Tornei scomparsi. Bari, Genova e Firenze: l'altra Italia del tennis

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Tornei scomparsi. Bari, Genova e Firenze: l’altra Italia del tennis

La nostra rubrica sui tornei scomparsi fa tappa in Italia. Ripercorriamo con un po’ di nostalgia la storia dei tornei di Firenze, Bari e Genova

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Questa volta stiamo dalla parte dei più deboli. I figli di un dio minore, tre per l’esattezza e tutti nostri compaesani. Tre città che, chi più e chi meno, hanno caratterizzato una lunga primavera del nostro tennis. Quando al Foro Italico non ci si arrivava direttamente da Madrid bensì, per noi italiani, c’era già stato il ricco aperitivo invernale a Milano e, per gli amanti della vita all’aria aperta e della terra rossa, un paio di appuntamenti su e giù per la penisola che anticipavano e seguivano gli Internazionali di Roma.

Questa volta non parleremo di arene storiche e nemmeno di nomi leggendari ma, nel loro piccolo, questi luoghi dell’italica (e non solo) memoria hanno lasciato il segno e tanta, tanta nostalgia. Firenze, per durata e anzianità, e il binomio marittimo Bari-Genova hanno ospitato, tra i Settanta e i Novanta, due tappe del Grand Prix (allora si chiamava così) che rimpolpavano la lunga stagione del mattone tritato.

FIRENZE

 

In principio fu Firenze. A quel tempo, nel 1973, al Circolo Tennis Firenze mancavano ancora quindici anni per aspirare ad entrare nel “club dei centenari” ma i suoi campi in terra, costruiti a ridosso del Parco delle Cascine e all’ombra della palazzina donata al circolo da Cosimo Vittorio Cini, erano già stati calpestati da alcuni tra i migliori giocatori del mondo. Firenze dunque si ritagliò uno spazio nel sempre più fitto calendario del circuito principale e quell’anno si ebbe il primo torneo open. I primi due main-sponsor furono le sigarette Dunhill e un whisky, il VAT 69, che sarebbe tanto piaciuto a Maurice Castle, il protagonista de “Il fattore umano” di Graham Greene.

Ilie Nastase inaugura l’albo d’oro fiorentino battendo in cinque set Adriano Panatta in una delle finali memorabili del torneo ma il futuro vincitore di Roma e Parigi avrà modo di rifarsi l’anno successivo a spese del compagno di doppio Paolo Bertolucci. Una finale dall’esito piuttosto amaro per Paolo che però avrà un significato importante nella sua storia personale e in quella del torneo; con le tre successive, tutte vinte, Bertolucci stabilirà un record assoluto solo avvicinato da Muster e Ramirez (tre a testa).
Dunque, l’uomo dal braccio d’oro infila una tripletta di spessore dal ’75 al ’77 ma il torneo soffre inevitabilmente la concorrenza degli appuntamenti contemporanei (Denver, Dallas, Monaco) che hanno tradizione e, soprattutto, montepremi decisamente più appetibili. Tuttavia, con il suo tennis tutto braccio e classe Bertolucci fa divertire gli appassionati fiorentini; in particolare nell’ultimo atto del 1976, quando recupera due set e batte il francese Proisy 10-8 al quinto.

Dal 1978 e per quattro stagioni l’Open di Firenze vola sulle ali dell’entusiasmo e dell’Alitalia, che gli dà il nome. E il volo lo spicca pure un argentino di nemmeno vent’anni che passa le qualificazioni e mette in bacheca il primo alloro di un carriera felice: Josè Luis Clerc. Eppure, ai due estremi del tabellone ci sono altrettanti specialisti del rosso come Corrado Barazzutti (che di lì a qualche settimana arriverà in semifinale al Roland Garros) e Harold Solomon (che invece a Parigi ha già fatto una finale, persa come ben sappiamo contro Panatta), i quali però escono subito di scena, per la gioia immensa degli amanti del serve-and-volley. Corrado viene battuto con un doppio 6-4 dal connazionale Ocleppo; Harold rimedia sei giochi con il cileno di seconda fascia Prajoux, che avevamo incontrato nei giorni suggestivi di Santiago ’76. Ma torniamo al fratellino di Vilas, di cui replica piuttosto fedelmente il rovescio sia pur tirato con la mano destra. Clerc concede poco o nulla all’australiano Carter, qualcosa in più ai sudamericani Molina e Ycaza ma è John Alexander, l’uomo più temuto dagli italiani dell’epoca, a strappargli in semifinale l’unico set del torneo. In finale il pur brillante transalpino Patrice Dominguez non vede palla e perde tre set a zero.

Clerc concederà il bis tre edizioni più tardi e, da primo favorito del torneo, farà ancora meglio lasciando alle sue cinque vittime una media appena superiore ai due giochi per set e una frustrante sensazione di impotenza. L’ultimo a fare le spese della elegante regolarità di Josè Luis è il messicano Ramirez, che se potesse si nasconderebbe dietro i baffoni neri. Eppure Raul è alla sua terza finale consecutiva dopo aver vinto col brivido la prima nel ’79 (recuperando una situazione quasi disperata con il tedesco Karl Meiler) e aver lasciato l’anno successivo a Panatta l’ultimo alloro importante della sua vita tennistica.
Già, Adriano. Il suo rapporto con la città dantesca è, sul piano dei risultati, di amore e odio. Nelle sue personali montagne russe, il maggiore dei Panatta alterna settimane strepitose o quasi a clamorose eliminazioni precoci. Ma nel 1980 non ce n’è per nessuno, nemmeno per lo stesso Clerc che nei quarti conosce la prima sconfitta in terra di Firenze per mano sua (6-4 7-5). Adriano diventa così campione battendo i campioni delle ultime due edizioni mentre in semifinale aveva regolato Ocleppo, uno che alle Cascine si trova davvero a suo agio.

La buona tradizione degli italiani si perpetra per buona parte degli ’80. Ci sarà il tricolore ad accompagnare i finalisti in quattro occasioni e in una di queste sarà monopolio. Accade nell’88, quando a contendersi il titolo saranno Max Narducci e il fratellino di Panatta, Claudio. Ma andiamo per gradi. Prima c’è il perugino, nella città di Giotto. È Francesco Cancellotti, finalista nel 1983 e vincitore l’anno seguente. Il 1983, l’anno in cui un sorteggio beffardo mette di fronte due totem come Adriano Panatta e Eddie Dibbs nella rievocazione di quella che in gioventù fu addirittura la semifinale degli Internazionali di Francia. L’americano si prende la rivincita, se la possiamo chiamare così, ma la sua corsa terminerà in semifinale proprio al cospetto di “Cancella” che a sua volta dovrà arrendersi a Jimmy Arias, uno statunitense anomalo a cui piace la terra.

Va meglio l’anno dopo. Cancellotti è il settimo favorito di un tabellone che non annovera nomi altisonanti anche se, ad esempio, il suo primo avversario visse le sue settimane di notorietà cinque anni prima quando raggiunse la finale al Roland Garros a spese di Jimmy Connors. Il paraguayano Victor Pecci, dotato di un servizio temibile e buona predisposizione al gioco di volo, riuscì poi a strappare un set e mettere una certa angoscia pure all’intoccabile Borg ma si trattò di un episodio isolato tanto che non riuscì più a ripetersi a quei livelli. Oltre al sudamericano, alle Cascine c’è spazio pure per qualche giovane interessante come l’indiavolato svedese Kent Carlsson (che elimina subito Miloslav Mecir) o lo spagnolo Emilio Sanchez. Cancellotti emerge dalla parte alta in cui il n°1 Arguello è subito uscito dai giochi, batte l’immancabile Ocleppo in semifinale e nell’atto conclusivo si impone all’americano Jimmy Brown, uno che arrivò ad essere n°42 del mondo e perse tutte le quattro finali che disputò nel circuito ATP, di cui due in Italia.

Nelle due edizioni successive, Firenze boccia gli italiani. Un solo azzurro, Luca Bottazzi, supera il primo turno nel 1985, per poi racimolare un paio di giochi contro lo stesso Brown. Quell’anno si impone a sorpresa il qualificato Sergio Casal, uno spagnolo che otterrà risultati migliori in doppio sia insieme a Emilio Sanchez che a Raffaella Reggi, con la quale vincerà gli US Open l’anno successivo. Nell’86 i quarti di Cancellotti (ottenuti proprio a spese del campione in carica) sono il miglior risultato dei nostri portacolori ma il torneo rispetta le gerarchie grazie all’ecuadoriano Andres Gomez, già due volte vincitore al Foro Italico e che coronerà nel 1990 una carriera da top-5 conquistando il titolo al Roland Garros.

L’italico digiuno viene interrotto nel 1987 quando un cagliaritano di 24 anni arriva clamorosamente in finale; il suo nome è Alessandro De Minicis. Quella del sardo non è però l’unica impresa perché un altro italiano pressoché sconosciuto, Corrado Aprili, si ritaglia i suoi dieci minuti di meritata celebrità eliminando al primo turno il campione in carica Gomez, in quel momento decimo giocatore della classifica mondiale. Aprili non riesce a confermare il risultato e perde al secondo turno proprio da De Minicis, qualificato e autore dell’eliminazione all’esordio di Peter Lundgren, uno svedese che preferisce le superfici rapide ma che è già stato n°25 del mondo. Lundgren diventerà maggiormente famoso come coach di Federer al tempo in cui lo svizzero inizierà a vincere ma anche come giocatore si toglierà le sue soddisfazioni e proprio in quel 1987 otterrà il successo più prestigioso della carriera imponendosi a San Francisco dopo aver battuto il n°1 del mondo Lendl in semifinale. De Minicis continua la sua corsa fino alla finale eliminando poi lo statunitense Mark Dickson e l’argentino Eduardo Bengoechea ma nell’atto conclusivo trova semaforo rosso al cospetto di Andrei Chesnokov.

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Uno contro tutti: Moya, Rafter, Kafelnikov e Agassi nell’ultima fase del regno di Sampras

Oggi introduciamo ben tre nuovi numeri uno, che insieme ad Agassi si insediano nella terza e ultima fase del regno di Pete Sampras, che si conclude nel novembre del 2000

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Yevgeny Kafelnikov

Il 24 agosto 1998, alla vigilia degli US Open, Pete Sampras torna in vetta al ranking per la sesta volta. La sua estate di preparazione al major di casa non è stata memorabile: tre tornei e nessun titolo con lo scivolone finale a New Haven dove, forse poco motivato, si è arreso al terzo turno all’indiano Leander Paes, uno che farà fortuna nei doppi, specialità nella quale collezionerà ben 18 slam in carriera. Tuttavia, a New York il favorito è Pete che infatti arriva in semifinale lasciando per strada un solo set. Qui però deve vedersela con un australiano che ha l’attacco nel sangue e che l’ha sconfitto di recente nella finale di Cincinnati recuperandogli un set: Patrick Rafter. Degno erede della scuola dei canguri, Rafter a Flushing Meadows è il campione in carica avendo vinto il titolo non senza sorpresa nel 1997 battendo in finale l’anglo-canadese Greg Rusedski. Sampras e Rafter non si amano molto e sono alla sfida diretta numero 11. Delle dieci precedenti, l’australiano ha vinto la prima (tre tie-break nei quarti a Indianapolis nel 1993) e appunto l’ultima, a Cincinnati; in mezzo otto successi del numero 1, di cui un paio sofferti. 

Sulla lunga distanza parrebbe che Pete dovesse essere favorito e invece, pur in vantaggio due set a uno, alla fine è Rafter a prevalere 6-7 6-4 2-6 6-4 6-3 e continuare il suo cammino verso il secondo titolo degli US Open consecutivo (in finale regolerà il connazionale Mark Philippoussis). Ben saldo in testa alla classifica ATP, Sampras chiuderà la stagione al n°1 per la sesta volta consecutiva (un record tuttora ineguagliato) ma fino al termine della stagione dovrà accontentarsi di un solo titolo (Vienna) e rimedierà ben cinque sconfitte. Di queste, la più cocente e imprevedibile sarà proprio l’ultima, patita per mano dello spagnolo Alex Corretja nella semifinale dell’ATP World Tour Championship ad Hannover. Considerato a giusta ragione un terraiolo (anche in virtù della vittoria a Roma nel 1997 e della finale persa con Moya al Roland Garros nel giugno scorso), Corretja ha saputo adattare il suo tennis al duro tanto che, nella stagione in corso, ha vinto più tornei sul veloce (Dubai, Indianapolis e Lione) che sulla terra (Gstaad). Nessuno però lo ritiene in grado di fare il colpaccio nel torneo dei Maestri; invece, recuperando da 0-2, Alex mette a segno la vittoria più prestigiosa vendicandosi di Moya e succedendo nell’albo d’oro proprio a Sampras.

Bisognoso di riposo dopo l’intensa attività di fine 1998, il n°1 salta gli Australian Open e inizia la stagione direttamente a San Josè, dove supera tre turni prima di dare forfait in semifinale. A Scottsdale, Sampras perde al secondo turno contro il connazionale Gambill mentre al debutto nel Super 9 di Indian Wells sono due spagnoli a rendergli amara la trasferta californiana: Felix Mantilla, che lo batte al debutto, e Carlos Moya, che conquista la finale e con essa la prima posizione mondiale. Il regno dell’iberico durerà appena due settimane e si chiuderà in Florida il 28 marzo. A Key Biscayne Carlos cede al terzo turno a Grosjean mentre a Sampras basta spingersi fino ai quarti (dove a batterlo, tanto per cambiare, è Richard Krajicek) per ridiventare re del mondo. I carnefici dei due che lottano per la vetta del ranking si giocheranno il titolo in finale e a prevalere sarà l’olandese.

 
Carlos Moya – Australian Open 2017 (foto Roberto Dell’Olivo)

Questo però è un Sampras a scartamento ridotto, desideroso solo di approdare la sua isola sicura, fatta di erba sotto i piedi. Nelle cinque settimane in cui siede di nuovo sul trono, Pete non gioca nemmeno un incontro e così il russo Yevgeny Kafelnikov – che nello stesso periodo colleziona ben quattro sconfitte consecutive a Estoril (Pavel), Barcellona (Squillari), Monte Carlo (Ljubicic) e Praga (Fromberg) – diventa numero uno del mondo. Ancora una volta il meccanismo di attribuzione dei punti mostra il suo lato debole e non mancano le giuste perplessità sull’investitura del “Principe di Sochi”, uomo da due Slam in bacheca (Roland Garros 1996 e Australian Open nella stagione in corso) che inquina le sue sei settimane da re con numeri assai poco lusinghieri: il terzo turno a Roma, battuto da Kuerten, e la semifinale a St.Polten (sconfitto da Zabaleta) sono l’antipasto della rovinosa caduta al secondo turno di Parigi, dove lo slovacco Dominik Hrbaty gli lascia appena nove giochi (6-4 6-1 6-4) e inaugura il suo positivo bilancio contro i numeri 1 in carriera, che si chiuderà con 4 vittorie e 3 sconfitte. Eliminato al primo turno anche al Queen’s (da Sargsian), il 16° numero 1 della storia chiude mestamente la sua esperienza e cede di nuovo lo scettro a Sampras.

Sui prati, Sampras ritrova vigore e motivazioni e la doppietta londinese Queen’s-Wimbledon ne legittima il ruolo di sovrano ma ancora una volta il computer ha un punto di vista diverso e il giorno dopo la finale dei Championships, nonostante Pete abbia battuto Agassi in tre set al termine di una prestazione maiuscola (lui stesso definirà quello come “il miglior match della mia carriera”), sarà proprio Andre a scalzarlo dal trono. Nei tre anni e mezzo trascorsi dall’ultima volta che si era seduto lì (era l’11 febbraio 1996), Agassi è stato sulle montagne russe: ha vinto l’oro olimpico ad Atlanta, è stato 141 al mondo alla fine del 1997, è ripartito dai challenger per ritrovare punti e fiducia, è rientrato in Top-10 nel 1998 e infine ha concluso il Career Grand Slam vincendo il Roland Garros nel 1999. Il cervellone elettronico però, non ancora pago, scombussola di nuovo le idee agli appassionati e il 26 luglio, ovvero il giorno in cui inizia il torneo di Los Angeles, retrocede Agassi al n°3 alle spalle di Sampras e del 17° numero 1 della storia, l’australiano Patrick Rafter. 

Patrick Rafter

Campione degli US Open nel biennio 97-98, Rafter si insedia a palazzo reale senza aver giocato e sarà l’unico leader ATP a non disputare nemmeno un incontro come tale; il suo regno durerà infatti una sola settimana, durante la quale Pat non scenderà in campo. Il 2 agosto è Sampras a prendere il suo posto, giusto in tempo per fare suo il torneo di Cincinnati e ritirarsi a Indianapolis contro Vincent Spadea, infortunio che lo terrà lontano dalle scene per diversi mesi e gli farà saltare gli US Open. In assenza del numero 1, a New York il favorito è Agassi che infatti vince il torneo battendo in finale Todd Martin e inaugura la sua quarta vita da re, la più duratura. Dal 13 settembre 1999 al 10 settembre 2000, Andre terrà il bastone del comando per un anno esatto. Il suo finale di stagione è contrassegnato da un solo titolo (Bercy, dove diventa il primo e unico tennista campione dei due eventi parigini nello stesso anno) e ben quattro sconfitte, l’ultima delle quali nella finale dell’ATP World Tour Championship contro Sampras.

La sensazione è che Pete, nonostante tutto, sia ancora il migliore di tutti ma a salvare Agassi, stranamente, è quella continuità che in carriera non ha mai avuto. Così, chiuso il 1999 in testa al ranking, Agassi inaugura il nuovo millennio conquistando gli Australian Open a spese dei due che lo seguono nel ranking (Sampras, n°3, in semifinale e Kafelnikov, n°2, in finale) e niente fa presagire ciò che avverrà nel resto dell’anno, ovvero che quello rimarrà il suo unico titolo del 2000. Fino al Roland Garros, Andre eccelle solo in Davis (quattro vittorie su quattro) mentre nei tornei ATP rimedia diverse battute d’arresto fino al Roland Garros, dove è chiamato a difendere il titolo. Qui, dopo l’agile debutto contro Dupuis, incappa al secondo turno in Karol “Gattino” Kucera, slovacco allievo di “Gattone” Mecir, del quale replica per sommi capi il gioco. Agassi è avanti di un set e serve per il secondo sul 5-4 ma dal 15 pari in poi entra in un tunnel che lo conduce ben presto negli spogliatoi; con un parziale incredibile di 15 giochi a 1 Kucera accede al turno successivo (2-6 7-5 6-1 6-0) non senza meraviglia: “Aveva il match in mano e d’un tratto ci siamo trovati un set pari; quella è stata un’iniezione di fiducia per me” dirà lo slovacco in conferenza stampa dopo la sua terza vittoria in carriera contro il n°1 del mondo. E non sarà l’ultima.

Dopo l’ostilità della terra, pure l’erba si dimostra nemica di Andre Agassi. Al Queen’s è costretto a ritirarsi al secondo turno contro Gianluca Pozzi mentre a Wimbledon, dopo essersi salvato di un soffio con Todd Martin (10-8 al quinto), arriva in semifinale e gioca una bella partita contro Patrick Rafter, che però l’australiano fa sua 6-4 al quinto qualificandosi per la finale in cui soccomberà a Pete Sampras. Nei due Super 9 americani la presenza di Agassi è quasi impalpabile (fuori al primo turno in Canada per mano di Jerome Golmard e costretto al ritiro nel secondo match a Cincinnati contro Fernando Vicente; Washington potrebbe essere la città del riscatto ma in finale Andre si fa sorprendere da Corretja e così allo US Open arriva la cambiale più grossa, quella che gli costa la poltrona. Un debutto agevole con Kevin Kim non fa testo perché al secondo turno il francese Arnaud Clement lo domina 6-3 6-2 6-4 e di fatto riconsegna la corona a Pete Sampras, che perderà in finale contro il russo Marat Safin.

Malmesso fisicamente, Pete si prende qualche settimana di riposo e sceglie di rientrare direttamente alla Masters Cup di Lisbona ma a quel tempo non sarà più lui il padrone delle ferriere. Il suo lungo regno, iniziato il 12 aprile 1993, si conclude il 19 novembre del 2000 ma del suo successore parleremo nella prossima puntata.

Questa la chiudiamo con le cifre di Sampras, che sono rilevanti: 286 settimane da n°1 (16 più di Lendl, record) con un bilancio di 335 incontri vinti e 64 persi (82,9%) in 100 tornei, di cui 36 vinti. Soprattutto, primato a cui Pete tiene particolarmente, sei stagioni consecutive chiuse in vetta al ranking. E poco importa se in tutto questo tempo altri sei colleghi hanno indossato la corona.


TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – SEDICESIMA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
1998SAMPRAS, PETERAFTER, PATRICK76 46 62 46 36US OPENH
1998SAMPRAS, PETEFERREIRA, WAYNE64 67 36BASILEAS
1998SAMPRAS, PETEKRAJICEK, RICHARD76 46 67STOCCARDA INDOORH
1998SAMPRAS, PETERUSEDSKI, GREG46 67 36PARIGI BERCYS
1998SAMPRAS, PETESTOLTENBERG, JASON67 64 46STOCCOLMAH
1998SAMPRAS, PETECORRETJA, ALEX64 36 67MASTERS H
1999SAMPRAS, PETEGAMBILL, JAN-MICHAEL64 36 46SCOTTSDALEH
1999SAMPRAS, PETEMANTILLA, FELIX67 63 36INDIAN WELLSH
1999MOYA, CARLOSGROSJEAN, SEBASTIEN63 46 67MIAMIH
1999KAFELNIKOV, YEVGENYKUERTEN, GUSTAVO57 16ROMAC
1999KAFELNIKOV, YEVGENYZABALETA, MARIANO57 36ST.POLTENC
1999KAFELNIKOV, YEVGENYHRBATY, DOMINIK46 16 46ROLAND GARROSC
1999KAFELNIKOV, YEVGENYSARGSIAN, SARGIS63 36 36QUEEN’SG
1999SAMPRAS, PETESPADEA, VINCENT46 63 RIT.INDIANAPOLISH
1999AGASSI, ANDREHAAS, TOMMY06 76 46GRAND SLAM CUPH
1999AGASSI, ANDREKUCERA, KAROL46 57BASILEAS
1999AGASSI, ANDREENQVIST, THOMAS36 64 06STOCCARDA INDOORH
1999AGASSI, ANDRESAMPRAS, PETE16 57 46MASTERS H
2000AGASSI, ANDRECLAVET, FRANCISCO16 26SCOTTSDALEH
2000AGASSI, ANDREARAZI, HICHAM36 63 36INDIAN WELLSH
2000AGASSI, ANDREKUERTEN, GUSTAVO16 46MIAMIH
2000AGASSI, ANDREVANEK, JIRI46 RIT.ATLANTA C
2000AGASSI, ANDREHRBATY, DOMINIK46 46ROMAC
2000AGASSI, ANDREKUCERA, KAROL62 57 16 06ROLAND GARROSC
2000AGASSI, ANDREPOZZI, GIANLUCA64 23 RIT.QUEEN’SG
2000AGASSI, ANDRERAFTER, PATRICK57 64 57 64 36WIMBLEDONG
2000AGASSI, ANDREGOLMARD, JEROME67 67CANADA OPENH
2000AGASSI, ANDREVICENTE, FERNANDO63 36 01 RIT.CINCINNATIH
2000AGASSI, ANDRECORRETJA, ALEX26 36WASHINGTONH
2000AGASSI, ANDRECLEMENT, ARNAUD36 26 46US OPENH

Uno contro tutti: Nastase e Newcombe
Uno contro tutti: Connors
Uno contro tutti: Borg e ancora Connors
Uno contro tutti: Bjorn Borg
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Uno contro tutti: McEnroe e il duello per la vetta con Lendl
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Uno contro tutti: Lendl al tramonto e l’ultima semifinale a Wimbledon
Uno contro tutti: la prima volta in vetta di Edberg, Becker e Courier
Uno contro tutti: sale sul trono Jim Courier
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Uno contro tutti: Agassi e Muster interrompono il dominio di Sampras
Uno contro tutti: la seconda parte del regno di Sampras, Rios re senza corona

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Ricostruire una carriera dopo il Coronavirus: l’esempio di Julia Elbaba

Julia Elbaba è stata numero 372 del mondo, poi gli infortuni ne hanno condizionato la carriera. Dopo un’esperienza come cronista, ha capito che il suo destino è la racchetta e ci riproverà. Anche grazie ad Andreescu

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Julia Elbaba (dal suo profilo Twitter)

Quale impatto ha avuto la pandemia sulle carriere di molti tennisti? Quanti giovani agli esordi che sono stati costretti a fermarsi definitivamente, quanti giocatori e giocatrici che stavano rientrando da un infortunio sono dovuti ritornare ai box pur in perfetta salute? La risposta è impossibile da dare al momento, ma il podcast di Tennis.com ha provato a offrire uno scorcio, intervistando la 26enne Julia Elbaba, ex leggenda del tennis collegiale statunitense con un best ranking di numero 372.

Elbaba è stata numero uno a livello di college e detiene il record di vittorie nella Ivy League (circuito che raggruppa otto delle più prestigiose università degli USA): 133. La sua carriera professionistica però non è mai decollata, anche a causa di numerosi infortuni. “Ho un fisico molto mascolino, ma è genetico. Probabilmente avere tanta massa muscolare mi rende più soggetta a infortuni“. L’ultimo stop, causato da un problema al gomito destro patito a inizio 2019, è durato più di un anno e, proprio quando Julia era pronta al rientro, la diffusione del COVID-19 ha rimesso in pausa il suo sogno.

A rincarare la dose di brutte notizie è arrivata la decisione della USTA di sospendere il programma sviluppo giocatori con base a New York, la città in cui Julia vive e si allena. “La sera prima del mio compleanno ho ricevuto la brutta notizia che il programma sviluppo giocatori di New York sarebbe stato chiuso per le difficoltà finanziarie. Non sono mai stata una molto disposta a trasferirmi in Florida o in un altro stato per il tennis, mi piace stare a casa con la mia famiglia intorno, quindi è stato un duro colpo“. Insomma era di fronte ad un bivio: continuare o smettere.

 

Nell’anno in cui il gomito non le ha permesso di competere, Julia ha provato a esplorare altre opzioni, sporgendosi oltre la siepe per vedere cosa la vita avesse da offrirle al di fuori del tennis. Le varie esperienze però non hanno fatto altro che rinnovare e rafforzare la sua voglia di giocare e di riprovarci. “Ho messo a frutto la mia laurea in comunicazioni e media. Ho provato a cercare qualcosa nell’ambito dell’informazione sportiva e ho trovato un posto a Newsday. Non mi occupavo di sport, ma più di cronaca. Si è trattata di una bellissima esperienza, ma alla fine mi è servita per realizzare quanto adoro giocare a tennis. Non c’è niente di meglio che correre in campo“.

In attesa di avere una chance di ritornare in campo, Julia commenta la situazione dello US Open. Da buona newyorchese, quello che normalmente sarebbe il quarto Slam dell’anno è vissuto come una grande festa e anche nella versione dimidiata del 2020 sarà comunque un sollievo per tutti gli appassionati dopo questi mesi difficili. “Credo che la cosa più bella degli US Open siano i fan. A New York ci sono gli spettatori più pazzi del tennis, magari non quelli più di classe, ma sicuramente sono molto coinvolti e emozionati di assistere. L’ambiente è elettrico. Lo US Open senza pubblico sarà strano, ma sempre meglio che non avere affatto lo US Open“.

Allo US Open dei “grandi” Julia non ha ancora preso parte come giocatrice, ma l’anno scorso ha fatto esperienza dal lato dei media. Un’esperienza che l’ha arricchita e che le ha permesso di vedere da vicino la cavalcata vittoriosa dell’amica Bianca Andreescu. I retroscena di quelle due magiche settimane sono davvero interessanti e restituiscono un’immagine di Bianca davvero innocente e spensierata, quasi incredula di avere una chance. “Ci ho giocato molte volte contro in tornei ITF, ma sempre in doppio. Avremmo dovuto cenare insieme un paio di sere prima del suo primo turno, ma ho avuto un imprevisto e non ce l’abbiamo fatta. Le ho detto che stava giocando molto bene e lei mi rispondeva “So che posso farlo, spero di riuscire a giocare bene” e io la rassicuravo, dicendole di essere più sicura perché stava davvero andando bene. Sperava di giocare una partita sull’Arthur Ashe, direi che ce l’ha fatta!“.

Quella vittoria è stata uno dei pungoli che ha spinto Elbaba a non gettare la spugna. Nessuna invidia, ma solo tanta voglia di tornare in campo. “Mi dispiaceva ma soprattutto per il fatto che lei era in campo, mentre io a malapena riuscivo a stendere il braccio. In realtà è stata d’ispirazione per me“.

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L’incredibile mistero che circonda una leggenda del tennis, Alice Marble

Se pensate che la vita di John McEnroe sia stata ricca di colpi di scena, allora forse non conoscete la storia della ‘Garbo del tennis’: Alice Marble

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Alice Marble (foto AP)

Robert Weintraub ha raccontato la vita di Alice Marble, campionessa statunitense degli anni Trenta, tratta dal libro “The Divine Miss Marble: A life of Tennis, Fame and Mystery”. Si tratta di una storia piuttosto incredibile, e Ubitennis ha tradotto l’estratto pubblicato sul New York Post; potete leggere l’articolo originale qui.


Le Alpi svizzere dominavano il paesaggio. Le montagne non sapevano che corresse il 1945, o che il mondo fosse in guerra. A quelle vette innevate non interessava il dramma che stava per concludersi molto più in basso. Su una serpeggiante strada di montagna, una macchina sportiva scivolava lungo stretti tornanti e la conducente, la protagonista di questa storia, cercava di impedire che il veicolo precipitasse nella valle sottostante. Non molto dietro c’era un’altra automobile, all’inseguimento, sempre più vicina.

La conducente della prima automobile era un’icona internazionale, una grande del tennis che sei anni prima aveva vinto il titolo più importante di questo sport, Wimbledon, nell’ultima occasione in cui il torneo si era giocato prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Si era anche laureata per quattro volte campionessa nazionale degli Stati Uniti e aveva ottenuto qualunque riconoscimento degno di nota nell’era precedente alla guerra. Era conosciuta anche per la sua oratoria, la sua abilità canora, il suo aspetto, il suo stile, la sua familiarità con le élite di Hollywood e Wall Street, e per la sua personalità ottimista e magnetica. La sua fama era particolarmente cresciuta in seguito al ritorno sulle scene dopo due anni di inattività, causati da una malattia che l’aveva colpita in quelle che sembravano le stagioni migliori della sua carriera. Lottando, aveva saputo tornare al top.

 

Insomma, era più o meno l’ultima persona che avremmo immaginato in fuga per avere salva la vita su una montagna europea, con le prove dei crimini di guerra dei nazisti sul sedile del passeggero e costretta a stringere gli occhi per riuscire a vedere nell’inchiostro della notte, restia a rallentare a scapito del rischio di morire carbonizzata.

Poco dopo, l’altra macchina la costrinse a fermarsi. Ne seguì un confronto, e la preziosa prova che aveva rubato poco prima le fu strappata con forza dalle mani. Alice si voltò e scappò via, il respiro irregolare per l’alta quota.

Echeggiò uno sparo. Un colpo alla schiena, una sensazione di bruciore, poi più niente. Che cosa diavolo stava facendo lei, lì? O per quel che vale, vi si trovava davvero?

Alice Marble era stata la tennista di maggior spicco negli anni immediatamente precedenti la Seconda Guerra Mondiale. Il Wimbledon Lawn Tennis Museum, nel suo “Pocket History of Champions”, ha scritto di lei: “La storia del tennis femminile può essere suddivisa in due ere: prima e dopo Alice Marble. Fu lei a inventare l’odierno stile di gioco aggressivo”. Negli articoli e nei report dell’era si diceva spesso che “giocava come un uomo” perché il suo feroce serve-and-volley e lo slancio potente dei suoi colpi erano così travolgenti che poteva essere fermata solo quando era lei stessa ad andare fuori giri. Alice conquistò 18 vittorie in quelli che oggi si chiamerebbero tornei dello Slam, cioè gli US Nationals e Wimbledon. Il numero include titoli in singolare, nel doppio e nel doppio misto, tutti conquistati tra il 1936 e il 1940, tranne uno. Poi la guerra costrinse Alice a dedicarsi ad attività ben differenti.

Alice era una personalità fuori scala per quei tempi. La chiamavano “Alice Marvel”, “La Garbo del tennis”, la “bomba bionda”. Causò un certo trambusto giocando in pantaloncini invece che in gonna. La stampa non mancava mai nel ricordare ai suoi lettori che “le sue gambe sono due colonne di mogano levigato, scoperte fino alle ginocchia, la sua figura è perfetta”, come riportò un cronista ammaliato. “Miss Marble è adorabile anche appena uscita dal campo”, diceva il famoso scrittore inglese Charles Graves descrivendo la presenza scenica di Alice. “Sono poche le ragazze di cui si può dire lo stesso. E in campo si nota il suo fisico statuario. Cammina come un pugile”.

Ma Alice divenne altrettanto celebre per i momenti in cui il suo aspetto e la sua salute erano lontane da quelle dei giorni migliori. Una serie di malattie la portarono a uno svenimento sulla terra rossa del Roland Garros a Parigi, a cui seguì una diagnosi di tubercolosi. La sua così breve carriera sembrava sul punto di essere stroncata. Messa fuori gioco e confinata in un sanatorio, Alice finì nel dimenticatoio per un paio d’anni, almeno fino a uno spettacolare ritorno che la riportò ai vertici del tennis. La vittoria degli US Nationals del 1936 innalzò Alice a nuove vette di popolarità, tanto che a un certo punto era solita ricevere circa 500 lettere al giorno dai suoi fan, che includevano quesiti sulla salute o sull’amore in aggiunta a frequenti richieste di matrimonio.

La sua capacità di combinare eccellenza tennistica e mondanità faceva di lei un personaggio molto richiesto, e le aprì molte porte. Era regolarmente invitata a partecipare a programmi radiofonici per ospitate, interviste o performance canore. La sua voce da contralto le procurò grandi elogi, tanto che le fu anche chiesto di cantare in locali della New York e della Londra bene. E poi la sua capacità di scrittura era straordinaria, specie per una che aveva abbandonato anzitempo gli studi per dedicarsi al tennis. Alice vergava frequentemente articoli per giornali e riviste, e fece anche parte dello staff che diede vita ai fumetti di Wonder Woman. Scrisse un monologo sulla sua “volontà di vincere”, e si mise a girare instancabilmente per gli Stati Uniti per recitarlo. Il suo gusto per la moda le permise di avviare una carriera parallela come disegnatrice di abbigliamento sportivo ma anche di vestiti di uso quotidiano.

Alice era un’atleta con doti naturali che mai si erano viste nel tennis femminile fino ad allora. Passò da umili origini nella sua San Francisco alla conquista dello sport dei reali. Suo padre morì quando lei era ancora una bambina e da lì in poi la sua famiglia visse alle soglie della povertà.

E lei trovò conforto nello sport. Quando era ancora una teenager, Alice era conosciuta in città per le sue qualità di giocatrice di baseball e anche per le sue apparizioni come mascotte non ufficiale per le partite dei San Francisco Seals, la squadra più forte dell’epoca precedente all’espansione ad ovest della MLB. Non appena scoprì il tennis, Alice prese a frequentare stabilmente i campi del Golden Gate Park. Anni dopo, uno scrittore del London Times fece notare che “il suo apprendimento della tecnica, che era stato rapido e per così dire molto pratico, le tornò utile quando si confrontò con giocatrici più scolastiche”. Il tennis era uno sport per ricchi oziosi, per la fauna dei country club, per le persone che potevano competere senza il problema di doversi guadagnare da vivere con il gioco, quindi a quei tempi era strettamente riservato agli amatori. Una descrizione che non era adatta per Alice, ma le ristrettezze che condizionarono i suoi primi passi la servirono bene quando iniziò a scalare il ranking.

Diventò la miglior giocatrice della California ad appena 17 anni, e il giorno del suo diciottesimo compleanno stava giocando gli US Nationals, antesignani dell’attuale US Open. Nel 1931 si spostò a est per la prima volta per giocare ai massimi livelli di questo sport. Le cose andarono male inizialmente, e questo la convinse del fatto che un bravo coach avrebbe potuto aiutarla a sfruttare al meglio il suo potenziale.

Il suddetto coach fu Eleanor “Teach” Tennant, uno dei personaggi più pittoreschi e vincenti, ancorché dimenticati, della storia del tennis. Anche lei aveva lottato per emergere dall’anonimato delle zone più povere di San Francisco, fino a diventare la principale coach della California meridionale, potendo annoverare nella sua clientela alcune tra le più importanti giocatrici del tempo. Tra queste, fu Carol Lombard, la “regina della commedia demenziale”, ad appiopparle il nomignolo con cui è passata alla storia. Lombard era una giocatrice molto seria, anche se quando Tennant le suggeriva di colpire la palla più in alto o in una posizione migliore lei le rispondeva con un sarcastico “Yes, Teacher dear [Va bene, cara maestra]”. Dopo un po’ di tempo, Lombard lo accorciò in “Teach”, e da quel momento la coach si chiamò Eleanor “Teach” Tennant.

Alice ed Eleanor si unirono per formare uno dei binomi allenatrice/allieva più vincenti di sempre negli sport individuali. La loro vicinanza andò molto al di là del tipico rapporto fra atleta e coach. Essenzialmente, Eleanor adottò Alice e la prese in carico per più di dieci anni. Le due vivevano insieme, cenavano insieme, viaggiavano insieme. Eleanor gestiva gli averi di Alice, ne curava dieta, allenamenti e vita sociale. Fu in quella fase che Alice vinse i trofei più importanti che il tennis potesse offrire.

Attraverso Eleanor, Alice fu introdotta in circoli generalmente preclusi ai tennisti. Frequentava gli attori del giro di Tennant, e strinse una grande amicizia con Lombard e con suo marito, Clark Gable. Era una presenza fissa a quello Xanadu americano [luogo idillico descritto da Coleridge in “Kubla Khan”, ndr] che era il San Simeon, il palazzo di William Randolph Hearst sull’Oceano Pacifico. A dispetto delle sue umili origini, Alice era l’ospite prediletta delle famiglie più ricche di entrambe le coste e fu molto vicina a Will Du Pont, erede di una famosa azienda chimica del Delaware.

Il rapporto di Alice con Du Pont fu sempre enigmatico, al pari di quello con Eleanor. Visti i successi ottenuti, Marble sposò appieno la visione della sua allenatrice. Alice la chiamò “la mia madre adottiva” dalle colonne del Daily Mail di Londra, ed Eleanor definiva Alice “la mia figlioccia”. Un altro cronista descrisse Eleanor come “la psichiatra” della campionessa, evidenziando “la franchezza delle sue critiche nei confronti di Alice”.

Per tutto il periodo in cui furono inseparabili, le due furono perseguitate da rumors inerenti ad una loro presunta relazione romantica. Nessuna delle due ha mai confermato un eventuale affaire, non una sorpresa visti i tempi di cui si parla. Dopo qualche breve lampo di tolleranza negli anni Venti, l’omosessualità era stata duramente repressa e spinta alla clandestinità dalla reazione contrariata del pubblico. Dichiararsi apertamente gay o bisessuale, o anche solo “etero con l’occhiolino” come Cole Porter [famoso musicista, ndr], avrebbe certamente danneggiato la rampante carriera di Alice, piena com’era di opportunità fuori dal campo.

Col passare del tempo, nonostante l’ammissione di relazioni e innamoramenti con altre donne, Alice confermò sempre che lei ed Eleanor non avevano mai avuto una relazione fisica. Tra di loro c’era certamente amore, ma nell’accezione spirituale del termine. E quando il loro rapporto terminò insieme alla carriera di Alice, stroncata al suo culmine dalla Seconda Guerra Mondiale, il distacco fu scioccante, vista la simbiosi che c’era stata tra le due per oltre un decennio.

Ma i dettagli dei rapporti di Alice con Tennant e Du Pont impallidiscono in confronto con altre e più intense relazioni (qualcuno le definirebbe “da film”) che lei affermò di aver avuto. Alice sostenne di essersi sposata durante la guerra con un ufficiale dell’aeronautica militare la cui morte avrebbe portato Alice ad acconsentire ad una missione di spionaggio volta a rintracciare e individuare un altro dei suoi amanti, un uomo del quale lei non ha mai fatto il nome che era in combutta con i nazisti. Fu quella relazione, unita al desiderio di vendicare la morte del marito, che probabilmente fece finire Alice su quella strada di montagna, in un inseguimento automobilistico che si concluse con un proiettile nella schiena.

Alice rivelò queste avventure solo nelle sue seconde memorie, “Courting Danger”, pubblicate un anno dopo la sua morte, avvenuta nel 1990. Quasi tutti le hanno creduto sulla parola, anche se delle recensioni e dei progetti storiografici non completati hanno provato a metterne in dubbio la veridicità.

Sono solo l’ultimo di una lunga serie di ammiratori di Alice Marble. È sempre stato facile apprezzarla conoscendo la sua vita solo superficialmente, ma addentrandomi nella tana del coniglio (d’altronde si chiamava Alice) i misteri si sono infittiti. Per scrivere questo libro ho viaggiato attraverso gli Stati Uniti e ho setacciato gli archivi internazionali in un tentativo di spazzare via i misteri sulle sue contraddizioni, di capire come potessero esistere simili zone d’ombra nella vita di un personaggio costantemente sotto i riflettori della vita pubblica. Ho visitato i luoghi simbolo della sua infanzia e della sua carriera. Ho seguito e approfondito ogni traccia, ogni indizio – alcuni, più di quanti sperassi, hanno solo portato ad altri punti interrogativi. Ho esaminato vecchia corrispondenza e pezzi di lettere scritti da Alice, registrazioni che ha inciso, articoli che ha scritto, e documenti che lei non avrebbe mai pensato potessero essere cercati da qualcuno. E sono entrato in contatto con le poche persone rimaste che l’hanno conosciuta, sperando che potessero fornirmi qualche informazione sui “Marble Mystery”.

Alla fine del lavoro di investigazione resta in me l’idea di una donna unica, rivoluzionaria e affascinante. Pensavo questo di lei già prima di scavare all’interno della sua vita. Alice Marble sarà anche misteriosa, ma non delude mai.

Traduzione a cura di Gianluca Sartori

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