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Tornei scomparsi. Bari, Genova e Firenze: l’altra Italia del tennis

La nostra rubrica sui tornei scomparsi fa tappa in Italia. Ripercorriamo con un po’ di nostalgia la storia dei tornei di Firenze, Bari e Genova

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All’Italia va ancora meglio l’anno dopo, quando a giocarsi il titolo sono due azzurri, di cui uno dal cognome illustre. Otto anni dopo infatti c’è nuovamente Panatta in finale ma, naturalmente, non si tratta di Adriano (che nel frattempo ha appeso racchetta e scarpette al fatidico chiodo) bensì il fratello Claudio, a cui gli organizzatori hanno concesso una wild-card. Sono due sudamericani i favoriti di quell’edizione: l’argentino Alberto Mancini e il peruviano Jaime Yzaga, ovvero due specialisti del rosso (soprattutto il primo, che l’anno seguente vincerà a Montecarlo e Roma) e invece le luci della ribalta sono tutte per Panatta e Massimiliano Narducci. Marchigiano di Ascoli Piceno, Max non vince una partita da due mesi e arriva a Firenze con poco credito ma qui si trasforma a batte tre specialisti come Marcelo Filippini e i peruviani Yzaga e Arraya prima di trovare “Panattino”. Il fratello di Adriano compie il suo piccolo capolavoro eliminando nei quarti Pedro Rebolledo prima di trovarsi di fronte lo statunitense Lawson Duncan, che ha battuto a sorpresa Mancini. Claudio centra la finale, la inizia da protagonista incamerando il primo set ma alla lunga deve arrendersi a Narducci che, con il suo unico titolo in carriera, fa un balzo in classifica di oltre sessanta posti ed entra nella top-100 (77).

Un paio dei nomi appena citati ritorneranno in auge nelle ultime edizioni del torneo. Duncan, un americano della North Carolina che ha una predilezione per la terra rossa, perderà di un soffio la finale del 1990 contro lo svedese Magnus Larsson, emerso dalle qualificazioni; sarà la sesta e ultima finale persa nel circuito da Lawson, che non ebbe mai la soddisfazione di sollevare il trofeo del vincitore nel circuito ATP. L’altro è Marcelo Filippini, con cui la storia di Firenze si chiude. Siamo nel 1994 e l’uruguagio di Montevideo sconfigge in finale un’altra anomalia tennistica, ovvero un australiano che ama la terra: Richard Fromberg.

In mezzo, il triennio da dominatore di Thomas Muster. Adesso il torneo si gioca tra il Roland Garros e Wimbledon e, per chi non è particolarmente interessato all’erba, può essere una buona occasione per vincere partite e intascare dollari.
La prima volta che si presenta a Firenze, Muster è un giocatore che ha perso 100 posizioni nette in classifica nel breve giro di un mese e mezzo (dal 22 aprile al 10 giugno). La spiegazione è semplice: nel ’90 il mancino di Leibnitz aveva fatto finale a Montecarlo, vittoria a Roma e semifinale al Roland Garros; nel ’91 primo turno a Montecarlo e Parigi, terzo a Roma. Naturalmente Thomas non è testa di serie ma nessuno sano di mente sarebbe felice di trovarselo davanti e infatti, pur partendo sotto di un set in tutti i match dal primo turno alla finale, raggiunge l’amico-nemico e connazionale Horst Skoff (che è la prima testa di serie) e torna a batterlo dopo averci perso per cinque volte consecutive.
Le cose vanno meglio, per Muster, nel ’92 e nel ’93. In entrambe le occasioni l’austriaco chiede la wild-card agli organizzatori toscani dopo le delusioni parigine; al Roland Garros è sempre Jim Courier a buttarlo fuori (rispettivamente al secondo e quarto turno) e allora Firenze si trasforma in un brodino caldo per alleviare il dolore. A contendergli i titoli sono Renzo Furlan (1992) e Jordi Burillo (1993). Furlan, veneto di Conegliano, ha 22 anni compiuti da qualche settimana quando trova a Firenze la terza finale italiana nel giro di un mese (Bologna e il challenger di Torino le altre) mentre l’anno dopo lo spagnolo proviene dalle qualificazioni nonostante due settimane prima avesse colto a Bologna quello che resterà il suo unico successo in carriera.

 

Nel 1995 il posto di Firenze nel calendario ATP viene preso dal torneo di Oporto, che avrà vita breve (appena due edizioni), mentre al Circolo Tennis Firenze continua la tradizione del torneo internazionale giovanile, giunto quest’anno alla 41esima edizione e che può vantare, nel suo albo d’oro, nomi del calibro di Rosset, Federer, Capriati, Hingis, Mauresmo, Safina e Halep, solo per citare i più famosi. Insomma, il ponte tra il passato e il futuro rimane aperto.

BARI

Il tennis a Bari vide i propri albori nei primi Anni ’20. C’era un solo campo ed era pubblico ed era in cemento, là vicino al pontile San Nicola dove, tra un torneo sociale e l’altro organizzato dallo Skating Club, ci fu anche spazio per una sfida internazionale tra la città pugliese e quella albanese di Tirana, con vittoria di Bari per 3-2. Insomma, una specie di “Davis dell’Adriatico”. Nel giro di qualche anno, con i praticanti che si moltiplicano come i pani e i pesci (e ad un certo punto ci si mettono pure le donne…), un campo solo non basta più e allora ecco la necessità di trovare nuovi spazi; in via Fieramosca ad esempio, dove la gloriosa società sportiva Angiulli fa costruire ben tre campi, con tanto di raccattapalle uno per campo.
Poi arriva la guerra, la seconda, e all’improvviso non c’è più tempo per pensare ad altro. Fino agli Anni ’50, quelli della ripresa e della ricostruzione, del ritorno alla vita e allo sport. Nel 1957 c’è un altro trasloco, l’ultimo; il Circolo Tennis Bari prende dimora in via Martinez e lì inizierà la sua ascesa che culminerà negli Anni Ottanta con l’organizzazione di un torneo internazionale.

I primi tre tornei sono altrettanti challenger. Si parte nel 1981 con 25.000$ di montepremi e un tabellone che annovera ben tre finalisti della Coppa Davis di cinque anni prima: Paolo Bertolucci, Antonio Zugarelli e il cileno Belas Prajoux. Bertolucci è il superfavorito e, pur lasciando per strada diversi set, arriva in finale ma qui incappa in un ungherese di 22 anni dal nome impronunciabile che lo travolge 6-4 6-0. Il primo campione di Bari è dunque Zoltan Kuharszky, che in seguito riuscirà a raggiungere un best-ranking di n°53 e prenderà cittadinanza in Svizzera.
L’anno dopo il torneo viene anticipato da settembre ad aprile e i primi due favoriti sono Balasz Taroczy e Tomas Smid. Il primo raggiunge la finale senza perdere nemmeno un set mentre il secondo si ferma nel turno precedente, sconfitto da un australiano più famoso come doppista: Paul McNamee. Il riccioluto bimane ha già fatto fuori mezza Italia (Zugarelli al secondo turno, Barazzutti nei quarti) e non si ferma nemmeno al cospetto delle prime due teste di serie che batte con un doppio 6-3 (Smid) e un doppio 6-2 (Taroczy).
Il 1983 è finalmente la volta di un italiano. Corrado Barazzutti onora il n°1 del seeded players lasciando per strada un solo set (al primo turno allo svedese Sandberg) e battendo in finale l’argentino Carlos Castellan per 6-0 6-1. Le prove generali sono terminate, Bari è pronta per il tennis che conta.

Nel 1984 il montepremi viene triplicato e portato a 75.000$. Il torneo trova uno sponsor (Kim) che dà nome al trofeo ed entra a far parte del Grand Prix come antipasto della stagione europea sulla terra rossa. Barazzutti vorrebbe difendere il suo titolo ma la compagnia è cambiata e i pretendenti alla vittoria finale sono di ben altro spessore rispetto all’anno precedente. Il futuro CT azzurro è il quinto favorito ma al secondo turno perde 7-6 al terzo con il qualificato Gabriel Urpi. Altri nomi illustri ci lasciano le penne anzitempo; è il caso dell’argentino Clerc (1) che perde subito con il tedesco Maurer e Pablo Arraya (3, sconfitto al secondo turno dallo statunitense Freeman). Così alla fine ad iscrivere il proprio nome nell’albo d’oro è Henrik Sundstrom, futuro n°6 del mondo e alla prima di tre settimane consecutive di gloria; dopo Bari, lo svedese perderà in finale a Nizza e vincerà a Montecarlo per un parziale di 14 vittorie e 1 sconfitta.

Italia e Svezia si alterneranno nell’albo d’oro per altre tre edizioni. L’85 è l’anno dell’unico successo in carriera per Claudio Panatta, che abbiamo già visto sopra finalista a Firenze (ma tre anni dopo). I favoriti sarebbero Cancellotti e l’argentino Martin Jaite ma “Panattino” in Italia si trova particolarmente a suo agio (oltre a Firenze, giocherà anche la finale di Bologna sempre nel 1985) e nella settimana pugliese è anche abbastanza fortunato ad incontrare sulla sua strada, lui che è appena n°120 del mondo, ben quattro avversari (su cinque) con classifica peggiore della sua: il colombiano Viver (133), il connazionale e qualificato Pistolesi (592), lo spagnolo Lopez-Maeso (148) e, in finale, l’immancabile americano Lawson Duncan (127). L’unico rivale di rango è proprio Cancellotti (n°21 ATP) con il quale però Claudio si trova bene visto che l’ha già sconfitto in precedenza e tornerà a farlo in futuro.
Tre settimane più tardi, proprio grazie alla vittoria di Bari, Panatta volerà a New York per giocare il Tournament of Champions di Forest Hills e nei quarti farà tremare il n°1 del mondo John McEnroe, perdendoci solo al tie-break del terzo set dopo due ore e 48 minuti di partita. Ma di Forest Hills parleremo un’altra volta.

Tornando in Puglia, il 1986 è l’anno del diavolo, alias Kent Carlsson. Lo svedese, dai mille tic e dal dritto in top-spin che faceva fare alla palla mille giri al secondo (altroché Nadal…), perde appena cinque giochi nei primi tre incontri, poi in semifinale permette a Lopez-Maeso di trascinarlo al tie-break nel primo set (6-1 il secondo). La finale però è una battaglia perché Horacio de la Peña non a caso è chiamato “El pulga” ovvero la pulce e si arrende solo dopo trentasette giochi: 7-5 6-7 7-5.

Un altro italiano, Claudio Pistolesi, conquista a Bari l’unico trofeo in carriera e lo fa nel 1987 battendo in finale sotto un sole cocente il connazionale Francesco Cancellotti. “Credo di aver vinto grazie alla mia ottima forma fisica” dirà Pistolesi alla fine del match. I due azzurri si trovano in finale dopo aver eliminato le prime teste di serie; Pistolesi ha battuto Krickstein (2) 6-0 al terzo nel match d’esordio mentre Cancellotti, che è in tabellone grazie a una wild-card, si è imposto a Tulasne (1) nei quarti.

Nel 1988 i Campionati Internazionali di Puglia trovano collocazione nel calendario del Nabisco Grand Prix alla fine di settembre. Non è uno spostamento indolore, anche a causa del fatto che Bari diventa il terzo appuntamento, in ordine di montepremi, di una settimana che ha in programma anche il 415.000$ di Los Angeles e il 220.000$ di Ginevra. Nonostante ciò, la coppa finisce nelle mani di un futuro n°1 del mondo. Molti specialisti della terra rossa sono già tornati in Europa per disputare gli Internazionali di Spagna a Barcellona ed è proprio da lì, dove ha giocato e perso la finale, che arriva Thomas Muster. L’austriaco è ancora nella sua prima vita (sarà l’anno dopo che un ubriaco gli distruggerà il ginocchio a Miami) e domina la parte alta del tabellone rifilando 6-0 a destra e a manca (soprattutto a manca, lui che è mancino…) ma in finale deve recuperare un set di svantaggio all’uruguagio Marcelo Filippini prima di chiudere 7-5 al terzo.

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Scene di famiglia in Canada: Aliassime suona il pianoforte prima della sua festa a sorpresa, Maria si allena con le figlie

Felix Auger-Aliassime si destreggia eccome anche con la musica, Tatjana Maria ha due nuovi piccoli membri nel team

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Felix Auger-Aliassime al pianoforte - Montreal 2022

I primi giorni di agosto sono particolarmente ricchi sotto l’aspetto dei compleanni nel mondo tennistico, e dopo quello di Roger Federer (celebrato a dovere dal campione svizzero capace di far emozionare il piccolo Zizou), e di Rod Laver (che in regalo ha ricevuto due top10), è toccato anche a Felix Auger-Aliassime. Il tennista canadese ha festeggiato l’8 agosto il suo 22esimo compleanno proprio durante il torneo di casa, e gli organizzatori hanno pensato bene di preparargli una sorpresa. Inizialmente il n.9 del mondo Aliassime si era preparato per una esibizione al pianoforte – strumento dove si destreggia egregiamente – al fianco della compositrice Alexandra Stréliski. Dopo qualche pezzo, i due hanno iniziato ad intonare ‘Tanti auguri a te’… e a quel punto tutti gli amici e parenti del tennista sono usciti allo scoperto, suscitando non poca emozione nel giovane tennista. Preso dalle lacrime, Felix ha ringraziato tutti prima di procedere ai festeggiamenti.

A quanto pare il torneo National Bank Open non vuole essere avaro di situazioni emotive in questa edizione; e mentre a Montreal andava in scena la festa di Aliassime, a Toronto Tatjana Maria si allenava con il prezioso aiuto delle sue due figlie, Charlotte, nove anni, e Cecilia, uno.

 

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Umago Stories 4: “So cosa hai fatto l’estate scorsa”

Cancellato nel 2020, il Croatia Open è tornato nel luglio 2021: ma in che vesti? In ritardo di un anno (o abbastanza puntuali), tornano le storie a margine dell’ATP 250 sulla riva orientale dell’Adriatico

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ATP Umago – All'esterno dei campi esterni (foto MS)

Umago Stories

Umago Stories 2

Umago Stories 3

 

Domanda scaduta

Sono passati sette giorni dalla finale di Wimbledon raggiunta da Matteo Berrettini quando sul campo da tennis ti domandano perché tu non sia a Umago a vederti un Cobolli-Altmaier in azione proprio in quel momento. Non hai una buona risposta. Pensi anzi che vorresti essere là anche per Holger Vitus Nodskov Rune e chiedergli se, all’anagrafe, i suoi genitori o l’impiegato si siano dimenticati di mettere la virgola dopo Holger e così deve andare in giro con un numero insensato di nomi. E, in ogni caso, se la tendenza è di abbreviare come insegna Sir Andrew Barron Murray, quell’Holger Vitus eccetera vuole essere un vezzo distintivo oppure si è registrato “al completo” presso l’ATP per rompere le scatole a chi ne scrive? Scrive di lui, non delle scatole. Il problema di base è però la regola del Croatia Open 2021 “no media on site”, niente scrittori di tennis sul posto: ecco perché non sei là. Non che ciò ti impedisca di andarci come spettatore, in effetti. Deciderai con calma, mentre per la tua domanda al giovane danese ci sarà un’altra occasione. No, non ci sarà, perché in novembre si libererà di un paio di nomi diventando semplicemente Holger Rune. Anche se è quello che auspicavi dall’inizio, sospetti che l’abbia fatto solo per privarti del piacere di esibire l’arguta domanda.

Invisibile ma non abbastanza

Hai preparato praticamente tutto e riempito l’auto la sera prima, ti sei alzato ragionevolmente presto, eppure imbocchi l’autostrada quando è ormai mezzogiorno. Destinazione Umago. Gli incontri iniziano alle 16.30, non vuoi perderne neanche un minuto eppure ti permetti una sosta in stile Aldo di Aldo Giovanni e Giacomo in homeriano ritardo nel film Chiedimi se sono felice. La decisione di partire presa una dozzina di ore prima implica il pernottamento in campeggio e relativo uso della tenda “getta e usa” che getti all’ombra di un grosso albero quando stanno per scoccare le 16. Voli nella doccia, i cui socialmente inderogabili nonché benefici effetti saranno poco dopo vanificati dai cinque minuti di attesa al sole davanti alla biglietteria – il tempo necessario alla coppia entrata prima di te per compiere chissà quale complessa e certamente oscura operazione. Da dietro il banco, la ragazza ti dice che la tribuna ovest è sold out e dovrai perciò abbronzarti il lato sinistro del viso appollaiato nelle vicinanze della telecamera principale. Durante i cambi campo del match tra il mancino italico e il gallo monomane, getti lo sguardo oltre il parapetto verso il doppio in corso sul campo 1 in modo da prendere il sole anche sulla guancia destra. Il match sembra divertente, ma le gradinate sono pressoché deserte. Torni pigramente verso il tuo posto quando Giannessi si appresta a servire sul 15 pari; con tuo sommo disappunto, tuttavia, né i giocatori né l’arbitro ti chiedono di sederti: non è la prima volta che provi a essere tu l’immancabile disturbatore che si ostina alla ricerca del proprio posto mentre tutti lo fischiano, ma niente, non ti si fila mai nessuno. Una delusione che è poca cosa rispetto ai sentimenti che genera la vista della stupida automobile esposta nell’angolo dove gli altri anni solitamente sedevi armato di blocco note e con al collo il badge Press.

Gasquet vince e decidi di andare da Travaglia sul Grand Stand e magari vederti un po’ di doppio, con la tua mente che rifiuta una realtà resa fin troppo esplicita dall’assenza di spettatori. Una transenna metallica si allunga dallo Stadium Goran Ivanišević verso il campo 1, impedendo l’accesso a quello e ogni altro campo. Lunga venti metri e alta due, prima neanche l’avevi notata: un caso da manuale di cecità selettiva. Decidi allora di trotterellare sotto la tribuna ovest in direzione nord nella donchisciottesca convinzione di trovare una via di accesso al Grand Stand invece di una transenna gemella. L’addetto alla sicurezza si accorge della tua presenza quando ancora non sei entrato nel suo campo visivo e ti scruta con la faccia di chi ha capito le tue intenzioni prima di te stesso; si alza dalla sua sedia di plastica per spiegarti gentilmente che quella zona dell’impianto è accessibile solo a chi ha un badge e che no, quello di due anni fa non vale.

Opti per due passi sul lungomare prima di tornare per l’incontro successivo sul Centrale, esci di nuovo dall’impianto per cenare, rientri. Ogni volta verificano il QR-code – insieme al documento, altrimenti sarebbe inutile –, mentre di fianco all’ingresso principale c’è la possibilità di fare un test rapido per poter accedere se sprovvisti di green pass. La terza volta che passi di fianco ai quattro spettatori italiani che siedono un paio di file davanti a te, li saluti. Nessuna reazione, a parte un paio di sguardi accigliati del tipo “chi è questo?”. Oltre alla risposta che reprimi con non poco sforzo, l’unica cosa a cui riesci a pensare è che, pur apprezzando gli sforzi encomiabili degli organizzatori per metterla in scena rispettando tutte le restrizioni, questa edizione del Croatia Open è quasi più triste di quella dell’anno scorso. E nemmeno c’era stato il torneo nel 2020. La mattina dopo, giovedì, levi le tende (la tenda, vabbè) e fai rotta verso sud.

Isolato

È giovedì e sei nel sud dell’Istria, ma è settembre, pochi giorni dopo la finale dello US Open. Sul punto di addormentarti, sobbalzi sentendo un rumore poco rassicurante. Un minaccioso verso ferino ha squarciato il silenzio della notte a pochi passi dalla tua tenda. Poco convinto, apri la sottilissima parete che separa la zona notte dalla zona giorno: nessun segno di vita aliena. Ancora meno convinto, inizi lentamente ad alzare la cerniera per controllare l’esterno. Nell’oscurità, intravedi la sagoma di un camper distante una cinquantina di metri, peraltro l’unico altro occupante di quella zona del campeggio. Ti viene in mente il film Backcountry, con la giovane coppia accampata tra le montagne dopo aver smarrito il sentiero – non una commedia, per essere chiari. Di nuovo quel suono, che sarebbe bello se fosse un tipo mezzo ubriaco intento a imitare il verso di un maiale. Il fascio di luce del tuo cellulare incrocia invece un cinghiale. Anzi, due. Sono a una ventina di metri da te. Ispezioni nelle altre direzioni. Tre, quattro, cinque. Sei accerchiato. Un paio sono belli grossi.

Non sai se devi preoccuparti, così cerchi su internet per capire la posizione del cinghiale nella scala della pericolosità che va da cucciolo di criceto sotto ritalin a tigre dai denti a sciabola che non mangia da due giorni. Stando al web, se non li importuni, non ti fanno nulla. Chissà se i quadrupedi che hai di fronte (e di fianco e alle spalle) hanno letto lo stesso sito. Ti dirigi verso la reception, ovviamente in automobile – non tanto per il timore di essere mezzo sbranato, quanto per non ritrovarti a dichiarare, mezzo sbranato, “su internet uno diceva che non erano pericolosi”. Domandi al custode se sia normale la presenza di una mandria di cinghiali. Risponde di sì – sarà una buona notizia? – e di non preoccuparti perché finora non hanno né morso né aggredito nessuno. Finora. Cos’è questa padronanza della lingua italiana? È straniero (cioè, tu sei straniero, ma il concetto è chiaroi), che dica “non fanno niente” e siamo a posto. No, deve pure sfoggiare l’avverbio, questo fenomeno. Torni alla tenda (te l’eri richiusa alle spalle da profondo conoscitore dei film horror, quindi al massimo troverai ad attenderti uno con maschera di Scream e pugnale, non un suino), controlli la posizione dei quadrupedi, prendi cuscino e sacco a pelo e dormi in macchina.

Umago Reloaded

Nonostante le previsioni meteo assicurassero il sole fino al primo pomeriggio, il cielo è già coperto di nuvole foriere di pioggia. Con la prospettiva di almeno tre giorni di tempo pessimo, non si può che prendere la strada di casa. Tuttavia, se a Portorose non piove, Jasmine Paolini giocherà tra un paio d’ore e una sosta diventa quasi obbligatoria. Un’ora dopo, ti ritrovi invece fermo in coda alla frontiera con la Slovenia. Anzi, ben prima dell’ultima uscita dall’autostrada croata. Il sito del hrvatski autoklub dichiara sette chilometri di coda: non pensavi che un match di Paolini attraesse tanta gente. Jasmine ti perdonerà se rinunci a quella che è diventata un’impresa impossibile: esci dall’autostrada e ti fermi a Umago dove un cartello ti svela che sono in corso i Campionati del Mondo ITF per Veterani. Già, non contento dell’esperienza di due mesi prima, torni sul luogo del delitto, il Centro Stella Maris. Nessuno controlla l’accesso. Accedi.

La tua attenzione è subito rubata dal bel suono che fanno due tennisti “over qualcosa” (non sei mai stato bravo ad attribuire l’età a qualcuno) quando impattano la palla in una partita di allenamento. Uno che potrebbe essere spagnolo o quantomeno posseduto da uno spirito spagnolo scortica palle pesantissime accompagnate da un lamento troppo lungo verso un altro all’apparenza meno giovane che subisce, non tiene il ritmo, è costretto a fare il tergicristallo epperò macina punti e game. Pochi minuti e sei sul Centrale, dove diventi il terzo spettatore a osservare il doppio della finale tra Olanda e Germania che assegna la Suzanne Lenglen Cup, trofeo femminile a squadre over 35. Stravincono le olandesi, grazie anche alle drop volleys mancine di un’orange che la palla sembra restarle dolce prigioniera del piatto corde per alcuni secondi. Palla che una tedesca tenta di scaraventare nella laguna appena perso l’incontro, ma finisce appena fuori dallo stadio dopo essere rimbalzata su un seggiolino dell’ultima fila. Pensi che non sarebbe male come trofeo da portarsi a casa, ma poi decidi che dà meno nell’occhio appropriarsi della palla e ti dirigi furtivo verso l’uscita nord-ovest (il tuo senso dell’orientamento nell’impianto prescinde dalla presenza del sole). Eccola lì, bella, gialla, quasi nuova. Di una marca che eviti, pazienza.

Inebriato dalla libertà di girare per l’intero impianto, ti rechi sul campo 5 dove è in corso un match del tie tra Portogallo e Francia valido per il terzo posto della Lenglen. Non capisci chi abbia vinto perché sull’ultimo punto ti sei distratto un attimo, colpa di un’avvenente giocatrice di circa 182 cm che ti è passata accanto. Mentre ti incammini verso il Grand Stand, rimugini sul fatto che il segno più doloroso dell’età che avanza non sono gli acciacchi in campo, bensì incrociare una bella tennista veterana e pensare d’istinto, chissà se ha una zia single.

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Flash

“Il tennis a Bordighera dal 1878 a oggi”: da Suzanne Lenglen a Jannik Sinner, il legame della città ligure con questo sport

Il volume curato da Gisella Merello per l’editore Alzani in due edizioni, una in lingua italiana e l’altra tradotta in inglese, svela che le origini del tennis in Italia possono ricondursi proprio alla località in provincia di Imperia

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In questo momento storico in cui il tennis italiano ha acquisito un posto di prestigio nelle classifiche mondiali con la presenza di Berrettini e Sinner, diventa naturale riflettere sulle origini di questo sport in Italia.

La nascita del tennis in Italia si può far risalire al 1878 a Bordighera, cittadina turistica affacciata sul Mar Ligure a pochi chilometri dal confine con la Francia e dal Principato di Monaco. Proprio sul primo circolo tennistico italiano si sviluppa il bel volume rilegato dal titolo “Il tennis a Bordighera dal 1878 a oggi”, curato da Gisella Merello per l’editore Alzani in due edizioni, una in lingua italiana e l’altra tradotta in inglese.

Grazie a fotografie d’epoca e documenti storici inediti, Gisella Merello racconta la nascita del tennis e della prima fabbrica di racchette in Italia, resa possibile grazie alla presenza di una comunità britannica stabile in Riviera che tanto contribuì allo sviluppo economico, sociale e culturale della zona. Si scopre così che personalità di alto profilo come il conte di Strathmore, bisnonno dell’attuale sovrana Elizabeth II, si impegnò in prima persona in qualità di presidente per migliorare il club nei primi anni della sua fondazione, accrescendo il numero dei campi e creando la Club House, purtroppo perduta durante la Seconda guerra mondiale.

 

Durante gli anni i campi di Bordighera hanno visto la presenza di numerosi tennisti di rilievo: da Suzanne Lenglen, Antony Wilding, Bill Tilden, Giorgio De Stefani ad Adriano Panatta, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci fino ai recenti Jannik Sinner, Iryna Sabalenka, Ivan Ljubicic, Maria Sakkari, Andreas Seppi, Fabio Fognini, Stefanos Tsitsipas, Maria Sharapova, Gregor Dimitrov

L’ottima collaborazione con il primo circolo storico italiano, la strategica posizione geografica e le favorevoli condizioni climatiche hanno creato i presupposti affinché, nel 2017, a Bordighera sia stato creato il Piatti Tennis Center, un polo tennistico tra i più importanti in Europa, dotato di tecnologia all’avanguardia.

Il volume vanta prefazioni di numerosi tennisti italiani che hanno fatto la storia di questo sport come Lea Pericoli, Flavia Pennetta, Fabio Fognini e Jannik Sinner e di un paio di celebri allenatori legati a Bordighera come Riccardo Piatti e Massimo Sartori.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Jannik Sinner al microscopio

Il testo si avvale della collaborazione di autori con svariate competenze professionali come l’attuale proprietario della Sirt Antonello Randone, che racconta la sua avventura imprenditoriale, o come Alessandro Umberto Belluzzo fondatore di Belluzzo International Partners (Trust&Wealth), che illustra la necessità dei tennisti di gestire la carriera non solo dal punto di vista sportivo ma anche da quello legale e patrimoniale. Belluzzo, membro del board della I Tennis Foundation, fondazione che si occupa di finanziare giovani atleti per consentire loro una ascesa sportiva di successo, è stato il principale promotore di alcuni eventi promozionali del volume che hanno che hanno avuto luogo a Bordighera, Londra e Roma.

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