La finale di Indian Wells e il futuro di Serena Williams e Victoria Azarenka

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La finale di Indian Wells e il futuro di Serena Williams e Victoria Azarenka

A Indian Wells si sono affrontate due giocatrici, Serena Williams e Victoria Azarenka, a caccia di certezze dopo le difficoltà del recente passato

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Nel tennis WTA una finale di Premier Mandatory è importante per definizione; alcune volte, però, finisce per assumere un peso ancora maggiore per ragioni e circostanze particolari. Come nel caso della finale di Indian Wells tra Serena e Azarenka: era particolarmente importante non solo per il palmarès delle protagoniste, ma anche perché si affrontavano due giocatrici reduci da periodi difficili, che avevano sollevato seri interrogativi sul loro futuro. E la partita avrebbe potuto fornire alcune risposte in merito.

Forse potrebbe apparire esagerato parlare di periodo difficile per Serena, che ha alle spalle una finale (Australian Open) e una semifinale Slam (US Open); ma questo è il destino dei fuoriclasse: condannati a raggiungere sempre gli obiettivi massimi. Anche Azarenka doveva provare di saper tornare ad alti livelli in un grande torneo, dopo che aveva quasi interamente saltato per infortunio una stagione (il 2014), mentre in quella successiva aveva deluso le aspettative.

– Serena Williams
Per Serena, dopo il mancato Grande Slam e la finale persa a Melbourne, la domanda che ha cominciato ad aleggiare è: sta arrivando il momento del declino? Naturalmente non credo che una sola partita possa dare risposte definitive, ma di sicuro una sconfitta in due set (6-4, 6-4) non è il modo migliore per fugare le perplessità.
A mio avviso ci sono tre aspetti fondamentali da indagare: quello mentale, quello tecnico, quello fisico. Cercherò di farlo mantenendoli separati, anche se inevitabilmente le ragioni si intrecciano fra loro.

 

Questioni tecniche: devo dire che la Serena di Indian Wells mi è sembrata una giocatrice un po’ diversa da quella di Melbourne, ma soprattutto abbastanza diversa da quella dell’anno scorso. Nel torneo californiano ho avuto per la prima volta la sensazione di una giocatrice quasi monodimensionale: tutta basata sulla potenza e sulla conclusione più rapida possibile.
Si obietterà che queste sono sempre state le caratteristiche del suo gioco; però in passato, quando la partita si metteva male o negli snodi fondamentali dei match, Williams era anche capace di optare per un tennis meno sbrigativo e rischioso, in favore di scambi più articolati e costruiti. Dimostrava di poter mettere in campo un gioco più accurato, basato su una mobilità attenta e sull’avvicinamento alla palla attuato attraverso i baby step. E così sui punti veramente importanti, anche quando il palleggio si allungava, finiva quasi sempre per vincere lei.

Serena era consapevole che per le sue caratteristiche fisiche un gioco del genere non poteva essere la regola; era piuttosto il suo “piano b”: sapeva di potervi attingere, e nelle rare volte in cui si trovava in difficoltà spesso era proprio questo l’atteggiamento che le permetteva di rovesciare le partite. Una capacità che l’aveva più volte salvata a Parigi nel 2015, e alla fine si era aggiudicata un Roland Garros in cui aveva accettato di lottare, correndo e faticando per risalire la china nelle partite in cui aveva perso il primo set.

Ma a Indian Wells questo non è successo. O meglio: forse è accaduto in uno scambio soltanto, il primo dell’ultimo game, quando ha vinto un grande punto concluso da uno rovescio lungolinea:

https://youtu.be/SuCvV4BWHQY?t=478

Per il resto del match, invece, anche nei momenti topici, si è vista praticamente solo la Serena che spinge a tutta e cerca di chiudere il prima possibile. L’atteggiamento era così estremo che a un certo punto della partita ho iniziato a pensare che questo modo di giocare (cioè la ricerca del vincente praticamente su qualsiasi colpo) era tatticamente molto simile a quello che adottano i giocatori quando si infortunano: con la consapevolezza che non si può più reggere lo scambio lungo, si allevia la sofferenza affidandosi esclusivamente al proprio talento di braccio per provare a giocare colpi definitivi “a vita persa”. O la va o la spacca.
Ma la migliore Serena non è mai stata così; se c’era un punto da vincere assolutamente era disposta a giocarselo con lo scambio, ad esempio senza prendere azzardi in risposta sulle prime di servizio avversarie. A Indian Wells invece in risposta ha “sparato” sistematicamente, con risultati alterni.

Cosa dobbiamo pensare? Le spiegazioni si possono forse trovare spostandosi sulle questioni fisiche e mentali. Potrebbe essere che davvero Williams non riesca più a mettere in campo il suo “piano b” per limiti fisici. I limiti potrebbero essere temporanei (forma precaria) o strutturali. Sarebbero strutturali se fossero dovuti a usura e all’avanzare dell’età. Se così fosse, allora in futuro dobbiamo aspettarci solo partite condotte come la finale di Indian Wells.
Questo non significa che non possa più vincere grandi tornei, perché comunque con quel tipo di tennis in California ha sconfitto in due set tutte le giocatrici incontrate (Azarenka a parte); ma se così fosse, non sarebbe più nella condizione di notevole superiorità mostrata la stagione scorsa nei confronti delle avversarie. Specie contro le giocatrici molto forti nel contenimento, capaci di reggere alla prima ondata di colpi per poi contrattaccare, potrebbe diventare più complicato per Serena avere la meglio.

Ma forse i problemi sono di origine mentale: un mix di stanchezza per il tanto tennis alle spalle, di delusione per il Grande Slam mancato di un soffio, di appagamento per le innumerevoli vittorie ottenute. E l’obiettivo del superamento del record di Steffi Graf ed eventualmente di Margaret Smith Court (21 Slam contro 22 e 24) invece che dare una motivazione ulteriore finisce per produrre troppo stress.

Per il momento non riesco a scegliere tra le diverse ipotesi. Forse c’è una parte di verità in ognuna, e l’insieme di tutte produce questi effetti. Solo il tempo e i prossimi grandi tornei potranno dirci di più su questi temi. Di sicuro i numeri certificano la difficoltà: se non ho fatto male i conti, dal 2012 al 2015 Serena aveva vinto 29 finali su 31 disputate; nel 2016 ne ha perse 2 su 2.

– Victoria Azarenka
Per rimanere sui numeri: le uniche due finali perse da Serena nel periodo citato sono arrivate nel 2013 per mano di Victoria Azarenka. Anche questo spiega perché in molti (e mi ci metto anch’io) aspettavano un ritorno ad alti livelli di Vika, la giocatrice che negli ultimi anni aveva saputo proporsi come avversaria più credibile della numero uno del mondo, ma che aveva perso quasi tutto il 2014 per un infortunio al piede. E la mancanza di alternative all’altezza aveva finito per far sentire ulteriormente il vuoto.

Come spesso accade, anche per Azarenka il rientro ad alti livelli dopo un infortunio non è stato facile né immediato. In più nel 2015 ha aggiunto il cambio di agente (da Lagardere a IMG), di allenatore (l’abbandono di Sam Sumyk, sostituito da Wim Fissette), i problemi nel recuperare il peso forma, e la persistenza del dolore al piede sinistro.
È stata la stessa Azarenka a raccontare in due articoli su Sports Illustrated le proprie difficoltà. Scrive nel novembre 2015: “Sono riuscita a giocare con il dolore per la maggior parte della stagione, cercando di concentrarmi sulle mie performance nei tornei dello Slam. Ma per quanto ci si sforzi di ignorare il dolore, è difficile riuscire a toglierselo dalla mente”.

A Wuhan aveva deciso di chiudere la stagione in anticipo, proprio nel tentativo di avere più tempo per guarire definitivamente. Ed è quello che finalmente è accaduto.
Azarenka spiega i progressi nell’ultimo periodo: “A causa del dolore dovuto all’infortunio, avevo finito per cambiare i miei movimenti: per evitare di soffrire avevo tolto dal mio repertorio il modo di arrestarsi e spingere sul piede correttamente, modificando la meccanica ideale. (…) Così la sfida durante l’offseason è stata proprio re-imparare a fare i cambi di direzione come si deve. E la parte più difficile non è stato tornare a farlo, ma farlo in modo agile e veloce. (…) I primi giorni continuavo a perdere l’equilibrio, e quando finalmente ci sono riuscita mi sono sentita come quando i bambini aprono i regali di Natale!”.
E oltre alla testimonianza scritta Vika propone alcuni filmati come questo:

La differenza tra la “nuova” Azarenka e la vecchia è testimoniata dai risultati: se nel 2015 aveva raggiunto una sola finale (persa a Doha da Lucie Safarova), nei primi mesi di 2016 ha già vinto Brisbane e Indian Wells. Si può dire che quest’anno abbia sbagliato un solo match, il quarto di finale a Melbourne contro Angelique Kerber, quando si è fatta sorprendere da un’avversaria in stato di grazia, che forse aveva anche un po’ sottovalutato a causa dei precedenti: sei vittorie a zero, con l’ultimo successo ottenuto per 6-3, 6-1 qualche giorno prima.

Finalmente i tasselli del tennis di Azarenka stanno trovando il loro posto: senza chili di troppo è tornata ad essere l‘unica giocatrice sopra il metro e 80 in grado di difendere davvero ad alti livelli; nelle fasi di contenimento nessuna delle tenniste più alte del circuito (Pliskova, Sharapova, Venus, Kvitova, Ivanovic) si avvicina a lei. Bisogna scendere di qualche centimetro di statura per arrivare a Caroline Wozniacki, che però in compenso non può nemmeno lontanamente vantare l’attitudine aggressiva di Vika, che è capace di ritmi molto alti, notevole potenza e con la rara qualità di saper entrare nel campo per tagliare gli angoli di palleggio e togliere il tempo all’avversaria.

Se a queste doti aggiungiamo una delle migliori risposte del circuito abbiamo il quadro della giocatrice con le caratteristiche più adatte per provare a contrastare lo strapotere di Serena. Rimane il suo storico punto debole: un servizio ballerino, con la seconda che a volte la tradisce nei passaggi chiave, e che anche nella finale di Indian Wells le ha causato i maggiori problemi. Per me è più un problema mentale che tecnico (ricordo i tre doppi falli nel game che avrebbe potuto darle la vittoria contro Serena a Madrid nel 2015); però per compensare questo limite a Indian Wells c’è stata la capacità di salvare 11 palle break su 12.

In un periodo in cui per ragioni differenti molte delle migliori stanno deludendo, il ritorno ad alti livelli di Azarenka è finalmente una buona notizia per la WTA. E, come sempre, quando arrivano i risultati il computer certifica attraverso il ranking: dopo quasi due anni Vika è di nuovo fra le prime dieci del mondo.

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Wimbledon, le lacrime di Katie Boulter e il segreto rivelato a fine partita

Boulter ha confidato che sua nonna è venuta a mancare martedì, il giorno della sua vittoria al primo turno. Ora punta alla seconda settimana

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Katie Boulter (GBR), Wimbledon. Credit: AELTC/Ian Walton

La 25enne Katie Boulter sta vivendo in assoluto il suo miglior Wimbledon, dove alla sua sesta partecipazione (qualificazioni incluse) ha raggiunto il terzo turno per la prima volta. Tuttavia per certi versi questo non si può definire il suo torneo più felice. Ieri infatti, dopo la vittoria in rimonta su Karolina Pliskova per 3-6 7-6(4) 6-4, la tennista britannica visibilmente commossa ha spiegato, nell’intervista rilasciata in campo davanti al pubblico del Campo Centrale, la situazione di lutto familiare che l’ha toccata. Il successo su Pliskova, finalista della passata edizione infatti, è stato dedicato da Boulter a sua nonna venuta a mancare martedì, proprio il giorno in cui lei ha disputato il primo turno (vinto in due set con Burel). La madre della tennista ha deciso di non informarla della cosa fino al termine del match, per assicurarsi che la sua prestazione non venisse influenzata emotivamente. “Non sapevo nulla fino a dopo il mio primo incontro in cui mia madre mi ha praticamente preso da parte e me lo ha detto” ha spiegato Boulter.

Come si legge su The Thelegraph, anche suo nonno in lutto Brian Gartshore, visibilmente commosso, ha viaggiato da Leicestershire per essere nel box giocatori sugli spalti ed esultare per il match della nipote vinto ieri. L’impatto della famiglia, e soprattutto dei nonni, è stato fortissimo nella formazione di Boutler. Basti pensare che sua nonna era una campionessa regionale di tennis, e viveva vicino al club di tennis dove Katie ha colpito le sue prime palline da bambina; mentre il nonno – un inventore che ha inventato il cartellino dei negozi antifurto – è un punto di riferimento per lei. “È letteralmente il mio idolo, qualcuno che ammiro” ha spiegato poi Boutler. “Ha installato le luci degli aeroporti di Gatwick e Heathrow, è un tipo dannatamente intelligente. E abbiamo delle conversazioni davvero fantastiche su cose che non hanno nulla a che fare col tennis. È una piccola opportunità di distrazione”.

A contribuire a rendere serena l’atmosfera attorno alla n.118 del mondo c’è anche il suo fidanzato Alex de Minaur, anche lui tennista che ieri ha battuto sul campo 1 il britannico Jack Draper dopo un match palpitante. Tutta questa serenità sta spingendo la 25enne Katie Boulter avanti nel torneo, e anche le imprese di certe sue connazionali fungono da sprone. “Quello che ha fatto [Raducanu] è stato sorprendente. È scesa in campo, ha sorpreso tutti e ha giocato a tennis senza paura. Questa è la cosa così impressionante. Spero di poter andare là fuori e fare lo stesso. Mi piacerebbe fare quello che ha fatto lei. Non si sa mai, un giorno potrebbe succedere”. Il prossimo avversario di Boulter sabato sarà Harmony Tan, la francese che ha sconfitto la sette volte campionessa Serena Williams al primo turno.

 

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La coppia Monfils-Svitolina aspetta una bambina. Anche Konta incinta

I due tennisti Gael Monfils e Elina Svitolina annunciano via social la lieta notizia. La settimana scorsa era stato il turno di Johanna Konta

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Gael Monfils e Elina Svitolina (foto Twitter @Gael_Monfils)

Mentre gli Internazionali BNL d’Italia giungono all’appuntamento conclusivo di questa edizione con due finali non troppo incerte, il mondo del tennis extra-campo si ravviva con la notizia divulgata via social dalla coppia composta da Elina Svitolina e Gael Monfils. I due infatti hanno annunciato di aspettare una bambina, il cui parto è previsto per ottobre. “Con il cuore pieno di amore e felicità, siamo lieti di annunciare che aspettiamo una bambina ad ottobre” queste le parole con le quali si sono espressi sia l’ucraina sia il francese, il quale è alle prese con un anno ricco di novità anche per quanto riguarda il piano professionale, visto il passaggio ad Artengo, il brand di Decathlon, per quanto riguarda la racchetta.

L’ultimo match disputato da Svitolina è il primo turno di Miami del 24 marzo perso al tiebreak del terzo set da Heather Watson, mentre la sua ultima vittoria risale al 4 marzo a Monterrey contro la bulgara Tomova. Attualmente n.27 del mondo, non rivedremo la 27enne Elina in campo per un po’.

Risale alla settimana scorsa invece – per la precisione al 9 maggio – la notizia simile diffusa da Johanna Konta. “Sono impegnata a cuocere il mio piccolo muffin in questo momento”, aveva scherzato la britannica sui social, sposatasi a dicembre 2021 poco dopo il ritiro dal tennis professionistico a 30 anni.

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Come Barty solo Henin: le reazioni dei colleghi. E n.1 chi diventa?

Barty seconda regina del tennis femminile ad abdicare. Chiude con lo Slam di casa come Sampras, si ritira ad un anno da Borg

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Ashleigh Barty - Australian Open 2022 (foto Twitter @AustralianOpen)

Stamani, 23 marzo 2022, il tennis si è svegliato con un colpo al cuore. Un fulmine a ciel sereno che si è abbattuto contro il mondo della racchetta, una data che sicuramente non dimenticheremo. La numero 1 del mondo, nonché campionessa Slam per tre volte, Ashleigh Barty ha annunciato ufficialmente il suo ritiro dal tennis professionistico; affermando di aver dato tutto e di essere pronta ad inseguire nuovi sogni. Una notizia shock, Ash infatti è solo la seconda regina del tennis femminile su 27 che, sedendo sul trono WTA, annuncia la propria decisione di porre fine all’attività agonistica a stagione in corso.

COME LEI SOLO HENIN – L’unico precedente si è avuto nel maggio 2008, quando l’allora n.1 del mondo Justine Henin annunciò la fine della propria carriera – salvo poi cambiare idea e comunicare il 22 settembre 2009 il ritorno alle competizioni a 27 anni – e seppur anche in quel caso lo scalpore fu tanto, Justine aveva avuto un pessimo avvio di stagione perdendo malamente all’Open d’Australia con Maria Sharapova. Dunque il ritiro della belga arrivò a termine di un periodo difficile, differentemente dalla tennista australiana che ha iniziato invece la nuova stagione con una striscia di 11 vittorie e 0 sconfitte mettendo in bacheca tre titoli, (trionfo in singolare e in doppio al torneo di Adelaide) compreso il primo Major dell’anno. Effettivamente, però la belga non riuscì più a rientrare nel circuito ad alti livelli a causa di un infortunio al gomito, annunciando il suo ritiro definitivo nel gennaio 2011. Ricordiamo, inoltre che Barty aveva deciso di non prendere parte al Sunshine Double; motivando tale scelta con il fatto di non aver recuperato pienamente dalle fatiche di Melbourne, che gli erano valse il suo terzo titolo Slam.

IL PRIMO RITIRO, COME JORDAN – Probabilmente, invece questo periodo di pausa tra Melbourne e Indian Wells è stato propedeutico per maturare la decisione finale di appendere la racchetta al chiodo. In realtà però se analizziamo nel dettaglio la carriera della 25enne di Ipswich ci si accorge che questa presa di coscienza fulminea e ai più inimmaginabile fino a qualche ora fa, non è proprio discostante dal personaggio, anzi; l’australiana si era già presa una pausa dall’attività agonistica nel settembre del 2014 quando si ritirò una prima volta per cercare d’intraprendere la carriera professionistica come giocatrice di cricket. Ma due anni più tardi ritornò sui suoi passi, riallacciando i legami con il suo primo grande amore sportivo. In un certo senso ci sono molte similitudini con quello che accadde al leggendario Michael Jordan, il quale dopo il primo three-peat (tre titoli NBA consecutivi: 1991, 1992, 1993) con i Chicago Bulls, annunciò il ritiro nel 1993 per cercare fortuna nella Major League baseball; per poi successivamente rientrare in NBA nel 1995.

 

AL SUO POSTO? – Il 2021 e l’inizio del 2022 erano stati a tratti dominati dalla talentuosa tennista australiana, e la sua permanenza in cima al ranking – escluse le settimane di congelamento della classifica a causa della pandemia – si è esteso a 112 settimane consecutive che la portano al quinto posto della striscia più lunga della storia dopo Steffi Graf e Serena Williams a 186 settimane, Martina Navratilova a 156, e Chris Evert a 113. Nel conteggio totale invece è al settimo posto con 119. Nel precedente datato 2008, Henin chiese di rimuovere il suo nome dal ranking e se Barty dovesse fare altrettanto ci sarà gran battaglia alle sue spalle per accaparrarsi la prima posizione mondiale. Al momento in testa a questa corsa c’è Iga Swiatek, circa 700 punti davanti alla ceca Krajcikova, e con l’andare avanti della stagione potranno trovare spazio anche Badosa, Sabalenka e Kontaveit. Tutte tenniste che non hanno mai ricoperto questo ruolo. In ogni caso si potrebbe avere una nuova leader già dopo Miami.

PRECEDENTI ILLUSTRI – A livello di gioco invece quello della 25enne sarà una perdita di proporzioni incolmabili. Il suo tennis sopraffino, paragonabile per tecnica a quello di Ons Jabeur incantava gli occhi degli appassionati, e abbinare al suo tocco delicato un servizio e un gioco da fondo così potente ed efficace la rendeva unica e speciale. Sfumano dunque tutti i sogni di possibili rivalità con tenniste dallo stile complementare al suo come Osaka e soprattutto Swiatek. Barty chiude la carriera trionfando nello Slam di casa come accadde a Pete Sampras nel 2002, ma per trovare un altro ritiro altrettanto sconvolgente si deve tornare indietro a quello di Bjorn Borg che lasciò il tennis un anno più anziano di Barty. Ovviamente lo svedese all’epoca era un’icona mondiale molto di più di quanto non lo sia ora Barty, ma il vuoto a livello tennistico che hanno lasciato entrambi è paragonabile.

LE REAZIONI DEI COLLEGHI – Ovviamente, questa notizia ha scosso i cuori di tutti gli appassionati e gli addetti aI lavori del mondo del tennis. Numerose sono state le reazioni al ritiro di Barty, soprattutto tra le giocatrici ma non solo.  Fra le testimonianze che hanno pullulato Twitter dall’alba, ci sono state quelle di altre campionesse dei Major; come Simona Halep che ha ricordato il rapporto speciale che la lega ad Ash: “ Ash, cosa posso dire, sai che ho le lacrime giusto? Amica mia, mi mancherai in tour. Eri diversa e speciale, abbiamo condiviso alcuni momenti incredibili. Qual è il tuo prossimo passo? Campione del Grande Slam nel golf? Sii felice e goditi la vita al massimo, tua Simona.”– o come Petra Kvitova, che invece è sembrata non aver ancora realizzato; ma ciò nonostante ha sottolineato le incredibili peculiarità di un personaggio unico nel tennis: “Ash, non ho parole… in realtà stai mostrando la tua vera classe lasciando il tennis in questo modo bellissimo. Sono così felice di aver potuto condividere il campo con te .. il tennis non sarà mai più lo stesso senza di te! Ti ammiro come giocatrice e come persona.. ti auguro solo il meglio!”. Come detto non solo tennisti, ma anche dirigenti; dalle dichiarazioni del CEO della WTA Steve Simon: “Auguriamo ad Ash solo il meglio e sappiamo che continuerà a essere una straordinaria ambasciatrice per il tennis, mentre inizierà un nuovo capitolo della sua vita. Ci mancherà”– fino alle parole del CEO di Tennis Australia e direttore degli Australian Open; Craig Tiley: “Congratulazioni Ash per la tua brillante carriera. Sei stata un modello incredibile, sia in campo che fuori e la comunità del tennis, specialmente in Australia sentirà molto la tua mancanza. Goditi il tuo ritiro dal professionismo ed il prossimo capitolo della tua vita. Non vediamo l’ora di supportarti in qualsiasi cosa tu scelga di fare”.

Nonostante il periodo complicato che sta vivendo, non ha voluto far mancare la sua voce anche Elina Svitolina: “Nient’altro che RISPETTO per te!!! Ti auguro il meglio per quello che verrà dopo e congratulazioni per la tua illustre carriera”. Infine concludiamo con il commento di Andy Murray, molto più laconico, ma altrettanto pieno di significato: “Felice per Ash Barty, distrutto per il tennis, che giocatrice”. Lo scozzese ci è già passato; con la differenza che il suo ritiro non è stata una scelta consenziente ma forzata dai problemi all’anca, tanto è vero che grazie alla sue tenacia è riuscito a rientrare nel tour.

Ma Ashleigh sembra aver preso questa decisione, con molta consapevolezza e serenità d’animo. Si vede che questa scelta la rende felice. E allora noi non possiamo solo che augurarle il meglio per i prossimi sogni che ha intenzione di raggiungere. Poi chissà, se mai dovesse ripensarci noi saremmo pronti a riaccoglierla a braccia aperte, e intanto ci gustiamo a ripetizione il suo ultimo punto giocato.

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