Novak Djokovic e Roger Federer la finale più giusta e più attesa

Editoriali del Direttore

Novak Djokovic e Roger Federer la finale più giusta e più attesa

ATP FINALS – Ha impressionato in semifinale più Novak Djokovic che Roger Federer, ma forse è colpa dei loro avversari. Un Rafa Nadal timoroso (che fine ha fatto il suo dritto?) e un Stan Wawrinka distratto (o complessato?) dal 4-2 in poi.

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Sembrava scritto che sarebbero stati Novak Djokovic e Roger Federer a giocare questa domenica la finale di questo Masters.

Per inciso oggi non c’è stato uno fra Stan Smith, Jan Kodes, Ilie Nastase, Harold Solomon, Manolo Orantes, Zeljko Franulovic che non abbia chiamato ancora questo evento Masters anziché Atp World Tour Finals, nonostante fossero ospiti dell’ATP e del CEO dell’ATP Chris Kermode che era lì presente.

Il motivo per cui l’ATP è stata costretta a cambiare il nome all’evento, a suo tempo, dipese dal fatto che Ray Benton, direttore del torneo quando lo si giocava al Madison Square Garden, brevettò quel marchio e avrebbe voluto rivenderlo a peso d’oro all’Atp che non si piegò mai al “ricatto”.

 

Poi l’Atp ha potuto usare la parola Masters per i suoi tornei – oggi i 1000, prima i Super Nine etcetera – perché il brevetto di Benton era valido per un torneo con quelle caratteristiche, gli otto migliori dell’anno, a fine stagione, i gironi eliminatori.

Gli attuali Masters 1000 non hanno nulla a che vedere con la formula delle attuali finali. Però nel gergo degli addetti ai lavori, dei tennisti, questo è e resta il vero Masters, qualunque sforzo faccia l’ATP per comunicarlo in modo diverso.

E dunque Novak Djokovic giocherà la sua quinta finale, dopo averne vinte quattro su quattro (in realtà tre su quattro …), e Roger Federer la sua decima dopo averne vinte sei. Ma non ne ha perse tre bensì due, perché un anno fa dopo la disfida fratricida con Wawrinka, vendicata stasera, Roger non scese in campo contro Djokovic.

Pensavo che Wawrinka avrebbe lottato di più con Federer, anche se Stan dice “Roger ha il gioco perfetto per battermi”, e mai mi sarei aspettato che avanti 4-2 nel primo set cedesse 8 dei successivi 9 games.

Insomma quest’anno le due semifinali si sono esaurite in due set. Lo scorso anno finirono entrambe in tre (anche se quella fra Djokovic e Nishikori davvero non entusiasmò 61 36 60) e il derby svizzero fu di gran lunga il miglior match.

Quest’anno curiosamente il match migliore è stato forse quello che non contava nulla, Nadal-Ferrer, (di una testa sopra Federer-Nishikori) dopo una serie di partite piuttosto modeste.

Djokovic ha conquistato così la sua quindicesima finale consecutiva e chissà quanto rimpiangerà di aver perso a Doha nei quarti da Karlovic ad inizio anno, perché altrimenti avrebbe stabilito un record insuperabile.

Lungo il cammino ha battuto anche 30 top-ten in questo 2015 che “resterà il mio miglior anno anche se dovessi perdere la finale”.

La supremazia di Djokovic su Nadal oggi mi è parsa… terrificante. Terrificante per Nadal. Perché se Djokovic serve soltanto il 47% di prime palle, quindi meno di una ogni due servizi, e un tennista come Rafa non riesce a strappargli più di 3 punti su 19, beh sono due le cose che posso pensare: a) che Djokovic ha una seconda di servizio sempre diversa, assolutamente rispettabile, difficile da attaccare; b) che Nadal si è perso il dritto per strada, perché su una seconda di servizio devi riuscire a mettergli pressione, a tirare subito qualche vincente, a fare qualche punto se non al primo scambio almeno al secondo.

Niente di tutto questo. È vero che Djokovic nel 2011 vinse 7 partite di fila e che nel 2012-2013 Nadal gli restituì la pariglia (6 vittorie su 7), e che ora il fatto che Novak abbia vinto 8 delle ultime 9 partite potrebbe far pensare che sia soprattutto – come ha cercato di spiegare Novak rispondendo a questa mia perplessità “Com’è possibile che succedano serie come queste?”- “un problema di cicli”. È abbastanza normale. In termini di rivalità è la più grande che c’è stata in questo sport perchè abbiamo giocato 46 volte e continuiamo ad andare avanti. È normale che ci siano periodi in cui ‘il momentum’ è di un giocatore e poi passa ad un altro. Non c’è una spiegazione razionale, per dimostrare perché se un giocatore vince due partite di  fila su un avversario si costruisce un vantaggio psicologico… oggi riuscivo a fare quasi tutte le cose che volevo provare a fare“.

Ma parlando con diversi campioni del passato, con i quali ho registrato gli audio che spero avrete provato a sentire (quasi tutti quelli citati all’inizio di quest’articolo), diversi hanno sottolineato un Nadal che gioca corto, che non prende più un vero rischio con il dritto che una volta era un’arma letale, che non azzarda una risposta.

Jan Kodes ha criticato in particolare la lentezza della superficie e delle palle sostenendo che “questo tennis è noioso, ha bisogno di diventare più rapido”. Kodes, lo scrivo per i più giovani che non l’hanno visto o…studiato, è un tipo che è arrivato in finale sull’erba allo US open quando si giocava a Forest Hills e ha vinto Wimbledon nel ’73 quando 78 dei primi 83 tennisti del mondo boicottarono il torneo in segno di solidarietà con lo jugoslavo Nikk Pilic che era stato squalificato dalla sua federazione per aver preferito giocare un torneo piuttosto che un match di Coppa Davis.

Non è che Kodes fosse un attaccante. Giocava anzi certamente meglio dal fondocampo. Aveva un magnifico rovescio. Anche se sapeva esprimersi su tutte le superfici il fatto che uno con le sue caratteristiche tecniche dica che il tennis dovrebbe essere “velocizzato” fa riflettere.

Gli audio con Manolo Orantes e con Ilie Nastase sono in italiano perché Ilie che ha vinto il Masters 4 volte e Manolo che lo ha vinto una (“e non me lo aspettavo, non ero giocatore da tennis indoor, quel tennis indoor”) parlano bene la nostra lingua. Con Orantes abbiamo parlato delle sue sfide con Panatta e anche naturalmente di Nadal. Mi pare che le cose che ha detto su Rafa siano particolarmente interessanti.

È vero che questa superficie danneggia gli effetti del su top-spin, però è impressionante come giochi corto, quasi che avesse perso la forza nel braccio.

Nadal che all’US open perde da Fognini dopo essere stato due set in vantaggio non è Nadal” ha detto fra l’altro Manolo “e questo senza togliere nulla a Fognini che è un giocatore di talento”. A questo punto l’ho interrotto e gli ho chiesto che cosa pensasse di Fognini e…andate a sentirvi l’audio (sennò perché mi dovrei affannare così tanto per poi trascrivere tutto quel che viene detto?)

Aggiungo una sola cosa di quanto mi ha detto Manolo:  Quando battei Santana, che era un idolo, un’icona in Spagna e io avevo solo 17 anni, ricordo che molti mi avvicinarono dicendomi: ‘Fra due anni giocherai sempre più spesso a questo livello’ e io dissi: ‘Ma perché devo aspettare due anni? Se ho già giocato così vuol dire che sono capace di giocare così e se ne sono stato capace oggi devo solo allenarmi per giocare sempre cosìCi vuole la mentalità giusta per diventare  campioni”. Il campione non è quello che gioca in maniera fantastica un giorno. È quello che riesce a giocarci con grande continuità. Più sempre che raramente.

Certo è che nei giorni scorsi Rafa mi era sembrato in ripresa e oggi invece mi è parso lontano anni luce da Djokovic. “È quasi imbattibile” ha detto Rafa.

Può essere che sia così. La finale con Federer sarà un bel test, con questo Federer che contro Wawrinka, anche se si è trovato sotto per 4-2 nel primo set era sembrato in ripresa, era venuto a rete sul proprio servizio 3 volte nel primo game e altre 3 nel terzo (forse ho segnato qui una volta di troppo nei miei appunti-geroglifici …dove non c’è il replay). Se ho sbagliato, in eccesso, chiedo venia.

Ma, ecco, quando Federer ha avuto il suo anno nero, si è messo di buzzo buono, si è allenato più intensamente – anche lui che credeva di non averne troppo bisogno, avendo sempre confidato nell’innato talento – con Paganini, con il suo team, poi con Stefan Edberg e si è ingegnato a cambiare qualcosa, a venire a rete più spesso fino a quest’estate a Cincinnati quando ha sperimentato l’ormai celebre SABR.

Idem Djokovic che stasera ha spiegato: “Sono riuscito negli anni a migliorare il passaggio da una situazione di difesa ad una di offesa. Il mio servizio è migliorato, non in termini di velocità, ma di precisione e accuratezza. E dalla prima di battuta oggi ho ricavato diversi punti gratuiti (cioè senza fare troppo sforzo)…. E sui punti giocati con la “seconda” servita comunque bene, quando nel secondo set è un po’ calata la mia percentuale, ho retto molto bene da fondocampo. Soprattutto il mio primissimo colpo ha funzionato benissimo”.

Insomma, vedete amici, che i più forti del mondo e del momento non cessano di studiare, di lavorare, di pensare a cosa devono fare. La sensazione è che Nadal si sia un po’ fermato, non abbia cercato le contromisure ad un tennis, il suo, che non basta più per contrastare un Djokovic intrattabile.

Quando gli hanno chiesto se potesse essere un problema “mentale” Rafa ha detto, esprimendo un concetto abbastanza condivisibile: “Quando un altro giocatore ti è superiore nei colpi si finisce spesso per buttarla sul mentale…ma il fatto è che se uno gioca meglio, come oggi e quest’anno Djokovic, non c’è mentale che tenga”.

Vero, ma anche vero – come dicevo – che Rafa deve imparare a prendersi più rischi. Non può accontentarsi di rispondere a metà campo. Così come Roger Federer non poteva accontentarsi di rispondere bloccando il polso all’atto di giocare il rovescio. Oggi, sarà anche per via della racchetta con l’ovale allargato, tante volte prova a giocare d’incontro, a coprire il rovescio e ad anticipare l’avversario che se ha messo tutto il corpo nell’esecuzione del servizio non fa a tempo a rialzarsi e a preparare il colpo successivo. Non tutti sono Djokovic che è un elastico e che proprio, come ha spiegato lui stesso, dall’esecuzione del servizio si riprende alla grande e spara subito un primo colpo che gli consente di dettare lo scambio.

Vabbè, vedremo che cosa succederà nella finale. Io vedo favorito Djokovic a dispetto di quanto accaduto nel girone eliminatorio e nonostante Federr abbia detto: “Ha un suo peso, perchè possiamo tutti e due guardare cosa ha funzionato e cosa no. Stesso campo, stesso condizioni, stesso posto, non è come aver giocato una settimana prima in un’altra posto… a me dà un po’ di fiducia, a lui questa finale consente una seconda chance”.

La penso come Federer quando ha aggiunto: Credo che la sua fiducia sia più forte della mia considerando tutti i successi che ha avuto quest’anno”.

Se Roger dovesse vincere scavalcherebbe Andy Murray al secondo posto delle classifiche mondiali. Ma Murray potrebbe riprenderselo vincendo i suoi singolari in Coppa Davis (un regolamento assurdo glielo consentirebbe). Essere n.2 e non n.3 può essere importante soprattutto per essere testa di serie n.2 a Melbourne e quindi evitare il pericolo pubblico Djokovic almeno fino alla finale.

A proposito della Davis devo dire che tutte le notizie che rimbalzano da Bruxelles, e il “coprifuoco” che è in atto nella capitale belga per presunti attacchi terroristici,  non tranquillizza certo nessuno, nè i giocatori britannici – la Gran Bretagna è nel mirino dell’ISIS – né quelli belgi chiamati ad esibirsi in uno stadio…quando le autorità belghe sconsigliano ogni genere di assembramento per concerti e manifestazioni musicali. Pare si stia pensando di far sospendere anche le partite di calcio.

Oltre ai giocatori, che hanno grandi motivazioni per essere presente, ci sono anche gli spettatori. E, ultimi nell’interesse generale, anche noi giornalisti.

Ho prenotato da tempo il treno da Londra sotto la Manica per Bruxelles, da dove dovrò passare mercoledì prossimo per raggiungere Gent. Per me non sono in palio né milioni di dollari né gloria imperitura come è invece il caso per Andy Murray suo fratello Jamie, Goffin e soci.Voi ci andreste? La mia famiglia non vorrebbe. Mi dicono: ma vuoi proprio andartela a cercare?  Io penso che ci andrò lo stesso.


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Editoriali del Direttore

Lo so e lo so che c’è di peggio, ma è un mini-choc

Dopo 46 Wimbledon di fila, da Connors-Rosewall a Djokovic-Federer, questa cancellazione dei Championships è per me quasi come l’interruzione di un’esperienza religiosa, un piccolo trauma. Due anni interi vissuti in Church Road, mille momenti, mille ricordi indelebili

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (via Twitter. @wimbledon)

Non c’è più neanche Wimbledon. Anche i Championships che dall’edizione del 1877 vinta da Spencer Gore a oggi si erano interrotti soltanto in occasione delle prime due guerre mondiali, 1915-1918 e 1940-1945 (sul Centre Court i tedeschi nel 1940 avevano sganciato una bomba che lo aveva quasi interamente distrutto), e che dal 1946 con la vittoria del gigante francese Ivan Petra si erano disputati per 74 anni di fila… si sono dovuti arrendere al Coronavirus. Stiamo combattendo una terza guerra mondiale contro un nemico invisibile ma che non ha coinvolto soltanto alcune nazioni come le prime due guerre, ma proprio tutto il mondo. Una guerra planetaria.

Lo so bene che ci sono cose e situazioni molto più gravi di uno stop ai Championships in Church Road. Lo so bene che l’importante è la salute e che tanti, troppi l’hanno persa per sempre. Lo so bene che tante famiglie, troppe, hanno perso i loro cari e non hanno avuto nemmeno la possibilità di vederli, di star loro vicino fino all’ultimo, perfino di seppellirli e di sapere dove hanno messo i loro corpi. Lo so bene che quelle sono le vere tragedie. Lo so bene che tante famiglie continueranno a soffrire le conseguenze di questo terribile virus, nel ricordo straziante di chi non c’è più e nella difficoltà di risollevare situazioni economiche seriamente compromesse di aziende intere con i loro dipendenti, di attività familiari, di lavori perduti, di casse integrazioni umilianti, di ostacoli burocratici di tutti i tipi.

Lo so bene che posso considerarmi molto fortunato perché la mia casa è abbastanza grande da averci permesso di condividere questo mese di clausura forzata in sette persone di famiglia senza patire le difficoltà di chi si è trovato invece a vivere in spazi angusti, in condizioni disagiate e con financo difficoltà di approvvigionamento. Lo so bene che già per il solo fatto di non avere avuto sintomi – fin qui almeno – è già una gran fortuna.

 

Lo so bene che siamo in decine e decine di milioni di italiani a non avere alcuna idea se siamo positivi oppure no, o se lo siamo stati, perché il tampone non abbiamo potuto farlo, né sappiamo quando ci sarà tolta questa spada di Damocle.

Lo so bene che non avere perso nessuno dei familiari più cari e degli amici più vicini è anch’essa una grande, impagabile fortuna.

Non avrebbe quindi alcun senso, mentre ancora la pandemia infuria e nessuno sa quando potrà essere davvero sradicata del tutto – temo fino a che la scienza non ci regalerà un vaccino che ci copra anche dalle possibilità di ricadute – mostrare eccessivo dispiacere per lo sport che si ferma, in mezzo a mille attività obiettivamente più importanti e fondamentali, per il tennis che non si gioca più, né nei circoli, né nei tornei, quindi togliendoci anche la possibilità di distrarsi dai drammatici bollettini del Coronavirus almeno in TV.

Orfani del tennis – Queen’s 2019 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Lo so bene che la sopravvivenza di Ubitennis, per quanto una ventina di persone ne traggano qualche beneficio, non può essere considerata una priorità nell’emergenza nazionale.

Infatti non intendo assolutamente lamentarmi per il fatto che dodici anni di lavoro indefesso – in casa me lo chiamano più fesso che indefesso – per sviluppare questo sito di tennis in termini di credibilità giornalistica, traffico e autosufficienza economica rischino di perdere parte dell’avviamento faticosamente costruito. Ci sta e sappiamo che tanti stanno peggio perché noi abbiamo sviluppato esperienze che ci consentiranno di sopravvivere. Siamo fiduciosi se anche dovessimo perdere tutto il 2020 di tennis, di sponsor.

Ho lottato, via via con tutti i ragazzi che hanno collaborato impegnandosi tantissimo in questi anni a Ubitennis.com ma anche Ubitennis.net e Ubitennis.es, per assicurare un futuro a loro più che a me stesso ormai “âgé”- mi rifugio nei francese perché scrivere vecchio mi disturba – visto che i miei due figli hanno preso tutta un’altra strada professionale. Ma io, e credo anche loro, l’abbiamo fatto consapevoli delle difficoltà che ci sarebbero state e senza mai troppo illudersi. Ora che stavamo per tirare finalmente la testa fuori dall’acqua e cominciavamo a intravedere orizzonti più rosei, questo Coronavirus ci ha maledettamente preso in contropiede come un tweener vincente di Federer.

Vero peraltro che in questo mese di marzo Ubitennis ha retto incredibilmente bene, perché abbiamo continuato ad avere – senza tennis giocato – fra le trenta e le quarantamila visite al giorno. Per questo devo rivolgere un grande, grandissimo grazie a chiunque stia continuando a leggerci quotidianamente, nonché a tutti i collaboratori perché so che abbiamo in cascina una trentina di articoli inediti (non quindi materiale d’archivio) pronti all’uscita – tutta una serie di interviste a grandi personaggi del tennis mondiale e nazionale, una serie di video-ritratti di campioni, accompagnati da dati e aneddoti, statistiche, belle storie tennistiche i cui prodromi avete forse già visto nei giorni scorsi e una chicca in via di sviluppo: un progetto di podcast live, una storia di UbiRadio settimanale, che vogliamo far partire il prima possibile.

Tutto ciò premesso, consentitemi di dire che il sottoscritto – come invidio a Gianni Clerici di essersi per primo autonominato “lo scriba”… è così brutto definirsi il sottoscritto oppure usare la perifrasi “chi scrive” – pur consapevole di tutto il peggio che mi poteva capitare, è tuttavia un tantino turbato nel ritrovarsi chiuso in casa con la prospettiva di non andare a Wimbledon dopo averlo fatto per 46 anni di fila. Una vita insomma. Dal ‘74 a oggi, Connors batte Rosewall fino a Djokovic che cancella due match point a Federer e trionfa, non ne avevo saltata una sola edizione, un solo giorno. 92 settimane che fra giorni d’arrivo, di partenza e qualche rinvio piovoso al lunedì (più il torneo olimpico del 2012 vinto da Andy Murray) sono due anni di vita vissuta in Church Road, dal mattino presto a notte.

Wimbledon 2019 di notte (foto via Twitter, @Wimbledon)

Non so perché, ma i 46 tornei al Country Club di Montecarlo, i 48 al Foro Italico, i 44 Roland Garros (da Adriano Panatta campione nel ’76 su Harold Solomon al dodicesimo trionfo di Rafa Nadal nel 2019), mi hanno fatto meno effetto, colpito meno. Forse perché guardavo avanti, perchè il momento topico della stagione tennistica per me è rimasto nostalgicamente sempre il leggendario Wimbledon, il torneo che si gioca nel Tempio del tennis, non a caso il torneo di cui ricordo una per una e senza nessuno sforzo tutte le finali e migliaia di particolari, di aneddoti, di storie, di personaggi, di vita vissuta. Wimbledon mi mancherà incredibilmente. Avevo scritto di getto ‘terribilmente’, ma ho subito corretto perché come detto sopra, le assenze e le cose terribili sono ben altre, però per molto più di metà della mia vita per me andare a Wimbledon è stata soltanto un po’ meno esperienza religiosa che per un pellegrino recarsi ad un luogo santo. Ci sarei andato a piedi.

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Editoriali del Direttore

Impasse Coronavirus: che impatto su Federer, Venus e Serena Williams, i Bryan, Nadal, Djokovic?

Dopo i tanti ritiri dell’ultimo biennio (Berdych, Ferrer, Almagro, Baghdatis), molti ipotizzavano che nel 2020 ci fosse il canto del cigno per tante star del tennis. Giocheranno ancora nel 2021?

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Roger Federer e Rafa Nadal - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Avvertenza ai lettori. Evitino di leggerlo tutti coloro che, dopo aver letto il titolo, si appresterebbero a dire che sto, stiamo cercando di acchiappare clic. Cerchiamo semplicemente di trattare quegli argomenti che ci accorgiamo – in tempi di Coronavirus e di tennis off limits per chissà quanto tempo ancora – vengono discussi fra gli appassionati che sono bombardati da bollettini più o meno catastrofici sui contagi e ogni tanto vorrebbero anche distrarsi un po’ con qualche argomento più leggero.

Avverto subito di seguito i lettori superstiti per correttezza, o onestà intellettuale come ormai si usa dire, che non ho notizie certe sulle ipotesi che sto per fare, ma che tuttavia uso le previsioni che da più parti del microcosmo tennistico venivano fatte. Non anni fa, ma fino a pochissimo tempo fa. Direi fino alla cancellazione del torneo di Indian Wells – come vola il tempo, sembra un secolo fa! – quando sembravano ancora attendibili, attendibilissime. E tuttavia da qualche dato, da qualche aspetto curioso, da qualche considerazione che ho in testa, penso che una amichevole discussione dovrebbe poter scaturire.

Comincio con il ricordare che fra 2019 e inizio 2020, a far fronte all’inattesissimo, sorprendente, quasi inspiegabile “comeback” di Kim Cljisters si sono verificati tanti ritiri di giocatori noti, a cominciare da un paio di “sempreverdi” top-ten, David Ferrer e Tomas Berdych, per proseguire con Nicolas Almagro, Mikhail Youzhny, Marcos Baghdatis, ma anche Victor Estrella Burgos e Max Mirny. E fra le donne la più famosa è certo l’ex n.1 del mondo Maria Sharapova, ma anche Sweet Caroline Wozniacki, Dominika “Cipollina” Cibulkova. Nel 2018 aveva detto basta Tommy Haas, le nostre Francesca Schiavone, Roberta Vinci e Karin Knapp, Nadia Petrova e chissà quanti/e dimentico… aggiungete pure voi.

 

Ma cosa si prevedeva che sarebbe successo nel 2020 e oltre? Per quanti questo sarebbe stato l’anno dell’addio? Beh, i gemelloni sovrani del doppio Bryan, 42 anni il prossimo 29 aprile – Bob 119 titoli di doppio e Mike 124 – avevano annunciato che avrebbero giocato l’ultimo US Open per poi appendere la racchetta al chiodo dopo essere stati insieme n.1 del mondo di specialità per 438 settimane (ma Mike lo è stato per 506), di cui 139 consecutive: ennesimo record. Altro record: per 10 anni hanno chiuso la stagione da n.1. Potrebbero rivedere i loro piani e giocare le Finali di Davis a novembre? Anche se adesso perfino la nuova Coppa Davis rischia di saltare, sebbene a Madrid la si giochi quando più tardi non si potrebbe. Ma nessuno può giurare che l’effetto Coronavirus, che in Spagna sta imperversando quasi come in Italia, sia davvero finito, anche se tutti ce lo auguriamo.

Dai 42 anni dei Bryan, andando a ritroso dai più anziani e soffermandosi sugli ex n.1 ecco Venus Ebony Williams. Il 17 giugno Venus compierà 40 anni. Pur avendo vinto 7 Slam (in 16 finali), fra cui 5 Wimbledon, Venus è stata n.1 del mondo in tre occasioni ma complessivamente soltanto per 11 settimane, una differenza enorme con Serena che lo è stata per 319 (9 più di Roger Federer!) e certo gliene ha sottratta più d’una. Beh Venus mi aveva fatto intendere un anno fa che il suo obiettivo era partecipare ancora una ultima volta alle Olimpiadi. Già medagliata d’oro 4 volte (come soltanto la sorella Serena) con un oro in singolo e tre in doppio (più una medaglia d’argento in doppio misto. Record per il tennis, a pari merito con
Kitty McKane Godfree), lei che era già la sola tennista a potersi vantare di aver vinto una medaglia in 4 Olimpiadi diverse (da Sydney 2000 in poi), se fosse riuscita a vincere un’altra medaglia anche a Tokyo avrebbe stabilito un record probabilmente imbattibile. In 14 finali di Slam in doppio femminile lei e Serena non ne hanno persa una.

Le due sconfitte patite con una ragazzina che avrebbe tranquillamente potuto essere sua figlia, la quindicenne Coco Gauff in due Slam, Wimbledon e Australian Open, non l’hanno turbata al punto da dichiararsi pronta al ritiro, però anche se la classifica “ghiacciata” dal virus la vede oggi e per chissà quanto soltanto n.67 del mondo, io confesso che sarei molto ma molto sorpreso se con le Olimpiadi slittate al 2021 Venus non avesse già detto “no mas”. Oltretutto riguardo a Tokyo 2020 da disputare nel 2021 – i giapponesi non vogliono buttare a mare i loghi e tutto il materiale pubblicitario contrassegnato dal 2020 – non si sa ancora quale possa essere la data. Chi dice giugno (quando ci saranno europei di calcio, Giro d’Italia, per citare i primi eventi che mi vengono a mente…), chi dice marzo, quando per almeno uno dei due Masters 1000, Indian Wells oppure Miami si tratterebbe di un nuovo disastro, chi dice la stessa data che era stata programmata per quest’anno.

Venus Williams – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

A PAGINA 2: CI SARANNO ROGER FEDERER E SERENA NEL 2021?

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Editoriali del Direttore

Il caos provocato dal Roland Garros e le possibili ritorsioni di ATP e WTA

Francesi colpevoli ma non troppo. Roma e Italian Open alla finestra. Anche Rafa Nadal egoista? Ma allora Roger Federer? Gaudenzi e Calvelli malcapitati coraggiosi. Non è la prima guerra nel tennis

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I trofei del Roland Garros (foto via Twitter, @rolandgarros)

La mossa a sorpresa dei francesi, con il rinvio del Roland Garros al mese di settembre, in barba a cinque tornei fra ATP e WTA e alla Laver Cup, non poteva non scatenare un putiferio di reazioni. Non è pensabile che il presidente della federtennis, il francese (corso come Napoleone) Giudicelli e il direttore del torneo Guy Forget non se lo aspettassero. Hanno voluto mettere il cappello sulla prima data valida e sono andati dritti per la loro strada, pensando che sì… gli altri centri di potere del tennis non avrebbero gradito, ma magari tanti giocatori sì, perché soprattutto quelli che non sono invitati a Boston per la Laver Cup, a uno Slam non rinunciano tanto volentieri. Solo gli Slam garantiscono – quale più quale meno – intorno ai 40.000 euro a chi perde al primo turno.

IL (SOLITO) PROBLEMA DEL CALENDARIO

Come ho scritto pochi minuti dopo aver appreso l’annuncio-bomba, concordando abbastanza con la terminologia con cui si è espresso Vasek Pospisil (che però aveva torto nel dire che nessuno era stato interpellato), è stata una dichiarazione egoistica, menefreghista, arrogante per il modo molto francese di comunicarla. Ed è stata o una sorta di guerra a tutto l’establishment dei centri di potere che governano il tennis, oppure – nel migliore dei casi – una aperta provocazione volta a raggiungere l’obiettivo di una ristrutturazione del calendario. Una ristrutturazione che tutti quegli stessi organismi che gestiscono il tennis invocano da sempre, ma ciascuno vorrebbe gestirlo in modo da fare gli interessi propri. E così l’accordo non si è mai raggiunto.

LE POSSIBILI RITORSIONI DEI GIOCATORI

Magari lo scacco dei francesi a ATP, WTA, Australian Open e USTA – più che a Wimbledon che mantiene sempre un certo distacco, noblesse oblige frase francese che gli inglesi impersonano meglio – si rivolterà contro gli stessi francesi come un boomerang, nel cui lancio soprattutto gli australiani sono grandi maestri. Le “ritorsioni” dei giocatori, ATP come WTA, potrebbero rivelarsi di vario tipo.

La prima: boicottare in massa il Roland Garros settembrino. La seconda (dopo aver constatato di non poter riuscire a conquistare un’unanimità sindacale tipo Wimbledon 1973 perché molti giocatori premerebbero per giocare ugualmente uno Slam dopo aver subito già troppe cancellazioni per via del Coronavirus; fra questi Andrey Rublev è stato chiaro: “Meglio giocare uno Slam che rinunciarvi. Noi non abbiamo stipendi. Ma montepremi.Se non si gioca non si guadagna”): togliere i punti ATP a chi gioca il Roland Garros a settembre. La terza: minacciare di toglierli anche nel maggio 2021 (ipotesi che potrebbe non dispiacere anche agli altri tre Slam). La quarta: cancellare il Masters 1000 di Bercy che appartiene alla stessa federazione francese, regalando ad un’altra città l’ambita data.

 

GLI ALLEATI DI PARIGI

Parigi e la federtennis francese potrebbero trovare, d’altro canto, insperati alleati in quei tornei della stagione “rossa” che il Coronavirus ha cancellato e dei quali l’eventuale rinvio delle Olimpiadi, dei Masters 1000 di Canada e Cincinnati nonché al limite dello stesso US Open – chi può sapere come sarà messa la Grande Mela a fine agosto? – potrebbe favorire la insperata resurrezione. All’insegna del detto latino più cinico fra tutti, mors tua vita mea. E allora ecco che Roma – se di nuovo città aperta – e altre sedi di cancellati tornei sulla terra battuta potrebbero rifarsi sotto, ben felici – anche dopo aver pensato il peggio sulla mossa di Giudicelli e Forget – di far da prologo al Roland Garros settembrino. Molto meno probabile mi pare l’ipotesi di un Torino o Milano indoor che a novembre, di concerto con l’ATP, cancellasse l’ATP Next Gen o sostituisse Bercy…

Oggi è in programma una riunione in videoconferenza del consiglio della Federtennis. Scommetterei che verrà assunta una posizione pilatesca, d’attesa. Del tipo: noi ci siamo, se ci date uno slot siamo pronti ad occuparlo. Non mi aspetto nessuna condanna nei confronti dei francesi. Semplicemente perché anche i nostri Machiavelli se intravedranno una opportunità di disputare il torneo più in qua, ad agosto come a settembre o ottobre, prima o dopo lo Slam parigino, non la scarteranno di certo.

IL SILENZIO ASSENSO DI NADAL

Tornando alla mossa rivoluzionaria francese – del resto chi più dei francesi ha la titolarità per scatenare una rivoluzione? – non c’è dubbio che in tempi di pandemia e di lotta che dovrebbe essere universalmente solidale essa è invece apparsa all’intero microcosmo tennistico come un atto assolutamente unilaterale. Anche per la tempistica e il modo in cui è stata comunicata. Che si siano preoccupati di conquistare il consenso del re del Roland Garros Rafa Nadal è stato quasi un gesto dovuto. Se Rafa gli avesse detto subito di no, la loro posizione si sarebbe fortemente indebolita. L’assenso di Nadal l’hanno raccontato Giudicelli e Forget. Il silenzio di Nadal – che almeno fino a ieri non si era pronunciato ma non aveva neanche smentito – pare interpretabile come un silenzio assenso. È criticabile allora anche l’egoismo di Rafa (che supporta anche la Davis di ITF e Piquè almeno fino a che la si gioca a Madrid)? Certo che sì, ma d’altra parte allora che dire di Federer e della sua Laver Cup che dal nulla si è accaparrata una settimana del calendario (che avrebbe fatto tanto comodo alla Coppa Davis per evitare quegli orari allucinanti del novembre scorso)? 

A pagina 2: il coraggio dei nuovi boss ATP, Roland Garros colpevole ma non troppo, le guerre di potere

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