Buon compleanno Rino. Dal doping al tennis, da Giorgi a Nadal: Rino Tommasi ha una risposta per tutto

Interviste

Buon compleanno Rino. Dal doping al tennis, da Giorgi a Nadal: Rino Tommasi ha una risposta per tutto

In occasione dell’ottantaduesimo compleanno di Rino Tommasi, ripubblichiamo un’intervista di Claudio Giuliani, realizzata poco prima dell’ottantunesimo. E che sembra fatta ieri

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Che si tratti di Camila Giorgi, Fognini, Nadal, Federer, calcio, ciclismo, atletica, doping, scommesse, giornalismo e telecronache, Rino Tommasi ha sempre la risposta giusta. L’intervista a uno dei più grandi giornalisti italiani, un colloquio con un grande uomo di sport, un ex atleta che tutti i tennisti hanno imparato a conoscere come il custode dei numeri

Al telefono, quando ci invita a casa sua, è sempre gentile, anche quando cambia l’orario in extremis. “Mia moglie ha invitato i figli per colazione – sarebbe il nostro volgare pranzo ndR – e io non lo sapevo, facciamo nel pomeriggio?”. E quindi raggiungendo il cuore dei Parioli, Roma, dove il parcheggio è cosa preclusa se non si ha il Burgman o la Smart che dominano le strade di piazza Euclide, entriamo nell’elegante casa di Rino. Libri, libri e ancora libri, che arrivano fino ai soffitti, altissimi in queste case d’epoca tutto legno alle pareti e tappeti in terra, con l’argenteria in bella mostra. Ci attende sull’uscio del suo studio, mentre noi attraversiamo lentamente il lungo corridoio, attratti dalle foto sulle pareti, la storia della vita di Rino. Ci viene incontro. “Quello è Henry Kissinger, eh”, ci dice orgoglioso, mentre lo sguardo si sofferma sulla foto che lo ritrae mentre intervista l’ex segretario di stato USA, colloquio che gli valse anche un premio. Tutte le foto sono in bianco e nero e lo ritraggono praticamente con tutti gli sportivi più importanti, ma anche con personaggi dello spettacolo italiano. A colori, spicca quella di un Boris Becker giovanissimo che gli sorride mentre lui lo intervista. In basso, c’è la foto che lo ritrae assieme a Clerici e Scanagatta con un Roberto Lombardi sorridente. “Eravamo a Melbourne lì”, ci dice, mentre sorride con lo sguardo tenero verso l’amico che non c’è più. Ci accomodiamo di fronte a lui nel suo studio, con la scrivania invasa di appunti e libri a dividerci. Ha da poco dato alle stampe un libro sul pugilato, “Muhammad Alì. L’ultimo campione. Il più grande?”, ma, chissà perché, non ci sorprende affatto saperlo a lavoro su un nuovo progetto (“parlerà della scomparsa delle squadre di calcio della provincia”).

DOPING E LIBERALIZZAZIONE
Partiamo subito con la questione doping, rilanciata di recente dalle parole del papà di Camila Giorgi, il quale ha dichiarato che nello sport si dopano tutti e allora tanto varrebbe legalizzare il doping. Rino è un antesignano della teoria, non convintissimo però. “È una questione delicata nel senso che, da un certo punto di vista sarei per il rigore, e quindi non appena uno sgarri, anche se per piccole quantità, non lo farei giocare più. Ma sono anche convinto che se li controlliamo tutti non gioca più nessuno. Non ho mai quindi deciso di prendere posizione e non perché non voglia. Io, quando ero giovane ma anche adesso che non lo sono più, non ho mai messo in bocca una sigaretta e comunque quando gareggiavo non mi sarei mai aiutato in alcun modo. Il problema per me è economico: controllare tutti è impossibile. Se lo facessimo per tutti, rigorosamente, non se ne uscirebbe più”. Se per ipotesi il doping venisse legalizzato, ci sarebbe poi la corsa ad accaparrarsi i medici migliori no? “Sì, per paradosso potremmo avere le finali dei tornei giocate direttamente dai medici”, ci risponde sorridendo. “È ovvio che da un certo punto di vista vorrei essere spietato nei controlli e quindi nei provvedimenti, le squalifiche, però mi rendo conto che in questo modo forse si paralizzerebbe l’attività. Non ho idea esatta della diffusione del fenomeno, ma mi pare che si stia allargando sempre di più”.

 

Qualche tempo fa è uscito un libro, “Campioni senza valore”, edito da Sandro Donati, ex atleta e responsabile del mezzofondo per la Fidal, la federazione di atletica del Coni. Nel libro lui racconta la storia della Fidal e del Coni di Primo Nebiolo, che promuovevano il doping grazie alle autoemotrasfusioni del professor Conconi, perché le medaglie andavano conquistate a tutti i costi. Che ne pensa? “L’atleta è spesso d’accordo, e si trova ad accettare questi metodi perché vuole primeggiare, avendo anche il sospetto che gli altri si aiutino in qualche maniera. D’altra parte le Federazioni, anche quando scoprono casi di doping, preferiscono chiudere un occhio. Dei dirigenti si sono costruiti la propria carriera sui falsi successi degli atleti”. Rino stesso è un ex atleta, tennista, vincitore di numerosi trofei giovanili, nonché figlio d’arte. “Mio padre ha tenuto il record di salto in lungo per molti anni; partecipò alle Olimpiadi di Parigi del 1924 e a quelle di Amsterdam del 1928”. Non sarà mica che fu Evangelisti e il suo mitico 8 e 38 di Roma, risultato truccato come poi si scoprì, a togliere il record a Tommasi senior? Rino sorride mentre cerca la postura giusta sulla poltrona di pelle nera dai braccioli marroni: “No no, gli otto metri furono superati proprio da Evangelisti ma prima, e pare legittimamente”.

DOPING E RISULTATI
In Italia fino agli anni ’90 c’era una certa riottosità a parlare di Doping. Perché? “La stampa è stata resistente perché chi fa questo mestiere vorrebbe che lo sport fosse pulito. Se togli la certezza del risultato, lo sport finisce”. Lo sport finisce quindi, ma allora non è già finito con i vari Di Centa, Bugno, Moser (con Conconi che volò fino a Città del Messico per fargli l’emotrasfusione, con la scusa dell’anemia, nella corsa che gli valse il record su pista), Cipollini, Chiappucci, Pantani e via dicendo? Non abbiamo già tolto la certezza del risultato? “Mi ripeto: il problema è difficile perché la questione è complessa. Forse, mi sono quasi convinto, che tutto sommato sia meglio ignorare, anche se così si commetterebbero dei delitti verso la salute dell’atleta”. Veniamo al risultato sportivo. Come si gestisce quando da Ben Johnson ad Armstrong, arrivando fino alla Juventus, si tolgono dei titoli? Si assegnano al secondo arrivato? “Questa situazione è ingestibile. Ecco perché quindi istintivamente sarei per il rigore assoluto. Ma, così facendo, con regole rigide e rigore assoluto, potrebbe veramente finire l’attività sportiva, tale è la diffusione di questo fenomeno. Oggi si dopano anche i ragazzini, quelli che fanno la corsa del circondario. Nel tennis c’è il problema del tempo perché non sai quanto dura una partita, quando invece millecinquecento metri sono millecinquecento metri. Alla fine di questo discorso, io temo, e lo temo molto, che ci si debba arrendere. Mi sembra una battaglia che la legalità non può vincere”.

LA QUESTIONE CULTURALE
Donati però racconta anche di atleti che rifiutano di pratiche. Il problema è culturale quindi. “Certamente”, quindi, cosa si può fare di più? “Premesso che tutti i tentativi di carattere educativo, o pedagogico, si riducono al raccomandare agli atleti di non fare nulla, di correre a pane acqua, poi la realtà è altra. E quando si rompono gli argini, stabilire un limite prima del quale non è doping e poi lo è, francamente è impossibile”. C’è chi sostiene che nel tennis il doping non esiste. “No, non è vero. C’è chi ricorre all’aiutino, e poi i tennisti si parlano negli spogliatoi, si consigliano. C’è sempre poi il timore di perdere contro uno che si aiuta. Nessuno mai dice di perdere contro un altro più bravo”. Eppure i giocatori e le associazioni preposte, fra blitz all’alba e passaporto biologico, si ritengono a posto. “Si adottano questi sistemi per dare l’impressione di difendersi da questa piaga, ma in realtà non ci difendiamo. Gli strumenti sono alla portata di tutti. Da anni si assiste alla medicalizzazione dello sport, anche a livello amatoriale”. Jim Courier a fine carriera andava in giro a dire che erano tutti dopati. E se tu gli domandavi il perché, lui rispondeva “Perché corrono più di me. Nessuno corre più di me”. Ride. “Osservazione crudele ma tutto sommato giusta”. Che opinione si è fatto della vicenda Kostner, l’ex pattinatrice accusata di complicità e omessa denuncia nella vicenda legata all’ex fidanzato squalificato per doping, il marciatore Schwawrzer? “Il fatto che ci sia un rapporto di affetti o intimità non ti esime dalla denuncia. Squalifica giustissima, ogni tesserato ha il dovere di riferire in caso di illecito”. Doping o scommesse, cosa è peggio per l’immagine di questo sport? “Si sarebbe portati a dire istintivamente che sia peggiore la questione doping, ma l’altra questione è morale, ed è il cancro peggiore ma tutto sommato il più facile da debellare. Nelle scommesse ci sono i soldi che girano, e quindi quando li scopri puoi essere implacabile. Ma con la questione doping c’è di mezzo la salute dell’atleta e la credibilità dello sport. Per la questione scommesse sono per la rigidità massima, fermo restando che non credo ci siano giocatori che perdano apposta: perdere è contro natura nello sport”.

Tommasi, Clerici, Lombardi e Scanagatta a Melbourne

Tommasi, Clerici, Lombardi e Scanagatta a Melbourne

FEDERER, MURRAY, SEPPI, NADAL E LO SLAM DI DOPPIO
Nel suo studio Rino ha il televisore proprio di fronte la sua scrivania, alle nostre spalle, sulla destra. Scorrono le immagini del telegiornale, silenziato per permetterci di ascoltarci. Gli chiedo se ha seguito l’Australian Open. “Certamente”, risponde. “Ci sono state poche sorprese. I risultati sono stati molto regolari. Direi un torneo ordinario”. Il torneo brutto lo vince il più forte? “Assolutamente sì”. Non è d’accordo sull’idea che ci sia una sorta di rivoluzione in atto, nata dal successo di Wawrinka a Melbourne nel 2014 e portata avanti da Cilic e Nishikori a New York. Gli chiedo allora di Federer. “Federer sta confondendo le idee, sta resistendo oltre il previsto per via dell’età anagrafica ma il talento è quello”. E Murray, recente protagonista australiano? Qui l’espressione di Rino si fa arguta. “Murray è un soggetto interessante, da studiare. Come qualità naturali, parlo dal punto di vista delle risorse personali, è un atleta vero. È uno che è capace di fare il 10% di più nel giorno che c’è la gara importante. Murray è uno che riesce a esaltarsi in certi momenti dal punto di vista atletico. Durante l’anno, il problema è che perde 5 o 6 partite che non deve perdere, perché ovviamente non può stare sempre al meglio”. Ricorderemo l’Australian Open per via di Seppi che batte Federer? “Non è Seppi che batte Federer, è Federer che non può giocare sempre al meglio per via dell’età”. Però c’è stata la grande notizia del doppio. “Dimentichiamocelo. Il doppio non lo gioca più nessuno, è una gara di consolazione. Quelli bravi non vogliono sprecare energie perché non gli interessa dal punto di vista economico e atletico e molti lo giocano per modo di dire, giocando qualche partita”. E Nadal? “Nadal è a rischio. Secondo me si può anche rompere. Ha tirato fuori tutto quello che c’era da tirar fuori. Può essere consumato anche nella voglia magari, lui ha risolto il problema della vita”, ovvero quello economico.

CAMILA GIORGI E IL TENNIS ITALIANO
Protagonista del momento, anche per via della sua presenza nel primo turno di Fed Cup, è Camila Giorgi. Che gliene pare? “È una risorsa, è il nuovo che avanza”. Per il padre arriva di sicuro in alto. “Il padre è un pazzo, ma un pazzo utile direi. È un saltimbanco, che però ha tirato su questa ragazzina, che è decisamente una sua creatura. Camila Giorgi è ingombrante per gli altri, per i rapporti fra lei e il gruppo storico che apparentemente sono buoni. C’è sempre un po’ di rivalità: è inevitabile. Secondo me non ha i centimetri, i muscoli, per salire fino in alto”. La vulgata comune dice che deve cambiare coach per arrivare in alto. “No, non sono d’accordo. Il padre è fondamentale”. Come per le Williams? “Esatto. Senza di lei Camila non andava da nessuna parte. Genitori come Sergio o Richard Williams sono figure ingombranti ma fondamentali. Loro esercitano un potere che è oltre quello dell’allenatore, ovvero quello genitoriale, e questo può essere devastante ma anche fondamentale, utile”. Lo stuzzico sulla crisi presunta dei talenti in ambito maschile, ad altissimo livello. “I talenti si trovano. Noi abbiamo avuto la fortuna di trovare Panatta, talento straordinario e grande mano”, mentre mima con la mano destra il gesto di un diritto in aria. “Poi c’erano anche quelli come Barazzutti, che con la forza del lavoro hanno raggiunto i risultati. Ad ogni modo nella storia italiana del tennis io non ricordo di un giocatore del quale posso dire: ah, se avesse fatto meglio avrebbe potuto fare grandi cose. Non ne trovo molti che avrebbero potuto cambiare di molto la loro carriera”. Chiosa finale, inevitabile, su Fognini, il nostro miglior giocatore. La mascella si irrigidisce: “Fognini non mi piace”, risponde in maniera lapidaria, come a dire: chiudiamola qui.

PANATTA, LA TV E CLERICI
Ha nominato Panatta, di recente tornato alla telecronaca in TV. Molti ascoltatori l’hanno bollato come facilone, superficiale. “Ma lui è così. Tutto sommato non è del tutto sbagliato questo atteggiamento. Naturalmente, Adriano, sfrutta la sua popolarità. Non voglio portare ad esempio il mio caso e quello di Clerici, ma, come dire: noi abbiamo studiato di più”. Il problema, per lui, è dei dirigenti televisivi, molto impreparati nella scelta dei commentatori. “Quello che manca a molte TV ad esempio, sono i dirigenti. Finché ci sono stato io ho preso a lavorare con me Lombardi e Scanagatta, non decisamente delle scartine. Ora, però, la preoccupazione di questi dirigenti è quella di trovare il grande nome, lasciandosi incantare dai risultati”. Un’ultima cosa: chi era più forte fra lei e Gianni Clerici a tennis? “Sono convinto che fossi più forte io, ma non glielo posso dire. Non ci siamo incontrati mai in torneo; io ero più forte atleticamente, lui aveva più talento di me”.

Sorride divertito Rino, che ci chiede come ci siamo avvicinati al tennis. Si dimostra interessato, e dopo qualche altra chiacchiera in libertà, più scanzonata e fuori dai confini del giornalismo, ci parla della sua collezioni di libri, delle centinaia di annuari su calcio e tennis che sono ordinati sugli scaffali. Ecco, se dovete fare una ricerca su qualcosa che non è su internet, casa Tommasi, e Rino, sono la vostra soluzione.

 

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Come scegliere la giusta scarpa da tennis? Asics ha tre risposte giuste

SPONSORIZZATO – Scegliere la giusta scarpa da tennis è molto più importante di quanto possa sembrare, ma come selezionare il modello giusto? Abbiamo intervistato Rene Zandbergen, Senior Manager Footwear and Innovation di ASICS

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Rene Zandbergen di Asics

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La scelta della scarpa da tennis è ancora più importante di quella del giusto modello di racchetta. Non ci credete? Abbiamo fatto una chiacchierata con Rene Zandebergen, la persona che c’è dietro l’innovazione delle scarpe di Asics, una delle scelte più apprezzate tanto dai professionisti quanto dai giocatori di club.

Come funziona l’approccio di Asics alla creazione di un nuovo modello?
Noi abbiamo creato la nostra filosofia di gioco cercando di entrare il più possibile in contatto con i giocatori e con gli allenatori per assecondare le loro necessità, e al momento non abbiamo visto altri marchi agire in questo modo. Da parte dei giocatori coinvolti, come Djokovic, abbiamo ricevuto molti feedback positivi e siamo partner di tante accademie come quella di Patrick Mouratoglou e altre in Francia, Regno Unito, Italia con le quali discutiamo il più possibile per migliorare i nostri modelli. Riceviamo feedback tanto dai professionisti, come anche Goffin e Monfils oltre a Djokovic, tanto quanto dai coach e dai junior più promettenti che si allenano nelle varie accademie“.

 

Qual è la prima cosa che dobbiamo considerare quando acquistiamo un nuovo paio di scarpe?
La scelta migliore per trovare la scarpa giusta è capire il proprio stile di gioco. Noi abbiamo diviso le nostre scarpe adattandole a tre stili: quelle per il giocatore da fondo, quelle per chi gioca a tutto campo, e infine c’è la scarpa che abbiamo creato lavorando a stretto contatto con Djokovic per quei giocatori che riescono ad alternarsi tra questi due stili di gioco“.

I giocatori da fondo campo

Per sviluppare il modello per i giocatori da fondo, cioè quelli che passano molto tempo dietro o sopra la linea di fondo e si muovono parecchio lateralmente, abbiamo anche contattato Iga Swiatek e la cosa più importante per loro è avere stabilità sia nella parte interiore che esteriore della scarpa. Proprio per via di questi loro movimenti gli serve grande sostegno nella parte esteriore, e noi abbiamo sviluppato una nuova tecnologia per far questo che comunque non rinuncia alla flessibilità. Ecco, quindi, che a questi tipi di giocatori si indirizza la Gel Resolution, giunta alla versione 8“.

I giocatori a tutto campo

I giocatori a tutto campo invece preferiscono partire dal fondo per andare spesso a rete e hanno bisogno di maggior flessibilità, e la cosa più importante per loro è la velocità. Per loro abbiamo creato il nostro prodotto Solution Speed lavorando con David Goffin e Caroline Garcia tra gli altri, e ciò di cui hanno bisogno è maggior libertà di movimento per spostarsi più rapidamente in diverse direzioni. Per ottenere questo risultato la prima cosa che abbiamo fatto è utilizzare un materiale più leggero per la scarpa e la differenza principale con gli altri modelli è la suola in gomma rimuovibile, che permette di rendere la scarpa ancora più leggera“.

I giocatori che vogliono stabilità e libertà di movimento

Per l’ultimo tipo di scarpa, quando abbiamo iniziato a lavorare con Djokovic, lui stava cercando un modello che gli desse più libertà di movimento ma non voleva rinunciare troppo alla stabilità. Quindi abbiamo creato la Court FF2, che offre le miglior soluzioni di entrambi i due stili precedenti, combinando le caratteristiche dei due tipi si scarpe“.

Possiamo dire che la scarpa da tennis è come la gomma per l’automobile? Alla fine la racchetta è importante ma è la scarpa il punto di contatto con il terreno.
Questo è un paragone che uso spesso e che è assolutamente corretto. È importante scegliere la scarpa giusta perché bisogna riuscire a fidarsi di quello che si indossa. Spesso quando siamo in campo ci piò capitare di dover fare dei movimenti strani e improvvisi e noi dobbiamo essere sicuri che la nostra scarpa ci permetta di farlo, altrimenti se indossi scarpe inadatte alla superfici può andarti male“.

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Gemelli diversi: intervista doppia (e auguri) a Lorenzo Sonego e Andrea Vavassori

Lorenzo e Andrea, affiatati partner di doppio, compiono 25 anni a pochi giorni di distanza. Sono entrambi di Torino e fanno molte cose insieme. Anche vincere

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Lorenzo Sonego (n.33 ATP) e Andrea Vavassori (n.70 ATP in doppio) sono nati entrambi a Torino nel 1995, nel mese di maggio, a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro (Andrea il 5 e Lorenzo l’11, quest’oggi) e il destino ha voluto che entrambi giocassero a tennis. Il loro percorso è stato parallelo, le loro vite strettamente intrecciate in un rapporto dove la rivalità è ben presto sfociata in una profonda amicizia.

È un piacere allora, in occasione del loro compleanno e per salutare l’inizio degli Internazionali di Roma e a meno di un mese dal Roland Garros, dedicare loro questa chiacchierata a due voci. Da cui emerge il ritratto di due ragazzi molto determinati ma non monotematici, due seri professionisti che però sanno concedersi il gusto della battuta, con quel sottile filo di ironia tutto sabaudo.


Buongiorno ragazzi, innanzitutto grazie del vostro tempo. Anzi, per ora grazie a te Lorenzo perché Andrea è in ritardo...

 

Lorenzo: Non mi stupisco, credo che non sia mai arrivato puntuale una sola volta in vita sua (ride, ndr).

Sai cosa facciamo? Iniziamo dalle domande dedicate a te, in attesa del ritardatario. E precisamente da quel famoso provino quando, a dieci anni, ti portarono al circolo da Gipo Arbino (il suo coach storico, ndr) e dal maestro Bonaiti. Gipo assicura che tu, con due sole lezioni di tennis alle spalle, eri già meglio di tutti gli altri ragazzi della SAT. Leggenda?

Questo è quello che dice Gipo (ride, ndr), ma è vero che, appena presa in mano la racchetta, scoprii subito di avere una grande coordinazione, mi veniva tutto abbastanza facile. Chissà, forse contribuiva il fatto di aver giocato a calcio nelle giovanili del Torino. 

Grazie a questa tua coordinazione e velocità riuscisti a giocartela da subito contro ragazzi più grandi di te. Diventasti ‘un rematore assoluto’, come dice sempre Gipo. Cioè uno cui non facevi mai punto perché tiravi su tutto.

Infatti, comincio subito a vincere qualche partita anche contro quelli più bravi, che casomai facevano qualche errore. Purtroppo ero piccolo e gracile e appena salivo un po’ di livello facevo fatica proprio perché mi mancava la forza per spingere. Il rovescio, ad esempio, mi veniva più naturale a una mano, ma proprio non ce la facevo fisicamente e allora Gipo mi impostò bimane. 

Per fare il salto di qualità Gipo decise che non potevi limitarti ad essere un regolarista e iniziò a trasformarti in un attaccante da fondo. L’inizio non fu dei più brillanti perché perdevi contro chiunque, non avevi proprio la misura dei colpi.

Vero, presi anche una gran stesa dal signore che si è appena aggiunto alla chat.

Benvenuto Andrea.

Lorenzo: Sempre in ritardo, sempre. Sei davvero incorreggibile.
Andrea: Buongiorno a voi e perdonate il ritardo. Scusate se mi inserisco ma vorrei puntualizzare: non è che Lorenzo cercasse di colpire più forte, semplicemente aveva scambiato il tennis per il baseball, specialista in fuoricampo (ride, ndr).
Lorenzo: Effettivamente a volte esageravo e ho perso anche con persone di classifica inferiore, ma non ero preoccupato dei risultati. Avevo fiducia in Gipo e sapevo che prima o poi ce l’avremmo fatta. 

Sempre Gipo dice che tu sei un giocatore che non sente proprio la pressione.

Lorenzo: Non è che non sento la pressione, diciamo piuttosto che sotto pressione mi diverto e riesco a tirare fuori il mio meglio. Più il momento è critico più trovo coraggio. 

Pare che tu non soffra nemmeno per la lontananza da casa quando sei in trasferta.

No, mi piace molto viaggiare. Poi devo dire che, non appena posso, le persone importanti me le porto dietro. Inoltre, allenandomi a Torino, cioè a casa, quando non sono in giro per tornei recupero i miei affetti e i miei rapporti. 

Parlaci della partita di Vienna quando nei quarti di finale hai rifilato un 6-2 6-1 a Djokovic.

Forse non fu il miglior Nole della storia, ma era pur sempre il numero 1 del mondo. E io giocai molto bene. È stato uno dei passaggi decisivi della mia carriera, assieme alla vittoria su Robin Haase (allora n.43 ATP) al primo turno dell’Australian Open 2018 e ai quarti di finale a Montecarlo 2019.

Parlatemi del vostro rapporto in doppio.

Andrea: A me il doppio è sempre piaciuto molto. Una delle prime volte assieme fu in un Future a Saint Gervais. Poi siamo cresciuti e siamo passati ai Challenger (vittoria ad Andria nel 2017). Adesso, compatibilmente coi rispettivi impegni, ce la giochiamo nel tornei ATP. La vittoria di Cagliari è stata senza dubbio il miglior risultato della mia carriera.

Lorenzo e Andrea a Pula (Sardegna Open 2020)

Tra l’altro il doppio potrebbe garantirti una carriera in maglia azzurra perché, prima o poi, Simone Bolelli lascerà per raggiunti limiti d’età. 

Andrea: Si dai, tra un po’ prendiamo il suo posto (ride, ndr). E arrivarci assieme a Lorenzo sarebbe davvero una cosa speciale. Quest’anno ho già esordito in ATP Cup ma la Davis ha un fascino tutto particolare. 

Seguite altri sport?

Andrea: Ogni tanto gioco a basket con gli amici, ma giusto per divertimento. Sono però un grande appassionato NBA e colleziono le canotte delle squadre, sono già arrivato ad averne 15. Tifo per i Lakers perché è la squadra di Lebron James e fu la casa di Kobe Bryant. 
Lorenzo: Anche a me piace il basket ma la mia vera passione è il calcio. Da bambino, come detto, giocavo nelle giovanili del Torino, all’inizio da punta poi mi spostarono sulla fascia perché anche a calcio mi piaceva correre. 

Soprannome.

Andrea: Il mio è ‘Wave‘ che è un po’ una storpiatura del cognome, ma che mi piace molto perché c’è anche questa associazione con l’onda. Adesso nel circuito mi chiamano tutti così. 
Lorenzo: A inizio carriera nei Future mi chiamavano ‘Polpo‘ perché mi allungavo come un polipo e prendevo tutto. Poi mi hanno chiamato anche ‘Viking‘ perché sono un grande appassionato della serie TV. Passione che, tra l’altro ho trasmesso ad Andrea.

Letture.

Lorenzo: Poco, poco.
Andrea: Mia madre mi ha appena regalato ‘Il conte di Montecristo’.

Ma guarda, il libro preferito di Paolo Lorenzi. Però stai divagando perché nella bolla di Melbourne ti avevo lasciato alle prese con ‘Aria sottile’, il bellissimo libro di Jon Krakauer dedicato alla tragica spedizione sull’Everest. Non mi risulta che tu lo abbia ancora finito. 

Andrea: Giuro che, prima o poi, ce la faccio.

Sui social siete attivi?

Lorenzo: Io ci sono, ma non è che sia particolarmente appassionato. 
Andrea: E come potresti fare ad appassionarti? Dovete sapere che se Lorenzo dal vivo è veramente di compagnia, al telefono è un vero orso. Su WhatsApp spesso mi risponde a monosillabi. 

Riti scaramantici prima della partita?

Andrea: Diciamo che ho un rituale che si ripete sempre uguale. Mi isolo ascoltando musica in cuffia e mi carico. Poi faccio riscaldamento prima in campo e poi in palestra.
Lorenzo: Nessuna scaramanzia.

Il vostro colpo forte e quello invece da migliorare.

Andrea: Servizio e volée sono i punti forti del mio gioco. Da migliorare la risposta.
Lorenzo: Il diritto è il colpo forte. Anche per me la risposta è quello da migliorare.

Superfice preferita.

Lorenzo: Terra rossa.
Andrea: Anche per me terra rossa, ma ultimamente mi trovo molto bene anche sul veloce.

Un obiettivo credibile per la vostra carriera.

Lorenzo: Mi piacerebbe tanto qualificarmi per le ATP Finals di Torino.
Andrea: Entrare in top 10 in doppio.

Quando siete in viaggio riuscite a fare del turismo?

Andrea: A me piace molto, ma purtroppo col Covid si sono molto ridotte le possibilità di andare in giro. Ad esempio questo mese tra Cagliari, Belgrado e Monaco non sono riuscito a vedere niente: solo circolo e hotel. Ed è un po’ stressante.

Il posto più brutto dove avete giocato?

All’unisono: quel Future in Romania dove abbiamo sofferto entrambi di un’intossicazione alimentare.
Lorenzo: Io sono stato male la sera prima della partita con Rondoni che ovviamente ho perso.
Andrea: E io subito dopo essere stato eliminato da un lituano. Ho vomitato per tutto il viaggio di ritorno. Nessuno dei due infatti è mai più tornato in Romania.

Prima delle partite studiate i vostri avversari?

Lorenzo: Gipo li studia, eccome.
Andrea: Mio padre la sera prima mi manda sempre una scheda dei miei avversari. E anch’io guardo, se posso, un loro video recente. 

Andrea, come va il rapporto professionale con tuo babbo/coach?

Diciamo che le discussioni sono quotidiane. Ma abbiamo comunque trovato un giusto compromesso ed è un rapporto che potrei definire molto positivo.

E tuo fratello Matteo, ho sentito che vuole seguire le tue orme?

Adesso è cresciuto tantissimo, sia fisicamente che tecnicamente. A nemmeno 17 anni è già un ottimo sparring. Spesso il pomeriggio, quando torna da scuola, mi alleno con lui. Quando si diplomerà avrebbe intenzione di andare al College. 

A proposito di scuola, tu Andrea hai fatto il Liceo Scientifico Statale, nessuna scorciatoia. Tu Lorenzo?

Ho fatto ragioneria, anch’io in un istituto pubblico.

Situazione sentimentale?

Lorenzo: Io sto sempre, felicemente, con Alice. 
Andrea: Da un paio di mesi frequento una persona, ma non c’è ancora niente di ufficiale. 

La sorella di Andrea, che è al volante al suo fianco, ridacchia con aria complice. Peccato non possa parlare. Tu Lorenzo hai fratelli?

Lorenzo: Sì, una sorella più grande.

Il vostro rapporto coi soldi. Adesso si comincia a fare sul serio.

Lorenzo: Guarda, non è che ci faccia tanta attenzione anche perché non sono uno spendaccione. Ho delegato tutto a mio padre e me li gestisce lui. 

Quando ti arriverà una sua cartolina dalla Polinesia comincerai a preoccuparti.

(Ride, ndr), Figurati. Semmai lo raggiungo!

Andrea: Questo è stato il primo anno in cui ho veramente guadagnato qualcosa. Finora andava tutto in spese e l’unico introito vero proveniva dalla serie A, con Pistoia. Quest’anno con l’ATP Cup e qualche torneo di livello superiore sta andando abbastanza bene. 

I vostri migliori amici nel circuito?

Andrea: Lorenzo ovviamente, Mager e Pellegrino.
Lorenzo: Andrea, altrettanto ovviamente, Berrettini, Mager e Caruso.

Un pronostico secco su quello che sarà il best ranking di Sinner e Musetti.

Lorenzo: Sinner arriverà al n.1, non so quando ma succederà. Per Musetti ingresso in top 10.
Andrea: Guarda ho recentemente scommesso con il mio secondo allenatore Davide Della Tommasina che Sinner sarà n.1. Musetti penso anch’io in top 10.

A Torino vi frequentate anche al di fuori del tennis?

Andrea: Sì, usciamo spesso assieme, avendo tanti amici in comune.

Chissà quante volte vi sarete scontrati a livello giovanile.

Andrea: Quasi ogni settimana e vincevo spesso io (ride, ndr).
Lorenzo: In realtà dovrei controllare.
Andrea: Dai, diciamo che eravamo più o meno pari. Ti concedo però che le ultime cinque volte non ho toccato palla. 
Lorenzo: Eravamo i magnifici quattro (assieme a D’Anna e Marangoni), e tutti i tornei erano nostri. A parte quelli dove partecipavano Napolitano e Donati che erano veramente di un’altra categoria.

Con l’inglese come va?

Andrea: lui è migliorato tantissimo (ride, facendo di no con la testa, ndr). Io invece vado bene, soprattutto mi ha aiutato molto giocare spesso in doppio con compagni stranieri.

Toglietemi una curiosità, quando uno va a rete e l’altro batte cosa sono tutti quei segnali che vi scambiate dietro la schiena?

Lorenzo: Fai ace e non rompermi!

Seri, per favore!

Andrea: Il primo segnale indica la direzione verso cui vogliamo la battuta, il pugno chiuso significa che a rete resto fermo mentre mano aperta vuol dire che cercherò di cambiare. È un codice che penso che sia ormai universale. 

Ragazzi vi ringrazio tantissimo per la vostra disponibilità e vi faccio il nostro in bocca al lupo per il proseguimento della stagione.

Lorenzo: Grazie a voi di Ubitennis.
Andrea: È stato un piacere anche per me, poi in confidenza devo dire che non ricordo che in vita sua Lorenzo sia mai stato al telefono per 40 minuti come ha fatto oggi. Nemmeno con la sua fidanzata (ride, ndr).

Beh, più di mezz’ora Lorenzo ce l’aveva già dedicata un anno fa. E allora in bocca al lupo e auguri e entrambi!

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Flash

Paire: “Con gli stadi vuoti la partita è come un allenamento. La classifica? Approfitto del sistema”

Lunga conferenza di Benoît Paire da Roma: “Mi sono vaccinato 2 giorni fa, ho chiesto di giocare più tardi ma mi hanno fatto giocare lunedì alle 10”. Sulla foto al segno contro Travaglia: “Come avrei fatto contro un amico in allenamento”

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https://www.ubitennis.com/blog/2019/05/22/la-foto-di-fucsovics-che-fa-discutere-la-palla-e-buona-o-fuori/

Ci risiamo. Benoît Paire ne ha combinata un’altra delle sue, e nulla hanno potuto le buone sensazioni apparentemente ritrovate sulla terra madrilena la settimana scorsa. A Roma, durante il primo match di primo turno contro Stefano Travaglia, sul 6-4 2-2 del secondo set per il tennista marchigiano, il francese ha esternato tutto il suo malcontento per un servizio decretato out da Carlos Bernardes. Sono arrivati poi tre doppi falli, il conseguente break per l’azzurro, nonché un warning al francese per ripetute proteste. Infine, Benoît ha fotografato col telefono il segno della disputa, convinto che la sua palla avesse toccato la riga (una trovata che a Roma aveva già adottato Fucsovics due anni fa). A nulla sono serviti gli avvertimenti di Bernardes sul fatto che sarebbe incorso in una multa. Da quel momento, il blackout e il nostro Travaglia si è aggiudicato il match per 6-4 6-3.

In conferenza stampa, rispondendo ai giornalisti francesi, il 32enne di Avignone ha spiegato a briglia sciolta il suo stato d’animo e la sua mancata motivazione dovuta al fatto di ritrovarsi in uno stadio completamente vuoto: “Intanto, per cominciare, mi sono vaccinato due giorni fa. Ho chiesto dunque di poter giocare il più tardi possibile perché per me il vaccino è una cosa molto importante e penso che lo sia per tutti quanti. Per questa ragione sono potuto arrivare a Roma solo ieri sera. Mi fa ancora un po’ male il braccio dopo l’iniezione, è un po’ complicato alzarlo ma lo sapevo; ho chiesto di giocare tardi e alla fine mi sono trovato a giocare stamattina alle 10. Questo vuol dire che non ho neanche potuto palleggiare un po’ qui e non ho potuto allenarmi gli ultimi giorni“. Un episodio simile era accaduto già prima del suo esordio contro Sinner nell’edizione 2020; Paire aveva chiesto all’organizzazione che venisse posticipato l’incontro, che invece si è giocato regolarmente di lunedì con Paire al limite del tanking.

Per me resta una partita, ho fatto del mio meglio” ha proseguito Benoît. “Il risultato alla fine non è molto importante, ciò che importa è aver ritrovato il campo, aver giocato un po‘. Come ho detto già altre volte, per me si tratta soprattutto di un allenamento finché ci sono gli stadi vuotiprosegue Paire. “Ne ho già parlato ed è ciò che provo. Quando sono arrivato lo stadio era a porte chiuse, tutto vuoto, senza neanche un tifoso, ed è difficile sapendo bene che tipo di atmosfera c’è a Roma di solito; ho già giocato bene qui in passato e conosco bene quell’atmosfera e vedere lo stadio così per me è un po’ dura. Comunque vado avanti, settimana dopo settimana. Non sono preoccupato per il mio tennis. Vado a Ginevra la settimana prossima, poi a Parma e poi al Roland Garros e cercherò di fare del mio meglio quando ci sarà un po’ di gente, come ho detto sempre“.

 

Il francese poi entra nel merito dell’episodio incriminato durante la partita con Travaglia. “La palla? Beh, come ho detto, quando gioco senza pubblico per me è un po’ come se mi stessi allenando e quindi sono andato a vedere il segno come avrei potuto fare giocando contro un amico. Ecco tutto. Sono arrivato su un campo che ho davvero amato in passato perché ci ho giocato benissimo e invece è vuoto. Arrivare così su un campo vuoto, come succede per gli allenamenti, per me è un po’ dura. Allora sì, mi sono un po’ bloccato sul segno, ma come avrei potuto fare con i miei amici in allenamento quando scherziamo ma non è quel che segno che mi ha davvero disturbato. Non mi aspettavo di fare un match pazzesco dopo Madrid e la vaccinazione“.

Poi, lo stesso Benoît parla della classifica: “Non bisogna dimenticare che dopo tutte queste settimane, e nonostante abbia vinto due match in due anni, ho una buona classifica. Sono n. 35 del mondo. Ho conservato un po’ di punti di Marrakech, Lione e Roland Garros. Anche se scendessi al n. 50, non importa. Spero che la pandemia passi e che possa ritrovare un po’ di piacere ad essere in campo. L’avevo ritrovato un po’ a Madrid con i tifosi, ma non sono preoccupato per la classifica. Per me la Race non significa nulla, a parte per il Masters di fine anno. Per il resto sono abbastanza contento, ecco tutto. Ho ancora il doppio da fare e poi andrò a Ginevra con la mia famiglia, sono tranquillo”. Non prima però di essersi goduto un po’ la capitale italiana. “Dopo il torneo resterò ancora a Roma per qualche giorno per godere un po’ del tempo libero, vedo che qui i ristoranti sono aperti, quindi voglio approfittarne un po'”.

L’avignonese non si cura della classifica, ma come gestirà le partite al Roland Garros dove, sì, ci sarà il pubblico, ma i match sono al meglio dei cinque set e lui, finora, ha pochissimo tennis nelle gambe? “Mi allenerò, non ho detto il contrario. L’ho fatto dopo Madrid e sto cercando di farmi aiutare anche dal punto di vista atletico. Non sto dicendo che voglio smettere di allenarmi, ma solo che in questo momento per me è difficile affrontare questa situazione ai tornei. Voi mi conoscete, sapete che sono alquanto sensibile. Quando eseguo bei colpi ora vengono trasmessi solo su Tennis TV e intorno al campo c’è il silenzio totale; che faccia un errore o un vincente, è esattamente la stessa cosa, quindi ho davvero la sensazione di trovarmi in allenamento e non in gara. Non voglio gettare la spugna ma, in simili condizioni, non riesco ad essere competitivo. Cerco di fare il possibile”.

Benoit Paire – ATP Santiago 2021 (foto via Twitter @chile_open)

Parigi dovrebbe portare con sé un pizzico di normalità in più, sempre con le dovute limitazioni. “Poi, come detto, al Roland Garros ci sarà un po’ di gente, cercherò di allenarmi, di ritrovare una certa condizione fisica e il piacere di giocare con degli amici. Se non ce la farò per il Roland Garros, sarà per i prossimi tornei. Comunque sia, finché la situazione è questa, io non ci riesco anche se faccio il possibile. Ogni settimana salto da una città all’altra per un torneo, quando c’era un torneo non troppo importante per me come Estoril, sono andato alle Maldive ma poi ho giocato a Madrid. Adesso sono a Roma e poi andrò a Ginevra con i miei genitori, continuerò ad allenarmi e cercherò di trovare un allenatore. Mi piacciono i tornei e la loro atmosfera, anche quelli piccoli. Ad essere onesto quindi non ho molta paura, perché sento che ho ancora il mio gioco. Quando colpisco la palla ho buone sensazioni. È solo un po’ difficile e delicato mentalmente. Se non sarà a Roland Garros, sarà Wimbledon, e se non sarà Wimbledon sarà lo US Open. Sarò comunque in tabellone“.

Dovrò forse vincere qualche match per essere nei Masters 1000 di quest’estate”, puntualizza il francese, “anche se ho visto che il torneo in Canada verrà certamente annullato”. Questa notizia peraltro non era stata data da nessuno prima che ne parlasse Paire, e siamo ancora in attesa di poterla verificare.

“Io arrivo motivato ai tornei ma poi quando vedo gli stadi vuoti per me è difficile, perfino a Roma” ha concluso Paire. “Io approfitto del sistema, so che sono n. 35 e anche se la settimana prossima dovessi perdere al primo turno, conserverei comunque una finale, perché ho ancora la metà dei miei punti. E quindi, la settimana prossima, che mi fermi al primo round o faccia finale, è la stessa cosa. È difficile poi parlare di motivazione. Perché alla fine ora è come se avessi vinto un ‘250’ in quattro settimane, perché ho Lione e Marrakech e i due tornei messi insieme fanno una vittoria in un ‘250’. Ecco, non sono preoccupato, quando ritroverò la motivazione e la condizione atletica, il mio tennis ci sarà, e quindi non ho neppure fretta di ritrovare il mio miglior livello“.

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