Il tennis e le regie televisive nei grandi tornei

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Il tennis e le regie televisive nei grandi tornei

I differenti modi di raccontare un torneo in televisione: a Wimbledon, agli Australian Open, agli US Open e Roland Garros. E anche in altri tornei meno prestigiosi

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In questi giorni ricomincia il tennis giocato e, visto che si riprende dall’Australia, per la maggior parte di noi vuol dire tennis seguito non dal vivo, ma in TV. E se i tennisti viaggiano fisicamente da un continente all’altro, i telespettatori lo fanno virtualmente, sperimentando di volta in volta le differenti regie nel mondo: in ogni nazione la televisione racconta il tennis con accenti leggermente differenti. Ho provato ad analizzare alcuni casi che mi sembrano particolarmente significativi.

1. La regia inglese, ovvero il tennis come cerimonia
Parlare di tennis inglese significa naturalmente parlare soprattutto di Wimbledon.
Personalmente sono convinto che l’idea che abbiamo del torneo londinese debba moltissimo alla televisione, e al suo modo di comunicare l’evento. Se ancora oggi percepiamo che il prestigio superiore di Wimbledon deriva dalla straordinaria tradizione e dall’atteggiamento di rispetto verso il lascito della storia, molto dipende dalle scelte televisive, che non hanno mai tradito l’eredità espressiva ricevuta dal passato. Questo non vuol dire che il torneo sia trasmesso oggi esattamente come trent’anni fa (basta pensare alla copertura crescente dei campi secondari), ma ciò che a mio avviso ha contraddistinto la logica comunicativa inglese è che i contenuti “in più” forniti negli ultimi anni, sono stati elaborati offrendo novità prima e dopo il match, lasciando invece quasi inalterato lo spazio della partita vera e propria.

Pensiamo ad esempio alla finale; da qualche tempo i canali ci mostrano il dietro le quinte del vincitore al termine della premiazione: il percorso verso gli spogliatoi con le congratulazioni dei grandi giocatori del passato, l’addetto che aggiunge il nome a lettere d’oro sul tabellone, l’affaccio dal balcone con il trofeo in mano per salutare i tifosi in attesa, e altro ancora. Sono contenuti recenti, ma le nuove riprese dall’interno della clubhouse, tra legni di quercia e finiture in ottone, sono scelte in modo da rafforzare l’immagine di solida continuità con il passato.

 

Durante il match i registi non hanno gran che modificato il modo di riprendere il gioco: comanda sempre la telecamera collocata sul lato opposto al royal box, e la partita è raccontata da lì, con pochi stacchi e senza troppi svolazzi e divagazioni “creative”.
Quando comincia la partita, tutto il resto passa in secondo piano, e l’incontro assume la dimensione del rito. Anche l’obbligo dell’abito bianco indica che occorre vestirsi con il decoro che una cerimonia richiede. Il segno che la cerimonia sta iniziando è il silenzio dei telecronisti inglesi al momento del “Ready – Play” pronunciato dal giudice di sedia, mentre la telecamera principale effettua uno zoom che esclude progressivamente le tribune dall’inquadratura, per concentrarsi esclusivamente sul campo.

Ecco: la zoomata sul “Ready – Play” con lo stadio e i telecronisti che si ammutoliscono, e il prato che occupa integralmente i nostri schermi è un momento di straordinaria forza espressiva. E i telespettatori hanno la sensazione che anche una partita di tennis possa diventare qualcosa di vicino al sacro. È un peccato che questa scelta registica non sia sempre rispettata dai commentatori delle altre nazioni, che sembrano trascurare quanto sia importante sul piano simbolico quel silenzio all’inizio del match.

2. Gli australiani e la gestione della luce
Il tennis ATP e WTA negli ultimi anni viene soprattutto praticato all’aperto. E anche se la quasi totalità delle immagini rimane circoscritta all’ambito dello stadio, un elemento fondamentale differenzia comunque gli scenari alle diverse latitudini: la luce. La luce di Londra non è quella di New York, né tanto meno quella di Melbourne. L’estate australiana è un fenomeno tanto prepotente da reclamare un ruolo importante nelle trasmissioni, di cui gli australiani sono sicuramente consapevoli.

Il sole esalta i colori, e le scelte compiute a Melbourne negli ultimi tempi hanno valorizzato la situazione, a partire dal cambio della superficie di gioco (dopo il passaggio dal Rebound Ace al Plexicushion) che ha reso lo stadio molto più telegenico: non più un verde piatto e spento, ora c’è un campo blu di due tonalità che rivaleggiano con quelle del cielo. Ma una luce così intensa è un’arma a doppio taglio: tanto rende brillanti le inquadrature, conferendo allo scenario i toni sgargianti di un’opera pop, tanto può mandarle in crisi sotto forma di ombre inopportune.
Gli australiani nel campo centrale di Melbourne hanno dimostrato di essere in grado di gestire la luce al meglio, grazie a un impianto in cui il tetto retrattile viene modulato in modo da avere sempre una piccola porzione in ombra sul fondo degli out, rifugio per i tennisti nei momenti di maggior calore, senza che però crei fastidiosi contrasti sia per i protagonisti in campo che per i telespettatori.

Che l’ombra possa diventare un nemico terribile per il gioco e la TV lo sperimentiamo in altri stadi, in cui le riprese vengono fortemente penalizzate proprio da una illuminazione inadeguata. E se, tutto sommato questi problemi si possono accettare sui campi secondari, a volte costretti dalla posizione sfavorevole ad orientamenti non ortodossi, diventa meno ammissibile che penalizzi il campo principale, di qualsiasi località si tratti. Ricordo un paio di situazioni particolarmente infelici: l’inserto di Baku, o i ritagli di Pechino:

Al campo centrale di Melbourne (a parte l’inevitabile fase del tramonto) questo non succede, a dimostrazione che in Australia la cultura per il tennis è diffusa in tutte le componenti che concorrono ad organizzare un grande evento: a partire dai progettisti degli impianti sino a chi posiziona le telecamere all’interno dello stadio. Evidentemente tanti anni di tennis ad alto livello non sono passati invano.

3. Gli americani e la scoperta del suono
Non è semplice sintetizzare l’approccio verso il tennis da parte degli americani: ma forse il tratto comune che si può individuare è la volontà, tutto sommato tipica della mentalità stelle e strisce, di aumentare lo spettacolo il più possibile. Come se l’offerta non fosse mai abbastanza, e andasse preso in considerazione qualsiasi elemento per provare ad aggiungere ancora qualcosa al normale tennis giocato.

Gli esiti possono avere pro e contro: da una parte è stimolante il tentativo di non lasciare tempi morti per cercare di comunicare sempre di più; dall’altra a volte questo atteggiamento rischia di far provare allo spettatore una sensazione di bulimia; personalmente a volte mi verrebbe da dire: “basta vitamine, basta calorie, lasciatemi qualche minuto a pane e acqua”.
Non ci si accontenta di replay e statistiche: durante i cambi di campo parte la musica, e anche il pubblico è chiamato a partecipare attivamente, a colpi di kiss-cam o soluzioni simili. Agli ultimi US Open sono state sperimentate anche le interviste ai giocatori durante il match; e la prima protagonista è stata, quasi inevitabilmente, Coco Vandeweghe, classico prototipo di sportiva americana, erede com’è di una famiglia di famosi atleti USA.

C’è un aspetto particolarmente interessante di questo atteggiamento verso il tennis: il rilievo dato alla parte sonora. Gli americani probabilmente sono stati i primi a proporre il tennis avendo la massima cura verso tutti i tipi di suoni che il match produce; in particolare il dettaglio del rumore dello scambio.
Sotto questo aspetto gli inglesi hanno un handicap, visto che l’erba attutisce i rumori, e giocando sull’erba bisogna fare l’abitudine a interpretare le parabole senza il suono del rimbalzo della palla. Ma sulle altre superfici non è così: il suono del rimbalzo di un colpo slice, ad esempio, è diverso da quello prodotto da un colpo in topspin; e così quando lo swisshhh di uno slice è particolarmente lungo, ci si deve aspettare una palla estremamente bassa e sfuggente. Cemento e terra battuta restituiscono quindi informazioni utili ad interpretare il gioco.

Di solito questa componente del tennis è negata agli spettatori televisivi: rimane un privilegio di chi è seduto nelle prime file dello stadio e soprattutto dei giocatori. Il suono del rimbalzo è quindi un elemento dello scambio quasi segreto, ed è come il respiro delle persone: costante e presente, ma che si può percepire solo stando estremamente vicini, in una dimensione intima. Ecco, si può dire che nei momenti più fortunati delle partite, quando l’ambiente lo consente, gli americani riescono a farci sentire il respiro del tennis: lo scambio nel più profondo dei suoi dettagli sonori, rimbalzi inclusi.

Questa impostazione ha fatalmente delle controindicazioni: con il suono tanto amplificato crescono i rumori di fondo, e dunque tutto quello che accade nell’ambiente circostante corre il rischio di entrare a far parte della trasmissione. Nel caso di Flushing Meadows innanzitutto il rumore degli aerei che fanno rotta al vicino aeroporto La Guardia. I maggiori disagi si creano nei campi secondari, con trasmissioni spesso disturbate dagli avvenimenti (annunci, musica, applausi) provenienti dal resto dell’impianto; e non solo agli US Open: a Cincinnati, ad esempio, è un problema che si sente parecchio.

4. Il tennis mondano di Parigi
Ultimo Major, quello francese. Per quanto riguarda Roland Garros inizio subito con il mio parere: sul piano televisivo secondo me è di gran lunga lo Slam peggiore. Personalmente non amo molto nemmeno lo scenario del campo centrale, a cui pure si deve riconoscere la dignità architettonica del suo storico calcestruzzo a vista, che ci ricorda che la Francia è stata la patria degli Hennebique e dei Perret. Ma questi sono aspetti del tutto marginali di fronte al vero problema degli Open di Francia: le scelte registiche.
Sintetizzare una ripresa-tipo di un incontro sul campo centrale è piuttosto facile. Dopo i primi game di riscaldamento, il regista, come i giocatori in campo, prende il ritmo: inquadratura del primo quindici e stacco sul primo piano di un personaggio famoso seduto in tribuna. Un altro paio di quindici e secondo stacco su un altro personaggio famoso seduto in tribuna. Altro paio di quindici e nuovo stacco su un terzo personaggio famoso seduto in tribuna.
Per i non-francesi, meno esperti del mondo dei vip della Senna, la sensazione è quella di sfogliare una rivista di gossip, popolata di figure che sì, forse conosciamo di vista, ma che poi difficilmente sappiamo associare ad un ruolo vero e proprio: attore? cantante? politico? marito o moglie di? sportivo? Ci vorrebbe l’Alfonso Signorini di Francia per tenerci aggiornati e riconoscere tutti. In questo carosello di primi piani, anche i giocatori del passato diventano meno riconoscibili, diluiti nel mare di soggetti (ig)noti.

Il problema di questa impostazione, quello più grave, è che in questo modo la partita di tennis viene trasformata in un ripetitivo ping pong fra campo e tribuna; la regia non abbandona mai lo schema rendendolo monotono e noioso. E se per caso è esaurita la scorta di spettatori con un minimo di fama, si insiste con gli stacchi sul pubblico utilizzando come soggetto il bambino che mangia il gelato sbrodolandosi, o la coppia straniera vestita in modo stravagante, o i militari in divisa da parata, o le belle ragazze con gli occhiali da sole come cerchietto, o il nonno che si è addormentato, etc etc.
L’andirivieni fra campo e tribuna infarcisce la partita di facce, che finiscono per rendere il match una indigestione di ritratti. E tutto questo è un gran peccato, perché la terra battuta ha una sua specificità di gioco, che potrebbe consentire approfondimenti espressivi interessanti.

5. Lo spreco di mezzi di Stoccarda
Ma Parigi non è certo il punto più basso che può capitare a un telespettatore durante l’anno. A mio parere il primato di evento peggio ripreso spetta al Premier WTA di Stoccarda, torneo in cui da diversi anni le partite sono penalizzate da una regia senza senso della misura.

Dirò una banalità, ma di fronte a certi casi sembra necessario tornare ai rudimenti della questione: un match di tennis è ripreso in diretta, senza che si sappia cosa sta per accadere; dunque non ci può essere una sceneggiatura in base alla quale sapere in anticipo che uno scambio merita punti di ripresa particolari: per questo una partita è trasmessa facendo affidamento su una camera principale, con la migliore visuale di insieme possibile. Le altre telecamere servono per arricchire il racconto, e sono collocate in posizioni ritenute significative per offrire punti di vista migliori in particolari momenti del match (sul movimento del servizio, durante le pause per mostrare gli allenatori, per replay da angolature differenti, etc etc).

Anche a Stoccarda alcune telecamere sono collocate in posizioni ritenute significative; il problema però è che vengono impiegate come sostitute della camera principale. E così capita di dover assistere ad interi scambi ripresi dalla cima delle tribune, oppure, ancora più frequentemente, con la telecamera posta a filo terreno, all’altezza delle scarpe delle giocatrici.
La regia di Stoccarda non si fa intimorire da nessuna situazione importante: ricordo interi set point ripresi dalla famigerata telecamera “rasoterra”: posizione da cui non si capisce assolutamente nulla, e che mette anche i telecronisti (che ormai seguono le partite dallo studio) nell’imbarazzo di dover commentare un quindici determinante che in pratica non si è potuto vedere.

Ma la volontà creativa del regista tedesco non si ferma a questo; e così si è inventato una sequenza perfetta per mandare in confusione gli spettatori: 1) servizio ripreso frontale basso, poi 2) una zoomata da mal di mare per stringere sul colpo in uscita dal servizio, seguita da 3) un repentino controcampo. In sostanza la prima parte dello scambio è ripresa da un versante di campo e la seconda dal versante opposto: per i telespettatori significa che la giocatrice che all’inizio dello scambio sta “in alto” passa “in basso” e viceversa:

https://youtu.be/ZW3glpVWVgM?t=150

Nei casi in cui le tenniste sono vestite con lo stesso colore si finisce per perdere completamente la bussola. Negli anni la sequenza diabolica è stata arricchita ulteriormente, aggiungendo all’inizio una inquadratura stretta sulla giocatrice al servizio, giusto per rendere le cose ancora più complicate:

https://www.youtube.com/watch?v=rNjkPNjJIyM&feature=youtu.be&t=443
Ricordo che il torneo di Stoccarda è forse l’evento WTA più ricco d’Europa, in cui le giocatrici sono coccolate in tutti i modi dal munifico sponsor Porsche; e probabilmente nessun torneo di pari livello può disporre di un superiore spiegamento di telecamere. Ma evidentemente in alcuni casi la ricchezza non è garanzia di qualità, specie quando prevale la voglia di strafare e si dimentica che lo sport va raccontato tenendo sempre presente che i veri protagonisti sono i giocatori in campo e non chi è seduto nella cabina di regia.

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La coppia Monfils-Svitolina aspetta una bambina. Anche Konta incinta

I due tennisti Gael Monfils e Elina Svitolina annunciano via social la lieta notizia. La settimana scorsa era stato il turno di Johanna Konta

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Gael Monfils e Elina Svitolina (foto Twitter @Gael_Monfils)

Mentre gli Internazionali BNL d’Italia giungono all’appuntamento conclusivo di questa edizione con due finali non troppo incerte, il mondo del tennis extra-campo si ravviva con la notizia divulgata via social dalla coppia composta da Elina Svitolina e Gael Monfils. I due infatti hanno annunciato di aspettare una bambina, il cui parto è previsto per ottobre. “Con il cuore pieno di amore e felicità, siamo lieti di annunciare che aspettiamo una bambina ad ottobre” queste le parole con le quali si è espresso sia il francese che l’ucraina.

L’ultimo match disputato da Svitolina è il primo turno di Miami del 24 marzo perso al tiebreak del terzo set da Heather Watson, mentre la sua ultima vittoria risale al 4 marzo a Monterrey contro la bulgara Tomova. Attualmente n.27 del mondo, non rivedremo la 27enne Elina in campo per un po’.

Risale alla settimana scorsa invece – per la precisione al 9 maggio – la notizia simile diffusa da Johanna Konta. “Sono impegnata a cuocere il mio piccolo muffin in questo momento”, aveva scherzato la britannica sui social, sposatasi a dicembre 2021 poco dopo il ritiro dal tennis professionistico a 30 anni.

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Come Barty solo Henin: le reazioni dei colleghi. E n.1 chi diventa?

Barty seconda regina del tennis femminile ad abdicare. Chiude con lo Slam di casa come Sampras, si ritira ad un anno da Borg

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Ashleigh Barty - Australian Open 2022 (foto Twitter @AustralianOpen)

Stamani, 23 marzo 2022, il tennis si è svegliato con un colpo al cuore. Un fulmine a ciel sereno che si è abbattuto contro il mondo della racchetta, una data che sicuramente non dimenticheremo. La numero 1 del mondo, nonché campionessa Slam per tre volte, Ashleigh Barty ha annunciato ufficialmente il suo ritiro dal tennis professionistico; affermando di aver dato tutto e di essere pronta ad inseguire nuovi sogni. Una notizia shock, Ash infatti è solo la seconda regina del tennis femminile su 27 che, sedendo sul trono WTA, annuncia la propria decisione di porre fine all’attività agonistica a stagione in corso.

COME LEI SOLO HENIN – L’unico precedente si è avuto nel maggio 2008, quando l’allora n.1 del mondo Justine Henin annunciò la fine della propria carriera – salvo poi cambiare idea e comunicare il 22 settembre 2009 il ritorno alle competizioni a 27 anni – e seppur anche in quel caso lo scalpore fu tanto, Justine aveva avuto un pessimo avvio di stagione perdendo malamente all’Open d’Australia con Maria Sharapova. Dunque il ritiro della belga arrivò a termine di un periodo difficile, differentemente dalla tennista australiana che ha iniziato invece la nuova stagione con una striscia di 11 vittorie e 0 sconfitte mettendo in bacheca tre titoli, (trionfo in singolare e in doppio al torneo di Adelaide) compreso il primo Major dell’anno. Effettivamente, però la belga non riuscì più a rientrare nel circuito ad alti livelli a causa di un infortunio al gomito, annunciando il suo ritiro definitivo nel gennaio 2011. Ricordiamo, inoltre che Barty aveva deciso di non prendere parte al Sunshine Double; motivando tale scelta con il fatto di non aver recuperato pienamente dalle fatiche di Melbourne, che gli erano valse il suo terzo titolo Slam.

IL PRIMO RITIRO, COME JORDAN – Probabilmente, invece questo periodo di pausa tra Melbourne e Indian Wells è stato propedeutico per maturare la decisione finale di appendere la racchetta al chiodo. In realtà però se analizziamo nel dettaglio la carriera della 25enne di Ipswich ci si accorge che questa presa di coscienza fulminea e ai più inimmaginabile fino a qualche ora fa, non è proprio discostante dal personaggio, anzi; l’australiana si era già presa una pausa dall’attività agonistica nel settembre del 2014 quando si ritirò una prima volta per cercare d’intraprendere la carriera professionistica come giocatrice di cricket. Ma due anni più tardi ritornò sui suoi passi, riallacciando i legami con il suo primo grande amore sportivo. In un certo senso ci sono molte similitudini con quello che accadde al leggendario Michael Jordan, il quale dopo il primo three-peat (tre titoli NBA consecutivi: 1991, 1992, 1993) con i Chicago Bulls, annunciò il ritiro nel 1993 per cercare fortuna nella Major League baseball; per poi successivamente rientrare in NBA nel 1995.

 

AL SUO POSTO? – Il 2021 e l’inizio del 2022 erano stati a tratti dominati dalla talentuosa tennista australiana, e la sua permanenza in cima al ranking – escluse le settimane di congelamento della classifica a causa della pandemia – si è esteso a 112 settimane consecutive che la portano al quinto posto della striscia più lunga della storia dopo Steffi Graf e Serena Williams a 186 settimane, Martina Navratilova a 156, e Chris Evert a 113. Nel conteggio totale invece è al settimo posto con 119. Nel precedente datato 2008, Henin chiese di rimuovere il suo nome dal ranking e se Barty dovesse fare altrettanto ci sarà gran battaglia alle sue spalle per accaparrarsi la prima posizione mondiale. Al momento in testa a questa corsa c’è Iga Swiatek, circa 700 punti davanti alla ceca Krajcikova, e con l’andare avanti della stagione potranno trovare spazio anche Badosa, Sabalenka e Kontaveit. Tutte tenniste che non hanno mai ricoperto questo ruolo. In ogni caso si potrebbe avere una nuova leader già dopo Miami.

PRECEDENTI ILLUSTRI – A livello di gioco invece quello della 25enne sarà una perdita di proporzioni incolmabili. Il suo tennis sopraffino, paragonabile per tecnica a quello di Ons Jabeur incantava gli occhi degli appassionati, e abbinare al suo tocco delicato un servizio e un gioco da fondo così potente ed efficace la rendeva unica e speciale. Sfumano dunque tutti i sogni di possibili rivalità con tenniste dallo stile complementare al suo come Osaka e soprattutto Swiatek. Barty chiude la carriera trionfando nello Slam di casa come accadde a Pete Sampras nel 2002, ma per trovare un altro ritiro altrettanto sconvolgente si deve tornare indietro a quello di Bjorn Borg che lasciò il tennis un anno più anziano di Barty. Ovviamente lo svedese all’epoca era un’icona mondiale molto di più di quanto non lo sia ora Barty, ma il vuoto a livello tennistico che hanno lasciato entrambi è paragonabile.

LE REAZIONI DEI COLLEGHI – Ovviamente, questa notizia ha scosso i cuori di tutti gli appassionati e gli addetti aI lavori del mondo del tennis. Numerose sono state le reazioni al ritiro di Barty, soprattutto tra le giocatrici ma non solo.  Fra le testimonianze che hanno pullulato Twitter dall’alba, ci sono state quelle di altre campionesse dei Major; come Simona Halep che ha ricordato il rapporto speciale che la lega ad Ash: “ Ash, cosa posso dire, sai che ho le lacrime giusto? Amica mia, mi mancherai in tour. Eri diversa e speciale, abbiamo condiviso alcuni momenti incredibili. Qual è il tuo prossimo passo? Campione del Grande Slam nel golf? Sii felice e goditi la vita al massimo, tua Simona.”– o come Petra Kvitova, che invece è sembrata non aver ancora realizzato; ma ciò nonostante ha sottolineato le incredibili peculiarità di un personaggio unico nel tennis: “Ash, non ho parole… in realtà stai mostrando la tua vera classe lasciando il tennis in questo modo bellissimo. Sono così felice di aver potuto condividere il campo con te .. il tennis non sarà mai più lo stesso senza di te! Ti ammiro come giocatrice e come persona.. ti auguro solo il meglio!”. Come detto non solo tennisti, ma anche dirigenti; dalle dichiarazioni del CEO della WTA Steve Simon: “Auguriamo ad Ash solo il meglio e sappiamo che continuerà a essere una straordinaria ambasciatrice per il tennis, mentre inizierà un nuovo capitolo della sua vita. Ci mancherà”– fino alle parole del CEO di Tennis Australia e direttore degli Australian Open; Craig Tiley: “Congratulazioni Ash per la tua brillante carriera. Sei stata un modello incredibile, sia in campo che fuori e la comunità del tennis, specialmente in Australia sentirà molto la tua mancanza. Goditi il tuo ritiro dal professionismo ed il prossimo capitolo della tua vita. Non vediamo l’ora di supportarti in qualsiasi cosa tu scelga di fare”.

Nonostante il periodo complicato che sta vivendo, non ha voluto far mancare la sua voce anche Elina Svitolina: “Nient’altro che RISPETTO per te!!! Ti auguro il meglio per quello che verrà dopo e congratulazioni per la tua illustre carriera”. Infine concludiamo con il commento di Andy Murray, molto più laconico, ma altrettanto pieno di significato: “Felice per Ash Barty, distrutto per il tennis, che giocatrice”. Lo scozzese ci è già passato; con la differenza che il suo ritiro non è stata una scelta consenziente ma forzata dai problemi all’anca, tanto è vero che grazie alla sue tenacia è riuscito a rientrare nel tour.

Ma Ashleigh sembra aver preso questa decisione, con molta consapevolezza e serenità d’animo. Si vede che questa scelta la rende felice. E allora noi non possiamo solo che augurarle il meglio per i prossimi sogni che ha intenzione di raggiungere. Poi chissà, se mai dovesse ripensarci noi saremmo pronti a riaccoglierla a braccia aperte, e intanto ci gustiamo a ripetizione il suo ultimo punto giocato.

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La disarmante superiorità di Ashleigh Barty

La numero 1 del mondo ha vinto in Australia il terzo titolo Slam dominando il campo delle avversarie. Quali sono le ragioni di questa supremazia?

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Ashleigh Barty - Australian Open 2022 (via Twitter @AustralianOpen)

In occasione del ritiro di Ashleigh Barty, riproponiamo questo pezzo che celebra il suo ultimo successo Slam all’Australian Open 

Per iniziare l’articolo dedicato all’Australian Open 2022 e alla sua vincitrice, ecco una lista di nomi:
Chris Evert
Martina Navratilova
Hana Mandlikova
Steffi Graf
Serena Williams
Maria Sharapova
Ashleigh Barty

Cosa hanno in comune? A oggi nell’era Open solo queste giocatrici possono vantare almeno un titolo Slam conquistato su terra, erba e cemento (spero di non aver controllato male). Ricordo che il cemento è stato introdotto nello Slam americano nel 1978 e in quello australiano nel 1988, e questo ha probabilmente impedito a grandi protagoniste del primo periodo Open (come Margaret Smith Court, Billie Jean King o Evonne Goolagong) di far parte della lista. Ma da quando le superfici si sono stabilizzate, il dato tecnico è diventato attendibile e rilevante.

Dunque, grazie al successo australiano, Barty è riuscita a entrare in questa ristrettissima élite. Campionessa sulla terra di Parigi (2019), sull’erba di Wimbledon (2021) e sul cemento di Melbourne (2022).

Non solo: per il modo con il quale ha vinto l’ultimo Slam, siamo un po’ tutti spinti ad andare oltre il giudizio sul singolo torneo, per spaziare verso valutazioni che abbracciano orizzonti più ampi e ambiziosi. Non si tratta cioè semplicemente di celebrare il successo in questo Australian Open, ma di cominciare a inquadrare storicamente il suo ruolo e provare a immaginare fino a che punto potrebbe affermare il suo primato sulla concorrenza.

I numeri delle scorse due settimane sono inequivocabili: Barty ha conquistato il titolo con un percorso netto. Sette partite, quattordici set vinti e nessuno perso. E da quando è scesa in campo nel 2022 ha già vinto due tornei (Adelaide e Australian Open), per un totale di 10 match chiusi in due set e uno solo, il primo disputato, vinto in tre set (4-6, 7-5, 6-2 contro Coco Gauff). Zero sconfitte.

Il suo tragitto a Melbourne è stato questo: 6-0 6-1 a Tsurenko, 6-1 6-1 a Bronzetti, 6-2 6-3 a Giorgi, 6-4 6-3 ad Anisimova, 6-2 6-0 a Pegula, 6-1 6-3 a Keys, 6-3 7-6(2) a Collins. Quindi Ashleigh ha sconfitto due giocatrici italiane e ben quattro statunitensi nei turni conclusivi. Curiosità: anche in occasione del successo al Roland Garros 2019 aveva sconfitto le stesse quattro americane (nell’ordine di allora Pegula, Collins, Keys e Anisimova), con in più una quinta statunitense (Sofia Kenin).

Questi numeri illustrano una supremazia evidente, alla quale le avversarie non hanno saputo opporsi, se non a sprazzi, per qualche porzione di set. Per trovare un Australian Open altrettanto dominato occorre tornare al 2017, all’ultimo impegno di Serena Williams pre-maternità: anche per lei 14 set a zero e 23mo (e sinora ultimo) Slam nel palmarès.

Le caratteristiche fisico-tecniche di Ashleigh Barty
Indubbiamente una parte importante della supremazia dimostrata da Barty in questo inizio di 2022 deriva dalle sue qualità e specificità tecniche. Per una analisi più approfondita del tema rimando a un articolo scritto nell’aprile 2019 in occasione del suo primo grande successo, a Miami (“La maturità di Ashleigh Barty”). Qui sintetizzo alcuni aspetti fondamentali.

Innanzitutto il servizio. Un colpo forse non sempre sufficientemente apprezzato, ma di qualità assoluta. Completissimo per varietà di esecuzione, con una prima così incisiva che spesso ha aiutato Barty a tirarsi fuori dai guai sulle palle break, vincendo il punto senza nemmeno iniziare lo scambio.

Un colpo che le permette spesso di viaggiare tranquilla e con un bel margine di sicurezza sulle avversarie. Potente, preciso, vario, ma altrettanto efficace anche quando è lavorato slice e kick. E con una caratteristica che non finisce mai di sorprendermi: la grande facilità nel cambiare direzione fra prima e seconda, senza che questo le faccia aumentare i doppi falli.

Poi il dritto, con una quota di topspin che le permette esecuzioni potenti ma anche con margine di sicurezza nel transito sopra la rete. In questo momento, a mio avviso, semplicemente il miglior dritto del circuito WTA.

A due fondamentali quasi di stampo ATP, Barty aggiunge il rovescio giocato prevalentemente in back. Un rovescio che mette in difficoltà molte avversarie, poco abituate a gestire parabole basse e sfuggenti. Nel confronto sulla diagonale sinistra, lo slice di Barty va ad impattare sul rovescio bimane delle avversarie destre. Per replicare allo slice con il rovescio bimane in topspin occorre grande sicurezza tecnica ma anche disponibilità al sacrificio, perché è obbligatorio scendere molto basse di gambe per eseguire lo swing al meglio. Il tutto si traduce in un surplus di sforzo fisico e, a lungo andare, anche mentale, che può pesare sugli equilibri dei match.

Ecco perché un colpo che per Ashleigh è sostanzialmente di manovra, raramente utilizzato con lo scopo di ottenere vincenti diretti, a volte può fare la differenza perfino più del dritto, grazie alla quantità di errori gratuiti causati alle avversarie. L’efficacia del colpo slice di Barty ha finito per mascherare la relativa affidabilità della versione in topspin, che sicuramente non è alla altezza del dritto. Ma del resto anche Steffi Graf aveva una impostazione simile (gran dritto e rovescio slice), e i risultati raggiunti da Steffi parlano chiaro.

Circoscrivere l’analisi ai tre colpi base non illustra però a sufficienza il quadro tecnico di Barty. Intanto perché anche nei colpi di volo possiede una qualità superiore. E poi perché sa utilizzare altrettanto bene i drop-shot e tutte le soluzioni di contenimento, che le permettono di sostenere interi scambi in difesa senza andare in difficoltà. E se poi c’è da improvvisare qualcosa in situazioni-limite ecco che Ashleigh sfodera colpi anomali, come per esempio questo dritto al volo da fondo campo:

Ma nemmeno elencare la totalità del suo repertorio le rende in pieno giustizia, perché in lei c’è qualcosa in più, che va al di là della meccanica esecutiva del singolo colpo. Quel qualcosa in più lo definirei in questo modo: la naturalezza con cui produce tennis. Una naturalezza che, per esempio, si esprime attraverso la padronanza con cui si muove per il campo. Ashleigh sembra sempre a suo agio in ogni situazione, grazie al totale dominio dei movimenti del corpo in relazione a quelli della palla. Coordinazione, rapidità di lettura delle situazioni e immediata capacità di impostare lo sviluppo dello scambio. Qualità rarissime, che in lei sono vicine alla perfezione.

a pagina 2: Le caratteristiche tattiche e mentali di Barty

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