Tornei scomparsi. Bari, Genova e Firenze: l'altra Italia del tennis - Pagina 2 di 3

Racconti

Tornei scomparsi. Bari, Genova e Firenze: l’altra Italia del tennis

La nostra rubrica sui tornei scomparsi fa tappa in Italia. Ripercorriamo con un po’ di nostalgia la storia dei tornei di Firenze, Bari e Genova

Pubblicato

il

All’Italia va ancora meglio l’anno dopo, quando a giocarsi il titolo sono due azzurri, di cui uno dal cognome illustre. Otto anni dopo infatti c’è nuovamente Panatta in finale ma, naturalmente, non si tratta di Adriano (che nel frattempo ha appeso racchetta e scarpette al fatidico chiodo) bensì il fratello Claudio, a cui gli organizzatori hanno concesso una wild-card. Sono due sudamericani i favoriti di quell’edizione: l’argentino Alberto Mancini e il peruviano Jaime Yzaga, ovvero due specialisti del rosso (soprattutto il primo, che l’anno seguente vincerà a Montecarlo e Roma) e invece le luci della ribalta sono tutte per Panatta e Massimiliano Narducci. Marchigiano di Ascoli Piceno, Max non vince una partita da due mesi e arriva a Firenze con poco credito ma qui si trasforma a batte tre specialisti come Marcelo Filippini e i peruviani Yzaga e Arraya prima di trovare “Panattino”. Il fratello di Adriano compie il suo piccolo capolavoro eliminando nei quarti Pedro Rebolledo prima di trovarsi di fronte lo statunitense Lawson Duncan, che ha battuto a sorpresa Mancini. Claudio centra la finale, la inizia da protagonista incamerando il primo set ma alla lunga deve arrendersi a Narducci che, con il suo unico titolo in carriera, fa un balzo in classifica di oltre sessanta posti ed entra nella top-100 (77).

Un paio dei nomi appena citati ritorneranno in auge nelle ultime edizioni del torneo. Duncan, un americano della North Carolina che ha una predilezione per la terra rossa, perderà di un soffio la finale del 1990 contro lo svedese Magnus Larsson, emerso dalle qualificazioni; sarà la sesta e ultima finale persa nel circuito da Lawson, che non ebbe mai la soddisfazione di sollevare il trofeo del vincitore nel circuito ATP. L’altro è Marcelo Filippini, con cui la storia di Firenze si chiude. Siamo nel 1994 e l’uruguagio di Montevideo sconfigge in finale un’altra anomalia tennistica, ovvero un australiano che ama la terra: Richard Fromberg.

In mezzo, il triennio da dominatore di Thomas Muster. Adesso il torneo si gioca tra il Roland Garros e Wimbledon e, per chi non è particolarmente interessato all’erba, può essere una buona occasione per vincere partite e intascare dollari.
La prima volta che si presenta a Firenze, Muster è un giocatore che ha perso 100 posizioni nette in classifica nel breve giro di un mese e mezzo (dal 22 aprile al 10 giugno). La spiegazione è semplice: nel ’90 il mancino di Leibnitz aveva fatto finale a Montecarlo, vittoria a Roma e semifinale al Roland Garros; nel ’91 primo turno a Montecarlo e Parigi, terzo a Roma. Naturalmente Thomas non è testa di serie ma nessuno sano di mente sarebbe felice di trovarselo davanti e infatti, pur partendo sotto di un set in tutti i match dal primo turno alla finale, raggiunge l’amico-nemico e connazionale Horst Skoff (che è la prima testa di serie) e torna a batterlo dopo averci perso per cinque volte consecutive.
Le cose vanno meglio, per Muster, nel ’92 e nel ’93. In entrambe le occasioni l’austriaco chiede la wild-card agli organizzatori toscani dopo le delusioni parigine; al Roland Garros è sempre Jim Courier a buttarlo fuori (rispettivamente al secondo e quarto turno) e allora Firenze si trasforma in un brodino caldo per alleviare il dolore. A contendergli i titoli sono Renzo Furlan (1992) e Jordi Burillo (1993). Furlan, veneto di Conegliano, ha 22 anni compiuti da qualche settimana quando trova a Firenze la terza finale italiana nel giro di un mese (Bologna e il challenger di Torino le altre) mentre l’anno dopo lo spagnolo proviene dalle qualificazioni nonostante due settimane prima avesse colto a Bologna quello che resterà il suo unico successo in carriera.

 

Nel 1995 il posto di Firenze nel calendario ATP viene preso dal torneo di Oporto, che avrà vita breve (appena due edizioni), mentre al Circolo Tennis Firenze continua la tradizione del torneo internazionale giovanile, giunto quest’anno alla 41esima edizione e che può vantare, nel suo albo d’oro, nomi del calibro di Rosset, Federer, Capriati, Hingis, Mauresmo, Safina e Halep, solo per citare i più famosi. Insomma, il ponte tra il passato e il futuro rimane aperto.

BARI

Il tennis a Bari vide i propri albori nei primi Anni ’20. C’era un solo campo ed era pubblico ed era in cemento, là vicino al pontile San Nicola dove, tra un torneo sociale e l’altro organizzato dallo Skating Club, ci fu anche spazio per una sfida internazionale tra la città pugliese e quella albanese di Tirana, con vittoria di Bari per 3-2. Insomma, una specie di “Davis dell’Adriatico”. Nel giro di qualche anno, con i praticanti che si moltiplicano come i pani e i pesci (e ad un certo punto ci si mettono pure le donne…), un campo solo non basta più e allora ecco la necessità di trovare nuovi spazi; in via Fieramosca ad esempio, dove la gloriosa società sportiva Angiulli fa costruire ben tre campi, con tanto di raccattapalle uno per campo.
Poi arriva la guerra, la seconda, e all’improvviso non c’è più tempo per pensare ad altro. Fino agli Anni ’50, quelli della ripresa e della ricostruzione, del ritorno alla vita e allo sport. Nel 1957 c’è un altro trasloco, l’ultimo; il Circolo Tennis Bari prende dimora in via Martinez e lì inizierà la sua ascesa che culminerà negli Anni Ottanta con l’organizzazione di un torneo internazionale.

I primi tre tornei sono altrettanti challenger. Si parte nel 1981 con 25.000$ di montepremi e un tabellone che annovera ben tre finalisti della Coppa Davis di cinque anni prima: Paolo Bertolucci, Antonio Zugarelli e il cileno Belas Prajoux. Bertolucci è il superfavorito e, pur lasciando per strada diversi set, arriva in finale ma qui incappa in un ungherese di 22 anni dal nome impronunciabile che lo travolge 6-4 6-0. Il primo campione di Bari è dunque Zoltan Kuharszky, che in seguito riuscirà a raggiungere un best-ranking di n°53 e prenderà cittadinanza in Svizzera.
L’anno dopo il torneo viene anticipato da settembre ad aprile e i primi due favoriti sono Balasz Taroczy e Tomas Smid. Il primo raggiunge la finale senza perdere nemmeno un set mentre il secondo si ferma nel turno precedente, sconfitto da un australiano più famoso come doppista: Paul McNamee. Il riccioluto bimane ha già fatto fuori mezza Italia (Zugarelli al secondo turno, Barazzutti nei quarti) e non si ferma nemmeno al cospetto delle prime due teste di serie che batte con un doppio 6-3 (Smid) e un doppio 6-2 (Taroczy).
Il 1983 è finalmente la volta di un italiano. Corrado Barazzutti onora il n°1 del seeded players lasciando per strada un solo set (al primo turno allo svedese Sandberg) e battendo in finale l’argentino Carlos Castellan per 6-0 6-1. Le prove generali sono terminate, Bari è pronta per il tennis che conta.

Nel 1984 il montepremi viene triplicato e portato a 75.000$. Il torneo trova uno sponsor (Kim) che dà nome al trofeo ed entra a far parte del Grand Prix come antipasto della stagione europea sulla terra rossa. Barazzutti vorrebbe difendere il suo titolo ma la compagnia è cambiata e i pretendenti alla vittoria finale sono di ben altro spessore rispetto all’anno precedente. Il futuro CT azzurro è il quinto favorito ma al secondo turno perde 7-6 al terzo con il qualificato Gabriel Urpi. Altri nomi illustri ci lasciano le penne anzitempo; è il caso dell’argentino Clerc (1) che perde subito con il tedesco Maurer e Pablo Arraya (3, sconfitto al secondo turno dallo statunitense Freeman). Così alla fine ad iscrivere il proprio nome nell’albo d’oro è Henrik Sundstrom, futuro n°6 del mondo e alla prima di tre settimane consecutive di gloria; dopo Bari, lo svedese perderà in finale a Nizza e vincerà a Montecarlo per un parziale di 14 vittorie e 1 sconfitta.

Italia e Svezia si alterneranno nell’albo d’oro per altre tre edizioni. L’85 è l’anno dell’unico successo in carriera per Claudio Panatta, che abbiamo già visto sopra finalista a Firenze (ma tre anni dopo). I favoriti sarebbero Cancellotti e l’argentino Martin Jaite ma “Panattino” in Italia si trova particolarmente a suo agio (oltre a Firenze, giocherà anche la finale di Bologna sempre nel 1985) e nella settimana pugliese è anche abbastanza fortunato ad incontrare sulla sua strada, lui che è appena n°120 del mondo, ben quattro avversari (su cinque) con classifica peggiore della sua: il colombiano Viver (133), il connazionale e qualificato Pistolesi (592), lo spagnolo Lopez-Maeso (148) e, in finale, l’immancabile americano Lawson Duncan (127). L’unico rivale di rango è proprio Cancellotti (n°21 ATP) con il quale però Claudio si trova bene visto che l’ha già sconfitto in precedenza e tornerà a farlo in futuro.
Tre settimane più tardi, proprio grazie alla vittoria di Bari, Panatta volerà a New York per giocare il Tournament of Champions di Forest Hills e nei quarti farà tremare il n°1 del mondo John McEnroe, perdendoci solo al tie-break del terzo set dopo due ore e 48 minuti di partita. Ma di Forest Hills parleremo un’altra volta.

Tornando in Puglia, il 1986 è l’anno del diavolo, alias Kent Carlsson. Lo svedese, dai mille tic e dal dritto in top-spin che faceva fare alla palla mille giri al secondo (altroché Nadal…), perde appena cinque giochi nei primi tre incontri, poi in semifinale permette a Lopez-Maeso di trascinarlo al tie-break nel primo set (6-1 il secondo). La finale però è una battaglia perché Horacio de la Peña non a caso è chiamato “El pulga” ovvero la pulce e si arrende solo dopo trentasette giochi: 7-5 6-7 7-5.

Un altro italiano, Claudio Pistolesi, conquista a Bari l’unico trofeo in carriera e lo fa nel 1987 battendo in finale sotto un sole cocente il connazionale Francesco Cancellotti. “Credo di aver vinto grazie alla mia ottima forma fisica” dirà Pistolesi alla fine del match. I due azzurri si trovano in finale dopo aver eliminato le prime teste di serie; Pistolesi ha battuto Krickstein (2) 6-0 al terzo nel match d’esordio mentre Cancellotti, che è in tabellone grazie a una wild-card, si è imposto a Tulasne (1) nei quarti.

Nel 1988 i Campionati Internazionali di Puglia trovano collocazione nel calendario del Nabisco Grand Prix alla fine di settembre. Non è uno spostamento indolore, anche a causa del fatto che Bari diventa il terzo appuntamento, in ordine di montepremi, di una settimana che ha in programma anche il 415.000$ di Los Angeles e il 220.000$ di Ginevra. Nonostante ciò, la coppa finisce nelle mani di un futuro n°1 del mondo. Molti specialisti della terra rossa sono già tornati in Europa per disputare gli Internazionali di Spagna a Barcellona ed è proprio da lì, dove ha giocato e perso la finale, che arriva Thomas Muster. L’austriaco è ancora nella sua prima vita (sarà l’anno dopo che un ubriaco gli distruggerà il ginocchio a Miami) e domina la parte alta del tabellone rifilando 6-0 a destra e a manca (soprattutto a manca, lui che è mancino…) ma in finale deve recuperare un set di svantaggio all’uruguagio Marcelo Filippini prima di chiudere 7-5 al terzo.

SEGUE A PAGINA 3

Pagine: 1 2 3

Continua a leggere
Commenti

Racconti

2019, il tennis a marzo: nel deserto sboccia un fiore, Bianca Andreescu

A Indian Wells la giovane canadese centra un primo storico successo e pone le basi per la corsa al primo Slam della carriera

Pubblicato

il

Marzo per chi segue il tennis è il mese del “Sunshine Double”. Nel 2019, marzo è stato però soprattutto il mese di Bianca Andreescu. La ragazza canadese, classe 2000, si è mostrata al mondo trionfando nel deserto di Indian Wells e ponendo le basi per il primo successo a livello Slam. Esattamente come era capitato nel 2018 ad un’altra giovane stella, Naomi Osaka, vincitrice in California e poi agli US Open. Oltre al suo tennis vario, elegante e potente, Bianca si è subito fatta volere bene da (quasi) tutti per il suo carattere solare, ma incredibilmente determinato.

Entrata in tabellone grazie ad una wild card, Andreescu infila quattro successi perentori contro Begu, Cibulkova, Voegele e Wang prima di lasciare solo un gioco ad una Garbine Muguruza in cerca d’autore, ma pur sempre numero 20 del mondo e bicampionessa Slam. In semifinale contro Elina Svitolina, testa di serie numero 6, la giovane canadese gioca da veterana continuando a incantare il pubblico con la varietà del proprio repertorio tennistico, ma soprattutto con l’enorme sicurezza nei propri mezzi che dimostra ogni volta che mette piede in campo.

In finale l’attende Angelique Kerber, alla ricerca del primo titolo in un Premier Mandatory, ma con tre scintillanti Slam in bacheca. Bianca però non sembra intimorita dal palmares e dal lignaggio dell’avversaria, anzi prende subito in mano la partita e fa suo il primo set. Niente sembra spaventarla o scuoterla, né il secondo set perso contro una Kerber mai doma, né i crampi, né i tre match point mancati sul 5-3 con conseguente controbreak. Menando vincenti a destra e a manca si procura subito un’altra occasione: stavolta è quella buona e Bianca si regala così il primo titolo della carriera. E che titolo.

Oltre al suo cristallino talento, Andreescu lascia già intravedere qualche riflesso del suo carattere genuino e spigliato, che si traduce in dichiarazioni molto simpatiche dopo la grande vittoria. “Un anno fa, di questi tempi, ho avuto molti problemi con il mio corpo ed il mio tennis. Quindi è pazzesco cosa può cambiare in un anno. Stavo giocando un 25k in Giappone, e ora sono la… posso dire quella parola con la F? No, non posso. (sorridente). La fo***ta campionessa di Indian Wells! È pazzesco”.

Bianca Andreescu – Indian Wells 2019 (via Twitter, @AustralianOpen)

Una settimana dopo, a Miami, è un infortunio, prima ancora di Anett Kontaveit, a fermarla nei quarti di finale, quando la prospettiva di una storica doppietta non sembrava poi così irrealizzabile. Quel torneo verrà ricordato però più per lo screzio con Kerber che per il tennis giocato. “Sei la più grande regina delle sceneggiate!“. Le dirà la tedesca al momento della stretta di mano, irritata per l’atteggiamento sofferente “simulato” (il beneficio del dubbio non si nega a nessuno), dopo averci perso per la seconda volta in pochi giorni.

Incomprensioni a parte, sul cemento nordamericano di primavera si è avuto un assaggio di quello che si sarebbe poi realizzato in estate, sempre sui campi duri del Nord America. Sedici vittorie di fila impreziosite dai titoli conquistati a Toronto e, soprattutto, a New York, sempre in finale contro la regina dell’ultimo ventennio di tennis, Serena Williams. L’epica, un po’ stantia anche se ben vendibile, del passaggio di consegne c’è, la rivalità più o meno a distanza con Naomi Osaka anche e il tennis non può che gioirne. Una cosa è certa: marzo per Bianca è stato solo l’inizio.

Continua a leggere

Racconti

Storie di tennis: tra cielo e terra

Joseph Raphael Hunt, detto Joe, e Jack Kramer. Una storia che forse non conoscete e una foto che non dimenticherete

Pubblicato

il

Joe Hunt e Jack Kramer - Forest Hills 1943

La storia del tennis nella prima metà del ‘900 fu spesso frutto di fatali incontri tra il cielo e la terra. In questo articolo ne racconteremo due. È noto che il più importante torneo di tennis su terra prende il nome da un asso dell’aviazione francese di origine spagnola morto in azione sul finire della prima guerra mondiale: Roland Garros. Non è invece conosciuto il nome di chi abbatté il pilota francese. In teoria avrebbe potuto essere il barone Uberto de Morpurgo, dal momento che all’epoca della prima guerra mondiale prestava servizio come aviatore nell’esercito austro-ungarico.

Uberto Luigi de Morpurgo nacque nel 1896 a Trieste, città allora appartenente all’impero austro-ungarico; la madre era inglese e il padre era membro di una delle più ricche e potenti famiglie triestine, fondatrice del gruppo assicurativo Generali. Al termine del primo conflitto mondiale Trieste divenne italiana, e di conseguenza anche il barone de Morpurgo lo divenne. Simile a molti dei suoi colleghi dell’epoca sotto il profilo dell’estrazione sociale, il nobiluomo era però da loro molto dissimile per il comportamento in campo, caratterizzato da un agonismo spesso ben oltre le righe.

Nella sconfitta il suo comportamento fu spesso censurabile. Gianni Clerici in “500 anni di tennis” racconta della volta in cui il nostro protagonista rifilò un solenne ceffone a Giorgio de Stefani – suo allievo – al termine di una partita nella quale il discepolo osò batterlo. Nel tennis come nella vita però, molto viene perdonato ai vincenti e de Morpurgo lo fu, seppure nel suo palmares manchi l’acuto che regala l’immortalità tennistica. Il suo excursus honorum è pressoché privo di affermazioni dentro i confini patri poiché la sua natura cosmopolita lo indusse a cercare quasi sempre la gloria sui grandi palcoscenici internazionali. Solidissimo in entrambi i fondamentali di rimbalzo oltre che dotato di straordinaria vis agonistica, all’apice della sua arte tennistica coincisa con il triennio ’28-’30, il suo nome appare nella classifica mondiale a cavallo tra l’ottava e la decima posizione assoluta.

Nel 1928 a Wimbledon si arrese solo ai quarti di finale al vincitore di quella edizione, René Lacoste. Nel ‘29 a Parigi al terzo turno batté il tennista e aviatore italiano conte Leonardo Bonzi, protagonista di una nostra precedente storia, e nel 1930 arrivò sino in semifinale dove perse contro Henri Cochet. La terra rossa era la sua superficie preferita e proprio su quel terreno alle olimpiadi parigine del 1924 colse il suo alloro più prestigioso: la medaglia di bronzo. Ad oggi quella medaglia resta l’unica ufficiale nella storia olimpica italiana. Tra i suoi avversari figura anche il monarca del tennis dell’epoca Bill Tilden, che lo batté nettamente nella finale della prima edizione degli Internazionali d’Italia, disputata al Tennis Club Milano. L’incontro ebbe luogo sul campo centrale intitolato a un aviatore perito nel corso della Grande Guerra: Gilberto Porro Lambertenghi.

Uberto de Morpurgo non prese mai parte al major statunitense che funge da sfondo per la nostra seconda storia. Una storia che nasce da un incontro causale tra il suo autore e una fotografia: quella che ritrae Jack Kramer e Joe Hunt che si stringono la mano seduti uno di fronte all’altro al termine della finale dell’edizione 1943 di Forest Hills. Il torneo – seppure a ranghi ridotti – venne disputato anche durante il secondo conflitto mondiale e molti dei giocatori americani che vi presero parte dal ’43 al ’45 erano sotto le armi. Tra questi c’era il californiano Joseph Raphael Hunt, detto Joe.

Classe 1919, Joe Hunt era il prototipo del californiano: alto, biondo, bello, atletico e ricco. Suo padre era un importante avvocato militare con una grande passione per il tennis che il figlio fece propria sin dalla più tenera infanzia. Il nostro protagonista era uno specialista del serve & volley, tattica con la quale vinse il torneo riservato agli under 15, agli under 18 e agli studenti universitari. Talento precocissimo, nel torneo principale giunse sino al terzo turno nel ’36 e nel ’37 contro Don Budge; ai quarti nel 1938 contro John Bromwich e alle semifinali nel 1939 contro Bobby Riggs.

Nel 1940 decise di abbandonare temporaneamente lo sport (oltre al tennis praticava con ottimi risultati anche il football) per entrare nell’Accademia Navale e diventare pilota di caccia. Il sacro fuoco del tennis non era però spento e nel 1943 chiese e ottenne una breve licenza premio per tentare nuovamente la scalata a Forest Hills, che quell’anno per motivi bellici si disputava nell’arco di una sola settimana. Quattordici dei trentadue uomini che quell’anno presero parte al singolare erano militari in licenza. Spiccava l’assenza del campione in carica, Ted Schroeder, al quale le autorità militari avevano negato il congedo. La scalata di Hunt fu trionfale. Dopo avere superato ai quarti di finale Frank Parker che era arrivato a Forest Hills dalla base aerea di Guam guidando personalmente il suo aereo, in semifinale superò Bill Talbert e in finale sconfisse in quattro set un ragazzo di 22 anni che nel mondo del tennis avrà un certo peso negli anni successivi: Jack Kramer.

Non inganni il 6-0 dell’ultimo parziale: Hunt rischiò seriamente di perdere l’incontro a causa dei crampi che lo tormentarono nella parte finale del match. Al termine dell’ultimo scambio il vincitore si accasciò al suolo urlando non per la gioia, bensì per il dolore procuratogli dai crampi e non fu in grado di rimettersi subito in posizione verticale. Kramer con grande prontezza di spirito e innegabile fiuto scenico si sedette quindi di fronte a lui per stringergli la mano regalando così ai fotografi la memorabile immagine sopra descritta.

Il giorno successivo alla conquista del titolo, Hunt tornò in servizio. Nel 1944 non lo difese e il 2 febbraio 1945 morì precipitando al suolo con il suo Grunman Hellcat F6F. Fu incluso nella Tennis Hall of Fame nel 1966. Ad oggi Joe Hunt è l’unico uomo ad avere vinto, oltre al torneo principale di Forest Hills, il singolare under 15 e 18 nonché il titolo universitario.

Continua a leggere

Racconti

Storie di tennis e di speranza per Matteo: Nalbandian eroe (quasi) per caso alle Finals

Il cammino di Berrettini alle Finals è più che complicato, lo sappiamo. Ma c’è un precedente incoraggiante: qualcuno ha vinto le Finals da completo outsider… quando avrebbe dovuto trovarsi in vacanza

Pubblicato

il

“Che lavoro orribile”
“Potrebbe essere peggio”
“E come?”
“Potrebbe piovere”
(dal film ‘Frankestein Junior’)

Il dialogo che si svolge tra Gene Wilder-e Marty Feldman ci è venuto in mente leggendo i nomi degli avversari toccati in sorte a Matteo Berrettini nel girone “Borg” delle Nitto ATP Finals londinesi. Dialogo che – come molti ricorderanno – si conclude con i due protagonisti sommersi da scrosci di pioggia. Non sappiamo se anche in casa Berrettini si sia scatenato un temporale al termine del sorteggio, ma presumiamo non abbia suscitato moti di gioia; l’esito del match d’esordio contro l’attuale numero 2 del mondo pare confermare i più cupi presagi, nella giornata dalla sfida probabilmente decisiva con Federer.

Nella storia delle Finals, iniziata 49 anni fa seppur con una diversa denominazione, abbiamo però trovato un episodio che potrebbe costituire un precedente di buon auspicio per il tennista romano. L’episodio in questione riguarda l’edizione numero 36 che si disputò a Shanghai dal 13 al 20 novembre 2005 e che vide protagonista un argentino che si presentò ai nastri di partenza del torneo in veste di ottava testa di serie, proprio come Matteo Berrettini: David Nalbandian

Sino a quel momento la stagione non era stata particolarmente brillante per il ventitreenne nativo di Unquillo: aveva infatti vinto soltanto un torneo e a novembre occupava la dodicesima posizione. Riteneva quindi di non avere ragionevoli possibilità di prendere parte al torneo riservato ai migliori otto tennisti del mondo al quale aveva preso parte per la prima volta nel 2003. Si sbagliava.

Quella che segue è la trascrizione di una intervista che David rilasciò anni dopo a proposito di quella vicenda. Tutto ebbe inizio con una telefonata il giorno 9 novembre. “Ricordo che non avrei dovuto giocare e che entrai nel torneo dalla porta di servizio, come lucky loser. Ero sul punto di mettermi in viaggio con degli amici verso la Patagonia e, all’improvviso, Roddick e altri (Hewitt e Safin, ndt) si ritirarono ed io ricevetti la magica telefonata. Scaricai dalla macchina le attrezzature per la pesca e vi misi quelle per il tennis. Arrivai a Shanghai appena in tempo dopo 4 o 5 giorni in cui ero entrato in modalità vacanza. Impiegai più di 24 ore di volo per arrivare in Cina con 11 ore di fuso orario di differenza. La mia preparazione era molto lontana dall’essere ideale. Non ho mai amato le differenze di fuso orario perché mi facevano stare male. Nonostante ciò, cominciai a colpire la palla in maniera ottimale. Provavo delle belle sensazioni che mi diedero il coraggio e la speranza di poter disputare un buon torneo.

 

Persi il primo incontro (in tre set contro Federer che in precedenza aveva incontrato e sconfitto per 5 volte su 8 confronti, ndr) ma giocai bene e non uscii dal campo scoraggiato. Anzi, pensavo che sarebbe andata peggio e invece avevo disputato un match tirato che avrei potuto vincere. Dopo quella partita sapevo di avere una chance perché il mio tennis era di ottima qualità. Dovevo andare avanti un giorno alla volta e alla fine penso proprio sia andata alla grande!”. Nei due match successivi Nalbandian superò in due set prima il connazionale Guillermo Coria e poi il croato Ivan Ljubicic e chiuse quindi il girone al secondo posto. “Ci tenevo particolarmente a battere Ivan poiché quell’anno mi aveva sconfitto in Croazia e si sa quanto io sia competitivo. Non volevo perderci ancora per nessuna ragione al mondo”.

In semifinale incontrò il vincitore dell’altro girone – Nikolay Davydenko – contro il quale aveva perso due scontri diretti su tre e lo superò con il punteggio di 6-0 7-5. La seconda semifinale fu vinta dal campione in carica Roger Federer che, nonostante un infortunio alla caviglia destra rimediato in allenamento poche settimane prima che lo costringeva ad indossare un tutore, avanzava alla velocità di un treno: 6-0 6-0 contro Gaston Gaudio. Il 20 novembre Nalbandian ebbe quindi in finale l’occasione di vendicare la sconfitta subita pochi giorni prima contro il tennista elvetico.

Persi i primi 2 set di pochissimo in 2 tie-break combattuti (nel secondo ebbe anche 3 set point a favore, ndr) e a quel punto feci mentalmente un cambio importante di atteggiamento dicendo a me stesso che ero sotto di due set ma avrei potuto essere tranquillamente in vantaggio di altrettanti. Non pensai mai di avere perso, continuai a guardare avanti e quella fu la chiave della vittoria”. Dopo avere nettamente vinto il terzo e il quarto set l’argentino nel quinto si portò in vantaggio 4-0. Federer a sua volta non si diede per vinto. Riuscì a recuperare i due break di svantaggio e arrivò addirittura a due punti dalla vittoria con il servizio a disposizione sul punteggio di 6-5. Ma guai ad arrendersi quando Federer serve per il match: una speranza per il suo avversario c’era, c’è e ci sarà sempre. Nalbandian riuscì infatti a vincere quel game rimontando da 0-30 (notevole il primo punto conquistato direttamente con la risposta) e a completare trionfalmente la sua rimonta nel tie-break infliggendo al numero uno del mondo la quarta sconfitta del 2005 su 85 partite disputate. Risultato finale: D. Nalbandian b. R. Federer 6-7(4) 6-7(11) 6-2 6-1 7-6(3).

Il quinto set fu come essere sulle montagne russe. Ero avanti di due break, vicino alla vittoria, persi il servizio e ci ritrovammo a giocare un altro tie-break. Dopo averne persi due mi dissi che non avevo giocato altre tre ore per perderne un altro; se c’era un tie-break in carriera che non potevo perdere era proprio quello. Ero deciso a vincerlo e  per fortuna tutto andò per il verso giusto. Sicuramente quella vittoria rappresenta l’apice della mia carriera. Soprattutto per gli aspetti mentali, per gli alti e bassi vissuti nell’arco dell’intera settimana e persino all’interno di ogni singolo game. Non posso non avere tanti ricordi in testa legati a quel torneo. Scherzai durante la premiazione, dissi: ‘Roger non preoccuparti, non è la tua ultima finale. Vincerai un mucchio di tornei e quindi lasciami questo’”.

Nalbandian concluderà la sua carriera con un record di 11 tornei vinti, una finale di Wimbledon persa nel 2002 contro LLeyton Hewitt e un best ranking costituito dalla posizione numero 3 raggiunta nel marzo del 2006.Dopo la finale di Shanghai affronterà Roger Federer altre dieci volte uscendo vincitore in due sole occasioni. La parole pronunciate da Nalbandian durante la premiazione si riveleranno profetiche, poiché lo svizzero avrebbe aggiunto altri 70 tornei a quelli vinti sino a quel momento. Tra questi non figura però quello di Madrid 2007, perché in finale fu battuto da un argentino: proprio David Nalbandian.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement