fatto. Una campionessa orgogliosa e sempre dignitosa. Il suo passato, il suo futuro

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Flavia Pennetta - Singapore 2015

Non so se tutti i lettori hanno capito come funziona l’ascolto degli audio. Qui da Singapore credo di averne inoltrati ben 29 se non erro, ma i titoli che sono stati fatti agli ultimi audio li ho fatti in fretta e furia per mandarli al volo e invece raccolgono molte dichiarazioni che reputo davvero interessanti di Flavia e della sue avversarie. Quei titoli non rendono l’idea. Riguardano alcuni suoi ricordi, i primi match giocati da professionista, le sue vittorie più memorabili, i suoi infortuni, il suo futuro, la sua prossima e davvero ultima trasferta tennistica in India per quella strana ma munifica competizione organizzata da Mahesh Bhuphati ed altri, le sue aspettative, Fabio Fognini, Barcellona, la sua partita con Maria, i soldi e la loro importanza. Anche perchè qui a Singapore è tardissimo per scrivere ancora molto e io avrei molto piacere che li sentiste, e chi può anche quelli in inglese perchè a mio modo di vedere sono interessanti sia per le risposte che Flavia ha dato, sempre misurate, intelligenti, simpatiche, sia per le domande dei colleghi della stampa internazionale che riflettevano la generale ammirazione per la nostra giocatrice (a proposito della quale nei giorni scorsi ho bombardato di domande un po’ tutte le altre giocatrici, contemporanee e non). Ricorderete che Marion Bartoli e Martina Navratilova, hanno detto di aver pianto quel giorno in cui Flavia ha conquistato l’US open, il 12 settembre. Nel mio audio personalizzato, infine, potrete sentire che Flavia …prende in giro me, perchè mi vede con il lucciconi agli occhi, e anche perchè mi sono sbagliato a contare le pallebreak che lei ha avuto nel quinto game del primo set (due e non tre, “Ubaldo perdi colpi!” ) mentre lei è tranquilla e sorridente, sembra quasi non rendersi conto che ha appena disputato la sua ultima vera partita da tennista professionista. Si capisce anche che spera che l’anno prossimo a Roma le sia data occasione di salutare il pubblico degli internazionali e sicuramente questa possibilità le verrà data, ci mancherebbe.

Più d’uno, lo sento, salirà sul suo carro. Accade a tutti i vincitori. Ma loro, proprio perchè sono stati grandi protagonisti, sono perfettamente in grado di capire chi sono quelli che meritano di condividere in qualche modo i loro successi e chi invece no. Io so soltanto, per quel che mi riguarda, di non avere alcun merito. Ma di aver partecipato con grande passione, emozione, intensità, e direi anche amore, alle vittorie dei nostri giocatori. E non per interesse personale – come potrebbe apparire oggi che sono l’editore di un sito che trae ovviamente beneficio dei buoni risultati ottenuti dai tennisti italiani per il maggiore interesse che essi suscitano nei lettori italiani – ma perchè ho sempre sentito l’emozione che procura una vittoria italiana in qualunque sport, non solo nel tennis. Sono uno di quei patetici cretini che quando suona l’Inno di Mameli si commuove ancora. Anche se qualcuno lo critica, lo considera una marcetta di scarso spessore musicale e non all’altezza del Va Pensiero verdiano del Nabucco. Ricordo il patto che facemmo da ragazzini junior al college di Formia sotto le ali di Mario Belardinelli: “Chiunque di noi riusciràrà a vincere qualcosa a livello internazionale…non sarà lui il solo ad aver vinto, ma sarà una vittoria di tutti noi e per tutti noi”. Beh, io me lo ricordo sempre, e ricordo di aver versato lacrimucce per il trionfo di Adriano Panatta al Roland Garros 1976. E poi tante altre volte anche per risultati meno prestigiosi dei nostri. Quando ho sentito qualche imbecille dire che io tifavo contro i tennisti italiani, o che io ero contento quando perdevo, li ho commiserati, ho sempre pensato che…appunto, quelli che la pensavano così erano dei grandi imbecilli.

A Flavia è stato chiesto oggi da alcuni colleghi stranieri quali fossero i match che più ricordava fra i tanti vinti e lei, faticando non poco a estrapolarne alcuni, ha ricordato quello in cui rimontò Nadia Petrova al Foro Italico “lei era n.4 del mondo, io avevo perso il primo set e stavo perdendo pure il secondo”. Io ricordo invece quello straordinario in cui annullò sei matchpoints nel tiebreak a Vera Zvonareva nel secondo ad uno US Open. Ma se mi ci metto, ne ricordo decine di altri. Incluso quello in cui battè Amelie Mauresmo in Fed Cup, e non me lo ricordo certo perchè quella fu una delle rarissime occasioni in cui Flavia si fece prendere la mano, anzi il dito medio, da una difficilissima situazione ambientale. E quel torneo di Los Angeles? E quello di Indian Wells, soprattutto i match prima della finale, un anno e mezzo fa? E l’ultimo US open con quelle lezioni impartite ad Halep (che rabbia che ci abbia perso così male nella prima giornata di queste finali di Singapore! Avesse vinto almeno il secondo set, e ci stava, avrebbe potuto giocare sabato in semifinale) e a Kvitova? In finale io mi sono emozionato certo, come tutti, ma meno. In quel torneo la partita più memorabile è stata quella di Roberta Vinci con Serena. Insomma quando ho detto a fine intervista a Flavia “Ci mancherai!” l’ho detto perchè l’ho sentito veramente. Ho sempre avuto una grane simpatia per lei, ho criticato certe sue prestazioni perchè il mio dovere di giornalista è anche di sottolineare cose che un amico, un parente evita di sottolineare, ma questo accade perchè è il mio mestiere quello di tentare di informare i lettori con i fatti e le mie (peraltro discutibilissime) opinioni.

 

Flavia dice, a me e a comuni amici, che sono “un tipo tosto” e non credo sia un complimento. Ma forse non è nemmeno un’offesa. Lo spero almeno. Ma se anche lo fosse io non cambierei idea su lei. È stato un esempio di grande sportiva prima ancora che campionessa, di bravissima ragazza molto ben educata dai suoi genitori. Come ha avuto modo di dire lei, dopo i tornei vinti, i soldi guadagnati, il primo posto in classifica mondiale di doppio, il trionfo nel Masters 2010 di specialità in coppia con Gisela Dulko, il traguardo di prima italiana nelle top-ten WTA, il settimo posto raggiunto a fine 2015 (credo rimanga tale…ma se anche fosse l’ottavo poco cambierebbe): “Ho avuto una carriera perfetta, non potevo immaginarmi tutto questo quando ero raccattapalle agli Internazionali d’Italia e sognavo di giocare lì“. Ha giocato tutte le sue carte fino all’ultimo, andando a cercarsi ovunque, Pechino, Tianjin. Mosca, i punti che le servivano per togliersi quest’ultima grande soddisfazione, disputare almeno un Masters WTA di fine anno. Determinata, quasi cocciuta… fino all’ultimo ha reagito allo stesso modo in cui da ragazzina aveva reagito al tifo contratto per aver mangiato un po’ dissennatamente frutti di mare non cotti, poi a vari infortuni (ai polsi e non solo) che in vari momenti l’hanno allontanata dal tennis anche per mesi “costringendomi a ricominciare da capo più volte, a ripartire da zero“. Una forza d’animo incredibile per una ragazzina che da 20 anni, sì da quando affrontava e magari perdeva con la piccola Roberta Vinci nelle gare regionali under 12 pugliesi, si è sempre messa in discussione, racchetta in pugno, sui campi di tennis delle Puglie, dell’Italia, dell’Europa, del mondo.

Sono passati 15 anni dacchè con la sua primissima rivale Roberta Vinci, poi diventata sua compagna di camera a Roma, le due ragazzine pugliesi vinsero il Roland Garros junior in doppio. 15 anni correndo dietro una pallina da tennis, vivendo momenti magici ma anche difficili, in campo e fuori. Ora Flavia ha scritto la parola fine a questa lunga fase della sua vita, pronta a chiudere una parentesi e ad aprirne un’altra. Quale non è ancora possibile sapere con esattezza. Moglie, madre? Di certo Flavia ha detto che si fermerà a Barcellona, “fino a quando no so. Io ci sto bene, ma magari Fabio un domani potrebbe avre un altro allenatore (Josip Perlas oggi) che sta in un altro Paese e…come si fa a sapere che cosa può accadere?“. Certo Flavia, hai ragione. Fino all’ultimo ha dimostrato di essere un bell’esempio per il nostro sport. Tenace ed orgogliosa. Non avrebbe mai chiesto alla WTA una wild card, come il regolamento WTA prevedeva, se non fosse stata una delle prime otto tenniste ant-Singapore. Papà Oronzo non aveva dubbi in proposito. Non si sa nemmeno se l’avrebbe accettata, sarebbe stato unpo come entrare dalla porta di servizio, estromettendo un’altra tennista, forse un’amica, che se lo era meritato più di lei, a suon di punti conquistati sul terreno. E così a Flavia non è passata nemmeno per la testa di avvicinare Maria Sharapova per dirle “Guarda che tu sei qualificata comunque, mentre a me basta un set per raggiungere le semifinali”. Un’altra tennista magari lo avrebbe fatto. Flavia no. E noi tutti, pur dispiaciuti, quasi addolorati per un’eliminazione che poteva essere evitata da un dritto uscito di un centimetro (quello che le è costtao il mancato 4-1 nel primo set con doppio break) dobbiamo dirle grazie per essere la persona che è. “Sono contenta di aver perso la mia ultima partita con una grande campionessa come Maria Sharapova…che contro di me non aveva mai giocato così bene“; parole vere, sentite, da vera sportiva che oltre che a vincere ha imparato anche a perdere e…siccome si può perdere anche dalla Kichenok, n.414 del mondo, quando non si è in buone condizioni, può davvero essere un motivo di orgoglio anche il poter dire: “la mia ultima partita l’ho lottata ma perduta contro una grande campionessa che ha vinto 5 Slam ed è stata anche la n.1 del mondo“. Grande.

Ciao Flavia. Consentimi di ripeterlo: ci mancherai.

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Editoriali del Direttore

Lo so e lo so che c’è di peggio, ma è un mini-choc

Dopo 46 Wimbledon di fila, da Connors-Rosewall a Djokovic-Federer, questa cancellazione dei Championships è per me quasi come l’interruzione di un’esperienza religiosa, un piccolo trauma. Due anni interi vissuti in Church Road, mille momenti, mille ricordi indelebili

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (via Twitter. @wimbledon)

Non c’è più neanche Wimbledon. Anche i Championships che dall’edizione del 1877 vinta da Spencer Gore a oggi si erano interrotti soltanto in occasione delle prime due guerre mondiali, 1915-1918 e 1940-1945 (sul Centre Court i tedeschi nel 1940 avevano sganciato una bomba che lo aveva quasi interamente distrutto), e che dal 1946 con la vittoria del gigante francese Ivan Petra si erano disputati per 74 anni di fila… si sono dovuti arrendere al Coronavirus. Stiamo combattendo una terza guerra mondiale contro un nemico invisibile ma che non ha coinvolto soltanto alcune nazioni come le prime due guerre, ma proprio tutto il mondo. Una guerra planetaria.

Lo so bene che ci sono cose e situazioni molto più gravi di uno stop ai Championships in Church Road. Lo so bene che l’importante è la salute e che tanti, troppi l’hanno persa per sempre. Lo so bene che tante famiglie, troppe, hanno perso i loro cari e non hanno avuto nemmeno la possibilità di vederli, di star loro vicino fino all’ultimo, perfino di seppellirli e di sapere dove hanno messo i loro corpi. Lo so bene che quelle sono le vere tragedie. Lo so bene che tante famiglie continueranno a soffrire le conseguenze di questo terribile virus, nel ricordo straziante di chi non c’è più e nella difficoltà di risollevare situazioni economiche seriamente compromesse di aziende intere con i loro dipendenti, di attività familiari, di lavori perduti, di casse integrazioni umilianti, di ostacoli burocratici di tutti i tipi.

Lo so bene che posso considerarmi molto fortunato perché la mia casa è abbastanza grande da averci permesso di condividere questo mese di clausura forzata in sette persone di famiglia senza patire le difficoltà di chi si è trovato invece a vivere in spazi angusti, in condizioni disagiate e con financo difficoltà di approvvigionamento. Lo so bene che già per il solo fatto di non avere avuto sintomi – fin qui almeno – è già una gran fortuna.

 

Lo so bene che siamo in decine e decine di milioni di italiani a non avere alcuna idea se siamo positivi oppure no, o se lo siamo stati, perché il tampone non abbiamo potuto farlo, né sappiamo quando ci sarà tolta questa spada di Damocle.

Lo so bene che non avere perso nessuno dei familiari più cari e degli amici più vicini è anch’essa una grande, impagabile fortuna.

Non avrebbe quindi alcun senso, mentre ancora la pandemia infuria e nessuno sa quando potrà essere davvero sradicata del tutto – temo fino a che la scienza non ci regalerà un vaccino che ci copra anche dalle possibilità di ricadute – mostrare eccessivo dispiacere per lo sport che si ferma, in mezzo a mille attività obiettivamente più importanti e fondamentali, per il tennis che non si gioca più, né nei circoli, né nei tornei, quindi togliendoci anche la possibilità di distrarsi dai drammatici bollettini del Coronavirus almeno in TV.

Orfani del tennis – Queen’s 2019 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Lo so bene che la sopravvivenza di Ubitennis, per quanto una ventina di persone ne traggano qualche beneficio, non può essere considerata una priorità nell’emergenza nazionale.

Infatti non intendo assolutamente lamentarmi per il fatto che dodici anni di lavoro indefesso – in casa me lo chiamano più fesso che indefesso – per sviluppare questo sito di tennis in termini di credibilità giornalistica, traffico e autosufficienza economica rischino di perdere parte dell’avviamento faticosamente costruito. Ci sta e sappiamo che tanti stanno peggio perché noi abbiamo sviluppato esperienze che ci consentiranno di sopravvivere. Siamo fiduciosi se anche dovessimo perdere tutto il 2020 di tennis, di sponsor.

Ho lottato, via via con tutti i ragazzi che hanno collaborato impegnandosi tantissimo in questi anni a Ubitennis.com ma anche Ubitennis.net e Ubitennis.es, per assicurare un futuro a loro più che a me stesso ormai “âgé”- mi rifugio nei francese perché scrivere vecchio mi disturba – visto che i miei due figli hanno preso tutta un’altra strada professionale. Ma io, e credo anche loro, l’abbiamo fatto consapevoli delle difficoltà che ci sarebbero state e senza mai troppo illudersi. Ora che stavamo per tirare finalmente la testa fuori dall’acqua e cominciavamo a intravedere orizzonti più rosei, questo Coronavirus ci ha maledettamente preso in contropiede come un tweener vincente di Federer.

Vero peraltro che in questo mese di marzo Ubitennis ha retto incredibilmente bene, perché abbiamo continuato ad avere – senza tennis giocato – fra le trenta e le quarantamila visite al giorno. Per questo devo rivolgere un grande, grandissimo grazie a chiunque stia continuando a leggerci quotidianamente, nonché a tutti i collaboratori perché so che abbiamo in cascina una trentina di articoli inediti (non quindi materiale d’archivio) pronti all’uscita – tutta una serie di interviste a grandi personaggi del tennis mondiale e nazionale, una serie di video-ritratti di campioni, accompagnati da dati e aneddoti, statistiche, belle storie tennistiche i cui prodromi avete forse già visto nei giorni scorsi e una chicca in via di sviluppo: un progetto di podcast live, una storia di UbiRadio settimanale, che vogliamo far partire il prima possibile.

Tutto ciò premesso, consentitemi di dire che il sottoscritto – come invidio a Gianni Clerici di essersi per primo autonominato “lo scriba”… è così brutto definirsi il sottoscritto oppure usare la perifrasi “chi scrive” – pur consapevole di tutto il peggio che mi poteva capitare, è tuttavia un tantino turbato nel ritrovarsi chiuso in casa con la prospettiva di non andare a Wimbledon dopo averlo fatto per 46 anni di fila. Una vita insomma. Dal ‘74 a oggi, Connors batte Rosewall fino a Djokovic che cancella due match point a Federer e trionfa, non ne avevo saltata una sola edizione, un solo giorno. 92 settimane che fra giorni d’arrivo, di partenza e qualche rinvio piovoso al lunedì (più il torneo olimpico del 2012 vinto da Andy Murray) sono due anni di vita vissuta in Church Road, dal mattino presto a notte.

Wimbledon 2019 di notte (foto via Twitter, @Wimbledon)

Non so perché, ma i 46 tornei al Country Club di Montecarlo, i 48 al Foro Italico, i 44 Roland Garros (da Adriano Panatta campione nel ’76 su Harold Solomon al dodicesimo trionfo di Rafa Nadal nel 2019), mi hanno fatto meno effetto, colpito meno. Forse perché guardavo avanti, perchè il momento topico della stagione tennistica per me è rimasto nostalgicamente sempre il leggendario Wimbledon, il torneo che si gioca nel Tempio del tennis, non a caso il torneo di cui ricordo una per una e senza nessuno sforzo tutte le finali e migliaia di particolari, di aneddoti, di storie, di personaggi, di vita vissuta. Wimbledon mi mancherà incredibilmente. Avevo scritto di getto ‘terribilmente’, ma ho subito corretto perché come detto sopra, le assenze e le cose terribili sono ben altre, però per molto più di metà della mia vita per me andare a Wimbledon è stata soltanto un po’ meno esperienza religiosa che per un pellegrino recarsi ad un luogo santo. Ci sarei andato a piedi.

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Editoriali del Direttore

Impasse Coronavirus: che impatto su Federer, Venus e Serena Williams, i Bryan, Nadal, Djokovic?

Dopo i tanti ritiri dell’ultimo biennio (Berdych, Ferrer, Almagro, Baghdatis), molti ipotizzavano che nel 2020 ci fosse il canto del cigno per tante star del tennis. Giocheranno ancora nel 2021?

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Roger Federer e Rafa Nadal - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Avvertenza ai lettori. Evitino di leggerlo tutti coloro che, dopo aver letto il titolo, si appresterebbero a dire che sto, stiamo cercando di acchiappare clic. Cerchiamo semplicemente di trattare quegli argomenti che ci accorgiamo – in tempi di Coronavirus e di tennis off limits per chissà quanto tempo ancora – vengono discussi fra gli appassionati che sono bombardati da bollettini più o meno catastrofici sui contagi e ogni tanto vorrebbero anche distrarsi un po’ con qualche argomento più leggero.

Avverto subito di seguito i lettori superstiti per correttezza, o onestà intellettuale come ormai si usa dire, che non ho notizie certe sulle ipotesi che sto per fare, ma che tuttavia uso le previsioni che da più parti del microcosmo tennistico venivano fatte. Non anni fa, ma fino a pochissimo tempo fa. Direi fino alla cancellazione del torneo di Indian Wells – come vola il tempo, sembra un secolo fa! – quando sembravano ancora attendibili, attendibilissime. E tuttavia da qualche dato, da qualche aspetto curioso, da qualche considerazione che ho in testa, penso che una amichevole discussione dovrebbe poter scaturire.

Comincio con il ricordare che fra 2019 e inizio 2020, a far fronte all’inattesissimo, sorprendente, quasi inspiegabile “comeback” di Kim Cljisters si sono verificati tanti ritiri di giocatori noti, a cominciare da un paio di “sempreverdi” top-ten, David Ferrer e Tomas Berdych, per proseguire con Nicolas Almagro, Mikhail Youzhny, Marcos Baghdatis, ma anche Victor Estrella Burgos e Max Mirny. E fra le donne la più famosa è certo l’ex n.1 del mondo Maria Sharapova, ma anche Sweet Caroline Wozniacki, Dominika “Cipollina” Cibulkova. Nel 2018 aveva detto basta Tommy Haas, le nostre Francesca Schiavone, Roberta Vinci e Karin Knapp, Nadia Petrova e chissà quanti/e dimentico… aggiungete pure voi.

 

Ma cosa si prevedeva che sarebbe successo nel 2020 e oltre? Per quanti questo sarebbe stato l’anno dell’addio? Beh, i gemelloni sovrani del doppio Bryan, 42 anni il prossimo 29 aprile – Bob 119 titoli di doppio e Mike 124 – avevano annunciato che avrebbero giocato l’ultimo US Open per poi appendere la racchetta al chiodo dopo essere stati insieme n.1 del mondo di specialità per 438 settimane (ma Mike lo è stato per 506), di cui 139 consecutive: ennesimo record. Altro record: per 10 anni hanno chiuso la stagione da n.1. Potrebbero rivedere i loro piani e giocare le Finali di Davis a novembre? Anche se adesso perfino la nuova Coppa Davis rischia di saltare, sebbene a Madrid la si giochi quando più tardi non si potrebbe. Ma nessuno può giurare che l’effetto Coronavirus, che in Spagna sta imperversando quasi come in Italia, sia davvero finito, anche se tutti ce lo auguriamo.

Dai 42 anni dei Bryan, andando a ritroso dai più anziani e soffermandosi sugli ex n.1 ecco Venus Ebony Williams. Il 17 giugno Venus compierà 40 anni. Pur avendo vinto 7 Slam (in 16 finali), fra cui 5 Wimbledon, Venus è stata n.1 del mondo in tre occasioni ma complessivamente soltanto per 11 settimane, una differenza enorme con Serena che lo è stata per 319 (9 più di Roger Federer!) e certo gliene ha sottratta più d’una. Beh Venus mi aveva fatto intendere un anno fa che il suo obiettivo era partecipare ancora una ultima volta alle Olimpiadi. Già medagliata d’oro 4 volte (come soltanto la sorella Serena) con un oro in singolo e tre in doppio (più una medaglia d’argento in doppio misto. Record per il tennis, a pari merito con
Kitty McKane Godfree), lei che era già la sola tennista a potersi vantare di aver vinto una medaglia in 4 Olimpiadi diverse (da Sydney 2000 in poi), se fosse riuscita a vincere un’altra medaglia anche a Tokyo avrebbe stabilito un record probabilmente imbattibile. In 14 finali di Slam in doppio femminile lei e Serena non ne hanno persa una.

Le due sconfitte patite con una ragazzina che avrebbe tranquillamente potuto essere sua figlia, la quindicenne Coco Gauff in due Slam, Wimbledon e Australian Open, non l’hanno turbata al punto da dichiararsi pronta al ritiro, però anche se la classifica “ghiacciata” dal virus la vede oggi e per chissà quanto soltanto n.67 del mondo, io confesso che sarei molto ma molto sorpreso se con le Olimpiadi slittate al 2021 Venus non avesse già detto “no mas”. Oltretutto riguardo a Tokyo 2020 da disputare nel 2021 – i giapponesi non vogliono buttare a mare i loghi e tutto il materiale pubblicitario contrassegnato dal 2020 – non si sa ancora quale possa essere la data. Chi dice giugno (quando ci saranno europei di calcio, Giro d’Italia, per citare i primi eventi che mi vengono a mente…), chi dice marzo, quando per almeno uno dei due Masters 1000, Indian Wells oppure Miami si tratterebbe di un nuovo disastro, chi dice la stessa data che era stata programmata per quest’anno.

Venus Williams – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

A PAGINA 2: CI SARANNO ROGER FEDERER E SERENA NEL 2021?

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Editoriali del Direttore

Il caos provocato dal Roland Garros e le possibili ritorsioni di ATP e WTA

Francesi colpevoli ma non troppo. Roma e Italian Open alla finestra. Anche Rafa Nadal egoista? Ma allora Roger Federer? Gaudenzi e Calvelli malcapitati coraggiosi. Non è la prima guerra nel tennis

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I trofei del Roland Garros (foto via Twitter, @rolandgarros)

La mossa a sorpresa dei francesi, con il rinvio del Roland Garros al mese di settembre, in barba a cinque tornei fra ATP e WTA e alla Laver Cup, non poteva non scatenare un putiferio di reazioni. Non è pensabile che il presidente della federtennis, il francese (corso come Napoleone) Giudicelli e il direttore del torneo Guy Forget non se lo aspettassero. Hanno voluto mettere il cappello sulla prima data valida e sono andati dritti per la loro strada, pensando che sì… gli altri centri di potere del tennis non avrebbero gradito, ma magari tanti giocatori sì, perché soprattutto quelli che non sono invitati a Boston per la Laver Cup, a uno Slam non rinunciano tanto volentieri. Solo gli Slam garantiscono – quale più quale meno – intorno ai 40.000 euro a chi perde al primo turno.

IL (SOLITO) PROBLEMA DEL CALENDARIO

Come ho scritto pochi minuti dopo aver appreso l’annuncio-bomba, concordando abbastanza con la terminologia con cui si è espresso Vasek Pospisil (che però aveva torto nel dire che nessuno era stato interpellato), è stata una dichiarazione egoistica, menefreghista, arrogante per il modo molto francese di comunicarla. Ed è stata o una sorta di guerra a tutto l’establishment dei centri di potere che governano il tennis, oppure – nel migliore dei casi – una aperta provocazione volta a raggiungere l’obiettivo di una ristrutturazione del calendario. Una ristrutturazione che tutti quegli stessi organismi che gestiscono il tennis invocano da sempre, ma ciascuno vorrebbe gestirlo in modo da fare gli interessi propri. E così l’accordo non si è mai raggiunto.

LE POSSIBILI RITORSIONI DEI GIOCATORI

Magari lo scacco dei francesi a ATP, WTA, Australian Open e USTA – più che a Wimbledon che mantiene sempre un certo distacco, noblesse oblige frase francese che gli inglesi impersonano meglio – si rivolterà contro gli stessi francesi come un boomerang, nel cui lancio soprattutto gli australiani sono grandi maestri. Le “ritorsioni” dei giocatori, ATP come WTA, potrebbero rivelarsi di vario tipo.

La prima: boicottare in massa il Roland Garros settembrino. La seconda (dopo aver constatato di non poter riuscire a conquistare un’unanimità sindacale tipo Wimbledon 1973 perché molti giocatori premerebbero per giocare ugualmente uno Slam dopo aver subito già troppe cancellazioni per via del Coronavirus; fra questi Andrey Rublev è stato chiaro: “Meglio giocare uno Slam che rinunciarvi. Noi non abbiamo stipendi. Ma montepremi.Se non si gioca non si guadagna”): togliere i punti ATP a chi gioca il Roland Garros a settembre. La terza: minacciare di toglierli anche nel maggio 2021 (ipotesi che potrebbe non dispiacere anche agli altri tre Slam). La quarta: cancellare il Masters 1000 di Bercy che appartiene alla stessa federazione francese, regalando ad un’altra città l’ambita data.

 

GLI ALLEATI DI PARIGI

Parigi e la federtennis francese potrebbero trovare, d’altro canto, insperati alleati in quei tornei della stagione “rossa” che il Coronavirus ha cancellato e dei quali l’eventuale rinvio delle Olimpiadi, dei Masters 1000 di Canada e Cincinnati nonché al limite dello stesso US Open – chi può sapere come sarà messa la Grande Mela a fine agosto? – potrebbe favorire la insperata resurrezione. All’insegna del detto latino più cinico fra tutti, mors tua vita mea. E allora ecco che Roma – se di nuovo città aperta – e altre sedi di cancellati tornei sulla terra battuta potrebbero rifarsi sotto, ben felici – anche dopo aver pensato il peggio sulla mossa di Giudicelli e Forget – di far da prologo al Roland Garros settembrino. Molto meno probabile mi pare l’ipotesi di un Torino o Milano indoor che a novembre, di concerto con l’ATP, cancellasse l’ATP Next Gen o sostituisse Bercy…

Oggi è in programma una riunione in videoconferenza del consiglio della Federtennis. Scommetterei che verrà assunta una posizione pilatesca, d’attesa. Del tipo: noi ci siamo, se ci date uno slot siamo pronti ad occuparlo. Non mi aspetto nessuna condanna nei confronti dei francesi. Semplicemente perché anche i nostri Machiavelli se intravedranno una opportunità di disputare il torneo più in qua, ad agosto come a settembre o ottobre, prima o dopo lo Slam parigino, non la scarteranno di certo.

IL SILENZIO ASSENSO DI NADAL

Tornando alla mossa rivoluzionaria francese – del resto chi più dei francesi ha la titolarità per scatenare una rivoluzione? – non c’è dubbio che in tempi di pandemia e di lotta che dovrebbe essere universalmente solidale essa è invece apparsa all’intero microcosmo tennistico come un atto assolutamente unilaterale. Anche per la tempistica e il modo in cui è stata comunicata. Che si siano preoccupati di conquistare il consenso del re del Roland Garros Rafa Nadal è stato quasi un gesto dovuto. Se Rafa gli avesse detto subito di no, la loro posizione si sarebbe fortemente indebolita. L’assenso di Nadal l’hanno raccontato Giudicelli e Forget. Il silenzio di Nadal – che almeno fino a ieri non si era pronunciato ma non aveva neanche smentito – pare interpretabile come un silenzio assenso. È criticabile allora anche l’egoismo di Rafa (che supporta anche la Davis di ITF e Piquè almeno fino a che la si gioca a Madrid)? Certo che sì, ma d’altra parte allora che dire di Federer e della sua Laver Cup che dal nulla si è accaparrata una settimana del calendario (che avrebbe fatto tanto comodo alla Coppa Davis per evitare quegli orari allucinanti del novembre scorso)? 

A pagina 2: il coraggio dei nuovi boss ATP, Roland Garros colpevole ma non troppo, le guerre di potere

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