Nel suo anno migliore, Djokovic ha perso tre volte contro Federer

Editoriali del Direttore

Nel suo anno migliore, Djokovic ha perso tre volte contro Federer

Su sei sconfitte totali tre dallo stesso giocatore non sono poche. La sconfitta di Novak Djokovic contro Roger Federer potrebbe non avere troppo peso per il serbo: in metà delle edizioni del Masters, il vincitore aveva perso almeno un incontro…

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Sono successe tante cosucce oggi. Roger Federer che batte per la terza volta Novak Djokovic nel suo anno migliore. Fognini e Bolelli che perdendo 63 62 dai Bryan perdono anche la loro chance di raggiungere le semifinali. I giornalisti inglesi furibondi per le decisioni pilatesche dell’ITF che non ha autorizzato lo sloveno Bedene, da sei anni residente nei pressi di Londra e prediletto sparring partner di Andy Murray, a giocare per la Gran Bretagna in Coppa Davis dopo averlo fatto andare fino a Praga lo scorso weekend, ma ha rinviato ogni decisione a marzo prossimo, cioè dopo il primo turno di Coppa Davis!

E Djokovic quest’anno ha perso soltanto 6 match in tutto. Gli altri tre, ricordo, sono con Karlovic a Doha, con Wawrinka in finale al Roland Garros (la sconfitta più dolorosa, così come quella di oggi per Novak è certamente la sconfitta più accettabile, quella con meno conseguenze… tant’è che Roger ha detto poco fa: “Per me Novak resta il favorito del torneo!”) e con Murray al Canadian Open. Per Djokovic era l’occasione per “scavallare”, cioè per portare finalmente in positivo il bilancio dei confronti diretti contro Federer, visto che era fermo sul 21 pari e Roger aveva sempre condotto (com’è logico che sia visto che ha 6 anni di più), ma non basterà ormai il 2015 perché questo accada. Anche se Novak dovesse vincere il suo quinto ATP Final Masters senza consentire a Federer di vincere il suo settimo.

Come dicevo sopra è una sconfitta che non gli fa troppo male, questa. Novak nel finale del secondo set, dopo aver pensato di poter cambiare il trend del match sul 2 pari del secondo set, ha riperso la battuta e poi s’è lasciato andare. Lo stesso Federer ha detto: “nel secondo set non ha giocato bene, ma non mi ha regalato la partita, credo di essermela guadagnata“. Per 21 volte in 45 edizioni di questa rassegna di fine anno chi le ha vinte aveva perso un match nel round robin. Quasi la metà insomma. Pete Sampras, Maestro 5 volte, non ha mai concluso da imbattuto! Federer invece in sei trionfi aveva ceduto una sola volta una partita, a Shanghai 2007 e da quel Fernando Mano de Piedra Gonzalez dal quale fin lì (e dopo…) non aveva mai perso e che alla fine della carriera ci avrebbe perso 12 volte su 13 per dire con un sorriso un po’ amaro: “L’unica volta che ho battuto Federer…lui poi ha vinto il torneo!”. I casi della vita. Un’altra piccola curiosità statistica segnalatami dal collega Federico Mariani: 15 volte si sono trovati in finale due giocatori che si erano affrontati già nel round robin. Otto volte chi aveva perso si è preso la rivincita. Ciò significa che i margini di superiorità fra i primissimi tennisti del mondo sono di solito così risicati che i risultati possono avere un esito assolutamente diverso sulla stessa superficie, con le stesse palle, nello stesso teatro.

 

Insomma se Djokovic non soffre più di tanto – sebbene, attenzione, Novak non potrà chiudere il proprio girone come primo, il che significa che dovrà affrontare nella migliore delle ipotesi il primo dell’altro girone (chissà come sarà contento quest’ultimo! non giocheranno mica a perdere per evitarlo come successe quella volta che Lendl non si difese minimamente contro Jimmy Connors al Madison Square Garden perché arrivando secondo nel suo girone avrebbe incontrato il più abbordabile Gene Mayer anzichè Bjorn Borg ed il calcolo fu ben ripagato: Lendl battè Mayer e perse poi in finale da Borg che aveva fatto fuori Connors…il quale dette pubblicamente di Chicken!, Vigliacco! a Ivan), Federer invece ricava da questa vittoria una bella spinta per il suo morale e la sua fiducia… dopo aver detto “Prima di questo torneo ero concentrato soprattutto su Nishikori e Berdych… ora sono già qualificato, meglio così!”. E, ribadisco, battere 3 volte su 7 un n.1 quasi imbattibile nel suo anno migliore, quando si ha 34 anni e tanti continuano a pensare che lui possa essere in declino, per Roger Federer deve essere una soddisfazione non poi così piccola. Anche se certo ne ha avute di maggiori.

Nella giornata si è purtroppo mantenuta invece la nefasta tradizione che vuole i giocatori italiani incapaci di conquistare un successo ai Masters di fine anno. Dopo Panatta nel ’75 e Barazzutti nel ’78, anche Fognini e Bolelli per ora sono a zero. Ora dovranno giocare contro Bopanna e Mergea, già qualificati per le semifinali, e speriamo che infrangano questa brutta tradizione. Certo è che contro i Bryan sono stati proprio dominati. Nel primo set hanno fatto solo due punti sul servizio dei gemelli, nel secondo hanno patito il break sùbito e sono stati sempre in difficoltà. Giocano il doppio da singolaristi, e sono i migliori singolaristi del gruppo dei presenti a questa rassegna, ma purtroppo giocando da singolaristi non si vince se si incontrano coppie come i Bryan che si appiccicano a rete e non li passi nemmeno se al posto della racchetta imbracci un bazooka. É stato un mezzo miracolo che abbiano vinto l’Australian Open (“Quella vittoria ci ha quasi obbligati a programmarci diversamente… Ma ci siamo divertiti, e dopo una serie di risultati meno buoni quella finale raggiunta nel Masters 1000 di Shanghai ci ha consentito di qualificarci e di prenderci comunque una bella soddisfazione a conclusione di un buon anno”, ha detto con grande sincerità Bolelli) e si siano poi qualificati nel finale dell’anno. Magari l’anno prossimo faranno ancor meglio, ma difficilmente snatureranno le loro caratteristiche.

IL CASO BEDENE – Mi aspetto che nella giornata di mercoledì i giornali inglesi diano ampio spazio alla vicenda che riguarda la mancata pronuncia dell’ITF sul “caso Bedene”.

Ciò perché stamani, dopo che l’ITF ha diramato il suo comunicato, erano tutti riuniti a discutere e a chiedere al media p.r. della LTA -la federtennis britannica _ se la LTA avesse intenzione o meno di reagire al comunicato, pilatesco e sibillino perché non dà alcuna spiegazione ma rinvia soltanto una decisione che poteva essere presa mesi fa, e magari non a dieci giorni da una finale di Coppa Davis che per l’appunto vede protagonisti, a Ghent, la Gran Bretagna e il Belgio.

Questa la copia del comunicato facilmente comprensibile:

Update on the Davis Cup eligibility of Aljaz Bedene

The International Tennis Federation announced today that the application by the Lawn Tennis Association of Great Britain for the granting of eligibility for Aljaz Bedene to play Davis Cup by BNP Paribas was adjourned until the next ITF Board of Directors to be held on 20-21 March 2016.

The ITF has taken this decision in order to ensure that the rights of all parties are considered. As the application has yet to be decided, the ITF will not provide any further comment on the case.

Insomma l’ITF ha di recente cambiato presidente (da Francesco Ricci Bitti all’americano David Haggerty eletto un paio di mesi fa a Santiago del Cile), ma non ha però cambiato abitudini. Ha deciso di non rispondere e di non dare spiegazioni sul caso Bedene, il tennista sloveno che da 6 anni abita poco fuori di Londra e ha ottenuto la cittadinanza britannica lo scorso 26 marzo 2015.

Aljaz Bedene, classe 1989, nato a Lubiana e n. 45 del ranking Atp, aveva chiesto in attesa della cittadinanza e del passaporto, all’ITF di poter giocare per la Gran Bretagna prima che la regola ITF cambiasse: prima cioè che venisse deciso che chiunque avesse già giocato per un altro Paese in Coppa Davis non avrebbe più potuto giocare per un altro.

In passato era stato consentito a tanti giocatori che avessero cambiato nazionalità, con una residenza pluriennale nel nuovo Paese, di poter giocare per quello anche se in precedenza si era giocato per quello di nascita.

Io ricordo che a Telford nell’83 giocò contro l’Italia per il Regno Unito Colin Dowdeswell che in precedenza aveva giocato per la Rhodesia (poi diventata Zimbabwe): Gianni Ocleppo, oggi telecronista di Eurosport, fu l’eroe di quel match perchè vinse i due singolari.

Diverso fu il caso di Martin Mulligan che non mi pare avesse mai giocato per l’Australia, lui campione degli Internazionali d’Italia per tre volte, ma – scoperto misteriosamente un nonno italiano – fu schierato in Coppa Davis dall’Italia così come i tanti “oriundi” della nazionale di calcio (Sivori, Maschio, Altafini, un elenco lunghissimo…). Ma nel tennis le polemiche furono così tante che Martino Mulligano, così ribattezzato, di incontri di Davis ne potè giocare pochissimi al fianco di Nicola Pietrangeli.

La decisione dell’ITF di cambiare regola è venuta per fermare il processo di “arruolamento” da parte di certe nazioni. Esempio i neo-kazaki “emigrati” dalla Russia per giocare per un Paese che li pagava di più. Nel caso di Golubev e Kukushkin non si è trattato di ex davismen russi, però il caso – in Davis come in Fed Cup -poteva verificarsi e forse in qualche Paese (che ora non ricordo…i lettori sono invitati a fare esempi a loro conoscenza) è accaduto soprattutto in campo femminile che qualche tennista sia passato da una bandiera all’altro senza troppi scrupoli.

Ma Bedene, oggi n. 45 del mondo, vorrebbe far valere la tempistica a suo favore, cioè l’aver richiesto la possibilità di giocare per il suo Paese di residenza (non da uno ma da sei anni), sebbene in realtà abbia giocato per la Slovenia la Coppa Davis negli anni 2010, 2011 e 2012 (e nel 2011 contro l’Italia: si ritirò contro Fognini sul 2-6 2-2, mi pare a risultato acquisito), molto prima.

Boyfriend di una pop-star slovena, Kimalie, Alyaz, classe ’89, ha allenato Andy Murrray sul campo in terra rossa coperta del Queen’s fino a giovedì scorso.

L’ITF non ha saputo prendere posizione neppure lo stesso weekend quando Bedene era stato convocato dal board a Praga, dove si giocava la finale di Fed Cup. Una presa in giro. Bastava dirgli no. Oppure sì. Motivandolo. E comunque, anche se è comprensibile che a 10 gg da una finale di Coppa Davis autorizzare un giocatore già schierato da un’altra nazione a giocare la finale avrebbe potuto suscitare le proteste dei belgi – e figuratevi se invece di un Bedene n. 45 del mondo si fosse trattato di un top-ten… – e fosse una decisione difficile da prendere, la questione era in ballo da mesi e l’ITF presieduta da Ricci Bitti non aveva mai voluto assumersi la responsabilità di prendere una decisione.

Ora la LTA sta pensando al daffarsi: protestare troppo vivacemente potrebbe voler dire rinunciare alla chance di poter ottenere una decisione favorevole fra un anno. Tuttavia rimandare la decisione dopo la conclusione del primo turno dell’edizione di Coppa Davis 2016 non ha proprio alcun senso. Perché non prima del primo turno? 

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Editoriali del Direttore

Lo so e lo so che c’è di peggio, ma è un mini-choc

Dopo 46 Wimbledon di fila, da Connors-Rosewall a Djokovic-Federer, questa cancellazione dei Championships è per me quasi come l’interruzione di un’esperienza religiosa, un piccolo trauma. Due anni interi vissuti in Church Road, mille momenti, mille ricordi indelebili

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (via Twitter. @wimbledon)

Non c’è più neanche Wimbledon. Anche i Championships che dall’edizione del 1877 vinta da Spencer Gore a oggi si erano interrotti soltanto in occasione delle prime due guerre mondiali, 1915-1918 e 1940-1945 (sul Centre Court i tedeschi nel 1940 avevano sganciato una bomba che lo aveva quasi interamente distrutto), e che dal 1946 con la vittoria del gigante francese Ivan Petra si erano disputati per 74 anni di fila… si sono dovuti arrendere al Coronavirus. Stiamo combattendo una terza guerra mondiale contro un nemico invisibile ma che non ha coinvolto soltanto alcune nazioni come le prime due guerre, ma proprio tutto il mondo. Una guerra planetaria.

Lo so bene che ci sono cose e situazioni molto più gravi di uno stop ai Championships in Church Road. Lo so bene che l’importante è la salute e che tanti, troppi l’hanno persa per sempre. Lo so bene che tante famiglie, troppe, hanno perso i loro cari e non hanno avuto nemmeno la possibilità di vederli, di star loro vicino fino all’ultimo, perfino di seppellirli e di sapere dove hanno messo i loro corpi. Lo so bene che quelle sono le vere tragedie. Lo so bene che tante famiglie continueranno a soffrire le conseguenze di questo terribile virus, nel ricordo straziante di chi non c’è più e nella difficoltà di risollevare situazioni economiche seriamente compromesse di aziende intere con i loro dipendenti, di attività familiari, di lavori perduti, di casse integrazioni umilianti, di ostacoli burocratici di tutti i tipi.

Lo so bene che posso considerarmi molto fortunato perché la mia casa è abbastanza grande da averci permesso di condividere questo mese di clausura forzata in sette persone di famiglia senza patire le difficoltà di chi si è trovato invece a vivere in spazi angusti, in condizioni disagiate e con financo difficoltà di approvvigionamento. Lo so bene che già per il solo fatto di non avere avuto sintomi – fin qui almeno – è già una gran fortuna.

 

Lo so bene che siamo in decine e decine di milioni di italiani a non avere alcuna idea se siamo positivi oppure no, o se lo siamo stati, perché il tampone non abbiamo potuto farlo, né sappiamo quando ci sarà tolta questa spada di Damocle.

Lo so bene che non avere perso nessuno dei familiari più cari e degli amici più vicini è anch’essa una grande, impagabile fortuna.

Non avrebbe quindi alcun senso, mentre ancora la pandemia infuria e nessuno sa quando potrà essere davvero sradicata del tutto – temo fino a che la scienza non ci regalerà un vaccino che ci copra anche dalle possibilità di ricadute – mostrare eccessivo dispiacere per lo sport che si ferma, in mezzo a mille attività obiettivamente più importanti e fondamentali, per il tennis che non si gioca più, né nei circoli, né nei tornei, quindi togliendoci anche la possibilità di distrarsi dai drammatici bollettini del Coronavirus almeno in TV.

Orfani del tennis – Queen’s 2019 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Lo so bene che la sopravvivenza di Ubitennis, per quanto una ventina di persone ne traggano qualche beneficio, non può essere considerata una priorità nell’emergenza nazionale.

Infatti non intendo assolutamente lamentarmi per il fatto che dodici anni di lavoro indefesso – in casa me lo chiamano più fesso che indefesso – per sviluppare questo sito di tennis in termini di credibilità giornalistica, traffico e autosufficienza economica rischino di perdere parte dell’avviamento faticosamente costruito. Ci sta e sappiamo che tanti stanno peggio perché noi abbiamo sviluppato esperienze che ci consentiranno di sopravvivere. Siamo fiduciosi se anche dovessimo perdere tutto il 2020 di tennis, di sponsor.

Ho lottato, via via con tutti i ragazzi che hanno collaborato impegnandosi tantissimo in questi anni a Ubitennis.com ma anche Ubitennis.net e Ubitennis.es, per assicurare un futuro a loro più che a me stesso ormai “âgé”- mi rifugio nei francese perché scrivere vecchio mi disturba – visto che i miei due figli hanno preso tutta un’altra strada professionale. Ma io, e credo anche loro, l’abbiamo fatto consapevoli delle difficoltà che ci sarebbero state e senza mai troppo illudersi. Ora che stavamo per tirare finalmente la testa fuori dall’acqua e cominciavamo a intravedere orizzonti più rosei, questo Coronavirus ci ha maledettamente preso in contropiede come un tweener vincente di Federer.

Vero peraltro che in questo mese di marzo Ubitennis ha retto incredibilmente bene, perché abbiamo continuato ad avere – senza tennis giocato – fra le trenta e le quarantamila visite al giorno. Per questo devo rivolgere un grande, grandissimo grazie a chiunque stia continuando a leggerci quotidianamente, nonché a tutti i collaboratori perché so che abbiamo in cascina una trentina di articoli inediti (non quindi materiale d’archivio) pronti all’uscita – tutta una serie di interviste a grandi personaggi del tennis mondiale e nazionale, una serie di video-ritratti di campioni, accompagnati da dati e aneddoti, statistiche, belle storie tennistiche i cui prodromi avete forse già visto nei giorni scorsi e una chicca in via di sviluppo: un progetto di podcast live, una storia di UbiRadio settimanale, che vogliamo far partire il prima possibile.

Tutto ciò premesso, consentitemi di dire che il sottoscritto – come invidio a Gianni Clerici di essersi per primo autonominato “lo scriba”… è così brutto definirsi il sottoscritto oppure usare la perifrasi “chi scrive” – pur consapevole di tutto il peggio che mi poteva capitare, è tuttavia un tantino turbato nel ritrovarsi chiuso in casa con la prospettiva di non andare a Wimbledon dopo averlo fatto per 46 anni di fila. Una vita insomma. Dal ‘74 a oggi, Connors batte Rosewall fino a Djokovic che cancella due match point a Federer e trionfa, non ne avevo saltata una sola edizione, un solo giorno. 92 settimane che fra giorni d’arrivo, di partenza e qualche rinvio piovoso al lunedì (più il torneo olimpico del 2012 vinto da Andy Murray) sono due anni di vita vissuta in Church Road, dal mattino presto a notte.

Wimbledon 2019 di notte (foto via Twitter, @Wimbledon)

Non so perché, ma i 46 tornei al Country Club di Montecarlo, i 48 al Foro Italico, i 44 Roland Garros (da Adriano Panatta campione nel ’76 su Harold Solomon al dodicesimo trionfo di Rafa Nadal nel 2019), mi hanno fatto meno effetto, colpito meno. Forse perché guardavo avanti, perchè il momento topico della stagione tennistica per me è rimasto nostalgicamente sempre il leggendario Wimbledon, il torneo che si gioca nel Tempio del tennis, non a caso il torneo di cui ricordo una per una e senza nessuno sforzo tutte le finali e migliaia di particolari, di aneddoti, di storie, di personaggi, di vita vissuta. Wimbledon mi mancherà incredibilmente. Avevo scritto di getto ‘terribilmente’, ma ho subito corretto perché come detto sopra, le assenze e le cose terribili sono ben altre, però per molto più di metà della mia vita per me andare a Wimbledon è stata soltanto un po’ meno esperienza religiosa che per un pellegrino recarsi ad un luogo santo. Ci sarei andato a piedi.

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Editoriali del Direttore

Impasse Coronavirus: che impatto su Federer, Venus e Serena Williams, i Bryan, Nadal, Djokovic?

Dopo i tanti ritiri dell’ultimo biennio (Berdych, Ferrer, Almagro, Baghdatis), molti ipotizzavano che nel 2020 ci fosse il canto del cigno per tante star del tennis. Giocheranno ancora nel 2021?

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Roger Federer e Rafa Nadal - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Avvertenza ai lettori. Evitino di leggerlo tutti coloro che, dopo aver letto il titolo, si appresterebbero a dire che sto, stiamo cercando di acchiappare clic. Cerchiamo semplicemente di trattare quegli argomenti che ci accorgiamo – in tempi di Coronavirus e di tennis off limits per chissà quanto tempo ancora – vengono discussi fra gli appassionati che sono bombardati da bollettini più o meno catastrofici sui contagi e ogni tanto vorrebbero anche distrarsi un po’ con qualche argomento più leggero.

Avverto subito di seguito i lettori superstiti per correttezza, o onestà intellettuale come ormai si usa dire, che non ho notizie certe sulle ipotesi che sto per fare, ma che tuttavia uso le previsioni che da più parti del microcosmo tennistico venivano fatte. Non anni fa, ma fino a pochissimo tempo fa. Direi fino alla cancellazione del torneo di Indian Wells – come vola il tempo, sembra un secolo fa! – quando sembravano ancora attendibili, attendibilissime. E tuttavia da qualche dato, da qualche aspetto curioso, da qualche considerazione che ho in testa, penso che una amichevole discussione dovrebbe poter scaturire.

Comincio con il ricordare che fra 2019 e inizio 2020, a far fronte all’inattesissimo, sorprendente, quasi inspiegabile “comeback” di Kim Cljisters si sono verificati tanti ritiri di giocatori noti, a cominciare da un paio di “sempreverdi” top-ten, David Ferrer e Tomas Berdych, per proseguire con Nicolas Almagro, Mikhail Youzhny, Marcos Baghdatis, ma anche Victor Estrella Burgos e Max Mirny. E fra le donne la più famosa è certo l’ex n.1 del mondo Maria Sharapova, ma anche Sweet Caroline Wozniacki, Dominika “Cipollina” Cibulkova. Nel 2018 aveva detto basta Tommy Haas, le nostre Francesca Schiavone, Roberta Vinci e Karin Knapp, Nadia Petrova e chissà quanti/e dimentico… aggiungete pure voi.

 

Ma cosa si prevedeva che sarebbe successo nel 2020 e oltre? Per quanti questo sarebbe stato l’anno dell’addio? Beh, i gemelloni sovrani del doppio Bryan, 42 anni il prossimo 29 aprile – Bob 119 titoli di doppio e Mike 124 – avevano annunciato che avrebbero giocato l’ultimo US Open per poi appendere la racchetta al chiodo dopo essere stati insieme n.1 del mondo di specialità per 438 settimane (ma Mike lo è stato per 506), di cui 139 consecutive: ennesimo record. Altro record: per 10 anni hanno chiuso la stagione da n.1. Potrebbero rivedere i loro piani e giocare le Finali di Davis a novembre? Anche se adesso perfino la nuova Coppa Davis rischia di saltare, sebbene a Madrid la si giochi quando più tardi non si potrebbe. Ma nessuno può giurare che l’effetto Coronavirus, che in Spagna sta imperversando quasi come in Italia, sia davvero finito, anche se tutti ce lo auguriamo.

Dai 42 anni dei Bryan, andando a ritroso dai più anziani e soffermandosi sugli ex n.1 ecco Venus Ebony Williams. Il 17 giugno Venus compierà 40 anni. Pur avendo vinto 7 Slam (in 16 finali), fra cui 5 Wimbledon, Venus è stata n.1 del mondo in tre occasioni ma complessivamente soltanto per 11 settimane, una differenza enorme con Serena che lo è stata per 319 (9 più di Roger Federer!) e certo gliene ha sottratta più d’una. Beh Venus mi aveva fatto intendere un anno fa che il suo obiettivo era partecipare ancora una ultima volta alle Olimpiadi. Già medagliata d’oro 4 volte (come soltanto la sorella Serena) con un oro in singolo e tre in doppio (più una medaglia d’argento in doppio misto. Record per il tennis, a pari merito con
Kitty McKane Godfree), lei che era già la sola tennista a potersi vantare di aver vinto una medaglia in 4 Olimpiadi diverse (da Sydney 2000 in poi), se fosse riuscita a vincere un’altra medaglia anche a Tokyo avrebbe stabilito un record probabilmente imbattibile. In 14 finali di Slam in doppio femminile lei e Serena non ne hanno persa una.

Le due sconfitte patite con una ragazzina che avrebbe tranquillamente potuto essere sua figlia, la quindicenne Coco Gauff in due Slam, Wimbledon e Australian Open, non l’hanno turbata al punto da dichiararsi pronta al ritiro, però anche se la classifica “ghiacciata” dal virus la vede oggi e per chissà quanto soltanto n.67 del mondo, io confesso che sarei molto ma molto sorpreso se con le Olimpiadi slittate al 2021 Venus non avesse già detto “no mas”. Oltretutto riguardo a Tokyo 2020 da disputare nel 2021 – i giapponesi non vogliono buttare a mare i loghi e tutto il materiale pubblicitario contrassegnato dal 2020 – non si sa ancora quale possa essere la data. Chi dice giugno (quando ci saranno europei di calcio, Giro d’Italia, per citare i primi eventi che mi vengono a mente…), chi dice marzo, quando per almeno uno dei due Masters 1000, Indian Wells oppure Miami si tratterebbe di un nuovo disastro, chi dice la stessa data che era stata programmata per quest’anno.

Venus Williams – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

A PAGINA 2: CI SARANNO ROGER FEDERER E SERENA NEL 2021?

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Editoriali del Direttore

Il caos provocato dal Roland Garros e le possibili ritorsioni di ATP e WTA

Francesi colpevoli ma non troppo. Roma e Italian Open alla finestra. Anche Rafa Nadal egoista? Ma allora Roger Federer? Gaudenzi e Calvelli malcapitati coraggiosi. Non è la prima guerra nel tennis

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I trofei del Roland Garros (foto via Twitter, @rolandgarros)

La mossa a sorpresa dei francesi, con il rinvio del Roland Garros al mese di settembre, in barba a cinque tornei fra ATP e WTA e alla Laver Cup, non poteva non scatenare un putiferio di reazioni. Non è pensabile che il presidente della federtennis, il francese (corso come Napoleone) Giudicelli e il direttore del torneo Guy Forget non se lo aspettassero. Hanno voluto mettere il cappello sulla prima data valida e sono andati dritti per la loro strada, pensando che sì… gli altri centri di potere del tennis non avrebbero gradito, ma magari tanti giocatori sì, perché soprattutto quelli che non sono invitati a Boston per la Laver Cup, a uno Slam non rinunciano tanto volentieri. Solo gli Slam garantiscono – quale più quale meno – intorno ai 40.000 euro a chi perde al primo turno.

IL (SOLITO) PROBLEMA DEL CALENDARIO

Come ho scritto pochi minuti dopo aver appreso l’annuncio-bomba, concordando abbastanza con la terminologia con cui si è espresso Vasek Pospisil (che però aveva torto nel dire che nessuno era stato interpellato), è stata una dichiarazione egoistica, menefreghista, arrogante per il modo molto francese di comunicarla. Ed è stata o una sorta di guerra a tutto l’establishment dei centri di potere che governano il tennis, oppure – nel migliore dei casi – una aperta provocazione volta a raggiungere l’obiettivo di una ristrutturazione del calendario. Una ristrutturazione che tutti quegli stessi organismi che gestiscono il tennis invocano da sempre, ma ciascuno vorrebbe gestirlo in modo da fare gli interessi propri. E così l’accordo non si è mai raggiunto.

LE POSSIBILI RITORSIONI DEI GIOCATORI

Magari lo scacco dei francesi a ATP, WTA, Australian Open e USTA – più che a Wimbledon che mantiene sempre un certo distacco, noblesse oblige frase francese che gli inglesi impersonano meglio – si rivolterà contro gli stessi francesi come un boomerang, nel cui lancio soprattutto gli australiani sono grandi maestri. Le “ritorsioni” dei giocatori, ATP come WTA, potrebbero rivelarsi di vario tipo.

La prima: boicottare in massa il Roland Garros settembrino. La seconda (dopo aver constatato di non poter riuscire a conquistare un’unanimità sindacale tipo Wimbledon 1973 perché molti giocatori premerebbero per giocare ugualmente uno Slam dopo aver subito già troppe cancellazioni per via del Coronavirus; fra questi Andrey Rublev è stato chiaro: “Meglio giocare uno Slam che rinunciarvi. Noi non abbiamo stipendi. Ma montepremi.Se non si gioca non si guadagna”): togliere i punti ATP a chi gioca il Roland Garros a settembre. La terza: minacciare di toglierli anche nel maggio 2021 (ipotesi che potrebbe non dispiacere anche agli altri tre Slam). La quarta: cancellare il Masters 1000 di Bercy che appartiene alla stessa federazione francese, regalando ad un’altra città l’ambita data.

 

GLI ALLEATI DI PARIGI

Parigi e la federtennis francese potrebbero trovare, d’altro canto, insperati alleati in quei tornei della stagione “rossa” che il Coronavirus ha cancellato e dei quali l’eventuale rinvio delle Olimpiadi, dei Masters 1000 di Canada e Cincinnati nonché al limite dello stesso US Open – chi può sapere come sarà messa la Grande Mela a fine agosto? – potrebbe favorire la insperata resurrezione. All’insegna del detto latino più cinico fra tutti, mors tua vita mea. E allora ecco che Roma – se di nuovo città aperta – e altre sedi di cancellati tornei sulla terra battuta potrebbero rifarsi sotto, ben felici – anche dopo aver pensato il peggio sulla mossa di Giudicelli e Forget – di far da prologo al Roland Garros settembrino. Molto meno probabile mi pare l’ipotesi di un Torino o Milano indoor che a novembre, di concerto con l’ATP, cancellasse l’ATP Next Gen o sostituisse Bercy…

Oggi è in programma una riunione in videoconferenza del consiglio della Federtennis. Scommetterei che verrà assunta una posizione pilatesca, d’attesa. Del tipo: noi ci siamo, se ci date uno slot siamo pronti ad occuparlo. Non mi aspetto nessuna condanna nei confronti dei francesi. Semplicemente perché anche i nostri Machiavelli se intravedranno una opportunità di disputare il torneo più in qua, ad agosto come a settembre o ottobre, prima o dopo lo Slam parigino, non la scarteranno di certo.

IL SILENZIO ASSENSO DI NADAL

Tornando alla mossa rivoluzionaria francese – del resto chi più dei francesi ha la titolarità per scatenare una rivoluzione? – non c’è dubbio che in tempi di pandemia e di lotta che dovrebbe essere universalmente solidale essa è invece apparsa all’intero microcosmo tennistico come un atto assolutamente unilaterale. Anche per la tempistica e il modo in cui è stata comunicata. Che si siano preoccupati di conquistare il consenso del re del Roland Garros Rafa Nadal è stato quasi un gesto dovuto. Se Rafa gli avesse detto subito di no, la loro posizione si sarebbe fortemente indebolita. L’assenso di Nadal l’hanno raccontato Giudicelli e Forget. Il silenzio di Nadal – che almeno fino a ieri non si era pronunciato ma non aveva neanche smentito – pare interpretabile come un silenzio assenso. È criticabile allora anche l’egoismo di Rafa (che supporta anche la Davis di ITF e Piquè almeno fino a che la si gioca a Madrid)? Certo che sì, ma d’altra parte allora che dire di Federer e della sua Laver Cup che dal nulla si è accaparrata una settimana del calendario (che avrebbe fatto tanto comodo alla Coppa Davis per evitare quegli orari allucinanti del novembre scorso)? 

A pagina 2: il coraggio dei nuovi boss ATP, Roland Garros colpevole ma non troppo, le guerre di potere

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