Da Coric a Rublev, ecco la stagione dei teen-ager

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Da Coric a Rublev, ecco la stagione dei teen-ager

I teen-ager di oggi come Borna Coric, Hyeon Chung, Thanasi Kokkinakis, Alexander Zverev e Andrey Rublev sono chiamati a dare al tennis un ricambio generazionale. Intanto come si sono comportati in questo 2015?

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Ai vertici del tennis mondiale manca il ricambio generazionale. 6 degli 8 tennisti che si sono qualificati alle ATP Finals di Londra sono gli stessi di 5 anni fa. Merito di Roger, Rafa e Nole: tre marziani che hanno esercitato una sorta di oligopolio su questo sport, con le rare intromissioni negli Slam di Murray, Wawrinka, Cilic e del Potro. Ma demerito anche dei nati all’inizio degli anni ’90 che, chi per un motivo e chi per l’altro, non sono ancora riusciti ad imporsi e sorge il dubbio che riescano mai a farlo. Raonic (1990) è un servitore eccezionale ma si muove male e soffre sul rovescio; Goffin (1990) non ha il “physique du role”, Dimitrov (1991) è in piena crisi d’identità, Tomic (1992) è una testa calda, Sock (1992) si applica ma sembra una brutta copia di Andy Roddick, Thiem (1993) ha un gran talento ma ad oggi non è ancora esploso definitivamente; Kyrgios (1995) è… Kyrgios, nel bene e nel male.

E poi ci sono i teen-ager, i quali prima ancora di essere bravi (quanto lo scopriremo solo vivendo), sono fortunati. All’inizio degli anni ’20, quando i vari Coric, Zverev e Kokkinakis saranno presumibilmente nel pieno della loro carriera, Federer (classe 1981) sarà a prendersi cura dei 4 figli nel suo tranquillo chalet svizzero e Nadal (classe 1986) si godrà beato il torrido sole di Manacor. Forse, ma forse, solo Djokovic (classe 1987) potrebbe essere ancora in giro a gridare “Ajde” con i primi capelli bianchi in testa. Insomma gli adolescenti del tennis di oggi sono un po’ come quelli italiani nel mondo del lavoro: contano sul fatto che prima o poi “i vecchietti” vadano in pensione.

Nel frattempo si fanno le ossa per sopravvivere in quel Fight Club che ormai è diventato il circuito maschile, prendendole più che dandole. Ma vediamo in dettaglio, chi in questo 2015 è riuscito a cavarsela meglio e chi ha rimediato più lividi.

 

Borna Coric, classe 1996, Croazia, n.44 nel ranking ATP

Il nativo di Zagabria ha cominciato la sua prima stagione a tempo pieno sul tour maggiore con il vento in poppa, grazie al successo sul gemello scarso di Rafa Nadal nei quarti di finale a Basilea nell’ottobre del 2014. L’impatto con il tennis che conta però è di quelli tosti: 31 vittorie a fronte di 30 sconfitte, 11 eliminazioni al primo turno, escludendo le occasioni in cui ha superato le qualificazioni per poi perdere nel suo primo match nel main draw. È vero che ha scalato tante posizioni in classifica e raggiunto a luglio il best ranking di n.33. È vero che ha battuto Andy Murray nei quarti di Finale del ATP 500 di Dubai. È vero che ha perso quasi sempre da giocatori contro i quali sulla carta partiva da sfavorito. Ed è vero appunto che questo è stato il suo primo anno tra i grandi del tennis – un livello che gli compete dato che l’unico Challenger che ha disputato a Baranquilla, in Colombia, lo ha vinto abbastanza agevolmente. Nonostante ciò le maggiori soddisfazioni sportive per Coric sono arrivate probabilmente dal calcare tutti i grandi palcoscenici del circuito (come quello del Artur Ashe Stadium nel suo match di primo turno agli US Open contro Nadal) piuttosto che dalle poche partite portate a casa. La collaborazione iniziata ad aprile con lo svedese Thomas Johansson non ha quindi dato i frutti sperati. Il primo ad accorgersene è stato proprio Borna che recentemente ha scelto di cambiare ancora, passando all’australiano Miles McLagan, ex allenatore di Andy Murray e Samantha Stosur. Nonostante tutte queste difficoltà, Coric è il teenager meglio piazzato nel ranking, grazie ad una esemplare attitudine all’allenamento e al match e ad un gioco completo e redditizio. Tuttavia questa precoce maturità può anche celare inferiore margini di miglioramento rispetto ai coetanei.

Hyeon Chung, classe 1996, Corea del Sud, n. 51 nel ranking ATP

Se Coric ha deciso di misurarsi immediatamente con i pesi massimi, l’occhialuto Hyeon Chung ha preferito continuare a vedersela con gli avversari più leggeri presenti nei Challenger, affacciandosi solo raramente nel circuito ATP. La scelta è stata dettata, quantomeno inizialmente, dal ranking, nel quale il coreano è rimasto fuori dai Top 100 fino ad aprile. In termini di vittorie la decisione ha pagato e il bilancio stagionale dice 55-24, 4 titoli (Burnie, Savannah, Busan, Kaoshiunug), altre 2 finali (Seoul e Launceston) e un balzo di oltre 100 posizioni in classifica che gli è valso il premio come “Most Improved of the Year” da parte della ATP. E migliorato Chung lo è per davvero. Il ragazzino di Suwon con il look da secchione che aveva perso la finale di Wimbledon junior nel 2013 contro il nostro Gianluigi Quinzi (che ahinoi non è presente in questo articolo) si è trasformato in un uomo, a suon di pesi sollevati in palestra. Il gioco è rimasto quello fluido e preciso di sempre, che lo fa sembrare una sorta di imitazione asiatica di Novak Djokovic. Qualche rimpianto per Chung viene dal non aver sfruttato due buoni sorteggi al Roland Garros e a Wimbledon, perdendo rispettivamente contro il coetaneo americano Jared Donaldson e il francese Pierre-Hugues Herbert. Ma il coreano ha collezionato anche qualche vittoria di rilievo come quelle su Granollers a Miami e Paire a Winston-Salem. Inoltre non ha sfigurato contro Top Players del calibro di Berdych, Cilic e Wawrinka, che ha costretto per tre volte al tie-break a Flushing Meadows. In conclusione da una parte Chung inizierà la prossima stagione con fiducia ed entusiasmo. Dall’altra dovrà però già difendere alcuni punti e quelli che menano per davvero lo aspettano al varco.

Thanasi Kokkinakis, classe 1996, Australia, n.80 nel ranking ATP

Ecco Kokkinakis ha rischiato davvero di venir linciato all’intero spogliatoio dopo che il suo amico Kyrgios ha simpaticamente rivelato al mondo interno la sua avventura con Donna Vekic, partner di Wawrinka. A livello di risultati la sua stagione merita considerazioni abbastanza simili a quelle di Coric. Il talento australiano ha mollato definitivamente i tornei Challenger, nei quali nel 2014 aveva raccolto molto, per concentrarsi solo sul circuito maggiore, anche a costo di partire dalle qualificazioni nei Masters 1000. L’avvio positivo di 2015 gli ha dato ragione. Infatti il nativo di Adelaide è inizialmente sempre riuscito ad entrare nel main draw. Inoltre Kokkinakis ha battuto Gulbis nel primo turno degli Australian Open e si è spinto fino agli ottavi ad Indian Wells, dove a fermarlo è stato l’altro talento australiano, Bernard Tomic. Anche sulla terra rossa Kokk non se l’e cavata male, portando a casa il ricco challenger di Bordeaux e vendicandosi su Tomic a Parigi al quinto set. Infatti proprio a giugno il meccanismo del ranking gli ha riconosciuto la posizione n.69. La seconda parte di stagione è stata nettamente più in sordina, fatta eccezione per la vittoria su Chardy al Queen’s e quella su Fognini a Cincinnati. Peccato per i crampi nel quinto set del primo turno di Flushing Meadows contro Gasquet. Fisicamente Thanasi è già molto pronto per il circuito. Tecnicamente gioca un tennis moderno e aggressivo. Mentalmente è più forte dei suoi amici Kyrgios e  Tomic – non che ci voglia molto. I presupposti per crescere ci sono tutti. Da pochi giorni si è separato dal suo coach storico Todd Langman (che lo seguiva da quando aveva 7 anni!) per accasarsi con Ben Mathias, ex allenatore di Sam Groth. Già che c’era forse poteva trovarsi qualcuno con un curriculum di maggior spessore.

Alexander Zverev, classe 1997, Germania, n.83 nel ranking ATP

Ci sono le promesse del tennis e poi ci sono i predestinati. Zverev è sempre parso appartenere alla seconda categoria. Predestinato perché se tuo padre, tua mamma e tuo fratello maggiore sono stati o sono ancora tennisti professionisti, questo sport scorre nelle tue vene. Predestinato perché a 15-16 anni già collezionava finali negli slam junior. Vinto l’Australian Open nel 2014 ha deciso che i tornei giovanili gli stavano stretti e da buon predestinato ha presto ottenuto una semifinale in un evento prestigioso come quello di Amburgo. Questo 2015 era un anno di transizione per lui e lo si poteva presumere. Alla fine il suo bottino è di 38 vittorie e 28 sconfitte tra Challenger e circuito maggiore, un best ranking di n.74 a giugno e 1 titolo in Germania sulla terra di Heilbronn. Da menzionare qualche exploit notevole tipo i successi contro su Groth a Miami, su Becker a Monaco di Baviera, su Bellucci a Nottingham e Bastad (torneo in cui ha ottenuto la sua seconda semifinale ATP) e, soprattuto, su Anderson a Washington. D’altra parte vanno registrate anche alcune sconfitte pesanti, in particolare nei Major: fuori dall’australiano John Patrick Smith nel primo turno a Melbourne, fuori dall’olandese Igor Sijsling al secondo turno di qualificazioni a Parigi, fuori dallo statunitense Denis Kudla al secondo turno di Wimbledon. Alti e bassi insomma. Ma il talento è cristallino e i margini di crescita, da ogni punto di vista, sono enormi. Zverev per esempio è ancora molto acerbo e istintivo nella gestione dei punti. Mi viene in mente a proposito di queste lacune mentali il match perso al tiebreak del terzo set contro Coric a Cincinnati, in cui è stato il teutonico a fare e disfare e il croato a raccogliere. Avrebbe bisogno di un allenatore esperto ma papà Alexander Sr. non si è ancora fatto da parte.

Elias Ymer, classe 1996, Svezia, n.137 nel ranking ATP

Forse qualcosa di più dal ragazzo di origini etiopi e passaporto svedese era lecito aspettarselo. Intendiamoci, non è che il suo 2015 sia stato da buttare, anzi. Ha scalato quasi 100 posizioni e vinto il suo primo Challenger a Caltanissetta. Ma dopo essere entrato in tabellone agli Australian Open, superando all’ultimo turno di qualificazioni Chung, e aver eliminato Kyrgios a Barcellona, ci si attendeva di vederlo nel tennis che conta in pianta stabile. E invece Elias è sceso di categoria di nuovo, peraltro con fortune alterne. Colpa del coach che lo ha seguito in questa stagione, lo spagnolo Galo Blanco, colui che voleva trasformare Raonic in un giocatore di regolarità da fondo? Curiosamente la collaborazione si è già conclusa. In ogni caso Elias aveva impressionato l’anno passato per la sua esplosività in stile Monfils e sembrava fisicamente il meglio equipaggiato della sua generazione per reggere i ritmi forsennati del circuito ATP. Intanto si è messo in mostra suo fratello minore, Mikael, classe 1998, raggiungendo la finale ai Championships versione junior. Gli addetti ai lavori dicono che sia quest’ultimo l’Ymer più forte. Staremo a vedere.

La new wave americana

C’è tanto “hype” attorno alle giovani promesse del tennis americano. Tutti parlano in maniera entusiastica dei vari Fritz, Paul e Tiafoe. Cerchiamo di fare un po’ di ordine. I classe 1997 a stelle e strisce hanno dominato negli slam junior in questo 2014. Tommy Paul ha vinto il Roland Garros, Reilly Opelka ha conquistato Wimbledon e Taylor Fritz si è preso gli US Open. Se il trionfo del gigante Opelka, al momento n.975 in classifica, può essere forse derubricato come un colpo di fortuna, Fritz e Paul, rispettivamente n.177 e n.274, paiono due ottimi prospetti e si stanno già facendo valere a livello Challenger. Il potente californiano Fritz – figlio di due tennisti – ad ottobre ha infilato uno splendido back-to-back nei pressi di casa, precisamente a Sacramento e Farfield, rifilando peraltro due batoste al tedesco di origini giamaicane Dustin Brown. Non contento, Taylor a novembre ha fatto finale a Champaign in Illinois. La settimana precedente Paul invece aveva raggiunto la finale a Charlottesville. Tuttavia l’ attività professionistica del ragazzo del New Jersey potrebbe subire un rallentamento a causa delle scelta di iscriversi al college, come insegna il caso di Steve Johnson. I due ragazzi sono dunque promettenti ma bisogna ammettere che ci sono un paio coetanei più avanti di loro nel processo di maturazione: il già citato Zverev e – più in termini di importanza dei match giocati che di classifica – il russo Andrey Rublev (ne parleremo tra poco). Ha attirato molte attenzioni su di sé anche Frances Tiafoe, il figlio di immigrati dalla Sierra Leone sponsorizzato dal re Mida dell’Hip Hop Jay Z. Tenendo conto che ha solo 17 anni il suo bilancio stagionale di 38-22, il suo best ranking di n.178 e la finale nel Challenger di Knoxville devono per forza essere considerati come risultati sbalorditivi. Tuttavia la giovanissima età di Tiafoe impone cautela e pazienza. Stesso discorso per i coetanei Stefan Kozlov, n.355 e Michael Mmoh, n.454. Intanto, zitto zitto, il meglio piazzato tra i teenager “born in the USA” è il classe 1996 Jared Donaldson al n.134.

Andrey Rublev e gli altri russi

Predestinato n.2 della lista: Andrey Rublev. Per chi di voi non lo avesse mai visto in azione, neppure in Coppa Davis contro Fognini, rimediate più in fretta possibile. Il classe 1997 di Mosca ha un talento di una luminosità abbacinante: colpi naturali e una facilità di generare vincenti disarmante. Tuttavia Rublev, durante questa stagione, passata tra challenger e Wild Card nel circuito maggiore, di incontri ne ha vinti pochini. L’highlight del suo 2015 è stato il successo su Fernando Verdasco a Barcellona, con annessa polemica per l’atteggiamento ritenuto troppo irriverente secondo il veterano iberico. La personalità e la fiducia in sé stesso sono due elementi che non difettano di certo al russo. Anzi sono persino troppo pronunciati. Ciò che gli manca è invece una struttura fisica adeguata: i dati ATP parlano di 65 chili distribuiti con grande parsimonia su 188 cm di altezza. Al momento Andrey ricopre la posizione n.174 ma con un po’ di palestra la top 100 è a portata di mano in tempi rapidissimi. Nel frattempo però più avanti di lui in classifica troviamo il suo connazionale classe 1996 Karen Khachanov, che nel 2013 aveva stupito tutti nella Kremlin Cup battendo Albert Ramos e Janko Tipsarevic. In questi 2 anni il gigantesco Khachanov ha lavorato duro insieme al già menzionato Galo Blanco per costruirsi una buona classifica toccando quest’anno il suo best ranking di n.151. Inoltre Khachanov in questo 2015 ha ottenuto il suo primo torneo Challenger sul cemento di Istanbul in settembre, a spese del temibile ucraino Sergiy Stakhovsky. Infine due parole di incoraggiamento se le merita anche il classe 1997 Roman Safiullin, che nel 2014 aveva vinto il torneo Bonfiglio in finale proprio su Rublev. Poco dopo aver alzato al cielo il trofeo degli Australian Open Junior, Safiullin, ragazzo dal tennis offensivo ed elegante, purtroppo si è infortunato e non ha disputato un match fino a novembre. Davvero molto sfortunata la sua stagione.

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Flash

Stephens già fuori a Strasburgo. Fognini e Sonego in campo martedì ad Amburgo

Prosegue il momento da incubo dell’americana, Ostapenko e Sabalenka avanti. In Germania passano Cuevas e Rublev

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Jelena Ostapenko – WTA Strasburgo 2020 (foto via Twitter @WTA_Strasbourg)

Mentre tutti erano distratti dalle finali di Roma (magari non troppo da quella femminile) nonché da exit poll e proiezioni varie, altro tennis accadeva in giro per l’Europa. Questa settimana si giocano infatti il torneo WTA di Strasburgo e quello ATP di Amburgo, naturalmente su terra battuta, che preludono al Roland Garros, peraltro già alle prese con le qualificazioni.

STRASBURGO – Accoppiate a un bye, Kiki Bertens (che ha sostituito Pliskova nella prima riga del tabellone) ed Elina Svitolina sono state raggiunte al secondo turno rispettivamente da Jelena Ostapenko e Magda Linette. La ventitreenne di Riga ha lasciato cinque giochi a Lauren Davis, mentre la polacca ne ha concessi un paio in piùdi Pauline Parmentier. Nella stessa giornata, avanzano in due set le teste di serie Aryna Sabalenka, Elena Rybakina ed Ekaterina Alexandrova. Cade invece la numero 8 del seeding Sloane Stephens che subisce un 6-1 al terzo da Nao Hibino. Dopo una sola vittoria nella prima parte della stagione, Sloane arriva così a quattro eliminazioni al primo turno dalla ripresa del Tour, spezzate solo dai sedicesimi raggiunti allo US Open con quel set di vantaggio su Serena Williams.

AMBURGO – Settecento chilometri più a nord, è cominciato in sordina l’ATP 500 tedesco. Solo quattro incontri di singolare in programma questo lunedì, con tutti e tre gli statunitensi iscritti in campo. L’ultima volta che un rappresentante degli Usa si era fatto vedere da queste parti era il 2008, quando il torneo era un Masters Series: effetti collaterali della pandemia. Il qualificato Tommy Paul ha superato in tre set Kevin Anderson, ma Taylor Fritz e l’altro proveniente dal tabellone cadetto Tennys Sandgren hanno ceduto rispettivamente a Pablo Cuevas (altro qualificato) e Andrey Rublev. Ripescato come lucky loser, Gilles Simon continua il rientro deludente contro Jiri Vesely, anch’egli con la “Q” davanti al nome. In attesa dei primi due del seeding Daniil Medvedev e Stefanos Tsitsipas, martedì farà il suo esordio Fabio Fognini, tds b. 6, contro Philipp Kohlschreiber. Terzo incontro sul Centrale a partire dalle 10.30. Terzo incontro ma dalle 10 per Lorenzo Sonego, impegnato contro un Felix Auger-Aliassime non particolarmente in spolvero in questo periodo.

 

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ATP

Djokovic non lascia scampo a Schwartzman: vince gli Internazionali di Roma per la quinta volta

Il numero uno del mondo incamera il quinto successo qui a Roma, 36° Masters 1000 della carriera: superato Nadal fermo a quota 35. Schwartzman si batte con onore, ma non basta

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Novak Djokovic, con il trofeo - Internazionali d'Italia 2020 (foto Giampiero Sposito)
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[1] N. Djokovic b. [8] D. Schwartzman 7-5 6-3

Novak Djokovic conferma il suo ruolo di favorito superando in due set Diego Schwartzman in una finale lottata al meglio delle sue possibilità dal piccolo argentino, necessariamente meno esplosivo rispetto ai faticosi giorni precedenti ma estremamente solido nel palleggio, soprattutto di rovescio, colpo che il fenomeno di Belgrado è andato particolarmente a stuzzicare. Tante e dagli esiti contrastanti le smorzate di Djokovic, sia per le condizioni del campo appesantito da una leggera pioggia nei primi minuti, sia per verificare il lavoro del fisioterapista di Schwartzman dopo le oltre tre ore in campo la sera precedente.

Nole non si è quindi lasciato sfuggire la possibilità di rifarsi dopo la delusione newyorchese con la prima sconfitta della stagione e ha agguantato il Masters 1000 numero 36, passando così in vantaggio solitario dopo aver condiviso il primato con Rafa Nadal per le tre settimane successive al trofeo di “Cincinnati”; curiosamente, entrambi vantano 115 partecipazioni ai tornei di categoria. Allo stesso modo, sfuma per il momento l’obiettivo di Diego di entrare nell’élite del tennis: da martedì, la top 10 accoglierà invece Denis Shapovalov.

 

L’INIZIO CHE NON TI ASPETTI – Djokovic si presenta alla finale con quello quello che ci si attendeva da lui: ha vinto senza strafare lasciando anche un set al tedesco Koepfer (il laureato in Finanza che, contando questa stagione e la precedente, ha imboccato la strada di un buon risultato all’anno nel Tour), si è infuriato, ha preso un paio di warning, si è infischiato dell’arbitro Forcadell che gli ricordava di indossare la mascherina quando si è allontanato dal campo; lo stesso arbitro che poi lo ha chiamato “Federer” assegnandogli il game.

Sceglie di cominciare con la battuta, che in semifinale l’ha comodamente tolto d’impaccio nelle fasi decisive del primo set contro Ruud, ma la cede nonostante un buon inizio grazie a due scambi divertenti vinti da Schwartzman. Per quanto riguarda l’ultimo ostacolo sulla corsa serba al trofeo, Schwartzman è riuscito nell’impresa di battere Rafa senza perdere set (dal primo Roland Garros conquistato dallo spagnolo nel 2005, è appena il nono tennista a riuscirci) e in quella non certo inferiore di confermarsi al turno successivo nel match più godibile dell’evento romano. Ingolosito dal risultato della prima smorzata sulla quale el Peque non è neanche partito, Nole ci riprova anche perché nello scambio neutro la palla gli ritorna sempre indietro, ma senza fortuna. Infastidito apparentemente da qualsiasi cosa, Djokovic colpisce in modo volontariamente scomposto il rovescio che dà a Schwartzman il 3-0 pesante. Forse dispiaciuto, forse distratto, Diego gli rende la cortesia al gioco successivo facendolo entrare in partita.

Diego Schwartzman – Internazionali di Roma 2020 (foto Giampiero Sposito)

ARRIVA ANCHE NOVAK – Nonostante il 4-0 dei precedenti, le due vittorie sofferte su terra promettevano a favore di una finale, se non incerta quanto a esito, almeno combattuta e, per adesso, le attese non sono deluse. Il n. 1 del mondo lascia per strada qualche punto non da lui, ma il tennista che si trova davanti una rete da pallavolo, almeno secondo un illustre connazionale, perde colpevolmente scambi “quasi vinti” e il sorpasso arriva inesorabile. Quasi sul punto di sparire dal campo, Dieguito torna a tenere la battuta riprendendosi dal parziale negativo e, in risposta, ha l’occasione per tornare avanti; con lo scambio che si allunga pericolosamente oltre i dieci colpi – situazione che avvantaggia l’argentino – Nole ne esce bene con un drop shot. Altrettanto bene fa pochi minuti dopo il ventottenne di Buenos Aires che annulla un set point con il vincente di dritto. Molto male invece quando serve per andare al tie-break: il terzo doppio fallo e due errori non forzati di rovescio (ne aveva sbagliato uno solo fino a quel momento) gli costano il 5-7 dopo un’ora e dieci minuti di fatica durante i quali ha opposto grande solidità commettendo appena 10 gratuiti. Tre dei quali, appunto, nel dodicesimo gioco.

L’EQUILIBRIO È ROTTO – Persa la prima partita estremamente lottata, con un insperato vantaggio in partenza e altre occasioni mancate, lo sfavorito tende a scendere di livello lasciando via libera all’avversario; se, poi, l’avversario in questione non ha mai perso una finale di un Masters 1000 dopo aver incamerato il primo set su 28 volte, la storia sembra già scritta. Diego, però, fattosi fasciare le dita dal fisioterapista, non ha alcuna intenzione di rispettare certi cliché e resta attaccato al match, mentre Novak continua a seminare smorzate dal lato sinistro, alcune vincenti, altre inguardabili da cui sono discesi diversi dei 15 unforced di rovescio del primo parziale.

Con il dritto che fa male (18 vincenti e 7 errori, alla fine), procede un po’ a corrente alternata, Nole, magari va sotto nel punteggio ma rientra senza patemi, quasi per dimostrare all’altro di avere ancora parecchio margine e di poter mettere a segno lo strappo decisivo a proprio piacimento. L’allungo senza possibilità di opposizione arriva sul 4-3, con due errori di Schwartzman e altrettanti vincenti spettacolari di Djokovic che chiude con il servizio al terzo match point, ovviamente con una smorzata dopo un lungo scambio sulla quale Diego arriva bene ma senza la lucidità per tenerla in campo.

È il quinto successo a Roma su dieci finali per Djokovic che, davanti al microfono, chiude la manifestazione in ottimo italiano con i ringraziamenti di rito, mentre la pioggia suggerisce di affrettarsi.

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WTA

Halep regina degli Internazionali di Roma in mezz’ora: Pliskova si ritira

Simona vince Roma per la prima volta in carriera. Prima dispensa un bagel, poi Pliskova si ritira per un guaio alla coscia

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I mille spettatori finalmente autorizzati a mettere i piedi nel Centrale del Foro Italico francamente si sarebbero aspettati un premio migliore per la loro paziente attesa. La finale femminile degli Internazionali d’Italia 2020 verrà invece ricordata come la finale fantasma, quella che non c’è stata. Trentuno minuti, un seizero per Halep senza alcuna opposizione esterna, tre giochi nel secondo set e Karolina Pliskova è andata a picchiettare la propria racchetta su quella di Simona, ché la stretta di mano non è ancora consentita dalle norme anti-Covid.

Sembrava una fasciatura precauzionale o poco più, quella che stringeva la coscia sinistra dell’ex campionessa in carica, invece il guaio muscolare ha dapprima costretto Karolina sostanzialmente immobile, preda impotente di una Simona che ha presto sentito l’odore del sangue, poi l’ha eliminata dalla contesa. Parlare di un non match è un nonsense, occorrerebbe far parlare i numeri, che comunque non rendono completa l’dea della disfatta patita da Karolina nell’unico set completato, il primo: venti minuti di gioco, venticinque punti a nove, tre break inflitti da Halep a una Pliskova da zero vincenti e nove errori non forzati. Un massacro.

La vincitrice dell’edizione 2019 ha tentato un unico colpo di coda, nel secondo gioco del secondo set, quando ha approfittato di due doppi falli commessi dalla romena per recuperare il servizio perso nel game precedente. Ma è durata lo spazio di un respiro: subìto il quinto break dell’incontro per il due a uno Halep, Karolina ha deciso che non ne valeva la pena, abbreviando il percorso di Simona verso il suo primo titolo romano dopo le due finali perse nel 2017 e nel 2018 contro Elina Svitolina.

 
Karolina Pliskova e Simona Halep – Premiazione Internazionali d’Italia 2020 (foto Giampiero Sposito)

Un titolo meritato, condotto in sostanziale controllo nonostante qualche pasticcio di troppo nei primi due match contro Paolini e Yastremska, ma si sa che i grandi giocatori, nei grandi tornei, hanno bisogno di qualche giorno per annusare l’aria. Un percorso in cui la numero due WTA ha imposto la propria disumana legge in risposta: le rivali affrontate le hanno servito contro quarantasette volte, lei ha raccolto trenta break. Un dato discretamente sinistro, se consideriamo il punto di vista delle colleghe.

Per la tennista da Costanza è il ventiduesimo trionfo nel circuito maggiore, il nono sulla terra battuta. Halep, che aveva vinto a Dubai l’ultimo torneo pre-lockdown e a Praga il primo post, ha ottenuto a Roma il terzo titolo in fila e ora cavalca una striscia aperta di quattordici vittorie consecutive. Dati che fanno da colorata ciliegina sulla torta di una settimana molto convincente, nella città che sostanzialmente l’aveva fatta scoprire al mondo nel 2013, quando, da qualificata, si spinse addirittura in semifinale cedendo il passo solo a Serena Williams.

Difficile non attribuirle i famosi favori del pronostico in vista del Roland Garros prossimo venturo dove, tra le altre cose, avrà l’opportunità di superare Barty in classifica e guadagnarne la vetta. Come? Ha un solo risultato a disposizione: la vittoria finale.

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