Il tennis e le regie televisive nei grandi tornei

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Il tennis e le regie televisive nei grandi tornei

I differenti modi di raccontare un torneo in televisione: a Wimbledon, agli Australian Open, agli US Open e Roland Garros. E anche in altri tornei meno prestigiosi

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In questi giorni ricomincia il tennis giocato e, visto che si riprende dall’Australia, per la maggior parte di noi vuol dire tennis seguito non dal vivo, ma in TV. E se i tennisti viaggiano fisicamente da un continente all’altro, i telespettatori lo fanno virtualmente, sperimentando di volta in volta le differenti regie nel mondo: in ogni nazione la televisione racconta il tennis con accenti leggermente differenti. Ho provato ad analizzare alcuni casi che mi sembrano particolarmente significativi.

1. La regia inglese, ovvero il tennis come cerimonia
Parlare di tennis inglese significa naturalmente parlare soprattutto di Wimbledon.
Personalmente sono convinto che l’idea che abbiamo del torneo londinese debba moltissimo alla televisione, e al suo modo di comunicare l’evento. Se ancora oggi percepiamo che il prestigio superiore di Wimbledon deriva dalla straordinaria tradizione e dall’atteggiamento di rispetto verso il lascito della storia, molto dipende dalle scelte televisive, che non hanno mai tradito l’eredità espressiva ricevuta dal passato. Questo non vuol dire che il torneo sia trasmesso oggi esattamente come trent’anni fa (basta pensare alla copertura crescente dei campi secondari), ma ciò che a mio avviso ha contraddistinto la logica comunicativa inglese è che i contenuti “in più” forniti negli ultimi anni, sono stati elaborati offrendo novità prima e dopo il match, lasciando invece quasi inalterato lo spazio della partita vera e propria.

Pensiamo ad esempio alla finale; da qualche tempo i canali ci mostrano il dietro le quinte del vincitore al termine della premiazione: il percorso verso gli spogliatoi con le congratulazioni dei grandi giocatori del passato, l’addetto che aggiunge il nome a lettere d’oro sul tabellone, l’affaccio dal balcone con il trofeo in mano per salutare i tifosi in attesa, e altro ancora. Sono contenuti recenti, ma le nuove riprese dall’interno della clubhouse, tra legni di quercia e finiture in ottone, sono scelte in modo da rafforzare l’immagine di solida continuità con il passato.

 

Durante il match i registi non hanno gran che modificato il modo di riprendere il gioco: comanda sempre la telecamera collocata sul lato opposto al royal box, e la partita è raccontata da lì, con pochi stacchi e senza troppi svolazzi e divagazioni “creative”.
Quando comincia la partita, tutto il resto passa in secondo piano, e l’incontro assume la dimensione del rito. Anche l’obbligo dell’abito bianco indica che occorre vestirsi con il decoro che una cerimonia richiede. Il segno che la cerimonia sta iniziando è il silenzio dei telecronisti inglesi al momento del “Ready – Play” pronunciato dal giudice di sedia, mentre la telecamera principale effettua uno zoom che esclude progressivamente le tribune dall’inquadratura, per concentrarsi esclusivamente sul campo.

Ecco: la zoomata sul “Ready – Play” con lo stadio e i telecronisti che si ammutoliscono, e il prato che occupa integralmente i nostri schermi è un momento di straordinaria forza espressiva. E i telespettatori hanno la sensazione che anche una partita di tennis possa diventare qualcosa di vicino al sacro. È un peccato che questa scelta registica non sia sempre rispettata dai commentatori delle altre nazioni, che sembrano trascurare quanto sia importante sul piano simbolico quel silenzio all’inizio del match.

2. Gli australiani e la gestione della luce
Il tennis ATP e WTA negli ultimi anni viene soprattutto praticato all’aperto. E anche se la quasi totalità delle immagini rimane circoscritta all’ambito dello stadio, un elemento fondamentale differenzia comunque gli scenari alle diverse latitudini: la luce. La luce di Londra non è quella di New York, né tanto meno quella di Melbourne. L’estate australiana è un fenomeno tanto prepotente da reclamare un ruolo importante nelle trasmissioni, di cui gli australiani sono sicuramente consapevoli.

Il sole esalta i colori, e le scelte compiute a Melbourne negli ultimi tempi hanno valorizzato la situazione, a partire dal cambio della superficie di gioco (dopo il passaggio dal Rebound Ace al Plexicushion) che ha reso lo stadio molto più telegenico: non più un verde piatto e spento, ora c’è un campo blu di due tonalità che rivaleggiano con quelle del cielo. Ma una luce così intensa è un’arma a doppio taglio: tanto rende brillanti le inquadrature, conferendo allo scenario i toni sgargianti di un’opera pop, tanto può mandarle in crisi sotto forma di ombre inopportune.
Gli australiani nel campo centrale di Melbourne hanno dimostrato di essere in grado di gestire la luce al meglio, grazie a un impianto in cui il tetto retrattile viene modulato in modo da avere sempre una piccola porzione in ombra sul fondo degli out, rifugio per i tennisti nei momenti di maggior calore, senza che però crei fastidiosi contrasti sia per i protagonisti in campo che per i telespettatori.

Che l’ombra possa diventare un nemico terribile per il gioco e la TV lo sperimentiamo in altri stadi, in cui le riprese vengono fortemente penalizzate proprio da una illuminazione inadeguata. E se, tutto sommato questi problemi si possono accettare sui campi secondari, a volte costretti dalla posizione sfavorevole ad orientamenti non ortodossi, diventa meno ammissibile che penalizzi il campo principale, di qualsiasi località si tratti. Ricordo un paio di situazioni particolarmente infelici: l’inserto di Baku, o i ritagli di Pechino:

Al campo centrale di Melbourne (a parte l’inevitabile fase del tramonto) questo non succede, a dimostrazione che in Australia la cultura per il tennis è diffusa in tutte le componenti che concorrono ad organizzare un grande evento: a partire dai progettisti degli impianti sino a chi posiziona le telecamere all’interno dello stadio. Evidentemente tanti anni di tennis ad alto livello non sono passati invano.

3. Gli americani e la scoperta del suono
Non è semplice sintetizzare l’approccio verso il tennis da parte degli americani: ma forse il tratto comune che si può individuare è la volontà, tutto sommato tipica della mentalità stelle e strisce, di aumentare lo spettacolo il più possibile. Come se l’offerta non fosse mai abbastanza, e andasse preso in considerazione qualsiasi elemento per provare ad aggiungere ancora qualcosa al normale tennis giocato.

Gli esiti possono avere pro e contro: da una parte è stimolante il tentativo di non lasciare tempi morti per cercare di comunicare sempre di più; dall’altra a volte questo atteggiamento rischia di far provare allo spettatore una sensazione di bulimia; personalmente a volte mi verrebbe da dire: “basta vitamine, basta calorie, lasciatemi qualche minuto a pane e acqua”.
Non ci si accontenta di replay e statistiche: durante i cambi di campo parte la musica, e anche il pubblico è chiamato a partecipare attivamente, a colpi di kiss-cam o soluzioni simili. Agli ultimi US Open sono state sperimentate anche le interviste ai giocatori durante il match; e la prima protagonista è stata, quasi inevitabilmente, Coco Vandeweghe, classico prototipo di sportiva americana, erede com’è di una famiglia di famosi atleti USA.

C’è un aspetto particolarmente interessante di questo atteggiamento verso il tennis: il rilievo dato alla parte sonora. Gli americani probabilmente sono stati i primi a proporre il tennis avendo la massima cura verso tutti i tipi di suoni che il match produce; in particolare il dettaglio del rumore dello scambio.
Sotto questo aspetto gli inglesi hanno un handicap, visto che l’erba attutisce i rumori, e giocando sull’erba bisogna fare l’abitudine a interpretare le parabole senza il suono del rimbalzo della palla. Ma sulle altre superfici non è così: il suono del rimbalzo di un colpo slice, ad esempio, è diverso da quello prodotto da un colpo in topspin; e così quando lo swisshhh di uno slice è particolarmente lungo, ci si deve aspettare una palla estremamente bassa e sfuggente. Cemento e terra battuta restituiscono quindi informazioni utili ad interpretare il gioco.

Di solito questa componente del tennis è negata agli spettatori televisivi: rimane un privilegio di chi è seduto nelle prime file dello stadio e soprattutto dei giocatori. Il suono del rimbalzo è quindi un elemento dello scambio quasi segreto, ed è come il respiro delle persone: costante e presente, ma che si può percepire solo stando estremamente vicini, in una dimensione intima. Ecco, si può dire che nei momenti più fortunati delle partite, quando l’ambiente lo consente, gli americani riescono a farci sentire il respiro del tennis: lo scambio nel più profondo dei suoi dettagli sonori, rimbalzi inclusi.

Questa impostazione ha fatalmente delle controindicazioni: con il suono tanto amplificato crescono i rumori di fondo, e dunque tutto quello che accade nell’ambiente circostante corre il rischio di entrare a far parte della trasmissione. Nel caso di Flushing Meadows innanzitutto il rumore degli aerei che fanno rotta al vicino aeroporto La Guardia. I maggiori disagi si creano nei campi secondari, con trasmissioni spesso disturbate dagli avvenimenti (annunci, musica, applausi) provenienti dal resto dell’impianto; e non solo agli US Open: a Cincinnati, ad esempio, è un problema che si sente parecchio.

4. Il tennis mondano di Parigi
Ultimo Major, quello francese. Per quanto riguarda Roland Garros inizio subito con il mio parere: sul piano televisivo secondo me è di gran lunga lo Slam peggiore. Personalmente non amo molto nemmeno lo scenario del campo centrale, a cui pure si deve riconoscere la dignità architettonica del suo storico calcestruzzo a vista, che ci ricorda che la Francia è stata la patria degli Hennebique e dei Perret. Ma questi sono aspetti del tutto marginali di fronte al vero problema degli Open di Francia: le scelte registiche.
Sintetizzare una ripresa-tipo di un incontro sul campo centrale è piuttosto facile. Dopo i primi game di riscaldamento, il regista, come i giocatori in campo, prende il ritmo: inquadratura del primo quindici e stacco sul primo piano di un personaggio famoso seduto in tribuna. Un altro paio di quindici e secondo stacco su un altro personaggio famoso seduto in tribuna. Altro paio di quindici e nuovo stacco su un terzo personaggio famoso seduto in tribuna.
Per i non-francesi, meno esperti del mondo dei vip della Senna, la sensazione è quella di sfogliare una rivista di gossip, popolata di figure che sì, forse conosciamo di vista, ma che poi difficilmente sappiamo associare ad un ruolo vero e proprio: attore? cantante? politico? marito o moglie di? sportivo? Ci vorrebbe l’Alfonso Signorini di Francia per tenerci aggiornati e riconoscere tutti. In questo carosello di primi piani, anche i giocatori del passato diventano meno riconoscibili, diluiti nel mare di soggetti (ig)noti.

Il problema di questa impostazione, quello più grave, è che in questo modo la partita di tennis viene trasformata in un ripetitivo ping pong fra campo e tribuna; la regia non abbandona mai lo schema rendendolo monotono e noioso. E se per caso è esaurita la scorta di spettatori con un minimo di fama, si insiste con gli stacchi sul pubblico utilizzando come soggetto il bambino che mangia il gelato sbrodolandosi, o la coppia straniera vestita in modo stravagante, o i militari in divisa da parata, o le belle ragazze con gli occhiali da sole come cerchietto, o il nonno che si è addormentato, etc etc.
L’andirivieni fra campo e tribuna infarcisce la partita di facce, che finiscono per rendere il match una indigestione di ritratti. E tutto questo è un gran peccato, perché la terra battuta ha una sua specificità di gioco, che potrebbe consentire approfondimenti espressivi interessanti.

5. Lo spreco di mezzi di Stoccarda
Ma Parigi non è certo il punto più basso che può capitare a un telespettatore durante l’anno. A mio parere il primato di evento peggio ripreso spetta al Premier WTA di Stoccarda, torneo in cui da diversi anni le partite sono penalizzate da una regia senza senso della misura.

Dirò una banalità, ma di fronte a certi casi sembra necessario tornare ai rudimenti della questione: un match di tennis è ripreso in diretta, senza che si sappia cosa sta per accadere; dunque non ci può essere una sceneggiatura in base alla quale sapere in anticipo che uno scambio merita punti di ripresa particolari: per questo una partita è trasmessa facendo affidamento su una camera principale, con la migliore visuale di insieme possibile. Le altre telecamere servono per arricchire il racconto, e sono collocate in posizioni ritenute significative per offrire punti di vista migliori in particolari momenti del match (sul movimento del servizio, durante le pause per mostrare gli allenatori, per replay da angolature differenti, etc etc).

Anche a Stoccarda alcune telecamere sono collocate in posizioni ritenute significative; il problema però è che vengono impiegate come sostitute della camera principale. E così capita di dover assistere ad interi scambi ripresi dalla cima delle tribune, oppure, ancora più frequentemente, con la telecamera posta a filo terreno, all’altezza delle scarpe delle giocatrici.
La regia di Stoccarda non si fa intimorire da nessuna situazione importante: ricordo interi set point ripresi dalla famigerata telecamera “rasoterra”: posizione da cui non si capisce assolutamente nulla, e che mette anche i telecronisti (che ormai seguono le partite dallo studio) nell’imbarazzo di dover commentare un quindici determinante che in pratica non si è potuto vedere.

Ma la volontà creativa del regista tedesco non si ferma a questo; e così si è inventato una sequenza perfetta per mandare in confusione gli spettatori: 1) servizio ripreso frontale basso, poi 2) una zoomata da mal di mare per stringere sul colpo in uscita dal servizio, seguita da 3) un repentino controcampo. In sostanza la prima parte dello scambio è ripresa da un versante di campo e la seconda dal versante opposto: per i telespettatori significa che la giocatrice che all’inizio dello scambio sta “in alto” passa “in basso” e viceversa:

https://youtu.be/ZW3glpVWVgM?t=150

Nei casi in cui le tenniste sono vestite con lo stesso colore si finisce per perdere completamente la bussola. Negli anni la sequenza diabolica è stata arricchita ulteriormente, aggiungendo all’inizio una inquadratura stretta sulla giocatrice al servizio, giusto per rendere le cose ancora più complicate:

https://www.youtube.com/watch?v=rNjkPNjJIyM&feature=youtu.be&t=443
Ricordo che il torneo di Stoccarda è forse l’evento WTA più ricco d’Europa, in cui le giocatrici sono coccolate in tutti i modi dal munifico sponsor Porsche; e probabilmente nessun torneo di pari livello può disporre di un superiore spiegamento di telecamere. Ma evidentemente in alcuni casi la ricchezza non è garanzia di qualità, specie quando prevale la voglia di strafare e si dimentica che lo sport va raccontato tenendo sempre presente che i veri protagonisti sono i giocatori in campo e non chi è seduto nella cabina di regia.

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Paula Badosa, crisi e successo

La vincitrice del torneo di Indian Wells 2021 prima di affermarsi ad alti livelli ha vissuto lunghe stagioni piene di difficoltà

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Paula Badosa - WTA Indian Wells 2021 (via Twitter, @BNPPARIBASOPEN)

Per come era stato organizzato il calendario WTA di quest’anno, era chiaro che il torneo di Indian Wells avrebbe rappresentato un passaggio cruciale della stagione. E infatti i molti punti assegnati alla vincitrice, ma anche alle altre tenniste capaci di arrivare in fondo, hanno cominciato a delineare in modo più chiaro la Race, cioè la classifica che determinerà le otto protagoniste che avranno il diritto di disputare le Finals 2021.

Non tutto, naturalmente, è definitivo, ma al momento la vittoria di Paula Badosa a Indian Wells ha permesso alla Spagna di avere due giocatrici fra le otto possibili “elette”. Garbiñe Muguruza infatti è settima nella Race con 3150 punti, Badosa la segue a 3112. Nona è Ons Jabeur con 3020 punti, mentre la decima, Naomi Osaka, è già più staccata, con 2771 punti. E dato che è molto incerta la partecipazione della numero 1 Barty alle Finals previste a Guadalajara, non è improbabile che sia Muguruza che Badosa possano scendere in campo in Messico.

Forse non è molto noto, eppure, oltre alla nazionalità, Muguruza e Badosa hanno altri punti in comune, specie per quanto riguarda la loro formazione e i primi passi compiuti in WTA.

 

Torniamo indietro di qualche anno, al marzo del 2012. Sta per cominciare il torneo di Miami, e la IMG, società che fra le proprie attività ha la gestione del Miami Open, decide di assegnare una wild card a una giovane spagnola semisconosciuta: Garbiñe Muguruza, classificata fuori dalle prime duecento del mondo. La scelta è determinata dal fatto che la giocatrice in questione ha un contratto con la stessa IMG, che la ritiene una grande promessa.

Sorprende la decisione di assegnarle la possibilità di entrare addirittura nel tabellone principale, dato che Garbiñe non ha praticamente esperienza di match a livello WTA. Eppure la giovanissima Muguruza si dimostra all’altezza: sconfigge nell’ordine Morita, Pennetta e Zvonareva, prima di fermarsi al quarto turno contro Radwanska (che poi avrebbe vinto il torneo).

Ci si chiede chi sia questa diciottenne e si scopre che è una spagnola sui generis, perché è nata in America (a Caracas) e ancora non ha deciso in via definitiva se gareggiare per la Spagna o per la nazione di origine, il Venezuela. Alla fine Muguruza sceglie di rimanere spagnola, e il resto della sua carriera è ormai entrato nei libri di storia del tennis.

Spostiamoci in avanti di tre anni esatti, al marzo 2015. Di nuovo Miami Open, e di nuovo IMG decide di assegnare una wild card a una spagnola semisconosciuta: Paula Badosa, anche lei promessa sotto contratto con la agenzia. E la 17enna Badosa non sfigura: pur senza esperienza a livello WTA, da numero 419 del ranking, raggiunge il terzo turno. Sconfigge Petra Cetkovska e Zheng Saisai prima di fermarsi contro Karolina Pliskova.

Così come Muguruza, anche Badosa è nata in America (a New York, figlia di due genitori impiegati nella moda, prima come modelli e poi come fotografi) e per questo è ugualmente contesa tra due federazioni. Dopo la prestazione in Florida, infatti, si fa avanti la USTA per farla gareggiare sotto la bandiera a stelle e strisce. Ma anche Paula decide di rimanere spagnola, anche perché da parecchi anni si allena tra Valencia e Barcellona, e gli USA rimangono un ricordo legato solo alla prima infanzia.

Ecco, fino a qualche mese fa, il parallelismo tra Muguruza e Badosa si fermava ai loro esordi professionistici, perché poi lo sviluppo delle loro carriere sembrava dovesse percorrere strade molto differenti; da una parte il successo di Garbiñe, dall’altra la delusione di Paula, che dopo l’avvio sorprendente sembrava essersi persa tra infortuni e insicurezze.

Incapace di tenere fede alle grandi speranze suscitate da teenager: Badosa non sarebbe stata certo la prima giovanissima di talento schiacciata dalle aspettative. Normalmente ci si ricorda di chi ha sfondato, ed è quasi fisiologico dimenticarsi di chi non è riuscita ad arrivare in cima alla piramide del successo. Ma non si tratta di casi sporadici.

Ricordate per esempio Bojana Jovanovski? Cito lei perché anche Bojana aveva firmato un contratto con IMG, ed era considerata una della maggiori promesse in WTA. Nata il 31 dicembre 1991 (un giorno dopo Camila Giorgi), capace di entrare fra le prime cento a 18 anni, aveva vinto fra il 2012 e il 2013 i tornei di Baku e Tashkent. Ma poi dal 2014 (anno del suo best ranking: numero 32), ha cominciato un declino precoce che l’ha portata a disputare il suo ultimo match nel 2018. Ritirata a nemmeno 27 anni.

Insomma, essere una promessa, ed essere individuata da IMG come una potenziale stella, non è per forza garanzia di successo ad alti livelli. E sino a qualche tempo fa anche Badosa sembrava confermarlo: prima di arrivare a vincere un torneo importante come Indian Wells, Paula ha attraversato lunghe stagioni piene di problemi e difficoltà.

a pagina 2: Il lungo periodo di crisi

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Grande Slam 2021, la classifica femminile

Chi sono state le giocatrici che hanno fatto meglio nei quattro tornei più importanti dell’anno? Un bilancio di fine stagione più una analisi sugli Slam di Serena Williams in occasione dei suoi 40 anni

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Barbora Krejcikova - Roland Garros 2021 (via Twitter, @rolandgarros)

Da alcuni anni propongo una classifica particolare, basata esclusivamente sui quattro tornei più importanti della stagione: Australian Open, Roland Garros, Wimbledon, US Open. Ho deciso di farlo perché, ancora più che in passato, nel tennis contemporaneo gli Slam si stagliano nella considerazione di tutti come qualcosa di superiore, a sé stante, ed è su questi palcoscenici che si costruiscono le grandi carriere.

Tanto è vero che oggi, quasi in automatico, per misurare il valore di una tennista gli appassionati cominciano sempre valutando cosa ha saputo fare negli Slam: vittorie, finali, continuità nei “piazzamenti”, sono il riferimento che alla fine determina la categoria di chi viene analizzata.

Ma sappiamo che non è sempre stato così. In altre epoche i più forti tennisti, per esempio, hanno rinunciato a giocare l’Australian Open perché la trasferta presentava disagi logistici e il montepremi non era sufficientemente appetibile.

 

Ma ci sono state altre rinunce che oggi ci appaiono inconcepibili. Prendiamo il caso di Chris Evert, che negli anni ‘70 era di gran lunga la più forte giocatrice sulla terra rossa. Evert ha saltato alcuni Roland Garros perché impegnata in altri eventi organizzati negli USA. Parliamo di una giocatrice capace di vincere 125 partite consecutive sulla terra, dall’agosto 1973 al maggio 1979. Nemmeno Nadal è mai riuscito a dominare così tanto. Eppure Chris non ha disputato i Roland Garros del 1976, 1977, 1978, oltre che i sei Australian Open dal 1975 al 1980. Detto tra parentesi: quando si fanno i calcoli degli Slam vinti da Serena Williams o da Steffi Graf, spesso si dimentica quanto avrebbero potuto vincere tenniste come Evert o Navratilova se le priorità della loro epoca fossero state simili a quelle odierne.

Oggi le cose sono cambiate: gli Slam sono il fulcro del calendario di ogni tennista di vertice. Per questo possiamo dire senza alcun dubbio che Serena Williams continua a giocare con l’unico scopo di provare a vincere nuovi Slam, mentre utilizza come impegni di preparazione gli altri tornei del circuito, o non li affronta proprio.

Ecco le ragioni di una classifica basata esclusivamente sui quattro Major. Il criterio adottato per costruire la classifica è sempre lo stesso, ed è molto semplice: la somma dei punti ottenuti in ogni Slam secondo i valori stabiliti da WTA. Questa è la ripartizione dei punti prevista:

2000 punti (vittoria)
1300 (finale)
780 (semifinale)
430 (quarti)
240 (4° turno)
130 (3° turno)
70 (2° turno)
10 punti (sconfitta al primo turno)

Veniamo dunque alla Classifica Slam del 2021. Classifica sino alla posizione numero 32, con in più le tre giocatrici che sono attualmente comprese fra le prime 20 del ranking WTA ufficiale, ma che sono rimate staccate nei Major:

Un piccolo chiarimento per evitare equivoci. In questa tabella nelle prime tre colonne ci sono diverse graduatorie. La prima a sinistra, in grassetto, indica la posizione nella nostra Classifica Slam. La seconda colonna corrisponde all’attuale ranking ufficiale WTA (stabilito il 4 ottobre 2021). La terza colonna denominata “Race” fa riferimento a tutti i punti raccolti dalle giocatrici nell’anno 2021. Tenendo presenti questi numeri, si possono sviluppare alcuni ragionamenti di un certo interesse.

a pagina 2: Il livellamento al vertice. Delusioni e sorprese

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US Open 2021: Sakkari, Sabalenka, Barty e Osaka

Terzo e ultimo articolo dedicato allo US Open 2021: il percorso delle semifinaliste Sakkari e Sabalenka e la speciale condizione nella attuale WTA di Barty e Osaka

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Naomi Osaka - 2021 US Open (Garrett Ellwood/USTA)

La vittoria di Emma Raducanu allo US Open ha rappresentato per l’attuale tennis femminile contemporaneamente una sorpresa e una conferma. Sembra una affermazione inconciliabile, un ossimoro, ma in realtà non lo è. Vediamo come mai.

Perché una sorpresa. Nessuno poteva immaginarsi che una qualificata, che mai aveva giocato a New York e che in tutta la carriera aveva disputato un solo Slam (l’ultimo Wimbledon, grazie a una wild card), potesse arrivare a vincere il titolo. Il successo di Raducanu, numero 150 del ranking, costituisce un risultato non solo imprevedibile, ma anche senza precedenti.

Ma la vittoria di Raducanu ha anche rappresentato una conferma, dato che il suo successo rimane nel solco tracciato dai risultati Slam più recenti. Nelle ultime stagioni, infatti, i Major si sono trasformati in un obiettivo quasi sempre riservato alle nuove generazioni. Ad eccezione di Simona Halep a Wimbledon 2019, il successo è sempre andato a tenniste al massimo di 25 anni, spesso anche molto più giovani. Le giocatrici esperte, al dunque, hanno dovuto cedere il passo.

 

Non solo. Nelle ultime finali Slam, fra le due contendenti ha sempre vinto la giocatrice più giovane. Senza risalire alle quattro sconfitte di Serena Williams post maternità, nel biennio 2020-2021 abbiamo avuto: in Australia il successo di Kenin su Muguruza e di Osaka su Brady; in Francia quello di Swiatek su Kenin e di Krejcikova su Pavlyuchenkova. A Wimbledon quello di Barty su Pliskova (nel 2020 non si era giocato). Infine a New York la vittoria di Osaka su Azarenka e poi di Raducanu su Fernandez. Insomma, che sia per pochi mesi o per molti anni, chi è nata dopo ha sempre prevalso.

Però l’anagrafe non ci dice tutto: a mio avviso sarebbe sbagliato considerare i nomi delle ultime vincitrici come equivalenti. Nel ventaglio delle ultime campionesse Slam, due giocatrici spiccano perché sono state capaci di partire alla vigilia del torneo con lo scomodo ruolo di favorite, e poi di aggiudicarsi effettivamente il titolo.

Credo non sia una differenza da poco, perché più passano le edizioni dei Major, più ci accorgiamo di quanto stia diventando difficile, in un contesto di notevole equilibrio come la attuale WTA, scendere in campo da favorite. Le avversarie si ritrovano con la mente più leggera e con meno da perdere, e spesso questo si traduce in un vantaggio decisivo. Le due protagoniste di questa difficile impresa sono Ashleigh Barty e Naomi Osaka. Ecco perché le ritroveremo nella parte conclusiva dell’articolo.

Dunque, per chiudere con l’analisi dello US Open, dopo il pezzo dedicato alla vincitrice Emma Raducanu, e quello dedicato alla finalista Leylah Fernandez, cominciamo ragionando sulle altre due semifinaliste, Aryna Sabalenka e Maria Sakkari.

a pagina 2: Aryna Sabalenka

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