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Reading: Addio caro Bud, grande nel tennis e nell’amicizia (Gianni Clerici, La Repubblica)
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Addio caro Bud, grande nel tennis e nell’amicizia (Gianni Clerici, La Repubblica)

Fra i tanti ricordi legati al grande giornalista americano Bud Collins, scomparso due giorni fa all'età di 86 anni, vi proponiamo l'articolo di Gianni Clerici pubblicato oggi su Repubblica. Il ricordo dello scriba

Last updated: 06/03/2016 13:03
By Redazione Published 06/03/2016
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5 Min Read
Bud Collins (foto di Art Seitz)

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È morto il mio amico Bud Collins, dopo una lunghissima malattia, durante la quale ha percorso il sentiero della notorietà, che in America tocca a chi è entrato nella ristretta cerchia della Hall of Fame di Newport. Nell’ultima foto, tragicamente postata su Facebook, Bud appare disteso sul letto della sua casa di Boston, e uno dei suoi nipotini lo guarda, dopo avergli offerto una palla e una racchetta, che il moribondo tiene tra le mani – non sono sacrilego – come una croce.

Fu proprio la racchetta il simbolo che ci avvicinò, la prima volta che lo vidi di persona, dopo averlo letto da quando imparai l’inglese, sul Boston Globe. Ci incontrammo nel 1968, a Bournemouth, in occasione del primo torneo Open della storia. Oltre ai colleghi inglesi, c’erano soltanto un americano, una francese dell’Equipe, e io. Bud si sorprese che, da un paese quale l’Italia, fosse stato inviato un giornalista, o scribe, come diceva lui. Era stato in Europa al seguito di avvenimenti pugilistici o di basket, ma aveva un’idea superata dell’Italia, legata all’immigrazione negli Stati Uniti, alla mafia, al fascismo. Per la sua naturale, vivissima simpatia, lo invitai allora nella casa dove mi ero da poco sposato, sul lago di Como. La sua risposta fu tipica di chi non conosceva l’Italia: “Dovrei venire con la mia ragazza, una columnist del Boston Globe, Gambalunga. Non siamo sposati. Cosa penserà tua moglie?”. Rimase, con Gambalunga, una settimana, nella quale gli mostrai San Abbondio comasco e il Cenacolo e gli feci conoscere Gianni Brera e Mario Soldati. Un poco sconvolto da personaggi che paragonò a Hemingway e Faulkner, lo divenne ancor di più quando lo invitai a seguirmi, per un match di Coppa Davis, a Cagliari. Non sapeva dove fosse, non conosceva la Sardegna. Fu lì, che in una sera vivamente allietata dal vermentino, mi accadde di arrampicarmi sui pennoni che reggevano un telone propagandistico del Movimento Sociale Italiano, il neo fascismo di allora. Aiutato da Bud e da Sergio Tacchini, strappammo il telone, e il giorno seguente ci facemmo confezionare due paia di pantaloni, che Bud iniziò a indossare durante la sua notissima trasmissione Fragole con Panna, una cronaca televisiva molto creativa delle giornate di Wimbledon, che lo portò ad una notorietà mondiale.

Non soltanto grazie alla reciproca amicizia, Bud modificò la sua iniziale visione dell’Italia, e prese a definire gli Internazionali romani il ‘Quinto Slam’. Giunse addirittura a simpatizzare con il pubblico, per me spesso scorretto, del Foro Italico, e fu capace di una definizione che indispettì più di un collega britannico: “Gli inglesi hanno forse inventato il tennis, ma gli italiani lo hanno umanizzato”. Il suo affetto per l’Italia e la stima per Nicola Pietrangeli, lo spinsero ad essere l’unico cronista americano presente alla nostra vittoria in Coppa Davis, a Santiago, nel 1976, e non cessò mai di indossare la cravatta che offrii ai giocatori azzurri, al tempo in cattivi rapporti con una Federazione indegna di loro. Il suo amore per l’Italia trovò addirittura modo di manifestarsi alla prima di un grande film di Olmi, l’Albero degli Zoccoli, che vedemmo al Festival di Locarno, alla fine del quale prese a gridare entusiasta, col suo vivo accento bostoniano: “Io sono italiano, io sono anche lombardo”.

Ottimo tennista, capace di vincere, mi pare con la King, i campionati indoor Usa di doppio misto, Bud arrivò felicemente ai libri, e la sua Tennis Encyclopedia è il libro più letto del mondo del nostro sport preferito, insieme al mio 500 Anni. Né vanno dimenticate le due straordinarie biografie di Rod Laver e di Evonne Goolagong. E, infine, My Life with the Pros, che sostituì un libro che Bud mi propose più volte di scrivere insieme, visitando i campioni del passato, e che non realizzammo causa la mia pigrizia. Al nome di Bud Collins la Federazione Usa ha dedicato la sala stampa di Flushing Meadows, mentre io non posso far di più che dedicargli la stanza della mia casa avita, sul lago di Como, dove riteneva “di scrivere meglio”. È stato un onore, caro Bud.

Gianni Clerici


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