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Tornei scomparsi. Bari, Genova e Firenze: l’altra Italia del tennis

La nostra rubrica sui tornei scomparsi fa tappa in Italia. Ripercorriamo con un po’ di nostalgia la storia dei tornei di Firenze, Bari e Genova

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All’Italia va ancora meglio l’anno dopo, quando a giocarsi il titolo sono due azzurri, di cui uno dal cognome illustre. Otto anni dopo infatti c’è nuovamente Panatta in finale ma, naturalmente, non si tratta di Adriano (che nel frattempo ha appeso racchetta e scarpette al fatidico chiodo) bensì il fratello Claudio, a cui gli organizzatori hanno concesso una wild-card. Sono due sudamericani i favoriti di quell’edizione: l’argentino Alberto Mancini e il peruviano Jaime Yzaga, ovvero due specialisti del rosso (soprattutto il primo, che l’anno seguente vincerà a Montecarlo e Roma) e invece le luci della ribalta sono tutte per Panatta e Massimiliano Narducci. Marchigiano di Ascoli Piceno, Max non vince una partita da due mesi e arriva a Firenze con poco credito ma qui si trasforma a batte tre specialisti come Marcelo Filippini e i peruviani Yzaga e Arraya prima di trovare “Panattino”. Il fratello di Adriano compie il suo piccolo capolavoro eliminando nei quarti Pedro Rebolledo prima di trovarsi di fronte lo statunitense Lawson Duncan, che ha battuto a sorpresa Mancini. Claudio centra la finale, la inizia da protagonista incamerando il primo set ma alla lunga deve arrendersi a Narducci che, con il suo unico titolo in carriera, fa un balzo in classifica di oltre sessanta posti ed entra nella top-100 (77).

Un paio dei nomi appena citati ritorneranno in auge nelle ultime edizioni del torneo. Duncan, un americano della North Carolina che ha una predilezione per la terra rossa, perderà di un soffio la finale del 1990 contro lo svedese Magnus Larsson, emerso dalle qualificazioni; sarà la sesta e ultima finale persa nel circuito da Lawson, che non ebbe mai la soddisfazione di sollevare il trofeo del vincitore nel circuito ATP. L’altro è Marcelo Filippini, con cui la storia di Firenze si chiude. Siamo nel 1994 e l’uruguagio di Montevideo sconfigge in finale un’altra anomalia tennistica, ovvero un australiano che ama la terra: Richard Fromberg.

In mezzo, il triennio da dominatore di Thomas Muster. Adesso il torneo si gioca tra il Roland Garros e Wimbledon e, per chi non è particolarmente interessato all’erba, può essere una buona occasione per vincere partite e intascare dollari.
La prima volta che si presenta a Firenze, Muster è un giocatore che ha perso 100 posizioni nette in classifica nel breve giro di un mese e mezzo (dal 22 aprile al 10 giugno). La spiegazione è semplice: nel ’90 il mancino di Leibnitz aveva fatto finale a Montecarlo, vittoria a Roma e semifinale al Roland Garros; nel ’91 primo turno a Montecarlo e Parigi, terzo a Roma. Naturalmente Thomas non è testa di serie ma nessuno sano di mente sarebbe felice di trovarselo davanti e infatti, pur partendo sotto di un set in tutti i match dal primo turno alla finale, raggiunge l’amico-nemico e connazionale Horst Skoff (che è la prima testa di serie) e torna a batterlo dopo averci perso per cinque volte consecutive.
Le cose vanno meglio, per Muster, nel ’92 e nel ’93. In entrambe le occasioni l’austriaco chiede la wild-card agli organizzatori toscani dopo le delusioni parigine; al Roland Garros è sempre Jim Courier a buttarlo fuori (rispettivamente al secondo e quarto turno) e allora Firenze si trasforma in un brodino caldo per alleviare il dolore. A contendergli i titoli sono Renzo Furlan (1992) e Jordi Burillo (1993). Furlan, veneto di Conegliano, ha 22 anni compiuti da qualche settimana quando trova a Firenze la terza finale italiana nel giro di un mese (Bologna e il challenger di Torino le altre) mentre l’anno dopo lo spagnolo proviene dalle qualificazioni nonostante due settimane prima avesse colto a Bologna quello che resterà il suo unico successo in carriera.

 

Nel 1995 il posto di Firenze nel calendario ATP viene preso dal torneo di Oporto, che avrà vita breve (appena due edizioni), mentre al Circolo Tennis Firenze continua la tradizione del torneo internazionale giovanile, giunto quest’anno alla 41esima edizione e che può vantare, nel suo albo d’oro, nomi del calibro di Rosset, Federer, Capriati, Hingis, Mauresmo, Safina e Halep, solo per citare i più famosi. Insomma, il ponte tra il passato e il futuro rimane aperto.

BARI

Il tennis a Bari vide i propri albori nei primi Anni ’20. C’era un solo campo ed era pubblico ed era in cemento, là vicino al pontile San Nicola dove, tra un torneo sociale e l’altro organizzato dallo Skating Club, ci fu anche spazio per una sfida internazionale tra la città pugliese e quella albanese di Tirana, con vittoria di Bari per 3-2. Insomma, una specie di “Davis dell’Adriatico”. Nel giro di qualche anno, con i praticanti che si moltiplicano come i pani e i pesci (e ad un certo punto ci si mettono pure le donne…), un campo solo non basta più e allora ecco la necessità di trovare nuovi spazi; in via Fieramosca ad esempio, dove la gloriosa società sportiva Angiulli fa costruire ben tre campi, con tanto di raccattapalle uno per campo.
Poi arriva la guerra, la seconda, e all’improvviso non c’è più tempo per pensare ad altro. Fino agli Anni ’50, quelli della ripresa e della ricostruzione, del ritorno alla vita e allo sport. Nel 1957 c’è un altro trasloco, l’ultimo; il Circolo Tennis Bari prende dimora in via Martinez e lì inizierà la sua ascesa che culminerà negli Anni Ottanta con l’organizzazione di un torneo internazionale.

I primi tre tornei sono altrettanti challenger. Si parte nel 1981 con 25.000$ di montepremi e un tabellone che annovera ben tre finalisti della Coppa Davis di cinque anni prima: Paolo Bertolucci, Antonio Zugarelli e il cileno Belas Prajoux. Bertolucci è il superfavorito e, pur lasciando per strada diversi set, arriva in finale ma qui incappa in un ungherese di 22 anni dal nome impronunciabile che lo travolge 6-4 6-0. Il primo campione di Bari è dunque Zoltan Kuharszky, che in seguito riuscirà a raggiungere un best-ranking di n°53 e prenderà cittadinanza in Svizzera.
L’anno dopo il torneo viene anticipato da settembre ad aprile e i primi due favoriti sono Balasz Taroczy e Tomas Smid. Il primo raggiunge la finale senza perdere nemmeno un set mentre il secondo si ferma nel turno precedente, sconfitto da un australiano più famoso come doppista: Paul McNamee. Il riccioluto bimane ha già fatto fuori mezza Italia (Zugarelli al secondo turno, Barazzutti nei quarti) e non si ferma nemmeno al cospetto delle prime due teste di serie che batte con un doppio 6-3 (Smid) e un doppio 6-2 (Taroczy).
Il 1983 è finalmente la volta di un italiano. Corrado Barazzutti onora il n°1 del seeded players lasciando per strada un solo set (al primo turno allo svedese Sandberg) e battendo in finale l’argentino Carlos Castellan per 6-0 6-1. Le prove generali sono terminate, Bari è pronta per il tennis che conta.

Nel 1984 il montepremi viene triplicato e portato a 75.000$. Il torneo trova uno sponsor (Kim) che dà nome al trofeo ed entra a far parte del Grand Prix come antipasto della stagione europea sulla terra rossa. Barazzutti vorrebbe difendere il suo titolo ma la compagnia è cambiata e i pretendenti alla vittoria finale sono di ben altro spessore rispetto all’anno precedente. Il futuro CT azzurro è il quinto favorito ma al secondo turno perde 7-6 al terzo con il qualificato Gabriel Urpi. Altri nomi illustri ci lasciano le penne anzitempo; è il caso dell’argentino Clerc (1) che perde subito con il tedesco Maurer e Pablo Arraya (3, sconfitto al secondo turno dallo statunitense Freeman). Così alla fine ad iscrivere il proprio nome nell’albo d’oro è Henrik Sundstrom, futuro n°6 del mondo e alla prima di tre settimane consecutive di gloria; dopo Bari, lo svedese perderà in finale a Nizza e vincerà a Montecarlo per un parziale di 14 vittorie e 1 sconfitta.

Italia e Svezia si alterneranno nell’albo d’oro per altre tre edizioni. L’85 è l’anno dell’unico successo in carriera per Claudio Panatta, che abbiamo già visto sopra finalista a Firenze (ma tre anni dopo). I favoriti sarebbero Cancellotti e l’argentino Martin Jaite ma “Panattino” in Italia si trova particolarmente a suo agio (oltre a Firenze, giocherà anche la finale di Bologna sempre nel 1985) e nella settimana pugliese è anche abbastanza fortunato ad incontrare sulla sua strada, lui che è appena n°120 del mondo, ben quattro avversari (su cinque) con classifica peggiore della sua: il colombiano Viver (133), il connazionale e qualificato Pistolesi (592), lo spagnolo Lopez-Maeso (148) e, in finale, l’immancabile americano Lawson Duncan (127). L’unico rivale di rango è proprio Cancellotti (n°21 ATP) con il quale però Claudio si trova bene visto che l’ha già sconfitto in precedenza e tornerà a farlo in futuro.
Tre settimane più tardi, proprio grazie alla vittoria di Bari, Panatta volerà a New York per giocare il Tournament of Champions di Forest Hills e nei quarti farà tremare il n°1 del mondo John McEnroe, perdendoci solo al tie-break del terzo set dopo due ore e 48 minuti di partita. Ma di Forest Hills parleremo un’altra volta.

Tornando in Puglia, il 1986 è l’anno del diavolo, alias Kent Carlsson. Lo svedese, dai mille tic e dal dritto in top-spin che faceva fare alla palla mille giri al secondo (altroché Nadal…), perde appena cinque giochi nei primi tre incontri, poi in semifinale permette a Lopez-Maeso di trascinarlo al tie-break nel primo set (6-1 il secondo). La finale però è una battaglia perché Horacio de la Peña non a caso è chiamato “El pulga” ovvero la pulce e si arrende solo dopo trentasette giochi: 7-5 6-7 7-5.

Un altro italiano, Claudio Pistolesi, conquista a Bari l’unico trofeo in carriera e lo fa nel 1987 battendo in finale sotto un sole cocente il connazionale Francesco Cancellotti. “Credo di aver vinto grazie alla mia ottima forma fisica” dirà Pistolesi alla fine del match. I due azzurri si trovano in finale dopo aver eliminato le prime teste di serie; Pistolesi ha battuto Krickstein (2) 6-0 al terzo nel match d’esordio mentre Cancellotti, che è in tabellone grazie a una wild-card, si è imposto a Tulasne (1) nei quarti.

Nel 1988 i Campionati Internazionali di Puglia trovano collocazione nel calendario del Nabisco Grand Prix alla fine di settembre. Non è uno spostamento indolore, anche a causa del fatto che Bari diventa il terzo appuntamento, in ordine di montepremi, di una settimana che ha in programma anche il 415.000$ di Los Angeles e il 220.000$ di Ginevra. Nonostante ciò, la coppa finisce nelle mani di un futuro n°1 del mondo. Molti specialisti della terra rossa sono già tornati in Europa per disputare gli Internazionali di Spagna a Barcellona ed è proprio da lì, dove ha giocato e perso la finale, che arriva Thomas Muster. L’austriaco è ancora nella sua prima vita (sarà l’anno dopo che un ubriaco gli distruggerà il ginocchio a Miami) e domina la parte alta del tabellone rifilando 6-0 a destra e a manca (soprattutto a manca, lui che è mancino…) ma in finale deve recuperare un set di svantaggio all’uruguagio Marcelo Filippini prima di chiudere 7-5 al terzo.

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La storia di Norah Gordon Cleather, la donna che tenne in piedi Wimbledon durante la guerra

Ora che Sally Bolton sta per prendere in mano le redini di Wimbledon, Ubitennis vi propone il racconto del Guardian sulla prima donna a dirigere il torneo più antico del mondo a cavallo fra le due guerre

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Il Centre Court di Wimbledon, colpito da una bomba l'11 ottobre 1940

[Nota introduttiva: sebbene Wimbledon 2020 sia stato cancellato, il 12 luglio (data della fu finale maschile) segnerà comunque il passaggio di consegne fra Richard Lewis e Sally Bolton nel ruolo di CEO, come già annunciato lo scorso dicembre. Bolton sarà la prima chief executive donna da quando la carica è stata creata, ed è una figura di spicco nell’ambiente dell’organizzazione di eventi sportivi nel Regno Unito. Ha iniziato nel 1996 come CEO per due squadre di rugby, sia league che union, facendosi strada fino a diventare la responsabile per la pianificazione dei Mondiali di Rugby League del 2013; è poi stata a capo, per un biennio, del comitato organizzatore dei mondiali londinesi di atletica del 2017.

La sua carriera all’interno dell’All England Club è iniziata l’anno precedente, quando è stata nominata head of corporate affairs, venendo poi promossa all’incarico di strategic planning and operations director – in sostanza è passata dalla gestione del rapporto con il pubblico alla progettazione strategica a lungo termine. In quest’ultima veste, le è stato riconosciuto un ruolo decisivo nell’acquisto dei limitrofi terreni del Wimbledon Park Golf Club, quasi triplicando l’area dove si disputano i Championships (da 42 a 115 acri) e permettendo così di spostare le qualificazioni da Roehampton ai campi dell’All England.

Sally Bolton, nuovo CEO di Wimbledon. (Credit: Wimbledon.com)

Nel contesto di questa staffetta, certamente storica, il Guardian ha trattato l’esperienza di Norah Gordon Cleather come “segretaria ad interim” durante la Seconda guerra mondiale. Di seguito vi proponiamo la traduzione dell’articolo, mentre l’originale si può trovare qui].

 

Norah Gordon Cleather avrebbe destato clamore entrando in qualsiasi stanza, in qualsiasi epoca. Un’altolocata londinese alla moda, si mescolava facilmente sia con i migliori tennisti del mondo sia con la nobiltà europea del periodo tra le due guerre, ma, come molte favole, la sua vicenda avrebbe preso una triste e inaspettata piega.

Il suo nome, a lungo dimenticato, è riemerso da quando Sally Bolton è stata nominata come la prima donna a ricoprire la carica amministratore delegato dell’All England Club, succedendo a Richard Lewis, un passaggio di consegne che ha avuto luogo nelle circostanze uniche di una quarantena, quando di norma il torneo si starebbe preparando per l’inaugurazione del 29 giugno. Tuttavia, Cleather può rivendicare il primato in una versione equivalente del ruolo che lei ricoprì 81 anni fa, in tempi altrettanto duri (come Bolton stessa sta scoprendo, visto che è impegnata nella lettura dell’autobiografia di Cleather, “Wimbledon Story”).

Stregata dal gioco e da Wimbledon fin dalla sua prima visita come scolaretta nel 1917, Norah si unì al piccolo staff di Wimbledon nel 1922, anno in cui il torneo si spostò da Worple Road a Church Road per accogliere lo straordinario interesse generato da Suzanne Lenglen, che diventò una sua amica di lungo corso.

Mentre lo sport raccoglieva sempre più consensi sulla scena internazionale, lei lavorava al fianco del direttore del torneo, il maggiore Dudley Larcombe, e prese il suo posto come “segretario ad interim” alla vigilia della Seconda guerra mondiale, quando lui si ritirò per motivi di salute – un percorso lavorativo che sembrava realizzare tutti i sogni giovanili di Norah.

Le bombe caddero e Wimbledon chiuse. Il parcheggio fu trasformato in una piccola fattoria e i reggimenti Gallesi e Irlandesi di Londra vi si trasferirono dentro. Come ricorda Cleather nella sua autobiografia: “Fu quando sentii per la prima volta la marcia metallica che passava fuori dall’All England Club… che capii che Wimbledon era andato in guerra”.

La sua pronipote Sarah Cleather – il cui nome d’attrice è Sarah Tullamore – dice: “Norah ha gestito Wimbledon durante la guerra quasi da sola, mentre gli uomini venivano arruolati. Anche lei finì col vivere lì, a fianco delle truppe, visto che il suo appartamento a Earl’s Court venne bombardato. Si aspettava di proseguire l’incarico dopo la guerra, e perché non avrebbe dovuto?”.

Tullamore è addolorata per il modo in cui la sua prozia è stata successivamente trattata e sta lavorando ad un dramma televisivo che spera possa mostrare quanto Cleather fosse una silenziosa pioniera.

Quando il tennis riprese nel giugno del 1945, i raccattapalle erano soldati in uniforme pronti a combattere; anche i giocatori erano agguerriti nel senso più letterale del termine e si entusiasmavano a giocare sul Campo N.1, mentre i lavori di ristrutturazione post-bellica continuavano sul Campo Centrale. Non fu classificato come un campionato ufficiale ma, come la Battle of the Brits che ha avuto luogo la scorsa settimana al National Tennis Centre, era quello che passava il convento.

Profeticamente, Cleather ha scritto: “Ho sempre pensato che in un’epoca in cui i più grandi giocatori del mondo sono tutti professionisti, tali regole sono pericolosamente superate. Ho già accennato alla sensazione sempre più diffusa ormai tra quasi tutti gli appassionati di tennis che una nuova e ben più flessibile concezione dello status dei giocatori sia attesa da tempo”.

La loro condizione sarebbe rimasta tale fino al 1968, quando Rod Laver e Billie Jean King vinsero i primi campionati dell’era Open. Nel 1945, il gioco non era pronto per alcun tipo di cambiamento.

Mentre le cose erano sul punto di ripartire”, dice Tullamore, “è stata informata che un manager maschio sarebbe venuto a lavorare con lei per gestire le cose. Dev’essere rimasta amareggiata, ma ha accettato la cosa. Tuttavia, quando ha scoperto che l’uomo in questione sarebbe stato pagato più di lei per lo stesso lavoro, naturalmente ha protestato chiedendo lo stesso stipendio – soprattutto perché aveva fatto il lavoro per 25 anni e aveva appena organizzato il primo torneo del dopoguerra da sola”.

Purtroppo – e questo è un segno dei tempi in cui viveva – le autorità di Wimbledon si rifiutarono di cedere. Così Norah, a malincuore, decise di andarsene – un’altra scelta pionieristica per l’epoca. È morta nel 1967, un paio d’anni prima che io nascessi, e purtroppo non l’ho mai incontrata. Ma sono sempre stata affascinata dalla sua vita e da ciò che ha ottenuto all’epoca, ed è per questo che vorrei che la gente la conoscesse“.

Ho la sensazione che alla stampa piacesse molto, dai ritagli che ho letto. Era una donna che lavorava sodo ma al contempo affascinante, e aveva fatto carriera. Sempre una signora, non ha mai detto il vero motivo del suo allontanamento, né alla stampa né nel suo libro, preferendo invece dire che ‘era ora di cambiare‘”.

Cleather aveva il cuore a pezzi in tutti i sensi. Quando si trasferì per lavorare a New York come segretaria di una delle sorellanze universitarie cattoliche, la sua partenza coincise con la fine della relazione con l’amore della sua vita, un americano di nome John Kelly, che si dice fosse in lacrime quando partecipò al suo funerale nel 1967.

Voleva un nuovo inizio“, dice Tullamore. “Tuttavia, dato che il suo lavoro a New York era molto meno affascinante di quello a Wimbledon e dato che era molto lontana, credo che la gente si sia semplicemente dimenticata di lei“.

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Uno contro tutti: la prima volta in vetta di Edberg, Becker e Courier

Ventisei uomini diversi hanno occupato il trono di numero uno del mondo. Oggi parliamo dei primi anni Novanta, dominati da Stefan Edberg, Boris Becker e Jim Courier

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No, non è Boris Becker a ricevere lo scettro di numero 1 del mondo da Ivan Lendl. In poco più di tre anni, il tedesco è stato per 74 settimane complessive sul secondo gradino del podio ma l’esito della finale di Wimbledon 1990, in cui non gli è bastato recuperare due set, ha determinato di fatto il successore al trono dell’ex-cecoslovacco. Il nuovo re è un vichingo atipico che da juniores è stato imperatore, avendo conquistato (unico nella storia) il Grand Slam juniores nel 1983. Anche se quel quinto set di una altalenante finale di Wimbledon terminata con lo score inusuale di 6-2 6-2 3-6 3-6 6-4 ha di fatto determinato il futuro, Edberg viene incoronato il 13 agosto, ovvero all’indomani della netta vittoria su Brad Gilbert che gli è valsa il titolo a Cincinnati. Abbandonato in gioventù il rovescio bimane e trasformato lo stesso in un colpo tanto elegante quanto propedeutico – nella sua versione in back – alla filosofia offensiva che ne ispira l’intero impianto di gioco, Edberg è arrivato in Ohio sulla spinta della vittoria ottenuta la settimana precedente a Los Angeles e bagna la sua investitura con un altro titolo in quel di Long Island.

Logicamente, allo US Open lo svedese è in cima alla lista dei favoriti ma il mancino russo Alexander Volkov, uno a cui pure il talento non fa certo difetto, lo estromette al debutto in tre soli set: 6-3 7-6 6-2. “Avevo lavorato bene nelle ultime settimane ma quando ho visto il sorteggio non ero certo contento” dichiarerà Volkov ai cronisti. “Però mi sono detto che tutto poteva succedere e oggi ho giocato davvero bene”. Incostante ma capace di momenti irresistibili, Volkov raggiungerà in carriera un best ranking di n°14 e morirà a soli 52 anni dopo essere stato per un periodo anche coach di Safin.

La stagione indoor propone nuovi scontri diretti tra i primi tre della graduatoria che si trovano di fronte nelle fasi finali di Sydney, Tokyo, Stoccolma e Bercy. Becker centra quattro finali e ne vince due (in Australia e Svezia, entrambe contro Edberg), perde in Giappone con Lendl e in Francia è costretto al ritiro sul 3-3 del primo set lasciando via libera al numero 1. Con queste premesse, è ovvio che alla Festhalle di Francoforte, teatro dei nuovi ATP World Tour Championships (la nuova denominazione del Masters), i favoriti siano gli stessi tre di cui sopra. Invece il nuovo maestro ha vent’anni, indossa completini piuttosto vistosi e nell’occasione mette in riga sia Becker (in semifinale) che Edberg (in finale) dopo aver perso dallo svedese nel girone: si chiama Andre Agassi e di lui sentiremo ancora parlare a lungo.

 

Con il torneo di chiusura controllato completamente dall’ATP, la Federazione Internazionale reagisce organizzando sempre in Germania (a Monaco di Baviera) una sorta di Masters alternativo, riservato ai sedici tennisti che hanno totalizzato il maggior numero di punti nei quattro major: la Grand Slam Cup. Oltre alla sede, anche la formula è diversa in quanto contempla la più classica eliminazione diretta fin dal primo turno, che poi sono gli ottavi. Edberg è testa di serie n°1 in questa edizione d’esordio e il suo, di debutto, non è proprio dei migliori perché perde subito in tre combattuti set con Chang. Il torneo lo vincerà lo statunitense Pete Sampras, un altro di cui torneremo a parlare più avanti, e la stagione va in archivio.

Ad appena 24 settimane dal suo insediamento, Stefan Edberg è costretto a lasciare il palazzo reale. Accade all’indomani degli Australian Open, laddove lo svedese non sfrutta due match point in semifinale e si arrende alla caparbietà di un Ivan Lendl che sembra rappresentare la legione straniera con quel curioso cappello che gli copre testa e collo. “Avevo la partita in mano e mi sentivo bene: è dura perdere così” ammette Edberg, che nel quarto set serve per l’incontro sul 5-4, subito dopo aver tolto la battuta a Lendl, ma nelle due opportunità di chiudere prima sbaglia una volee e dopo commette doppio fallo. Ivan lo riprende, domina il tie-break e chiude il quinto per 6-4 qualificandosi per la terza finale consecutiva a Melbourne. Qui trova Boris Becker, sopravvissuto al terzo turno a una maratona di oltre cinque ore con l’italiano Omar Camporese e in procinto di diventare il decimo n°1 mondiale. Infatti, battendo Lendl 1-6 6-4 6-4 6-4 il tedesco completa il sorpasso e il 28 gennaio viene incoronato.

Boris Becker

Difficile, a questo punto, spiegare il motivo per cui un talento del calibro di Boris Becker rimarrà in vetta per un totale di appena 12 settimane, suddivise in due periodi. Il primo di questi comprende due incontri in Coppa Davis (uno dei quali lo vede di nuovo opposto a Camporese e sarà un’altra vittoria al quinto, stavolta recuperando due set) e una mesta apparizione a Bruxelles, dove è costretto al ritiro in semifinale contro il russo Cherkasov sulla situazione di un set pari e 2-2 nel terzo a causa di uno stiramento alla coscia. Pur perdendo anch’esso in semifinale con il francese Forget, Edberg torna numero 1 il 18 febbraio e legittima subito la ritrovata leadership vincendo a Stoccarda. Le cose vanno peggio nel Sunshine Double ma lo scandinavo riesce a tenere una certa continuità di rendimento e le due semifinali raggiunte lo testimoniano: a Indian Wells lo ferma nuovamente Forget mentre a Miami la sconfitta con il giovane statunitense David Wheaton può sembrare sorprendente ma il ventunenne di Minneapolis sta vivendo la sua annata migliore e ben presto lascerà la posizione n°46 che occupa in Florida per avvicinarsi alla top 10.

Dopo il titolo a Tokyo, ottenuto regolando in finale Ivan Lendl, Edberg affronta con fiducia la stagione europea sulla terra battuta ma a Monte Carlo si ferma al debutto, battuto dal connazionale Magnus Larsson, tennista che quattro anni più tardi entrerà tra i primi 10 del ranking e mostrerà nell’arco dell’intera carriera una certa versatilità dividendo le sue quindici finali nel circuito tra le quattro superfici in uso (sintetico, duro, erba e terra). Dopo il Principato, il n°1 fa due tappe in Germania: ad Amburgo perde nei quarti con Stich mentre a Dusseldorf aiuta la sua nazionale a vincere la World Team Cup battendo Ivanisevic nella finale contro la Croazia. Per lui si tratta del bis nella seconda manifestazione a squadre per importanza dopo la Davis, avendola già vinta tre anni prima battendo in finale gli Stati Uniti. 

Anche se il suo tennis offensivo mal si adatta alla terra, Edberg ha già dimostrato di potersela cavare egregiamente sul rosso e al Roland Garros ha già sfiorato il titolo due anni prima. Tuttavia, dopo aver battuto tre avversari ostici quali l’austriaco Skoff e i russi Cherkasov e Chesnokov, nei quarti è costretto alla resa dall’uomo nuovo del tennis a stelle e strisce: Jim Courier. Il “rosso” vincerà il torneo e inizierà così a scalare la classifica mondiale mentre Stefan, sconfitto ma non demoralizzato, si trasferisce al Queen’s dove centra il successo senza cedere nemmeno un set. Inevitabile, con queste premesse, che il n°1 del mondo sia il grande favorito per difendere il titolo di Wimbledon ma qui accade qualcosa di mai successo a livello slam; avviene in semifinale, dove Edberg non perde mai il servizio ma perde tre tie-break su tre (proprio nei giorni in cui l’inventore del gioco decisivo, Jimmy Van Alen, lasciava questa terra) e si arrende a Michael Stich, che poi batterà anche Becker in finale.

Pur avendo perso, Boris torna sul trono grazie allo scarto dei punti e ci resterà per due mesi. Di nuovo, la vetta fa perdere la testa al tedesco che, nei tre tornei giocati da n°1, coglie la finale a Indianapolis (battuto da Sampras) dopo aver perso in semifinale a Cincinnati per mano di Forget ma il ko che lo rimette al secondo posto del ranking è quello patito al terzo turno degli US Open. Qui Paul Haarhuis, un 25enne olandese dal radioso futuro come doppista, lo estromette in tre rapide partite nell’edizione che vive delle imprese leggendarie del vecchio Connors (semifinalista a 39 anni proprio a spese di Haarhuis) e riconsegna la corona a Edberg, praticamente perfetto nella finale in cui annienta Jim Courier per 6-2 6-4 6-0. Il 9 settembre, quindi, Boris Becker chiude la sua esperienza da re del mondo con numeri inversamente proporzionali alla sua classe: 12 settimane, quattro tornei, una sola finale giocata (e persa) e un record vinte-perse di 14-4.

Se durante l’estate americana Edberg aveva collezionato sconfitte a ripetizione, il titolo allo US Open lo rivitalizza e – sull’asse indoor Sydney-Tokyo – infila altri due titoli legati tra loro dal pressoché identico score con cui supera, sempre in semifinale, il temibile croato Ivanisevic: 4-6 7-6 7-6 in Australia e 4-6 7-6 7-5 in Giappone. A un passo dal tris e con 21 vittorie consecutive alle spalle, lo svedese perde la finale a Stoccolma con Becker e chiude anzitempo la stagione a Parigi-Bercy, sconfitto al secondo turno da Michael Chang. Infortunato, lo scandinavo salta il Masters di Francoforte e preferisce riposarsi fino alla nuova stagione.

Il 1992 di Edberg inizia a Melbourne e la sua condizione sembra del tutto ritrovata. Tre agevoli turni di rodaggio contro tennisti classificati fuori dai 100 gli consentono di presentarsi alla seconda settimana abbastanza riposato e questo lo aiuta nella vittoria al quinto set ottenuta contro Ivan Lendl nei quarti; in semifinale il sorprendente Wayne Ferreira gli resiste solo il primo set ma in finale le bastonate di dritto di Jim Courier lo mettono alle corde e lo statunitense vendica la batosta rimediata a Flushing Meadows qualche mese prima. Adesso Courier lo insidia da vicino in classifica e infatti il 9 febbraio, dopo aver perso la finale di San Francisco contro il connazionale Chang, Jim diventa il decimo leader del ranking ATP (terzo statunitense).

Jim Courier (foto di Clive Brunskill /Allsport)

Nel frattempo, la settimana precedente, Stefan Edberg ha fatto registrare suo malgrado un primato: nel secondo incontro della prima giornata del match di Coppa Davis tra Canada e Svezia, Edberg perde 6-4 al quinto set con Daniel Nestor. Il mancino canadese diventa così il giocatore con classifica più bassa (238) ad aver mai battuto il numero 1 del mondo, record tuttora valido. Con la vittoria di Nestor, la cui carriera di singolarista verrà ben presto oscurata da una lunga e irripetibile militanza in doppio, il Canada chiude la prima giornata avanti 2-0 ma alla fine la Svezia riuscirà a espugnare il Pacific National Agrodome di Vancouver e Edberg rimedierà vincendo il doppio insieme a Jarryd e battendo Connell nel singolare di apertura della terza giornata. A quel punto, sul 2-2, Nestor si troverà avanti 2-1 con Gustafsson ma le vesciche ai piedi contribuiranno alla sua resa e di conseguenza a quella dei padroni di casa, osannati comunque dal pubblico di casa.

Nella prossima puntata parleremo di Jim Courier e dell’inizio degli anni statunitensi al vertice della classifica ATP.

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
1990EDBERG, STEFANVOLKOV, ALEXANDER36 67 26US OPENH
1990EDBERG, STEFANBECKER, BORIS67 46 46SYDNEY INDOORH
1990EDBERG, STEFANLENDL, IVAN57 36TOKYO INDOORS
1990EDBERG, STEFANBECKER, BORIS46 06 36STOCCOLMAS
1990EDBERG, STEFANAGASSI, ANDRE75 67 57 26MASTERS S
1991EDBERG, STEFANLENDL, IVAN46 75 63 67 46AUSTRALIAN OPENH
1991BECKER, BORISCHERKASOV, ANDREI62 36 22 RIT.BRUXELLESS
1991EDBERG, STEFANFORGET, GUY46 46INDIAN WELLSH
1991EDBERG, STEFANWHEATON, DAVID36 46MIAMIH
1991EDBERG, STEFANLARSSON, MAGNUS75 36 67MONTE CARLOC
1991EDBERG, STEFANSTICH, MICHAEL26 67AMBURGOC
1991EDBERG, STEFANCHERKASOV, ANDREI46 16WORLD TEAM CUPC
1991EDBERG, STEFANCOURIER, JIM46 62 36 46ROLAND GARROSC
1991EDBERG, STEFANSTICH, MICHAEL64 67 67 67WIMBLEDONG
1991BECKER, BORISFORGET, GUY67 64 36CINCINNATIH
1991BECKER, BORISSAMPRAS, PETE67 63 36INDIANAPOLISH
1991BECKER, BORISHAARHUIS, PAUL36 46 26US OPENH
1991EDBERG, STEFANBECKER, BORIS63 46 61 26 26STOCCOLMAS
1991EDBERG, STEFANCHANG, MICHAEL62 16 46PARIGI BERCYS
1992EDBERG, STEFANCOURIER, JIM36 63 46 26AUSTRALIAN OPENH
1992EDBERG, STEFANNESTOR, DANIEL64 36 61 36 46DAVIS CUPS


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Racconti

Uno contro tutti: Lendl al tramonto e l’ultima semifinale a Wimbledon

Ventisei uomini diversi hanno occupato il trono di numero uno del mondo. Oggi parliamo degli ultimi anni del dominio di Lendl, concluso nell’agosto 1990 poche settimane dopo l’ennesima sconfitta a Wimbledon contro Edberg

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Archiviata la breve parentesi di Wilander, la cui conquista del trono mondiale è vissuta nell’esaltazione della rincorsa molto più che nel periodo trascorso da regnante, il 30 gennaio 1989 Ivan Lendl si riprende lo scettro e lo terrà per altre 80 settimane. Reduce dal successo tutto sommato agevole in quel di Melbourne (dove non ha dovuto affrontare nemmeno un top 10 per alzare il trofeo), Ivan si prende un periodo di riposo e torna a Dallas per le WCT Finals dove però incappa in un ritrovato John McEnroe che lo ferma in semifinale. Mac non è più super come nel 1984 ma ha ritrovato la voglia di misurarsi agli alti livelli e si prende la soddisfazione di tornare a battere il grande rivale dopo quasi quattro anni di astinenza; la sfida numero 30 rimette il bilancio in parità (15-15) ma per lo statunitense non ci saranno ulteriori repliche nelle ultime sei sfide dirette. 

Dal canto suo, il n°1 è in gran spolvero e, fino al Roland Garros, perderà solo la finale di Tokyo con Edberg. Nel frattempo Ivan incamera Scottsdale, Key Biscayne (dove un ubriaco alla guida di un auto mette fuori uso Thomas Muster, che avrebbe dovuto affrontarlo in finale), Forest Hills e Amburgo e si presenta a Parigi da grande favorito. Nello stesso teatro in cui aveva rotto l’incantesimo vincendo la sua prima finale slam, Lendl scrive un altro capitolo della storia del tennis ma questa volta si trova dall’altra parte della rete. Ad eliminarlo dal torneo, negli ottavi di finale, c’è un ragazzino che diventerà il più giovane in assoluto a conquistare uno slam: Michael Chang. Lo statunitense di Hoboken recupera due set al re del mondo e per farlo ricorre ad ogni mezzo lecito, compreso servire da sotto: 4-6 4-6 6-3 6-3 6-3 è lo score di un incontro che non vale nemmeno la pena ricordare, tanto è famoso.

Lendl, contrariato, non si dà pace per le bizzarrie del “cinesino” che arriva anche a posizionarsi in risposta con i piedi sulla linea del servizio per falsare le prospettive all’ex-cecoslovacco e costringerlo all’errore. Chang vincerà il torneo mentre Ivan si concentrerà subito sull’erba, dalla quale riceverà la soddisfazione della vittoria al Queen’s e l’ennesima delusione a Wimbledon, battuto in semifinale da Becker.

 

Eclissatosi McEnroe, i nuovi antagonisti del numero 1 sono diventati lo stesso Becker e lo svedese Edberg, una doppia rivalità permeata di equilibrio (come dimostra il doppio bilancio negli head-to-head a fine carriera: 11-10 con Boris, 13-14 con Stefan) e che nella stagione in oggetto vede lo statunitense d’adozione in una certa difficoltà. Infatti, dopo Wimbledon, è ancora Becker a infliggergli la delusione più cocente battendolo in quattro set nella finale degli US Open. Di nuovo, è il contrasto di stili ad alzare la qualità dello spettacolo in queste sfide; pur non disdegnando di trovare il punto da fondo, Becker cerca con maggiore frequenza la rete e la chiave del match diventano i due tie-break che lo aprono e lo chiudono, entrambi conquistati dal tedesco che si impone 7-6 1-6 6-3 7-6.

Lendl, che non batte il n°2 del ranking da quasi quattro anni, inizia l’ultima parte della stagione tornando sulla terra ma a Barcellona viene fermato in semifinale da Andres Gomez. Il mancino ecuadoriano attendeva questa giornata da oltre otto anni e ben quattordici incontri, ovvero tutti quelli intercorsi dalla sua unica vittoria su Lendl, conseguita a Washington nel 1981. Poi, come detto, solo qualche set fino al rocambolesco 1-6 7-6 9-7 che decreta anche l’unico successo di Andres contro un n°1 in carriera (a fronte di ben nove sconfitte). Vincitore di due edizioni degli Internazionali d’Italia (1982 e 1984) e più in generale di sedici titoli ATP, Gomez è appena n°30 del mondo quando ottiene questo risultato ma è già stato a lungo top 10 nel corso di una carriera che pare avviata verso un dignitoso tramonto. Invece, come vedremo più avanti, il bello arriverà inatteso quanto meritato nella tarda primavera del 1990.

Ma restiamo su Lendl, che rimedia subito al mezzo passo falso catalano infilando tre tornei consecutivi su altrettante superfici (la terra di Bordeaux, il duro di Sydney e il sintetico di Stoccolma) e si presenta al Masters, l’ultimo che si disputa nella gloriosa sede del Madison Square Garden di New York, con i favori del pronostico. Anche perché, nel torneo dei maestri, Lendl è alla decima partecipazione consecutiva e nelle nove precedenti ha sempre raggiunto la finale, vincendone cinque. Ivan supera in scioltezza il round robin lasciando appena 14 giochi ai tre statunitensi affrontati (Chang, Krickstein e McEnroe) senza perdere mai il servizio e, prima della semifinale con Edberg, la commentatrice ed ex-tennista Mary Carillo ammette che una vittoria dello svedese sarebbe una sorpresa. Lendl arriva a questo match con un bilancio in carriera sul tappeto sintetico di 209 vinte e 32 perse ma Edberg lo tiene in costante apprensione con la battuta e gioca meglio i punti importanti che decretano il 7-6 7-5 in favore dello scandinavo, che il giorno dopo batterà Becker conquistando il suo primo (e unico) Masters.

Ivan Lendl e Stefan Edberg

Nonostante la sconfitta, Lendl chiude al primo posto la stagione (è la quarta per lui, dopo il triennio 1985-1987) e nel 1990 è ancora l’uomo da battere. Con il preciso obiettivo di colmare la sua unica grande lacuna – ovvero Wimbledon – il n°1 del mondo predilige i campi rapidi e salta di netto l’intera stagione primaverile sulla terra battuta. Nella sua marcia di avvicinamento al grande evento, Lendl parte conquistando gli Australian Open (dove uno sfortunato Edberg è costretto al ritiro a metà di una finale fin lì equilibrata) dopo aver perso nei quarti a Sydney da Noah. Appena una settimana di sosta e il tour-de-force del numero 1 prevede tre tornei indoor consecutivi di qua e di là dall’Atlantico; vince a Milano e Toronto e perde in finale (doppio 6-2) a Stoccarda con Becker. 

Il passaggio sul cemento riserva a Lendl due battute d’arresto inattese. Nell’ATP Championships Series (è questa la nuova denominazione dei nove tornei che stanno un gradino sotto gli slam) di Key Biscayne, Ivan perde negli ottavi con Emilio Sanchez mentre a Tokyo a fermarlo – stavolta in semifinale – è Aaron Krickstein. Prodotto della scuola di Bollettieri, lo statunitense di Ann Arbor – Michigan – ad inizio carriera ha battuto alcuni record di precocità; a 16 anni, due mesi e 13 giorni diventa il più giovane vincitore di un titolo ATP (a Tel Aviv, nel 1983) e due giorni dopo è anche il più precoce top 100 della storia, così come lo sarà per la top 10, conquistata subito dopo i 17 anni nell’agosto 1984. Quando batte Lendl, Aaron è il settimo tennista del ranking ma ha già dovuto fare i conti con diversi infortuni che ne hanno limitato il rendimento. Nonostante ciò, quando c’è da lottare Krickstein è un osso duro (chiuderà la carriera con un record di 29-8 al quinto set) e in Giappone si qualifica per la finale battendo per l’unica volta in carriera un n°1 mondiale con lo score di 6-3 5-7 6-4.

Ma Lendl, l’abbiamo detto, ragiona solo in prospettiva di Wimbledon e si prende due mesi di pausa per prepararsi al meglio sull’erba. La sosta sembra avergli fatto bene tanto che, chiamato a difendere il titolo conquistato l’anno precedente, al Queen’s Ivan è intrattabile e torna a battere Boris Becker dopo quasi due anni; succede in finale e lo score (6-3 6-2) incoraggia il leader del ranking, anche perché in precedenza sull’erba aveva sempre perso (0-3) con il tedesco. Ancora una volta, però, le certezze del Queen’s diventano dubbi a Wimbledon, dove Lendl approda in semifinale balbettando contro avversari non di primissimo livello (Miniussi, Antonitsch, Shelton e Brad Pearce) per poi offrirsi in sacrificio a uno splendido Stefan Edberg, che lo batte 6-1 7-6 6-3 senza attenuanti.

Finisce qui, di fatto, il lungo regno di Ivan Lendl, iniziato il 28 febbraio 1983. Amareggiato dall’esito della sua undicesima campagna di Wimbledon, Lendl tornerà in campo solo a New Haven nella stessa settimana in cui il computer dell’ATP l’ha declassato al secondo posto: è il 13 agosto e l’ultima soddisfazione gli arriva dal totale delle settimane trascorse in vetta, esattamente 270, ovvero due in più di chi deteneva il record precedente, Jimmy Connors. In tutto questo tempo, Lendl ha giocato 410 incontri (366-44) in 86 tornei, di cui 35 vinti. Pur avendo avuto alle spalle per tanto tempo Boris Becker, non sarà il tedesco a raccogliere la sua eredità bensì… Questo lo scopriremo nella prossima puntata.        

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – DECIMA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
1989LENDL, IVANMcENROE, JOHN76 67 26 57DALLAS WCTS
1989LENDL, IVANEDBERG, STEFAN36 62 46TOKYOH
1989LENDL, IVANCHANG, MICHAEL64 64 36 36 36ROLAND GARROSC
1989LENDL, IVANBECKER, BORIS57 76 62 46 36WIMBLEDONG
1989LENDL, IVANBECKER, BORIS67 61 36 67US OPENH
1989LENDL, IVANGOMEZ, ANDRES61 67 79BARCELLONAC
1989LENDL, IVANEDBERG, STEFAN67 57MASTERS S
1990LENDL, IVANNOAH, YANNICK16 46SYDNEYH
1990LENDL, IVANBECKER, BORIS26 26STOCCARDA INDOORS
1990LENDL, IVANSANCHEZ, EMILIO36 76 46MIAMIH
1990LENDL, IVANKRICKSTEIN, AARON36 75 46TOKYOH
1990LENDL, IVANEDBERG, STEFAN16 67 36WIMBLEDONG


Uno contro tutti: Nastase e Newcombe
Uno contro tutti: Connors
Uno contro tutti: Borg e ancora Connors
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