Kyrgios, perché diventerà n.1 e perché invece non può (ancora) diventarlo

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Kyrgios, perché diventerà n.1 e perché invece non può (ancora) diventarlo

Nick Kyrgios a Miami ha consolidato la sua candidatura a erede di Djokovic. C’è ancora tempo prima che il serbo abdichi ma le basi dei successi futuri si gettano oggi: cosa va e cosa non va nel folle talento del ventenne australiano prima del suo ritorno sulla terra rossa

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Il 2016 si sta trasformando in un buon esercizio di divinazione. Che uno tra Thiem, Zverev e Kyrgios raccoglierà l’eredità di Djokovic inizia a sembrare evidente, se non domani un po’ più tardi di domani. Il serbo è ancora troppo forte per passare il testimone ma non potrà rimandare all’infinito, e se escludiamo la possibilità di un interregno scozzese difficilmente non sarà uno di questi tre moschettieri ad assestare a Nole la stoccata decisiva. La terra rossa di Febbraio ha fatto il nome dell’austriaco, così come i due set contro il professor Nole sotto il sole della Florida, a Indian Wells è stato Zverev ad avanzare la sua candidatura mentre a Miami ha fatto irruzione l’indolenza (e l’insolenza) tutta aussie di Nick Kyrgios. L’australiano non ha ancora cominciato il suo personale tour sulla terra rossa (era assente a Montecarlo e non ha giocato questa settimana) ma lo rivedremo, prima di Madrid, dove l’anno scorso estromise a primo turno Roger Federer, all’Estoril.

Nell’ultimo torneo giocato l’australiano ha battuto Raonic con un’autorità che ha sorpreso più del tennis (pre)potente e imprevedibile di cui si era già ampiamente dimostrato capace, ha raggiunto la sua prima semifinale in un Masters 1000 e si è accomodato in top 20 spodestando per curioso caso del destino l’amico-non più troppo amico-Tomic. Se decidiamo che il canadese – dall’alto della sua terza posizione nella race – è invece già molto vicino al suo potenziale massimo possiamo essere sicuri si tratti di un banco di prova importante per chi come Kyrgios si sta costruendo ad alti livelli. Va sottolineato anche che Raonic quest’anno aveva maturato le sue due sconfitte stagionali solo al cospetto dei primi due della classe (Murray a Melbourne, Nole a Indian Wells).

In semifinale però è arrivata la sconfitta per mano di Nishikori al termine in un incontro meno combattuto di quanto ci si attendesse. Più paziente il nipponico, meglio disposto in campo, più equilibrato nella gestione delle energie, semplicemente un tennista più maturo. Non possono non pesare i 6 anni di differenza, per quanto contro Raonic le 5 primavere di distanza fossero sembrate invece ininfluenti. Sono ovviamente scherzi di un’età che rende complicato mantenere alta la tensione per due match così impegnativi e nel caso di Nick di un carattere già (o ancora?) troppo turbolento.

Certo Djokovic aveva poco meno di vent’anni (come l’australiano oggi) quando colse il primo successo a Key Biscayne e Nadal addirittura meno di 19 quando mise in fila i trofei di Montecarlo, Roma e Parigi. Siamo però al cospetto di campionissimi cresciuti in un periodo in cui i talenti emergevano prima di oggi. Berdych ad esempio (classe ’85) trionfò a Bercy a soli 20 anni, mentre Nishikori, Raonic e Dimitrov (rispettivamente ’89, ’90 e ’91) per raggiungere la semifinale di un 1000 hanno dovuto attendere fino a 23 anni e per vincerne uno risultano ancora in lista d’attesa.

Cos’altro si può dire del livello attuale di Nick Kyrgios? Si aggiungano le sconfitte stagionali inflitte a Berdych, uno che rimane nel limbo tra comuni mortali e fenomeni ma batterlo due volte di fila sul cemento è più di un semplice dato. Si mescoli il tutto con la facilità – che sfiora l’irriverenza – con la quale gioca ogni accelerazione di dritto e si condisca con un carattere che sembra impedirgli di temere l’avversario. Nel calderone di Nick Kyrgios coesistono senz’altro le qualità del futuro campione ma anche le controindicazioni già viste in tennisti che non sono mai riusciti a “domarsi”. In passato (e più in grande) Marat Safin, nei giorni nostri (e più in piccolo) Ernest Gulbis.

Una volta raccolti tutti gli elementi necessari si possono snocciolare le motivazioni per cui Kyrgios non potrà che diventare un n.1 del mondo.

  1. L’unico a muovere il suo metro e novanta meglio dell’australiano è un certo Murray, l’altro a stupire per le stesse qualità a dispetto della stazza è il suo futuro rivale Zverev. Gli ultimi tre n.1 del mondo hanno fatto del loro footworking un marchio di fabbrica. Che altro dire se non che la rapidità negli spostamenti caratterizza i vincenti?
  2. Il servizio è colpo estremamente completo. Potente quando serve, piazzato per spiazzare alla bisogna, solido anche nella seconda palla: la base da cui partire e dalla quale non si può prescindere.
  3. Non ha paura. Non si fa problemi se deve tirare 68 vincenti a Nadal né se deve rispondere piccato a chi lo accusa. A volte sfocia nell’incoscienza ma siamo sicuri non ce ne voglia per puntare così in alto?
  4. In campo, grossomodo, sa fare tutto.

Esistono però e non vanno dimenticati i motivi che potrebbero portarlo fuori strada e quindi lontano dalla vetta della classifica.

  1.  Non basta essere rapidi con le gambe ma è necessario trovarsi al posto giusto al momento giusto. Imparare, cioè, la saggezza tattica indispensabile per risparmiare energie. Kyrgios non può sperare di diventare grande giocando dieci scambi a tutta e poi mollando i cinque successivi per rifiatare, serve equilibrio nella gestione dell’incontro e su quest’aspetto c’è ancora molto da lavorare.
  2. Con il servizio si possono comandare metà degli scambi, ma con la risposta oggi si vincono le partite. E non con i colpi tirati a occhi chiusa sulla riga, piuttosto con un numero convincente di palle ribattute con buona profondità. Cinque risposte in campo valgono più di due vincenti diretti e tre missili in corridoio.
  3. La paura a volte può farti vincere una partita. Temere un avversario e pensare (in anticipo) alle giuste contromisure per batterlo, ad esempio. L’eccesso di sicurezza può pagare nel breve ma difficilmente rende a lungo termine: Safin ha guidato la classifica per nove settimane, Hewitt per settantacinque. Sarà un caso?
  4. Un repertorio così completo può diventare un’arma a doppio taglio. La presunzione di poter vincere ogni partita alle proprie condizioni ha condizionato la carriera di molti tennisti in passato, ha persino tolto qualche successo a Federer nella lunga rivalità con Nadal. Una veronica vincente e un diritto in campo aperto valgono entrambi quindici, mentre un punto perso per colpa di un tweener superfluo a volte può costare una sconfitta.
  5. Kyrgios ha lasciato intendere di non considerare il tennis in cima alle proprie priorità. Sebbene il proposito sia nobile una domanda a questo punto sorge spontanea: l’australiano ha davvero voglia di diventare il più forte di tutti?
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