Tra spettacolo e insulti, alla fine Feliciano Lopez batte Fognini (Ubaldo commenta la sua "espulsione")

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Tra spettacolo e insulti, alla fine Feliciano Lopez batte Fognini (Ubaldo commenta la sua “espulsione”)

Partita incredibile quella tra Fabio Fognini e Feliciano Lopez. L’italiano è avanti due set a zero e sembra aver addomesticato l’erba di Wimbledon. Purtroppo il suo carattere è ancora da sistemare

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[22] F. Lopez b. F. Fognini 3-6 6-7(5) 6-3 6-4 6-3

lopez-fognini stat

Alla fine Lopez ce l’ha fatta a venire a capo di una durissima partita, iniziata alle 11:45 e finita alle 19:57. Però, come al solito, come spesso, come troppo spesso, Fognini deve fare un mea culpa. Quando la partita è ricominciata per l’ultima volta speravamo che Fabio si fosse placato e che avesse lasciato perdere soliloqui e insulti, che avevano accompagnato la pausa dopo il 4 a 2. In effetti sì, si era calmato, ma non è più riuscito ad impensierire lo spagnolo, come se avesse smarrito il filo tattico di una partita che aveva giocato benissimo fino a quando, non si capisce bene perché, è ridiventato il famigerato ‘mister Hyde’ che tanti guai gli ha già procurato.

 

Il finale, di nuovo condito di parolacce, non è stato certo edificante: Fabio ha a lungo rifiutato il gesto di riappacificazione di Lopez e ha costretto il giudice di sedia Carlos Bernardes addirittura a scendere dalla sedia, per cercare di evitare il peggio. Lopez se l’è presa con José Perlas, l’allenatore di Fognini, e gli ha gridato: “Tu es un sucio, in 20 anos ningun entrenador me molesto asi” (“Sei un sudicio! In 20 anni nessun allenatore mi ha mai molestato così!”). Perlas ha replicato qualcosa di parzialmente incomprensibile a parte aggiungere “Tu no tienes educacion!” E Lopez: “Codarde!” Che corrisponde al nostro codardo, ma un collega spagnolo ci dice che quella parola vuol dire che uno “non tiene cojones”. È allora che Lopez si rivolge alla Pennetta: “Flavia, non ci si comporta così con un giocatore! In 20 anni non mi era mai successo”. In tutto questo Fognini continuava a ripetere: “Ma cosa vuoi? Hai vinto eppure hai rotto i co… dall’inizio alla fine della partita”. E Feliciano, mentre arrivavano anche diverse guardie vedendo il parapiglia, diceva a Fabio: “Non è una questione di vincere o perdere, ma di rispetto…”. Insomma, scene che a Wimbledon Ubaldo non si ricordava di aver mai visto.

Poco da raccontare della ripresa del match vero e proprio: Lopez ha tenuto i suoi servizi senza problemi e ha chiuso ribreakkando Fognini, che ha opposto una resistenza sempre più tenue e a sprazzi. Giusto quella per evitare il doppio break anche nel quarto e provare a ricominciare servendo. Cosa che non è servita, perché Feliciano ha fatto il break nel terzo game e la partita è praticamente finita lì. Fognini ha atteso la stretta di mano per tornare a litigare, come già detto. Ma anche Lopez non si è risparmiato scagliandosi contro Perlas, che era stato il suo ex allenatore in passato, sodalizio conclusosi in modo decisamente burrascoso: “Sei il più sudicio che abbia mai visto, non ho mai visto niente del genere in vita mia“. Il giudice di sedia, il brasiliano Carlos Bernardes, ha cercato di calmare Lopez, incredulo di quello che stava accadendo.

Prima c’erano stati due set e mezzo e quasi due ore di grande spettacolo, nel campo numero 16 di Wimbledon. Fognini ha intervallato un match giocato finora con grande giudizio ai suoi soliti spettacoli, coinvolgendo stavolta un po’ tutti. Dopo 24 minuti in cui il ligure è sembrato persino giocatore di altra levatura rispetto a Feliciano – nonostante un passaggio a vuoto che ha ritardato la conclusione di un set che poteva avere un punteggio più severo – ha incamerato il primo parziale, ma il bello doveva venire.

In apertura di secondo set infatti Fabio riusciva immediatamente a procurarsi due palle break, non consecutive, annullate con altrettanti ace. I due giocatori tenevano il servizio fino al 2-2, con Feliciano che sembrava molto scontento del suo gioco e con un Fognini che la neo-moglie Flavia Pennetta cercava di contenere con dei “va tutto bene, tranquillo”. Al quinto game a Fabio riusciva il break, e in quello successivo era bravissimo a venire avanti annullando la palla del contro-break. Nel momento della verità però, il numero uno azzurro perdeva il servizio smarrendo completamente la prima. Nel decimo game, con l’aiuto di un doppio fallo, lo spagnolo riusciva a recuperare e dopo almeno un’ora di una partita giocata in modo semplicemente perfetto – solido col servizio, molto regolare nei fondamentali da fondo, pronto a venire avanti ma soprattutto a non cedere campo – Fabio cominciava il suo show.

Prima faceva segno ad uno sbalordito Barazzutti di abbandonare il campo, poi si produceva in una serie di insulti a Feliciano (reo di parlare troppo col suo angolo). Quest’ultimo sembrava perdere la calma a sua volta quando, dopo essersi procurato due set point, il secondo gli veniva annullato da un servizio chiamato fuori dal giudice di linea ma corretto da un overrule. Iniziava una discussione lunghissima e poi, dopo i due game giocati così così, Fognini giocava un tiebreak sontuoso e si portava due set a zero. Non sembri blasfemo il paragone ma davvero sembrava d’essere dalle parti di McEnroe. Il terzo set si apriva con un terzo game lunghissimo in cui Fabio perdeva completamente la calma, almeno a parole, perché il gioco rimaneva di buona levatura. Non sufficiente, purtroppo, per salvare il turno di servizio, cosa che finiva col dare il colpo di grazia ai suoi nervi: Fognini iniziava una lunga conversazione con Bernardes, reo di non aver ammonito Feliciano. L’arbitro brasiliano a questo punto ammoniva invece Fognini (Bernardes conosce benissimo l’italiano, perciò non poteva scappargli il turpiloquio di Fabio) che al cambio di campo se la prendeva pure col nostro direttore!

Sul 4-2 la partita veniva sospesa, altra cosa che Fognini non gradiva – sostenendo che solo la paura che Feliciano avrebbe avuto induceva l’arbitro a sospendere – ma quando la pioggia arrivava violenta, non poteva che rifugiarsi negli spogliatoi. Quando i due tornavano in campo, succedeva quello che vi abbiamo già raccontato.

Mentre in conferenza stampa Fognini si è rifiutato di parlare di tutto quanto non fosse strettamente attinente alla partita, Feliciano Lopez non si dava pace e ha parlato a lungo:

Non è successo niente tra me e Fabio, ero incavolato con me stesso come sempre e quando ho vinto il terzo set ho cercato di scuotermi, quindi il suo allenatore Josè si è alzato e mi ha detto cose che non credevo fossero vere. Sono rimasto a guardarlo e a pensare ‘non può essere che le stia davvero dicendo a me’ e allora lui mi fa ‘sì, sì, proprio con te parlo, ora non dici niente’ e altre cose che non ho capito. Non mi è mai successo che il coach del mio avversario mi abbia insultato e mi dica robe del genere, mai in vita mia. Gli ho detto che in 20 anni di carriera nessuno l’aveva mai fatto con me. Tu puoi avere uno scontro col giocatore ma mai col suo allenatore, mai. Mi è sembrata una cosa veramente triste“.

Feliciano ha già detto che non parlerà con Perlas e aggiunge: “Lui (Perlas, ndr) dovrà riflettere su quello che ha fatto, ci vuole un minimo di educazione; è come se Pepo (il suo coach, ndr) prenda a Fognini e gli dice che è un pagliaccio: io dopo lo riprenderei e gli direi ma che fai?‘. Infatti è quello che ho detto a Fabio, ovvero che non può permettere che al suo coach di parlarmi in questa maniera. A Fognini ho detto ‘non ho nulla contro di te’ e lui mi ha risposto ‘queste cose sistematele tra di voi, io già ce le ho abbastanza girate che ho perso il match’.

Infine: “A fine match ho detto a Perlas che ho vinto proprio perché ha detto quelle cose. Mi dà fastidio che il coach del mio avversario si rivolga a me così“.

La vicenda del warning a Fognini e dell'”espulsione” di Ubaldo Scanagatta dall’interno campo n.16

Fognini ha preso il warning perché ha detto “spagnolo…di m…” facendo persino dei riferimenti davvero scurrili e coinvolgendo addirittura il Papa.
Allora Fognini ha detto all’arbitro Bernardes:” e’ tutto il tempo che ti rompe i … e tu ammonisci me!”
Mentre la discussione prosegue e viene ascoltata chiaramente da chiunque sieda a bordo campo (ed aveva seguito precedenti dialoghi pesanti con Barazzutti che ad un certo punto gli ha risposto: “ma hai il tuo allenatore, il tuo gruppo, prenditela con loro!”)
Fabio nota che lì dove mi aveva fatto sedere la poliziotta prendo appunti si quanto sta accadendo. E mi dice : “tu non puoi stare lì” . Bernardes, cui circa 45 minuti prima avevo segnalato che per via del vento una bottiglietta sotto al suo seggiolone stava per entrare in campo e lui aveva ringraziato e poi avvertito una raccattapalle di prenderla, mi dice di uscire, sebbene io gli dica che non mi sarei mai seduto lì se non mi ci avesse condotto una poliziotta . A quel punto comunque nello spazio di un secondo mi alzo e resto in piedi a seguire la partita dietro al seggio dell’arbitro fino a che viene giù l’acquazzone che interrompe la partita sul4-2 per Lopez nel terzo, ma con due set di vantaggio per Fabio. La sensazione è che i nervi di Fabio stavano già andando in tilt. Lì per lì ho pensato che l’interruzione gli avrebbe giovato. Ma con Fognini come si fa a fare previsioni?

 

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A 40 anni dalla finale di Wimbledon 1980: metti un Rocavert tra Borg e McEnroe

Oggi la finale di Wimbledon più famosa dell’Era Open festeggia 40 anni. Eppure non tutti ricordano che quella partita rischiò di non andare mai in scena… per colpa di un terzo incomodo, Terry Rocavert

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Oggi ricorre il quarantesimo anniversario della partita di tennis più famosa dell’Era Open, o quantomeno una delle più iconiche: parliamo della finale di Wimbledon ’80 tra Bjorn Borg e John McEnroe.

Di quella partita ho un ricordo particolare e straordinariamente nitido, costituito dalla frase che mi disse mio padre all’inizio del terzo set: “Vado a fare due passi, tanto questi due vanno avanti almeno altre due ore“. Mio papà ebbe molta fortuna, perché un’ora dopo – lui assente – Borg, complice un ispirato McEnroe, sprecò due match point consecutivi al servizio dandogli così modo di aggiudicarsi il tie-break del quarto set – forse il più memorabile squarcio di tennis di tutti i tempi – e di portare il match al quinto – che di memorabile invece ebbe solo il punteggio, perché Borg offrì un esempio di forza mentale straordinario e lo dominò, concedendo al suo avversario solo tre punti nei suoi sette turni di servizio, due dei quali nel primo.

Spero che i lettori mi perdoneranno ma su cotanta partita non aggiungerò altro. In fondo, penne ben più nobili e meritevoli della mia se ne sono a più riprese occupate e io rischierei quindi solo di fare brutta figura, producendo uno scontato esercizio di retorica sportiva. Pochi invece si sono occupati di un altro incontro che si disputò a Wimbledon quell’anno e che solo per pochissimi punti non impedì lo svolgimento della finale così come noi la conosciamo.

 

Si tratta di un incontro nel quale mi sono imbattuto per puro caso nel momento in cui – per preparare l’introduzione all’articolo celebrativo – ho analizzato il tabellone per ripercorrere il percorso fatto da Borg e McEnroe per raggiungere la finale; sono rimasto così colpito dal punteggio di questo incontro che ho prima deciso di saperne qualche cosa di più e – dopo averlo fatto – di compiere… un ammutinamento giornalistico. Mi riferisco al match di secondo turno che vide John McEnroe opposto a Terry Rocavert.

Alzi la mano chi – oltre al nostro Direttore – ricorda questo carneade australiano nato a Sidney nel 1955, più esattamente il 21 ottobre (come l’autore dell’articolo, nda). Il sito dell’ATP su di lui dice soltanto che raggiunse nel maggio del 1980 la sua miglior posizione assoluta – la novantaduesima–  e nel medesimo anno sul cemento outdoor di Columbus l’unica finale della carriera. Aggiungiamo a queste informazioni che suo padre – Don Rocavert – fu un discreto giocatore agli inizi degli anni 50.

Al primo turno dei Championships l’australiano battè in rimonta in cinque set un ottimo “quasi ex” giocatore, il trentanovenne inglese Roger Taylor al quale era stata offerta una wild card e al secondo si trovò di fronte McEnroe reduce da una facile vittoria in tre set contro il connazionale Butch Walts. Nessuno si aspettava quindi che il numero due del mondo potesse faticare per arrivare al terzo turno. Nessuno tranne (forse) Terry Rocavert.

La partita fu sospesa per pioggia sul punteggio di 2-2 nel primo set e riprese il giorno successivo. Rocavert rischiò seriamente di non arrivare in tempo per ricominciare a giocare a causa di una serie di rocamboleschi contrattempi stradali ma alla fine, fortunatamente per lui e per la nostra storia, ci riuscì. Quella che segue è la traduzione di un’intervista che Rocavert rilasciò anni dopo a un sito australiano, Theage.com.

Terry Rocavert

Quel giorno arrivai a Wimbledon in abiti civili; corsi a cambiarmi, presi le mie racchette e iniziai a giocare meravigliosamente. Vinsi così il primo set e persi il secondo ingiustamente, perché a mio parere giocai meglio io di lui. Il mio colpo migliore era il rovescio e pertanto il servizio a uscire dei mancini non mi dava fastidio, anzi, era il contrario. A un certo punto la pallina iniziò a sembrarmi grande come una palla da basket e a venirmi incontro al rallentatore; ero in stato di grazia al punto che vinsi il tie-break del terzo set per 7 punti a 0.

Anche il quarto set giunse al tie-break (che per la prima volta a Wimbledon si disputava sul punteggio di 6-6 e non più sull’8-8, nda) e sull’1-1 McEnroe commise un doppio fallo regalandomi così un mini-break; lo vidi scrollare le spalle subito dopo quell’errore e in quel momento si spezzò l’incantesimo. Pensai alle conseguenze di una mia possibile vittoria e a quello che mi avrebbero chiesto in conferenza stampa e fu la fine“.

McEnroe si aggiudicò infatti il tie-break e il set decisivo dell’incontro. Risultato finale: J. McEnroe b. T. Rocavert 4-6 7-5 6-7 7-6 6-3. Il rischio corso ebbe l’effetto di una scarica elettrica positiva su McEnroe, che nelle successive quattro partite perse solo un set in semifinale contro Connors.

A Rocavert il destino invece non riservò più momenti di gloria sul campo, ma non gli precluse una buona carriera di allenatore in Australia durante la quale tenne a battesimo il debutto nel circuito professionistico di giocatori del calibro di Todd Woodbridge e Jason Stoltenberg.

Un’ultima curiosità su Rocavert: alcuni anni fa, in collaborazione con la federazione australiana, ha importato in Australia dall’Italia il materiale con il quale vengono preparati i terreni in terra rossa del Foro Italico per ricreare nel suo Paese campi da tennis con una superficie identica a quello in cui si disputano gli Internazionali d’Italia. Questo perché – a suo avviso – il dominio dei giocatori europei e sudamericani dipende dal fatto che crescono giocando sul mattone tritato. Detto da uno che giunse ad un passo dal battere McEnroe sull’erba fa sicuramente un certo effetto.

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Stati Uniti a Wimbledon: una storia di grandi successi

Il 4 luglio è il giorno dell’Indipendenza negli USA. Per noi è l’occasione di ricordare i 90 titoli vinti tra singolare maschile e femminile nella storia dei Championships. Da Serena e Venus fino a Sampras e Agassi, passando per le delusioni di Roddick

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Serena Williams - Wimbledon 2019 (via Twitter, @wimbledon)

La storia degli Stati Uniti a Wimbledon, il cui pretesto per raccontarla ci viene fornito dalla ricorrenza di oggi, 4 luglio nonché Indipendence Day, è una storia di grandi successi. Gli USA figurano al secondo posto nella classifica dei titoli vinti nel singolare maschile (33), dietro alla sola Gran Bretagna che però ha vinto 35 dei suoi 37 titoli prima dell’Era Open (addirittura 31 prima del 1910), mentre al femminile sono di gran lunga primi con 57 trofei (28 in Era pre Open, 29 in Era Open). Ultimamente però i successi scarseggiano: l’ultimo titolo maschile risale al 2000 con Pete Sampras e anche le inossidabili sorelle Williams, pur continuando ad arrivare in finale, stanno pagando lo scotto dell’età con delle vere e proprie batoste nelle partite decisive. Proviamo a ripercorrere le varie vicende dei tennisti a stelle e strisce nel torneo più famoso della storia del tennis, dai primi partecipanti alle grandi vittorie fino alle difficoltà del presente.

I pionieri e l’Era pre Open

La prima edizione che ha visto la partecipazione di tennisti statunitensi è stata quella del 1884. Ben tre furono i giocatori giunti da oltreoceano: Richard Sears, James Dwight e Arthur Rives. Di questi solo Dwight riuscì a vincere una partita, perdendo poi la seconda al quinto. Al femminile la prima invece fu Marion Jones nel 1900. Il primo titolo per gli Stati Uniti arrivò proprio nel singolare femminile, grazie alla vittoria di May Sutton nel 1905, prima tennista non britannica ad aggiudicarsi il trofeo. Sutton poi replicherà il successo nel 1907, mentre gli uomini dovranno aspettare fino al 1920 per sollevare la coppa di Wimbledon. A trionfare in quell’anno (e anche nel successivo) fu il leggendario Bill Tilden.

Dopo la doppietta di Tilden gli USA vinceranno altri sedici titoli prima dell’Era Open. In questo lasso di tempo solo l’Australia dei vari Emerson, Hoad, Laver e Newcombe regge il confronto con dodici successi. I diciotto titoli conquistati fanno degli Stati Uniti la seconda nazione più vincente dell’era amatoriale, seconda solo alla Gran Bretagna che conta 34 successi (31 dei quali però giunti prima del 1910). Ancora più clamorosa l’accelerata al femminile: 28 titoli prima dell’Era Open di cui 15 consecutivi dal 1938 al 1958 (dal 1940 al 1945 il torneo non si è disputato a causa della Seconda Guerra Mondiale).

 

Era Open (1968-2000): il dominio

Il vero periodo d’oro sui prati di Wimbledon però arriva tra il 1968 e il 2000. Al maschile, dopo le doppiette di Laver e Newcombe, è Stan Smith a rompere il digiuno, sconfiggendo Ilie Nastase in cinque set nella finale del 1972. Solo un Bjorn Borg ai limiti dell’invulnerabilità elargisce delusioni ai giocatori e tifosi statunitensi vincendo cinque titoli consecutivi tra il 1976 e il 1980 (quattro dei quali contro tennisti USA) e attutendo così l’esplosione ad altissimi livelli di Jimmy Connors (due titoli in sei finali) e John McEnroe (cinque finali consecutive e tre titoli).

Dopo il magico 1984 di McEnroe seguono sette anni di vacche magre, interrotti dalla sorprendente vittoria di Andre Agassi che nel 1992 supera in cinque set Goran Ivanisevic, aggiudicandosi il suo primo Slam. Quel che resta degli anni ’90 è appannaggio di Pete Sampras, che domina come nessuno prima di allora e fa sue tutte le edizioni dal 1993 al 2000, con l’illustre eccezione del 1996 quando fu sorpreso da Richard Krajicek.

Anche al femminile il periodo è particolarmente florido con ben 16 titoli in 23 edizioni dal 1968 e 1990, vinti però da sole tre giocatrici: Billie Jean King, Chris Evert e Martina Navratilova. Il dato beneficia del fatto che Navratilova, pur essendo nata in Cecoslovacchia, dal 1975 ha gareggiato sotto bandiera a stelle e strisce avendo ricevuto asilo dagli USA in cambio però della rinuncia alla precedente cittadinanza. Dal momento che il primo titolo a Wimbledon di Martina è del 1978, tutti e nove i suoi successi sono stati ottenuti da cittadina statunitense.

“Duemila e non più duemila”: la crisi al maschile e i successi delle sorelle Williams

Il terzo millennio ha due volti completamente diversi: estremamente positivo sul versante femminile e estremamente deludente su quello maschile. Tra le donne pesa tantissimo l’impatto sul mondo del tennis delle sorelle Williams, che a Wimbledon assume connotati ancora più clamorosi. Tra il 2000 e il 2016, le due si spartiscono ben cinque piatti (sette per Serena, cinque per Venus), cannibalizzando di fatto il torneo, eccezion fatta per le incursioni estemporanee di Amelie Mauresmo, Maria Sharapova, Marion Bartoli e per la doppietta di Petra Kvitova, ad oggi l’unica altra vincitrice multipla del ventunesimo secolo.

Nonostante l’età che avanza, Venus e Serena sono riuscite ad arrivare in finale nelle ultime tre edizioni disputate, anche se in verità hanno raccolto magre figure. Nel 2017, Venus fu dominata da Garbine Muguruza, mentre nel 2018 e 2019 Serena ha ricevuto due dure lezioni da Angelique Kerber e Simona Halep per un totale di appena quindici giochi vinti in tre partite dalle sorelle.

Al maschile invece negli ultimi vent’anni, il torneo è stato molto avaro di soddisfazioni per i giocatori statunitensi. Vero che la presenza di Roger Federer (8 titoli), Novak Djokovic (5 titoli), Rafael Nadal (2 titoli) e Andy Murray (2 titoli) ha lasciato poco o nulla ai tennisti di ogni nazionalità, ma per gli USA un rimpianto c’è e risponde al nome di Andy Roddick. Per lui tre finali, tutte perse, tutte contro Roger Federer. Quella che veramente fa male però è la terza, quella del 2009, quando con una sciagurata volée larga Andy vanificò la possibilità di andare avanti di due set in una giornata in cui era davvero intoccabile al servizio. Il resto della storia lo conoscono tutti, Federer vinse quel secondo set e finì per prevalere 16-14 al quinto set dopo più di quattro ore.

A parte Roddick, gli USA ultimamente si sono dovuti accontentare di singoli exploit senza velleità di conquistare poi il trofeo. Per due anni consecutivi, Sam Querrey è riuscito nell’impresa di eliminare il numero uno al mondo, nonché campione uscente: nel 2016 Novak Djokovic, nel 2017 Andy Murray. In quest’ultima occasione si spinse fino alle semifinali, sconfitto da Marin Cilic. L’ultimo risultato degno di nota è la semifinale fiume persa da John Isner, che di partite lunghe a Wimbledon se ne intende, contro Kevin Anderson nel 2018 per 26 a 24 al quinto set. Insomma il digiuno di titoli maschili sui sacri prati di Church Road dura da quell’ultimo titolo di Sampras, all’alba del nuovo millennio, e all’orizzonte non si intravede al momento chi possa spezzare la maledizione.

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Le favole di Wimbledon: quando le wild card scrivono la storia

La storia di Wimbledon ci insegna che si può arrivare in fondo senza essere testa di serie… e addirittura senza avere accesso diretto al tabellone. Da Ivanisevic a Kyrgios, passando per Cash e Lisicki, la migliori wild card dei Championships

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Non c’è nulla di più doloroso per un appassionato di tennis che passare un’estate senza il torneo di Wimbledon. Dal 29 giugno al 12 luglio i viali dell’All England Club si sarebbero popolati di tifosi per assistere ai match sui prati londinesi, se solo una pandemia da Coronavirus non si fosse messa di traverso. È allora il tempo di aprire il cassetto dei ricordi dei Championships, pieno di campioni straordinari, rimonte indimenticabili e imprese impensabili. Momenti in cui pronostici e previsioni non contano più e lo sconfitto designato diventa eroe.

Nella storia di Wimbledon c’è una manciata di campioni che è riuscita ad arrivare in fondo (o quasi) senza essere né testa di serie né avere l’accesso diretto al tabellone, per insegnarci che anche una semplice wild card può scrivere la storia. Eccovi le migliori.

Pat Cash – Quarti di finale 1986

Cash che raggiunge i quarti a Wimbledon? Non c’è niente di strano visti i risultati ottenuti dall’australiano nell’arco della sua carriera. Ma il torneo che giocò sui prati di SW-19 nel 1986, dove raggiunse gli ultimi otto, fu indimenticabile. Cash si era già distinto negli anni precedenti a Wimbledon, raggiungendo una semifinale in singolare due anni prima e due finali di doppio. Tuttavia un’operazione alla schiena lo costrinse per diversi mesi lontano dai tornei e, come se non bastasse, subì un’intervento per rimuovere l’appendice alle porte del torneo. Ottenne l’accesso grazie a una wild card e dopo aver eliminato Vilas al primo round riuscì anche a battere il numero due del seeding Wilander negli ottavi di finale, prima di cedere a Leconte nei quarti. Anche grazie all’ottimo torneo del ’86, un anno più tardi l’australiano conquistò il titolo dei Championships, il suo unico Slam in carriera.

 

Juan Carlos Ferrero – Quarti di finale 2009

Problemi fisici e profonda crisi di risultati portarono Juan Carlos Ferrero, campione al Roland Garros 2003 e finalista a New York, fuori dalla top 100 a cavallo tra la stagione 2008 e 2009. Con i suoi tredici trofei vinti su terra battuta, compreso lo Slam parigino, nessuno avrebbe scommesso su una rinascita di Ferrero nella stagione su erba. Sia il Queen’s che Wimbledon però riposero fiducia nello spagnolo e gli concessero entrambi una wild card. Riuscì prima ad arrivare in semifinale al Queen’s, dove perse da Murray, e si presentò in buona condizione ai nastri di partenza dei Championships, dove aveva raggiunto i quarti di finale due anni prima. Smentendo chi già lo invitava ad appendere la racchetta al chiodo, Ferrero superò due top 10 tra terzo e quarto turno, Gonzalez (6-4 al quinto) e Simon. Si fermò solo davanti a Andy Murray nei quarti di finale, gli ultimi disputati in carriera in uno Slam.

Nick Kyrgios – Quarti di finale 2014

Si è preso il suo posto nella storia anche il torneo di Nick Kyrgios nell’edizione 2014. Al tempo l’australiano faceva il suo debutto sui prati dell’All England Club, grazie all’invito degli organizzatori ottenuto dopo il titolo nel Challenger di Nottingham. Col suo atteggiamento spavaldo e incosciente non sentì affatto la pressione di giocare nel tempio del tennis. Prima si fece notare per la vittoria in rimonta al secondo turno, poi il suo match di quarto turno contro Rafael Nadal venne programmato sul Campo Centrale. Proprio lì nacque il fenomeno Nick Kyrgios. Dopo la vittoria in quattro set sullo spagnolo, farcita di colpi estemporanei e spettacolari, il suo nome finì sulla bocca di tutti, ma non riuscì comunque a superare Milos Raonic nei quarti di finale. Sei anni dopo, Nick non è ancora diventato il dominatore che tutti aspettavano, né è mai riuscito ad eguagliare quel risultato, ma fa ancora parlare tanto di sé.

Goran Ivanisevic – Campione Wimbledon 2001

Sul successo di Ivanisevic del 6 luglio 2001 sono stati scritti dei libri, per non trascurare neanche il minimo dettaglio della sua storica vittoria. Il croato resta ancora oggi l’unico giocatore ad aver conquistato uno Slam da wild card. Lo vinse da numero 125 del mondo, trascinato nel baratro da una spalla sempre dolorante, che riuscì a domare in quell’edizione. Lo vinse dopo aver perso ben tre finali negli anni precedenti. Lo vinse di lunedì per via della pioggia (il famoso Monday’s People, dove gli oltre diecimila biglietti per la finale vennero rivenduti a prezzi più bassi), in quella che è ancora l’unica finale nella storia di Wimbledon giocata di lunedì. Lo vinse 9-7 al quinto, contro Pat Rafter, dopo aver vacillato nell’ultimo game dove nei primi due match point incappò in due doppi falli. Il successo della wild card Ivanisevic resta una delle storie tennistiche più affascinanti di sempre.

Jie Zheng – Semifinale Wimbledon 2008

Anche nel femminile non sono mancate le sorprese. Tredici anni fa la cinese Jie Zheng si infortunò a una caviglia e restò ai box per i dodici mesi successivi. Al suo ritorno in campo occupava la posizione numero 163 nel ranking WTA, 133esima quando il torneo di Wimbledon le concesse un invito per il main draw. Battendo tra le altre Ana Ivanovic al terzo turno (sua prima vittoria su top 10 in carriera) la cinese raggiunse la semifinale, dove però dovette inchinarsi allo strapotere di Serena Williams. Dopo il torneo balzò alla 40esima posizione del ranking WTA. Zheng diventò inoltre la prima giocatrice cinese a giocare una semifinale in uno Slam, ma soprattutto donò in beneficenza tutti soldi guadagnati grazie all’incredibile risultato. Ne beneficiarono i senzatetto nella contea di Wenchuan, colpita da un disastroso terremoto il 12 maggio 2008.

Sabine Lisicki – Semifinali Wimbledon 2011

Sabine Lisicki a Wimbledon, nel 2013

Anche Sabine Lisicki nel 2010 venne fermata da un infortunio alla caviglia. Crollò nel ranking oltre la duecentesima posizione, ma non appena arrivò la stagione su erba diede subito segnali incoraggianti, complice anche il suo stile di gioco potente e volto all’attacco. Vinse infatti il titolo a Birmingham battendo Daniela Hantuchova e ottenne così la wild card per giocare i Championships. Iniziò qui una cavalcata straordinaria, che la portò alla sua prima semifinale Slam in carriera. Prima di essere fermata da Sharapova, nel suo percorso eliminò dal torneo Li Na, campionessa al Roland Garros, ma anche Marion Bartoli, che due anni più tardi sarà la sua avversaria sul Campo Centrale. Nel 2013 infatti alla tedesca riuscì di salire anche il penultimo gradino, raggiungendo la finale a Church Road, ma non l’ultimo: la tensione le giocò un brutto scherzo quel sabato e Bartoli la piegò in due set, vincendo il titolo.

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